E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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martedì 3 settembre 2013

Appunti per la Prima Lezione di Filosofia (terza liceo)

Meraviglia della filosofia/filosofia della meraviglia

"E' proprio del filosofo questo ... di essere pieno di meraviglia; né altro inizio ha il filosofare che questo" (Platone, Teeteto, 155d)

"...gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in segiuto, progredendo a poco a poco, giunsero a porre problemi sempre maggiori, come i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri e i problemi riguardanti l'origine dell'intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere ... Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall'ignoranza, è evidente che ricercano il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica" (Aristotele, Metafisica, I,2,982b)


Filosofia della paura/paura della filosofia

Ma "thauma" non si dovrebbe tradurre con "meraviglia" bensì con "terrore", "paura", come ricorda Severino. Terrore di che? Be', naturalmente della fonte di tutte le paure: il divenire, la morte, il nulla.
La filosofia nasce dalla PAURA (del divenire, della morte, del nulla).


Filosofia come attività spontanea della mente, dall'adolescenza in poi

"Le nostre capacità analitiche sono spesso altamente sviluppate prima che abbiamo imparato gran che sul mondo, e intorno ai quattordici anni di età le persone cominciano a pensare per conto loro ai problemi filosofici – su quello che esiste davvero, se possiamo conoscere qualcosa, se qualcosa è veramente giusto o sbagliato, se la vita ha qualche significato, se la morte è la fine. Si è scritto per centinaia di anni su questi problemi, ma il materiale filosofico grezzo viene direttamente dal mondo, e dalla nostra relazione con esso, non dagli scritti del passato (corsivo mio, EA). Ecco perché quei problemi si ripresentano continuamente nella testa della gente che non ha letto nulla in proposito." (Thomas Nagel, Una brevissima introduzione alla filosofia)






Filosofia e mondo

"la filosofia nella sua lunga storia ha ostinatamente sebbene vanamente inseguito alcune chimere – cioè fantasticherie o illusioni – riguardanti la conoscenza, da cui è stata deviata in direzioni che le hanno impedito di comprenderne adeguatamente il carattere, e di cui ci si deve liberare se si vuole sviluppare una filosofia feconda. Le chimere della conoscenza (...) sono la verità, l’oggettività, la certezza, l’intuizione, la deduzione, il rigore, la mente. (...)
La filosofia è un’indagine sul mondo. Essa vuole affrontare grandi problemi, essenziali, nel senso della scienza, e si giustifica solo nella misura in cui lo fa. (...)
La filosofia dà una visione globale. Essa non si limita a questioni settoriali, perciò non vi può essere una filosofia solo della matematica, o della fisica, o della biologia, ecc." (C. Cellucci, Perché ancora la filosofia?)


Filosofia come negoziazione concettuale.

Dico subito che cosa è un filosofo [...]. Un filosofo è un negoziatore concettuale. [...]
Lasciatemi subito mostrare alcune conseguenze di questo modo di vedere la filosofia. Uno: se il filosofo è un negoziatore concettuale, ne segue che la filosofia, più che una materia, è un’arte; l’arte del negoziare concetti, che richiede non solo rigore ma una buona dose di immaginazione. Questo significa, due, che non c’è un canone della filosofia nel senso in cui ci può essere un canone della fisica o della biologia, o del metodo storico. Tre: allora spiegare la filosofia significa spiegare le tecniche del negoziato sulla base di esempi [...]. Un’altra conseguenza, quattro, è che la filosofia è molto più diffusa nella società di quanto non ci si aspetti, o di quanto non dica di essere o venga rappresentata. [...]. Cinque: abbiamo una chiave di lettura semplice per molta storia della filosofia, che altro non è che la traccia lasciata da negoziati concettuali ambiziosi, svoltisi in coincidenza di cambiamenti a volte brutali: quando si comincia a capire che il corpo umano è una specie di macchina (Cartesio), quando le città si dotano di leggi autonome (Platone), quando si cerca di fermare la spirale della violenza tra comunità religiose (Locke), quando le persone scelgono di decidere da sole il proprio destino invece che conformarsi supinamente a paternali (Kant), per esempio. E questo vuol dire che, sei, innumerevoli altri negoziati non sono stati registrati con l’etichetta di ‘negoziato filosofico’, ma le loro tracce sono presenti nella società che ne è stata plasmata. Possiamo fare anche una previsione, sette: troveremo molte tracce esplicite di negoziati concettuali quando le trasformazioni sociali, economiche e scientifiche saranno particolarmente radicali. La storia della filosofia è discontinua ed eterodiretta; cambia il mondo, la filosofia serve; la filosofia accorre. Otto: risulterà che alcune cose cui incolliamo l’etichetta di filosofia sono tali solo di nome. Per finire, nono punto: la filosofia ha dei bei giorni davanti a sé, non abbiamo nessuna ragione di pensare che il futuro non ci riservi sempre nuove sorprese, che metteranno noi e chi verrà dopo di noi di fronte alla necessità di negoziare concettualmente. E sappiamo che ci sono molte persone diverse da noi, le cui idee possono essere molto distanti dalle nostre. Dobbiamo accettare questi fatti come una ricchezza e una sfida [corsivi miei, E.A.]. (R. Casati, Prima lezione di filosofia)


Si può fare una storia della filosofia?

