Non è che io non conoscessi la regola, ma in qualche modo mi era sfuggita. Così, quando feci leggere un mio testo a un compagno di classe bravo, non so perché e non ricordo che testo fosse (una versione in classe?), lui mi punzecchiò: "be' però QUAL'È con l'apostrofo si trova soltanto nei dépliant pubblicitari che ricevo a casa mia".
Lui abitava a Cervere, un paesino fuori Bra, come a dire: testi del cazzo.
La vergogna che quelle parole mi provocarono mi si incise indelebilmente nell'anima, e non sbagliai mai più.
Ora, ho sempre dei sensi di colpa quando faccio delle traduzioni. Ma in un testo di un importantissimo filosofo italiano pubblicato dalla casa editrice per cui ho tradotto, ho appena visto un QUAL'È, con l'apostrofo...
Vecchio compagno di liceo, che cosa ne diresti tu, mio Auctor della norma ortografica?
E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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domenica 2 marzo 2014
mercoledì 10 agosto 2011
Guy Debord sulla rivolta di Los Angeles del 1965 (Estratto da Il Pianeta malato, Edizioni Nottetempo, mia traduzione)
Il declino e la caduta dell’economia spettacolare-mercantile1.
[...]
Fra il 13 e il 16 agosto 1965, la popolazione nera di Los Angeles si è sollevata. Un incidente che ha opposto polizia stradale e passanti si è sviluppato in due giornate di tumulti spontanei. I crescenti rinforzi delle forze dell’ordine non sono stati in grado di riprendere il controllo della strada. Verso il terzo giorno i Neri hanno preso le armi, saccheggiando le armerie accessibili, e così hanno potuto sparare anche sugli elicotteri della polizia. Si sono dovuti lanciare nella lotta per circoscrivere la rivolta nel quartiere di Watts migliaia di soldati e poliziotti – il peso militare di una divisione di fanteria, appoggiata dai carri armati ; poi, per riconquistarlo a prezzo di numerosi combattimenti di strada durati diversi giorni, gli insorti hanno proceduto al saccheggio generale dei magazzini, appiccandovi il fuoco. Secondo le cifre ufficiali vi sarebbero stati 32 morti, tra cui 27 Neri, più di 800 feriti, 3000 incarcerati.
Le reazioni, da tutte le parti, hanno avuto quella chiarezza che l’evento rivoluzionario, per il fatto di essere esso stesso una chiarificazione, nei fatti, dei problemi esistenti, ha sempre il privilegio di conferire alle diverse sfumature di pensiero dei propri avversari. Il capo della polizia, William Parker, ha rifiutato ogni mediazione proposta dalle grandi organizzazioni di Neri, affermando giustamente che «questi rivoltosi non hanno capi». E certamente, poiché i Neri non avevano più capi era giunto il momento della verità in ognuno dei due campi. D’altronde, che cosa si attendeva nello stesso momento uno di quei capi disoccupati, Roy Wilkins, segretario generale della National Association for the Advancement of Colored People? Egli dichiarava che i tumulti «dovevano essere repressi facendo uso di tutta la forza necessaria». E il cardinale di Los Angeles, McIntyre, che protestava a voce alta, non protestava contro la violenza della repressione, come si potrebbe credere abile fare nel momento dell’aggiornamento [in italiano nel testo] dell’influenza romana; protestava con la massima urgenza davanti a «una rivolta premeditata contro i diritti del vicino, contro il rispetto della legge e il mantenimento dell’ordine», chiamava i cattolici a opporsi al saccheggio, a «queste violenze senza giustificazione apparente». E tutti coloro che arrivavano fino al punto di vedere le «giustificazioni apparenti» della collera dei Neri di Los Angeles, ma certo non la giustificazione reale, tutti i pensatori e i «responsabili» della sinistra mondiale, del suo nulla, hanno deplorato l’irresponsabilità e il disordine, il saccheggio, e soprattutto il fatto che il suo primo momento sia stato il saccheggio dei negozi contenti l’alcool e le armi, e i 2000 focolai d’incendio contati, con i quali gli incendiari di Watts hanno rischiarato la loro battaglia e la loro festa. Chi dunque ha preso la difesa degli insorti di Los Angeles, nei termini che essi meritano? Lo faremo noi. Lasciamo che gli economisti piangano sui 27 milioni di dollari perduti, e gli urbanisti su uno dei loro supermarket più belli, volato in fumo, e McIntyre sul suo sceriffo abbattuto; lasciamo che i sociologi si lamentino dell’assurdità e dell’ubriachezza di questa rivolta. Il ruolo di una pubblicazione rivoluzionaria, non è soltanto quello di dare ragione agli insorti di Los Angeles, ma di contribuire a dar loro le loro ragioni, di spiegare teoricamente la verità di cui l’azione pratica esprime la ricerca.
