E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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giovedì 7 marzo 2019

Diario in caso di morte, 1

Ho di nuovo molto timore della morte


Qualche mese fa, dopo un pranzo con bagna cauda, mi è venuta la tachicardia forte: mi sono svegliato di notte all’improvviso con il cuore che batteva all’impazzata e ho pensato che stesse per venirmi un infarto.
Mi era già successo in passato, e avevo fatto gli esami del caso, ma una sensazione così sgradevole non mi pareva di averla mai provata. E soprattutto il cuore non si fermava più, non smetteva più di battere velocissimo. 

…

Sono passati tre mesi e continuo a non stare molto bene: spesso mentre sto facendo lezione, sento qualcosa dentro di me come un rischio di implosione, mi pare di perdere l’equilibrio e le gambe non sembrano salde, così, senza parere, mi siedo mentre sto parlando, continuando a parlare come se niente fosse, o almeno spero che nessuno dei miei allievi si accorga di niente. Non sembrano accorgersi di niente.
So che si potrebbe pensare a qualcosa come delle crisi di panico, ma non penso proprio che sia il mio caso perché tutto ha avuto inizio con uno scompenso fisico.
Una condotta razionale mi porterebbe naturalmente a consultare un dottore ma io: 1) prima di consultare un dottore faccio le mie ipotesi diagnostiche e mi somministro le cure: in questo caso ho tolto fin dall’inizio dei disturbi vino, caffè e, tè; 2) ho paura che il dottore mi prescriverebbe degli esami del sangue, e quella per me è una prova superiore persino al trapano del dentista: rende la vita indegna di essere vissuta.

...

Ho deciso di ricominciare a praticare la presenza mentale: sento di dover rinunciare a ogni trascendenza, a ogni progettualità, a ogni desiderio.
Devo raggiungere l’immanenza apatica: se sopravviverò sarò più forte, se morirò sarò stato coerente.



mercoledì 20 settembre 2017

Diario della presenza mentale, 9

In La biada quotidiana, 2 (Spinoza e la presenza mentale), si era affacciata per l'ultima volta nelle mie note la Presenza Mentale (d'ora in poi PM).

Oggi è ritornata.

Penso che la PM sia una sorta di grazia. In ogni caso non è possibile darsela.
Oggi pomeriggio ha fatto la sua ricomparsa.
Sembra l'effetto remoto di una lunghissima, misteriosa, catena causale.
In certe situazioni "mi torna in mente" la (possibilità della) PM: allora provo a praticarla e dopo pochi secondi percepisco me stesso in un altro modo, mi rilasso, mi pare di ricordarmi che non ci sia nulla di cui preoccuparsi.
La sensazione dura però pochi secondi, poi scompare. A quel punto sento che dovrei fare un grande sforzo per ricominciare*.

Credo che, questa volta, la PM mi sia tornata per via delle mie letture di Emanuele Severino: l'idea che tutto sia eterno non mi risulta più così assurda come un tempo. Del resto, quando anni fa mi dedicai al buddhismo zen, riuscivo a pensare l'essere-vuoto del tutto. (Sono idee complementari? Sono la stessa idea?)


*Nel Diario della presenza mentale, 8, dicevo infatti: "una volta che l'idea della presenza mentale è presente, bisogna usare la volontà per praticarla. La mia volontà deve anzi lottare duramente contro l'inerzia della mente per riuscire a concentrarsi nella propria autopresenza.
So che la mia coscienza può cambiare di qualità attraverso la presenza mentale, anche se non l'ho mai sperimentata per tempi lunghi. Ormai penso di dovermelo imporre volontariamente."

mercoledì 15 febbraio 2017

La biada quotidiana, 2 (Spinoza e la presenza mentale)

Sforzarsi di cogliere l'unità dell'essere, percepito dualisticamente come materia/pensiero.
L'io è un'illusione: la mente non comanda il corpo. Corpo e mente agiscono insieme, come espressione (bi)modale della realtà.
Tuttavia si creano situazioni di passione, affetti subiti, spesso passioni tristi.
Devi comprenderne adeguatamente le cause.

