E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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domenica 4 settembre 2016
lunedì 1 settembre 2014
Roman nouveau, 1.1.1
Mi recai alla Normale al mattino presto e mi feci dire
a che ora ci sarebbe stata la proclamazione dei vincitori, poi andai ad
aspettare in un caffé vicino. Prolungai la colazione fino al momento che mi parve opportuno per avvicinarmi a quel tempio del sapere scolastico, nel quale avrei trovato la mia divinità vivente: Alain Badiou, un allievo di Althusser, uno che da giovane contestava Deleuze e parlava con Lacan!
Entrai alla Normale d Rue d'Ulm, facendomi strada tra ragazzi e ragazze eccitatissimi, dato che essere ammessi là dentro significa vedere il proprio destino pesantemente mutato. Chiesi di Badiou, e qualcuno mi disse che lo avrei trovato nel cortile. Non sapevo che faccia avesse, non l'avevo mai visto prima (sui suoi libri non c'erano fotografie), ma vidi un uomo di mezza età attorniato da ragazzi e qualche adulto e capii che si trattava di lui. Mi avvicinai e aspettai che finisse di parlare con gli astanti adoranti.
- E' lei il signor Badiou?
- Assolutamente.
Questo "assolutamente" mi parve brillantissimo (e allora non sapevo ancora che per quel filosofo un oggetto qualsiasi può essere più o meno se stesso).
- Buongiorno, io sono lo studente italiano che l'ha cercata per l'iscrizione al D.E.A. Le ho telefonato molte volte ma non l'ho mai trovata...
- Ah sì.
- Ecco, mi scusi se la disturbo oggi, qui, ma siccome devo sapere con certezza se lei acconsente alla mia iscrizione o no, sono venuto a disturbarla qui, mi scusi ma non potevo fare diversamente.
- Ma non c'è nessun problema, lei può iscriversi al D.E.A.
- Ma... sotto la sua direzione?
- Sotto la mia direzione!
Gli feci firmare il foglio che mi avevano dato a Paris8, e per tenerglielo fermo lo appoggiai sul tetto di una macchina parcheggiata nel cortile: era rovente e mi bruciai la mano ma sopportai stoicamente il dolore per non mettere a rischio la preziosissima firma.
Poi me ne andai un po' stordito. Questo semplice incontro di origine burocratica mi sembrava allora un evento quasi impensabile, qualcosa infinitamente superiore alla mia identità. Mi pareva di subire una splendida metamorfosi, come se la mia penosa persona iniziasse un processo di accrescimento glorioso. Mi sentivo circonfuso dalla luce del destino. O come si potrebbe più appropriatamente dire: mi sentivo preso in una procedura di fedeltà a quell'Evento che per me Badiou rappresentava necessariamente.
Per andare a Parigi e incontrare Badiou avevo chiesto ospitalità a un'amica di mio padre. Era una psicoanalista che avevo conosciuto anni prima in Italia. Quella sera, dopo avere incontrato Badiou, ero elettrizzato e durante la cena non mi trattenni dal parlarne. Raccontai che Badiou era un seguace di Lacan ma diceva di non avere mai fatto un'analisi; anzi in un suo testo si definiva "inanalizzato". Il compagno di Margaret, anche lui psicoanalista, disse che questa era una fortuna: aveva ancora la possibilità di farlo. Umorismo da strizzacervelli. Il mio leggero risentimento per quell'affermazione - di presunta superiorità dell'analizzato sul non analizzato - trovò vendetta quando Margaret si dichiarò "abbastanza lacaniana".
- Tu lacaniana? - disse il suo compagno stupito - non me lo avevi mai detto!
- Be' dai, in Francia siamo un po' tutti lacaniani., disse lei in modo poco convincente.
Andai a dormire soddisfatto, avevo seminato la giusta zizzania. Lacaniani, tzé.
Entrai alla Normale d Rue d'Ulm, facendomi strada tra ragazzi e ragazze eccitatissimi, dato che essere ammessi là dentro significa vedere il proprio destino pesantemente mutato. Chiesi di Badiou, e qualcuno mi disse che lo avrei trovato nel cortile. Non sapevo che faccia avesse, non l'avevo mai visto prima (sui suoi libri non c'erano fotografie), ma vidi un uomo di mezza età attorniato da ragazzi e qualche adulto e capii che si trattava di lui. Mi avvicinai e aspettai che finisse di parlare con gli astanti adoranti.
- E' lei il signor Badiou?
- Assolutamente.
Questo "assolutamente" mi parve brillantissimo (e allora non sapevo ancora che per quel filosofo un oggetto qualsiasi può essere più o meno se stesso).
- Buongiorno, io sono lo studente italiano che l'ha cercata per l'iscrizione al D.E.A. Le ho telefonato molte volte ma non l'ho mai trovata...
- Ah sì.
- Ecco, mi scusi se la disturbo oggi, qui, ma siccome devo sapere con certezza se lei acconsente alla mia iscrizione o no, sono venuto a disturbarla qui, mi scusi ma non potevo fare diversamente.
- Ma non c'è nessun problema, lei può iscriversi al D.E.A.
- Ma... sotto la sua direzione?
- Sotto la mia direzione!
Gli feci firmare il foglio che mi avevano dato a Paris8, e per tenerglielo fermo lo appoggiai sul tetto di una macchina parcheggiata nel cortile: era rovente e mi bruciai la mano ma sopportai stoicamente il dolore per non mettere a rischio la preziosissima firma.
Poi me ne andai un po' stordito. Questo semplice incontro di origine burocratica mi sembrava allora un evento quasi impensabile, qualcosa infinitamente superiore alla mia identità. Mi pareva di subire una splendida metamorfosi, come se la mia penosa persona iniziasse un processo di accrescimento glorioso. Mi sentivo circonfuso dalla luce del destino. O come si potrebbe più appropriatamente dire: mi sentivo preso in una procedura di fedeltà a quell'Evento che per me Badiou rappresentava necessariamente.
