E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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lunedì 12 gennaio 2015

La religione nel cervello

Estratti da Edoardo Acotto, Mito e (neuro)scienze cognitive

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L'intelligenza di Dio
Molti sono gli antropologi e gli psicologi di orientamento cognitivo che sostengono che le credenze religiose e mitiche siano una conseguenza naturale dell'evoluzione della mente umana - o mente/cervello, come si dovrebbe dire per sottolineare l'impostazione materialista di questi autori.
Considerando il suo ruolo fondamentale nella storia delle scienze cognitive, un punto di vista interessante è quello di Howard Gardner, il padre della teoria delle “intelligenze multiple” (Gardner 1987). Gardner (2000) analizza la possibilità di una forma autonoma di intelligenza, spirituale o religiosa, che comprenderebbe due abilità principali: realizzare particolari stati fisici coinvolti nella meditazione e in altre tecniche di manipolazione della coscienza, e raggiungere certi stati fenomenologici consistenti in una qualche esperienza di unione con il tutto. Secondo Gardner, però, nessuna di queste due capacità cognitive è specifica di un'intelligenza spirituale o religiosa, perché le abilità meditative possono essere ricondotte all'intelligenza corporeo-cinestetica e l'esperienza “estatica” di unione spirituale può scaturire da altre forme di intelligenza, come quella matematica o quella musicale, sopratutto nei momenti creativi. Per individuare una forma autonoma di intelligenza si devono poter individuare computazioni specifiche del dominio e secondo Gardner non è questo il caso per la presunta intelligenza spirituale. Gardner si domanda se sarebbe possibile attribuire a una “intelligenza esistenziale”, legata all'esistenza di sé come individuo nel cosmo e alla capacità di interrogarne il senso, la capacità di «effettuare computazioni (in senso lato) su elementi che trascendono la normale percezione sensoriale, forse perché sono troppo grandi o troppo piccoli per essere appresi direttamente» (ivi, p.29). Ma in mancanza di evidenze neuroscientifiche non c'è ragione per ipostatizzare un'intelligenza apposita.
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Religione? Naturale!
La ricerca dell'antropologo Pascal Boyer si inserisce pienamente nel solco della psicologia evoluzionistica, che è un innesto della psicologia cognitiva sul neodarwinismo (Barkow, Cosmides e Tooby 1992). Anche per Boyer (2013) Lévi-Strauss è un predecessore “brillante e problematico” dell'antropologia cognitivista. E coerente con l'impostazione dei lavori di Sperber è anche la prospettiva di Boyer (1992) sulla trasmissione culturale delle credenze mitiche e religiose, intese come particolari forme di rappresentazione mentale e di narrazione. Boyer spiega le credenze mitiche e religiose partendo dall'ipotesi che esse siano sempre coerenti con i meccanismi della cognizione umana, che nella prospettiva delle scienze cognitive è l'insieme dei processi mentali pensabili come elaborazione di informazioni: dalla comprensione di una frase a un ragionamento logico, alla visione di una scena o all'ascolto di una musica. Anche la trasmissione culturale sottostà alla “benformatezza” delle storie: come hanno mostrato gli studi pionieristici di Bartlett (1932, 1923, 1958) le “buone” storie, cioè quelle ben costruite rispetto ai vincoli cognitivi, si ricordano meglio, e le narrazioni mitiche raccolte dagli antropologi sembrano conformarsi alle caratteristiche determinate negli esperimenti di laboratorio. Questo significa che nel processo di trasmissione della memoria mitica le narrazioni sono “formattate”, oppure vengono dimenticate: i miti i riti tradizionali sono composti rispettivamente di storie e sequenze di gesti e azioni particolarmente memorabili (Boyer 1992, p. 19).
Il contenuto delle credenze mitiche non avrà una variabilità indefinita perché le caratteristiche cognitive della mente umana costituiscono i vincoli di formazione, conservazione e trasmissione delle credenze stesse. Così, le idee religiose sono “naturali” (Boyer 1994), ossia comprensibili e spiegabili all'interno di un'epistemologia naturalizzata (Quine 1969).
Gli esseri umani si trasmettono nozioni religiose all'interno del proprio gruppo sociale. Secondo Boyer, però, la trasmissione reale delle credenze non corrisponde a un'immagine naive e semplicistica: aquisire rappresentazioni mentali non è un processo passivo e i bambini che imparano i contenuti religiosi della propria cultura filtrano attivamente tutte le informazioni dell'ambiente. Il paragone con l'apprendimento linguistico può essere illuminante: non si apprende la sintassi della lingua materna sulla base di stimoli espliciti, come voleva il comportamentismo, esizialmente criticato da Chomsky (1959), bensì in maniera complessa, naturale e inconscia (Bloom 2000). Le regole di comportamento, invece, si apprendono per insegnamento esplicito, e non con la semplice osservazione degli esempi di interazione sociale. La matematica costituisce un caso diverso, che richiede un certo sforzo di apprendimento e dunque la relativa coscienza di apprendere qualcosa. Non c'è dunque un unico modo di apprendere i contenuti che ci rendono culturalmente competenti, perché la disposizione del cervello umano ad apprendere può essere differente a seconda del dominio considerato: è naturale apprendere entro i sei anni la corretta sintassi e la fonetica della propria lingua mentre le norme sociali vengono interiorizzate secondo un diverso ritmo. In tutti questi casi si ha disposizione