Ma davvero non c’è un ordine interno della storia della filosofia? In fondo Hegel può soltanto venire dopo Kant. Così diranno, probabilmente, i difensori di una concezione per cui lo spirito si invera nella storia. Se però c’è una verità nell’asserzione che Hegel poteva venire solo dopo Kant, e se non si tratta del fatto banale che Hegel lesse Kant e lo commentò ma non viceversa, questo non è per un legame interno tra Hegel e Kant, ma per un legame interno tra lo sviluppo della società e della scienza all’epoca di Hegel rispetto alla società e la scienza dell’epoca di Kant [corsivo mio, EA]. I problemi di Hegel non sono più, o non solo, quelli di Kant.
Direi che c’è comunque anche un problema più profondo. Non è infatti nemmeno chiaro che possa esserci una storia unitaria della filosofia [EA] proprio data l’enorme disparità di cose che oggi potremmo etichettare come filosofiche [...]. Altre discipline hanno una storia più lineare. (R. Casati, Prima lezione di filosofia)

sabato 8 giugno 2013

Appunti su Contro il colonialismo digitale, di Roberto Casati

Nel suo recente libro, Roberto Casati tratta insieme (confonde?) due questioni affini, ma non necessariamente sovrapposte: la lettura digitale e l'introduzione del digitale a scuola. Si possono fare considerazioni diverse sui due argomenti, perché non è detto che siano legati da un rapporto causale. Lo stesso Casati, del resto, ricorda che il primo fattore positivamente correlato alla capacità di lettura è provenire da una famiglia di lettori.
L'argomento secondo cui, quindi, relativamente alla lettura dopo la famiglia c'è solo la scuola, per quanto intuitivamente condivisibile e politicamente sostenibile, non mi pare dimostrato (almeno al 66% del libro letto).

PS: riguardo agli argomenti contro la colonizzazione digitale della scuola pubblica sono integralmente d'accordo con Casati. E' sugli effetti nefasti sulla lettoscrittura che sarei più cauto.

***

25 giugno

Casati parla molto di concentrazione, sostenendo che l'e-lettura è naturalmente vittima di maggiori distrazioni. Questo perché ritiene che ogni dispositivo tenda al paradigma Ipad, correttamente analizzato come un dispositivo di fruizione intellettuale (anziché di registrazione di tracce, contra Ferraris).
Tuttavia, l'e-lettura andrebbe forse analizzata separatamente dal divenire-Ipad dei dispositivi telematici portatili.
Un e-reader come un Kindle modello base può al contrario - nella mia esperienza - favorire la concentrazione(*). Come? Sul mio dispositivo carico solo i libri che voglio/devo/posso effettivamente leggere in un determinato periodo di tempo, mi sposto solo con quello e, ad ogni attimo libero, la coscienza di avere con me i libri x, y e z mi aiuta a continuare la lettura, anche in modo frammentario.
Va detto che io sono un lettore molto accidioso e ogni mia lettura è sempre a rischio di abbandono: ma col Kindle mi pare che il rischio sia ridotto al minimo.
Il cartaceo noioso si può mettere da parte rimandando la lettura alle calende greche, invece il digitale mi impone di farsi leggere. Proprio per la sua immaterialità, che non giustifica in alcun modo la sua presenza nel dispositivo di lettura e la spesa sostenuta, a differenza del cartaceo ("al massimo lo regalo", "lo leggo quest'estate", "è noioso ma potrà forse servirmi a scuola").

***

19 novembre

(*) Tuttavia la mia esperienza sembrerebbe contraddetta da alcuni recenti studi sperimentali: http://www.salon.com/2013/04/14/do_e_readers_inhibit_reading_comprehension_partner/; http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0883035512001127 (qui però si parla di lettura su schermi di computer).
Nel frattempo ho un po' ridotto la lettura su Kindle, ma più che altro per questioni contingenti. Anzi, ho recentemente acquistato e iniziato a leggere l'ultimo libro in prosa di Valerio Magrelli, apparentemente un titolo da prendersi in cartaceo. Ho voluto fare la prova. Ogni volta che penso  a quel libro per riprenderne la lettura (ho detto che sono un lettore accidiosio: ora aggiungo che sono patologicamente frammentario, impiego anni per leggere certi libri, salvo ricominciarli appena terminati. Lettura interminabile, o meglio interminata, idealmente ciclica, o meglio dialetticamente a spirale), ogni volta che penso a Genealogia di un padre mi compaiono subito alla mente certe pagine, in modo vivido e come se le avessi lette in cartaceo.
Potrebbe trattarsi di una pura idiosincrasia neurologica ("ha un cervello da e-reader"!) eppure continuo a pensare che leggere sul Kindle (non sull'Ipad) mi lasci tracce mnestiche pari, se non superiori, a quelle della lettura cartacea.

Mi sembra però fondamentale, e mi pare che anche Enrico Manera la trascuri, la questione dellì'ampiezza dello schermo. Per evitare l'effetto "telescrivente anni '80", di cui parla Casati, ho settato il mio Kindle su una dimensione che trovo ottimale, coi caratteri piccoli ma non troppo, in maniera da avere una pagina abbastanza larga su cui esercitare la mia memoria di lavoro. Non riuscirei a leggere sentendomi a mio agio una porzione più piccola di testo.