Per andare a Parigi e incontrare Badiou avevo chiesto ospitalità a un'amica di mio padre. Era una psicoanalista che avevo conosciuto anni prima in Italia. Quella sera, dopo avere incontrato Badiou, ero elettrizzato e durante la cena non mi trattenni dal parlarne. Raccontai che Badiou era un seguace di Lacan ma diceva di non avere mai fatto un'analisi; anzi in un suo testo si definiva "inanalizzato". Il compagno di Margaret, anche lui psicoanalista, disse che questa era una fortuna: aveva ancora la possibilità di farlo. Umorismo da strizzacervelli. Il mio leggero risentimento per quell'affermazione - di presunta superiorità dell'analizzato sul non analizzato - trovò vendetta quando Margaret si dichiarò "abbastanza lacaniana".
- Tu lacaniana? - disse il suo compagno stupito - non me lo avevi mai detto!
- Be' dai, in Francia siamo un po' tutti lacaniani., disse lei in modo poco convincente.
Andai a dormire soddisfatto, avevo seminato la giusta zizzania. Lacaniani, tzé.
Roman nouveau, 3
Il risultato di questo processo, che si avvicina sempre più al completo fallimento della lotta difensiva iniziale, è un Io straordinariamente limitato, e costretto a cercare nei sintomi i propri soddisfacimenti. (Sigmund Freud)
Che senso ha la vita di una persona? È una domanda assurda, spesso non ce la poniamo che troppo tardi, quando questa persona non c’è più, o quando quasi già non la ricordiamo. Viviamo il flusso dell'esistenza e ci barcameniamo tra gli eventi e le cose che compongono la nostra quotidianità: rifacciamo il letto, cuciniamo la pappa per il bambino, suoniamo il piano, leggiamo qualche pagina di un libro noioso, eccetera. E poi, zac, a un certo punto quando meno ce l'aspettiamo succede qualcosa. Qualcosa di terribile che ci fa cambiare prospettiva su tutto. Qualcosa che ci lascia senza fiato, distrutti, schiacciati, esausti e sporchi, dimentichi di tutto quello che prima era l’orizzonte della nostra speranza.
La morte giunge nelle nostre vite e è sempre un uragano contro il quale nessun allarme vale. Fluttuiamo ignari in una vastità terribile. Siamo fuscelli nell’oceano, strappati da un albero di cui non ricordiamo nulla. O come dice Freud: noi non siamo padroni a casa nostra. (D'accordo, ma vorremmo almeno capire perché l'affitto è tanto caro.)
Quando mio padre è morto ho subito sentito l'esigenza di trasformare la sua morte in narrazione. A quel tempo non sapevo che è un'esigenza del nostro cervello, la narrazione.
martedì 12 agosto 2014
Roman nouveau, Paris 8
Strana
sensazione
La
prima volta che misi piede a Paris 8 ebbi una sensazione mai
conosciuta prima. Io che ero vissuto sempre nella provincia
italiana ebbi la percezione diretta di essere parte di una minoranza
etnica: era luglio e non c'erano molti studenti, ma a una prima
occhiata quelli che erano lì erano tutti arabi o africani. Non mi
ero mai trovato in mezzo a tanta gente con la pelle di un colore così
più scuro della mia e mi sentii immediatamente fuori posto.
Cercavo
la segreteria del dipartimento di filosofia e trovai una stanzetta
affollata di persone che con l'ufficio non c'entravano nulla. Ancora
non sapevo che quella di filosofia a Paris 8 era una "segreteria
collettiva", in cui tutti i presenti rispondevano alle domande
di chiunque, se sapevano farlo. Nessuna autorità, nessuna gerarchia:
si potrebbe dire che il segretario fosse solo una singolarità
della moltitudine. In realtà era un tipo scazzatissimo, ma
questo l'ho capito più tardi.
Chiesi
del segretario e mi dissero che era via, nessuno sapeva se e quando
sarebbe tornato. Dato che era la mia ultima occasione per farmi
firmare da Badiou le carte vidimate dalla segreteria, necessarie per
poter iniziare l'anno universitario a settembre, provai l'angoscia di
vedermi a un passo dalla meta e poi fregato, come per l'Erasmus con
Derrida.
Vagando
a caso per i corridoi qualcuno mi additò per miracolo il segretario
di filosofia, che passava di lì proprio in quel momento: era un
signore coi capelli rossi e un nomignolo che mi sembrava arabo e
invece era berbero. Aveva un aspetto hippy: barba lunga e incolta,
berretto maghrebino, parecchi anelli vistosi e soprattutto un'aria di
strafottente importanza che nel corso degli anni mi diede sempre più
fastidio. Mi disse che ormai erano cominciate le vacanze e che Badiou
potevo trovarlo soltanto alla proclamazione dei vincitori del
concorso per l'ingresso all'Ecole Normale Supérieure, in Rue d'Ulm.