ad apprendere perché si ha disposizione ad andare oltre la mera informazione presente nell'ambiente, come Chomsky (1959) ha messo per primo in evidenza relativamente al linguaggio (non si raggiungerebbe mai la competenza linguistica degli adulti se ciò dipendesse esclusivamente dalle informazioni ambientali: è l'argomento della “povertà dello stimolo”). La mente che acquisisce informazioni non è una tabula rasa (Pinker 2006) bensì ha istruzioni innate per organizzare l'informazione e conferire senso a ciò che si osserva e impara, oltrepassando il mero dato informazionale. La mente effettua inferenze a partire dalle informazioni ambientali e le inferenze costruiscono concetti generali a partire dall'informazione frammentaria. Le inferenze sono naturalmente governate da principi (probabilmente innati) che fanno combinare il materiale concettuale in determinati modi, non in altri.
Entra qui in gioco il concetto di template, che si potrebbe paragonare allo schema concettuale kantiano e ai frames dell'Intelligenza artificiale (Frixione 1994). Nell'accezione di Boyer un template è una regola di costruzione dei concetti, uno schema generale composto di più parti o caratteristiche; per esempio, il template ANIMALE ha come caratteristiche essenziali l'habitat, il cibo, il sistema di riproduzione, la forma corporea ecc. Il template permette al discente, tipicamente il bambino alle prese con la costruzione della propria conoscenza enciclopedica, di fare inferenze che vanno oltre l'informazione ambientale. Una volta mostrato a un bambino un tricheco, il bambino disporrà del concetto di tricheco, formato a partire dal template ANIMALE.
Boyer inserisce il suo modello cognitivo della creazione e trasmissione di concetti nel quadro dell'epidemiologia culturale elaborata da Sperber (1996). Contrapponendosi alla teoria memetica di Dawkins (1997), la prospettiva epidemiologica sostiene che la trasmissione delle idee non avviene secondo un meccanismo rigido e conservativo di codificazione/decodificazione dei contenuti. Le idee, migrando inferenzialmente da una mente all'altra, si modificano naturalmente, perché le inferenze si fondano sulla somiglianza piuttosto che sull'identità: «i concetti fluiscono costantemente» (Boyer 2002, p.45). Come spiegare allora che vi siano rappresentazioni mentali simili in individui diversi? Se c'è una sorta di forza centrifuga che fa divergere le rappresentazioni mentali dei diversi individui c'è anche una forza centripeta, costituita da inferenze e ricordi, che conduce a costruzioni simili anche a partire da input differenti: «ci sono importanti somiglianze nei concetti di animali dal Congo alla Groenlandia, a causa del template simile» (Boyer 2002, p. 45).
Secondo Boyer ci sono template anche per i concetti religiosi, la cui somiglianza intra- e inter-culturale risulta pertanto spiegabile in una prospettiva strettamente cognitiva: «ci sono alcune “ricette” contenute nella mia mente, e nelle vostre, e in quella di ogni altro essere umano normale, che costruiscono concetti religiosi producendo inferenze sulla base di qualche informazione fornita da altre persone e dall'esperienza» (Boyer 2002, p. 47).
Che cos'hanno in comune i concetti religiosi? Violano in maniera controintuitiva certe attese derivanti dalle categorie ontologiche, ma ne rispettano altre. Così un Dio onnisciente è costruito con il template [PERSONA] + poteri cognitivi speciali; il concetto di fantasmi è costruito come [PERSONA] + assenza di corpo materiale; il concetto di zombie è costruito come [PERSONA] + assenza di funzionamento cognitivo. Un esempio di credenza mitico-religiosa analizzata da Boyer è quella di “agenti soprannaturali” (dei, antenati, spiriti, streghe, ecc.) Questi agenti sono spontaneamente immaginati come dotati di una mente intenzionale, e la ragione della tendenza a riconoscerli come agenti è l'effetto dell'iperattività naturale del dispositivo mentale di ricognizione dell'agentività, che presenta un'evidente vantaggio evoluzionistico (è preferibile credere a torto di vedere un animale feroce nascosto tra i rami che si muovono piuttosto che non vedere un animale realmente nascosto).
Che la religione sia un fenomeno culturale, come i gusti in fatto di cibo, musica, buone maniere e abbigliamento, non significa dunque che essa sia infinitamente variabile, come un malinteso culturalismo lascerebbe pensare; per gli antropologi cognitivi, anzi, che qualcosa sia culturale è proprio la ragione per la quale non varia oltre una certa misura. Che cos'è in definitiva la religione, nella prospettiva cognitiva di Boyer? È uno “spandrel”, un fenomeno evoluzionistico parassitario dei moduli cognitivi della mente umana (Fodor 1988; Sperber 2001), com'è parassitario lo spazio risultante fra due archi in una basilica come quella di San Marco a Venezia: non ha una funzione precisa ma la sua mancanza di funzione non è immediatamente visibile (Gould e Lewontin 1971). Si noti che le spiegazioni evoluzionistiche che non assegnano una funzione evolutiva ad attività umane che oggi ci appaiono fondamentali sono abbastanza diffuse: Pinker (1997), per esempio, considera la musica alla stregua di una “torta alla panna uditiva”, e anche per Sperber la musica è soltanto un “parassita evoluzionistico” (Levitin 2008).
La costruzione di concetti religiosi richiede dunque dispositivi cognitivi e capacità disparate insite nella natura della mente umana, che vengono reclutate dall'immaginazione religiosa. Ma, come per Gardner e Sperber, non c'è ragione di ipotizzare un modo speciale di funzionare della mente, dedicato particolarmente ai pensieri religiosi.

