E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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sabato 18 ottobre 2014

Materialismo/realismo vs Idealismo/postmodernismo, 1

"Idealism, the ontological stance according to which the world is a product of our minds, went from being a deeply conservative position to become the norm in many academic departments and critical journals: cultural anthropologists came to believe that defending the rights of indigenous people implied adopting linguistic idealism and the epistemological relativism that goes with it; microsociologists correctly denounced the concept of a harmonious society espoused by their functionalist predecessors, but only to embrace an idealist phenomenology; and many academic departments, particularly those that attach the label “studies” to their name, completely forgot about material life and concentrated instead on textual hermeneutics. To make things worse this conservative turn was concealed under several layers of radical chic, making it appealing to students and even activists pursuing a more progressive agenda."

Manuel DeLanda, Deleuze: history and science, p.29

lunedì 10 febbraio 2014

Depressione, musica, postmodernismo, creazione

Questo doveva essere un post sulla depressione meteoropatica. Invece si è trasformato nell'ampliamento di una vecchia bozza, scritta a dicembre mentre terminavo la mia tesi di dottorato. Vi stavo spiegando la mia attrazione per la musica di Nico Muhly, che ho recentemente scoperto. Ne parlo subito dopo.
Il punto importante è che anziché scrivere sulla depressione ho cominciato ad ascoltare la musica di Muhly e da lì mi sono spostato su Alva Noto e i suoni elettronici mi hanno fatto passare l'accenno di depressione.
I suoni elettronici sono un oggetto musicale estremamente interessante, e ancora misterioso: dagli anni '50 sappiamo produrre onde sonore assenti "in natura", eppure, che io sappia, non esiste ancora una teoria musicologica e/o cognitiva capace di spiegare l'effetto che tali suoni hanno su di noi. Poiché essi si accompagnano sempre ai vecchi parametri musicali, probabilmente un'indagine sperimentale accurata scoprirebbe che ciò conta sono sempre i cari vecchi ritmo, velocità, registro, ecc.
Per il timbro, come noto, non c'è una teoria cognitiva in grado di spiegarne l'effetto, ma soltanto dei tentativi parziali.

E ora veniamo a Muhly. Il post è in via di scrittura, come tutto ciò che scrivo, del resto

***

Il mio ideale musicale è una specie di postmodernismo non manieristico, colto intelligente e fruibile, musica per le masse (come le vorrei io).

La musica di Mhuly è un flusso discreto che punta a una sperimentazione perfattamente rilevante, alla pura ascoltabilità dell'oggetto musicale.
La dimensione strutturante sembra essere quella melodica (violino e archi), nonostante le sovrapposizioni di molti timbri.

Consideriamo Drones, due dischi composti a partire da un medesimo materiale abbastanza semplice, nella versione per pianoforte e archi (Drones and piano) e nela versione per violino solo (Drones and violin).

La violenza avanguardistica sembra assente, quasi si trattasse di una via d'uscita dal Novecento. La sua musica sembra sempre molto "naturale", come se non perdesse di vista mai l'ascoltatore (è questo un desideratum del musicologo Fred Lerdahl). Una metamorfosi continua e logica, e tuttavia sempre vivente, nuova e imprevedibile.
Sembra quasi che io stia parlando della Musica in generale, ed infatti è così: Muhly mi pare essere un ottimo paradigma di ciò che può l'umanità alle prese coi suoni, dentro e fuori dalle determinazioni sociali e culturali.
Se un marziano scendesse sulla Terra e chiedesse di fargli incontrare un musicista vivente, cercherei sicuramente di mandarlo da Muhly.



[Aggiungere: l'atto creativo secondo Deleuze]

lunedì 4 novembre 2013

Musica come pensiero (Scrivendo la tesi)

Se non ascolto una buona musica, il mio cervello si impalla rapidamente e rallento il ritmo.
Ascoltare musica (in realtà senza ascoltarla) mi aiuta a concentrarmi, sembra dare impulso al movimento del mio pensiero.
Potrebbe essere una caratteristica peculiare del mio cervello, ma ovviamente non lo è: e l'osservazione converge con l'interpretazione della musica come arte più metafisica (Schopenhauer).
L'impalpabilità della metafisica altro non è che la vita della menta vissuta dall'interno.

