E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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sabato 18 aprile 2020

Concetti pandem(on)ici (raccolta di articoli, in aggiornamento progressivo)

Questioni giuridiche.




Questioni filosofiche.

G. Agamben:







M. Ferraris: 








sabato 11 aprile 2020

Philodemic, 2: tipi di filosofi.

Nell'emergenza epidemica i filosofi e le filosofe sono chiaramente in crisi, ma reagiscono in modo diverso.
Ci sono quell* che si lanciano sulle macrointerpretazioni dell'Evento, ovviamente in modo da confermare le loro precedenti letture della realtà: Agamben e Zizek esemplificano bene questa prima possibilità, ma anche Maurizio Ferraris.
Ci sono poi quell* che si occupavano di questioni particolari su cui si costruisce una carriera, nel mondo iperspecialistico dell'accademia contemporanea: se si occupavano di genere e sesso ora proveranno a dire qualcosa su genere e sesso durante l'epidemia, ecc.

Io, se fossi un filosofo, vorrei seguire una terza via: provare a pensare quello che (mi) sta succedendo senza dare per scontate teorie pre-pensate.
Sarebbe chiaramente una via più singolare e narrativa, che forse non porterebbe a nulla di interessante sul piano filosofico.
Ma in filosofia continuo a preferire nessuna verità che delle false verità.


mercoledì 26 luglio 2017

Non sapevo di non sapere (Roman nouveau, 32)


Arrivai all’ospedale di Torino verso le sette di sera. Prima di entrare da papà chiesi di poter parlare col medico, il quale mi disse che la situazione era gravissima: le condizioni generali erano molto peggiorate nelle ultime quarantotto ore. Appresi così della cirrosi epatica. Cirrosi epatica? Già, disse il medico: lei non sapeva che suo padre ha la cirrosi epatica?
La domanda mi lasciò oltremodo spiazzato. Ci fu un certo viavai al mio interno, i diversi strati della mia psiche svolsero un rapido dialogo cercando di darsi la colpa l'un l'altro dato che risultavo non sapere ciò che avrebbe dovuto essermi del tutto evidente. A pensarci bene sembra davvero impossibile: lui è tuo padre, tu sei suo figlio, anche se non vivi con lui dovresti avere un'idea del suo stato di salute. In effetti da tempo ero preoccupato, sapevo bene che beveva troppo, ma a Parigi non passavo certo il mio tempo a preoccuparmi per lui, essenzialmente perché era del tutto inutile.
Talvolta litigavamo di brutto, quando tentava di confidarmi le sue preoccupazioni per la sua salute. Mi diceva: “devo fare molto attenzione perché ho il diabete alto”, si punzecchiava il dito e si misurava la glicemia con l’apparecchietto. Poi però beveva lo stesso. Non voleva mai andare dal dottore, allora mi infuriavo come un pazzo e insistevo a dirgli di farsi visitare, perché certo non potevo saperlo, io, come mai gli tremavano le gambe. Era grasso e gli tremavano le gambe.
Un giorno, quando abitavo da lui prima di andare a Parigi, nell'anno in cui scrivevo la tesi di laurea a casa sua a Cherasco, mi prese una tale angoscia e gli urlai che doveva lasciarmi in pace e farsi visitare da un medico, che per quanto ne sapevo io lui poteva anche essere in procinto di morire, ma per piacere la smettesse di angosciarmi e andasse dal medico del cazzo che proprio non capivo perché non volesse andarci.
In seguito credo di averlo capito il perché: l’angoscia e la paura di morire lo paralizzavano in un comportamento suicida. L’ho imparato leggendo L’io e l’es di Freud. E a pensarci bene, un'angoscia simile doveva avere costretto anche me a rimuovere l'evidenza della malattia di mio padre. In effetti la domanda del medico avrebbe piuttosto dovuto essere formulata in questa maniera: lei non sapeva di sapere che suo padre ha la cirrosi epatica?*
Negli ultimi tempi c'era stata un'interruzione della comunicazione tra me e papà. Quando mi arrabbiai a morte e gli urlai contro, lui si offese e col suo tipico fare infantile disse che allora non mi avrebbe mai più disturbato. E se avesse aggiunto “in vita mia” avrebbe obiettivamente mantenuto la parola.
Un mese prima della sua morte mi aveva confessato di traballare sulle gambe. Una volta era caduto per terra in salotto, al buio, sul tappeto, sbattendo la testa contro lo spigolo di un tavolino. Neppure con questo racconto riuscì a spaventarmi abbastanza: cioè non mi preoccupò tanto da indurmi a tentare ogni sforzo per farlo curare. In ogni caso la faccenda era si può già dire tutta regolata: il suo fegato ingrossato sporgeva di 5 centimetri almeno.
Immagino papà rialzarsi dolorante dopo quella caduta, e chiedersi come sia potuto succedere: poi si asciuga il sangue dalla testa ferita e si dice di essere finito, sa che la morte si sta avvicinando. Lo immagino andare in cucina a cercare dentro al frigo per bere ancora un bicchiere di vino bianco, a consolazione della sua vita schifosa, vita per giunta finita.
A Natale l’avevo visto tutto imbacuccato con un berrettone, come se fosse ammalato. Mi veniva incontro per salutarmi, non vide un basso muretto che ci separava, inciampò e quasi cadde. Lo insultai, sgomento per tanta debole maldestrezza.
Ritornando alla domanda dell'odioso medico che mi chiedeva se non sapevo che mio padre avesse la cirrosi: non lo sapevo no, porcoddio, che mio padre aveva la cirrosi, signor medico di stocazzo, o mi sarei comportato un po’ diversamente, questo lo afferri o no, brutto stronzo detentore del biopotere che mi giudichi dall'alto?