Oltre a Magrelli, su Kindle ho letto Juliette society, di Sasha Gray e sto leggendo Romanzo per signora, di Piersandro Pallavicini. In entrambi i casi ho un ricordo vivido di quanto letto. Diversamente ne va per i saggi, che ho acquistato solo per necessità (due libri recenti che mi servivano per la tesi e di cui non potevo attendere la spedizione): anche a me sembra che sia più difficile studiare l'e-book, ma la difficoltà è più che altro tecnica. Le sottolineature fatte sui libri acquistati non si possono facilmente trasporre su file propri, cosa che mi sarebbe molto utile per scrivere la mia tesi. Ma questo "problema" è ovviamente in comune col cartaceo. Inoltre l'e-book quanto meno mi permette di sottolineare e ritrovarmi in automatico la raccolta di tutte le sottolineature fatte. Presa di appunti quasi automatica: tu selezioni e l'apparecchio mette da parte per te. Finita la paura di perdere i file o gli appunti cartacei! (Occhio a dove mettete il Kindle, ovviamente, e fate attenzione allo schermo: è meolto delicato e non va ficcato nella borsa senza custodia, pena il suo rovinarsi per sempre).

Sì, lo so, questa è solo introspezione e conta poco o niente. Ora si tratta di vedere che cosa ci dicono gli studi neuroscientifici.

martedì 2 ottobre 2012

La filosofia è una malattia (vecchio appunto)

Leggendo un bel libretto di uno dei miei filosofi italiani viventi preferiti mi sono reso conto che per me la filosofia ha un sottofondo psicologico che lui, uno dei miei filosofi italiani viventi preferiti, trascura completamente.
Un po' come quando ho intervistato il mio Maestro di musica, mi sono accorto che parlava di studio della musica in termini esclusivamente positivi, eppure la mia esperienza mi dice il contrario: sofferenze di vario genere possono accompagnare lo studio della musica, naturalmente se qualcosa è andato storto.
Ma sembra che le cose vadano storte molto spesso.

giovedì 27 ottobre 2011

Mia risposta a due commenti su "Ragionare con la mente estesa", su Alfabeta 2 online

Postato su Alfabeta 2

[...] è difficile non concordare sul fatto che il medium comunicativo condizioni i contenuti, ma da qui a concluderne che il mezzo sia il messaggio ci vuole la genialità di McLuhann. Se rifuggiamo dall’immagine strutturalista o postmodernista dell’individuo come nodo (o insieme di nodi) di una rete sistemica di sensi e significati, concorderemo che a monte di qualsiasi espressione/comunicazione c’è un’intenzione, un soggetto pensante e incarnato, la cui intenzionalità non si lascia comprimere completamente dal medium comunicativo (non più di quanto un regime totalitario comprima completamente le libertà individuali: qualcosa residua sempre).
“Interazione leggera” mi sta benissimo, se alludiamo con questo al fatto che di norma si parte dall’assenza di interazione faccia a faccia. Il che non giustifica i toni apocalittici sulla perdita della dimensione fisica della relazione: certe relazioni fisiche non producono grande socializzazione, mentre in passato si sono dati casi più che soddisfacenti di rapporti ecsclusivamente epistolari tra illustri ingegni (mi vengono subito in mente Gandhi e Tolstoj).
La questione del frame (suppongo in senso goffmaniano): è certamente importante, e un critico del social network ha gioco facile nell’osservare che l’assenza di corporeità costituisce un frame particolarmente asettico. Si può rispondere in molti modi: il frame non è mai assente, e allora non si vede perché dovremmo preferire i vecchi frames della comunicazione standardizzata nella società capitalista dello spettacolo integrato, (mercificata autoritaria strategica inautentica e chi più ne ha più ne disprezzi) piuttosto che una modalità “nuova” di interazione tra individui a priori reciprocamente sconosciuti, che scambiandosi frammenti testuali, immagini e segni di vario tipo possono agevolmente arrivare a conoscersi “realmente”, se ne hanno voglia e occasione.
Sul fatto che pochi interagiscano per “costruire senso” (posto che il senso si costruisca socialmente, cosa che non credo, ma intendo l’espressione come un “agire comunicativo”) non sono d’accordo: la mia esperienza personale mi dice che di senso ho provato a costruirne parecchio (ho dialogato con scrittori e politici, ho imparato e insegnato, scambiato informazioni, corretto errori, smontato stupidaggini). E a parte il mio caso personale potrei solo limitarmi a citare gli esempi più politici, come l’attuale protesta NoTav, o il Popolo Viola e il No-Berlusconi Day, l’Onda, ecc.: sono tutti casi in cui individui non precedentemente integrati in gruppi costituiti hanno potuto comunicare, organizzarsi e agire efficacemente. Mi pare che questo possa corrispondere almeno a una delle possibili definizioni di “costruzione sociale di senso”.
Certamente i social network sono diversi tra loro, e per parlarne nel dettaglio bisogna studiarli uno per uno: io mi riferivo genericamente a Facebook, che conosco e pratico più di ogni altro, e non pretendevo di considerare universale il mio modello.
Riguardo alla filosofia: non ho mai pensato che la filosofia sia sterile, al punto che cerco sempre – senza gran successo – di convincere i miei allievi a studiarla all’università. Penso però che possa essere sterile, specialmente in una prospettiva planetaria e non provinciale come la nostra, l’insegnamento della storia della filosofia, o quantomeno il vecchio dogma hegeliano-gentiliano-crociano per cui la filosofia è storia della filosofia. In questo senso l’incontro (di persona e non su Facebook…) con il filosofo Roberto Casati è stato per me fondamentale: per fare filosofia – mi disse Roberto – bisogna studiare i problemi filosofici attuali, e poi eventualmente risalire all’indietro fin dove si vuole (lui disse vent’anni…). Ti rimando al capitolo della sua recente Prima lezione di filosofia per un punto di vista non storicista , che condivido in pieno, sull’insegnamento della filosofia.
Ben vengano le “teorie dell’assurdo” (per citare un libro di Francesco Berto sui sistemi logici non classici) o la logica buddhista: sempre di logica si tratta, ossia – insisto – di una materia che nelle nostre scuole superiori non si studia normalmente. Nulla vieta di dilungarsi un po’ sul sillogismo mentre si spiega Aristotele, ma la logica moderna è tutt’altra cosa e il tempo scolastico per insegnarla io non saprei proprio dove trovarlo.
Ora rispondo anche ad Andrea (che ho costretto a leggere fin qui…): tu mi obietti che il modello logico-argomentativo non sia mai scomparso dalla nostra società, almeno grazie alla conversazione, ma mi pare che tu alluda a un modello alto di conversazione, mentre se prendiamo come esempio la conversazione calcistica (con tutto il rispetto per lo sport) abbiamo un condensato di tutto ciò che argomentazione non è, nemmeno nel senso di “cattiva argomentazione”: semplicemente non si adducono argomenti, non li si concatena in modo logico, non si traggono conseguenze e se le si traggono non ci sforza di essere coerenti con esse. Conversazione a parte (e come dici tu, oggi anche quella è un’esperienza in via di scomparsa) mi riferivo al fatto che le cosiddette moltitudini siano ben poco esposte alle regole logiche dell’argomentazione.
Da ultimo Wittgenstein, di cui ricordo, Andrea, che eri studioso in Francia: lungi da me l’idea di sminuirlo, lo considero semplicemente il filosofo più importante del Novecento (altro che Heidegger!) ma ciò non toglie che il paradigma cognitivo gli fosse necessariamente precluso, per ovvi motivi cronologici. Quindi, usare Wittgenstein contro le scienze cognitive mi pare un inutile anacronismo dato che Ludwig ha molto altro da dirci. Mi sembrerebbe insomma un po’ come usare Bruno o Bacone come antidoto alla scienza galileiana.
Tu parli di contravveleno al cognitivismo, ma io penso che il vero veleno sia proprio il postmodernismo e la sua incapacità di confrontarsi con la scienza in modo costruttivo (salve forse rare eccezioni, ma non saprei bene quali) e al di là di una generica simpatia politica che non fatico a tributargli. L’importanza della scienza cognitiva per la filosofia è per me centrale, e anche questo lo devo a Casati: nella nostra chiacchierata inaugurale mi fece rapidamente capire come proprio grazie al confronto con le scienze cognitive la filosofia sia finalmente uscita dal recinto delle intuizioni personali e della filosofia da poltrona. Ci stava comoda, la filosofia, in poltrona, ma ora i tempi stanno cambiando. E per fortuna, aggiungerei da ottimista.