Il Dio dei neuroni
La “neuroteologia” (termine apparentemente coniato da Aldous Huxley) è l'ultima apparizione nel campo delle applicazioni neuroscientifiche allo scibile antropologico-umanistico. Ed è senza dubbio la più discutibile, per l'uso spregiudicato che si fa di dati sperimentali dal significato tutt'altro che univoco. La neuroteologia si occupa ovviamente del nesso fra cervello e stati mentali con contenuto religioso. Ma come riassumono Legrenzi e Umiltà: «noi siamo fatti per credere e un bambino nasce già «fatto per credere». Questa è indubbiamente una storia vera, ma è un'altra storia: è già stata raccontata e non ha bisogno del «neuro» per essere spiegata» (Legrenzi e Umiltà 2009). E in effetti non si vede bene quale possa essere l'apporto della neuroscienza se la neuroteologia dovesse occuparsi di domande come: esiste un Dio, e può l'esistenza di Dio essere dimostrata? Qual è la natura di Dio? Qual è la natura del bene e del male e qual è la loro relazione con il peccato, il libero arbitrio e la virtù? Qual è la natura della rivelazione spirituale? Dio è immanente all'universo? (Newberg 2010).
Sotto l'etichetta della neuroteologia si possono comprendere anche studi come quelli del medico James Austin (1999; 2006) che analizzano gli effetti della meditazione zen sul funzionamento del cervello e in particolare della coscienza, ma senza concentrare l'indagine sull'origine neurologica dell'idea di Dio. Ma nei lavori inaugurali della (pseudo)disciplina, invece, sono state effettivamente cercate le presunte cause neurologiche delle credenze religiose (Newberg, D'Aquili e Rause, 2002).
Il meno che si possa dire di questi studi è che sembra difficile difenderli dal sospetto di un macroscopico errore categoriale: registrare tecnicamente l'esperienza religiosa non permette in nessun modo affermazioni esistenziali sul loro contenuto esperienziale.

giovedì 14 novembre 2013

Appunti su Deleuze e Guattari e le scienze cognitive

Ottimo fiuto di D&G: "È una questione linguistica e politica: la critica al postulato che vuole il linguaggio essere informativo e comunicativo.Il linguaggio sarebbe una sorta di staffettista che informa, cioè passa i contenuti da un parlante a un ascoltatore. Il linguaggio fa anche questo, intendiamoci: ma non è questa la sua essenza." (De Michele)

E' anche una questione cognitiva: per Chomsky il linguaggio non è uno strumento evolutosi teleologicamente per farci comunicare. Serve anche a quello, ma è uno strumento comunicativo come altri, solo molto più potente e versatile.
D&G a modo loro l'avevano ben capito. Certo, la dimensione cognitiva è loro del tutto estranea, et pour cause. Sicuramente per loro "scienze cognitive" significava Chomsky, che avevano superficialmente identificato come un avversario, per via della struttura formale e gerarchica del linguaggio così come teorizzata fin dalle prime opere chomskyane.

martedì 29 ottobre 2013

Diego Marconi: la comprensione della comprensione del linguaggio naturale. Un ricordo di Leonardo Lesmo (per Sistemi intelligenti)


Leonardo Lesmo, collaboratore di "Sistemi Intelligenti" e amico personale di molti di noi, ci ha lasciato lo scorso ottobre dopo una malattia che, secondo il suo stile, sembrava prendere più che altro come una seccatura. Lesmo era stato uno dei pionieri dell'intelligenza artificiale in Italia, soprattutto nell'area dell'elaborazione del linguaggio naturale in cui è stato una figura di grande rilievo. Anche quando l'intelligenza artificiale ha smesso di essere di moda Lesmo non ha mai cessato di crederci e di considerare l'elaborazione del linguaggio una sua parte centrale. Era fortemente interessato alla teoria del linguaggio (sia alla linguistica che alle proposte più "cognitive") e diffidava delle soluzioni puramente statistiche, ma al tempo stesso non concepiva che la teoria non andasse insieme a una solida implementazione: era, in altre parole, uno scienziato cognitivo classico, pieno di curiosità culturali ad ampio raggio e sempre interessato a collaborare con linguisti, psicologi e filosofi, polemico e cooperativo, disposto a imparare da altre discipline ma fermo nella rivendicazione della specificità del lavoro computazionale. Non ha avuto il tempo di rendere disponibile alla comunità nazionale il molto software elaborato nell'area dell'analisi del linguaggio, ma il suo treebank a dipendenze -Turin University Treebank- è stato il nucleo del treebank nazionale (ora acquisito anche da Google). Ci lascia l'esempio di una ricerca di rara continuità, perseguita attraverso le più varie committenze, con collaboratori diversi e diversi apporti teorici ma inflessibilmente orientata ad un solo obiettivo, la comprensione della comprensione del linguaggio naturale.

