Ci sono persone che di fronte alla rottura di un loro oggetto non intervengono: non lo buttano via, non lo riparano, non lo nascondono.
Si ripromettono di occuparsene in futuro, ma non lo fanno mai perchè di fronte alla distruzione la loro azione si paralizza ed essi devono rimuovere l'evento stesso: poiché vivono in un eterno presente, rifiutano l'idea che un ente possa passare dall'essere al nulla.
E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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martedì 30 giugno 2020
domenica 10 febbraio 2019
Se ascolto Arisa, Mi sento bene (Sanremo 2019)
So
che molti non saranno d'accordo ma penso che la canzone sanremese di
Arisa, Mi sento bene, sia quella più significativa e degna di
nota.
Tutti,
a destra e a sinistra (per motivi ovviamente opposti), concordano che
viviamo in un'epoca di passioni tristi per
dirla con Spinoza e lo psicoanalista Benasayag:
un'epoca dove trionfa l'atomizzazione della società e la
depressione, nemmeno sublimata in spleen. Una depressione spesso
travasata in pratiche esistenziali autodistruttive e
preoccupantemente individualistiche (e sessiste), come quelle cantate
dai rapper, tra i quali anche Achille Lauro di cui tanto si è
parlato per il suo inno alla Rolls Royce (automobile di lusso o droga
sintetica, o tutt'e due?).
La
canzone di Arisa, cantante alla quale nessuno nega evidenti doti
canore e musicali, ha un titolo e un testo alquanto banali, che ha
provocato il giudizio negativo di molti.
Io
voglio difenderla.
La
musica della canzone è interessante, tripartita com'è in un'intro e
una chiusa melense da musical disneyano, e in un corpo centrale
concitato dal ritmo serrato esaltante, con una linea melodica fatta
di guizzi verso l'acuto e rotonde ricadute alla partenza. Un esperto
mi ha suggerito che lo stacco tra primo e secondo tempo potrebbe
addirittura ricordare il David Bowie di Station to Station,
e in ogni caso, mi pare musicalmente figa, degno di Elio e le
storie tese o di un buon musical.
Il
testo della canzone propone una specie di visione zen adatta ai
nostri tempi, forse più femminile che maschile: rinunciare a pensare
troppo alla nostra finitudine, al passato, ai desideri
irraggiungibili, e aderire alla realtà può far sentire bene.
È
un messaggio ambiguo: se appare superficialmente banale è in realtà
ben difficile da praticarsi. D'altra parte, sul piano politico
rischia di essere quietista e reazionario, un rischio insito in
generale nelle filosofie orientali, che insegnano appunto a votarsi
all'adesione a ciò che è, più che la progettazione di ciò che
potrebbe essere e ancora non è (compito che in Occidente la
filosofia si è caricata sulle spalle da Marx e la sinistra hegeliana
in poi).
Da
una prospettiva pop-zen, Arisa indica una via individualmente
percorribile per staccarsi dalle passioni tristi: guardare una serie
alla tv, fa stare bene (per qualcuno fa persino pensare), fare l'amore fa stare bene, sentirsi belle perché
qualcuno ci desidera fa stare bene, ecc.
Questo
“stare bene” mi colpisce perché è ambiguo: da un lato sembra
indicare una rinuncia a qualcosa di più elevato o di più complesso,
dall'altro sembra un obiettivo difficile da raggiungere, nonostante
la sua apparente facilità (“quasi elementare e semplice”).
Le
premesse filosofiche non sono tra le meno serie: abbandonare il
desiderio di eternità (“basta non pensarci più e vivere”)
proprio di una buona metà della filosofia occidentale e di quasi
tutta la filosofia orientale); abbandonare la ricerca del senso
del transeunte (“chiedersi che senso ha, è inutile, se un
giorno tutto questo finirà”).
La
natura contradditoria e tragica della realtà è esplicitamente
definita “questo assurdo controsenso”: una visione
schopenhaueriana della realtà che non dispiacerebbe forse a
Houellebecq.