*Per Lacan il “non saper di sapere” è una definizione dell'inconscio freudiano. Oltre al socratico “sapere di non sapere”, Zizek trova spesso dei casi di figura ai quali si applica il “sapere di sapere” e il “non sapere di non sapere”, come Rumsfeld a proposito della guerra in Iraq: “Nel febbraio 2002, Rumsfeld – al tempo segretario USA della difesa – si lanciò in un piccolo esperimento di filosofia amatoriale dedicato ai rapporti tra il noto e l’ignoto. «Ci sono conoscenze note [known knowns]: ossia, ci sono cose che sappiamo di sapere. Ci sono ignoranze note [known unknowns], vale a dire: cose che adesso sappiamo di non sapere. Ma ci sono anche ignoranze ignote [unknown unknowns]: ci sono cose che non sappiamo di non sapere». Il fine di questo esercizio era giustificare l’imminente attacco USA all’Iraq: ci sono cose che sappiamo di sapere (per esempio, che Saddam Hussein è il presidente dell’Iraq); cose che sappiamo di non sapere (quante armi di distruzione di massa possiede Saddam); ma ci sono anche cose che non sappiamo di non sapere; per esempio: e se Saddam possedesse qualche arma segreta ulteriore che neppure immaginiamo? Ma quello che Rumsfeld dimenticò di aggiungere era la quarta possibilità della casistica, una possibilità fondamentale: le “conoscenze ignote” [unknown knowns], ovvero le cose che non sappiamo di sapere – il che è precisamente l’inconscio freudiano, la “conoscenza che non conosce se stessa”, per dirla con lo psicoanalista francese Jacques Lacan (1901- 81), la cui opera è un riferimento fondamentale di questo libro.5 Per Lacan, l’inconscio non è uno spazio istintuale pre-logico (irrazionale) bensì una conoscenza articolata simbolicamente ignorata dal soggetto. Se Rumsfeld pensava che il pericolo principale nel conflitto con l’Iraq fosse l’”ignoranza ignota”, cioè le minacce di Saddam delle quali neppure sospettavamo, la giusta risposta da parte nostra avrebbe dovuto essere la seguente: che il pericolo principale erano, al contrario, le “conoscenze ignote”, le credenze rimosse e le presupposizioni a cui aderiamo senza neanche esserne consapevoli. Queste “conoscenze ignote” furono in effetti la causa principale dei problemi che gli USA incontrarono in Iraq, e l’omissione di Rumsfeld dimostra che non era un filosofo vero. Le “conoscenze ignote” sono poi il soggetto privilegiato della filosofia: formano l’orizzonte trascendentale, o frame (cornice), della nostra esperienza della realtà.” (S. Zizek, Evento, mia traduzione).