Diego Marconi

martedì 10 gennaio 2012

Comédie zodiacale 4. Ariete (2006)


E' verissimo quanto dice Dane Rudhyar sull’auto-costruttività un po’ “delirante” dell’Ariete:

La personalità è infatti la sola cosa che desidera ‘possedere’ e di cui non è mai sicuro, dato che non può mai essere ‘finita’. [p.27]

Le persone nate sotto il segno dell’Ariete sono molto seduttive, mi spingo a dire che l’Ariete vive per sedurre, simile in questo un po’ allo Scorpione, ma con minore riservatezza e forse maggiore fragilità.
Per questa continua autorealizzazione autocreativa, l’Ariete, riguardo al suo rapporto con la verità, lascia alquanto a desiderare. Non voglio affatto stigmatizzare le persone dell’Ariete però bisogna affermare con nettezza che esse non sanno cosa sia la verità. Gli Arieti sono spontaneamente postmoderni, relativisti privi di una solida fede nella verità oggettiva e comunicabile. Il pensiero debole, una corrente filosofica italiana degli anni ‘80, affermava (già qui il paradosso) l’impossibilità di stabilire un metodo intersoggettivo di accertamento della verità. Finiva così per sostenere che nulla esiste oltre al testo e (tesi nietzscheana) che non ci sono fatti ma solo interpretazioni. Tutte cose confutabili e da confutarsi se non si vuol favorire la crescente relativistica poltiglia di cervelli dementi che si chiama Occidente.
D’altra parte è vero che l’attitudine relativistica nei confronti della verità ha dominato per qualche decennio le università europee, ma ora si sta fortunatamente estinguendo sotto i colpi delle scienze cognitive. Ma l’Ariete questi discorsi non vuol nemmeno sentirli, e preferisce immaginarsi creativo, artefice, poeta. Come dice Rudhyar :

è assorbito dall’atto di creare, non dalle sue creazioni, ed è per questo che ha bisogno di sentire dietro di sé, spinto alla creazione, sempre più Forza, sempre più Amore. (p.27)

Se vale l’associazione del relativismo d’artista con l’Ariete, allora possiamo dire che il Postmoderno stava interamente sotto il segno dell’Ariete (le verità bisogna crearle, diceva Deleuze). Il tramonto di questo orizzonte speculativo tanto inconcludente significherà l’affermarsi di un nuovo stile di pensiero, più sensato, universale, costruttivo. Uno stile di pensiero probabilmente più sotto l’influsso del segno dello Scorpione, contemperato dal Toro che ha già avuto il suo periodo d’oro con l’Empirismo logico (Russell, Carnap, Wittgenstein).

giovedì 27 ottobre 2011

Mia risposta a due commenti su "Ragionare con la mente estesa", su Alfabeta 2 online

