E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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mercoledì 14 marzo 2018

Roman nouveau, 14 bis

Fuoriusciti italiani a Parigi


Il post-operaismo è un pensiero alcolista. Questo mio giudizio tranchant ha certamente la sua origine nell’essermi sentito dire che Toni Negri iniziava a ragionare solo dopo essersi scolato una bottiglia di vino. Me lo disse un italiano suo amico che viveva a Parigi, un amico di Deleuze, per altro, che io fui ben contento di conoscere ed era molto simpatico.
Ci divertimmo particolarmente una sera, alla presentazione di un libro italiano all’Istituto di Cultura, dove mi aveva invitato Bruno: incontrammo il deleuziano italiano e il traduttore italo-francese di Deleuze. Come d’uopo, magnavamo e bevevamo: era questo il tipo di intensità del divenire che maggiormente mi piaceva sperimentare, e anche quell’unica che mi era dato esperire più di frequente, dato che sport ne facevo ben poco (ogni tanto la piscina sempre con Bruno), e scopare non scopavo mai perché ero ancora triste per Elisa.
Di alcolista, nella teoria post-operaista della produzione ontologica trovavo soprattutto il fatto che, effettivamente, da ubriaco avevi l’impressione di stare creando qualcosa, se parli con qualcuno o guardi un film o scrivi.
Ma questa teoria è gravissima perché sostiene in maniera idealistica che ogni essere umano è di per sé produttore, dunque una sorta di lavoratore ontologico. 
Dunque il capitalismo sarebbe fondamentalmente sbagliato e ingiusto semplicemente per il fatto che non remunera senza sfruttamento questa produzione di vita di noi tutti operai dell’essere.
Sarebbe come dire: capitalisti di tutto il mondo: remunerateci!

[Continua: incontro con Scalzone & co.]




Breve intervista a una ragazza torinese


D: ...

R: Certamente, la prima volta che lo incontrai fu in occasione di una serata organizzata insieme alla mia amica torinese, che era in Erasmus come me a Parigi. Decidemmo di fare un incontro di tutti gli Erasmus torinesi che si trovavavano a Parigi. Lei a Saint Denis aveva conosciuto qualcuno, e in più c'era Caterina che da anni già viveva lì. Così quella sera vennero Edoardo e Pierpaolo.

D: ...

R: La cosa che mi ha colpito di più era che fosse di Bra. Aveva l'aria un po' anni Settanta, come li immagino io, e mi piacque la sua socievolezza. cioè, era simpatico, parlava molto. Visto che io sono timida mi piacciono le persone socievoli. E poi il fatto che parlasse tanto, visto che a me piace ascoltare.

D: ...

R: Ricordo perfettamente che aveva un montone, e se non mi sbaglio era un montone di suo papà. Non ne sono sicura, ma ho questa idea in mente. E poi aveva i pantaloni di velluto a coste. Forse.

D: ...

R: Si, perchè faceva un DEA, mi sembrava che fosse già super introdotto. Io avevo appena scoperto cosa fosse un DEA, e cosa fosse un dottorato

D: ...


R: Si, molto. Ma ogni tanto ero un po' malinconica e facevo fatica a stare da sola.

D: ...

R: Era una cosa che volevo fortemente, volevo internazionalizzarmi. E quella è stata la prima tappa per farlo.

D: ...

R: Passeggiare senza meta. E andare al cinema e mangiare le crepes.

D: ...

R: Perchè avevo finito l'Erasmus. Perchè nessuno mi ha proposto di mantenermi per più di un anno a Parigi e non ero abbastanza coraggiosa per farlo da sola, senza aiuti. Perché ero fidanzata e non volevo lasciare il mio fidanzato.