PS: che cosa dà l'identità di una cosa? Priest dice: il gluone!

lunedì 8 settembre 2014

Diario della presenza mentale, 8

Sembra che il mio cervello sia diventato incapace di concentrazione. Sento già i corvi: "te lo avevamo detto, è tutta colpa di Facebook, passi troppo tempo a cazzeggiare e non fai quello che devi fare".
Non è così semplice, cari amici corvi. Non è che non faccio y perché faccio x. So che y sarebbe preferibile ma faccio comunque x. Si chiama akrasìa, o debolezza della volontà e Davidson la definisce così:

Un agente agisce in modo incontinente nel compiere x se e solo se:
(a) l’agente compie x intenzionalmente;
(b) l’agente crede che ci sia un’azione alternativa a lui aperta;
(c) l’agente giudica che, tutto considerato, sarebbe meglio fare y anziché x

Presenza mentale. Ho bisogno di presenza mentale. Dicevo: "ho capito che potevo ricominciare. E ho ricominciato. Con calma. Senza pretendere. Senza sperare. Senza volere". Errore: una volta che l'idea della presenza mentale è presente, bisogna usare la volontà per praticarla. La mia volontà deve anzi lottare duramente contro l'inerzia della mente per riuscire a concentrarsi nella propria autopresenza.
So che la mia coscienza può cambiare di qualità attraverso la presenza mentale, anche se non l'ho mai sperimentata per tempi lunghi. Ormai penso di dovermelo imporre volontariamente.

sabato 7 dicembre 2013

Diario della presenza mentale, 7 (Resistenze, volontà, autoinganno)

In una quinta ho nominato en passant la presenza mentale e i ragazzi mi hanno immediatamente manifestato grande interesse. Perciò mi riprometto di fargli una lezione a partire da Il miracolo della presenza mentale, di Thich Nhat Hanh.
Però io la presenza mentale non la pratico da tempo, e ora come ora non saprei da dove iniziare. Che cosa mi trattiene? In questo preciso momento almeno tre cose: sto scrivendo queste righe, sto ascoltando i Massive Attack e devo tornare a correggere la mia tesi di dottorato.
Eppure SO che questi non sono veri ostacoli. Si potrebbe fare presenza mentale senza sospendere nessuna di queste tre azioni, che sono oggetti fenomenologici come tutti gli altri.
Devo dunque non autoingannarmi sul fatto che io non POSSA fare presenza mentale. Io posso fare presenza mentale in qualsiasi momento. Direi che dovrei però VOLERLO, ma mi sembra di sapere che non sia precisamente una questione di volontà.
O invece sì? Forse qui tocco di nuovo ciò che da bambino cercavo di capire riguardo alla mia debolezza della volontà (akrasìa)?
Ora smetto di scrivere, torno alla mia tesi, lascio i Massive Attack. Ma provo a praticare la presenza mentale.

***

Ora sono riuscito a praticarla per qualche istante, mentre giravo la pasta. E' come se dovessi comandare i miei occhi perché continuino a guardare le cose anche dopo averle identificate per l'azione pratica ("quella è la pentola gira la pasta ma non distrarti subito, guarda la pentola, guarda l'acqua che bolle, guarda la tua mano che gira il cucchiaio dentro all'acqua dentro alla pentola...")

venerdì 9 novembre 2012

Risposta a un'accusa irrilevante

L'idea postoperaista della "creazione ontologica" che sarebbe naturalmente insita nella cooperazione sociale è ben fasulla: la cooperazione sociale può anche essere inutile, distruttiva, energivora, vampiresca e micidiale.
L'unico impetus che mi spinge davvero è il desiderio-creazione susseguente ai noochoc-eventi.
Non sono depresso, mio caro amico voyant (1), è solo che in assenza di nuovi eventi noochocanti la fedeltà ai vecchi eventi dopo un po' mi viene a noia e il mio operato si fa superegoico, automatico, approssimativo, incerto e inefficace.
All'asilo, del resto, non terminavo mai di colorare i Goldrake che disegnavo.

Lo vuoi sapere che cosa mi renderebbe davvero FELICE? Poter leggere e scrivere senza curarmi d'altro. La "solitudine essenziale" (Blanchot) della lettoscrittura, come forma empirica di nirvana.

IDEA: rammemorare la presenza mentale, un vecchio evento-verità sempre riattualizzabile, ma solo con fatica e solo per via pratica (pratica quotidiana).

(1) "C'est que le schème sensori-moteur ne s'exerce plus, mais n'est pas davantage dépassé, surmonté. Il est brisé du dedans. Des personnages pris dans des situations optiques ou sonores, se trouvent condamnés à l'errance ou à la balade. Ce sont de purs voyants, qui n'existent plus que dans l'intervalle de mouvement et n'ont même pas la consolation du sublime, qui leur ferait rejoindre la matière ou conquérir l'esprit. Ils sont plutôt livrés à quelque chose d'intolérable qui est leur quotidienneté même. C'est là que se produit le renversement : le mouvement n'est plus seulement aberrant, mais l'aberration vaut pour elle-même et désigne le temps comme sa cause principale. "Le temps sort de ses gonds" : il sort des gonds que lui assignaient les conduites dans le monde, mais aussi les mouvements du monde. Ce n'est pas le temps qui dépend du mouvement, c'est le mouvement aberrant qui dépend du temps. Au rapport, situation sensori-motrice -> Image indirecte du temps, se substitue une relation non localisable, situation optique et sonore pure -> image directe du temps" (Gille Deleuze, l'Image-temps: http://www.cineclubdecaen.com/analyse/livres/imagetempsv2.htm)