sabato 23 luglio 2011

Ragionare con la mente estesa. Facebook, il pensiero e l’argomentazione. (Un articolo per Alfabeta2 online)

[Aggiornamento 2012: qui trovate le slides di una mia conferenza alla biblioteca di Corbetta su Facebook e la popfilosofia]

***

[Pubblicato su Alfabeta2 online]

Esteriorizzazione
Per chi può permettersi un computer e un abbonamento a internet – e non sono ancora tutti, nemmeno nei paesi più ricchi – l’esistenza odierna è parzialmente online. Sembra allora un compito arduo provare a indicare un senso globale delle interazioni tra i soggetti che popolano i social network, per la pervasività delle pratiche di vita online e per il continuo intreccio di attuale e virtuale.
Considero i social network in generale come una "tecnologia dell'intelletto" (Jack Goody a proposito della scrittura) e in particolare come un’esteriorizzazione della facoltà di ragionare: non solo luoghi virtuali ma veri e propri dispositivi cognitivi allargati, una protesi delle facoltà mentali innate e culturalmente implementate. La nascita della scrittura, per esempio, ha rappresentato per la specie umana la possibilità di ricorrere a una memoria esterna, a un ampliamento della capacità di memorizzazione di informazioni manipolabili in tempo differito, in maniera complessa e stratificata, permettendo così il sorgere di una memoria culturale più astratta rispetto ai modi della trasmissione orale. Come la scrittura ha testualizzato la differenza temporale, così i social network virtualizzano la differenza spaziale.
Alle frequenti critiche secondo cui le nuove tecnologie di informazione e comunicazione impoverirebbero le facoltà cognitive e comunicative si può facilmente obiettare che i social network, entro i limiti formali, contenutistici e stilistici loro propri, sono naturali catalizzatori di letto-scrittura. In particolare Facebook, il re di tutti i social network, risulta simile a una lenta multi-chat, un dialogo scritto, virtualmente aperto a tutti: la necessaria differenza temporale che intercorre tra una produzione segnica e le risposte da essa occasionate, rappresenta un modo per custodire il logos, o quel che ne resta. In seno alla società dello spettacolo generalizzato, Facebook ha definitivamente inaugurato l’epoca dei nuovi soggetti (online) che leggono e scrivono, svincolati dalla necessità di offrire la loro immagine corporea in tempo reale (non è più così frequente sentirsi invitare a continuare la conversazione sulla video-chat di skype).
Anche se le ricadute emotive della frequentazione di Facebook sono molte e interessanti, mi concentrerò su ciò che Facebook fa o sembra fare al pensiero e alla comunicazione.

