E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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domenica 10 febbraio 2019

Se ascolto Arisa, Mi sento bene (Sanremo 2019)


So che molti non saranno d'accordo ma penso che la canzone sanremese di Arisa, Mi sento bene, sia quella più significativa e degna di nota.
Tutti, a destra e a sinistra (per motivi ovviamente opposti), concordano che viviamo in un'epoca di passioni tristi per dirla con Spinoza e lo psicoanalista Benasayag: un'epoca dove trionfa l'atomizzazione della società e la depressione, nemmeno sublimata in spleen. Una depressione spesso travasata in pratiche esistenziali autodistruttive e preoccupantemente individualistiche (e sessiste), come quelle cantate dai rapper, tra i quali anche Achille Lauro di cui tanto si è parlato per il suo inno alla Rolls Royce (automobile di lusso o droga sintetica, o tutt'e due?).
La canzone di Arisa, cantante alla quale nessuno nega evidenti doti canore e musicali, ha un titolo e un testo alquanto banali, che ha provocato il giudizio negativo di molti.
Io voglio difenderla.
La musica della canzone è interessante, tripartita com'è in un'intro e una chiusa melense da musical disneyano, e in un corpo centrale concitato dal ritmo serrato esaltante, con una linea melodica fatta di guizzi verso l'acuto e rotonde ricadute alla partenza. Un esperto mi ha suggerito che lo stacco tra primo e secondo tempo potrebbe addirittura ricordare il David Bowie di Station to Station, e in ogni caso, mi pare musicalmente figa, degno di Elio e le storie tese o di un buon musical.
Il testo della canzone propone una specie di visione zen adatta ai nostri tempi, forse più femminile che maschile: rinunciare a pensare troppo alla nostra finitudine, al passato, ai desideri irraggiungibili, e aderire alla realtà può far sentire bene.
È un messaggio ambiguo: se appare superficialmente banale è in realtà ben difficile da praticarsi. D'altra parte, sul piano politico rischia di essere quietista e reazionario, un rischio insito in generale nelle filosofie orientali, che insegnano appunto a votarsi all'adesione a ciò che è, più che la progettazione di ciò che potrebbe essere e ancora non è (compito che in Occidente la filosofia si è caricata sulle spalle da Marx e la sinistra hegeliana in poi).
Da una prospettiva pop-zen, Arisa indica una via individualmente percorribile per staccarsi dalle passioni tristi: guardare una serie alla tv, fa stare bene (per qualcuno fa persino pensare), fare l'amore fa stare bene, sentirsi belle perché qualcuno ci desidera fa stare bene, ecc.
Questo “stare bene” mi colpisce perché è ambiguo: da un lato sembra indicare una rinuncia a qualcosa di più elevato o di più complesso, dall'altro sembra un obiettivo difficile da raggiungere, nonostante la sua apparente facilità (“quasi elementare e semplice”).
Le premesse filosofiche non sono tra le meno serie: abbandonare il desiderio di eternità (“basta non pensarci più e vivere”) proprio di una buona metà della filosofia occidentale e di quasi tutta la filosofia orientale); abbandonare la ricerca del senso del transeunte (“chiedersi che senso ha, è inutile, se un giorno tutto questo finirà”).
La natura contradditoria e tragica della realtà è esplicitamente definita “questo assurdo controsenso”: una visione schopenhaueriana della realtà che non dispiacerebbe forse a Houellebecq.
Il messaggio pratico di Arisa, il suo “tetrafarmaco”, sembra essere il non pensare al passato (“cosa ne sarà dei pomeriggi al fiume da bambina, degli occhi di mia madre, quando questo tempo finirà? Se non ci penso più mi sento bene”).
Tra i mali di vivere su cui fare epoché, come gli antichi stoici, Arisa annovera giustamente la vecchiaia (“non aver paura d'invecchiare”, una frase che potrebbe essere di Battiato). Nel buddhismo ci sono anche malattia e morte, ma a una canzone di Sanremo non possiamo chiedere troppo.
Se facciamo un confronto con la canzone vincitrice di qualche anno fa, Occidentalis karma, capiamo che per noi occidentali la filosofia orientale ha due possibilità entrambe spettacolarizzabili: la sua superficializzazione postmoderna e pop, da Battiato a Francesco Gabbani, oppure la sua interiorizzazione dagli esiti imprevedibili, da Schopenhauer a Noah Yuval Harari, e Arisa.
Se contrapponessimo le due possibilità come Heidegger faceva per l'autenticità e l'inautenticità, ricadremmo in un eroico dualismo della scelta, poco probabile ai giorni nostri.
Lasciarci trasportare dalla canzone di Arisa potrebbe suggerirci come trovare nella nostra quotidianità per lo più alienata qualche isola di tranquillità, se non proprio l'oceano di silenzio invocato dal maestro Battiato.
“E più non penso e più mi sento bene.”

