Dopo anni di famigliarità con la lettoscrittura ho improvvisamente scoperto un modo per accelerare l'esperienza del tempo: concentrarsi scrivendo, lasciarsi trasportare dal flusso del da-scrivere.
Come sempre, quando si parla di analisi dell'esperienza temporale, sembra che si possano invertire accelerazione/rallentamento (cfr. la discussione pertinente in La montagna incantata): mentre scrivi hai l'impressione che il tempo acceleri, ma ti sembra anche di occuparlo senza contarlo (cfr. Boulez/Deleuze: spazi e tempi lisci/striati).
Quindi accelera o rallenta? Sembra rallentare considerando la quantità di azioni che svolgi al suo interno, ma l'esperienza soggettiva è di velocità: quando interrompi la scrittura credi che sia passato più tempo di quello che è efettivamente passato.
Ho l'impressione che nella lettura accada il contario: mentre leggi hai l'impressione che il tempo rallenti (invece trascorre).
Ovviamente, tutto questo potrebbe essere ampiamente soggettivo: per un primo riscontro in letteratura, verificare in:
E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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domenica 12 agosto 2018
sabato 8 giugno 2013
Appunti su Contro il colonialismo digitale, di Roberto Casati
Nel suo recente libro, Roberto Casati tratta insieme (confonde?) due questioni affini, ma non necessariamente sovrapposte: la lettura digitale e l'introduzione del digitale a scuola. Si possono fare considerazioni diverse sui due argomenti, perché non è detto che siano legati da un rapporto causale. Lo stesso Casati, del resto, ricorda che il primo fattore positivamente correlato alla capacità di lettura è provenire da una famiglia di lettori.
L'argomento secondo cui, quindi, relativamente alla lettura dopo la famiglia c'è solo la scuola, per quanto intuitivamente condivisibile e politicamente sostenibile, non mi pare dimostrato (almeno al 66% del libro letto).
PS: riguardo agli argomenti contro la colonizzazione digitale della scuola pubblica sono integralmente d'accordo con Casati. E' sugli effetti nefasti sulla lettoscrittura che sarei più cauto.
***
25 giugno
Casati parla molto di concentrazione, sostenendo che l'e-lettura è naturalmente vittima di maggiori distrazioni. Questo perché ritiene che ogni dispositivo tenda al paradigma Ipad, correttamente analizzato come un dispositivo di fruizione intellettuale (anziché di registrazione di tracce, contra Ferraris).
Tuttavia, l'e-lettura andrebbe forse analizzata separatamente dal divenire-Ipad dei dispositivi telematici portatili.
Un e-reader come un Kindle modello base può al contrario - nella mia esperienza - favorire la concentrazione(*). Come? Sul mio dispositivo carico solo i libri che voglio/devo/posso effettivamente leggere in un determinato periodo di tempo, mi sposto solo con quello e, ad ogni attimo libero, la coscienza di avere con me i libri x, y e z mi aiuta a continuare la lettura, anche in modo frammentario.
Va detto che io sono un lettore molto accidioso e ogni mia lettura è sempre a rischio di abbandono: ma col Kindle mi pare che il rischio sia ridotto al minimo.
Il cartaceo noioso si può mettere da parte rimandando la lettura alle calende greche, invece il digitale mi impone di farsi leggere. Proprio per la sua immaterialità, che non giustifica in alcun modo la sua presenza nel dispositivo di lettura e la spesa sostenuta, a differenza del cartaceo ("al massimo lo regalo", "lo leggo quest'estate", "è noioso ma potrà forse servirmi a scuola").
***
19 novembre
(*) Tuttavia la mia esperienza sembrerebbe contraddetta da alcuni recenti studi sperimentali: http://www.salon.com/2013/04/14/do_e_readers_inhibit_reading_comprehension_partner/; http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0883035512001127 (qui però si parla di lettura su schermi di computer).
Nel frattempo ho un po' ridotto la lettura su Kindle, ma più che altro per questioni contingenti. Anzi, ho recentemente acquistato e iniziato a leggere l'ultimo libro in prosa di Valerio Magrelli, apparentemente un titolo da prendersi in cartaceo. Ho voluto fare la prova. Ogni volta che penso a quel libro per riprenderne la lettura (ho detto che sono un lettore accidiosio: ora aggiungo che sono patologicamente frammentario, impiego anni per leggere certi libri, salvo ricominciarli appena terminati. Lettura interminabile, o meglio interminata, idealmente ciclica, o meglio dialetticamente a spirale), ogni volta che penso a Genealogia di un padre mi compaiono subito alla mente certe pagine, in modo vivido e come se le avessi lette in cartaceo.
