E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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sabato 18 aprile 2020

Concetti pandem(on)ici (raccolta di articoli, in aggiornamento progressivo)

Questioni giuridiche.




Questioni filosofiche.

G. Agamben:







M. Ferraris: 








sabato 13 gennaio 2018

I filosofi e la morte (Roman nouveau, 35)

Riprendendo probabilmente Epicuro, e anticipando Sartre, nel Tractatus Logico-philosophicus Wittgenstein dice: “La morte non è evento della vita. La morte non si vive” (Tractatus, 6.4311). Chiunque abbia vissuto un lutto importante dovrebbe sapere che questo è uno dei tentativi consolatori della filosofia meno riusciti di tutti i tempi, perché il ragionamento vale solo – posto che valga – per la propria morte. Ma se a morire è un altro? Se a morire, nella fattispecie, è il proprio amatissimo padre?
Su questo punto il padre della psicoanalisi sembra avere visto decisamente meglio di quegli algidi filosofi, ossia Epicuro, Sartre e Wittgenstein (faccio notare en passant che nessuno dei tre è diventato padre, a differenza di Freud).
E infatti, in generale, dopo la morte di mio padre la filosofia mi risultò all'improvviso dolorosamente inutile, come se mi rendessi conto di essermi sempre ingannato sul potere salvifico del pensiero filosofico.
Cercare consolazione filosofica per la morte nella filosofia di Badiou, per esempio, è un'impresa disperata. Per Badiou la morte non ci riguarda, riguarda soltanto il nostro corpo, l'animale che c'è in noi, quell'involucro materiale di passioni, desideri, opinioni, che non può che scomparire in quanto essenzialmente temporale, caduco, solo parzialmente vero e in grandissima parte falso e irrilevante sub specie aeternitatis, come diceva Spinoza. Badiou è un anti-vitalista: la vera vita non può essere per lui altro che la vita eterna del Soggetto, che esiste solo quando si segue una Verità (cfr. Concetti badiousiani). Per questo lui ha ben ragione a definirsi platonico: Platone destinava all'anima umana, affine alle Idee o Forme, l'eternità che le competeva oltre qualsiasi nostalgia della vita terrena e delle nostre limitate miserie mortali. Ecco perché Nietzsche odiava Platone ed ecco perché Badiou non apprezza un granché Nietzsche, e nemmeno Deleuze e Foucault, in quanto nietzscheani.
E nemmeno io, nonostante fossi deleuziano, apprezzavo molto Nietzsche Foucault e Deleuze su questo punto. Il punto della morte. 
Fin da quando avevo iniziato a studiare Deleuze, durante il mio Erasmus a Strasburgo, il suo pensiero in fatto di morte mi era risultato estremamente oscuro. Tutta la sua filosofia, a dire il vero, era alquanto oscura ma il suo pensiero sulla morte lo era in modo particolare.
Deleuze parla di morte soprattutto in Logica del senso, tributando a Blanchot di avere detto le cose fondamentali:

la morte è a un tempo ciò che è in un rapporto estremo o definitivo con me e con il mio corpo, ciò che è fondato in me, ma anche ciò che è senza rapporto con me, l'incorporeo e l’infinito, l’impersonale, ciò che è fondato soltanto in se stesso.

Deleuze inserisce nella morte ciò che i dialettici chiamano una contraddizione: la morte mi appartiene propriamente e mi è radicalmente estranea. La contraddizione è una figura fondamentale del pensiero deleuziano, anche se lui la chiama “sintesi disgiuntiva”, un sintagma ossimorico ripreso da Kant. Di fatto si tratta della sintesi hegeliana, che unisce A e non-A in un superiore A’=B che toglie-e-conserva (Aufhebt) sia A che non-A. La duplicità inconciliabile dell'evento si manifesta in due modi:

Da un lato, la parte dell’evento che si realizza e si compie; dall’altro, “la parte dell’evento che il suo compimento non può realizzare.” Vi sono dunque due compimenti, i quali sono come l’effettuazione e la contro-effettuazione. Ed è per questo che la morte e la ferita non sono un evento come gli altri. Ogni evento è come la morte, doppio e impersonale nel suo doppio.