martedì 12 dicembre 2017

Eserghi (Nouveau roman nouveau)

(...) una vita si svolge a spirali; ripassa sempre per gli stessi punti ma a livelli diversi d’integrazione e di complessità (Sartre, Questioni di metodo 85)

"Ho raggiunto il mio ideale terreno, perché con un impiego e una donna si ha tutto in questo mondo" (Hegel).

Una vita può benissimo essere al contempo vacua e breve. I giorni scorrono miseramente, senza lasciare traccia né ricordo; e poi, di colpo, si arrestano (Houellebecq, EDL 47)


Tra l'altro, poi, essendo un mortale la cui presenza nel mondo è abbastanza inutile, ha ben poca importanza il mio modo d’agire. (Tristram Shandy, p.29)

lunedì 27 gennaio 2014

Mia famigerata intervista inedita a Houellebecq, mai integralmente trascritta...


Michel Thomas, alias Michel Houellebecq, è stato per anni considerato uno scrittore scandaloso, politicamente scorretto, addirittura un portavoce del fascismo europeo (come disse un Baricco straordinariamente abbagliato). La carta e il Territorio è il suo ultimo romanzo e per molti versi appare come un commiato dall’intensità della precedente scrittura, spesso quasi insopportabile per temi e passioni tristi. Houellebecq sembra ora avere raggiunto una specie di atarassia artistica, se non esistenziale (anche se vedendolo da vicino emana un gran senso di quiete).
Houellebecq è diventato celebre per gli effetti speciali a base di molto sesso, trattato in maniera quasi pornografica, ma i suoi libri sono intrisi di cultura filosofica: e per essere un intellettuale francese dell'epoca d'oro della postmodernità lo scrittore ha un punto di vista decisamente poco simpatetico verso la produzione filosofica dei suoi connazionali.
D: L'ho sempre considerata come uno dei più filosofici tra i grandi scrittori contemporanei, ma so che lei ha detto cose molto aggressive contro la filosofia occidentale... non ha proprio nessuna stima per la filosofia contemporanea, in particolare quella francese dei Deleuze, Foucault, Derrida ecc.?
R: No. Diciamo che c'è un décalage, o meglio una divergenza che si è prodotta tra la filosofia e la scienza e che invalida il discorso filosofico. O meglio: non lo invalida ma lo posiziona nel campo della letteratura. Deleuze è piuttosto un buon poeta, a tratti, Derrida è un poeta di merda. È vero che ho una certa simpatia per Deleuze, ma piuttosto per una specie di dimensione di sogno che apporta, una dimensione onirica. Ma non posso prenderlo sul serio. Ci sono ancora dei filosofi francesi seri, ma il problema è che mi sento un po' superato sul piano intellettuale. Non solo francesi, d'altronde.
D: Intende i filosofi analitici?
R: Sì i filosofi analitici, ma oltre un certo punto non arrivo, è troppo complicato. Per esempio, il teorema di Goedel l'ho capito una volta, ma penso che non saprei più fare la dimostrazione. Per me però è lì che si situa l'aspetto serio della filosofia, una specie di corrente di pensiero derivata dal positivismo logico[1]. Carnap salvava Heidegger come poeta lirico, e direi a giusto titolo: leggendo Heidegger si prova un'emozione realmente poetica.
D: Heidegger le piace?
R: Sì mi piace, ma è la pretesa di essere filosofo che mi infastidisce un po'. "Romanzo" non si potrebbe dire propriamente, ma come poema Essere e tempo andrebbe bene!
D: Si è parlato molto del suo rapporto con l’Islam e i raheliani, ma si è parlato un po' meno del suo rapporto con il buddhismo: lei ha scritto che considerava il buddhismo come una possibilità, mentre adesso il buddhismo le sembra inoperante, perché anche la mancanza di desiderio è triste.
R: Beh, intanto il buddismo intellettualmente non è minacciato, grazie alla celebre risposta di Buddha sui problemi metafisici, più o meno: non si era interessato ai problemi metafisici perché non erano interessanti. È una risposta assai insolente ma che salva... Dunque exit la questione metafisica. Devo riconoscere che non ho voglia che il desiderio si spenga in me, il che… non è molto buddhista...
D: Ho l’impressione che nel suo ultimo romanzo, e forse anche in La possibilità di un'isola, lei faccia meno resistenza al concetto di individuo.
R: Diciamo che è un concetto molto sopravvalutato: per dirla grossolanamente le persone sono molto più simili tra loro di quanto non si immaginino... è un concetto che va relativizzato. Gli uomini differiscono tra loro un po' più dei cani – per prendere degli animali che conosco bene – ma non molto di più, ecco. La mia è piuttosto un'incitazione a una valutazione oggettiva dell'individualità.