Mente estesa
Estremizzando la natura di dispositivo cognitivo esteriorizzato, o tecnologia dell’intelletto, si può cogliere un’analogia tra i social network e ciò che i filosofi chiamano “mente estesa”, ossia la sfera psichica considerata come esorbitante dai confini del cranio.
Il concetto di mente estesa è stato ufficialmente lanciato nella noosfera nel 1998 dai filosofi Andy Clark e  David Chalmers, che ripresero lo slogan di Hilary Putnam: “il significato non risiede nella testa”. Ma prima di Putnam, Clark e Chalmers, già Wittgenstein (“il secondo Wittgenstein”) aveva formulato una varietà di esternalismo oggi molto influente. Tornando alla filosofia dopo la pausa post-Tractatus, Wittgenstein scriveva che “una delle idee più pericolose è, stranamente, che noi pensiamo con la testa o nella testa” (Big Typescript, §52). Le scienze cognitive erano di là da venire e pareva sensato sostenere che i processi mentali non fossero oggettivabili né studiabili scientificamente. Su questa idea si costruiva l’immagine wittgensteiniana del pensiero extra-cranico. All’“idea pericolosa” di un pensiero privato, Wittgenstein opponeva innanzitutto l’idea che l’individuazione del processo del pensiero non possa essere confinata all’attività mentale ma trovi articolazione ed espressione fuori dalla testa: “il pensiero: un processo nel cervello, nel sistema nervoso; nella mente; nella bocca e nella laringe; sulla carta” (Big Typescript, §52). In secondo luogo, poiché pensare è un’attività esteriore e non solo interiore, esso dipenderà in larga misura dall’ambiente in cui si forma e manifesta. Il relativismo wittgensteiniano, padre putativo di alcuni culturalismi contemporanei, consiste nel vedere il pensiero come incarnato ed espresso in una determinata comunità o “forma di vita”, nella quale si praticano certi “giochi linguistici” e non altri: il pensiero dipende integralmente dal linguaggio – credeva Wittgenstein, erroneamente – e il linguaggio non è mai privato ma sempre socialmente condiviso.
La prospettiva wittgensteiniana permette di interpretare i social network come luoghi di pensiero collettivo. Parafrasando un altro aforisma del Big Typescript si potrebbe dire: penso con le dita sulla tastiera e gli occhi sullo schermo.

Spunti conversazionali
In un denso saggio su “Che cosa spiega una teoria dell’arte?”, Roberto Casati ha proposto una “teoria metacognitiva dello spunto per la conversazione”. Gli artefatti artistici sarebbero prodotti “con lo scopo precipuo di essere riconosciuti come creati in base all’intenzione di creare un oggetto che servisse a suscitare una qualche conversazione sulla loro produzione” (Casati, 2002).
Facendo astrazione dalla questione delle opere d’arte e ricontestualizzando la teoria dello spunto conversazionale potremmo dire che i diversi tipi di segni che popolano le bacheche di Facebook sono prodotti proprio per essere interpretati come intenzionalmente prodotti per indurre conversazioni e ragionamenti (non necessariamente vertenti sulla produzione del segno-spunto, e qui sta la differenza rispetto agli artefatti artistici nella teoria di Casati): la loro comparsa ha o può avere l’effetto di indurre un lavoro cognitivo di massimizzazione della rilevanza (“perché l’ha postato?”).
Come osserva Casati a sostegno della sua teoria dell’opera d’arte fondata sulla metacognizione, c’è una differenza tra il produrre un segno con l’intenzione di innescare una conversazione e il produrlo con l’intenzione che esso sia riconosciuto come prodotto in quanto tale da suscitare una conversazione. Su Facebook – anche perché l’uditorio non è predeterminato e non si può sapere a priori chi tra i propri contatti vedrà il nostro post – i diversi tipi di segni (testi, foto, video, link, ecc.) sembrano poter veicolare gradi diversi del continuum che va dall’intenzione alla meta-intenzione: in certi casi il segno sarà l’equivalente di un vero e proprio messaggio passibile di parafrasi proposizionale, eventualmente rivolto a un uditorio ben identificato; in altri casi si riconoscerà piuttosto una vaga intenzione di innescare una conversazione; in altri casi ancora si riconoscerà la meta-intenzione, ossia il fatto che il segno sarà stato prodotto affinché ne venisse colta la natura intenzionale di spunto conversazionale.
(Poiché per Casati le opere d’arte sono “oggetti che devono portare dei segni chiari dell’intenzione che li ha animati”, si potrebbe forse persino ipotizzare un diverso grado di qualità artistica dei post su Facebook, correlata alla chiarezza con cui sia trasmessa l’intenzione comunicativa. Ma questo è un compito per un futuro web-estetologo).