Il
messaggio pratico di Arisa, il suo “tetrafarmaco”, sembra essere
il non pensare al passato (“cosa ne sarà dei pomeriggi al fiume da
bambina, degli occhi di mia madre, quando questo tempo finirà? Se
non ci penso più mi sento bene”).
Tra i mali di vivere su cui fare epoché, come gli antichi stoici, Arisa annovera giustamente la vecchiaia (“non aver paura d'invecchiare”, una frase che potrebbe essere di Battiato). Nel buddhismo ci sono anche malattia e morte, ma a una canzone di Sanremo non possiamo chiedere troppo.
Tra i mali di vivere su cui fare epoché, come gli antichi stoici, Arisa annovera giustamente la vecchiaia (“non aver paura d'invecchiare”, una frase che potrebbe essere di Battiato). Nel buddhismo ci sono anche malattia e morte, ma a una canzone di Sanremo non possiamo chiedere troppo.
Se
facciamo un confronto con la canzone vincitrice di qualche anno fa,
Occidentalis karma, capiamo che per noi occidentali la filosofia
orientale ha due possibilità entrambe spettacolarizzabili: la sua
superficializzazione postmoderna e pop, da Battiato a Francesco
Gabbani, oppure la sua interiorizzazione dagli esiti imprevedibili, da
Schopenhauer a Noah Yuval Harari, e Arisa.
Se
contrapponessimo le due possibilità come Heidegger faceva per
l'autenticità e l'inautenticità, ricadremmo in un eroico dualismo
della scelta, poco probabile ai giorni nostri.
Lasciarci
trasportare dalla canzone di Arisa potrebbe suggerirci come trovare
nella nostra quotidianità per lo più alienata qualche isola di
tranquillità, se non proprio l'oceano di silenzio invocato dal
maestro Battiato.
“E
più non penso e più mi sento bene.”
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domenica 31 agosto 2014
Intuizione, 30
Tuo figlio di cinque anni si sveglia al mattino e ti passa davanti senza rispondere al tuo saluto, stropicciandosi gli occhi per raggiungere la mamma ancora nel lettone.
Pensi a quando lui sarà grande, e tu vecchio, e non succederà più nulla del genere: un attimo di eternità pura è passato davanti ai tuoi occhi.
Pensi a quando lui sarà grande, e tu vecchio, e non succederà più nulla del genere: un attimo di eternità pura è passato davanti ai tuoi occhi.
sabato 2 novembre 2013
Emanuele Severino dixit, 1
"Eterno ogni nostro sentimento e pensiero, ogni forma e sfumatura del mondo, ogni gesto degli uomini. E anche tutto ciò che appare in ogni giorno e in ogni istante: il primo fuoco acceso dall'uomo, il pianto di Gesù appena nato, l'oscillare della lampada davanti agli occhi di Galileo, Hiroshima viva ed il suo cadavere. Eterni ogni speranza ed ogni istante del mondo, con tutti i contenuti che stanno nell'istante, eterna la coscienza che vede le cose e la loro eternità e vede la follia della persuasione che le cose escano dal niente e vi ritornino - la follia che domina il mondo. Eterna anche questa follia; e il suo esser già da sempre oltrepassata nella verità e nella gioia".
La filosofia futura, Milano, 1989, pag. 280
giovedì 3 marzo 2011
Frammento da "Diario buddhista": Il giorno che mio padre è morto
Il giorno che mio padre è morto ho subito pensato che la sua anima era custodita nel mio corpo, che l’avevo in qualche modo ereditata. Avevo già pensato la stessa cosa quand’era morto Gilles Deleuze, ma allora mi ero detto che doveva trattarsi soltanto di un frammento e non dell’anima intera. All’epoca non mi ero reso conto che queste fantasie significavano la naturalezza dell’idea buddhista della reincarnazione. Il succo dell’insegnamento pratico di Buddha, però, non è la reincarnazione bensì la presenza mentale. Per noi occidentali si tratta di una cosa difficile perché pensiamo l’attenzione come funzionale allo svolgimento di compiti. Per il buddhismo invece la presenza mentale libera dal dolore e consente al bodisatthva, il santo, di raggiungere il nirvana. Del resto per la dottrina zen il nirvana è sempre lì e si tratta solo di vederlo.
