E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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sabato 13 gennaio 2018

I filosofi e la morte (Roman nouveau, 35)

Riprendendo probabilmente Epicuro, e anticipando Sartre, nel Tractatus Logico-philosophicus Wittgenstein dice: “La morte non è evento della vita. La morte non si vive” (Tractatus, 6.4311). Chiunque abbia vissuto un lutto importante dovrebbe sapere che questo è uno dei tentativi consolatori della filosofia meno riusciti di tutti i tempi, perché il ragionamento vale solo – posto che valga – per la propria morte. Ma se a morire è un altro? Se a morire, nella fattispecie, è il proprio amatissimo padre?
Su questo punto il padre della psicoanalisi sembra avere visto decisamente meglio di quegli algidi filosofi, ossia Epicuro, Sartre e Wittgenstein (faccio notare en passant che nessuno dei tre è diventato padre, a differenza di Freud).
E infatti, in generale, dopo la morte di mio padre la filosofia mi risultò all'improvviso dolorosamente inutile, come se mi rendessi conto di essermi sempre ingannato sul potere salvifico del pensiero filosofico.
Cercare consolazione filosofica per la morte nella filosofia di Badiou, per esempio, è un'impresa disperata. Per Badiou la morte non ci riguarda, riguarda soltanto il nostro corpo, l'animale che c'è in noi, quell'involucro materiale di passioni, desideri, opinioni, che non può che scomparire in quanto essenzialmente temporale, caduco, solo parzialmente vero e in grandissima parte falso e irrilevante sub specie aeternitatis, come diceva Spinoza. Badiou è un anti-vitalista: la vera vita non può essere per lui altro che la vita eterna del Soggetto, che esiste solo quando si segue una Verità (cfr. Concetti badiousiani). Per questo lui ha ben ragione a definirsi platonico: Platone destinava all'anima umana, affine alle Idee o Forme, l'eternità che le competeva oltre qualsiasi nostalgia della vita terrena e delle nostre limitate miserie mortali. Ecco perché Nietzsche odiava Platone ed ecco perché Badiou non apprezza un granché Nietzsche, e nemmeno Deleuze e Foucault, in quanto nietzscheani.
E nemmeno io, nonostante fossi deleuziano, apprezzavo molto Nietzsche Foucault e Deleuze su questo punto. Il punto della morte. 
Fin da quando avevo iniziato a studiare Deleuze, durante il mio Erasmus a Strasburgo, il suo pensiero in fatto di morte mi era risultato estremamente oscuro. Tutta la sua filosofia, a dire il vero, era alquanto oscura ma il suo pensiero sulla morte lo era in modo particolare.
Deleuze parla di morte soprattutto in Logica del senso, tributando a Blanchot di avere detto le cose fondamentali:

la morte è a un tempo ciò che è in un rapporto estremo o definitivo con me e con il mio corpo, ciò che è fondato in me, ma anche ciò che è senza rapporto con me, l'incorporeo e l’infinito, l’impersonale, ciò che è fondato soltanto in se stesso.

Deleuze inserisce nella morte ciò che i dialettici chiamano una contraddizione: la morte mi appartiene propriamente e mi è radicalmente estranea. La contraddizione è una figura fondamentale del pensiero deleuziano, anche se lui la chiama “sintesi disgiuntiva”, un sintagma ossimorico ripreso da Kant. Di fatto si tratta della sintesi hegeliana, che unisce A e non-A in un superiore A’=B che toglie-e-conserva (Aufhebt) sia A che non-A. La duplicità inconciliabile dell'evento si manifesta in due modi:

Da un lato, la parte dell’evento che si realizza e si compie; dall’altro, “la parte dell’evento che il suo compimento non può realizzare.” Vi sono dunque due compimenti, i quali sono come l’effettuazione e la contro-effettuazione. Ed è per questo che la morte e la ferita non sono un evento come gli altri. Ogni evento è come la morte, doppio e impersonale nel suo doppio.