D: È noto che lei non ha grandi simpatie per la psicoanalisi, e data la sua formazione scientifica ci si potrebbe aspettare che lei fosse più interessato alla psicologia scientifica[2] e alle neuroscienze cognitive. Tuttavia ho l’impressione che per descrivere gli esseri umani lei faccia ricorso al suo sguardo riflessivo, come nella tradizione dei moralisti francesi. Come dice Chomsky: la letteratura insegnerà sempre più sull'animo umano di quanto non potrà fare la filosofia...
R: Be', lui si impegna un po' alla leggera, il “sempre” è discutibile, però sì, al momento attuale è quella [la posizione] che funziona meglio. Le neuroscienze fanno qualche progresso, ma che io sappia non c’è ancora un concetto chiaro di che cos’è la coscienza, il sapere è molto lacunoso. È vero d’altronde che la psicoanalisi è stata un tentativo di teorizzare a partire da niente, a partire da intuizioni vaghe, e quindi di introdurre dei concetti sfocati, l’inconscio, il super-Io, ecc., insomma: un tentativo di teorizzazione prematuro. E all’ora attuale siamo ancora PRIMA della possibilità di una teorizzazione su basi solide. Ma dire che sarà così “per sempre” è esagerato, comunque.
D: Da qualche parte lei ha detto che scrive con il desiderio di venire contraddetto...
R: Ho l'impressione di avere scritto certe cose forse con quello spirito, ma sicuramente non tutte...
D: Era a proposito della società contemporanea, per dire che quando lei la descrive così negativamente non è perché si compiaccia di quell’immagine, ma piuttosto con la speranza di venire contraddetto. Allora secondo me contraddirla vorrebbe dire scrivere ottimi romanzi che parlassero di individui e coppie felici, società equilibrate. Sul piano filosofico ci sarebbe davvero bisogno del buddhismo per cercare di contraddirla. Però mi sembra che il suo ultimo romanzo vada un po’ in questa direzione, perché Jasselin, (il personaggio di) Houellebecq e Jed non ha avuto “una vita malvagia”. Quindi – la domanda è questa: una vita e un’opera felici sono possibili?
MH: ...mmm... (ci pensa qualche istante). Be’ si può dir di sì, e in più per tre vie differenti: una, lavoro soddisfacente, pensione, coppia; l’altra, solitudine e lavoro puro; la terza un po’ di lavoro, cane, campagna... Quindi tre vie distinte che sembrano tutte e tre felici…
Per citare Schopenhauer, che è il pessimista per eccellenza, lui dice alla fine del suo diario: "in fondo non me la sono cavata così male". Non è l'estasi ma è un po' così.
EA: forse questo ha qualcosa a che fare col buddhismo, con Epicuro? Non è la
MH: sì sì... (lunga pausa) sì sì… No, Epicuro non è niente male...
EA: Forse il suo rapporto con i bambini si potrebbe comparare al suo rapporto con i figli...
MH: Conosco male la sua vita, ma il suo argomento contro la morte è il migliore?
EA: secondo me non funziona, e mi sembra rientrare bene in ciò che lei dice sulla filosofia occidentale, ossia che sarebbe un addestramento ...
MH: ma a rigore non è un argomento contro la morte, il fatto che non ci sia contatto reale...
D: quando rappresenta la morte di MH quando Jed vede lefotografie dei pezzi di cadavere, non è un po' come se lei cercasse di vedere la sua propria morte, ma come se ciò rimanesse radicalemtne impossibile? Io almeno ho avuto questa impressione...
R: [ci pensa un istante] No, non ha nulla a che vedere con la morte, ma piuttosto con il dolore. Quando si vede qualcuno fatto a pezzi la prima reazione che si ha è sentire male, non di avere paura, è un misto di scoramento e di sofferenza... Ma, passiamo all’arte, magari, che è anche una questione interessante?
EA: sì certo. Lei sembra ammirare le opere d'arte di Jed ma per nulla il mondo dell'arte contemporanea... riguardo alla questione della valutazione delle opere di Jed citando Wittg lei scrive che non ha alcun senso: c'è qui un elemento di critica al mondo mercantile dell'arte contemporanea?
MH: Non è nemmeno una critica, non ha proprio nessun senso, non dico strettamente nulla più di quello che ho scritto: non ha semplicemente senso, non bisogna cercarlo. Per esempio il prezzo di questo libro ha un senso, si può calcolare facilmente, si può fissare il prezzo di questo libro. Il prezzo di un’opera non ha nessun senso, è interamente legato al desiderio delle persone di possederla.
… Seguono domanda-risposta su musica contemporanea; sul successo di un artista...