Decisi pertanto di andare a cercarlo lì, all'Ecole Normale
Supérieure, in Rue d'Ulm. Nonostante l'angoscia di rischiare il
fallimento della mia impresa, ero anche invogliato dal desiderio di
vedere la mitica grande école nella quale avevano prima
studiato e poi insegnato i più importanti filosofi francesi del XX
secolo.
sabato 5 aprile 2014
Roman nouveau, FILOSOFI1
Deleuze
è un filosofo della Differenza. Il concetto di differenza è al centro del sistema del suo intricatissimo pensiero. Deleuze pensa che la differenza sia “intensiva”, qualitativa anziché
quantitativa. La Differenza diventa un concetto metafisico che non
ha nulla a che vedere con il concetto logico di differenza (ma com'è possibile?) e si
collega alla nietzscheana “volontà di potenza”, consistente
nella valutazione di ogni ente secondo la prospettiva della sua
intrinseca quantità di energia. Il concetto di Differenza va analizzato insieme a quello di molteplicità. L’identità non è più il concetto
privilegiato della metafisica, così come avviene nella tradizione
filosofica da Platone fino a Hegel: nella
prospettiva di Deleuze ogni ente è paragonabile a una monade leibniziana
che anziché rapportarsi all’essere secondo le modalità della
rappresentazione “sintetizza” una quota di intensità o energia (da
intendersi metaforicamente, senza riferimento alla fisica) e questa energia è una molteplicità di possibilità. L’elemento qualitativo è
particolarmente presente nell’opposizione, di provenienza nietzscheana,
tra le “forze forti” e le “forze deboli”. Contro
la lettura volgare del pensiero gerarchico di Nietzsche, Deleuze fa
valere una ben diversa lettura: poiché
il prospettivismo nietzscheano annulla il concetto di sostanza
pensante, soggetto cartesiano, individuo, anche la realtà umana, come
quella naturale, risulta leggibile come campo di forze metafisiche
che si affrontano perennemente (visione tragica dell’essere,
eraclitea). Una forza è “forte” quando esprime appieno la propria
essenza, la propria potenzialità; è “debole” quando non giunge a
realizzare appieno la propria natura potenziale.
domenica 23 marzo 2014
Roman nouveau, 2.1
Di fini d'agosto a Parigi ne ho viste tante perciò mi pare
comprensibile che io le confonda le une con le altre. Quella del mio primo anno a Parigi però la
ricordo piuttosto bene.
Appena arrivato nella metropoli iniziai a cercare casa insieme a Yves, uno studente di filosofia con cui avevo fatto grande amicizia a Strasburgo durante l'Erasmus. C'erano le Giornate Mondiali della Gioventù, che erano un raduno giovanile di massa voluto dal papa polacco. Le strade di Parigi formicolavano di scout. Nella metropolitana non c'era spazio per procedere sulla banchina e spesso bisognava saltare sui rialzi per non essere urtati, ti aggrappavi per non cadere: c'erano giovani cattolici dappertutto con il loro strascico di immondizie. Sembrava un'invasione, era un'invasione, io la percepivo come tale. Yves era più contrariato di me: lui era cresciuto in una specie di comune hippy e odiava i cattolici (in effetti odiava anche gli hippy.
Appena arrivato nella metropoli iniziai a cercare casa insieme a Yves, uno studente di filosofia con cui avevo fatto grande amicizia a Strasburgo durante l'Erasmus. C'erano le Giornate Mondiali della Gioventù, che erano un raduno giovanile di massa voluto dal papa polacco. Le strade di Parigi formicolavano di scout. Nella metropolitana non c'era spazio per procedere sulla banchina e spesso bisognava saltare sui rialzi per non essere urtati, ti aggrappavi per non cadere: c'erano giovani cattolici dappertutto con il loro strascico di immondizie. Sembrava un'invasione, era un'invasione, io la percepivo come tale. Yves era più contrariato di me: lui era cresciuto in una specie di comune hippy e odiava i cattolici (in effetti odiava anche gli hippy.
Il primo
impatto con la città non era dunque quello che mi ero figurato. Mi sforzavo di visualizzare l'infinito che
finalmente mi si apriva davanti. Scout a parte, ero arrivato
nella città dei miei sogni.
La ricerca di appartamento a Parigi, per uno studente straniero non ricco è cosa difficile e disgustosa: il fatto che fossi in compagnia di un francese
rendeva le cose un po' più più facili, ma subivamo il trattamento
riservato a tutti gli studenti. Gli appuntamenti per la visita dell'appartamento erano organizzati tramite annunci su giornaletto settimanale. In base all'ordine di arrivo si formava una coda disciplinata, ma la maggior parte dei postulanti non riusciva nemmeno a vedere l'appartamento. Di solito veniva scelto uno studente tra i primi della coda, purché avesse le carte in regola. Se riuscivi a vederlo non potevi concederti il lusso di dire "ci penso un attimo": o firmavi o perdevi l'occasione. In questo modo, dopo parecchie tentate visite, uno si riduceva nello stato d'animo di prendere la prima cosa possibile.
Uno straniero da solo avrebbe trovato più penosa la selezione subita: l'anno successivo - abbandonai Yves perché la notte tornava spesso a casa ubriaco e poi diffondeva musica rap a tutto volume - visitai decine di appartamenti schifosi e costosissimi, stanzette della servitù (chambre de bonnes, le chiamano) ricavate tra un appartamento borghese e l'altro: nove metri quadrati con muri sottilissimi che ti fanno peneterare nell'intimità della famiglia accanto.
Ciononostante trovarne una in affitto era difficilissimo. Mentre mi rifiutava, un proprietario mi piagnucolò che dovevo capire, non ce l'aveva con gli stranieri ma una volta un caraibico lo aveva fregato, era partito senza pagare e i tribunali non avevano fatto nulla per riparare al torto: non ce l'aveva con me ma non ero francese e non poteva rischiare di nuovo. "La capisco, mi dispiace", dissi consolandolo.
Uno straniero da solo avrebbe trovato più penosa la selezione subita: l'anno successivo - abbandonai Yves perché la notte tornava spesso a casa ubriaco e poi diffondeva musica rap a tutto volume - visitai decine di appartamenti schifosi e costosissimi, stanzette della servitù (chambre de bonnes, le chiamano) ricavate tra un appartamento borghese e l'altro: nove metri quadrati con muri sottilissimi che ti fanno peneterare nell'intimità della famiglia accanto.