La morte, oltre che doppia, è qui detta incorporea, infinita, impersonale. Sono concetti che vanno ben chiarificati, se si vuole capire che cosa pensa Deleuze della morte. L'incorporeo deleuziano è il concetto stoico: gli stoici credevano che tutto fosse materiale tranne i cosiddetti incorporei (vuoto, tempo, luogo, significato). Gli incorporei stoico-deleuziani “Non sono sostantivi o aggettivi, ma verbi”, quindi, per capirci, anziché dire “la morte”, ipostatizzando, sostanzializzando, personificando, dovremmo magari dire “il morire”. Magari.
Riguardo all'infinito, poi, avevo trovato in Badiou un pensiero non romantico-intuitivo dell'infinito, pensato come insieme infinito cantoriano: sentirmi dire da Deleuze che la morte è infinito mi sembrava un pensiero oltremodo folcloristico per non dire insensato.
E veniamo all'impersonale, che è forse l'aspetto che mi interessava di più. Sempre Blanchot dice: 
Essa è l’abisso del presente, il tempo senza presente con il quale non ho rapporto, ciò verso cui non posso lanciarmi, poiché in essa io non muoio, sono decaduto dal potere di morire, in essa si muore, non si cessa e non si finisce di morire.
E Deleuze:

Quanto questo si differisce da quello della banalità quotidiana. È il si delle singolarità impersonali e preindividuali, il si dell’evento puro in cui egli muore come piove [il pleut]. Lo splendore del si è quello dell’evento stesso o della quarta persona. Ed è perciò che non vi sono eventi privati e altri collettivi; come non vi è individuale e universale, e non vi sono particolarità e generalità. Tutto è singolare e perciò collettivo e privato a un tempo, particolare e generale, né individuale né universale.

Che confusione! E non solo grammaticale, come direbbero i wittgensteiniani: a parte il fatto che in italiano non funziona, Deleuze voleva farmi credere che si possa dire “muore” come si dice “piove”? E perché mai? Che vantaggio si avrebbe per il pensiero a dire che “muore” anziché che qualcuno muore, all'occasione un mio caro o io stesso? Che garanzie mi dai, caro Deleuze? A che cosa serve questo tuo modo di pensare per un giovane come me? Mi veniva in mente ciò che disse Kostas Axelos, professore e amico di Deleuze, alla pubblicazione dell'Anti-Edipo: “tu, rispettabile professore francese, bravo sposo, eccellente padre di due bei bambini, amico fedele (...), vorresti che i tuoi allievi e i tuoi figli seguissero nella loro "vita reale" la strada della tua vita o per esempio quella di Artaud, a cui tanti scrittori si richiamano?”
Dopo questa frase Deleuze non cercò mai più Axelos.
Anche Badiou, tra l'altro, criticava il concetto deleuziano di morte: se per Deleuze la morte è l'evento per eccellenza, per Badiou un evento non ha nulla a che spartire con il negativo, la morte, la distruzione: esso è incorporea verità.
Badiou mi sembrava molto più sano di Deleuze sotto il rispetto della morte.

giovedì 13 luglio 2017

Place des Vosges (Roman nouveau, 24)