Ragionamenti e argomenti
La mente online è dunque estesa e conversazionale. Fin qui però non si sottrarrebbe acqua al mulino di chi sostiene che i social network intorpidiscano e imbarbariscano le facoltà cognitive.
Per criticare i neo-apocalittici si potrà fare ricorso a una bella teoria pragmatica e cognitiva del ragionamento, formulata da Dan Sperber e Hugo Mercier. Secondo questa teoria, la funzione evoluzionistica del ragionare è trovare e valutare argomenti in contesti dialogici. La teoria argomentativa del ragionamento spiega le note cattive performance nei test di ragionamento (il test di Wason è uno dei più celebri) proprio con l’assenza di un contesto argomentativo; spiega inoltre perché il ragionamento di gruppo sortisca esiti migliori del ragionamento individuale: il gruppo costituisce un contesto in cui si è motivati all’argomentazione, diversamente che nell’isolamento del pensiero individuale.
È noto che su Facebook e altri social network le discussioni che lì hanno luogo sembrano raramente guidate dall’amore per la verità: questa evidenza ha attirato molte critiche anche da parte di autorevoli padri della realtà virtuale come Jaron Lanier (Tu non sei un gadget). Spesso si stigmatizza l’estremizzarsi delle opinioni sui social network, come se si trattasse di luoghi essenzialmente votati all’esasperazione e all’espressione di pensieri aggressivi. Ma se la teoria di Sperber e Mercier è verosimile (e le conferme sperimentali su soggetti adulti e bambini sono promettenti) anche sui social network si riscontrerà da parte degli utenti attenzione alla validità degli argomenti prodotti nelle discussioni online. La teoria postula anche l’esistenza di euristiche mentali per vagliare la bontà dell’informazione (valutazione dell’affidabilità del comunicatore sulla base delle precedenti argomentazioni, valutazione della coerenza dei contenuti): la “vigilanza epistemica” non viene insomma in alcun modo disattivata dal social network, che è anzi un’ottima palestra per il ragionamento e l’argomentazione.
Checché ne dicano i critici, coloro che partecipano a una discussione su Facebook dovranno sforzarsi di argomentare. È quindi giustificato domandare: prima che Facebook irrompesse nelle nostre vite, quanti erano abituate ad argomentare e veder argomentare quotidianamente? In Italia i programmi scolastici non prevedono corsi di argomentazione (e nemmeno di logica formale) e ovviamente è falso che studiare la storia delle filosofia, leggere i classici e tradurre dal latino “insegni a pensare”: possono essere esercizi del tutto sterili, come sa ogni liceale un po’ creativo. Riguardo alle nuove tecniche di informazione e comunicazione, prima dei social network c’era la televisione: ma lì nel migliore dei casi si poteva vedere argomentare, non certo argomentare in prima persona: e “parlare non è vedere” come diceva Blanchot ripetuto da Foucault e poi Deleuze.
Se è verosimile che il ragionare degli esseri umani abbia per funzione evoluzionistica la valutazione degli argomenti, è pertinente concludere che grazie alla frequentazione dei social network i soggetti online riattivino ed esercitino una facoltà mentale che in precedenza non trovava grande spazio nella società occidentale (eccezion fatta per fenomeni come lo speakers’ corner di Hide Park).
La mobilitazione della facoltà del ragionamento non fa probabilmente parte degli scopi originari di chi, come Mark Zuckerberg, ha messo le mani sul capitale economico della comunicazione online. Ma se davvero i social network incentivano a ragionare, facendo vagliare la validità degli argomenti prodotti nelle conversazioni online, non è saggio disprezzare questa promettente eterogenesi dei fini.

mercoledì 22 dicembre 2010

Memorie d'altri tempi. Roberto Casati

Roberto Casati è il filosofo in carne e ossa più importante della mia vita, ma fino al 1997 non sapevo chi fosse, perché fino ad allora mi ero occupato di filosofia francese postmoderna.
La filosofia analitica era per me qualcosa di remoto e incomprensibile (mi risulta ancora abbastanza indigesta a dire il vero).
Quando per la prima volta osai fargli una domanda (eravamo a casa di un'amica comune) gli chiesi per quale ragione le scienze cognitive fossero così importanti per la filosofia e lui mi rispose che le scienze cognitive liberano la filosofia dalla dittatura delle intuizioni.
Se in passato ogni filosofo poteva avere la sua intuizione metafisica su questo e quello, ora invece le intuizioni devono passare il vaglio del riscontro sperimentale.
Per esempio il "filosofo in poltrona" afferma che tutti gli uomini pensano di essere dotati di buon senso: questo può essere vero come falso, che ne sa il filosofo, finché se ne sta seduto sulla sua comoda poltrona? In questo senso, fare eseprimenti sul reale funzionamento della cognizione umana rende evitabili gli errori dovuti alle intuizioni sbagliate.

In effetti, poi, ho capito che anche facendo esperimenti, alle intuizioni non si sfugge.

sabato 6 novembre 2010

Interpretanti e trasformatori, 3. Risposta a una domanda di Roberto Casati per un rapporto ministeriale sulla "valorizzazione" delle scienze umane