giovedì 8 agosto 2013

Coglioni pazzeschi tutto intorno a me

in pizzeria accanto a me oggi pranzavano due coglioni e una cogliona di mezza età, probabilmente impiegati, tali che per ben descriverli ci vorrebbe Michel Houellebecq di buon umore.
- Ma lui è giovane no?
- Certo che è GIOVANE, ha 75 anni.

Segue racconto su conoscenti di cogliona, una famiglia intera con mamma dispotica del sud che schiavizza marito, che però ha voluto farsi schiavizzare, e figlia con consorte, al marito della stronza è venuto tumore dopo che lei lo ha obbligato a vendere casa di famiglia, perché le malattie sono un segno di qualche cosa di sbagliato nella vita, poi la madre-tiranna SI È FATTA VENIRE LA SCIATICA - PERCHÉ SE L'È FATTA PROPRIO VENIRE - per poter schiavizzare la figlia.

PS: le malattie dipendono tutte dalle nostre scelte di vita, i medici non lo sanno perché sono ignoranti e studiano solo le loro tabelle, ma è ora che si cominci a capire che c'è "dell'altro" che la scienza non comprende.



Finché non troverai il coraggio di prendere la parola per provare a mettere in crisi il tuo prossimo, idiota in buona fede ma fragoroso, l'unica resistenza interiore corretta consiste in un totale disprezzo fenomenologico.

lunedì 13 maggio 2013

Intervista a Houellebecq, 3


Devo riconoscere che non ho voglia che il desiderio si spenga in me, il che… non è molto buddhista... 
Michel Houellebecq

martedì 30 aprile 2013

Intervista a Houellebecq, 2


Per esempio il teorema di Gödel una volta l'ho capito, ma penso che non saprei più farne la dimostrazione.
Michel Houellebecq 

lunedì 29 aprile 2013

Intervista a Houellebecq, 1


Deleuze è piuttosto un buon poeta, a tratti; Derrida è un poeta di merda.
Michel Houellebecq

mercoledì 21 settembre 2011

Bentornato, Houellebecq (vogue31)