Ho voluto che mio padre fosse cremato, mi sembrava più naturale e credo che lui volesse così. Quando il vaso pieno di ceneri di mio padre ci è stato presentato, la zia si è avvicinata molto triste, ha guardato le ceneri e poi le ha toccate con due dita. Io non avrei potuto farlo, mi sarebbe sembrato un residuo di attaccamento a un corpo ormai annullato.
In un film buddhista alla fine il maestro muore e il suo discepolo deve cremarlo, come gli è stato ordinato dal maestro prima di morire. L’allievo prepara la pira poi arde il corpo del maestro, alla fine non restano che ceneri ma lui cerca con le mani e in mezzo a esse trova pezzi di ossa del cranio : prima le tiene tra le dita quasi incredulo, poi le tritura tutte con una pietra affinché le ceneri risultino omogenee. Quando ha ottenuto una polvere uguale se ne va in giro per il bosco e sparge le ceneri qua e là (ora si capisce che ha capito il senso vuoto del koan: «dove va il maestro del mio essere?» Non va da nessuna parte, perché pensare che il maestro incenerito ora sia nel bosco significherebbe non avere capito l’essenza di vuoto dei fenomeni.)
Avrei voluto sparpagliare le ceneri di mio padre in un bosco. Così facendo forse le avrei anche toccate, almeno un po’. Ma toccarle nell’urna come la zia, mi sembrava una cosa da non farsi.
È stata la morte di mio padre che mi ha aperto gli occhi sull’impermanenza: d’improvviso ho capito che chiunque può scomparire da un istante all’altro e senza la benché minima avvisaglia. E quando dico "chiunque" e "da un istante all’altro" intendo proprio chiunque e da un istante all’altro senza eccezione alcuna. Non spaventatevi però, non è una tragedia, anche se siamo attaccati alla nostra vita. È questo l’errore: essere attaccati a ciò che è impermanente. Mi rendo conto che può sembrare il discorso di un prete, ma è molto diverso, perché i cristiani credono nel regno di Dio dove tutti i buoni vivono in eterno. E in fin dei conti anche i malvagi vivono in eterno: perché l’idea di Don Giovanni all’inferno non ci terrorizza più di tanto? Non crediamo più all’inferno cristiano e forse percepiamo indistintamente che da cristiani seppur dannati si vive ancora dopo la morte. E se si vive dopo la morte anche in mezzo ai tormenti, dato che la paura di noi occidentali è proprio quella di scomparire nel nulla, chi se ne frega dei tormenti se almeno si continua a esistere? Le pene dell'inferno sono meglio del nulla eterno: un ragionamento inconscio di questo genere deve svolgersi nelle nostre menti occidentali impaurite e violente.
L’idea dell’annullamento del sé fisico e mentale è intuitiva, la paura della morte è fatta di paura che tutto di noi diventi nulla. Ora, proviamo a rovesciare il punto di vista: il buddhismo non nega questo annullamento, in un certo senso dichiara che esso è già sempre avvenuto: sub specie aeternitatis noi siamo già morti, perché di sicuro moriremo tra breve (è un tempo infinitamente breve quello che ci è dato). Avremo vissuto un istante, brevissimo se paragonato con la vita eterna del tutto. Ma questo non deve impaurire, perché in realtà non siamo separati dal tutto. Non lo siamo mai stati, si tratta solo di un’illusione dovuta all’ignoranza. Pensiamo di esser vivi perché ci sentiamo separati dagli altri ma la vera vita non ha nulla a che vedere con questo sogno di separatezza (principium individuationis).
D’altra parte il buddhismo insiste sulla sofferenza della vita e del morire. Come superarla? Vivendo in presenza mentale il tempo che ci è dato di vivere (credo che il riuscirci o meno dipenda dal nostro karma).
Come dice Wittgenstein: «Se, per eternità, si intende non infinita durata nel tempo, ma intemporalità, vive eterno colui che vive nel presente. La nostra vita è così senza fine come il nostro campo visivo è senza limiti» (Tractatus, 6.4311).