***
Quando lo stress psicofisico da scrittura è massimo (con effetto di inspiegabile stanchezza quasi morbosa) non basta più ASCOLTARE. Devo mettermi al pianoforte e leggere qualche pezzo nuovo, che so piacermi all'ascolto.

In questo caso, il n.3 della Musica Ricercata di Ligeti.

***
Il pop-rock invece è fortemente distraente. Posto che lo ascolto solo quando mi sento nel giusto mood, ma la presenza del testo, ancorché in inglese, e ancorché io per decenni non mi sia impegnato a comprendere nessun testo, tuttavia interferisce oggettivamente con la scrittura. Forse anche perché sto scrivendo in inglese.
Insomma, non posso ascoltare la colonna sonora di Until the End of the World.

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E poi il minimalismo. L'ossessività del Glass degli anni Settanta, per esempio North Star: un perfetto sottofondo dinamico del pensiero.

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Mozart no! Ti rilassa troppo, ti rende felice, ma tu non devi essere felice: devi PENSARE E SCRIVERE!

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(2 dicembre)
Mi sembra incredibile ma durante i giorni del congedo mi sono SAZIATO di musica, ne ho ascoltata tantissima, in continuazione. Alla fine non ne volevo più. C'è un limite anche alle droghe.

***
(19 dicembre)

RUSH FINALE: su Spotify sto ascoltando tutti i dischi di Nico Muhly da circa 6 ore. Lo ascolterò per tutta la notte. L'ho scoperto due giorni fa e la sua musica mi sembra PERFETTA. Perfetta, è senza dubbio perfetta.
Il mio ideale musicale è una specie di postmodernismo non manieristico, profondo, intelligente e fruibile. Nuova musica per le masse

La musica di Muhly è un flusso discreto che punta a una sperimentazione rilevante, alla pura ascoltabilità dell'oggetto musicale.
La sua dimensione strutturante sembra essere quella melodica (violino e archi), nonostante le sovrapposizioni di molti timbri. nulla sembra artefatto, nulla sembra puramente intellettuale-spirituale o puramente meccanico-naturale.
Musica universale hegeliana!

mercoledì 29 agosto 2012

Jacques Derrida da me medesimo manualizzando


Presentazione.
La genealogia filosofica di Derrida è del tutto tipica della cultura francese degli anni ’40-‘50, e in particolare della formazione degli allievi dell’Ecole Normale Supérieure [vedi GEOGRAFIA DEL POST-STRUTTURALISMO]: si tratta delle canoniche “tre H” (Hegel, Husserl e Heidegger) e degli autori della cosiddetta (da Paul Ricoeur) scuola del sospetto (Marx, Nietzsche, Freud). Rispetto a Foucault e Deleuze, Derrida è un pensatore ancor più emblematico del postmodernismo, e come tale ha sempre ricevuto le più accese critiche da parte dei filosofi avversi al postmodernismo: significativa a questo proposito fu la contestazione dell’assegnazione della laurea honoris causa a Cambridge, nel 1992, con il pretesto che nella filosofia derridiana non fosse possibile reperire una teoria della verità (in un senso accettabile dagli analitici). Più di altri filosofi postmoderni (o ascritti a tale “corrente”) Derrida è stato ripetutamente accusato di non essere un vero filosofo ma piuttosto uno scrittore (un’accusa, questa, spesso mossa anche a Nietzsche): i suoi testi sarebbero infatti sprovvisti delle caratteristiche minime richieste al genere filosofico (argomentazione chiara, tematizzazione adeguata dei problemi e dei concetti, indicazione di soluzioni ai problemi proposti, ricerca di una teoria soddisfacente). Ma proprio l’originalità del trattamento sperimentale che Derrida riserva alla filosofia, da una parte sottoponendola a qualcosa di simile a una psicoanalisi freudiana, dall’altra sollecitandola fino ai suoi confini con la letteratura e l’arte, costituisce buona parte dell’importanza e dell’influenza che questo grande filosofo ha esercitato ed esercita tuttora.


