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domenica 12 ottobre 2014

Roman nouveau, 2.1.1

Circa una settimana dopo aver trovato casa, mi sentivo finalmente tranquillo. Stavo per cominciare la mia nuova vita. Prima che cominciassero le lezioni avevo molte impellenze burocratiche da affrontare, perciò mi spostavo di continuo per la città, per ottenere il mio permesso di soggiorno e per regolare tutte le questioni universitarie. Ma bighellonavo anche, provado un piacere delizioso nel percorrere le vie del centro cittadino. (Il concetto di "centro" non ha molto senso, a Parigi, ma intendo con questo i quartieri intorno all'Ile de la cité).
Un mattino stavo passando davanti alla Sorbona, quando improvvisamente mi voltai sentendo un potente starnuto alla mia destra. Era Derrida. Fui subito sicuro che fosse lui anche se la certezza della sua apparizione mi lasciò stordito come da una botta: Derrida al mo fianco! Derrida a un metro di distanza da me! Derrida che starnutiva! La voce starnutente, il catarro, i germi di Derrida nel reale accanto a me!
Dubitai subito di me stesso, dei miei occhi e del mio apparso Derrida: forse era un'illusione, un abbaglio, poteva trattarsi di un signore qualsiasi vagamente somigliante al gran filosofo. Per qualche istante lo scrutai, cercando di non farmene accorgere: era proprio lui. Aveva i capelli grigi di Derrida, la faccia di Derrida, la giacca di Derrida, si soffiò il naso in un bel fazzoletto di Derrida. Era Derrida, potevo esserne sicuro. Che cosa ci faceva mai, lì a un metro di me? Era dunque vero che a Parigi i grandi filosofi si potevano incontrare per strada, dal panettiere, al cinema, ovunque! Ero dunque circondato dai grandi filosofi contemporanei, come se quelli fossero usciti dai loro libri per manifestarmi la loro autentica esistenza, quasi novelli Cristi davanti a me incredulo Tommaso.
Lì vicino c'era la Sorbona, dunque era molto probabile incontrare un grande filosofo nei pressi: dove dovevano andare se non nell'università più famosa del mondo? Ed eccomi lì, a mia volta, non certo per diventare un grande filosofo, questo era da escludersi senza dubbio, ma almeno per respirare la stessa aria dei grandi filosofi, per ascoltare i grandi filosofi, per parlare eventualmente coi grandi filosofi. Derrida era lì che si asciugava il naso col suo elegante fazzoletto: che cosa avrei potuto dirgli? Come si diceva "salute" in francese? E poi si diceva davvero? A seconda delle culture gli starnuti si trattano diversamente (avrei poi visto i miei amici francesi considerare barbara l'usanza in effetti assurda di mettersi la mano davanti alla bocca, per ritrarla impiastricciata del proprio muco spruzzato): che ne sapevo se i francesi si dicono salute quando starnutiscono? E poi che senso aveva dire salute a Derrida che mi starnutiva accanto? Avrebbe potuto pensare che io fossi un pazzo, o uno scocciatore. Non avrei mai potuto dirgli in quella circostanza quanto lui fosse stato importante per la mia formazione, anche se adesso in effetti mi ero completamente allontanato da lui. Eh, già, questo era il vero problema: io con la sua filosofia non avevo più molto a che spartire, dunque, nonostante l'emozione per la sua presenza lì vicino a me dovevo riconoscere che non c'era proprio nulla da fare.
Derrida finì di tergersi il nobile viso, rimise in tasca il suo elegante fazzoletto e riprese a camminare. Lo persi di vista. Era un'allegoria del mio rapporto con lui: la sua filosofia mi era esplosa in mezzo agli studi come un'apparizione, come un boato starnutito, ma poi lui era andato avanti e io non ero più riuscito a seguirlo.
Del resto, a Parigi ero venuto per studiare Deleuze con Badiou. Addio Derrida, tra noi probabilmente è finita: à tes souhaits!

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