lunedì 9 maggio 2011

Krishnamurti e i sogni

«Mi chiedo perché sogno così tanto. Faccio qualche sogno quasi ogni notte. A volte i miei sogni sono piacevoli, ma più spesso sono sgradevoli, se non spaventosi, e quando la mattina mi sveglio mi sento esausto.»
  Era un uomo giovanile, visibilmente turbato e in ansia. Aveva un lavoro per il governo alquanto soddisfacente, spiegò, con buone prospettive per il futuro, e guadagnarsi da vivere non era per lui una preoccupazione. Era un uomo capace, e sarebbe sempre stato in grado di trovare lavoro. Sua moglie era morta, e aveva un figlio piccolo che aveva lasciato presso una sorella, perché il bambino era troppo capriccioso, disse, per poterlo crescere da solo. Era di corporatura pesante e parlava lentamente, in tono prosaico.
  «Non sono un gran lettore,» continuò, «anche se al college andavo bene, e mi sono laureato con lode. Ma tutto questo non significa niente, se non che mi è servito per ottenere un buon lavoro, che per la verità non mi interessa un granché. Mi basta qualche ora di duro lavoro al giorno per tirare avanti, e mi rimane un po’ di tempo libero. Credo di essere normale, e potrei risposarmi, ma non sono molto attratto dall’altro sesso. Mi piace lo sport, e conduco una vita sana, vigorosa. Il mio lavoro mi porta in contatto con alcuni politici importanti, ma la politica non mi interessa, con tutti i suoi bestiali intrighi, e me ne tengo deliberatamente fuori. Si potrebbe salire in alto attraverso il favoritismo e la corruzione, ma io conservo il mio lavoro perché lo faccio bene, e questo mi basta. Ti racconto tutto questo non per spettegolare, ma per darti l’idea dell’ambiente in cui vivo. Ho una normale ambizione, ma non divento matto per essa. Avrò successo se non mi ammalo e se non ci saranno troppi intrallazzi. A parte il lavoro, ho qualche buon amico, e spesso discutiamo di cose serie. Ecco, adesso hai più o meno il quadro completo.»
  Se posso chiederlo, di cosa vuoi che parliamo?
  «Un amico mi ha portato a una delle tue conversazioni serali, e con lui ho anche partecipato a una discussione mattutina. Sono stato molto colpito da ciò che ho sentito, e vorrei approfondire. Ma quel che adesso mi preoccupa sono questi sogni notturni. I miei sogni mi turbano molto, anche quelli piacevoli, e vorrei sbarazzarmene; vorrei avere delle notti tranquille. Cosa devo fare? O è una domanda stupida?»
  Cosa intendi con sogni?
  «Quando dormo, ho visioni di vario tipo; una serie di immagini o apparizioni mi salgono alla mente. Magari una notte sono sul punto di cadere da un precipizio, e mi sveglio di soprassalto; un’altra notte mi trovo in una bella vallata, circondata da alte montagne e con un ruscello che ci scorre in mezzo; un’altra notte ho un terribile litigio con i miei amici; oppure perdo un treno, o gioco da campione una partita di tennis; o vedo all’improvviso il corpo morto di mia moglie, e così via. I miei sogni sono di rado erotici, spesso sono incubi spaventosi, e a volte sono di un’incredibile complessità.»
  Quando sogni, accade talvolta che quasi nello stesso momento ti venga in mente un’interpretazione di ciò che sogni?
  «No, non mi è mai accaduto; sogno e basta, e dopo me ne lagno. Non ho mai letto libri di psicologia o di interpretazione dei sogni. Ho parlato del problema con alcuni miei amici, ma non mi sono stati di grande aiuto e provo una certa diffidenza verso gli psicoanalisti. Mi puoi dire perché sogno, e cosa significano i miei sogni?»
  Vuoi un’interpretazione dei tuoi sogni? O vuoi comprendere il complesso problema del sognare?
  «Non è necessario interpretare i propri sogni?»
  Può non esserci alcun bisogno di sognare. Di certo devi essere tu a scoprire la verità o la falsità dell’intero processo che chiamiamo il sognare. Questa scoperta è di gran lunga più importante del sentirti interpretare i tuoi sogni, non è vero?
  «Certo. Se riuscissi a cogliere il pieno significato del sognare, ciò dovrebbe sollevarmi da quest’ansietà e inquietudine notturna. Ma non ho mai davvero riflettuto su queste faccende, e dovrai avere pazienza con me.»
  Stiamo cercando di comprendere il problema insieme, perciò non c’è impazienza da alcuna delle due parti. Stiamo intraprendendo insieme il viaggio di esplorazione, il che significa che dobbiamo stare entrambi all’erta, e non dobbiamo lasciarci trattenere da alcun pregiudizio o paura che potremmo scoprire lungo il percorso.
  La tua coscienza è la totalità di ciò che pensi e senti, e molto di più: i tuoi moventi e propositi, siano essi espliciti o nascosti; i tuoi desideri segreti; la sottigliezza e la scaltrezza del tuo pensiero; le costrizioni e le spinte oscure nella profondità del tuo cuore – tutto questo è la tua coscienza. È il tuo carattere, le tue tendenze, il tuo temperamento, i tuoi appagamenti e frustrazioni, le tue speranze e paure. Indipendentemente dal fatto che tu creda o meno in Dio, o nell’anima, nell’Atman, in qualche entità sovraspirituale, l’intero processo del tuo pensiero è coscienza, non è vero?
  «Non ci ho mai pensato prima, signore, ma vedo che la mia coscienza è fatta di tutti questi elementi.»
  È anche tradizione, conoscenza ed esperienza; è il passato in relazione al presente, che costituisce il carattere; è il collettivo, il razziale, la totalità dell’uomo. La coscienza è l’intero campo del pensiero, del desiderio, dell’affetto, delle virtù, che se coltivate non sono affatto virtù; è l’invidia, la bramosia, e così via. Non è tutto questo ciò che chiamiamo coscienza?
  «Non riesco a seguirti in ogni dettaglio, ma ho il sentimento di questa totalità,» replicò lui esitante.