Ciononostante trovarne una in affitto era difficilissimo. Mentre mi rifiutava, un proprietario mi piagnucolò che dovevo capire, non ce l'aveva con gli stranieri ma una volta un caraibico lo aveva fregato, era partito senza pagare e i tribunali non avevano fatto nulla per riparare al torto: non ce l'aveva con me ma non ero francese e non poteva rischiare di nuovo. "La capisco, mi dispiace", dissi consolandolo.
Ma il primo anno a Parigi avevo al mio
fianco Yves. Era la persona meno accomodante del mondo. Gli facevano
schifo i padroni e non gliene fregava un cazzo di trovare un
appartamento decente: purché ci dessero qualcosa in fretta e ad un
prezzo accettabile. Accettabile, a Parigi significa: carissimo.
lunedì 17 marzo 2014
Roman nouveau, 1
Sempre avevo temuto di essere pressoché vuoto, di non avere insomma alcuna seria ragione per esistere. Adesso davanti ai fatti ero proprio certo del mio nulla individuale (Céline)Il giorno della mia laurea ero contento ma triste.
Mi piaceva avere finalmente terminato un lavoro assurdo di scrittura, durante il quale il mio relatore non mi aveva seguito neanche il tempo di un tè pomeridiano (privilegio riservato alle sole studentesse).
Ma percepivo una cupa pesantezza, proiettata sulla scena da mio padre, taciturno e impenetrabile come non mai. Non era da lui, tutto quel tacere. Non volevo sapere che era molto malato e sarebbe morto di lì a poco.
Ma percepivo una cupa pesantezza, proiettata sulla scena da mio padre, taciturno e impenetrabile come non mai. Non era da lui, tutto quel tacere. Non volevo sapere che era molto malato e sarebbe morto di lì a poco.
Quando la discussione della tesi fu terminata non sapevo che cosa pensare, mi sembrava che quell'evento non avesse alcun senso. Uscimmo dall'aula e il fotografo che ci aveva convinti ad affidarci a lui cominciò a fotografare il gruppo di amici e parenti mentre eravamo ancora sulle scale. Passò un autorevole antichista che ci disse: "ma perché non andate fuori, con i bellissimi chiostri che abbiamo!"Provai molta vergogna, come se la responsabilità fosse mia, e poi mi dissi che avrebbe forse potuto pensarci mio padre. Ma lui stava morendo, e non poteva fare proprio niente. Morire era già abbastanza.
La vergogna che provai è registrata nella foto ufficiale di me davanti a un pozzo al centro del chiostro. Ho gli occhi chiusi e sono un po' inclinato di lato come un omino di Chagall.
Mio padre e gli zii non rimasero nemmeno per la cena, come pensavo avrebbero fatto. Quando furono tutti partiti mi sentii molto triste e cominciai a telefonare a Strasburgo, dove avevo fatto l'Erasmus, per trovare un professore che mi prendesse a fare il DEA. Era il 24 giugno 1997 e da quel momento non mi fermai più un solo istante.
Mio padre e gli zii non rimasero nemmeno per la cena, come pensavo avrebbero fatto. Quando furono tutti partiti mi sentii molto triste e cominciai a telefonare a Strasburgo, dove avevo fatto l'Erasmus, per trovare un professore che mi prendesse a fare il DEA. Era il 24 giugno 1997 e da quel momento non mi fermai più un solo istante.
sabato 6 aprile 2013
Sul romanzo, 1
Scrivere un romanzo sentimentale, in Italia, oggi, è una delle peggiori forme di vigliaccheria che mi vengano in mente.
martedì 15 novembre 2011
Infanzia, 1. Robot
È un
bambino che piange spesso, e si sente debole per questo. Una volta,
la bambina che lui ama gli dice che quando piange “sembra un
robot”. Questa frase, apparentemente detta senza cattiveria, lo
ferisce profondamente e inizia in lui una storia ricca di conseguenze
interiori. Quando la bambina ripeterà l'osservazione a distanza di
tempo, lui sentirà di non avere per nulla guarito la ferita, e
capirà di essere indifeso come la prima volta.
Nel paesino
in cui vive, tutti i bambini guardano i cartoni animati degli
uforobot. Ne vanno tutti pazzi, anche i bambini più grandi che li
vedono per la prima volta, e i giochi infantili ne risentono, si
modellano su quei grandi soldati metallici dalle armi letali,
esagerate. Un giorno, mentre lui contempla rapito la vetrina
dell'unico negozio di giocattoli del paese, un altro bambino, che sta
contemplando non meno di lui, lo attacca sul piano morale, forse
istruito da genitori conservatori o catechisti bigotti. Quel bambino gli dice che
“loro” sarebbero diventati pazzi a furia di guardare i
cartoni animati degli uforobot. La cosa lo colpisce molto, si domanda se l'altro bambino non
abbia ragione, anche se la cattiveria con cui glielo ha detto gli
puzza subito di moralismo impartito dall'alto, senza un'autonoma valutazione delle
giuste ragioni della cosa. Lo insospettisce soprattutto l'uso del
termine “voi” per ostentare un contrasto. Capisce che quel
pronome contiene una generalizzazione necessariamente falsa e
ingiusta.
Perciò,
quando la bambina che lui ama gli dice che sembra un robot quando
piange, lui si sente riempire di una strana vergogna mai provata
prima. Si sente cristallizzato in una figura piatta, identificato con
un misterioso Altro, a lui ignoto ma apparentemente evidente agli
occhi della bambina. L'offesa è così grande e per lui
insopportabile che si domanda se il suo amore per la bambina non
debba essere considerato ormai terminato. Come può amare ancora chi
lo offende tanto, e tanto ingiustamente?