Decostruzione e differenza
I due concetti cui il nome di Derrida è inscindibilmente legato sono la Decostruzione e la differenza. Di Decostruzione aveva già parlato Heidegger (in tedesco Dekonstruktion o Abbau): è un’operazione metafisica che ha luogo nell’ambito della storia dell’essere; è il venire meno, il destrutturarsi, o decostruirsi appunto, delle tradizionali istanze concettuali del pensiero metafisico, ossia – nella lettura nietzscheana e poi heideggeriana – del pensiero tout court, almeno di quello occidentale, e per un portato idealista sotteso a tutta l’ermeneutica (“l’essere che possiamo comprendere è linguaggio”, Gadamer) della realtà che non è pensabile al di fuori del pensiero/linguaggio.
La metafisica occidentale, da Platone a Nietzsche, consterebbe di una serie di opposizioni concettuali, quali: sensibile/soprasensibile, uomo/animale, uomo/donna, mito/logos, razionale/irrazionale, voce/scrittura, bene/male, ecc. Il “metodo” decostruttivo (ma in realtà si tratta di un procedimento così erratico e per certi versi poeticamente creativo da rendere impossibile parlare di metodo) mostra che all’interno di ogni testo filosofico della tradizione il discorso si struttura necessariamente sulla base di qualche opposizione del genere, mirando a mettere in luce che gli opposti stanno tra loro in una tensione dialettica sempre aperta su un terzo termine, che per Hegel era la Sintesi.
Nella conferenza omonima Derrida pensa il concetto di Differenza - o differanza come scrivono alcuni traduttori (in francese différance, con la a anziché con la e) - come alla differenza metafisica che è l’origine di tutte le differenze, ossia di tutti i segni e di tutte le cose: l’arci-differenza. La Differenza non è questa o quella differenza empirica o trascendentale perché la stessa opposizione empirico/trascendentale è possibile grazie al differire della Differenza: è la Differenza in sé, ciò che Plotino chiamava, con un’espressione spesso citata da Derrida, l’informe traccia della forma. Il nome stesso, différance, non è comprensibile se non leggendolo, il che è un buon esempio dell’idea centrale di Derrida riguardo alla scrittura, dalla metafisica tradizionalmente rimossa rispetto alla voce.


Metafisica della scrittura. La tematica della Differenza trova nella scrittura un suo banco di prova privilegiato. In una serie di opere infatti (La voce e il fenomeno; Della grammatologia; La scrittura e la differenza) Derrida ha facile gioco nel mostrare come la filosofia abbia tradizionalmente subordinato la scrittura alla voce, ipostatizzando lo spirito vivente (si pensi alla coscienza della fenomenologia husserliana) e considerando la scrittura come un supplemento privo di vita e al limite perverso e nocivo (il Fedro platonico è all’inizio di questa storia di rimozione della scrittura). Derrida pensa invece che la scrittura, intesa come iscrizione, preservazione del presente attraverso tracce che testimoniano il passato e permettono l’interpretazione futura, sia originaria rispetto al pensiero e alle sue manifestazioni viventi, come la voce in tutte le sue declinazioni: voce della coscienza, soliloquio interiore, dialogo, ecc. Derrida ha chiamato “logocentrismo” questa rimozione strutturale della scrittura: la metafisica pospone e subordina la materialità del significante (la traccia in tutti i suoi aspetti non significativi) all’idealità del significato, il logos.
Di tutte le coppie concettuali decostruite da Derrida quella di scrittura e voce è senz’altro la più significativa: da essa deriva la corrente “testualista”, teorizzata da Richard Rorty e di cui Derrida sarebbe il massimo esponente. La famosa affermazione derridiana secondo cui “non esiste fuori-testo” è stata infatti interpretata nel senso che non esisterebbe nulla al di fuori di un discorso teorico, di un mondo testuale costruito da questa o quella tradizione filosofica, venendo a sostenere qualcosa di simile al filosofo della scienza Willard Van Orman Quine, secondo cui nulla esiste al di fuori di una teoria. Derrida ha successivamente attenuato il senso di questa affermazione, intendendo che nulla avrebbe senso al di fuori del suo contesto: se questa attenuazione rischia di risultare banalmente vera, si mostrano qui altre possibili analogie del pensiero filosofico derridiano, in particolare con la filosofia del secondo Wittgenstein e la sua tematizzazione delle forme di vita e dei giochi linguistici, che vanno osservati più che pensati.