  La coscienza è ancora qualcosa di più: è il campo di battaglia di desideri contradditori, il campo della fatica, della lotta, del dolore, della sofferenza. È anche la rivolta contro questo campo, che è la ricerca di pace, di bene, di affetto durevole. L’autocoscienza emerge quando c’è consapevolezza del conflitto e della sofferenza, e desiderio di sbarazzarsene; anche quando c’è consapevolezza della gioia, e desiderio di averne di più. Tutto questo è la totalità della coscienza; è un vasto processo della memoria, del passato, che utilizza il presente come passaggio verso il futuro. La coscienza è il tempo – il tempo sia di veglia che di sonno, il giorno e la notte.
  «Ma si può essere consapevoli di questa totalità della coscienza?»
  Perlopiù siamo consapevoli solo di un angolino di essa, e le nostre vite trascorrono in quell’angolino, smaniando per sopraffarci e distruggerci l’un l’altro, con qualche pizzico di amicizia e affetto di tanto in tanto. Della parte maggiore non siamo consapevoli, e perciò esiste il conscio e l’inconscio. Di fatto, naturalmente, non c’è alcuna divisione tra i due; è solo che noi prestiamo più attenzione all’uno che all’altro.
  «Questo è piuttosto chiaro – anzi, troppo chiaro. La mente conscia è occupata da mille e una cosa, quasi tutte radicate nel proprio interesse.»
  Ma c’è il resto, nascosto, attivo, aggressivo e molto più dinamico del conscio, della mente diurna. Questa parte nascosta della mente è sempre lì a spingere, a influenzare, a controllare, ma spesso durante le ore di veglia non riesce a comunicare i propri propositi, perché lo strato superiore della mente è occupato; perciò trasmette i suoi suggerimenti e le sue intimazioni durante il cosiddetto sonno. La mente superficiale può rivoltarsi contro questa influenza invisibile, ma lei riprende silenziosamente la sua posizione, perché la totalità della coscienza si preoccupa di mantenersi salda, permanente; e ogni cambiamento va sempre nella direzione del cercare ulteriore sicurezza, una maggiore permanenza di sé.
  «Temo di non comprendere del tutto.»
  In fondo la mente vuole essere certa in tutte le proprie relazioni, non è vero? Vuole essere salda nella relazione con le idee e le credenze, così come nella relazione con le persone e con le proprietà. Non l’hai notato?
  «Ma non è naturale?»
  Siamo stati educati a pensare che sia naturale; ma lo è? Di certo solo la mente che non si aggrappa alle sicurezze è libera di scoprire ciò che è del tutto intatto dal passato. Ma la mente conscia si fonda su questa pulsione ad essere salda, sicura, a rendersi permanente; e la parte nascosta o negletta della mente, l’inconscio, bada anch’essa ai propri interessi. La mente conscia può essere forzata dalle circostanze a riformarsi, a modificarsi, almeno esteriormente. Ma l’inconscio, essendo profondamente trincerato nel passato, è conservatore, cauto, consapevole delle questioni più profonde e del loro più celato esito; perciò c’è un conflitto tra le due parti della mente. Questo conflitto produce una qualche sorta di mutamento, una continuità modificata, di cui la maggior parte di noi si accontenta; ma la vera rivoluzione è al di fuori di questo campo dualistico della coscienza.
  «Cosa c’entrano i sogni con tutto questo?»
  Dobbiamo comprendere la totalità della coscienza prima di arrivare a una particolare parte di essa. La mente conscia, essendo occupata durante le ore di veglia dagli eventi e dalle pressioni quotidiane, non ha il tempo o l’opportunità di ascoltare la parte più profonda di sé; di conseguenza, quando la mente conscia «va a dormire», cioè quando è abbastanza quieta, non troppo preoccupata, allora l’inconscio può comunicare, e questa comunicazione prende la forma di simboli, visioni, scene. Al risveglio tu dici, «Ho fatto un sogno,» e cerchi di scoprirne il significato; ma ogni interpretazione sarà pregiudiziale, condizionata.
  «Non ci sono persone addestrate a interpretare i sogni?»
  Possono esserci; ma se ti rivolgi a un altro per l’interpretazione dei tuoi sogni, hai il problema ulteriore della dipendenza da un’autorità, il che genera molti conflitti e sofferenze.
  «In questo caso, come faccio a interpretarli da me?»
  È questa la giusta domanda? Le domande irrilevanti non possono che produrre risposte superflue. La questione non è come interpretare i sogni, ma se i sogni sono necessari.
  «Allora come faccio a far smettere questi miei sogni?» insistette lui.
  I sogni sono uno strumento attraverso cui una parte della mente comunica con l’altra, non è vero?
  «Sì, sembra piuttosto ovvio, adesso che ho compreso un po’ meglio la natura della coscienza.»
  Questa comunicazione non potrebbe avvenire sempre, anche durante il periodo di veglia? Non è possibile essere consapevole delle tue reazioni anche quando sali sull’autobus, quando sei con la tua famiglia, quando stai parlando col tuo capo in ufficio, o col tuo servo a casa? Basta essere consapevoli di tutto questo – essere consapevoli degli alberi e degli uccelli, delle nuvole e dei bambini, delle proprie abitudini, reazioni e tradizioni – per osservarlo senza giudicare o fare paragoni; e se riuscirai ad avere questa consapevolezza, a guardare, ad ascoltare di continuo, scoprirai che non sogni più. Allora tutta la tua mente è in intensa attività; tutto ha un senso, un significato. Per una tale mente, i sogni non sono necessari. Allora scoprirai che nel sonno non c’è solo un completo riposo e rinnovamento, ma anche uno stato che la mente non può toccare. Non è qualcosa da ricordare e su cui tornare; è del tutto inconcepibile, un totale rinnovamento che non può essere formulato.
  «Potrò riuscire ad avere una tale consapevolezza durante l’intera giornata?» domandò lui schiettamente. «Ma devo farlo, e lo farò, perché onestamente adesso ne vedo la necessità, signore, ho imparato molto, e spero di poter tornare.»