I suoi
giocattoli preferiti sono i robot e ne possiede alcuni. Talvolta ci
gioca con gli altri bambini del paese, anche se gli appare presto
chiaro di essere considerato una specie di fortunato possidente, dato
il numero dei suoi giocattoli. Una volta gioca con un suo compagno di scuola, e alla fine del pomeriggio i due bambini
si scambiano i robot, con l'accordo di restituirseli dopo un paio di
giorni. Sembra un modo semplice per poter godere brevemente delle
delizie di un bene altrui e in parte ignoto. Allo scadere del
prestito reciproco, l'altro bambino gli rivela, scusandosi ma
discolpandosi, di avere rotto un braccio al suo robot, non si sa
come. Lui non riesce a capacitarsene, è disperato, non doveva
fidarsi e lo sapeva fin dall'inizio. Lui non avrebbe potuto rompere
il robot dell'altro bambino, mai e
poi mai. Come avrebbe ora potuto tollerare che il suo robot
preferito fosse amputato di un
braccio? Se i robot devono essere invincibili non possono
essere monchi di un braccio, si capisce subito che la cosa non
funziona più.
Decide di trattenere il robot del suo compagno come risarcimento, anche se vorrebbe riavere il suo robot nuovo. Sa benissimo che i giocattoli sono prodotti all'infinito e che ci saranno per sempre nuovi robot uguali al suo. Basterebbe dunque che la mamma dell'altro bambino glielo ricomprasse e tutto sarebbe risolto. Chiede a sua madre di intervenire, ma non capisce bene l'esito della discussione tra i genitori. Gli sembra che si risolva in un amichevole nulla di fatto. Lui rimane con il robot dell'altro bambino, che è anche bello, ma fin dall'inizio privo di qualche pezzo, e comunque di qualità più scadente. Il suo robot era di metallo pesante, con piccoli pezzi scorrevoli e un complicato meccanismo per passare dalla posizione di volo alla posizione di combattimento. L'altro robot invece ha parti in plastica leggera, che invece dovrebbero essere di metallo pesante, è un robot più scadente, anche se nei cartoni animati è forte quanto l'altro se non di più. Ma il suo robot ha una cosa che lo riempie di orgoglio: una testolina retrattile minuta e squadrata che viene ricoperta da un elmo rosso, l'astronave del pilota, quando il robot è in posizione di combattimento. Quella testolina con un visino umanoide perfettamente cesellato lo riempie di tenerezza: privata dell'elemo sembra mostrare una debolezza che è solo apparente. Gli sembra un controsenso, che un robot tanto potente abbia una testolina così piccola, ma in fondo i robot non sono umani, non devono pensare, ed è un controsenso che gli piace.
Decide di trattenere il robot del suo compagno come risarcimento, anche se vorrebbe riavere il suo robot nuovo. Sa benissimo che i giocattoli sono prodotti all'infinito e che ci saranno per sempre nuovi robot uguali al suo. Basterebbe dunque che la mamma dell'altro bambino glielo ricomprasse e tutto sarebbe risolto. Chiede a sua madre di intervenire, ma non capisce bene l'esito della discussione tra i genitori. Gli sembra che si risolva in un amichevole nulla di fatto. Lui rimane con il robot dell'altro bambino, che è anche bello, ma fin dall'inizio privo di qualche pezzo, e comunque di qualità più scadente. Il suo robot era di metallo pesante, con piccoli pezzi scorrevoli e un complicato meccanismo per passare dalla posizione di volo alla posizione di combattimento. L'altro robot invece ha parti in plastica leggera, che invece dovrebbero essere di metallo pesante, è un robot più scadente, anche se nei cartoni animati è forte quanto l'altro se non di più. Ma il suo robot ha una cosa che lo riempie di orgoglio: una testolina retrattile minuta e squadrata che viene ricoperta da un elmo rosso, l'astronave del pilota, quando il robot è in posizione di combattimento. Quella testolina con un visino umanoide perfettamente cesellato lo riempie di tenerezza: privata dell'elemo sembra mostrare una debolezza che è solo apparente. Gli sembra un controsenso, che un robot tanto potente abbia una testolina così piccola, ma in fondo i robot non sono umani, non devono pensare, ed è un controsenso che gli piace.
L'altro
bambino non vuole il robot con il braccio rotto, ma lui è
inflessibile: non si dice forse che chi rompe paga e i cocci sono
suoi? In questo caso il pagamento consiste nell'appropriazione del
robot superstite, seppure di qualità inferiore, e il bambino che
l'ha rotto potrà ingegnarsi come meglio crede per tentare di
riaggiustare il braccio del robot irriscattabile, privato di tutto il suo
pregio agli occhi del precedente proprietario. Forse lui pensa che se
non riuscirà ad aggiustarlo in nessun modo la punizione sarà
completa.
Alla fine,
insiste talmente tanto con sua madre per avere un altro robot
identico a quello rotto che ne ottiene una seconda copia. Si accorge
che tutto il procedimento ha proiettato un'ombra sul suo possesso del
nuovo robot (sarà davvero uguale in
tutto e per tutto?) oltre a quello confiscato, ma ottiene
facilmente di scacciare il pensiero di quella macchia. In fondo, ora
lui possiede due robot.
mercoledì 6 aprile 2011
L'ITALIE EXPLIQUÉE AUX FRANÇAIS PAR QUELQU'UN QUI N'EST PLUS ITALIEN.