Verità, metodo, teoria
In comune con il post-strutturalismo (e a differenza di alcuni suoi successori come Alain Badiou, cfr. cap. Pop-filosofia, maitres-à-penser e neurofilosofi) Derrida questiona il concetto stesso di verità, pur non approdando affatto a posizione relativistiche (questo sarà evidente nell’ultima fase della produzione derridiana, quella più spiccatamente etico-politica), ma piuttosto a un arcitrascendentalismo di stile non incompatibile con quello kantiano. Se ogni dato empirico ha un’origine trascendentale, il trascendentale è l’origine della verità; tuttavia il trascendentale non potrà essere ridotto all’elenco kantiano di forme pure dell’intuizione, categorie e schemi, ma si rivelerà di volta in volta come Differenza attraverso l’operazione di decostruzione dei testi e delle tracce di cui la storia della metafisica è la disseminazione.
Cade così da sé l’accusa di mancanza di metodo, spesso rivolta a Derrida e alla decostruzione, e che rappresenta una differenza forte rispetto all’ermeneutica gadameriana cui pure spesso Derrida viene avvicinato. La decostruzione non può avere un metodo semplicemente perché la decostruzione decostruisce ogni metodo, mostrando l’impalcatura logica e concettuale e la sua non-assolutezza, la sua relatività dialettica che fa sì che ogni concetto chiaro e distinto sia sempre dipendente e quindi intrinseco al proprio opposto: non per nulla si è parlato di un iper-hegelismo di Derrida.
In questo modo si indebolisce anche la possibilità di una teoria filosofica compiuta: la decostruzione si caratterizza come dissoluzione di tutte le teorie esistenti, non certo per spirito distruttivo ma perché queste si basano su presupposti che celano la struttura dialettica della realtà e del pensiero: portare alla luce il rimosso di ogni pensiero non può che essere un’operazione demistificatrice e salutare.


Messianismo e politiche spettrali. L’ultima fase della filosofia derridiana è caratterizzata da un forte interesse per l’etica e la politica, che in precedenza erano sempre stati sullo sfondo degli scritti derridiani, con prese di posizione anche molto forti (per esempio contro l’eurocentrismo dello Husserl della Crisi delle scienze occidentali). In una serie di opere in cui si decostruiscono come sempre i testi della tradizione letteraria, filosofica, etica e politica, Derrida sferra un potente attacco all’umanismo progressista e al relativismo postmodernista, a dispetto del fatto che la sua filosofia sia spesso stata criticata come una delle forme filosofiche del relativismo contemporaneo.
Parallelamente a un accresciuto interesse per la politica si accentua anche l’insistenza di Derrida sulla tematica del messianismo ebraico, che viene trasposto dal campo religioso a quello puramente metafisico. La struttura logica soggiacente a tutti gli atti di decostruzione mostrati nei testi derridiani è sempre quella per cui se è vero che, secondo la lezione di Heidegger, non si dà mai una pura presenza (il vero dono non è quello che si può donare, il vero perdono non è quello che si può concedere ecc.) è anche vero che gli esseri umani sono costantemente in cerca di una piena presenza. L’analogia con la filosofia di Kant è evidente, e infatti vi è un’istanza “illuministica” in quest’ultima fase del pensiero derridiano: ciò che non è coglibile dalla ragione come oggetto del pensiero acquista il suo senso in prospettiva tendenziale, come idea della ragione (o come orizzonte della decostruzione).
In Spettri di Marx (1993) Derrida esplicita definitivamente il suo interesse per la filosofia politica. Marx viene riletto in una chiave originale, quasi “letteraria”, e messo a confronto con Shakespeare: lo spettro del comunismo che si aggira per l’Europa (Manifesto del partito comunista) viene paragonato al fantasma del padre di Amleto e analizzato nei termini freudiani del ritorno del rimosso, per cui il naufragio del comunismo – sovietico – non è un argomento decisivo contro la persistenza delle istanze rivoluzionarie e di emancipazione, di cui Marx nella lettura derridiana (che ne fa più un pensatore messianico dell’emancipazione e della giustizia che un filosofo della rivoluzione) appare un campione.
Gli ultimissimi testi di Derrida testimoniano di un impegno politico diretto e radicale in un modo insospettabile nelle prime fasi della sua opera: il filosofo francese mette infatti il suo armamentario decostruttivo a confronto con l’attualità mondiale, stigmatizzando per esempio la guerra americana in Afghanistan e Iraq e interpretando l’attentato dell’11 settembre alle due Torri Gemelle come una conseguenza della politica di terrore attuata dagli Stati Uniti nel corso del dopoguerra. Inoltre, molti tra gli ultimi testi di Derrida decostruiscono l’opposizione uomo/animale, inserendosi in modo peculiare nel recente dibattito filosofico animalista.