Diario della presenza mentale, 6: il ritorno evenemenziale della presenza

Da parecchi giorni la presenza mentale è completamente scomparsa. Se non conservassi un barlume del ricordo di quella sensazione ti sentiresti stupido e incapace, ma in ogni caso non è un bel pensiero quello di non avere più fatto presenza mentale (o di non esserne più stato capace? Hai provato davvero, a farla?).
In un certo senso capisci che quella mente presente che non riesci più ad evocare non sei tu. Per quanto ultimamente vuoto, il sé ha necessariamente diversi (numerosi?) livelli di esistenza e consapevolezza, e uno di questi contempla la propria espropriazione.
Come diceva Rimbaud, io è un altro, ma un conto è pensarlo e comprenderlo, un altro conto è sentirlo e sperimentarlo.
L'incapacità a fare presenza mentale ti manifesta chiaramente che tu sei anche un altro, qualcos'altro, che c'è la possibilità che il tuo campo di coscienza sia attraversato da un evento chiamato presenza mentale.
Non è un evento puro, non lo hai scoperto tu, lo hai appreso, è un tipo di evento, non un evento singolare e irripetibile. E' qualcosa di ripetibile, ma non sai come né a quali condizioni.
E' come se ora ti mancasse la volontà per fare presenza mentale, eppure sai che non è una semplice questione di volontà.
Sei in un'impasse spirituale, sei paralizzato.