[...]
1 Le déclin et la chute de l’économie spectaculaire-marchande è stato pubblicato per la prima volta nel marzo 1966, nel numero 10 della rivista Internationale situationniste.
mercoledì 26 gennaio 2011
L'opposizione di una giornalista tunisina: Sihem Bensedrine
Mi torna alla memoria il calvario della famiglia Mahdaui, in Tunisia : il padre imprigionato per appartenenza a un partito islamico e tutta la famiglia punita per i “crimini” commessi da uno dei suoi. Ma nel mio paese la sanzione non ha limiti nel tempo: la famiglia sarà perseguitata per tutta la sua esistenza.
Ali era meccanico in una fabbrica di gesso nel sud del paese. È sulla trentina quando viene arrestato per la prima volta nel dicembre 1991. All’uscita dalla prigione è costretto ad una quotidiana «sorveglianza amministrativa»: così la polizia lo obbliga a firmare un registro due volte al giorno, in orario diverso ogni volta in modo da impedirgli di organizzare la sua vita professionale e famigliare. Per nutrire la sua famiglia è costretto all’esodo, trova lavoro a Khetmin, nel nord del paese, in una fabbrica di mattoni. Ma non sfugge alla persecuzione della polizia, che di volta in volta si adopera per farlo licenziare. Diventano frequenti le sue convocazioni al distretto di sicurezza nazionale, dove spesso è guardato a vista, con o senza ragione. La sua casa è regolarmente invasa ad ore tarde della notte dalla polizia, che semina il terrore tra i suoi figli.
Braccato in tutti i lavori che trova, si decide a diventare venditore ambulante nei mercati delle pulci. La persecuzione si fa più dura, le sue mercanzie vengono calpestate o confiscate e lui subisce lunghe interrogazioni sull’origine del denaro investito per comprare la merce. Viene nuovamente arrestato e condannato a otto anni di reclusione per “terrorismo” : attualmente li sta scontando nella prigione di Harbub.
Non per questo termina il calvario della sua famiglia. Sua moglie Tunes viene regolarmente convocata al distretto di Biserta, dove la insultano e la picchiano affinché confessi la fonte delle sue risorse economiche. Si esercitano pressioni sul proprietario del suo tugurio affinché venga scacciata, e i suoi ritardi nel pagamento sono una buona scusa! Continuano le «inopinate visite notturne» della polizia: la sua cucina, i suoi piatti e la sua spazzatura vengono minuziosamente ispezionati per identificare il pasto mangiato alla sera dai suoi figli. E se per sbaglio qualche anima buona le ha offerto un’ala di pollo, ecco che si guadagna un pestaggio per farle denunciare il “benefattore”.
Siccome le è stato ritirato il libretto sanitario, Tunes non può più curare gratuitamente Munir, che ha la tubercolosi, Ahlem, che soffre di allergia, e nemmeno Wafa che non ha potuto essere scolarizzata perché soffre di una cataratta che le impedisce di vedere. È una famiglia di appestati, esclusa dalla categoria dei cittadini tunisini. La loro disperazione servirà da esempio.