Bentornato, Houellebecq

E' durata poco, per fortuna, l'ansia per la presunta scomparsa di Michel Houellebecq. Razionalista nichilista e maudit, scrittore tra i più philosophes tra quanti oggi abbiano un grande pubblico, Houellebecq, alias Michel Thomas, è noto per una certa misantropia: vive in solitudine e il suo editore è abituato a lunghi silenzi. Nei giorni scorsi tuttavia si era diffusa su internet la notizia che lo scrittore francese, atteso ad Amsterdam e Bruxelles per un ciclo di letture, non si era presentato e nessuno aveva sue notizie.
Così, le scene dei suoi libri iniziavano ad affacciarsi alla mente degli appassionati lettori (quelli che non sono appassionati lo odiano): “La testa della vittima era intatta, mozzata di netto, posata su una poltrona davanti al caminetto; una piccola pozza di sangue si era formata sul velluto verde scuro (…). Il resto era un massacro, una carneficina insensata, brandelli, strisce di carne sparpagliati sul pavimento”. Questa era la fine riservata al personaggio omonimo dello scrittore (simile ma non identico alla persona reale) in La carta e il territorio, un bel romanzo molto diverso dai precedenti, meno nichilista e disperato - nonostante vi si narri di solitudine, eutanasia e assassinio - con il quale Houellebecq ha finalmente vinto nel 2010 il premio Goncourt, uno dei più prestigiosi premi letterari francesi.
Nelle Particelle elementari¸ uno dei suoi capolavori centrati sull’infelicità della condizione umana e sulla possibilità di trionfare su di essa attraverso la tecnica (idea svolta in termini di clonazione nel romanzo La possibilità di un’isola, spietato visionario e lirico, forse il suo capolavoro), descriveva sobriamente il probabile suicidio del protagonista: “Al momento della sua scomparsa, Michel Djerzinski era unanimemente considerato un biologo di altissima levatura, e lo si riteneva un valido candidato al Nobel; ma l’effettiva portata della sua opera si sarebbe rivelata solo in seguito. (…) Secondo la testimonianza delle poche persone che frequentarono Djerzinski in Irlanda durante le sue ultime settimane, su di lui sembrava essere scesa una sorta di rassegnazione. Il suo volto ansioso e mobile sembrava essersi pacificato (…) Permanendo malgrado tutto il mistero intorno alla scomparsa di Djerzinski, il fatto che il suo corpo non sia mai stato ritrovato ha finito per alimentare una tenace leggenda secondo la quale sarebbe partito per l’Asia, segnatamente per il Tibet, al fine di confrontare i propri lavori con certi insegnamenti della tradizione buddista”.
Se non proprio di una fuga in Tibet, speravamo - noi ammiratori incondizionati dello scrittore - che si trattasse di un’assenza dovuta a ragioni futili e passeggere: la spiegazione ufficiale parla infatti di un misunderstanding. (Immaginiamo Houellebecq riferirisi in cuor suo all'accaduto in termini meno diplomatici).
Certo, è nota la sua tendenza depressiva, fulcro dell’ispirazione letteraria, e un po' di inquietudine ci turbava. Ma non escludevamo, non fosse per la fatica e il dubbio godimento che se ne potrebbe trarre, in una specie di capriccio d’artista, per il divertimento di vedere quali stupidaggini si possano ancora scrivere sul suo genio. Come quando da bambini, o per melanconia, immaginiamo il nostro funerale e il pianto dei nostri cari per la nostra scomparsa.
Se davvero Houellebcq non avesse mai più potuto scrivere il suo prossimo romanzo, avremmo almeno sperato che la sua scomparsa somigliasse a  quella del protagonista delle Particelle, descritta con tratti sublimi: “Svariate testimonianze attestano la sua fascinazione per quella punta estrema del mondo occidentale, costantemente bagnata da una luce mobile e dolce, dove amava spingersi durante le sue passeggiate; dove, come scrive in uno dei suoi ultimi appunti, ‘il cielo, la luce e l’acqua si confondono’. Oggi noi pensiamo che Michel Djerzinski sia entrato nel mare”.
No, Michel non è entrato nel mare, per fortuna, ma è sano e salvo a casa sua.
Prendere nota per la prossima volta: ricordarsi di imparare a non prestare orecchio alle chiacchiere della società dello spettacolo.