Man mano che il mio fallimento diventava evidente, trovavo sempre più conforto nella bellezza di Parigi. Che tipo di bellezza ha una città? Si tratta di una bellezza che il genere umano conosce da millenni, il fascino delle città babilonesi o egizie doveva colpire dolorosamente gli uomini che vi erano esposti, come qualcosa di meraviglioso, sacro e inquietante, umano e divino. Posso solo provare a immaginare che cosa provasse un giorno lontano nei secoli un giovane contadino varcando per la prima volta in vita sua la porta di Ishtar.
Il grande Kant, nella Critica del Giudizio, dà diverse geniali definizioni di bellezza*, che personalmente ritengo estremamente valide ancora oggi che ho studiato molta più filosofia di quando ero a Parigi. Ma le definizioni kantiane non si applicano alla bellezza delle città, artefatti umani con la proprietà di apparire semi-naturali. Parigi mi appariva bella in modo violento, inutile e triste, come una donna che ti fa desiderarla e non si accorge di te, ma non puoi smettere di sperare che ti rivolga lo sguardo.
Affranto per la prospettiva di non poter legittimare la mia presenza a Parigi agli occhi della mia classe sociale, di mio padre, di me stesso, attraversavo le strade di Parigi riempiendomi gli occhi di immagini urbane, sempre più cosciente di condurre un’esistenza precaria, persona sbagliata nel luogo, ahimé, sbagliato, perché a me non destinato.
Attraversavo i ponti di Parigi guardando la Senna e le due rive, in prospettiva, mentre mi muovevo, immaginando una sequenza filmica in camera-car, innalzavo gli occhi ai pinnacoli di Notre-Dame, scendevo e risalivo nella metro, talvolta a caso, come in una deriva psicogeografica situazionista.
Uno dei miei luoghi preferiti era banalmente Place des Vosges. Giada, la bella ballerina torinese, vi affittava una stanza, nella casa di una vecchietta miliardaria e alcolizzata.
Tutte le volte che si trattava di riaccompagnare le ragazze a casa, io non mi tiravo indietro (tutti noi studenti italiani, ritenevamo che a Parigi fosse meglio che le ragazze non andassero in giro da sole la notte, e infatti seppi più tardi che un’amica di Yves era stata violentata una notte per strada, non lontano da Place des Vosges).
Una sera riaccompagnai Giada. Entrammo in quella meravigliosa piazzetta, ormai deserta, verso l’una di notte. Tutto taceva, sembrava di essere in una qualunque piazzetta sperduta, e invece è considerata la piazza più bella di Parigi. Anche Victor Hugo aveva una casa lì, al numero 6, ma questo l’ho scoperto più tardi. Quando riaccompagnavo Giada a casa, o quando andavo a trovare Caterina, che abitava subito oltre la piazza, io guardavo quei magnifici palazzi con le facciate rosse, i portici con gli archi a tutto tondo, i tetti di ardesia, gli abbaini misteriosi, da uno dei quali si affacciava la stanzetta di Giada, che a trovare quella stanzetta a poco prezzo aveva avuto un grandissimo culo.
Giada aveva un grandissimo culo in tutti i sensi, ma io ero un maschio non-alfa: riaccompagnavo e tornavo a casa mia a ubriacarmi di più. *1. Il Gusto è la facoltà di giudicare un oggetto o un modo rappresentativo mediante un compiacimento, o un dispiacimento, senza alcun interesse. L'oggetto di tale compiacimento si chiama bello; 2. bello è ciò che piace universalmente senza concetto; 3. bellezza è forma della conformità a scopi di un oggetto, in quanto essa viene percepita senza rappresentazione di uno scopo; 4. bello è ciò che viene riconosciuto senza concetto come oggetto di un compiacimento necessario.

mercoledì 15 febbraio 2017

Occidentalis Karma spiegata a chi non ha fatto il liceo (La biada quotidiana, 3)

1. Essere o dover essere

Tutti conoscono l'opposizione shakespeariana, "essere o non essere?". Relativamente pochi, probabilmente, sono invece coloro che hanno studiato Hegel, e hanno dunque colto che l'incipit di OK cita la critica hegeliana a Kant: il quale opporrebbe appunto il dover essere morale all'essere effettivo e concreto della realtà storica.
Non che Hegel sia un lassista permissivo: l'essere che contrappone al kantiano dover-essere è semplicemente il reale/razionale, ossia il manifestarsi dello Spirito-Totalità.
Opporre alla realtà storico-sociale un dovere immaginario: questo per Hegel è insensato, limitato, intellettualistico, moralistico.