giovedì 27 ottobre 2011

Mia risposta a due commenti su "Ragionare con la mente estesa", su Alfabeta 2 online

Postato su Alfabeta 2

[...] è difficile non concordare sul fatto che il medium comunicativo condizioni i contenuti, ma da qui a concluderne che il mezzo sia il messaggio ci vuole la genialità di McLuhann. Se rifuggiamo dall’immagine strutturalista o postmodernista dell’individuo come nodo (o insieme di nodi) di una rete sistemica di sensi e significati, concorderemo che a monte di qualsiasi espressione/comunicazione c’è un’intenzione, un soggetto pensante e incarnato, la cui intenzionalità non si lascia comprimere completamente dal medium comunicativo (non più di quanto un regime totalitario comprima completamente le libertà individuali: qualcosa residua sempre).
“Interazione leggera” mi sta benissimo, se alludiamo con questo al fatto che di norma si parte dall’assenza di interazione faccia a faccia. Il che non giustifica i toni apocalittici sulla perdita della dimensione fisica della relazione: certe relazioni fisiche non producono grande socializzazione, mentre in passato si sono dati casi più che soddisfacenti di rapporti ecsclusivamente epistolari tra illustri ingegni (mi vengono subito in mente Gandhi e Tolstoj).
La questione del frame (suppongo in senso goffmaniano): è certamente importante, e un critico del social network ha gioco facile nell’osservare che l’assenza di corporeità costituisce un frame particolarmente asettico. Si può rispondere in molti modi: il frame non è mai assente, e allora non si vede perché dovremmo preferire i vecchi frames della comunicazione standardizzata nella società capitalista dello spettacolo integrato, (mercificata autoritaria strategica inautentica e chi più ne ha più ne disprezzi) piuttosto che una modalità “nuova” di interazione tra individui a priori reciprocamente sconosciuti, che scambiandosi frammenti testuali, immagini e segni di vario tipo possono agevolmente arrivare a conoscersi “realmente”, se ne hanno voglia e occasione.
Sul fatto che pochi interagiscano per “costruire senso” (posto che il senso si costruisca socialmente, cosa che non credo, ma intendo l’espressione come un “agire comunicativo”) non sono d’accordo: la mia esperienza personale mi dice che di senso ho provato a costruirne parecchio (ho dialogato con scrittori e politici, ho imparato e insegnato, scambiato informazioni, corretto errori, smontato stupidaggini). E a parte il mio caso personale potrei solo limitarmi a citare gli esempi più politici, come l’attuale protesta NoTav, o il Popolo Viola e il No-Berlusconi Day, l’Onda, ecc.: sono tutti casi in cui individui non precedentemente integrati in gruppi costituiti hanno potuto comunicare, organizzarsi e agire efficacemente. Mi pare che questo possa corrispondere almeno a una delle possibili definizioni di “costruzione sociale di senso”.
Certamente i social network sono diversi tra loro, e per parlarne nel dettaglio bisogna studiarli uno per uno: io mi riferivo genericamente a Facebook, che conosco e pratico più di ogni altro, e non pretendevo di considerare universale il mio modello.
Riguardo alla filosofia: non ho mai pensato che la filosofia sia sterile, al punto che cerco sempre – senza gran successo – di convincere i miei allievi a studiarla all’università. Penso però che possa essere sterile, specialmente in una prospettiva planetaria e non provinciale come la nostra, l’insegnamento della storia della filosofia, o quantomeno il vecchio dogma hegeliano-gentiliano-crociano per cui la filosofia è storia della filosofia. In questo senso l’incontro (di persona e non su Facebook…) con il filosofo Roberto Casati è stato per me fondamentale: per fare filosofia – mi disse Roberto – bisogna studiare i problemi filosofici attuali, e poi eventualmente risalire all’indietro fin dove si vuole (lui disse vent’anni…). Ti rimando al capitolo della sua recente Prima lezione di filosofia per un punto di vista non storicista , che condivido in pieno, sull’insegnamento della filosofia.
Ben vengano le “teorie dell’assurdo” (per citare un libro di Francesco Berto sui sistemi logici non classici) o la logica buddhista: sempre di logica si tratta, ossia – insisto – di una materia che nelle nostre scuole superiori non si studia normalmente. Nulla vieta di dilungarsi un po’ sul sillogismo mentre si spiega Aristotele, ma la logica moderna è tutt’altra cosa e il tempo scolastico per insegnarla io non saprei proprio dove trovarlo.
Ora rispondo anche ad Andrea (che ho costretto a leggere fin qui…): tu mi obietti che il modello logico-argomentativo non sia mai scomparso dalla nostra società, almeno grazie alla conversazione, ma mi pare che tu alluda a un modello alto di conversazione, mentre se prendiamo come esempio la conversazione calcistica (con tutto il rispetto per lo sport) abbiamo un condensato di tutto ciò che argomentazione non è, nemmeno nel senso di “cattiva argomentazione”: semplicemente non si adducono argomenti, non li si concatena in modo logico, non si traggono conseguenze e se le si traggono non ci sforza di essere coerenti con esse. Conversazione a parte (e come dici tu, oggi anche quella è un’esperienza in via di scomparsa) mi riferivo al fatto che le cosiddette moltitudini siano ben poco esposte alle regole logiche dell’argomentazione.
Da ultimo Wittgenstein, di cui ricordo, Andrea, che eri studioso in Francia: lungi da me l’idea di sminuirlo, lo considero semplicemente il filosofo più importante del Novecento (altro che Heidegger!) ma ciò non toglie che il paradigma cognitivo gli fosse necessariamente precluso, per ovvi motivi cronologici. Quindi, usare Wittgenstein contro le scienze cognitive mi pare un inutile anacronismo dato che Ludwig ha molto altro da dirci. Mi sembrerebbe insomma un po’ come usare Bruno o Bacone come antidoto alla scienza galileiana.
Tu parli di contravveleno al cognitivismo, ma io penso che il vero veleno sia proprio il postmodernismo e la sua incapacità di confrontarsi con la scienza in modo costruttivo (salve forse rare eccezioni, ma non saprei bene quali) e al di là di una generica simpatia politica che non fatico a tributargli. L’importanza della scienza cognitiva per la filosofia è per me centrale, e anche questo lo devo a Casati: nella nostra chiacchierata inaugurale mi fece rapidamente capire come proprio grazie al confronto con le scienze cognitive la filosofia sia finalmente uscita dal recinto delle intuizioni personali e della filosofia da poltrona. Ci stava comoda, la filosofia, in poltrona, ma ora i tempi stanno cambiando. E per fortuna, aggiungerei da ottimista.