giovedì 15 settembre 2011

Commoventi vecchi status di Facebook, 2


Oggi, nel 2010



Edoardo Acottodatemi una babysitter e mi solleverò dal mondo


Edoardo AcottoIl protagonista di La carte et le territoire è un pittore. L'inizio del romanzo è stranamente tranquillo...

mercoledì 8 dicembre 2010

se io fossi assolutamente libero e potessi fare più cose contemporaneamente e il tempo non finisse mai...

...oggi leggerei qualche racconto di Hoffmann (e ascolterei Offenbach), poi leggerei una prosa breve di Beckett, e magari darei un'occhiata al Beckett di Badiou e a L'esausto di Deleuze.

I ruoli tematici e il call for paper possono aspettare domani.

Se fossi pure ricco andrei alla FNAC a comprarmi il videogioco Tron, magari adirittura la playstation 3.


Invece scriverò su Assange, sbobinerò Houellebecq e scriverò su Argento e Seymour Hoffman, sperando che i pochi guadagni extra non se ne vadano via col dentista.

Le forme di vita libera sono lontane da me, se mai sono esistite.

mercoledì 17 novembre 2010

Ho intervistato Michel Houellebecq...


2.
Michel Thomas, alias Michel Houellebcq, è stato per anni considerato uno scrittore scandaloso, politicamente scorretto, addirittura un portavoce del fascismo europeo (come disse un Baricco straordinariamente abbagliato, alcuni anni fa).
Con La carta e il Territorio, il suo ultimo romanzo che per molti versi si presenta esplicitamente come il suo “ultimo”, quasi un commiato (per sopraggiunta anzianità?) dall’intensità della precedente scrittura, spesso incandescente per temi pensieri e passioni (tristi) racchiusi in essa, Houellebecq sembra ora avere raggiunto una specie di calma artistica, se non esistenziale (anche se vedendolo da vicino emana una gran quiete: dipenderà dai giorni a quanto dicono i giornalisti, ai quali lo scrittore sembra comunque riservare un disprezzo aprioristico…).
Oltre all’indiscutibile potenza di una narrativa colta che spesso mescola i toni immediati della letteratura popolare e le tinte forti della pornografia con ardui intermezzi teorici, scientifici e filosofici, l’appassionato lettore di Houellebecq apprezza proprio questa mistura esplosiva. Personalmente, da anni considero i romanzi di Houellebecq come i più rilevanti dal punto di vista filosofico che si possano reperire sul mercato occidentale contemporaneo. Ovviamente ci sono altri grandi romanzieri, anche enormi, com’è del resto Houellebecq, ma difficilmente i loro libri evocano direttamente o indirettamente tanti problemi filosofici come quelli di Houellebecq.
Perciò quando lo incontrerò per la prima volta in vita mia glielo dirò subito. Lo incontrerò al Grand Hotel de Milan, un bel luogo sontuoso per incontrare il mio scrittore preferito. Che è oggettivamente uno degli scrittori viventi più importanti al mondo.
Houellebecq tarderà un po’ a scendere, mi dice la persona della Bompiani che organizza le sue giornate italiane. Il mio nervosismo cresce: è noto che H odia i giornalisti. Ma io non sono un giornalista, mi dico per tranquillizzarmi… E poi la sera precedente l’ho visto a un incontro pubblico a Torino, è stato gentile, ha risposto cortesemente a tutte le domande, ed è stato anche spiritoso in maniera non aggressiva.

***

1.

...sabato 20 novembre alle 10,30, a Milano.

