E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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mercoledì 12 dicembre 2012

Adieu Maestro Shankar

Quando Ravi Shankar (Varanasi, 7 aprile 1920 – San Diego County, 11 dicembre 2012) salì sul palco del concerto per il Bangladesh tenutosi al Madison Square Garden di New York il 1º agosto 1971, iniziò ad accordare il suo sitar. Finita l'accordatura, il beneducato pubblico applaudì.
Lui, con leggiadra spiritosaggine indiana disse qualcosa come: "sono contento che abbiate apprezzato l'accordatura del mio strumento, spero che vi piacerà anche il concerto" :-D

(L'aneddoto è talvolta citato, credo da Steven Pinker, per argomentare che il relativismo culturalista aveva all'epoca permeato le menti americane fino a far credere che la musica indiana potesse somigliare a qualcosa come un'esotica successione di suoni priva di logica musicale.
In realtà la musica indiana "contiene degli arricchimenti, che possono comportare anche 22 note nell'ottava, senza tuttavia privarsi delle 12 della nostra scala cromatica", A. Frova, Armonia celeste e dodecafonia, p.228, n.19).

giovedì 10 marzo 2011

Tommaso Ariemma e la filosofia della chirurgia estetica

[Pubblicato su Vogue.it]

Il giovane filosofo Tommaso Ariemma si occupa di temi classici della filosofia contemporanea “continentale”: l’arte, il corpo, la nudità, l’animale. La recente pubblicazione di un suo libro sulla chirurgia estetica, Contro la falsa bellezza (Il Melangolo) ci offre l’occasione per porgli qualche domanda.

In alcune righe del suo ultimo romanzo, Houellebecq esalta la chirurgia estetica, in particolare quella per il seno, affermando che procrastina di forse dieci anni la fine della vita sessuale della coppia. Possiamo considerarlo un punto di vista iperbolicamente falso, ma l'elemento di verità non potrebbe consistere nel fatto che la chirurgia estetica non avrebbe per obiettivo la "bellezza" bensì l'attrattiva sessuale (come dominio esteso della lotta) nella società dello spettacolo?

No, credo che la questione resti quella della bellezza, o meglio della falsa bellezza (come preferisco chiamarla). Ciò che accade nella sessualità è solo un aspetto (sebbene importantissimo) dell’applicazione di tale falsità. La considerazione che emerge dal romanzo di Houellebecq è importante, perché fa vedere il modo in cui agisce la diffusione della chirurgia estetica: insidiandosi nella quotidianità del vissuto. Se non ti “rifai” (a quest’espressione chiave è dedicato un capitolo intero del mio libro), perdi: avvenenza, autostima, il posto di lavoro etc... Viviamo in un’epoca in cui la diffusione della chirurgia estetica esercita un vero e proprio “terrorismo della falsa bellezza”, ovvero del conformismo estetico.

Naturalmente il conformismo estetico di cui lei parla non è un fenomeno isolato ma fa parte della mentalità propria dell’uomo unidimensionale della società contemporanea. Concentrarsi sulla cura estetica e chirurgica del corpo fornisce una prospettiva critica privilegiata?

Più che di campo privilegiato, direi che si tratta innanzitutto del punto a partire dal quale ho scelto di porre questioni filosofiche. Le mie ricerche filosofiche precedenti si sono concentrate sui concetti di esposizione, nudità, singolarità. La diffusione della chirurgia estetica si è imposta a un certo punto come questione ineludibile. Questione che, nel campo dell’estetica filosofica, non è mai stata trattata in modo specifico. Il mio libro è il primo testo al mondo, per quanto ne sappia, di filosofia della chirurgia estetica. A partire dalla diffusione di quest’ultima, come tento di dimostrare, è possibile entrare nel merito di importanti questioni filosofiche sull’ordine e il caos, sul tutto e le parti, sulla percezione di sé e del mondo, sulle tendenze non solo estetiche, ma anche politiche della nostra cultura.

Lei considera la falsa bellezza come un fenomeno eminentemente culturale. Non crede però che vi sia un fondamento naturale della bellezza “vera” (penso a certi studi psicologici sulla perfezione delle proporzioni perfette che - al contrario di quanto si crede comunemente - non muterebbero nel corso della storia umana)?

L’unico fondamento naturale che accolgo è il pluralismo della bellezza. La bellezza può essere universale solo se resta irriducibile. Sembra una contraddizione, ma non lo è affatto. Se vincoliamo la bellezza a un preciso criterio, ci ritroviamo all’interno di una falsa bellezza, circoscritta, limitata, e dunque non più universale. Sostenere una bellezza unica, fondata naturalmente, è un po’ come sostenere un colore della pelle umana naturalmente superiore agli altri. Il pluralismo estetico è il vero fondamento.

domenica 19 settembre 2010

Gavagai, ovvero l'accettazione radicale del parlante esotico

[Nota pubblicata su Facebook mercoledì 3 febbraio 2010 alle ore 14.58]

Antropolinguista: Come si chiama quello? [indicando un coniglio che passa coniglieggiando]

Indigeno Kwyn: *Cosa intendi?* [riunendo le dita all’insù nel gesto tipico del “cosa intendi?”]

Antr.: Aha, ho capito è un *Cosa intendi?*!

Kwyn: *Ma di che parli, di quel coniglio?*

Antr.: Non posso capire quello che dici perché non dispongo ancora di un manuale per la traduzione radicale, ma interpretando l'ostensione del tuo significato-stimolo ho capito che nella tua lingua indigena quel coniglio si chiama *Cosa intendi?*

Kwyn: *Io non intendo proprio un bel nulla, sei tu che hai parlato per primo. In ogni caso quello è un coniglio, te l'ho già detto, non ne hai mai visto uno a casa tua?*

Antr.: Immagino che ora tu mi stia spiegando le proprietà che lo schema concettuale della tua tribù attribuisce ai *Cosa intendi?*…

Kwyn: *“Cosa intendi?” te l’ho chiesto io, lasciatelo dire: mi sembri proprio un pezzo di scimunito*

Antr.: Benissimo caro indigeno, ora procediamo ad associare nuove stringhe fonetiche ad altri significati-stimolo, e un po’ alla volta io ti capirò e mi farò capire. E tutto iniziando dal *Cosa intendi?*!!!

Kwyn: *Ancora? Mi hai proprio rotto col tuo “Cosa intendi?… Cosa intendi?” Se lo dici ancora una volta ti conficco quest’accetta in quella zucca vuota che ti ritrovi…*

Antr.: Ecco, l’hai detto ancora! *Cosa intendi?* E per ben due volte… Forse c’erano due conigli… Però è strano, non ho visto passare nessun coniglio adesso… Ehi, cosa stai facendo, posa quell’accetta, ti ho detto posa… Argh! No!!! Gavagai!