Postato su Alfabeta 2

[...] è difficile non concordare sul fatto che il medium comunicativo condizioni i contenuti, ma da qui a concluderne che il mezzo sia il messaggio ci vuole la genialità di McLuhann. Se rifuggiamo dall’immagine strutturalista o postmodernista dell’individuo come nodo (o insieme di nodi) di una rete sistemica di sensi e significati, concorderemo che a monte di qualsiasi espressione/comunicazione c’è un’intenzione, un soggetto pensante e incarnato, la cui intenzionalità non si lascia comprimere completamente dal medium comunicativo (non più di quanto un regime totalitario comprima completamente le libertà individuali: qualcosa residua sempre).
“Interazione leggera” mi sta benissimo, se alludiamo con questo al fatto che di norma si parte dall’assenza di interazione faccia a faccia. Il che non giustifica i toni apocalittici sulla perdita della dimensione fisica della relazione: certe relazioni fisiche non producono grande socializzazione, mentre in passato si sono dati casi più che soddisfacenti di rapporti ecsclusivamente epistolari tra illustri ingegni (mi vengono subito in mente Gandhi e Tolstoj).
La questione del frame (suppongo in senso goffmaniano): è certamente importante, e un critico del social network ha gioco facile nell’osservare che l’assenza di corporeità costituisce un frame particolarmente asettico. Si può rispondere in molti modi: il frame non è mai assente, e allora non si vede perché dovremmo preferire i vecchi frames della comunicazione standardizzata nella società capitalista dello spettacolo integrato, (mercificata autoritaria strategica inautentica e chi più ne ha più ne disprezzi) piuttosto che una modalità “nuova” di interazione tra individui a priori reciprocamente sconosciuti, che scambiandosi frammenti testuali, immagini e segni di vario tipo possono agevolmente arrivare a conoscersi “realmente”, se ne hanno voglia e occasione.
Sul fatto che pochi interagiscano per “costruire senso” (posto che il senso si costruisca socialmente, cosa che non credo, ma intendo l’espressione come un “agire comunicativo”) non sono d’accordo: la mia esperienza personale mi dice che di senso ho provato a costruirne parecchio (ho dialogato con scrittori e politici, ho imparato e insegnato, scambiato informazioni, corretto errori, smontato stupidaggini). E a parte il mio caso personale potrei solo limitarmi a citare gli esempi più politici, come l’attuale protesta NoTav, o il Popolo Viola e il No-Berlusconi Day, l’Onda, ecc.: sono tutti casi in cui individui non precedentemente integrati in gruppi costituiti hanno potuto comunicare, organizzarsi e agire efficacemente. Mi pare che questo possa corrispondere almeno a una delle possibili definizioni di “costruzione sociale di senso”.
Certamente i social network sono diversi tra loro, e per parlarne nel dettaglio bisogna studiarli uno per uno: io mi riferivo genericamente a Facebook, che conosco e pratico più di ogni altro, e non pretendevo di considerare universale il mio modello.
Riguardo alla filosofia: non ho mai pensato che la filosofia sia sterile, al punto che cerco sempre – senza gran successo – di convincere i miei allievi a studiarla all’università. Penso però che possa essere sterile, specialmente in una prospettiva planetaria e non provinciale come la nostra, l’insegnamento della storia della filosofia, o quantomeno il vecchio dogma hegeliano-gentiliano-crociano per cui la filosofia è storia della filosofia. In questo senso l’incontro (di persona e non su Facebook…) con il filosofo Roberto Casati è stato per me fondamentale: per fare filosofia – mi disse Roberto – bisogna studiare i problemi filosofici attuali, e poi eventualmente risalire all’indietro fin dove si vuole (lui disse vent’anni…). Ti rimando al capitolo della sua recente Prima lezione di filosofia per un punto di vista non storicista , che condivido in pieno, sull’insegnamento della filosofia.
Ben vengano le “teorie dell’assurdo” (per citare un libro di Francesco Berto sui sistemi logici non classici) o la logica buddhista: sempre di logica si tratta, ossia – insisto – di una materia che nelle nostre scuole superiori non si studia normalmente. Nulla vieta di dilungarsi un po’ sul sillogismo mentre si spiega Aristotele, ma la logica moderna è tutt’altra cosa e il tempo scolastico per insegnarla io non saprei proprio dove trovarlo.
Ora rispondo anche ad Andrea (che ho costretto a leggere fin qui…): tu mi obietti che il modello logico-argomentativo non sia mai scomparso dalla nostra società, almeno grazie alla conversazione, ma mi pare che tu alluda a un modello alto di conversazione, mentre se prendiamo come esempio la conversazione calcistica (con tutto il rispetto per lo sport) abbiamo un condensato di tutto ciò che argomentazione non è, nemmeno nel senso di “cattiva argomentazione”: semplicemente non si adducono argomenti, non li si concatena in modo logico, non si traggono conseguenze e se le si traggono non ci sforza di essere coerenti con esse. Conversazione a parte (e come dici tu, oggi anche quella è un’esperienza in via di scomparsa) mi riferivo al fatto che le cosiddette moltitudini siano ben poco esposte alle regole logiche dell’argomentazione.
Da ultimo Wittgenstein, di cui ricordo, Andrea, che eri studioso in Francia: lungi da me l’idea di sminuirlo, lo considero semplicemente il filosofo più importante del Novecento (altro che Heidegger!) ma ciò non toglie che il paradigma cognitivo gli fosse necessariamente precluso, per ovvi motivi cronologici. Quindi, usare Wittgenstein contro le scienze cognitive mi pare un inutile anacronismo dato che Ludwig ha molto altro da dirci. Mi sembrerebbe insomma un po’ come usare Bruno o Bacone come antidoto alla scienza galileiana.
Tu parli di contravveleno al cognitivismo, ma io penso che il vero veleno sia proprio il postmodernismo e la sua incapacità di confrontarsi con la scienza in modo costruttivo (salve forse rare eccezioni, ma non saprei bene quali) e al di là di una generica simpatia politica che non fatico a tributargli. L’importanza della scienza cognitiva per la filosofia è per me centrale, e anche questo lo devo a Casati: nella nostra chiacchierata inaugurale mi fece rapidamente capire come proprio grazie al confronto con le scienze cognitive la filosofia sia finalmente uscita dal recinto delle intuizioni personali e della filosofia da poltrona. Ci stava comoda, la filosofia, in poltrona, ma ora i tempi stanno cambiando. E per fortuna, aggiungerei da ottimista.

sabato 30 aprile 2011

Quanta pazienza ci vuole con i filosofi marxisti...