lunedì 20 settembre 2010

Oggi Badiou vince tutti: per chi fosse interessato, ho il pdf con le note...

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giovedì 13 maggio 2010

Espettorazione superstite del litigio con Gilda Policastro

Il detentore della nota della discordia, Vladimir D'Amora, ha preferito - secondo me correttamente - spegnere la nota con il suo codazzo di nostri commenti vacui e "livorosi" (GP), ovverosia velenosi "lazzi e frizzi" (EA).
Per fortuna, o no, avevo scritto in word la mia prima replica più sostanziosa.
Eccola qui:

ehm, ehm, la trama si infittisce, come direbbe Snoopy, il mio critico preferito.
A parte che le mie contraddizioni non saranno mai macroscopiche come le tue, che neghi dignità di comprensione al popolo del social network (SN) e poi dedichi tempo per rispondergli puntualmente…
Lasciami espettorare ancora un poco, che mi sento la gola gonfia.
C'è del verissimo in quel che dici, e tuttavia c'è del falso.
Premetto che hai ragione, sono forse io il più frustrato qui dentro, tuttavia non è quello il motivo per il quale non mi piace trovar citati Deleuze & Guattari (che ho studiato per svariati anni) come se fossero un indicatore di cultura. Quella cultura (all’ingrosso la postmoderna) si fonda su un certo tipo di saccente ignoranza, in particolare su un atteggiamento ostile verso il realismo scientifico, col che si finisce a sostenere le stupidaggini di Vattimo & co. (Berlusconi ha vinto perché si è abbandonato il pensiero debole).