sabato 14 novembre 2015

L'11 settembre della Francia (il "13 novembre")

Dopo l'attentato a Charlie Hebdo avevo fatto una lista di letture che mi sembravano pertinenti.
Ecco altri titoli di possibili letture.

1) "I più perversi e i più violenti, i più distruttori tra i rogue states sarebbero quindi, in primo luogo, gli Stati Uniti, e talvolta i loro alleati". (J. Derrida, Stati canaglia, p.143, Raffaello Cortina Editore)

2) Jacques Derrida: Islam and the West: A Conversation with Jacques Derrida: http://gen.lib.rus.ec/book/index.php?md5=7EC999FD5EB320B8F1BD029B83C75709

3) Slavoj Zizek: L'islam e la modernità. Riflessioni blasfeme: http://gen.lib.rus.ec/book/index.php?md5=7c6e12880150b7aa696deb9ba2ac5cee

4) Emanuele Severino, Dall'Islam a Prometeo

(in fieri)

sabato 25 dicembre 2010

Benvenuti nel deserto del Natale (improponibile per Vogue.it...)

A dare retta al filosofo Oswald Spengler, si direbbe che il tramonto dell’Occidente sia iniziato più di un secolo fa, anche se non se ne vede ancora la fine.
In epoche di crisi come la nostra, i simboli a lungo lasciati vivere indisturbati diventano simboli scottanti, all’incrocio di terreni di battaglie ideologiche (si pensi al crocefisso in aula).
Babbo Natale è uno di questi simboli, apparentemente innocui, segnali di epoche storiche appena trascorse, eppure irrecuperabili: la sua sorte sembra essere definitivamente segnata.
In Nightmare before Christmas Tim Burton riservava a Santa Klaus (“Babbo Nachele”) una divertentissima serie di crudeltà: a causa di un equivoco veniva rapito e torturato prima di essere quasi ucciso da alcuni abitanti del regno di Halloween che avevano mal interpretato la volontà del suo sovrano, Jack Skeletron.
Il capolavoro di Burton inscena diverse inquietudini proprie dell’immaginario natalizio: non in tutti i mondi si può capire il messaggio di gioia e bontà di cui è latore Babbo Natale. Se si abita un mondo orripilante (come quello di cui il mondo di Halloween è un’iperbole) il messaggio sarà inevitabilmente distorto e impregnato dell’orrore noto.
In una società che fatica ad andare avanti, per non dire peggio, chi può ancora provare una gioia autentica di fronte a un simbolo fasullo come Babbo Natale? (La leggenda metropolitana secondo cui il Santa Klaus a noi noto sarebbe un’invenzione della Coca Cola è falsa, ma significativa).
A fronte di persone il cui tenore di vita non è tale da permettere grandi sprechi nemmeno sotto le feste, a meno di indebitarsi, ci sono numerose altre persone che vorrebbero proteggere il loro mondo dorato, e continuare a far credere ai loro bambini che Babbo Natale esiste e porta i doni ai bimbi buoni.
Purtroppo Babbo Natale non esiste, come ben sapevano le generazioni italiane precedenti il dominio del consumismo. E dopo una breve parentesi legata alla volontà di felicità della generazione del boom economico, di cui la Generazione X è figlia, ora questo è più evidente che mai: nessuna finzione edificante è possibile, e di fronte ai bambini si estende quello che, con un prestito da Matrix, lo psicoanalista e filosofo sloveno Slavoj Zizek chiama il deserto del reale.
Benvenuti nel deserto del Natale.