venerdì 22 aprile 2011

Diario della presenza mentale, 5: l'assenza mentale

C'è poco da fare, quando non parte non parte. La presenza mentale non mi si accende a comando. Ecco perché tendo a sovrapporle il concetto cristiano di grazia, o quello postmoderno di Evento.
Da alcuni giorni sono assente, un automa, un robot, una vittima della pianificazione del mio tempo fatta dalla società e dalle incombenze famigliari festive. Dato che vorrei essere lontano mille miglia mi sveglio già incazzato, anche se non ne sono perfettamente consapevole, mi pare che tutto il mio tempo sia rubato via dagli altri, non riesco a fare niente, non riesco a leggere, a pensare, a scrivere.
Non riesco nemmeno a fare presenza mentale.
So che la possibilità è lì ma non riesco a innescare il dispositivo: ci provo per un frammento di istante ma poi non funziona e mollo subito.
A parlarne mi torna il respiro giusto per un secondo, poi non so se funzionerà.

No, poi non funziona, mi disperdo a pensare le connessioni tra post e vecchi testi.

***

In questi frangenti ho l'impressione che per fare meditazione ci vorrebbe la libertà assoluta, quella dei mistici e degli asceti. Tutti gli altri sono condannati alla dispersione della mente, e a quello stato inautentico di esistenza che lo stupido Heidegger chiamava chiacchiera curiosità ed equivoco. So che non è così, ma quando non mi sento in armonia, come diceva più o meno il poeta, mi incazzo con me stesso e con tutti.

***

Ora che mi ricordo, però, qualche giorno fa ho avuto l'insonnia: è da allora che la presenza mentale è svanita.
Tra pochi giorni forse dovrebbe tornare tutto normale, purché nel frattempo io non mi arrotoli sempre più nella psicofisica della passioni tristi.
Sto veleggiando verso un umore depressivo...

martedì 19 aprile 2011

Diario della presenza mentale, 4: il corso inquinato dai gas di scarico

Una delle prime obiezioni che mi vennero in mente fu che non si può praticare la meditazione dappertutto. Un conto è trovarsi a praticare la presenza mentale seduti in un giardino silenzioso, davanti ad alberi piante e fiori (l'ho fatto qualche volta), un altro conto è praticare la presenza mentale in mezzo al traffico cittadino.
Il corso Svizzera inquinato dai gas di scarico non favorisce la concentrazione ma è un banco di prova: se fai presenza mentale, anche il tuo respiro si approfondisce, ma se sei vicino ai gas di scarico hai paura di respirare a pieni polmoni.
Se riesci anche per un attimo a raggiungere la presenza mentale, forse hai iniziato a scalfire il tuo guscio psichico più profondo, quello che alimenta le tue paranoie autoconservative.

***

Passeggiare con un bambino di due anni richiede un'attenzione continua a quello che fa. Provo per qualche istante a lasciarmi guidare da Agostino, senza sovrapporre parole gesti e volontà al suo caos intenzionale. Vuole salire sui gradoni del Duomo, lo accompagno cercando di non serrare troppo la sua mano. Funziona, ma appena scendiamo devo bloccare la stretta affinché non mi sfugga e rotoli giù.
Per ora mi è impossibile conciliare la presenza mentale col mio ruolo di vecchio genitore occidentale apprensivo e paranoide.

***

La stanchezza di una gara di corsa lascia nei giorni successivi la mente leggera ma assente: per un po' sarà difficile ritrovare la presenza mentale.

lunedì 18 aprile 2011

Diario della presenza mentale, 3: la folla di corridori è vuota

La folla dei corridori intorno a te non ha più sostanza di quella temporaneamente aggregata per un istante cosmico, presto non avrà più quella forma. E la sua forma è infinitesimale se paragonata all'infinità di forme attuali e virtuali; perciò è tendenzialmente vuota.
Perciò puoi vederne l'essenza di puro fenomeno, la bidimensionalità d'immagine filtrata dai tuoi occhiali da miope astigmatico, o addirittura la tridimensionalità corporea e fugace.
Mentre il tuo corpo corre, fatichi, ma talvolta puoi raccogliere quel po' di forza mentale necessario per riaccentrare la tua percezione: come sempre, il tuo campo visivo si allarga, o meglio si distende e approfondisce, vedi come a loro volta distesi e svuotati l'orizzonte, la prospettiva e i fenomeni in movimento intorno al punto focale.
Fare presenza mentale durante una gara di corsa di 10 km non è la cosa più semplice, sembra anzi un esercizio contro natura, eppure in parte riesce. In quegli istanti sembra che aiuti a sopportare lo sforzo. Le tue gambe corrono ma l'automatismo che le spinge è meno cieco del solito, non provi più la tentazione di accartocciarti a terra e gemere, nessuno ti obbliga, nessuno vuole nulla, sei lì e basta. E corri insieme ad altre migliaia di persone.
Certo dura poco, e verso la fine acceleri quanto più puoi, e ansimi come una bestia, perché vuoi vincere, vuoi superare di nuovo quelli e - soprattutto - quelle che ti hanno superato da poco senza fatica. Alla fine non stai più facendo presenza mentale, sei tornato nell'agone della corsa, aderisci alla tua volontà di vittoria nel più semplice dei modi.
Ma anche così, ricordi gli istanti di pace che hai attraversato poco prima.
Ora conosci la vera essenza della corsa, sai che tutto quell'affannarsi non è altro che una delle infinite superfici possibili del vuoto. E ti piace molto.