Bene, ho letto con interesse e chiosato.
Molti punti non mi convincono:
- "l’intenzionalità (proprio quella che Brentano considerava l’essenza del “mentale”), in quanto in tal caso risulta troppo facile per i Wittgenstein, i Ryle dissolvere un “mentale” svuotato del suo proprio contenuto in regole grammaticali o peggio in veri e propri crampi linguistici." Non mi risulta affatto che Wittgenstein abbia "dissolto" il mentale, semplicemente ne ha posto la non oggettivabilità fuori da determinati giochi linguistici (che per lui ovviamente non potevano comprendere le neuroscienze).
- "la struttura autoreferenziale della c.d. coscienza, che, malgrado la riscoperta recente e seppure in maniera non altrettanto evidente, è una struttura comune  a molti altri concetti trattati con formulazioni metafisiche e religiose da molte tradizioni anche antiche di tipo ontologico e mistico." Questo non mi è chiaro: che vuoi dire?
- Quando isoli le immagini mentali dalla sensazione causante ("Propri del ricordo o della fantasia questi fenomeni sono mentali, nel momento invece in cui sono concretamente visti o sentiti allora no") mi pare proprio che trascuri di domandarti da che cosa mai sarebbe fisicamente prodotto quello che tu chiami "spazio asatratto" ma che altro non è che l'effetto soggettivo di un'attività cerebrale (memoria visiva, immaginazione).
Più in generale quando affermi che "perché essi siano considerati derivati da fenomeni fisici non è sufficiente la reciproca somiglianza, ma ci vuole un’esplicita opzione ontologica" mostri tutto il il tuo idealismo filosofico (e ti contraddici rispetto alla tua decostruzione di fisico/mentale) affermando che il riconoscimento della realtà abbisognerebbe di un surplus filosofico: e se questo surplus non è mentale, allora che diavolo è? La filosofia pensi forse di farla con le Idee platoniche e l'Io puro? Voi marxisti nuotate per caso nell'intelletto agente? :-D
- Bella la frase "Ryle e Dennett cercano di realizzare una dissoluzione linguistica delle immagini mentali, assumendo presupposti non sempre condivisibili e compiendo spesso acrobazie verbali al termine delle quali il tono soddisfatto è quello dell’artista di circo che aspetta un applauso che non verrà mai". Peccato che nel prosieguo esemplifichi col solo Ryle mentre al povero Dennett non concedi nemmeno il beneficio delle sue stesse parole (immagino comunque che sia il giovane Dennett quello che ha preso parte alla querelle, per altro molto datata e oggi quasi completamente priva di senso, visto che si va ormai verso un'integrazione di tutte e opzioni precedentemente ).
- “A tal proposito riveste grande importanza la questione dei rapporti tra il mentale ed il fisico”: così presupponi l’esistenza di due livelli separati senza averla dimostrata. Non prendi nemmeno in considerazione l’opzione monista materialista (forse perché per voi marxisti il materialismo è solo quello dialettico, ottocentesco?).
- “a tal proposito il dualismo interazionistico potrebbe avere forse ragione se si dimostrasse in sede sperimentale che due eventi, l’uno mentale l’altro fisico, considerati corrispondenti dalla teoria rivale, siano invece successivi dal punto di vista temporale”: stai alludendo all’esperimento di Livet? Non credo che ne derivi un rafforzamento del dualismo interazionistico. Per inciso, una teoria è sempre sotto determinata dagli esperimenti, che non “dimostrano” un bel nulla ma portano evidenze a favore o contrarie: come arrangiarle dopo, sono cazzi.
- la tua confutazione delle teorie dell’identità è debole: presupponi l’esistenza di due livelli diversi per dichiarare assurda l’affermazione dell’identità di due diversi: ma una teoria dell’identità argomenta proprio che i livelli non siano due ma uno solo, quindi tutto quel che dici dopo non consegue (la necessità di spiegare ontologicamente l’identità…).
- sorvolo sui “veri e propri errori di grammatica filosofica”, perché ovviamente nessuno crede all’Homunculus. Si potrebbero inventare termini tecnici ad hoc, ma dato che il linguaggio è metaforico va benissimo dire che “la mente computa”, se l’uditore ha voglia di interpretare l’intenzione comunicativa non c’è bisogno di spiegazioni terminologiche, e se non ne ha voglia sono inutili.
- Trovo quasi superstiziosa la tecnofobia della tua conclusione etico-politica: attribuire all’AI la “copertura ideologica” del dominio dell’uomo sull’uomo significa non saper proprio che pesci pigliare con l’AI: ma l’hai mai guardato da vicino un programma? Hai mai studiato un po’ di linguistica computazionale? Quando usi il computer ti domandi mai che cazzo di lavoro c’è lì dentro? E se lo fai e ti rispondi che gli “intellettuali informatici” che ti permettono di scrivere il tuo blog sono inconsapevolmente servi del potere, scusa ma secondo me sei pure un poco stronzo.
Il problema degli intellettuali (me compreso) è proprio il contrario di quello che dici tu: non sanno un cazzo di scienza e tecnica, e usano l’informatica senza nemmeno conoscerne l’ABC.
- Riguardo all’insistenza sul “velo che copre il dominio” anche questa è una giustificazione tipicamente marxista: poverini, vengono ingannati… Da anarchico invece io penso semplicemente che il dominio sia ben visibile, e che venga scelto dagli uomini, i quali dunque hanno sempre responsabilità morale nella partecipazione al dominio. A parità di condizioni non tutti si comportano allo stesso modo (vedi i casi estremi come i campi di sterminio).
- Idem quando parli di “riacquistare la facoltà di negare i rapporti sociali dati”: la facoltà non va riacquistata, va semplicemente esercitata, basta farlo istante per istante, anziché aspettare la rivoluzione.
- Anche sulla creatività e le emozioni divergo concordando: certo che sono il punto chiave, ma ti comunico che le scienze cognitive e l’AI stanno esattamente lavorando su quella prima linea (guardati l’ultimo libro di Minsky, per esempio: The emoziona machine). Concordo con Minsky che per dare l’intelligenza al computer bisogna dargli le emozioni, e questo è del tutto possibile (ritengo per altro che saranno emozioni migliori di quelle della maggior parte dei berlusconiani).
- Più in generale tutto il tuo discorso è filosoficamente interessante, ma interessante SOLTANTO FILOSOFICAMENTE. Senza cadere nella neuromania, possibile solo a scienziati filosoficamente deboli, qualsiasi neurofilosofo cognitivo sa che parlare di mente/cervello non è solo una cifra stilistica ma un semplice modo per ricordare a tutti, scienziati e filosofi, che per secoli abbiamo parlato di mente senza conoscerla: man mano che comprendiamo il funzionamento del cervello le discussioni filosofiche dovranno recepire le nuove conoscenze e adattarsi per non sembrare ridicoli. Per esempio chi vuol essere dualista, sia, ma sono cazzi suoi.
Una filosofia all'altezza della neuroscienza oggi non può permettersi un’assiologia che anteponga gli assiomi filosofici alle evidenze sperimentali. O meglio, può farlo ma si rinchiude nel recinto prediletto dai continentali e dagli analitici (i primi si salvano trafficando con arte e letteratura, i secondi con scienza e neuroscienza cognitiva): quello delle discussioni accademiche prive di pubblico non specializzato.
Francamente penso che la filosofia possa fare di meglio, tu no?

