E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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martedì 2 ottobre 2012

La filosofia è una malattia (vecchio appunto)

Leggendo un bel libretto di uno dei miei filosofi italiani viventi preferiti mi sono reso conto che per me la filosofia ha un sottofondo psicologico che lui, uno dei miei filosofi italiani viventi preferiti, trascura completamente.
Un po' come quando ho intervistato il mio Maestro di musica, mi sono accorto che parlava di studio della musica in termini esclusivamente positivi, eppure la mia esperienza mi dice il contrario: sofferenze di vario genere possono accompagnare lo studio della musica, naturalmente se qualcosa è andato storto.
Ma sembra che le cose vadano storte molto spesso.

domenica 20 febbraio 2011

Il male della banalità (Vogue19)



È nelle sale italiane la trasposizione cinematografica del best-seller di Mordecai Richler La versione di Barney. Un film da vedere anche - o soprattutto? - per chi non ha letto il libro…

Un film tratto da un libro innesca sempre la discussione se la trasposizione sia fedele o addirittura migliore dell’opera di partenza (secondo me è il caso della Solitudine dei numeri primi). In fondo è bizzarro questo accanimento nel confrontare due diversi generi di rappresentazioni narrative, come se l’ossessione per la fedeltà a un Originale contasse qualcosa per giudicare il valore estetico dell’opera di finzione. Ma tant’è, questo è l’andazzo della critica.
Della fedeltà al libro s’è parlato dunque molto anche nel caso di La versione di Barney tratto dal best-seller di Mordecai Richler, scrittore canadese, e diretto da Richard J. Lewis (già autore di numerosi episodi di CSI).
Un ulteriore elemento di valutazione estetica dovrebbe essere forse questo: il film ha fatto venire voglia di leggere il libro a chi non lo aveva ancora letto? È questo il mio caso. Il film mi ha emozionato molto: eccellenti gli attori (Paul Giamatti è Barney, Dustin Hoffman suo padre, nei panni un buffo e volgare ex-poliziotto ebreo, Rosamunde Pike è un’incantevole Miriam, la terza amatissima moglie di Barney; Scott Speedman è un irresistibile strafottentissimo Boogie), ma soprattutto – credo – per i temi trattati: amore, tradimenti, morte, carriera, figli, la vita umana insomma, nella cornice antropologica dell’ebraismo nordamericano che i film di Woody Allen hanno ormai reso famigliare agli europei.
Per gli ignari del plot la storia è avvincente perché si viene subito a sapere (come nel libro, narrato in prima persona) che Barney è da molti anni sospettato dell’omicidio del suo migliore amico, lo scrittore Boogie, anche se è stato assolto al processo per assenza di prove. I teorici come Noël Carroll che pongono l’essenza del cinema nella formulazione di una domanda trovano qui piena soddisfazione: per quasi tutto il film lo spettatore si domanderà se Barney sia colpevole o innocente.
Ma il film non emoziona per questa domanda e per la risposta che si troverà alla fine, il sospetto di omicidio è anzi quasi secondario rispetto al fluire degli eventi narrativi. I temi che compaiono sullo schermo sono i classici Grandi Temi: amicizia, amore, tradimento, malattia, la morte, il senso della vita, la memoria e il rimpianto. Detto così sembra banale, e infatti il film raffigura un essere umano banale, Barney Panofsky, a cui sono capitati alcuni eventi drammatici (ma a chi non ne capitano?). Certo, colpisce il suo amore inconsolabile per Miriam, che nasce da un colpo di fulmine avvenuto il giorno stesso del suo matrimonio con la precedente moglie: ma non è un devastante amore romantico e anche il dolore per la misteriosa scomparsa dell’amico Boogie durante un litigio non lascia a Barney sensi di colpa paralizzanti. Infine, la tragica malattia che lo priva della memoria, prima, e di tutte le facoltà cognitive poi, non può riscattare in nessun modo la sua esistenza.
Questo colpisce del Barney cinematografico: è banale il male che finisce per permeare la sua vita ed è per questo che possiamo identificarci con lui e dolerci che i nostri amori e la nostra vita possano concludersi in maniera così assoluta e definitiva.