"Ma dovrete correggere tutto ciò che dirò, perché ho poca memoria ed è come se vi raccontassi una specie di sogno, in cui tutto è molto sfocato." (Gilles Deleuze)
Le jour que l'ai arrêté d'être italien j'ai eu cette bonne idée d'écrire en français mes tentatives littéraires. Ça fait longtemps que je suis un petit intellectuel italien 'écrivant', mais ce que j'ai écrit ou essayé d'écrire et publier en italien ne réfléchit pas vraiment ce que j'avait à dire, depuis que j'ai commencé à vouloir créer des textes narratifs à partir de mon expérience psychique. Mon français est suffisemment discret, je crois, pour que je puisse confier - avec l'aides de bons éditeurs - de me faire lire directement en français. Les italiens, s'ils le voudront, pourrons toujours me traduire, ou me demander gentiment de bien vouloir traduire mes pages pour eux, mes pauvres concitoyens...
Le jour que l'ai arrêté d'être italien j'ai eu cette bonne idée d'écrire en français mes tentatives littéraires. Ça fait longtemps que je suis un petit intellectuel italien 'écrivant', mais ce que j'ai écrit ou essayé d'écrire et publier en italien ne réfléchit pas vraiment ce que j'avait à dire, depuis que j'ai commencé à vouloir créer des textes narratifs à partir de mon expérience psychique. Mon français est suffisemment discret, je crois, pour que je puisse confier - avec l'aides de bons éditeurs - de me faire lire directement en français. Les italiens, s'ils le voudront, pourrons toujours me traduire, ou me demander gentiment de bien vouloir traduire mes pages pour eux, mes pauvres concitoyens...
J'ai commencé à apprendre le français il y à bien 15 ans, à Strasbourg, où j'allai un ans pour mon Erasmus en Philosophie. J'étais encore derridien, et mon université me permettait uniquement de me rendre dans une ville périphérique de l'empire philosophique français. Pourtant c'était pas mal parce que dans cette ville, qui me paraissait plutôt allemande que française, enseignaient deux grands philosophes déconstructionnistes, Nancy et Lacoue-Labarthe, amis et élèves de Jacques Derrida.
Mon français s'est formé dans mon âge déjà adulte, il doit donc nécessairement ressentir de tout genre de difficultés psycholinguistique dans l'apprendiment tardif. Mon cas n'est pas trop ressemblant à celui de Beckett, qui, lui, étudia la littérature française à l'université pour ensuite écrire ses romans exceptionnels dans un français impeccable prêté à des personnages complètement fous et adorables. Moi, pour ce qui concerne le lycée, je n'ai étudié le français qu'à l'âge de 11-15 ans, jamais avec des enseignants de langue-mère. J'ai eu par contre des enseignants qui venaient du sud et qui ne maîtrisaient pas trop bien le franais. À ce propos, la première chose qu'il faut expliquer à vous les français, est cette énorme différence entre le nord et le sud de l'Italie, une différence qui rend un turinois comme mois beaucoup plus semblable à un parisien qu'à un bourgeois de Palerme, pour faire un exemple significatif.
lunedì 4 aprile 2011
Frammenti del romanzo, 1
Per scrivere, bisognerebbe saper scrivere. Lui scrive senza uno stile decentemente costruito, e soprattutto senza una cultura sufficiente a soddisfare il suo desiderio di cultura. Il resoconto che scrive è un’attività senza pregio, come dormire. È una materia della specie più fetente, come lo sporco, il fango o i capelli. È un flusso merdoso riterritorializzante (e mentre scrive beve come Deleuze). Questo flusso non lo abolirà cancellando i files in cui scrive, non lo farà perché gli tiene compagnia nel suo lutto. Forse ne ha bisogno, visto che lo attrae senza che nemmeno se ne accorga. Sta per andare a dormire e si mette a scrivere. Così gode almeno un po’, si illude di avere la potenza di scrivere un libro, lui. Scrivere un libro: lo vogliono molti piccoloborghesi, persino suo padre l’aveva voluto scrivere da giovane, Agostino lo sapeva per certo, suo padre gliel’aveva detto.
Insomma non riesce a smettere di scrivere, e gli viene da pensare che se continua così il libro si scriverà da sé, senza fatica mortale.
Lui vuole raccontare. Però, se non lo facesse le immagini non lo ossessionerebbero affatto: ha già rimosso tutto, come se suo padre fosse morto da tempo, da sempre. Come se suo padre addirittura non fosse mai stato altro che una figura di sogno. Ora è passato tanto tempo che non lo conta più. Ha lasciato che le cose si muovessero liberamente nella sua psiche, senza forzarle. E sta anche bene, o così gli pare, o almeno non sta molto male. Adesso soffre, sta bene e contemporaneamente si fa schifo.
Lui non vuole scrivere, questo è chiaro. Che gliene sbatte di scrivere ora che suo padre è morto? Non ha niente da dire e niente da fare. Deve solo starsene lì, vivo davanti a un padre morto, un cadavere immobile privo di sensibilità, a guardarlo si direbbe che da un momento all’altro debba rianimarsi, risvegliarsi, alzarsi dal letto di morte, tanto sembra assurdo che lui stia lì fermo per sempre, che abbia perduto quella semplice proprietà che prima lo rendeva diverso, vivo. Un insieme di proprietà, a pensarci bene, è ciò che lo rendeva vivo, non si tratta di una cosa sola, eppure sembra proprio che la differenza tra il vivente e il morto sia una questione puntuale, che basterebbe un atomo di apparenza per riportare in vita l’uomo non più vivo. Suo padre.
Un ente è pura molteplicità senz’Uno, molteplicità di molteplicità, generate dall’insieme vuoto. Due molteplicità possono differire per un solo elemento ed essere identiche per tutto il resto. Basta quell’elemento per renderle integralmente differenti. Un uomo morto è del tutto identico all’uomo vivo, tranne che per quella cosa in meno che era la vita e gli è stata sottratta. A suo padre quel punto di vita è stato sottratto.