venerdì 15 aprile 2011

Diario della presenza mentale, 2: l'allargamento del campo visivo

Ho l'impressione che praticare la presenza mentale sia come diventare l'homunculus del mio corpo, o meglio ancora sedersi nella posizione di Actarus al centro della testa di Goldrake. Se cammino il mio corpo avanza a grandi passi, ho un campo visivo grandissimo, io sono piccolo all'interno della mia testa.

***

Esco per strada, passeggio praticando la presenza mentale: il mio campo visivo si è allargato, guardo dritto di fronte a me vedo tutta la via Garibaldi in prospettiva, le persone scorrono lungo l'asse prospettico, avvicinandosi o allontanandosi. Cammino con la testa alta.

***

Al pomeriggio vado a una conferenza sull'acqua: oltre a Ugo ci sono due giuristi irritanti, antireferendari, mi eccito subito, tifo per Ugo, godo quando strappa gli applausi della platea folta di ragazzi. E mi domando come si fa a fare presenza mentale durante una conferenza che ti appassiona... Ma imparerò anche questo.

***

Infine, al parco con bimbi e amici è impossibile concentrarsi: mentre Agostino si arrampica sullo scivolo è difficile non finalizzare i movimenti esclusivamente alla sua protezione. Non ci provo nemmeno. Anche se mi sento deluso per il pomeriggio senza presenza mentale, non ho nessuna fretta. Non devo andare da nessuna parte

giovedì 14 aprile 2011

Diario della presenza mentale, 1

Ieri mi è tornata in mente la possibilità della presenza mentale. Non ci pensavo da molto tempo, e anche quando ci avevo pensato non mi era venuto in mente di ricominciare a praticarla. Ieri invece ho capito che potevo ricominciare. E ho ricominciato. Con calma. Senza pretendere. Senza sperare. Senza volere.

***

Ho solo ricominciato a guardare la cose dal fondo della mia testa, devo dire così perché l'impressione è quella. Poi spiegherò meglio, farò un resoconto quasi quotidiano, anche minimo, dei miei progressi. Un diario della presenza mentale.

***

Se dovessi quantificare, direi che attualmente sono all'1% della mia capacità di presenza mentale, ma intanto è un inizio.
Effetto immediato: rallento le mie azioni, rinuncio a talune che mi vengono in mente solo come divertissement dalla noia dell'istante attuale.

(Primo risultato: sto di meno su Facebook.)

mercoledì 13 aprile 2011

Frammenti sparsi da "Diario buddhista" (2005) sulla presenza mentale

Io tendo alla purezza dell’illuminazione per staccarmi dal mondo e da me stesso. Ma come dicevo sono ancora lontanissimo dalla purezza della concentrazione mentale. Ora per esempio scrivo, e se scrivi non ti concentri mentalmente. Agli occidentali scrivere sembra una forma di concentrazione. Senza dubbio è meglio che fantasticare, però è una concentrazione molto decentrata, non ha nulla a che fare con la presenza mentale indotta dal respirare profondamente concentrando il pensiero sui cinque aggregati di cui siamo fatti : corpo percezioni sensazioni formazioni mentali e coscienza.
Tra l’altro mentre scrivo sto anche ascoltando a tutta palla Here come the warm jets di Brian Eno. Adesso so che non ho più bisogno dell’alcol per sentire l’emozione della musica o della scrittura. Non ho più bisogno di altro che del mio proprio respiro profondo e interiore, del mio sguardo concentrato sulle cose con cui sono interrelato, in fondo io stesso sono quelle cose.
Ora so che tutto è impermanente e che la natura di ogni essere è il vuoto del nirvana. Vuoto è questo attimo, vuoto è il rock di Brian Eno, vuoto sono io. E voglio esser vuoto.