La morte, oltre che doppia, è qui detta incorporea, infinita, impersonale. Sono concetti che vanno ben chiarificati, se si vuole capire che cosa pensa Deleuze della morte. L'incorporeo deleuziano è il concetto stoico: gli stoici credevano che tutto fosse materiale tranne i cosiddetti incorporei (vuoto, tempo, luogo, significato). Gli incorporei stoico-deleuziani “Non sono sostantivi o aggettivi, ma verbi”, quindi, per capirci, anziché dire “la morte”, ipostatizzando, sostanzializzando, personificando, dovremmo magari dire “il morire”. Magari.
Riguardo all'infinito, poi, avevo trovato in Badiou un pensiero non romantico-intuitivo dell'infinito, pensato come insieme infinito cantoriano: sentirmi dire da Deleuze che la morte è infinito mi sembrava un pensiero oltremodo folcloristico per non dire insensato.
E veniamo all'impersonale, che è forse l'aspetto che mi interessava di più. Sempre Blanchot dice: 
Essa è l’abisso del presente, il tempo senza presente con il quale non ho rapporto, ciò verso cui non posso lanciarmi, poiché in essa io non muoio, sono decaduto dal potere di morire, in essa si muore, non si cessa e non si finisce di morire.
E Deleuze:

Quanto questo si differisce da quello della banalità quotidiana. È il si delle singolarità impersonali e preindividuali, il si dell’evento puro in cui egli muore come piove [il pleut]. Lo splendore del si è quello dell’evento stesso o della quarta persona. Ed è perciò che non vi sono eventi privati e altri collettivi; come non vi è individuale e universale, e non vi sono particolarità e generalità. Tutto è singolare e perciò collettivo e privato a un tempo, particolare e generale, né individuale né universale.

Che confusione! E non solo grammaticale, come direbbero i wittgensteiniani: a parte il fatto che in italiano non funziona, Deleuze voleva farmi credere che si possa dire “muore” come si dice “piove”? E perché mai? Che vantaggio si avrebbe per il pensiero a dire che “muore” anziché che qualcuno muore, all'occasione un mio caro o io stesso? Che garanzie mi dai, caro Deleuze? A che cosa serve questo tuo modo di pensare per un giovane come me? Mi veniva in mente ciò che disse Kostas Axelos, professore e amico di Deleuze, alla pubblicazione dell'Anti-Edipo: “tu, rispettabile professore francese, bravo sposo, eccellente padre di due bei bambini, amico fedele (...), vorresti che i tuoi allievi e i tuoi figli seguissero nella loro "vita reale" la strada della tua vita o per esempio quella di Artaud, a cui tanti scrittori si richiamano?”
Dopo questa frase Deleuze non cercò mai più Axelos.
Anche Badiou, tra l'altro, criticava il concetto deleuziano di morte: se per Deleuze la morte è l'evento per eccellenza, per Badiou un evento non ha nulla a che spartire con il negativo, la morte, la distruzione: esso è incorporea verità.
Badiou mi sembrava molto più sano di Deleuze sotto il rispetto della morte.

lunedì 16 ottobre 2017

Digressione sull’inconscio (Roman nouveau, 32bis)

Digressione sull’inconscio

Mi rendo conto che finora non ho parlato molto del concetto di inconscio, ma noi deleuziani siamo fatti così: con l’inconscio abbiamo un rapporto strano, di odio-amore. Innanzitutto è chiaro che dicendo “l’inconscio” sembra che io presupponga la sua esistenza, ma non è affatto così. L'inconscio non è una cosa, una parte della mente, bensì un dispositivo. Dispositivo è la parola che usano Foucault e Deleuze, e i filosofi come Agamben che da quegli autori dipendono strettamente. Anche in Heidegger c'è il “Gestell”, che Vattimo traduce come “Im-pianto”, ma è una cosa un po' diversa perché si riferisce all'Essere nel suo insieme, al modo in cui esso Essere si dà, si dis-vela in epoche della sua storia (dell'Essere), l'ultima delle quali sembrerebbe essere quella della metafisica, che si estende grossomodo da Platone a Nietzsche.
L'inconscio è un dispositivo psichico ma anche fisico, per noi deleuziani. Sul piano metafisico, Deleuze è un filosofo monista, un filosofo del'Uno-tutto, come del resto lo ha ben dipinto Badiou nel suo Deleuze. Il clamore dell'Essere.
A guardar bene Deleuze si potrebbe anche considerare un filosofo panpsichista, ossia per lui tutto l’Essere è animato, e preso in un circuito di contrazione e distensione da cui derivano le diverse vibrazioni del mlteplic reale.
In ogni caso l'inconscio è per Deleuze un modo di produzione della realtà. Ho già detto che per Deleuze (e Guattari), in contrasto con quella che loro chiamano concezione idealista del desiderio, il desiderio è creazione e non mancanza, vuoto da riempire. Ora devo aggiungere che per Deleuze (e Guattari) l’inconscio è acefalo, ossia: a-soggettivo. L’inconscio, cioè, non è il sapere inaccessibile del soggetto che non sa di sapere, come per Freud e Lacan, bensì un campo trascendentale di produzione schizofrenica automatica.