Potrebbe trattarsi di una pura idiosincrasia neurologica ("ha un cervello da e-reader"!) eppure continuo a pensare che leggere sul Kindle (non sull'Ipad) mi lasci tracce mnestiche pari, se non superiori, a quelle della lettura cartacea.
Mi sembra però fondamentale, e mi pare che anche Enrico Manera la trascuri, la questione dellì'ampiezza dello schermo. Per evitare l'effetto "telescrivente anni '80", di cui parla Casati, ho settato il mio Kindle su una dimensione che trovo ottimale, coi caratteri piccoli ma non troppo, in maniera da avere una pagina abbastanza larga su cui esercitare la mia memoria di lavoro. Non riuscirei a leggere sentendomi a mio agio una porzione più piccola di testo.
Oltre a Magrelli, su Kindle ho letto Juliette society, di Sasha Gray e sto leggendo Romanzo per signora, di Piersandro Pallavicini. In entrambi i casi ho un ricordo vivido di quanto letto. Diversamente ne va per i saggi, che ho acquistato solo per necessità (due libri recenti che mi servivano per la tesi e di cui non potevo attendere la spedizione): anche a me sembra che sia più difficile studiare l'e-book, ma la difficoltà è più che altro tecnica. Le sottolineature fatte sui libri acquistati non si possono facilmente trasporre su file propri, cosa che mi sarebbe molto utile per scrivere la mia tesi. Ma questo "problema" è ovviamente in comune col cartaceo. Inoltre l'e-book quanto meno mi permette di sottolineare e ritrovarmi in automatico la raccolta di tutte le sottolineature fatte. Presa di appunti quasi automatica: tu selezioni e l'apparecchio mette da parte per te. Finita la paura di perdere i file o gli appunti cartacei! (Occhio a dove mettete il Kindle, ovviamente, e fate attenzione allo schermo: è meolto delicato e non va ficcato nella borsa senza custodia, pena il suo rovinarsi per sempre).
Sì, lo so, questa è solo introspezione e conta poco o niente. Ora si tratta di vedere che cosa ci dicono gli studi neuroscientifici.
Sì, lo so, questa è solo introspezione e conta poco o niente. Ora si tratta di vedere che cosa ci dicono gli studi neuroscientifici.
venerdì 9 novembre 2012
Risposta a un'accusa irrilevante
L'idea postoperaista della "creazione ontologica" che sarebbe naturalmente insita nella cooperazione sociale è ben fasulla: la cooperazione sociale può anche essere inutile, distruttiva, energivora, vampiresca e micidiale.
L'unico impetus che mi spinge davvero è il desiderio-creazione susseguente ai noochoc-eventi.
Non sono depresso, mio caro amico voyant (1), è solo che in assenza di nuovi eventi noochocanti la fedeltà ai vecchi eventi dopo un po' mi viene a noia e il mio operato si fa superegoico, automatico, approssimativo, incerto e inefficace.
All'asilo, del resto, non terminavo mai di colorare i Goldrake che disegnavo.
Lo vuoi sapere che cosa mi renderebbe davvero FELICE? Poter leggere e scrivere senza curarmi d'altro. La "solitudine essenziale" (Blanchot) della lettoscrittura, come forma empirica di nirvana.
IDEA: rammemorare la presenza mentale, un vecchio evento-verità sempre riattualizzabile, ma solo con fatica e solo per via pratica (pratica quotidiana).
(1) "C'est que le schème sensori-moteur ne s'exerce plus,
mais n'est pas davantage dépassé, surmonté. Il est brisé
du dedans. Des personnages pris dans des situations optiques ou sonores, se
trouvent condamnés à l'errance ou à la balade. Ce sont
de purs voyants, qui n'existent plus que dans l'intervalle de mouvement et
n'ont même pas la consolation du sublime, qui leur ferait rejoindre
la matière ou conquérir l'esprit. Ils sont plutôt livrés
à quelque chose d'intolérable qui est leur quotidienneté
même. C'est là que se produit le renversement : le mouvement
n'est plus seulement aberrant, mais l'aberration vaut pour elle-même
et désigne le temps comme sa cause principale. "Le temps sort
de ses gonds" : il sort des gonds que lui assignaient les conduites dans
le monde, mais aussi les mouvements du monde. Ce n'est pas le temps qui dépend
du mouvement, c'est le mouvement aberrant qui dépend du temps. Au rapport,
situation sensori-motrice -> Image indirecte du temps, se substitue une
relation non localisable, situation optique et sonore pure -> image directe
du temps" (Gille Deleuze, l'Image-temps: http://www.cineclubdecaen.com/analyse/livres/imagetempsv2.htm)
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