D: …

R: Ho dovuto lasciare l’università perché il mio professore era morto prima che io potessi vincere il posto da ricercatrice. Sono diventata avvocata. Mi piace il mio lavoro, ma ogni tanto rimpiango di non aver potuto continuare a dedicarmi alla teoria.

giovedì 12 dicembre 2013

Massimo Zanetti: La Vandea dei forconi invade Torino. Un’interpretazione dell’attuale protesta sociale “dei forconi”

La Vandea dei forconi invade Torino.
Un’interpretazione dell’attuale protesta sociale “dei forconi”


Di Massimo Zanetti*

L’innesco di protesta sociale a cui si assiste in questi giorni che rivolge il suo messaggio a “tutto il Popolo Italiano” ma in prima istanza al mondo del lavoro autonomo “tartassato” dallo stato – partite iva, commercianti, artigiani, piccoli imprenditori – è un fenomeno da seguire con grande attenzione.

Il motivo è duplice e semplice.

In primo luogo vi è una vastissima la letteratura specialistica e pubblicistica che ha rispettivamente analizzato e segnalato all’opinione pubblica i ripetuti casi storici (in più paesi) della connessione tra mobilitazione sociale della piccola borghesia autonoma e avanzamento delle destre, anche quelle più
radicali e violente ed eversive, sulla scena politica. Una delle spiegazioni più ricorrenti della connessione tra la mobilitazione della piccola borghesia autonoma e destra politica chiama in causa l’ideologia tipica di questa classe sociale. Cultura tendenzialmente basata sull’importanza attribuita alla proprietà privata e all’iniziativa privata di impresa come fonte di libertà e benessere, su una concezione individualistica e competitiva del lavoro e dei rapporti sociali modellata dalla concorrenza di mercato con la quale quotidianamente e direttamente gli appartenenti di questa classe sociale si confrontano, su un rapporto di ostilità nei confronti del settore pubblico concepito essenzialmente come un esoso “esattore” che estorce una parte sempre più intollerabile dei frutti del proprio sudore a fronte di una fornitura di servizi vissuti come inefficienti oppure fruiti soprattutto da altri (immigrati, sfaccendati, ecc.) che meno hanno contribuito a finanziarli.

In secondo luogo in Italia questa classe sociale è decisamente consistente. Infatti una caratteristica anomala della struttura occupazionale in Italia è data dal fatto che a differenza di ogni altro grande paese a capitalismo avanzato e analogamente alla Grecia, nel nostro paese è molto elevata la quota di lavoro indipendente. Se negli USA, in Germania, nel Regno Unito o in Francia i lavoratori indipendenti sono all’incirca il 10% degli occupati, in Italia sono circa tra volte tanto: infatti poco meno del 30% degli occupati in Italia è costituito da lavoratori indipendenti, ovvero da commercianti, artigiani, lavoratori autonomi, liberi professionisti, coltivatori diretti, imprenditori (in grandissima parte microimprenditori con un numero ridotto di dipendenti) agricoli, industriali o dei servizi.

Questa anomalia italiana ha radici lontane, che risalgono perlomeno al secondo dopoguerra, ed almeno in parte è stata generata e successivamente alimentata da esigenze e conseguenti scelte politiche. Le esigenze erano quelle di trovare, durante il processo di modernizzazione e sviluppo del nostro Paese, un contrappeso sociale e quindi politico al crescente proletariato in maggioranza orientato a sinistra e nel quale cresceva il radicamento di quello che, nonostante un contesto decisamente ostile, si presentava come il più grande partito comunista d’occidente. Le scelte conseguenti furono quelle della Democrazia Cristiana, che sin dalla ricostruzione posbellica sviluppò una politica organica volta, appunto, tra le altre cose, a “creare una piccola borghesia moderata (coltivatori diretti, artigiani, commercianti”
(http://dizionari.repubblica.it/Enciclopedia/D/democraziacristiana.php)

Questo blocco sociale, bacino di consenso dello schieramento moderato e affatto raramente anche conservatore, è stato progressivamente “fidelizzato” dalla DC e dai suoi eredi politici della seconda repubblica (Forza Italia poi PdL e ora nuovamente Forza Italia [sarà un puro caso che gli attuali manifestanti
agitano come unico simbolo le bandiere nazionali?], Lega Nord) sia con una vasta e generosa normativa a sostegno della piccola impresa e del lavoro autonomo, sia giungendo a modellare un sistema fiscale a maglie sufficientemente larghe per tali categorie di contribuenti da permettere elusione un’evasione fiscale diffusa, come amaramente testimoniano ogni anno i dati della agenzia delle entrate disaggregati per categoria professionale dei contribuenti IRPEF.