***

L’avevo cercata molte volte durante l’estate, ma la presenza mentale si è fatta avanti solo oggi mentre mangiavo il gelato valsoia senza latte. Avevo appena letto qualche pagina del Dalai Lama e ho subito ritrovato quell’ambiente mentale favorevole alla calma necessaria a concentrarsi.
Uno potrebbe dire che è la concentrazione che porta la calma, ma per me funziona così, che se non sono già calmo non riesco a concentrarmi. Del resto anche per i tibetani il principio primo è la Sila, ossia il retto comportamento consistente nell’abbandonare le dieci azioni non virtuose. Raggiunta la Sila si può iniziare con la pratica buddhista vera e propria.
Qui al mare un fattore contrario alla presenza mentale è mia madre, devo pur parlarle qualche volta e poi l’interazione richiede sempre entrare in un ruolo che per me è regressivo, non riesco a stare calmo di fronte al suo nervosismo. Mia madre è una molto aggressiva, da giovane mi sembra di aver subito parecchio da lei e adesso fatico ad assorbire ancora la sua negatività. Diciamo che lei mi sconcentra e mi impedisce la presenza mentale.
Venendo qui sapevo che era un rischio, di solito litighiamo. Da quando sono diventato nonviolento è la prima vacanza che passiamo insieme: non sono riuscito a concentrarmi mentalmente, ma almeno non abbiamo nemmeno accennato a litigare. Buono!

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Oggi finalmente sono andato a fare zazen e mi è piaciuto molto. Quando ne sono uscito mi sentivo rilassatissimo, davvero mi pareva di non appartenere al mondo irrequieto delle persone che incontravo alla Feltrinelli (mi sono precipitato a comprare lo Shobogenzo).
All’inizio una monaca ha spiegato a me e a un altro novizio come avremmo dovuto praticare zazen, seduti sul cuscino zafu con le gambe incrociate, meglio se a loto ma basta il mezzo loto, guardando il muro bianco senza afferrare nessun punto e senza chiudere gli occhi, le mani che si tengono insieme con i pollici che si toccano come quelle del Buddha, la posizione della perfetta presenza mentale. Questo mi ha rincuorato : sono sempre buddhisti e alla fine si è anche recitato un sutra in giapponese, mentre la monaca bruciava dell’incenso davanti a una bella statuina dorata del Buddha.
Poi ci hanno offerto una zuppa di riso buonissima, quindi un the che bisognava in parte versare in una bacinella come offerta (a Buddha?). Questo mi ha stupito un po’.
A tavola ogni fase aveva il suo sutra di accompagnamento, che per me erano solo belle sillabe in giapponese ma mi piacevano molto, erano ben ritmati e un po’ cupi e metallici come si vede nei film dove ci sono monaci zen. Leggendo la traduzione ho visto che sono normali sutra buddhisti:

Shiguseigan
shu jo muhen seigan do   
Bonno mujin seigan do ()
Homon muryo seigan gaku ()
Butsu do mujo seigan jo ().

I quattro voti
Per numerosi che siano gli esseri, io faccio voto di salvarli tutti.
Per numerose che siano le passioni, io faccio voto di vincerle tutte.
Per numerosi che siano i dharma, io faccio voto di acquisirli tutti.
Per perfetta che sia la Via del Buddha, io faccio voto di realizzarla.

Comunque mi è subito venuta voglia di imparare il giapponese, devo dirlo alla mia amica giapponese. 
Alla fine mi sono associato al dojo e ho comprato un vecchio numero di Dharma, la rivista che me li ha fatti scoprire : avevo visto che c’era un dossier su Heidegger e il buddhismo, un argomento che ho già iniziato a studiare e che mi interessa molto. 
Prima di andare lì ho fatto però la cazzata di prendere un caffè e durante zazen quando sentivo il mio stomaco gorgogliare mi maledicevo, poi però mi ricordavo che bisogna accogliere tutto quello che avviene, e che «zazen abbraccia tutto». 
Ci tornerò ogni sabato e mi darà forza e tranquilllità. Altro che gruppo psicanalitico e sentimenti aggressivi! 

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Sto continuando a leggere Ikeda, il capo della Soka Gakkai, ma mi sembra proprio scemo. Si dilunga a spiegare che il Sutra del Loto nella sua “essenza distillata” si riduce al Nam Myoho Renge Kyo, mentre la versione “estesa” constava di 28 capitoli. Va bene lo spirito zen, ma qui si sconfina nella magia di un abracadabra. 
Ho cercato di convincere L. a venire a zazen e mollare la Soka Gakkai, ma lei ha detto che non li molla «neanche se la uccidono». Beh, meglio quello di niente, l’ho già detto, però bisogna che ci vada anch’io a suscitargli un po’ di dubbi...