***
Agostino non vuole solo smettere di bere e diventare un igienista. Si sente debole e stupido, come si è sempre sentito anche prima di iniziare a bere tanto (almeno un litro di birra al giorno). Poi in Collegio ha preso a bere e tutto è diventato migliore. Tutti i piccoloborghesi bevono.
Certo, sarebbe meglio che anziché bere Agostino continuasse le sue ricerche sullo spaziotempo in Deleuze. Limitando il campo a Deleuze, si avanza di dover studiare tutto quello che ci sarebbe da studiare sul tempo e lo spazio.
Lui è dottore in filosofia! È incredibile, com’è stato possibile? Sembra irreale, la sua ignoranza è grandissima, catastrofica. Eppure i professori universitari gli hanno permesso di arrivare al titolo, probabilmente pensano che sia un allievo abbastanza bravo. Probabilmente pensano che sia un allievo mediocre.
Anche Alain Badiou deve pensare che lui sia un bell’ignorante; ma sarebbe come dire che un genio pensa che lui non sia un genio: che c’è di strano...
Pur essendosi laureato con 110 e lode in filosofia, Agostino si sente ignorante, privo di una cultura generale che possa inquadrare i suoi pensieri e le sue ricerche. Agostino vede molti coetanei nelle sue condizioni. Perché allora è diventato Dottore? Dev’essere l’università di massa, che pure è certamente una conquista democratica. Seppure ignoranti, gli sembra che i ragazzi d’oggi siano più saggi dei loro genitori, che erano sicuramente dei pazzi o degli imbecilli. E che possono continuare a esserlo, se non sono morti come suo padre.
Del resto non bisogna lasciare la parola ai fascistoni, come avrebbe detto suo padre, i quali potrebbero solo deprecare che un ignorante possa diventare Dottore ecc. ecc. No, lui ha fatto una sua personale ricerca, che tra l’altro è stata un’alternativa al farsi curare da uno psicologo o psicanalista, mentre ne avrebbe avuto bisogno come pure tutti i suoi amici, che difatti se hanno i soldi si curano quasi tutti dallo psicanalista.
Ha un amico borderline, due amiche isteriche, una depressa, vari amici ingurgitano psicofarmaci antidepressivi e lui stesso è assai nevrotico: tutti insieme, pensa Agostino, fanno una bella banda di storpi interiori.
Inizia a essere stanco di scrivere. Tutto questo tempo sprecato, e per produrre una merce che non vale niente. Potrebbe studiare il soggetto della sua tesi: “La fine del tempo e l’inizio dello spazio nella filosofia di Gilles Deleuze”: rischia di perdere l’anno dopo che è venuto in Italia a seppellire papà. Ma chi se ne frega del tempo e dello spazio nel pensiero di quel pazzo di Deleuze?
È attratto dallo scrivere, ma vorrebbe risparmiare tempo. Vorrebbe risparmiare tempo e quindi fare altro, non scrivere (vorrebbe studiare la temporalità) però non riesce a smettere di scrivere.
Forse l’illusione che lo fa continuare a scrivere lo danneggia. Perderà tempo inutilmente... Svuoterà i suoi forzieri di tempo conservato.
Ha iniziato a raccontare pensando a quale sarebbe stata la reazione di suo padre. Edoardo sarebbe contento se sapesse che Agostino ha scritto un romanzo, ci scherzerebbe su, direbbe poco, perché di appropriato sapeva dire poco.
Scherzava indifeso di fronte alla propria idiozia, si sentiva indifeso, non c’è nulla di peggio. Se lui si fosse sentito così povero e indifeso come suo padre doveva sentirsi, si sarebbe comportato esattamente come lui. Sentirsi indifesi e inetti è umiliante: suo padre si sentiva di certo continuamente umiliato.
Talvolta lui l’aveva deriso, lo umiliava non per cattiveria, ma perché suo padre gli faceva perdere le staffe, lo attaccava nel suo intimo essere, e più si ammalava e più cercava di distruggere moralmente suo figlio. Cercava di scuotere la forza minima di convinzione con cui talvolta Agostino poteva affermare tesi come la non necessità dello Stato e il comunismo come sola politica razionale per gli individui liberi (non era ancora diventato anarchico).
Suo padre lo aveva guardato un paio di volte con estrema aggressività dicendogli di smetterla e perché mai doveva ostinarsi a dire cose tanto assurde. Erano effettivamente cose assurde, specie dette in quel modo, a tavola e guardando la televisione; ma lui non gli lasciava scelta: o dirgliele sinceramente o tacere pensando alla sua mediocrità.
Forse suo padre ne aveva abbastanza di percepire che lui vedeva la sua mediocrità. Talvolta non lo guardava neppure negli occhi, per paura che si accorgesse del suo sentirsi superiore. Se ne accorgeva di rado, e suo padre era così depresso che non gliene fregava più niente nemmeno del disprezzo di suo figlio. Suo padre era depresso, ma in questo caso aveva ragione lui, non accettava la posizione della questione edipica in quei termini, se ne fregava e gli voleva bene comunque, pensava che fosse un po’ squinternato, troppo aggressivo rispetto alle sue reali possibilità.
Non gli piaceva parlare con Agostino, perché diceva sempre le stesse ovvietà politiche. Lo annoiava. Agostino diceva cose che non erano scientificamente rilevanti e che andavano contro la coscienza di suo padre: la sua coscienza filo-capitalista e liberale.
No, la sua normale coscienza naturale. Era Agostino ad essere ossessionato dalla politica come via di salvezza dalla pochezza sociale propria e di suo padre. Era Agostino che aveva una coscienza distorta, ma non lo capiva, e suo padre non riusciva a farglielo capire.
mercoledì 3 novembre 2010
Sur La carte et le territoire
[mio commento a un blog francese]
Bonjour, je ne suis pas d'accord avec Didier Goux (surtout pas sur le personnage du chauffe-eau).