Poiché il tema di OK è la situazione epocale dell'Occidente, e il suo riterritorializzarsi superficialmente sull'Oriente, si può assumere che fin dal primo verso il Gabbani stia implicitamente criticando i sempre più numerosi occidentali che credono o sperano di trovare la propria salvezza individuale nelle discipline orientali.
Nei prossimi post tratteremo dello sviluppo e dell'articolazione di questa critica.

martedì 25 novembre 2014

Letture obbligatorie della settimana, 3

- Kant, Critica della ragion pura (II. Dialettica trasc., Lib. II, Cap. II: L'antinomia della ragion pura)

- Hegel, Scienza della logica (Sez. II, Quantità. Cap. I, La quantità, Nota II)

- Carlo Rovelli, La realtà non è come ci appare

- C.S. Peirce, Opere (L'amore evolutivo, 6.287-317)

domenica 17 agosto 2014

mercoledì 10 aprile 2013

Appunti 130410


I miei allievi sono più computazionalisti di me. Oggi, in quarta, ... mi ha rivelato che per comprendere la filosofia di Kant si è immaginata che le strutture del soggetto trascendentale siano il codice di un programma, mentre il fenomeno corrisponderebbe a ciò che il programma permette di visualizzare sullo schermo.
Non avevo mai pensato a un computer kantiano, anche se da anni avevo scovato il kantismo di molti cognitivisti (conosco poco l'AI, molto meno della psicologia cognitiva).
Ho trovato interessante questa idea (da perfezionare aggiungendo al computer degli organi di senso, una telecamera e dei microfoni).
Perciò da oggi tutta la classe lavorerà a casa per sviluppare l'esempio: “Kant9000: il soggetto trascendentale visto come computer”.

Vediamo se l'analogia permetterà loro di comprendere meglio Fichte.

sabato 23 marzo 2013

Ancora sulle ineffettuali categorie destra/sinistra

vedi perché non ci capiamo, caro amico intellettuale di sinistra? Tu dici che non capisci come io possa sostenere che l'opposizione destra/sinistra sia stata neutralizzata e inizi a farmi un elenco di cose di sinistra, come essere NoTav ecc. poi però voti per un partito alleato col partito più proTav che ci sia, che quindi secondo la tua definizione dovrebbe essere di destra anche se si dice di sinistra, mentre il M5s risulterebbe automaticamente di sinistra, e sostanzialmente mi dici che voti a destra perché vuoi spostare a sinistra il Partito di Destra...
Poi - contraddicendomi - io ti dico che il pareggio di bilancio in Costituzione è di destra e tu mi dici che anche Hollande lo ha difeso, come se questo bastasse a decidere che cosa è di destra e che cosa di sinistra. Come se per definire l'arte dicessimo che è ciò che fanno gli artisti (ammesso e non concesso che Hollande sia "di sinistra").
Ma allora non è meglio fare come dico io, coltivare una propria distinzione antropologica tra destra e sinistra con valore euristico, e parlare piuttosto delle azioni concrete lasciando perdere i discorsi ineffettuali su destra/sinistra?
Che poi non mi pare che nella prospettiva biopolitica ci sia molto spazio per questa consunta dicotomia, storicamente determinata e assolutamente non elevabile a categoria antropologica universale (Pericle era di sinistra? Platone di destra? Kant? Stalin? Gorbacev? L'omofobia di Che Guevara? Clinton? Craxi? Renzi?).

***

Aggiornamento 7 dicembre 2013 (il giorno prima della vittoria alle primarie di Matteo Renzi e della definitiva sconfitta della fallimentare "sinistra" PD bersaniana).
Dopo la morte di Costanzo Preve ho scoperto la sua vasta opera, di cui mi riprometto di leggere il più possibile.
Qui Preve spiega la sua posizione su destra/sinistra: http://www.kelebekler.com/occ/prevedxsx.htm

martedì 1 marzo 2011

GILLES DELEUZE, da me medesimo manualizzando (per le scuole superiori)