lunedì 13 dicembre 2010

Prefazione a Slavoj Žižek, Politica della vergogna, Nottetempo, 2009


In un certo senso, secondo Lacan, al grande Altro capita lo stesso che a Dio (Dio non è morto oggi, è morto da sempre, solo che Lui non lo sapeva…): non è mai esistito…
Slavoj Zizek, Il soggetto scabroso

Il potere e la sua oscenità (obscenus, obscaenus: “immondo” o anche “fuori dalla scena”, secondo un’etimologia greca del tutto incerta ma spesso data per scontata) sono il tema comune di questi sei brevi testi di Slavoj Zizek. Il potere abita l’inconscio: il “grande Altro” – il nome lacaniano del Super-io freudiano – struttura i comportamenti umani attraverso l’imposizione del suo sguardo panottico.
Fonti primarie del pensiero di Zizek sono infatti la psicoanalisi di Jacques Lacan, la dialettica hegeliana, più di quella marxiana, e la filosofia “postmoderna” (tra i riferimenti di Zizek spiccano Deleuze e Derrida, ma anche Badiou, Rancière, Butler, Agamben). Facendo ricorso a innumerevoli esempi tratti dalla psicoanalisi, dal cinema, dalla musica, dalla letteratura, dalla politica e dall’attualità, Zizek espone i nessi tra le strutture simboliche, le forme dell’Immaginario e l’irrappresentabile struttura del Reale, che per Lacan costituiscono i tre registri ontologici (R-I-S), le dimensioni dell’essere (umano).
Zizek applica la dottrina lacaniana a qualsiasi argomento, il che determina la sua inconfondibile cifra stilistica. Come in una scrittura “fluttuante”, sorta di correlativo dell’ascolto psicoanalitico, nei testi di Zizek tutto può collegarsi con tutto: un film di David Lynch con la tragica condizione  dei prigionieri di Guantanamo, autentici “morti viventi”; la filosofia di Heidegger con le torture ad Abu Ghraib; una gag di Charlie Chaplin con l’abiezione pedopornografica.
Parte del genio zizekiano consiste nell’unire un materiale concettuale arduo e sovente esoterico a uno stile comunicativo molto godibile. Si dice spesso che quella di Zizek sia pop-filosofia[1], ideale filosofico di Gilles Deleuze: “Pop'filosofia. Non c'è nulla da comprendere e nulla da interpretare[2]. Oltre a evocare il venir meno dell’ermeneutica, invisa tanto a Deleuze quanto a Zizek, la filosofia del lacaniano di Lubjana fa pensare da vicino al deleuziano “automa spirituale”, concetto di origine leibniziana indicante una modalità di pensiero che verrebbe innescata eminentemente dal cinema:

Il movimento automatico suscita in noi un automa spirituale, che a sua volta reagisce su di lui. L’automa spirituale non designa piú, come nella filosofia classica, la possibilità logica o astratta di dedurre formalmente i pensieri gli uni dagli altri, ma il circuito nel quale essi entrano con l’immagine-movimento, la potenza comune di ciò che costringe a pensare e di ciò che pensa sotto choc: un noochoc[3].