Sebbene politicamente ed elettoralmente “efficiente” per i partiti moderati e conservatori (questo ovviamente non implica che la totalità dei lavoratori autonomi esprima un orientamento politico-culturale moderato o conservatore e un voto conseguente, ma un orientamento prevalente), questo blocco sociale
non è altrettanto efficiente dal punto di vista economico, a causa delle inefficienze di scala determinate dalla eccessiva frammentazione, quando non di vera e propria polverizzazione, del tessuto produttivo.
Questa inefficienza è stata economicamente e socialmente scaricata in diversi modi, ad esempio da un lato gravando maggiormente in termini di carico fiscale sui lavoratori dipendenti, dall’altro per molto tempo
adottando una periodica svalutazione competitiva della moneta nazionale, la lira, infine pagata dagli stessi lavoratori autonomi, soprattutto quelli di ultima generazione tra i quali non è affatto rara la presenza di lavoro subordinato mascherato, non di rado costretti all’autosfruttamento in termini di carico e orari di lavoro a fronte di un reddito che risulta generoso, soddisfacente o anche solo dignitoso solo nel quadro di un regime fiscale di favore o “tollerante”, da cui la diffusa sensazione – affatto errata – nell’ambito di
questa categoria di occupati che il pagamento delle tasse coincida con una significativa compromissione del proprio tenore di vita.

L’attuale grave crisi economica aggrava il peso di questa storica scarsa efficienza economica a livello aggregato della piccola borghesia autonoma nazionale. Che in misura crescente viene colpita dalla crisi soprattutto per effetto della recente caduta dei consumi interni (commercianti, artigiani e piccola e piccolissima impresa che rifornisce il mercato interno) a causa delle misure restrittive delle politiche economiche tese alla riduzione del debito e della spesa pubblica e sempre meno può di conseguenza essere protetta dalle tradizionali politiche di salvaguardia che si basavano sul contenimento del prelievo fiscale, in quanto il problema si presenta in questa fase sul fronte delle entrate. Ovviamente ciò non vieta che l’artigiano o il commerciante non reagiscano come sempre hanno fatto sulla base dei loro schemi subculturali, ovvero continuando ad accusare lo stato (o “la politica”) di strozzarli.

La scarsa efficienza economica della piccola borghesia urbana può indurre la classe dirigente ad inserire anche quest’ultima nel programma di ristrutturazione del sistema capitalistico nazionale al fine di renderlo maggiormente competitivo nel quadro internazionale. In effetti sembra proprio che vi siano azioni in questa direzione (la stretta creditizia nei confronti della piccola impresa, del commercio e dell’artigianato,
un maggior rigore nell’accertamento fiscale e nella riscossione dei tributi, ecc.).

L’attenuarsi delle politiche di protezione di questa classe sociale comporta inevitabilmente un problema di seria crisi del consenso se ad attuarla sono formazioni politiche moderate o conservatrici e di aperta protesta sociale se ad attuarla sono forze progressiste considerate ostili dalla subcultura politica dominante nella piccola borghesia autonoma. In ogni caso, superata una certa soglia di impatto sul tenore di vita a livello aggregato, quindi con effetti di massa, si corrono rischi seri di mobilitazione e di protesta sociale diffusa, a causa della già ricordata notevole dimensione in termini di popolazione e di occupati di questa classe sociale. Questa protesta però avverrà probabilmente seguendo in prevalenza gli schemi subculturali già citati, quindi di ostilità al settore pubblico, al prelievo fiscale, con una ideologia individualistica (quindi
ad esempio antisindacale), di ricerca di protezione del proprio particolare disinteressandosi delle implicazioni in termini di solidarietà sociale, di costi scaricati su altre categorie sociali e di assunzione di responsabilità nei confronti della tenuta del sistema sociale complessivo, anche in termini democratici.