Gilles Deleuze è nato nel 1925 a Parigi dove ha trascorso tutta la sua vita. Laureato in filosofia alla Sorbona, poi ivi assistente, ricercatore al Centre National de Recherche Scientifique (CNRS), docente all’università di Lione e infine a Vincennes (Paris VIII), dove rimase fino al pensionamento nel 1987. Si è suicidato nel 1995, in seguito alle gravissime condizioni di salute (un’insufficienza respiratoria lo costringeva a un respiratore artificiale).
I filosofi cui Deleuze ha dedicato importanti monografie o ampie trattazioni all’interno di altre opere costituiscono tutti altrettanti punti fermi del suo orientamento filosofico (tranne il caso particolare di Kant, considerato un “avversario”): gli stoici, Kant, Spinoza, Leibniz, Hume, Nietzsche, Bergson, Foucault. Dagli stoici, Deleuze preleva il concetto di “evento immateriale”, accadimento che si aggiunge all’ente materiale senza modificarlo (qui si legge la matrice immaterialista della filosofia deleuziana). Kant è trattato invece come un avversario, forse il più importante, del pensiero della Differenza perché la filosofia trascendentale del filosofo di Königsberg riconduce il pensiero a una struttura categoriale preformata (i dodici concetti puri kantiani) oltre che alle tre Idee della Ragione. Spinoza e Leibniz, cui sono dedicate due monografie a parecchi anni di distanza, sono centrali nel pensiero deleuziano per il tentativo di pensare gli enti a prescindere dal tradizionale principio metafisico di individuazione e dal principio logico di identità (A=A): nella prospettiva rigorosamente monista (metafisica dell’Uno) di Spinoza gli enti sono le modificazioni, i “modi”, dei due attributi a noi noti (spazio e tempo: come le forme pure kantiane dell’intuizione) dell’unica sostanza (divina). In Leibniz Deleuze scorge un modello di pensiero “barocco” per eccellenza, la Piega, concetto e oggetto frattale, infinitamente composto di sottoparti identiche a esso (l’infinito polverizza il concetto di identità). L’empirismo radicale di David Hume viene invece giocato da Deleuze contro la filosofia trascendentale kantiana (e anche contro la fenomenologia husserliana, dominante in Francia durante la formazione di Deleuze,: di Hume, Deleuze valorizza la decostruzione del soggetto, ridotto a un fascio di sensazioni la cui identità è fondata unicamente nella memoria e nell’“abitudine di contrarre abitudini”. Per sintetizzare il senso della filosofia humeana rivendicandone la filazione del proprio sistema concettuale, Deleuze conia un’espressione bizzarramente ossimorica: l’empirismo trascendentale (un concetto che ricorda da vicino quello di “duplicato empirico-trascendentale” di Michel Foucault, un pensatore che con Deleuze ha più di un’affinità).Nietzsche viene spesso considerato il pensatore centrale nella personale genealogia filosofica deleuziana, ed effettivamente Deleuze è uno dei protagonisti francesi, insieme a Klossosky, Foucault e altri (primi fra tutti gli italiani Giorgio Colli e Mazzino Montanari, curatori dell’edizione filologica di tutte le opere di Nietzsche), della cosiddetta Nietzsche-renaissance del secondo dopoguerra, ossia una fase di acuta rinascita dell’interesse per il pensatore della volontà di potenza. Deleuze rilegge il concetto di “eterno ritorno dell’uguale” in maniera sorprendentemente originale, ossia come eterno ritorno della Differenza: questo apparente stravolgimento del pensiero nietzscheano ha in realtà la pretesa di essere fedelissimo al suo senso più intimo, poiché nella mise en abyme (“messa in abisso”: GLOSSARIO) derivante dall’immagine dell’infinita ripetizione dell’istante presente scaturisce l’intensificazione della realtà, a scoperta del divenire-intenso di ogni ente. Bergson, infine, fornisce a Deleuze il modello di una metafisica vitalista cui rimarrà sempre fedele attraverso le evoluzioni del suo pensiero: l’essere va concepito come Vita, élan vital, che si accresce indefinitamente come grande Memoria Virtuale da cui il presente sgorga come flusso qualitativo proiettandosi sul futuro. Allo spiritualismo di Bergson Deleuze deve anche la preferenza per la dimensione ontologica qualitativa, non calcolabile, a scapito di quella quantitativa e calcolabile.