Montassar, il figlio maggiore, è disgustato da questa vita da cani e attribuisce a suo padre la responsabilità di non averli saputi proteggere a causa delle sue scelte politiche. D’altronde i poliziotti che fanno irruzione nella loro casa non perdono mai l’occasione di ripeterglielo in mezzo a un mare di insulti. Notando il suo silenzio di approvazione, lo convocano a più riprese al commissariato e gli fanno intravedere la fine del calvario e la possibilità di una remunerazione che metterà fine all’indigenza della loro quotidianità. A questo giovane di sedici anni non occorre molto di più per venire reclutato e diventare colui che farà i rapporti circostanziati sugli amici di famiglia che tentano di venire in loro aiuto, nonché denunciare dopo due anni la propria madre, che finirà in prigione per aver ricevuto una lettera da parte di suo marito in carcere.
Sì, questa razza di uomini senza fede né legge li conosco troppo bene. Chiamano patriottismo la delazione e l’abilità nel cavarsela, il ricorso a metodi indegni per procurarsi denaro. Hanno il potere di corrompere i più fragili e di metterli in situazioni nelle quali non avranno altra possibilità se non sprofondare nell’infamia e bere il calice fino alla feccia. Grazie a questa capacità di «invischiare» quelli che non si sospetterebbe capaci di tali bassezze il regime giunge a mantenere un intero popolo sotto la sua dominazione, e a disinnescare ogni tentativo di ribellione di massa.
I ribelli, coloro che non si possono «sporcare» faranno la figura dei pazzi, teste calde ai quali verrà comminata una sanzione esemplare.
[...]
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[da Lettera a un'amica scomparsa in Iraq, Nottetempo, 2006]
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Facendo appello ai servizi degli specialisti in relazioni pubbliche delle agenzie occidentali, il regime invita a più non posso, per soggiorni da favola e giri turistici, giornalisti, occidentali che ricoprono cariche elettive o sono dotati di poteri decisionali. Questi soggiorni comportano visite a centri o istituzioni che valorizzano i traguardi raggiunti dal potere e in cui tutti i successi e i punti forti dei tunisini sono strumentalizzati e presentati come opera del regime. Questa procedura reca i suoi frutti. Più d’uno viene sedotto e diventa sordo alle grida di disperazione delle vittime di questa dittatura.
Come ho potuto cadere nel tranello di questa propaganda, come ho potuto essere cieca a tal punto di fronte alla strumentalizzazione che il regime iracheno faceva delle sofferenze del suo popolo, come ho potuto non vedere oltre la evidentissima corazza di approvazione e unanimismo ostentata dagli artisti e dagli intellettuali che avevo incontrato?
[...]
Rientrando a Tunisi scopro che i giornali allineati sono scatenati contro di me perché ho fatto questo viaggio. Il giornale Ashuruq, per la penna di «SBH», il rappresentante della Tunisia all’Unione dei giornalisti arabi, sale «coraggiosamente» sugli spalti. Nessun appellativo mi è risparmiato: traditrice, rinnegata, serva dell’imperialismo americano e del sionismo... Agli occhi dell’opinione pubblica tunisina la questione palestinese e quella dell’Iraq costituiscono due questioni estremamente delicate nel momento in cui i due popoli vivono entrambi l’occupazione delle loro terre e la negazione dei loro diritti. Il giornalista dunque mi attacca su un terreno costituito da argomenti calunniosi legati a queste due cause.
Siccome provengono dal potere, quelle calunnie sono onorevoli. Le mie attività dissidenti mi valgono una forte ostilità che mi lusinga. Oggi si conoscono bene i piani per sottomettere i dissidenti che il regime di Ben Ali ha applicato minuziosamente dal 1987. Ha saputo maneggiare con destrezza il bastone e la carota, lusingando le ambizioni personali di coloro che sapevano dare accenti di verità alle loro subitanee conversioni e sprofondando nella miseria coloro che gli resistevano.