La “ristrutturazione” della piccola borghesia autonoma nella direzione di una maggiore efficienza economica e di una sua maggiore più equa partecipazione al finanziamento dei servizi pubblici è una partita strutturale molto impegnativa che non è iniziata certo con il governo Letta. In una certa misura, il superamento dell’anomalia italiana (e greca) di una piccola borghesia autonoma comparativamente ipertrofica ed inefficiente in termini economici a livello aggregato appare comunque strutturalmente difficilmente eludibile. Il problema vero è come attuare questo processo di ristrutturazione abbattendone il più possibile i costi sociali e la conseguente protesta sociale cavalcabile dalla destra anche estrema.

Il governo attuale non pare disporre di ricette in tal senso, mentre all’opposto un nuovo soggetto politico in ri-formazione collocandosi a destra e fuori dalla sfera delle “responsabilità di governo”, Forza Italia, ha interesse a soffiare sul fuoco, così come interesse potrebbe averlo un’altra forza di opposizione a destra, la Lega Nord se non si trovasse ad avere visibili responsabilità di governo in alcune realtà regionali, oltre a tutto lo schieramento di formazioni di estrema destra.



Per ora, le prime battute intense e attuate con grande visibilità e determinazione del movimento di protesta non configurano l’innesco una protesta sociale di massa della classe media autonoma, se non forse in alcune aree del Nord-Est. Tuttavia nulla toglie che un innesco mantenuto con determinazione per un periodo prolungato e la risonanza dei media possano sortire un effetto di massa, anche se è da segnalare che le manifestazioni di teppismo e violenza veicolate dai media hanno un probabile effetto di
scoraggiamento sui commercianti e gli artigiani, tradizionalmente abituati ad agire secondo i canoni della “maggioranza silenziosa”, certamente ora più disponibili a manifestare un aperto e deciso dissenso, ma per motivi strutturali poco propensi a compromettere le loro attività con proteste prolungate e rischiose.
Semmai un’attività di protesta prolungata e incisiva può riguardare fasce sottoproletarizzate o ormai prive di reali chances sul mercato di queste categorie, cioè di persone in transizione dal lavoro autonomo alla
disoccupazione e alla relativa vulnerabilità sociale.

Stando ai fatti, per le prime impressionistiche informazioni che si hanno da testimonianze dirette di chi ha assistito alle proteste, da video e da immagini, le presenze in queste agitazioni sono riconducibili solo in parte al (micro)associazionismo di categorie professionali riconducibili ai lavoratori autonomi e a presenze individuali provenienti dalle classi sociali suindicate, mentre più importante sembra l’apporto delle organizzazioni di estrema destra e delle formazioni di ultrà, che spesso presentano aree di sovrapposizione.
E’ a queste ultime che probabilmente si deve la capacità di articolare e di dare una regia all’insieme di azioni di protesta attivate sul territorio tese a paralizzare snodi logistici (dalle stazioni ferroviarie alle arterie
di accesso alle città) e ad occupare luoghi simbolici come le piazze, in particolare del centro della città.
(per riferimenti dettagliati cfr. per esempio http://www.contropiano.org/articoli/item/20751).

Sempre dalle prime informazioni piuttosto il più importante serbatoio sociale della mobilitazione sembra per ora essere costituito dai cosiddetti giovani Neet (not in education, employment or training), ovvero da giovani non in formazione, lavoro o educazione. Si tratta di una categoria sociale in rapido aumento negli ultimi anni in tutta Europa e che nella classifica europea vede l’Italia tra i primissimi posti (più o meno il 23% dei giovani), preceduta solo dalla Bulgaria e dalla Grecia. E’ la categoria sociale che può fornire la
maggiore quantità di “tempo sociale” libero da impegni di lavoro o di studio da impegnare nella protesta e che si trova nella disposizione soggettiva di rabbia per assenza di prospettiva, condizione funzionale ad agire una protesta anche prolungata quando non persistente.