La scrittura filosofica di Zizek ha infatti un alto tasso di visibilità quasi cinematografica[4], e proprio questa visibilità intrinseca sembra attualizzare l’automa spirituale deleuziano, grazie a uno stile “liquido”, perfettamente modellato sui temi e sui problemi della contemporaneità politica e sociale. I testi zizekiani, nel loro continuo montaggio di pensieri e frammenti eternamente ritornanti da un testo all’altro, innescano una lettura per così dire automatica.
In questa apparente fruibilità infinita risiede l’essenza “pop” dell’opera zizekiana. Nei testi brevi e d’occasione, come quelli qui presentati, la cifra del dispositivo stilistico zizekiano emerge con la massima chiarezza. Il “messaggio” di questi testi consiste sempre nell’invito a trarre le conseguenze dell’inesistenza reale, assenza costitutiva, del “grande Altro” lacaniano: Dio, il Super-io, le istanze morali NON SONO REALI.
Comprenderlo significa relegare il grande Altro nel registro che gli compete, quello Simbolico (il linguaggio).
Al lettore viene mostrata la possibilità etica (disponibile, da un punto di vista psicoanalitico, solo dopo un lungo percorso dialettico di cura fondato sulla relazione analista/analizzante) di superare l’allucinazione del grande Altro, giungendo cosí alla zona grigia “tra le –due morti” (quella simbolica e quella reale), collocandosi nella posizione “dopo la Caduta”, propria di re Lear o Edipo a Colono: quando la morte simbolica è avvenuta (castrazione di Edipo attraverso l’accecamento), rimane come ultimo residuo “la Vita priva di qualsiasi sostegno nell’ordine simbolico”, forma di vita oltreumana caratterizzata dal plus-de-jouir (Lacan), il terribile eccesso di godimento che è negazione del godimento stesso[5].
Anche se nei testi di Zizek l’assenza di riferimenti alla filosofia di Wittgenstein è sistematica (e dunque sintomatica), l’immagine finale del Tractatus logico-philosophicus descrive perfettamente l’idea zizekiana della scrittura-terapia filosofica:

Le mie proposizioni sono chiarificazioni le quali illuminano in questo senso: Colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è asceso per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per cosí dire, gettar via la scala dopo che v’è salito.)
Egli deve superare queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo[6].

Per Zizek, vedere rettamente il mondo significherebbe dunque comprendere che l’enigma del grande Altro, semplicemente, non si dà. Ma come per molta parte della vocazione etica o profetica della filosofia continentale postmoderna, anche qui si può formulare un legittimo dubbio: l’appello alla “conversione”, consistente nel congedare il grande Altro nel Simbolico (ossia parlarne esclusivamente per i suoi effetti immaginari piuttosto che reali), è rivolto a tutti, oppure sotto le forme di uno stile pop-filosofico si cela un contenuto antidemocratico che nessuno può realmente fare proprio, un messaggio impossibile, o l’Impossibile come messaggio?
Al pop-lettore l’automatica sentenza.

Edoardo Acotto




[1] Per una recente discussione si può leggere “Sopravvivere al pop pensiero”, di Nicla Vassallo, apparso prima sulla Domenica del Sole24Ore (29 giugno 2008) e poi su Rescogitans (http://www.rescogitans.it/), e il dibattito che ne è scaturito.
[2] Gilles Deleuze, Claire Parnet, Dialogues, Flammarion, Paris 1977, p. 10 (trad. it. Conversazioni, Feltrinelli, Milano 1980, p.10).
[3] Gilles Deleuze, L’immagine-tempo, Ubulibri, Milano 1989, pp. 175-176.
[4] Non è probabilmente casuale che il rapporto di Zizek con il cinema sia molto intenso. Il risultato di questo rapporto è doppio: da una parte assistiamo a un’illustrazione continua dei concetti filosofici e psicoanalitici in riferimento a film celeberrimi, da Hitchcock ad Alien trasformato in personaggio filosofico; dall’altra parte lo stesso Zizek si trasforma in personaggio cinematografico in The Pervert’s Guide to Cinema di Sophie Fiennes (2006).
[5] S. Zizek, Il soggetto scabroso, Raffaello Cortina,  Milano, p.192-3.
[6] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, Torino 1964 (6.54).