Ho conosciuto personalmente i misfatti dei servizi speciali del ministero degli Interni, che usano mezzi poco gloriosi come la violazione del domicilio, lo svaligiamento, i furti di beni, la confisca del passaporto, la privazione di risorse economiche, il tentativo d’assassinio o il fotomontaggio di album pornografici... E una costante sorveglianza poliziesca che dà il sentimento di vivere in una gabbia trasparente, senza possibilità di preservare una qualsiasi vita privata. Ovviamente, quando ci si rivolge all’autorità non c’è mai un’inchiesta, mai un procedimento penale!
Soffrivo per il mio paese, per le sue istituzioni deviate, prese in ostaggio da «delinquenti» che le usano come beni privati. «Non c’è legge, non c’è sicurezza per i cittadini di questo paese, non c’è altra regola se non quella della sottomissione»: è il messaggio che inviano a coloro che si avventurano a protestare.
Mi ricordo per esempio di quella domenica dell’agosto 2001. La città di Biserta era in stato d’allerta a causa di un ricevimento organizzato in mio onore da amici bisertini a casa di Am Ali Ben Salem, un oppositore di lunga data che non ha mai abbassato le armi di fronte a tutte le tirannie. Era per festeggiare la mia uscita di prigione. Tutti gli accessi che portavano a casa sua erano sbarrati da poliziotti in borghese, in numero sproporzionato. Mi ero abituata a vedermi alleggerita dei miei diritti di cittadina nello spazio pubblico. Poi era lo spazio privato ad aver subito l’assalto di quel verminaio che si arrampica su tutto quanto è vivo. Ma conservavo in fondo a me la folle speranza che la legge potesse essere di un qualche soccorso. Ciò che allora mi aveva afflitto era innanzitutto il silenzio della cittadinanza, che assisteva allo spettacolo come se fosse fuori dall’evento, mentre erano i primi ad essere impediti nella loro libertà di movimento; ma mi aveva afflitto soprattutto la replica del capo della polizia di Biserta che rispondeva alle mie domande sulla legalità dei suoi atti: «Io sono la legge e quello che decido è legale!»
Si ha un bell’esserci abituati, ma udirlo formulare così dalla bocca di colui che è considerato rappresentare la legge, ti raggela. Non c’è più stato di diritto, semplicemente non c’è più diritto. E ti invade la tristezza di vedere le istituzioni del tuo paese fatte a pezzi.
Pochi si ricordano oggi del clima ripugnante che ha minato gli ambienti democratici durante la prima fase del regime di Ben Ali, preludio a un’impresa di sottomissione della società civile. Quel periodo ha preceduto lo scatenamento della fase repressiva e l’instaurazione del terrore come metodo di governo. Il regime non ha inventato nulla; non ha fatto altro che recuperare una vecchia regola hitleriana: «Corromperò tutto». Il potere poliziesco iniziò così a sommergere la scena mediatica con nuove testate giornalistiche «private», interamente dirette e finanziate dai suoi servizi, emarginando i giornali indipendenti fino a farli scomparire; allo stesso modo ha lanciato nel circo mediatico battaglioni di nuove «penne» passate per una formazione speciale, la scuola della disinformazione, e incaricate di denigrare sistematicamente gli oppositori con l’obiettivo di favorire il disgregarsi delle organizzazioni indipendenti, di darne un’immagine negativa e decadente, spingendo i cittadini a disertare in massa lo spazio pubblico.
Dunque sono abituata agli sgorghi di fango dei giornali di fogna. Da anni la normalità sono gli attacchi alla reputazione dei dissidenti con campagne di stampa diffamatorie, senza diritto di replica o di rettificazione su altri media, visto che alla stampa libera è stata messa la museruola.
D’altronde i tunisini hanno appreso a decodificare questi messaggi. Comprendono che se un militante della libertà è bersaglio del potere significa che sta sferrando seri colpi all’immagine di quel potere corrotto. Una donna mi avvicina in un luogo pubblico e mi dice: «Se davvero si tratta di connivenza con gli americani dovrebbero incensarvi, piuttosto, visto che sono alleati degli americani e hanno appena firmato un accordo per una base americana in Tunisia». Questo buon senso popolare mi rassicura, tanto quanto mi inquietano i pregiudizi dell’ambiente politico.