Se queste prime impressioni fossero confermate, le proposte e le iniziative politiche, nonché il lavoro di radicamento-intervento sociale dovrebbero quindi orientarsi anche e soprattutto nei confronti di questo fenomeno sociale in rapido e drammatico aumento, per impedire che esso si trasformi nel carburante altamente infiammabile che alimenta una rapida ascesa dell’estrema destra prima sulla scena pubblica e poi nei consensi elettorali.

Al tempo stesso urge recuperare, sviluppare e rinnovare le proposte politiche che già il PCI aveva avanzato al lavoro autonomo, ai commercianti e agli artigiani per affrontare, in forma solidale, associata e/o cooperativa, le drammatiche avversità a cui le crisi capitalistiche espongono queste categorie di lavoratori, permettendogli almeno di affrontare alcuni problemi di economia di scala che affliggono e di trovare forme di espressione collettiva delle proprie rivendicazioni che sappiano al tempo stesso inserirsi in una proposta
più ampia di trasformazione e di equità sociale. In alcune aree del paese dove è ancora presente una diffusa subcultura di sinistra, e tra queste vi è certamente anche Torino, queste proposte possono avere un certo
margine di successo o almeno di ascolto in alcune fasce di lavoro autonomo orientate ad un’ideologia libertario-progressista che seppur minoritaria è tradizionalmente sempre stata presente nel nostro paese.

Torino, 10 dicembre 2012

* Sociologo, ricercatore all'università di Aosta.

sabato 10 novembre 2012

Lettera aperta ad ALBA (Soggetto Politico Nuovo), di Rinaldo Locati

Poco tempo dopo la mia lettera aperta ai militanti di ALBA, ricevo e pubblico volentieri una lettera aperta di Rinaldo Locati, già primo coordinatore torinese del Soggetto Politico Nuovo, insieme al sottoscritto.
Lascio ogni considerazione ai lettori.

SBILANCIAMOCI
OVVERO: UN BILANCIO SULL’ESPERIENZA DI ALBA

Cari amici albigesi e non,
poiché non è mia abitudine lasciarmi alle spalle “dei sospesi”, vi sottopongo le presenti riflessioni per richiamare la vostra attenzione su alcuni passaggi che hanno caratterizzato la ancorché breve esperienza di ALBA.
Dichiarando sin da subito che è quantomeno imbarazzante lo “scarto” tra la realtà attuale di ALBA e la  pretesa iniziale, posta a base del manifesto costitutivo, di dare vita ad un Soggetto Politico Nuovo. Nuovo nei metodi, nelle forme e nei contenuti.

LA DUE GIORNI SUL LAVORO
L’incontro nazionale sul lavoro che si è tenuto a Torino sabato 6 e domenica 7 ottobre è stato per ALBA sicuramente l’evento pubblico sino ad ora più importante.
Per quanto riguarda la “macchina organizzativa” il nodo torinese ha gestito al meglio tutti gli aspetti pratici dell’evento (location, accoglienza, pasti, ecc.), ma a questo innegabile successo, che per molti è stata la dimostrazione del buono “stato di salute” di ALBA, ha fatto da contraltare un esito politico altrettanto positivo?
Personalmente ritengo di no.
Tralascio di soffermarmi sui risultati dei tre laboratori tenuti sabato pomeriggio, poiché le relazioni conclusive agli stessi sono recuperabili sul sito di ALBA; nel merito mi limito a dire: parole tante, forse anche buoni propositi, proposte concrete quasi nulle, politichese “stretto” a iosa.
Parto, invece, da quelle che sono state le conclusioni politiche di domenica, che possiamo così sintetizzare:
-          intenzione di ALBA di “sondare”, all’esterno, la possibilità di dare vita ad una lista che si presenti alle elezioni politiche del 2013;
-          impegno di ALBA, a fianco della FIOM, nella campagna referendaria sull’articolo 8 (Riforma Sacconi) e sull’art. 18 (Riforma Fornero).