Oui, je suis un fan de MH, mais je prétend garder mon esprit critique... Ici le personnage de Jed EST MH, plus que le personnage MH, et les deux ensemble font comprendre très bien la dernière idée de MH sur la vie, la vieillesse, l'oeuvre, l'art et la mort. Et sur l'amour aussi, qui existe brièvement et ne sauve personne car cela se termine comme il a commencé: sans raisons compréhensibles.
C'est un roman moins fort que d'autres de MH (selon moi meilleure que Platoform) mais ce texte étend la pensée de MH à propos du vieillessement: à côté de l'espoir dans la clonation et de l'euthanasie, il y a aussi la simple acceptation de la vieillesse, de sa solitude et ses maladies, et enfin de la mort, rendue juste en peu plus supportable par les médicaments anti-douleur.
Et il y a l'idée de l'art: pas de vitalisme, mais une tentative de "décrire la réalité". L'hyperbolisme que MH employe comme son chiffre styilistique empèche à bien de critiques d'en apprécier le réalisme foncièr.
C'est quand même un grand roman philosophique.
Michel Houellebecq vieillit avec una grande dignité et une éxtraordinaire intelligence des limites que la vie nous impose.
venerdì 24 settembre 2010
Giuseppe Genna: la moda è il dedalo dell’ego (Vogue9)
Pubblicato su Vogue.it
Lo scrittore Giuseppe Genna, acclamato autore di Assalto a un tempo devastato e vile, Dies Irae, Italia de Profundis e Hitler, sta scrivendo il suo nuovo romanzo Fine Impero, di prossima uscita per Einaudi Stile Libero. Più di un suo capitolo avrà a che fare con la moda...
I tuoi romanzi hanno spesso un piglio coraggiosamente filosofico: nel tuo nuovo libro rifletterai concettualmente sulla moda o invece ne trarrai spunti narrativi?
Per me il pensiero è movimento di fantasmi e quindi è narrazione –un racconto lineare sollo all’apparenza. Se lo si ingrandisce, tutto è sconnesso. La passerella stessa pare lineare e invece, nella luce, tutto è allucinato.
Potresti darci un’idea precisa di come intendi scrivere di moda nel tuo romanzo?
In maniera letterale. Sono stato su una passerella prima dell’inizio di una sfilata, ho osservato l’esercito di cloni androgini sotto riflettori accecanti, ho partecipato a feste di stilisti. Il protagonista del mio romanzo farà lo stesso, in modo più tragico.
Intorno al mondo della moda sono stati scritti molti saggi, ma, mi pare, poca narrativa (il cinema ha maggiormente sfruttato l’argomento): secondo te nella moda c’è una componente spettacolare che non è facilmente narrabile?
E’ lo spettacolo quintessenziato, un elemento indiscernibile da quella “vita dei nervi” che il filosofo Georg Simmel, autore di un fondamentale saggio sulla moda, pone a fondamento elettrico della metropoli, cioè della vita spettacolare. Fare una narrazione dei nervi è difficile.
Credi che sia possibile determinare l’essenza della moda o non sarebbe più corretto parlare di “mode” al plurale?
Io la prendo da questa prospettiva, tra le infinite possibili – la moda è il dedalo dell’ego, il suo mostrarsi, il suo abolirsi mentre si esibisce, il suo vestirsi, il suo essere legione aberrante ma che si considera attraente, una foggia letale, il riflettore del mondo demonico.
Giuseppe Genna alle sfilate di Milano: http://www.giugenna.com/2010/02/26/un-miserabile-alle-sfilate-di-milano/
Lo scrittore Giuseppe Genna, acclamato autore di Assalto a un tempo devastato e vile, Dies Irae, Italia de Profundis e Hitler, sta scrivendo il suo nuovo romanzo Fine Impero, di prossima uscita per Einaudi Stile Libero. Più di un suo capitolo avrà a che fare con la moda...
I tuoi romanzi hanno spesso un piglio coraggiosamente filosofico: nel tuo nuovo libro rifletterai concettualmente sulla moda o invece ne trarrai spunti narrativi?
Per me il pensiero è movimento di fantasmi e quindi è narrazione –un racconto lineare sollo all’apparenza. Se lo si ingrandisce, tutto è sconnesso. La passerella stessa pare lineare e invece, nella luce, tutto è allucinato.
Potresti darci un’idea precisa di come intendi scrivere di moda nel tuo romanzo?
In maniera letterale. Sono stato su una passerella prima dell’inizio di una sfilata, ho osservato l’esercito di cloni androgini sotto riflettori accecanti, ho partecipato a feste di stilisti. Il protagonista del mio romanzo farà lo stesso, in modo più tragico.
Intorno al mondo della moda sono stati scritti molti saggi, ma, mi pare, poca narrativa (il cinema ha maggiormente sfruttato l’argomento): secondo te nella moda c’è una componente spettacolare che non è facilmente narrabile?
E’ lo spettacolo quintessenziato, un elemento indiscernibile da quella “vita dei nervi” che il filosofo Georg Simmel, autore di un fondamentale saggio sulla moda, pone a fondamento elettrico della metropoli, cioè della vita spettacolare. Fare una narrazione dei nervi è difficile.
Credi che sia possibile determinare l’essenza della moda o non sarebbe più corretto parlare di “mode” al plurale?
Io la prendo da questa prospettiva, tra le infinite possibili – la moda è il dedalo dell’ego, il suo mostrarsi, il suo abolirsi mentre si esibisce, il suo vestirsi, il suo essere legione aberrante ma che si considera attraente, una foggia letale, il riflettore del mondo demonico.
Giuseppe Genna alle sfilate di Milano: http://www.giugenna.com/2010/02/26/un-miserabile-alle-sfilate-di-milano/
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