(continua...)

sabato 8 luglio 2017

Alcol (Roman nouveau, 23)

Non cominciai a bere a dismisura per la tristezza indotta dal fallimento della mancata traduzione: bevevo tantissimo fin dall'inizio dell'università. Mi avevano insegnato i miei compagni più grandi di un anno, i miei amici ubriaconi insieme ai quali compresi il valore inestimabile dell'amicizia tra uomini liberi. Grazie a loro imparai la potenza dell'alcol come antidepressivo e stimolante all'azione.

Solo in seguito ho scoperto che Deleuze è stato un gran bevitore, fino al 1967. In quell’anno scoprì di essere tisico (ma aveva temuto di avere un tumore ai polmoni) e smise di bere. Scoprì così che molti affetti filosofici che attribuiva all’alcol in realtà non ne dipendevano affatto. Secondo me Deleuze, dopo avere smesso di bere, è diventato molto più chiaro nella scrittura (lasciamo stare l’influenza schizoide di Guattari, nelle opere a due).

Io faccio parte della prima generazione Erasmus: a Strasburgo durante l'Erasmus avevo scoperto la birra. La notte in cui avevo conosciuto Yves, avevamo discusso fino al mattino di filosofia, a casa di un nostro compagno di università che voleva farsi prete ma poi si era innamorato. Aveva dato una festa e poi era andato a dormire con la sua fidanzata, dicendoci di continuare pure a bere indisturbati. Yves e io discutemmo tutta la notte di filosofia, non trovandoci mai d'accordo ma nemmeno mai veramente in disaccordo, il che è tipico di chi studia la filosofia postmoderna, che abolisce il concetto stesso di verità. Verso le sei del mattino menzionai l'argomento di Roland Barthes, secondo il quale il linguaggio è fascista perché obbliga a dire. Yves disse che nella scrittura di Barthes si sente talvolta la croccantezza della tartina.

Dissentendo su quel borghese omosessuale di Barthes, verso le sei di mattina lasciammo la casa del nostro ospite. Barcollando raggiungemmo una fermata d’autobus e Yves raccattò da terra un mozzicone di sigaretta. Nonostante le mie proteste. “Ne ho bisogno” mi disse con aria disgustata, e ci separammo dandoci la mano come fanno sempre i francesi quando si salutano (ormai l'avevo imparato).

Ecco perché l'anno dopo l'Erasmus a Strasburgo, durante il quale scrissi la mia orribile tesi su Deleuze, a casa di mio padre, bevevo molta birra. Mi ero allenato a Strasburgo.

Quando a Parigi seppi del mio fallimento editoriale e che non avrei probabilmente mai tradotto Deleuze la clameur de l'Etre di Alain Badiou (che infatti fu poi tradotto per Einaudi da Davide Tarizzo), intensificai la dose quotidiana di birra.
Alle sette di sera stappavo la prima Kronenbourg da 66 centilitri e iniziavo a sorseggiarla mentre leggevo L'essere e l'evento di Badiou oppure un libro di Deleuze. Verso le otto ero già alticcio e continuavo a bere a cena e dopocena. Spesso quando era ora di andare a dormire ero ubriaco e di ciò che avevo letto avevo capito ben poco, anche perché in preda all'entusiasmo alcolico saltavo da un testo all'altro mescolando Foucault con Houellebecq con Spinoza con…

Un vero disastro.

mercoledì 5 luglio 2017

Soldi (Roman nouveau, 22)