Io direi così: le scienze umane (come ogni scienza a prescindere dal suo oggetto) non hanno valore in se stesse a prescindere dal contenuto di conoscenza effettiva che possono raggiungere e offrire.
Chomsky afferma ripetutamente che per la conoscenza dell’animo umano la letteratura e l’arte sono insuperabili, e che la scienza non potrà mai raggiungere risultati paragonabili. Ma in assenza di garanzie sulla riproducibilità di brillanti intuizioni individuali (ci saranno sempre poeti come Dante e drammaturghi come Shakespeare? Non è detto) il raggiungimento di un grado rilevante di conoscenza si ha soltanto con un metodo rigoroso, più o meno vicino al metodo quantitativo delle scienze sperimentali (in ogni caso non incompatibile con questo).
Il metodo delle scienze umane non è sempre rigoroso come dovrebbe perché le scienze umane potessero sperare di mantenere una posizione centrale all’interno dell’attuale sistema della conoscenza: per esempio il culturalismo mainstream non produce molta conoscenza, ma pregiudizi ideologici (tra l’altro facilmente manipolabili dal potere: “i musulmani non si integrano in Occidente perché hanno un’altra cultura dalla nostra”).
Anche se non è possibile pensare a una ritraduzione completa delle scienze umane in scienze umane naturalizzate, la questione della compatibilità o incompatibilità con la naturalizzazione dovrebbe tuttavia essere affrontata all’interno di ciascun ambito disciplinare.
La naturalizzazione, e il confronto metodologico e contenutistico con le scienze naturali, dovrebbe essere l’orizzonte delle scienze umane affinché esse possano produrre conoscenza valida e utile; in mancanza di questo orizzonte le scienze umane non solo non hanno valore in se stesse ma diventeranno probabilmente sempre meno necessarie anche all’ipotesi “marchande” (tendo a pensare che per continuare a vendere le t-shirt del Partenone non sia necessario un grande apparato scientifico alle spalle, ma basti la mediatizzazione degli oggetti culturali e l’autoriproduzione dell’industria del turismo).
Qualora le scienze umane accettino sempre più e meglio di confrontarsi con la prospettiva della naturalizzazione, il loro contributo al sistema della conoscenza rimarrebbe fondamentale, essenzialmente per la rilevanza e l’interesse intrinseco dell’oggetto scientifico: la sfera antropica in tutte le sue dimensioni individuali e associate.

giovedì 4 novembre 2010

Un mio progetto fallito del 2008: Incontri con utenti straordinari (Interviste su Facebook)

La comunità italiana di Facebook si è rapidamente ingigantita fino a contare oltre quattro milioni di utenti nel mese di dicembre 2008 (fonte: “Il fenomeno Facebook”, Il Sole 24 ore/nòva): ormai Facebook si usa per comunicazioni di lavoro o per pubblicizzare la propria attività artistica, politica, ecc.
Facebook è ancora una comunità anarchica: talvolta sembra prevalere la pruderie di remoti gestori puritani, talaltra sembra affermarsi uno spirito innovativo e rivoluzionario.
Facebook abolisce tendenzialmente la distinzione tra privato e pubblico, realizzando qualcosa di simile a ciò che certi teorici neomarxisti chiamano “il comune”. Nello spazio comune di Facebook è diventato possibile scambiare a costo zero le merci più preziose: l’informazione e la cognizione.
Nell’epoca in cui anche il lavoro cognitivo viene sfruttato, il “cognitariato” cerca nuovi spazi di libertà nel quale rivendicare la propria autonomia ludica (pensare all’aspetto politico insito nel divieto dell’uso di Facebook sul posto di lavoro).
Rispetto al fenomeno del web 2.0 (che permette un’interazione dinamica tra gli utenti attraverso l’uso di “tags” e analoghi strumenti informatici) Facebook è qualcosa di più, sembra sintetizzare in un unico strumento tutti i precedenti social-network: youtube, myspace, flickr, ecc.
Gli utenti facebookiani trascorrono parte delle loro giornate (quando non giornate intere) comunicando tra loro secondo modalità variate, complesse, divertenti, ricche di senso. Da un semplice messaggio sulla “bacheca” di un utente possono svilupparsi dialoghi virtuali e multimediali inimmaginabili su altri ambienti web: ogni messaggio si ramifica e moltiplica come in una sala degli specchi.
Il potere causale di Facebook è elevatissimo: nascono amicizie, si scoprono tradimenti, si creano alleanze e associazioni, si pubblicizzano prodotti culturali e merci scadenti.
Facebook costituisce una vivissima dimensione virtuale che rende sempre più evidente il senso del detto di Gilles Deleuze: il virtuale è attuale.
La comunità virtuale di Facebook è infatti una comunità realissima, di volta in volta luogo sociale, politico, affettivo, erotico, artistico, luogo di luoghi, Comunità av-venire.
Pur nell’assenza della fisicità, se non quella della Rappresentazione (fotografie, video, ecc.), Facebook si rivela sempre più come IL luogo dove comunicare non è utopia ma essenza riappropriante della società dello Spettacolo. Un luogo che non lascia sussistere alcun “fuori” e nel quale tutti saranno sempre più inclusi, senza appartenervi.

Incontri con utenti straordinari nasce dall’incontro su Facebook di Edoardo Acotto e Aldo Nove, scrittore-emblema di un’intera generazione che ora si ritrova tutta su Facebook, a sua volta utente straordinario e provocatore (più volte bannato da Facebook, difeso da gruppi di solidarietà, ecc.). Aldo Nove firma anche la prefazione del libro (e alcune interviste?).