[da Lettera a un'amica scomparsa in Iraq, Nottetempo, 2006]
lunedì 13 dicembre 2010
Prefazione a Slavoj Žižek, Politica della vergogna, Nottetempo, 2009
Slavoj Zizek, Politica della vergogna, Nottetempo, traduzione e cura di Edoardo Acotto
Pop-filosofia: per tutti o per nessuno?
Pop-filosofia: per tutti o per nessuno?
In un certo senso, secondo Lacan, al grande Altro capita lo stesso che a Dio (Dio non è morto oggi, è morto da sempre, solo che Lui non lo sapeva…): non è mai esistito…
Slavoj Zizek, Il soggetto scabroso
Il potere e la sua oscenità (obscenus, obscaenus: “immondo” o anche “fuori dalla scena”, secondo un’etimologia greca del tutto incerta ma spesso data per scontata) sono il tema comune di questi sei brevi testi di Slavoj Zizek. Il potere abita l’inconscio: il “grande Altro” – il nome lacaniano del Super-io freudiano – struttura i comportamenti umani attraverso l’imposizione del suo sguardo panottico.
Fonti primarie del pensiero di Zizek sono infatti la psicoanalisi di Jacques Lacan, la dialettica hegeliana, più di quella marxiana, e la filosofia “postmoderna” (tra i riferimenti di Zizek spiccano Deleuze e Derrida, ma anche Badiou, Rancière, Butler, Agamben). Facendo ricorso a innumerevoli esempi tratti dalla psicoanalisi, dal cinema, dalla musica, dalla letteratura, dalla politica e dall’attualità, Zizek espone i nessi tra le strutture simboliche, le forme dell’Immaginario e l’irrappresentabile struttura del Reale, che per Lacan costituiscono i tre registri ontologici (R-I-S), le dimensioni dell’essere (umano).
Zizek applica la dottrina lacaniana a qualsiasi argomento, il che determina la sua inconfondibile cifra stilistica. Come in una scrittura “fluttuante”, sorta di correlativo dell’ascolto psicoanalitico, nei testi di Zizek tutto può collegarsi con tutto: un film di David Lynch con la tragica condizione dei prigionieri di Guantanamo, autentici “morti viventi”; la filosofia di Heidegger con le torture ad Abu Ghraib; una gag di Charlie Chaplin con l’abiezione pedopornografica.
Parte del genio zizekiano consiste nell’unire un materiale concettuale arduo e sovente esoterico a uno stile comunicativo molto godibile. Si dice spesso che quella di Zizek sia pop-filosofia[1], ideale filosofico di Gilles Deleuze: “Pop'filosofia. Non c'è nulla da comprendere e nulla da interpretare”[2]. Oltre a evocare il venir meno dell’ermeneutica, invisa tanto a Deleuze quanto a Zizek, la filosofia del lacaniano di Lubjana fa pensare da vicino al deleuziano “automa spirituale”, concetto di origine leibniziana indicante una modalità di pensiero che verrebbe innescata eminentemente dal cinema:
Il movimento automatico suscita in noi un automa spirituale, che a sua volta reagisce su di lui. L’automa spirituale non designa piú, come nella filosofia classica, la possibilità logica o astratta di dedurre formalmente i pensieri gli uni dagli altri, ma il circuito nel quale essi entrano con l’immagine-movimento, la potenza comune di ciò che costringe a pensare e di ciò che pensa sotto choc: un noochoc[3].
La scrittura filosofica di Zizek ha infatti un alto tasso di visibilità quasi cinematografica[4], e proprio questa visibilità intrinseca sembra attualizzare l’automa spirituale deleuziano, grazie a uno stile “liquido”, perfettamente modellato sui temi e sui problemi della contemporaneità politica e sociale. I testi zizekiani, nel loro continuo montaggio di pensieri e frammenti eternamente ritornanti da un testo all’altro, innescano una lettura per così dire automatica.