Ho finora omesso (e si tratta proprio di omissione), l’ovvia considerazione per cui andare a Parigi richiedeva di avere a disposizione i soldi necessari per poterlo fare. Onestamente: fino ad allora i soldi me li aveva dati mio padre.
Tuttavia durante l'università non mi consideravo un figlio di papà mantenuto, perché quando avevo vinto il posto al Collegio Ghislieri avevo letto nel regolamento che con un reddito annuale minore di un tot si diventava alunni gratuitamente. I miei genitori erano separati e mia madre, da insegnante, aveva quel reddito. Perciò avevo spostato la mia residenza da lei, perché mi pareva giusto riuscire a fare i miei studi universitari in collegio senza pagare, per una specie di mio merito intrinseco che sentivo di avere.
Mio padre però si era accorto del mio cambio di residenza e l'aveva nuovamente spostata a casa sua senza dirmi nulla: quando me ne accorsi andai su tutte le furie ma lui sostenne assurdamente che avevo fatto una cosa illegale e che non potevo spostare la residenza siccome nella separazione dei miei genitori ero stato affidato a lui. Così, per i primi tre anni al Ghislieri mio padre dovette stupidamente pagarmi il collegio nel quale avrei invece potuto studiare gratuitamente. Al quarto anno riuscii a spostare nuovamente la residenza e a convincere il Rettore che doveva permettermi di non pagare nessuna retta.
Al secondo anno di università ero passato a filosofia, e mio padre aveva detto che da allora in poi avrei dovuto pagarmi tutto da solo. Non mi parlò per due mesi. Verso la fine del mio periodo universitario si era dato una calmata: si era ormai rassegnato al fatto che con una laurea in filosofia non avrei trovato molto presto e facilmente un lavoro decente.
Quando gli dissi che dopo la laurea volevo andare a studiare a Parigi, mio padre mi chiese rabbiosamente se non volevo far altro che studiare per tutta la vita. Poi però, siccome lo avevo convinto che avrei iniziato a tradurre il libro di Badiou e avrei guadagnato qualcosa, aveva acconsentito a mantenermi almeno per il primo anno di studi a Parigi.
A Parigi sì che ero un figlio di papà mantenuto. Oramai non mi ponevo nemmeno più la questione del merito: così volevo che fosse, e tanto mi bastava. Va detto però che lo stato francese mi aiutava a pagare l'affitto, dandomi la metà di ciò che spendevo per quell'appartamentino preso insieme a Yves.
Ma il venir meno della prospettiva di tradurre Deleuze. La clameur de l'être, di Alain Badiou, mi metteva davanti all’ipotesi di un fallimento economico assoluto.

Per fortuna c’era mio padre, che mi sosteneva economicamente controvoglia.

giovedì 29 giugno 2017

Lilia (Roman nouveau, 20)

Lilia

Sinceramente io avrei voluto fidanzarmi con la mia amica Lilia. Era una moscovita che studiava filosofia in Francia da un po' di anni. Anche lei aveva studiato a Strasburgo, dove Lacoue-Labarthe, che l'apprezzava, l'aveva indirizzata a Parigi per proseguire i suoi studi con Alain Badiou, non so perché. Lilia era molto strana, sia fisicamente che intellettualmente. Era biondissima, quasi albina, portava i capelli corti come le donne sovietiche della mia immaginazione, e in effetti era nata durante la presidenza Breznev, nel 1972 come me (io però ero nato sotto Giovanni Leone).
Aveva gli occhi un po' sporgenti, azzurro-grigi, e la pelle pallidissima. Non avevo mai visto una ragazza così: sembrava un'aliena, parlava francese in maniera strana, tranne quando rideva. Lilia rideva di gusto, si faceva delle risate molto composte ma per niente artefatte, che comunicavano grande allegria (un’allegria russa). Ridevamo un sacco Lilia e io, nonostante passassimo il nostro tempo insieme guardando film di Godard alla videoteca di Paris 8 o discutendo di filosofia. Nient'altro che passatempi intellettuali per Lilia ed Edoardo.
Anche dal punto di vista intellettuale Lilia era strana, di una stranezza che non riuscivo a ricondurre al mio provincialismo italiano. Anche gli amici francesi la consideravano strana. Apparentemente aveva imparato la filosofia in maniera molto personale, soprattutto grazie a un suo amico filosofo che viveva a Mosca come un barbone. Questo amico filosofo era un grande genio della filosofia, diceva Lilia, ma la sua concezione della vita fondamentalmente nichilista lo aveva indotto a tenere sempre con sé una capsula di veleno per uccidersi, nel caso che la polizia moscovita, notoriamente corrotta e violenta, lo avesse arrestato. Per stare a Mosca ci vuole un permesso anche se sei russo, e lui questo permesso non lo aveva, perciò temeva di essere arrestato e picchiato. E prima che ciò accadesse lui si sarebbe ucciso con la capsula di veleno. Dai racconti che Lilia me ne faceva, mi sembrava di capire che lei fosse soggiogata da questo nichilista russo, forse ne era innamorata, non capivo, magari erano stati amanti, anzi lo sospettavo fortemente, a me sembrava un pazzo e non capivo in che cosa consistesse la sua grandezza filosofica dato che non sembrava avere teorie metafisiche comparabili con quelle dei grandi filosofi francesi a me noti. In effetti, la mia cultura filosofica era totalmente libresca e accademica, non ero pronto per apprezzare la personalità mistica di un vecchio russo che sembrava avere plagiato la mia bellissima amica filosofa. Quando provai a esprimere qualche dubbio lei mi disse: “tu non hai mai sperimentato il nulla”. Era indubitabilmente vero, così non osai più esprimere più alcun dubbio contro il suo amico.
Nemmeno Lilia pareva confrontabile con i miei canoni scolastici: non sembrava esperta di Heidegger, né di Derrida, né di altri filosofi contemporanei. La tesi che lei aveva proposto a Badiou non mi era affatto comprensibile e non capivo bene come mai i famosi filosofi francesi stessero ad ascoltarla anziché dirle di mettersi a studiare. Forse la ascoltavano per le stesse ragioni per cui la ascoltavo io? Era molto femminile e dolcissima, anche se non si capiva bene che cosa avesse in mente.
Era un'appassionata di pipistrelli e passava molto tempo a leggere libri di zoologia, o comunque libri assurdi di storia dell'arte o di scienze, dei quali non mi pareva che capisse granché, come del resto accadeva a me quando affrontavo libri per i quali non avevo una preparazione adeguata.
Le insegnai a dire in italiano “il pipistrello svolazza nella notte” e lei mi insegnò a dire in russo “gli uccellini cinguettano” (ptichkji chyrikut).
Quando ormai ero piuttosto innamorato di lei, un giorno mi disse che si sarebbe presto sposata col suo fidanzato serbo, Milan, che abitava lì a Parigi e del quale io non avevo mai sentito parlare. Cercai di dissimulare il mio sorprendente dispiacere ma lei se ne accorse perché mi chiese come mai reagissi così male a quella notizia.