Differenza e molteplicità
Insieme a Jacques Derrida, Deleuze è il filosofo francese che maggiormente ha legato il proprio stile di pensiero al concetto di Differenza. Se le “avventure della differenza” (Vattimo) hanno avuto nell’idealismo tedesco un primo fondamentale episodio filosofico moderno, Deleuze (a differenza di Derrida) cerca di sgombrare il campo da qualsiasi residuo dialettico – tanto hegeliano quanto marxiano: il pensiero dialettico cade sotto i colpi della critica “energetica” nietzscheana e rappresenta, insieme al platonismo, uno dei momenti di maggiore debolezza della filosofia occidentale.Deleuze pensa infatti che la differenza sia “intensiva”, qualitativa anziché quantitativa. La Differenza diventa così un concetto metafisico che non ha più nulla a che vedere con il concetto logico di differenza, e si collega piuttosto alla nietzscheana “volontà di potenza”, che consiste nella valutazione di ogni ente secondo la prospettiva della sua intrinseca quantità di energia. Il concetto di Differenza va di pari passo con quello di molteplicità. L’identità non è più il concetto privilegiato della metafisica, così come avviene nella tradizione filosofica da Platone e Aristotele fino a Kant e Hegel: nella prospettiva di Deleuze ogni ente è paragonabile a una monade leibniziana che anziché rapportarsi all’essere secondo le modalità della rappresentazione “sintetizza” una quota di intensità o energia (da intendersi metaforicamente, senza riferimento alla fisica contemporanea) che è sempre molteplicità di possibilità. L’elemento qualitativo è particolarmente presente nell’opposizione, di provenienza nietzscheana, tra le “forze forti” e le “forze deboli”.Contro la lettura volgare del pensiero gerarchico di Nietzsche Deleuze fa valere una ben diversa lettura, più metafisica che storiografica: poiché il prospettivismo nietzscheano annulla il concetto di sostanza pensante, soggetto cartesiano, individuo, anche la realtà umana, come quella naturale, risulta leggibile come un campo di forze metafisiche che si affrontano perennemente (visione tragica dell’essere, di origine eraclitea). Una forza è “forte” quando esprime appieno la propria essenza, la propria potenzialità, mentre è “debole” quando non giunge a realizzare appieno la propria natura potenziale.

L’incontro con Félix Guattari e l’Anti-Edipo. Contro la psicanalisi: il desiderio è creazione e non mancanza. Capitalismo e schizofrenia.
Sebbene Deleuze non abbia mai aderito a nessun partito politico, la sua filosofia ha assunto un ruolo paradigmatico nel contesto del pensiero politico della sinistra radicale francese, europea e anche mondiale (negli USA la filosofia di Deleuze è studiatissima nei dipartimenti letterari e artistici). È soprattutto la “seconda filosofia” deleuziana quella che ha suscitato l’entusiasmo dei militanti della “nuova sinistra” (critica nei confronti dei tradizionali partiti comunisti) negli anni successivi alla contestazione del “maggio francese” (1968). Dopo l’incontro con l’antipsichiatra marxista Félix Guattari, la filosofia deleuziana si arricchisce di concetti provenienti dalle più varie discipline, essenzialmente dalla psicoanalisi, dall’antropologia e dalla semiologia. I due amici pensatori scrivono assieme una serie di opere, le più importanti delle quali costituiscono una trilogia intitolata Capitalismo e schizofrenia (Anti-Edipo, 1972, Mille piani, 1988, Che cos’è la filosofia?, 1991): in queste opere Deleuze e Guattari svolgono una sorta di metafisica politica mirata a reinterpretare la natura del potere e dei sistemi socio-economici. La realtà è costituita da “flussi di desiderio”, chiamati anche macchine desideranti – un concetto divenuto popolarissimo negli ambienti militanti di estrema sinistra negli anni ‘70. Questi flussi desideranti si muovono in equilibrio tra la deriva assoluta del senso (la schizofrenia, considerata come un limite ideale e negativo del movimento reale delle cose) e l’imprigionamento repressivo del desiderio. Le istanze emancipative e persino anarchiche di questa interpretazione della realtà umana si basano sulla critica del concetto psicoanalitico di desiderio, considerato come mancanza, privazione, mentre per due autori il desiderio è positività, libertà, creazione.

