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lunedì 26 giugno 2017

Agamben (Roman nouveau, 18)


Agamben

Badiou lo avevo scoperto per caso, a Strasburgo durante l'Erasmus, quando non era ancora molto noto tra gli studenti italiani. Dopo il suicidio di Deleuze, cinque filosofi famosi scrissero i loro necrologi su Libération. Uno di questi era Badiou, poi c'erano Derrida, Lyotard e Jean-Pierre Faye. L'unico italiano era Agamben, che non avevo mai sentito nominare, come del resto Badiou.
Giorgio Agamben è uno dei più importanti filosofi italiani contemporanei. Da ragazzo ha recitato nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini, di cui era amico. Era anche amico di Moravia e Morante, e poi di Caproni. A guardar bene, Agamben era amico di quasi tutti gli intellettuali importanti. Fu persino presente, da giovane, al seminario di Martin Heidegger a Le Thor, insieme a Ginevra Bompiani che era la sua fidanzata. Una volta Maurizio Ferraris mi ha detto che da qualche parte Heidegger scrive di essere rimasto colpito da un giovane italiano brillante: era Agamben.
Un genio, insomma. La prima volta che lo vidi da vicino, teneva un seminario al Collège international de philosophie. Parlava del vuoto della rappresentazione, un tema ripreso da un libro di Giorgio Colli e che lui riconduceva al suo concetto autocontraddittorio di esclusione inclusiva (o inclusione esclusiva) su cui ha fondato tutto il suo pensiero a partire da Homo Sacer. Sapevo che Agamben aveva a che fare con una bella casa editrice italiana di Macerata, così dopo il seminario andai a parlargli per proporgli la mia traduzione di Deleuze. Il clamore dell'essere, di Badiou. Agamben si mostrò oltremodo interessato alla mia traduzione. Aprendo entrambe la mani e toccandosi il torace con le palme in un enfatico gesto deittico mi disse: “riferisciti pure a me, scrivi direttamente a me quando scrivi alla casa editrice”.
Che godimento provai a sentirmi dire tali parole da cotanto filosofo. Che gioia al pensiero che ce la stavo facendo. Andava tutto a gonfie vele: studiavo con Badiou, il che mi avrebbe fatto certamente diventare uno dei massimi esperti del suo pensiero, e inoltre mi accingevo a tradurre un libro che aveva suscitato un gran bel dibattito nell'ambiente filosofico francese. Sarei diventato uno studioso abbastanza noto, i giornalisti e gli studenti più giovani sarebbero venuti da me a chiedermi: ma Badiou come la pensa su questo o quello?
Be', vedete – avrei spiegato a quelle folle di curiosi – Alain ha un suo pensiero tutto originale su questa importante questione che voi giustamente mi sottoponete; voialtri, che non lo conoscete bene come me, potreste rimanere un po' sconcertati nel sentire esporre le sue incredibili tesi, pertanto vedrò di spiegarvi per benino quale punto di vista dovete necessariamente assumere, per non fraintendere grossolanamente il pensiero di questo genio filosofico.
Come del resto vi sarebbe molto facile data la vostra natura di provinciali, sprovveduti, ignari della filosofia che si fa nel vasto mondo.

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