Ostentai la massima felicità per lei, pur dichiarandomi scettico sul matrimonio in generale.

domenica 25 giugno 2017

Deleuze. Il clamore dell'essere (Roman nouveau, 16)


Deleuze. Il clamore dell'essere

Nel suo Deleuze. Il clamore dell'essere, Badiou propone una lettura eretica della filosofia deleuziana. Deleuze è sempre stato letto come filosofo della molteplicità e del desiderio, o come si dice in gergo: della molteplicità desiderante. La realtà è sostanziata di desiderio – un equivalente post-psicoanalitico della schopenhaueriana Wille zum Leben e della nietzscheana Wille zur Macht – e non è mai il semplice stato delle cose. Un ente è fatto di parti che lo compongono, un evento si compone di altri eventi, e così via, come in Leibniz: lo stagno è pieno di pesci che al loro interno sono fatti di altri stagni con altri pesci e così via ad infinitum... Questo almeno è ciò che tutti avevano sempre creduto fino al libro di Badiou: Deleuze. Il clamore dell'essere.
Nel libro di Badiou, infatti, si sostiene che, al di là delle apparenze, Deleuze è un pensatore dell'Uno-tutto, o anche dell'Uno-natura. Scompiglio generale all'uscita del libro. Ma come si permette, dicevano i deleuziani, di rovesciare completamente il senso della filosofia deleuziana? Eppure Badiou aveva dalla sua più di un passo testuale a conferma dell'importanza sempre accordata da Deleuze all'Essere inteso come Uno, come Evento unico. In un postmoderno neoplatonismo naturalistico, à la Bruno-Spinoza.
Per parte sua, un'affermazione assiomatica di Badiou è che l'Uno non esiste, l'unità è l'effetto di un'operazione strutturale chiamata conto-per-uno, o presentazione. Ogni ente è un-multiplo, come dovrebbe averci insegnato la teoria degli insiemi di Cantor, ma la base di ogni multiplo è l'insieme vuoto che Badiou considera “il nome proprio dell'essere”.