Ho voluto che mio padre fosse cremato, mi sembrava più naturale e credo che lui volesse così. Quando il vaso pieno di ceneri di mio padre ci è stato presentato, la zia si è avvicinata molto triste, ha guardato le ceneri e poi le ha toccate con due dita. Io non avrei potuto farlo, mi sarebbe sembrato un residuo di attaccamento a un corpo ormai annullato.
In un film buddhista alla fine il maestro muore e il suo discepolo deve cremarlo, come gli è stato ordinato dal maestro prima di morire. L’allievo prepara la pira poi arde il corpo del maestro, alla fine non restano che ceneri ma lui cerca con le mani e in mezzo a esse trova pezzi di ossa del cranio : prima le tiene tra le dita quasi incredulo, poi le tritura tutte con una pietra affinché le ceneri risultino omogenee. Quando ha ottenuto una polvere uguale se ne va in giro per il bosco e sparge le ceneri qua e là (ora si capisce che ha capito il senso vuoto del koan: «dove va il maestro del mio essere?» Non va da nessuna parte, perché pensare che il maestro incenerito ora sia nel bosco significherebbe non avere capito l’essenza di vuoto dei fenomeni.)
Avrei voluto sparpagliare le ceneri di mio padre in un bosco. Così facendo forse le avrei anche toccate, almeno un po’. Ma toccarle nell’urna come la zia, mi sembrava una cosa da non farsi.
È stata la morte di mio padre che mi ha aperto gli occhi sull’impermanenza: d’improvviso ho capito che chiunque può scomparire da un istante all’altro e senza la benché minima avvisaglia. E quando dico "chiunque" e "da un istante all’altro" intendo proprio chiunque e da un istante all’altro senza eccezione alcuna. Non spaventatevi però, non è una tragedia, anche se siamo attaccati alla nostra vita. È questo l’errore: essere attaccati a ciò che è impermanente. Mi rendo conto che può sembrare il discorso di un prete, ma è molto diverso, perché i cristiani credono nel regno di Dio dove tutti i buoni vivono in eterno. E in fin dei conti anche i malvagi vivono in eterno: perché l’idea di Don Giovanni all’inferno non ci terrorizza più di tanto? Non crediamo più all’inferno cristiano e forse percepiamo indistintamente che da cristiani seppur dannati si vive ancora dopo la morte. E se si vive dopo la morte anche in mezzo ai tormenti, dato che la paura di noi occidentali è proprio quella di scomparire nel nulla, chi se ne frega dei tormenti se almeno si continua a esistere? Le pene dell'inferno sono meglio del nulla eterno: un ragionamento inconscio di questo genere deve svolgersi nelle nostre menti occidentali impaurite e violente.
L’idea dell’annullamento del sé fisico e mentale è intuitiva, la paura della morte è fatta di paura che tutto di noi diventi nulla. Ora, proviamo a rovesciare il punto di vista: il buddhismo non nega questo annullamento, in un certo senso dichiara che esso è già sempre avvenuto: sub specie aeternitatis noi siamo già morti, perché di sicuro moriremo tra breve (è un tempo infinitamente breve quello che ci è dato). Avremo vissuto un istante, brevissimo se paragonato con la vita eterna del tutto. Ma questo non deve impaurire, perché in realtà non siamo separati dal tutto. Non lo siamo mai stati, si tratta solo di un’illusione dovuta all’ignoranza. Pensiamo di esser vivi perché ci sentiamo separati dagli altri ma la vera vita non ha nulla a che vedere con questo sogno di separatezza (principium individuationis).
D’altra parte il buddhismo insiste sulla sofferenza della vita e del morire. Come superarla? Vivendo in presenza mentale il tempo che ci è dato di vivere (credo che il riuscirci o meno dipenda dal nostro karma).
Come dice Wittgenstein: «Se, per eternità, si intende non infinita durata nel tempo, ma intemporalità, vive eterno colui che vive nel presente. La nostra vita è così senza fine come il nostro campo visivo è senza limiti» (Tractatus, 6.4311).
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