VERSO IL 2013
Sia la lettera pubblicata a luglio sul sito di ALBA dal Comitato Esecutivo nazionale, sia Marco Revelli nel suo articolo pubblicato su Il Manifesto del 3 ottobre, sia diversi interventi alla due giorni sul lavoro, hanno posto con forza la necessità di arrivare al 2013 facendo tutto il possibile perché anche sul terreno elettorale si condensi una galassia di forze e di culture che, sulla base di discriminanti chiare, siano un’alternativa credibile al dogma liberista imperante.
Io non voglio certo negare che sia necessario dare una rappresentanza, anche istituzionale, a chi oggi non ha rappresentanza e tantomeno negare che sia necessario che questa rappresentanza sia portatrice di una proposta radicalmente antiliberista. Così come credo che sia necessario recuperare ad una proposta politica autenticamente di sinistra quel 40% di elettori che non intende andare a votare e quella parte di elettori che si rifugia nel voto grillino di protesta.
Ma, al di là dei nostri desiderata, concretamente è possibile arrivare alla scadenza elettorale del 2013 avendo messo in campo un’ipotesi di questo tipo?
Sinceramente io credo di no!
E’ vero che a tutt’oggi non sappiamo ancora con quale legge elettorale andremo a votare, ma mi pare che in questi ultimi giorni il panorama politico si vada chiarendo.
Le regole stabilite dal PD per le prossime primarie e l’apertura della partecipazione delle stesse a Vendola, stanno a dimostrare che quelle primarie sono primarie di coalizione; coalizione che al momento è così composta: PD+SEL+PSI.
Dando per scontato che con la coalizione PD+SEL+PSI (+ eventualmente IDV) ALBA non abbia nulla a che fare, mi chiedo: ALBA con chi dovrebbe costituire questa sorta di “cartello” antiliberista con cui andare alle elezioni?
Se la risposta, come da molti ripetuto, è: una “Lista Civica di Alternativa”, fatta con i movimenti, con le associazioni, con gli amministratori di piccole e grandi città e con ciò che esiste di politicamente organizzato alla sinistra di SEL, in sostanza con Rifondazione Comunista + partitini comunisti vari, mi pare che la risposta sia assai poco credibile.
Per un verso credo che si debba prendere atto che oggi in Italia le situazioni di lotta presenti nella realtà sono comunque situazioni numericamente “marginali” e per un altro verso credo che si debba prendere atto che ciò che esiste a sinistra di politicamente organizzato ha ormai da tempo esaurito qualsivoglia funzione propositiva; per quanto riguarda le associazioni e gli amministratori locali credo che molto difficilmente le une e gli altri prenderanno le distanze dalle forze politiche di riferimento: gli amministratori perché ad esse debitori della carica, le associazioni perché perlopiù ad esse debitrici di prebende clientelari varie.
Se la risposta, invece, è: corriamo da soli, mi pare che l’ipotesi sia ancora meno credibile.
In assenza di un personaggio pubblico e mediatico di spicco che “tiri la volata”, un Santoro tanto per fare un nome, e in assenza di ingenti capitali da riversare in una campagna elettorale, non mi è proprio possibile capire come il messaggio di ALBA abbia possibilità di raggiungere una fetta consistente dell’elettorato.
Sia che si vada a votare con l’attuale legge elettorale, sia con una legge elettorale nuova, molto difficilmente una lista civica ALBA+Altri riuscirebbe a superare le attuali o future soglie di sbarramento e men che mai avrebbe possibilità di successo una lista di ALBA da sola.
Rispetto alla possibilità di passare le soglie sarebbe diverso se ad una lista civica ALBA +Altri si aggregasse l’IDV. Al momento però qui siamo sul terreno della fantapolitica e ogni analisi è puro esercizio accademico, anche se è facile immaginare che alla fine l’IDV  entrerà in coalizione con il PD e se così non fosse l’ipotesi più probabile è che l’IDV corra da sola, anche perché un’eventuale alleanza con Rifondazione rischierebbe di spaccare la stessa IDV.
A partire da queste considerazioni, va detto con chiarezza che l’ipotesi che ALBA, con altri o da sola,  concorra alle prossime elezioni politiche è una pura e semplice “fascinazione elettoralistica”, assolutamente velleitaria e priva di qualsivoglia serio radicamento nella realtà.
In sostanza, se ALBA vuole mantenere fermi quei principi che sono alla base della sua costituzione, se non vuole rinnegare quello spirito di novità che almeno al suo sorgere ha rappresentato, credo che la cosa migliore che possa fare, certo dolorosa ma inevitabile, sia quella di “saltare il giro”.
Che non vuol dire non fare nulla, ma che significa attrezzarsi per essere presenti nella realtà, che significa impegnarsi quotidianamente in quel lavoro oscuro e faticoso di organizzazione, che significa, davvero, cercare di intercettare e di diventare rappresentanza di quella moltitudine di soggetti sociali che oggi sono “tagliati fuori” da qualsiasi percorso politico.
Con la consapevolezza, peraltro, che non si diventa “rappresentanza” di qualcuno o di qualcosa per il solo fatto di autonominarsi tale, ma lo si diventa se si è parte attiva e “interna” di un processo.