Ho anche lasciata aperta la possibilità di non avere compreso la tua poesia, e infatti rileggendola per l’ennesima volta decido che va letta come sospettavo, ossia CONTRO Deleuze & Guattari ecc.

Ma ora ti rispondo come ti stavo rispondendo prima di riorientare la mia lettura. In modo non organico e contraddittorio, perché nessuno deve darmi un voto.

Riguardo alla tua intolleranza del nostro amichevole scambio di lazzi e frizzi rivolti a un tuo testo: capisco che sia sgradevole ma se si scrive un testo ci si espone anche a questo, e siccome il testo interrogato non risponde, fa un po’ ridere che il suo autore corra poi in suo soccorso per rispondere in vece sua, come amorevole madre di un logos scritto, figlio orfano bastardo.

Mi pare più che altro che pecchi di incomprensione psicologica verso le dinamiche comunicative dei social networks. Dire che sia frustrato chi comunica qui, parlando di arte, o di politica, o di sesso o della tua poesia, è un atteggiamento che non spiega nulla: si è frustrati quando si parla leggermente di qualcosa con "amici"? Sono frustrati i critici che non scriveranno mai come gli autori criticati? Sono frustrati quelli che inventano eventi politici come il cosiddetto Popolo Viola? Sono frustrati quelli che su Facebook conoscono i loro scrittori preferiti? Erano frustrati i leghisti, ma ora governano.
La tua risposta ai nostri espettoramenti mi fa venire in mente la posizione dei musicologi che difendono il “principio della serialità atonale”, come lo chiami tu (meglio: serialismo integrale, estensione della dodecafonia, a sua volta superamento dell’atonalità): “il pubblico non apprezza? Deve imparare ad apprezzare, la mente umana è plasmabile e l’educazione può forgiare la mente…”
La mente come tabula rasa sottende una psicologia comportamentista secondo cui la reazione segue necessariamente allo stimolo: "se offri musica dodecafonica in pasto al pubblico di merda, quello si accultura e dodecafonizza, e alla fine i quartetti di Webern saranno apprezzati dal pubblico come un tempo quelli di Haydn e Mozart". MA NON E' VERO. Questa immagine della mente, in psicologia è da tempo superata grazie a studiosi seri come Chomsky (non simpatici filosofi zuzzurelloni come Deleuze e Guattari). Il comportamentismo associazionista non può spiegare l’apprendimento linguistico e culturale, e la mente ha le sue regole naturali che sono innanzitutto di tipo cognitivo, e solo secondariamente di tipo culturale.
Su questa psicologia retriva di tipo comportamentista si fonda implicitamente gran parte della cultura umanistica contemporanea, letteraria, artistica, sociologica e anche politica.
Ne sono arciconvinto ed ecco perché mi provoca sconforto trovare citati D&G e la musica seriale, luminosi esempi di un pensiero di sinistra errato impotente e sconfitto, come il marxismo, vetero- neo- e post-.

[ma ora ammetto di avere forse frainteso, forse la pensi anche tu in maniera simile, e connoti negativamente D&G]

Che ti interessi poco o punto sapere che c’è gente che viene a conoscere alcuni tuoi testi e interventi proprio grazie al SN, non fa alcuna differenza (ormai funziona così, non ci puoi fare niente) e semmai denota una tua posizione un po’ arroccata, come se “il mondo vero” della cultura fosse quello in cui vivi tu e tutti gli altri poveretti incapaci di pensiero organico coerente e lineare vivessero nel mondo della favola. In un’epoca in cui si legge poco e si capisce ancor meno, la tua è una posizione difficile da sostenere: se il SN fa circolare rappresentazioni collettive, bisogna fare i conti con queste rappresentazioni collettive.
Sul SN regna l’anarchia, dici tu, e io dico: evviva l’anarchia se l’alternativa è l’accademia così com’è stata finora, un’accademia che mi pare tu difenda col coltello tra i denti, senza accennare a spiegare perché dovrebbe essere cosa difendibile da tutti e non soltanto da chi ne ha fatto la propria ragione di vita (intellettuale).