Da allora se guardo indietro nel passato non mi viene in mente null'altro che lui seduto sul divano del Grand Hotel de Milan con me accanto che gli tendo il registratore digitale verso il volto, non troppo vicino per non fastidiarlo, non troppo lontano per non rischiare di perdere neanche una frazione delle importantissime onde sonore che usciranno dalla sua bocca.
Della verità, come bocca, per me.

Sono giunto a intervistare Houellebecq per una serie di miei fraintendimenti, la cui catena causale è la seguente: qualche tempo fa avevo provato a vedere la serata dedicata a Brett Easton Ellis e non c'ero riuscito. Così, pensando che per Houellebecq sarebbe stata la stessa storia, avevo chiesto a un paio di amici giornalisti se per caso potevano farmi avere un qualche pass, per poi rendermi improvvisamente conto che la mia saltuaria collaborazione con Vogue.it mi forniva la possibilità non dolo di vedere Houellebecq, ma anche di intervistarlo! In quel momento di insight sono stato molto contento delle mie saltuarie collaborazioni con Vogue.it.
Così, ho messo in moto la macchina organizzativa e in poche ore ho ottenuto dalla Bompiani il permesso di intervistarlo. Permesso di cui mi sono fatto forte per entrare al Circolo dei Lettori anche se ho scoperto poi che non ce n'era affatto bisogno: c'era molto meno pubblico che per Brett Easton Ellis, e ho capito che non avevo affatto chiare le dimensioni della fama internazionale dei due scrittori.
Ellis, per altro, non l'ho ancora mai letto, anche se rimedierò quanto prima con Glamorama, che a Houellebcq pare piaccia molto.

Avevo dunque visto Houellebecq a Torino la sera prima di intervistarlo, al Circolo dei lettori, dove presentava il suo nuovo romanzo, La carte et le territoire. La conferenza fu interessante, ma non strepitosa, le domande del pubblico abbastanza ovvie anche se mi hanno risparmiato la tentazione di chiedergli che cosa ne pensasse di Silvio Berlusconi: qualcuno gliel'ha chiesto, in paragone con Sarkozy, e lui ha risposto che le situazioni erano molto diverse, che non si ricordava nemmeno più da quanto tempo Berlusconi governasse l'Italia, gli pareva "dalla notte dei tempi"...
Il mattino dopo, dopo aver fatto molto tardi la notte prima per limare le mie domande, sono partito alla volta di Milano, con uno zaino carico di merci e prodotti energetici naturali, come ai bei vecchi tempi del concorso a cattedre (allora lo zainetto conteneva: guaranà per svegliarsi, ginseng per svegliarsi un po' meno, Euphytose per calmarsi nel caso mi fossi agitato, pappa reale per l'energia, e forse altre cose che ho dimenticato).

Arrivato alla stazione di Milano consultai la mappa e, non senza indirizzare qualcuno che mi chiedeva come andare al Duomo, mi diressi verso il Duomo, sapendo lì vicina la via Manzoni del Grand Hotel. Feci un paio di falsi giri prima di trovare l'Hotel de Milan ma alla fine vi arrivai. Un'ora prima del tempo. Andai in un bar adiacente, per nulla adeguato al lusso del grand Hotel.
Lì ripassai le mie domande, davanti a un cappuccino, e soffiandomi ripetutamente e rumorosamente il naso, sperando che il raffreddore si placasse durante l'intervista.
Leggevo ancora qualche pagina di Houellebecq, da Interventions 2, e naturalmente trovavo spunti interessantissimi per domande che era troppo tardi per formulare per bene.
Dieci minuti prima dell'ora concordata, dopo un'accurata toilette anti-raffreddore, partii alla volta del De Milan, 50 metri più in là.