lunedì 6 dicembre 2010

Dialogo tra un sordo marxista platonico, e un sordo anarchico pseudocognitivista

  • Edoardo Acotto sospettare di tutte le "scienze" formate con nome+ismo
    10 ore fa ·

  • Italo Nobile Ma il marxismo non è una scienza, quanto un programma di ricerca. E io, al contrario di Marx, uso il termine "Marxismo" pur diffidandone. La verità è una risultante e contribuisce chi si espone.
    10 ore fa · ·

  • Edoardo Acotto
    ecco se mi dici che il marxismo non è una scienza allora sì che se ne può parlare...
    PS ma scusa Marx non diceva di non essere marxista? Io però penso che abbia ragione Chomsky, a diffidare delle dottrine che vengono irrigidite e simboleggia...te col nome del loro iniziatore (marxismo, leninismo, freudismo, darwinismo ecc.)Mostra tutto

    10 ore fa ·

  • Italo Nobile Ma dire di appartenere ad una Famigghia, non vuol dire che non dai tre pallottole al tuo fratellino...
    9 ore fa · ·

  • Edoardo Acotto sì ma un fisico relativista non dice: sono un einsteiniano, come mai?
    circa un'ora fa ·

  • Italo Nobile Beh, c'è l'interpretazione di Copenaghen ad es. e quelli che sono contro l'interpretazione di Copenaghen della MQ
    59 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto sì ma non si chiamano bohriani o heisenberghiani o che so io. Chosmky sfotte bene il tarlo implicito nel reclamarsi alla firma (Deleuze) di un pensatore.
    "Hegeliani", "heideggeriani", "deleuziani", "derridiani" ecc.

    52 minuti fa ·

  • Italo Nobile Dire di essere deleuziani è ammettere che non c'è scienza. Gli scienziati rispettano rigidamente il centralismo democratico. Altrimenti ammetterebbero una debolezza.
    48 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto ecco, me invece c'è scienza eccome.
    46 minuti fa ·

  • Italo Nobile Le differenze ci sono, ma vengono rimosse. Forse c'è un metodo unitario di verifica, ma non credo neanche questo. C'è una forte ideologia nella scienza. E forti interessi materiali pure. Pensa se dicessero apertamente di schierarsi. Forse perderebbero il rispetto di quelli che scienziati non sono
    46 minuti fa · ·

  • Italo Nobile Io sono un po' feyerabendiano. Qualcosa va, ma non si sa cosa
    45 minuti fa · · 1 personaCaricamento in corso... ·

  • Edoardo Acotto
    Sono questioni marginali e che non scalfiscono di un'unghia il lavoro che uno scienziato onesto e intelligente fa e deve fare.
    Nella scienza, prima che ideologia, ci sono oggetti, formalismi e vincoli metodologici e logici senza i quali non ...si produrrebbe conoscenza del mondo esterno. Che nonostante tutte le ideologie mi pare una cosa essenziale anche per coloro che preferiscono riflettere su altri mondi possibili, me compreso.Mostra tutto