Elenco provvisorio degli intervistati:

Matteo Basilé
Roberto Casati
Stefano Disegni
Marzia Migliora
Aldo Nove
Eva Riccobono
Tiziano Scarpa
Paola Turci
Achille Varzi
Walter Veltroni

venerdì 21 maggio 2010

Memorie d'altri tempi. Maurizio Ferraris

Durante gli anni universitari, dopo Wittgenstein e prima di incontrare Deleuze (lo racconterò), la mia ossessione era Derrida. Mi affascinava ma non lo capivo. Percepivo nei suoi testi una luminosa aura potentissima, percezione certo dovuta all'effetto-guru, che mi faceva arrivare a dubitare della sua natura umana ("ma secondo te, chiesi una volta al compagno di studi, alla sera Derrida si infila anche lui le ciabatte? Mi pare impossibile!").
Dopo qualche tempo scoprii i libri di Maurizio Ferraris, che mi sembravano spiegarmi facilmente Derrida, quasi riducendomelo in formule. Ricordo qualcosa del tipo: "la presenza è un'assenza differente e differita"...
Ferraris mi urbanizzava Derrida, come sapevo che Gadamer aveva fatto con Heidegger (ciononostante leggendo Heidegger non sentivo il bisogno di un'esegesi d'altri che invece Derrida mi provocava).
Così, del tutto insoddisfatto degli insegnamenti pavesi, un giorno mi feci coraggio - non senza avere studiato per un anno a Strasburgo con i derridiani DOC Nancy e Lacoue-Labarthe - e telefonai a Ferraris (avevo cercato il suo numero sull'elenco telefonico).
Alla prima telefonata rispose una donna dall'accento straniero, dicendomi che il professore non era in casa. Alla seconda telefonata rispose Maurizio, molto gentile e dandomi un appuntamento a Torino all'uscita dall'università.
Abitavo ancora a Bra, perciò il giorno dell'appuntamento dovevo svegliarmi e prendere il treno per recarmi all'appuntamento. Misteriosamente la sveglia non suonò e mi ritrovai appena in tempo per tentare di prendere il treno successivo: lo persi, dunque pensai di andare a Torino con l'auto di mia madre, ma appena fuori dalla stazione mi resi conto che l'auto era senza benzina. Piangendo per la disperazione telefonai alla mia ex-fidanzata, spiegandole la mia angoscia e facendomi tranquillizzare da lei. Poi partii alla volta di Torino e arrivai in ritardo all'appuntamento. Ferraris era già ripartito per Milano.
Gli ritelefonai profondendomi in scuse e lui, sempre gentile, mi propose di vederci qualche giorno dopo, a Milano a casa sua.
Mi fece accomodare su una specie di chaise longue, o scomodissima poltrona con dei braccioli mobili e girevoli sui quali non potevo sostentare i gomiti. Bisognava stare eretti con un doloroso sforzo delle reni, il che sminuiva necessariamente la lucidità della mia performance comunicativa.
Gli spiegai che dopo avere studiato Derrida, in Francia avevo scoperto Deleuze e mi ero reso conto che il tema della scrittura poteva costituire un ottimo terreno di confronto tra i due pensatori che - nonstante ciò che si riteneva comunemente - dovevano necessariamente avere parecchio in comune. Tutto stava a trovarlo.
Ferraris mi raccontò che Deleuze non l'aveva conosciuto, ma che di lui Derrida criticava le assurde unghie lasciate crescere a dismisura, arricciate.
Ferraris mi disse che sì certo Derrida e Deleuze erano i massimi filosofi francesi, Lyotard un po' meno, e tuttavia, siccome erano due pensatori enormi e troppo vicini a noi, per confrontarli si sarebbe dovuto fare qualcosa come un détour, un heideggeriano Schritt zurueck ("passo indietro", ma questo lo dico io adesso, Maurizio parlava schietto).
Era il periodo che lui studiava Kant, questo l'avevo capito leggendo i ringraziamenti di certi suoi articoli recenti. In effetti ora so che era il periodo in cui preparava la sua virata anti-ermeneutica e quasi-analitica, che lo avvicinò a filosofi come Casati e Varzi.
Io però non ero per niente soddisfatto del détour propostomi, anche se cercai di non darlo a vedere: Kant non mi piaceva, sapevo che per Deleuze era un nemico, e in ogni caso mi puzzava di grande sgobbata e per giunta inutile.
Io volevo confrontare Deleuze e Derrida, che m'importava di Kant!
Seduto su quella scomodissima poltrona - mentre mi si configurava in mente che le possibilità di fare una tesi con Ferraris si riducevano col succedersi degli istanti - a un certo punto per darmi un contegno mi tirai leggermente su, inarcando faticosamente le vertebre lombari e feci, con nonchalance: "dovrò andare in caccia dei testi nei quali Deleuze e Derrida parlano di Kant".
Anziché scomporsi per la mia espressione neologistica ("andare in caccia"), Ferraris la ripeté facendola sua: "ecco, bravo, lei vada pure in caccia di quei testi e poi...".
Non lo disse per sfottermi, ma per quell'istinto mimetico immediato che contraddistingue Maurizio, qualcosa che lo rende elocutivamente spregiudicato e anche libero, fantasioso e piuttosto divertente, qunado non francamente brillante.
Nonostante la mia goffaggine, che secondo me mi rendeva un laureando del tutto improbabile, Maurizio mi regalò il suo nuovo libro, L'immaginazione, primo di una serie abbastanza lunga di libri ricevuti da lui.
In cambio, io non mi sono poi laureato con lui, e per giunta ho potuto soltanto fargli dono di Narradiohead.
Ignoro se Maurizio l'abbia letto e che cosa ne abbia pensato e non glielo chiederò mai.