[to be continued]

giovedì 4 novembre 2010

Halloween, il Grande Cocomero e il cristianesimo (Vogue12)


[Pubblicato su Vogue.it]


La Generazione X italiana, a cui appartengo, ha scoperto Halloween grazie alle strisce di Peanuts, di Charles Monroe Schulz. Che il loro straordinario autore fosse cristiano (di una setta protestante) non pare del tutto privo di significato, se pensiamo alla crociata contro la festa dei morti in salsa nord-americana condotta dalla chiesa italiana negli ultimi anni. Le accuse sono molteplici (è una festa consumista, satanista, estranea alle tradizioni italiane, inconciliabile con il cristianesimo, pagana) ma si riconducono agevolmente a una: Halloween è una festa anti-cristiana che rinverdisce antichissimi e ambigui culti mortuari, alieni dalla fede cristiana nella resurrezione dei morti (si pensi anche alla palermitana “festa dei morti” descritta con irresistibili toni grotteschi da Roberto Alajmo in Palermo è una cipolla).
A ripensarci oggi, sembra già di poter leggere tra le righe di Peanuts una presa di posizione filo-cristiana o comunque reattiva verso il consumismo mainstream della festa americana.
Il Grande Cocomero è l’eroe eponimo di un’anti-Halloween inventato dalla fantasia mitopoietica di Linus van Pelt. A differenza degli altri bambini, Linus non pratica l’usanza giocosa di bussare alle porte del vicinato, proponendo l’alternativa “dolcetto o scherzetto”, bensì attende tutta la notte che il Grande Cocomero, un Godot in versione fanciullesca, giunga a fargli visita nel suo “orto sincero”, recandogli i doni promessi ai bimbi buoni.
Ci sono qui molti elementi densi di senso: il Grande Cocomero, un duplicato di Babbo Natale - il quale intrattiene già per parte sua un rapporto complesso col cristianesimo -, richiede ai suoi adepti bontà e sincerità, virtù che reintroducono nella festività dei defunti la dimensione morale esclusa da Halloween.
Il luogo dell’orto (oltre a ricordare l’attesa apostolica nel Getsemani, che risuona nell’attesa notturna di Linus) è carico di valenze ecologiste ante litteram, svolgendo quindi il ruolo di un segno naturale contro l’artificialità delle merci dolciarie destinate ai bambini.
Infine, e più importante, la reiterata delusione di Linus per la mancata visita del Grande Cocomero non lo induce mai a dubitare della sua esistenza: un esempio di fede incrollabile nel futuro avvento di colui che deve venire!
Se mi fosse permesso, per contrastare la crisi del cattolicesimo – che nell’iperbole fantastorica di Michel Houellebecq, in La possibilità di un’isola, diventa addirittura rapido crollo ed estinzione – di fronte al diffondersi di riti ludici e consumistici come Halloween, mi sentirei di consigliare all’intelligentsia cattolica un’attenta e serissima reinterpretazione di Peanuts (a suo tempo già iniziata da Umberto Eco), capolavoro assoluto dell’immaginario occidentale novecentesco.

mercoledì 3 novembre 2010

Sur La carte et le territoire


[mio commento a un blog francese]



Bonjour, je ne suis pas d'accord avec Didier Goux (surtout pas sur le personnage du chauffe-eau).
Oui, je suis un fan de MH, mais je prétend garder mon esprit critique... Ici le personnage de Jed EST MH, plus que le personnage MH, et les deux ensemble font comprendre très bien la dernière idée de MH sur la vie, la vieillesse, l'oeuvre, l'art et la mort. Et sur l'amour aussi, qui existe brièvement et ne sauve personne car cela se termine comme il a commencé: sans raisons compréhensibles.
C'est un roman moins fort que d'autres de MH (selon moi meilleure que Platoform) mais ce texte étend la pensée de MH à propos du vieillessement: à côté de l'espoir dans la clonation et de l'euthanasie, il y a aussi la simple acceptation de la vieillesse, de sa solitude et ses maladies, et enfin de la mort, rendue juste en peu plus supportable par les médicaments anti-douleur.
Et il y a l'idée de l'art: pas de vitalisme, mais une tentative de "décrire la réalité". L'hyperbolisme que MH employe comme son chiffre styilistique empèche à bien de critiques d'en apprécier le réalisme foncièr.
C'est quand même un grand roman philosophique.
Michel Houellebecq vieillit avec una grande dignité et une éxtraordinaire intelligence des limites que la vie nous impose.