In questa apparente fruibilità infinita risiede l’essenza “pop” dell’opera zizekiana. Nei testi brevi e d’occasione, come quelli qui presentati, la cifra del dispositivo stilistico zizekiano emerge con la massima chiarezza. Il “messaggio” di questi testi consiste sempre nell’invito a trarre le conseguenze dell’inesistenza reale, assenza costitutiva, del “grande Altro” lacaniano: Dio, il Super-io, le istanze morali NON SONO REALI.
Comprenderlo significa relegare il grande Altro nel registro che gli compete, quello Simbolico (il linguaggio).
Al lettore viene mostrata la possibilità etica (disponibile, da un punto di vista psicoanalitico, solo dopo un lungo percorso dialettico di cura fondato sulla relazione analista/analizzante) di superare l’allucinazione del grande Altro, giungendo cosí alla zona grigia “tra le –due morti” (quella simbolica e quella reale), collocandosi nella posizione “dopo la Caduta”, propria di re Lear o Edipo a Colono: quando la morte simbolica è avvenuta (castrazione di Edipo attraverso l’accecamento), rimane come ultimo residuo “la Vita priva di qualsiasi sostegno nell’ordine simbolico”, forma di vita oltreumana caratterizzata dal plus-de-jouir (Lacan), il terribile eccesso di godimento che è negazione del godimento stesso[5].
Anche se nei testi di Zizek l’assenza di riferimenti alla filosofia di Wittgenstein è sistematica (e dunque sintomatica), l’immagine finale del Tractatus logico-philosophicus descrive perfettamente l’idea zizekiana della scrittura-terapia filosofica:
Le mie proposizioni sono chiarificazioni le quali illuminano in questo senso: Colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è asceso per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per cosí dire, gettar via la scala dopo che v’è salito.)
Egli deve superare queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo[6].
Per Zizek, vedere rettamente il mondo significherebbe dunque comprendere che l’enigma del grande Altro, semplicemente, non si dà. Ma come per molta parte della vocazione etica o profetica della filosofia continentale postmoderna, anche qui si può formulare un legittimo dubbio: l’appello alla “conversione”, consistente nel congedare il grande Altro nel Simbolico (ossia parlarne esclusivamente per i suoi effetti immaginari piuttosto che reali), è rivolto a tutti, oppure sotto le forme di uno stile pop-filosofico si cela un contenuto antidemocratico che nessuno può realmente fare proprio, un messaggio impossibile, o l’Impossibile come messaggio?
Al pop-lettore l’automatica sentenza.
Edoardo Acotto
[1] Per una recente discussione si può leggere “Sopravvivere al pop pensiero”, di Nicla Vassallo, apparso prima sulla Domenica del Sole24Ore (29 giugno 2008) e poi su Rescogitans (http://www.rescogitans.it/), e il dibattito che ne è scaturito.
[2] Gilles Deleuze, Claire Parnet, Dialogues, Flammarion, Paris 1977, p. 10 (trad. it. Conversazioni, Feltrinelli, Milano 1980, p.10).
[3] Gilles Deleuze, L’immagine-tempo, Ubulibri, Milano 1989, pp. 175-176.
[4] Non è probabilmente casuale che il rapporto di Zizek con il cinema sia molto intenso. Il risultato di questo rapporto è doppio: da una parte assistiamo a un’illustrazione continua dei concetti filosofici e psicoanalitici in riferimento a film celeberrimi, da Hitchcock ad Alien trasformato in personaggio filosofico; dall’altra parte lo stesso Zizek si trasforma in personaggio cinematografico in The Pervert’s Guide to Cinema di Sophie Fiennes (2006).
[5] S. Zizek, Il soggetto scabroso, Raffaello Cortina, Milano, p.192-3.
[6] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, Torino 1964 (6.54).
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