Da quando è nato mio figlio, amici e famigliari mi giudicano male perché gli sono fisicamente molto attaccato. Secondo me, invece, sono loro che hanno problemi con la fisicità e l'infanzia. Io non concepisco il senso della distanza fisica, specie verso uno che ti chiede assoluta vicinanza.
E' vero che la mia vita è cambiata, da quando è nato mio figlio, ma ritengo in meglio. Molte delle cose che facevo prima non le faccio più, questo è vero, tuttavia ho in cambio un ritorno di felicità fisica quando abbraccio quel bambino, che nessun aperitivo mancato mi farà mai rimpiangere.
Ok, ammetto che talvolta le mie giornate prendono senso unicamente perché passo molte ore con lui e giochiamo insieme, scherziamo, ridiamo, guardiamo la Piccola Talpa, disegniamo, suoniamo il pianoforte o cantiamo. E' vero, prima avevo una vita sociale piuttosto intensa, mentre ora non più. Tuttavia non mi sembra di mancare di qualcosa. Anzi.
L'estate scorsa le zie di mia moglie mi hanno accusato di non permettere a nessuno di prendere in braccio Agostino. Che esagerazione! Certo, quando qualcuno prendeva in braccio Agostino io dopo poco gli dicevo che poteva lasciarmelo, ma lo dicevo solo per non infastidire nessuno.
[continua]
E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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giovedì 28 aprile 2011
venerdì 22 aprile 2011
Diario della presenza mentale, 5: l'assenza mentale
C'è poco da fare, quando non parte non parte. La presenza mentale non mi si accende a comando. Ecco perché tendo a sovrapporle il concetto cristiano di grazia, o quello postmoderno di Evento.
Da alcuni giorni sono assente, un automa, un robot, una vittima della pianificazione del mio tempo fatta dalla società e dalle incombenze famigliari festive. Dato che vorrei essere lontano mille miglia mi sveglio già incazzato, anche se non ne sono perfettamente consapevole, mi pare che tutto il mio tempo sia rubato via dagli altri, non riesco a fare niente, non riesco a leggere, a pensare, a scrivere.
Non riesco nemmeno a fare presenza mentale.
So che la possibilità è lì ma non riesco a innescare il dispositivo: ci provo per un frammento di istante ma poi non funziona e mollo subito.
A parlarne mi torna il respiro giusto per un secondo, poi non so se funzionerà.
No, poi non funziona, mi disperdo a pensare le connessioni tra post e vecchi testi.
***
In questi frangenti ho l'impressione che per fare meditazione ci vorrebbe la libertà assoluta, quella dei mistici e degli asceti. Tutti gli altri sono condannati alla dispersione della mente, e a quello stato inautentico di esistenza che lo stupido Heidegger chiamava chiacchiera curiosità ed equivoco. So che non è così, ma quando non mi sento in armonia, come diceva più o meno il poeta, mi incazzo con me stesso e con tutti.
***
Ora che mi ricordo, però, qualche giorno fa ho avuto l'insonnia: è da allora che la presenza mentale è svanita.
Tra pochi giorni forse dovrebbe tornare tutto normale, purché nel frattempo io non mi arrotoli sempre più nella psicofisica della passioni tristi.
Sto veleggiando verso un umore depressivo...
giovedì 7 aprile 2011
Paradossi paralizzanti, 1
Quando invii un articolo a un convegno, finché non l'hai inviato sei libero di scrivere come meglio credi.
In quella situazione non provo ansia o tensione spiacevole perché mi piace solcare lo spazio delle possibilità, anche se la posta in gioco è essere accettati o rifiutati al convegno.
In quella situazione non provo ansia o tensione spiacevole perché mi piace solcare lo spazio delle possibilità, anche se la posta in gioco è essere accettati o rifiutati al convegno.
Quando invece il mio testo è già stato accettato e devo solo fare alcune revisioni per migliorarlo, ecco che mi prende l'ansia: non rischio più nulla, e la posta in gioco è già stata vinta, così fare il miglior lavoro possibile è una questione di deontologia, e di amor proprio.
A quel punto però subisco una strana paralisi: temporeggio, rallento la mia rilettura, mi distraggo, faccio altre cose, guardo i call for papers di convegni futuri, e man mano che il tempo passa mi cresce l'ansia.
Il mio modulo mentale della pianificazione dev'essere malamente programmato, e forse ho un cattivo rapporto emotivo con le situazioni reali a cui più tengo.
mercoledì 15 dicembre 2010
Il genitore ottimista per natura
Educatrice: dovrebbe mettermi una firmetta qui, oggi vengono quelli dell'ASL, abbiamo avuto un caso di (sottovoce) acariosi...
Genitore (con aria preoccupata): un caso di che cosa, mi scusi?
Educatrice: acariosi, sarebbe, insomma la scabbia.
Genitore (con aria sollevata): ah, ok, benissimo.
Genitore (con aria preoccupata): un caso di che cosa, mi scusi?
Educatrice: acariosi, sarebbe, insomma la scabbia.
Genitore (con aria sollevata): ah, ok, benissimo.
venerdì 4 giugno 2010
La sindrome di Stendhal e la professoressa di fisica
Fino al penultimo anno di liceo ero molto bravo in matematica e fisica, ero intuitivo e lavoravo con facilità e soddisfazione. Sentivo che la mia mente mi portava da quella parte e avevo l’intenzione di iscrivermi al corso di laurea in fisica o matematica.
Poi arrivò una professoressa giovane e carina, di cui nemmeno ricordo il nome, e tutto cambiò. La prof era una ragazza alta, carina e molto affettuosa con me, e l’agio con cui ci spiegava fisica e matematica mi conquistò in tempi brevissimi.
Gradualmente la matematica e la fisica persero quella fredda esattezza che prima le contraddistingueva ai miei occhi: non più perfette porte e finestre sull’essere, ora erano incorniciate dalla femminile presenza di lei. Dietro alle equazioni c’era ora la mia speranza di risolverle bene, per lei, e la mia paura di sbagliarle e di apparire ai suoi occhi uno qualsiasi, come i miei compagni, magari volenteroso ma incapace.
Quasi non conservo memoria di nulla di tutto ciò, ma so che è successo davvero, anche se forse nessuno oltre a me potrebbe testimoniarlo.
[continua]
Poi arrivò una professoressa giovane e carina, di cui nemmeno ricordo il nome, e tutto cambiò. La prof era una ragazza alta, carina e molto affettuosa con me, e l’agio con cui ci spiegava fisica e matematica mi conquistò in tempi brevissimi.
Gradualmente la matematica e la fisica persero quella fredda esattezza che prima le contraddistingueva ai miei occhi: non più perfette porte e finestre sull’essere, ora erano incorniciate dalla femminile presenza di lei. Dietro alle equazioni c’era ora la mia speranza di risolverle bene, per lei, e la mia paura di sbagliarle e di apparire ai suoi occhi uno qualsiasi, come i miei compagni, magari volenteroso ma incapace.
Quasi non conservo memoria di nulla di tutto ciò, ma so che è successo davvero, anche se forse nessuno oltre a me potrebbe testimoniarlo.
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