Creazione di concetti
Nell’ultima opera scritta a quattro mani con Guattari, Che cos’è la filosofia?, Deleuze propone un’immagine “costruttivista” – e intrinsecamente relativistica - della filosofia, definita come attività creativa su tre dimensioni: 1) tracciare il “piano d’immanenza” ossia il contesto filosofico del proprio problema;2) creare concetti, ossia non limitarsi a interpretare concetti altrui ma appropriarsi del materiale filosofico del passato piegandone il senso per i propri fini (Deleuze è nemico di ogni ermeneutica) e inventare nuovi concetti-problemi, definendone le componenti e gli spazi di applicabilità;3) inventare i “personaggi concettuali”, ossia le voci o maschere alle quali tradizionalmente i filosofi hanno affidato i proprio pensieri, nell’ambito della finzione letteraria dei loro scritti (il Socrate di Platone, il Platone di Nietzsche, il Nietzsche di heidegger e così via). È il concetto di “piano di immanenza” a collocare implicitamente Deleuze nell’ambito del relativismo filosofico, anche se in quel particolare sottogruppo di filosofi che non rivendicano (a differenza di Rorty) la positività della relatività di concetti e valori. In maniera abbastanza simile al grande filosofo analitico Robert Nozick (1938-2003, cfr. §…) Deleuze sposa una prospettiva per la quale sarebbe corretto parlare di “assolutismo relativo”: all’interno del proprio perimetro filosofico non sono ammissibili altre prospettive, tuttavia è evidente che ogni filosofo pone la propria prospettiva come quella corretta ed esclusiva. La filosofia risulta così allo stesso tempo un esercizio di libertà creativa quasi assoluta all’interno del proprio sistema (questo è una caratteristica che potrebbe far accomunare Deleuze all’idealismo tedesco) mentre osservando il confronto tra sistemi diversi si assiste a quello che Ricoeur chiamava un “conflitto di interpretazioni”. La filosofia è così un campo di battaglia, un terreno di scontro tra forze filosofiche eterogenee che esprimono diversi punti di vista metafisici.

Giudizi critici
La filosofia di Deleuze ha avuto un grande impatto specialmente negli ambienti artistici (molti musicisti elettronici per esempio si sono ispirati a Deleuze), dove l’enfasi sulla creazione non poteva che trovare una ricezione favorevole. Molto più critico verso Deleuze è stato il mondo accademico, dal quale peraltro Deleuze non è mai uscito, considerandosi a buon diritto null’altro che un professore di filosofia (contro la tendenza abbastanza diffusa a mitizzarne la figura in una specie di eroe del pensiero). Si è infatti criticato lo stile barocco e oscuro di Deleuze, che per illustrare i propri concetti fa uso di molti esempi paradigmatici, più vicini però a delle metafore dal significato incerto; si è anche criticato (ma questo a proposito della maggior parte dei filosofi francesi del Novecento, a partire da Bergson incluso) un uso spregiudicato di concetti scientifici spesso avulsi dal loro giusto contesto, quando non erroneamente interpretati [1]Quello che si può sicuramente dire è che, con tutti i suoi limiti, che sono quelli propri di un’epoca della filosofia europea del Novecento (oggi spesso chiamata “continentale”) la filosofia deleuziana è stata una vera “pop-filosofia”, ossia una filosofia popolare, che ha avuto dei veri e proprio best-seller filosofici come l’Anti-Edipo e che ha fortemente contribuito, nel bene e nel male, quasi realizzando un desiderio di Schopenhauer, a far uscire la filosofia dall’università.



[1] si veda il libro di Sokal e Bricmont, Imposture intellettuali.