    42 minuti fa ·

  • Edoardo Acotto Sì poi però quando Ratzinger lo ha citato contro Galilei lui era dispiaciuto...
    40 minuti fa ·

  • Italo Nobile Lo scienziato onesto mi sembra un ipotesi ad hoc
    39 minuti fa · ·

  • Italo Nobile Feyerabend piace molto ai Cattolici perchè fa dire cazzate a tutti. Un sincero anarchico
    39 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    Ne conosco a carriolate. L'onestà intellettuale è un'idealizzazione utile per impostare il discorso, se no è chiaro che chiunque piega qualsiasi cosa a qualunque fine schifoso.
    Ma basta guardare da vicino come lavorano gli scienziati e ci si... rende conto che i filosofi che parlano di loro non sanno di che parlano.Mostra tutto

    37 minuti fa ·

  • Italo Nobile Gli scienziati se parlano dicono più cazzate dei filosofi...vedi un po' tu come si è combinati.
    Gli scienziati sono come quello maledetto da Alex Drastico: stanno muti tutto il tempo tranne pochissimi minuti dove dicono cazzate inenarrabili

    35 minuti fa · ·

  • Italo Nobile Oddio se parlano con i loro formalismi, tanto rispetto per il pidgin, però se vogliono trasmettere conoscenza sono più coglioni di noi.
    Prendi Zichichi, Boncinelli, Odifreddi. Valgono Baricco

    34 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    Ma va, Zichichi è un coglione, gli altri due no per nulla e mi risulta che sia Odifreddi il più divulgativo. Ma questo name dropping è ad hoc, questo sì. Che c'entrano i singoli?
    E se tu chiami pidgin la matematica e la fisica, scusa tanto m...a mi sa che ti sfugge qualcosa.
    Il sapere matematico non si può "divulgare" al 100%, esattamente come a un ascoltatore naif non si può spiegare la musica come pensata e vissuta dal compositore.
    Certa conoscenza è incomunicabile a prescindere dal suo formalismo, appunto quella insita nella matematica, nella logica, nella musica, forse pure nella fisica.
    Puoi anche provare parafrasare e divulgare, ma non conservi integralmente l'informazione, ovvio.
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    25 minuti fa ·

  • Italo Nobile
    Per me non è tanto ovvio. Per me è un problema serio. Ovviamente lo scienziato ci può passare sopra, tanto a lui che frega ? Dice quattro cazzate e si sdraia. Tanto è lo scienziato.
    Whitehead del rapporto tra mondo della fisica e mondo quoti...diano ne faceva un problema filosofico e anche lo Husserl della Crisi.
    Per me ripeto si tratta di un problema serio.
    Ovviamente fin quando non si risolve, per me dal punto di vista filosofico uno scienziato vale quanto un sofferente mentale. Si legge quello che scrive, ma come una sintomatologia.
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    20 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    e non ti viene in mente che anziché psicoanalizzare gli scienziati sarebbe meglio psicoanalizzare i nevrotici?
    Voglio dire, la scienza funziona, e basta che funzioni, poi il filosofo filosofeggia e chiarisce i concetti che gli scienziati las...ciano confusi e oscuri. Ma da qui a pretendere di avere il punto di vista migliore perché "la scienza non pensa" e simili amentià, passa la distinzione tra un lavoro intellettuale che si confronta con la realtà e uno che si confronta coi propri concetti, insomma la differenza tra materialismo e idealismo.
    Ah già, ma tu sei platonico...
    Be', per me è seriamente inconcepibile.
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    15 minuti fa ·

  • Italo Nobile
    Non si tratta di psicoanalizzare, ma si tratta di dare una rappresentazione a cose che valgono solo perchè funzionano
    Ma le cose che valgono solo perchè funzionano al massimo sono il trapano e il commissario Rex. Ma una persona se deve spieg...are. Non è che fa come Clint Eastwood, spara e lo intervistiamo o diciamo "Chi sa fa e chi non sa insegna". Perchè così arriviamo ai figli dei camorristi che non vanno a scuola e a Berlusconi con le tre I, le tre D etc etcMostra tutto

    8 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    ecco adesso ci manca solo che tu dica che camorra e Berlusconi sono colpa dell'atteggiamento scientifico.
    Ben vengano tutte le epoché, purché i filosofi non dimentichino che il pensiero filosofico è una modalità derealizzante della mente uma...na.
    Scienza e filosofia sono cose completamente diverse. La scienza funziona, spiega il mondo in maniera progressivamente sempre più limpida e per capirla bisogna farsi un culo così.
    La filosofia per parte sua illumina zone d'ombra dell'umano, ma si presta anche a fraintendimenti ed errori a prova di bomba, nonché a dottrine misteriche e inverificabili che corroborano soltanto la psiche dei suoi adepti (vedi certo postmodernismo, certo heideggerismo, certa filosofia cristiana ma anche un certo marxismo).
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    circa un minuto fa ·