Ricevimento al café (Roman nouveau, 15)


Ricevimento al café

A causa della distanza dell'Università di Paris 8 dal centro della metropoli e da casa sua, Badiou riceveva gli studenti in un café a Denfert-Rocherau, a sud di Parigi, non lontano dalla Tour Montparnasse e dal famoso cimitero dove riposano, si fa per dire, Serge Gainsbourg e Samuel Beckett. Gli studenti di Badiou si sedevano ai tavolini e lui li riceveva in ordine di arrivo, discutendo con ciascuno le sue questioni per il tempo necessario.
La prima volta che andai al ricevimento nel café, la cosa mi sembrava un po' assurda ma capii subito che a Parigi poteva sembrare normale (volevo lasciarmi alle spalle in fretta tutte le mie reazioni da provinciale). Nell'attesa conobbi un po' di studenti, tra i quali anche Lilia, una simpatica ebrea russa dagli occhi di ghiaccio, e uno psicologo tunisino alcolizzato che lavorava per l'ONU (almeno così mi disse). 
Venuto il mio turno, dopo aver detto al professore, col sorriso più sportivo possibile, che non c'era stato nessun problema alla riunione dottorale a Paris 8 anche se lui non c'era e volevano affidarmi a un'altra professoressa, gli illustrai il mio progetto di tesina per il D.E.A. Il progetto verteva su un confronto tra la filosofia di Deleuze e quella di Badiou. Lui sembrò trovare del tutto ovvio che gli si proponesse come tema un confronto tra Deleuze e lui stesso. Affrontai conseguentemente la questione della traduzione del suo Deleuze. La clameur de l'Être. Gli dissi che stavo cercando una casa editrice e lui disse che era d'accordo che fossi io a tradurlo. Certo, il fatto che anche per il D.E.A. mi avesse incoraggiato salvo poi dimenticarmi al primo passo burocratico, mi rendeva un tantino diffidente. Ma con la sua parola potevo iniziare a contattare le case editrici italiane.

venerdì 23 giugno 2017

Una semplice dimenticanza (Roman nouveau, 13)


Una semplice dimenticanza

Dunque, mi trovavo finalmente a Parigi, in un appartamento sciatto ma reale, ormai iscritto al Diplôme d'Études Approfondies a Paris 8 e pronto a farmi valere come allievo italiano di Badiou. Ma quando andai a Paris 8 per la riunione preliminare degli studenti post-laurea, feci la brutta scoperta che Badiou, quel giorno assente come spesso in seguito, si era dimenticato di me. Mi volevano pertanto assegnare d'ufficio a una professoressa che non conoscevo (per una bizzarra coincidenza allora imprevedibile, anni dopo Antonia Soulez diventò effettivamente la mia direttrice di dottorato).
Spiegai ai professori riuniti che c'era un equivoco, io ero venuto a Parigi per studiare con Alain Badiou, il quale aveva dato il suo assenso e firmato le carte. La professoressa Soulez disse che per parte sua non aveva nessun desiderio particolare che io le venissi affidato, non conoscendomi affatto e non essendo affatto interessata alla mia ricerca. Sempre schietta la Soulez. Tutti i professori concordarono dunque che sarebbe stato Badiou il mio tutor di D.E.A., anche se apparentemente mi aveva temporaneamente scordato.
L'inizio accademico non era più così incoraggiante. Avevo tempestato Badiou di telefonate, gli avevo scritto lettere, ero andato a trovarlo il giorno della proclamazione alla Normale. Come diavolo aveva potuto dimenticarmi? Quanti italiani andavano a chiedergli di studiare con lui? Pensavo di essere l'unico!
Per la verità quel giorno conobbi altri due italiani che erano venuti a studiare a Paris 8, un torinese e un milanese, Bruno e Pierpaolo. Ma loro andavano a studiare con Jacques Rancière.
Rancière, Balibar e Badiou, sono i tre allievi famosi del neomarxista Louis Althusser: studiando con loro, noi tre giovani studenti italiani pieni di belle speranze ci mettevamo in contatto diretto con la grande tradizione filosofica francese contemporanea. Ma per quanto riguardava il D.E.A., mi sentivo superiore agli altri due, perché Badiou mi sembrava più importante di Rancière.
Dei due italiani quello che mi parve più pericoloso era Bruno, il milanese. Quando gli confidai con un certo sussiego che volevo tradurre il Deleuze di Badiou mi rivelò che ci aveva pensato anche lui, ma che gli sembrava che si sarebbe dovuto fare un bel lavoro filologico, con introduzione e apparato di note tutte quante.
Sì certo, pensai, tu fai pure le tue note e intanto il libro lo traduco io, che studio con l'Autore che mi ha dato il permesso di diventare il suo Traduttore.
Anche se poi si è dimenticato di venire alla riunione per l'inizio dell'anno accademico.