LA CAMPAGNA REFERENDARIA
Alla due giorni sul lavoro oltre alla campagna “verso il 2013” è stata altresì lanciata la campagna referendaria, decidendo di impegnare ALBA nella raccolta di firme, per promuovere i referendum per ripristinare nella sua versione originaria l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e per abrogare l’art. 8 del decreto legge 138/2001, che permette di derogare dalla contrattazione collettiva nazionale.
A questa iniziativa, promossa dalla FIOM, ha aderito un ampio schieramento di forze politiche; oltre ad ALBA hanno infatti aderito sia partiti (SEL, IDV, PRC, PdCI) sia associazioni (Lavoro e Società, Giuristi Democratici, Articolo 21, Forum Diritti Lavoro).
Contestualmente l’IDV ha lanciato anche la campagna, definita “anticasta”, per altri due referendum: uno per l’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti e l’altro per l’abrogazione della diaria parlamentare.
Questa “contestualità” referendaria (referendum sul lavoro e referendum anticasta) complica maledettamente i giochi e le valutazioni da fare risultano né immediate, né semplici.
Se si trattasse di affrontare esclusivamente la questione dei referendum sul lavoro mi pare che la domanda che ci dobbiamo porre, brutale nella sua essenza ma non per questo eludibile, è la seguente: dato per scontato che si riescano a raccogliere le firme per presentare i referendum, esiste poi una possibilità concreta che gli stessi raggiungano il quorum e che se raggiunto risultino vincenti?
Personalmente ho dei seri dubbi, per almeno due valide ragioni:
-          perché è facile immaginare che questi referendum andranno incontro ad un boicottaggio massiccio da parte di Confindustria, dei partiti del centrodestra e del PD, nonché  da parte dei media che gli stessi controllano;
-           perché i precedenti in materia non sono certo confortanti: il referendum del 1985 sulla scala mobile fu tragicamente perso, i quattro referendum del 1995 hanno di fatto portato ad un restringimento della democrazia e della rappresentatività sindacale e da ultimo il referendum del 2003 per estendere l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori alle piccole aziende sino a 15 dipendenti non ha raggiunto il quorum.
La strada più che in salita appare come un grande e rischioso azzardo.
E l’argomentazione che se non ci si prova non si può sapere come andrà a finire, non cambia la situazione: i referendum si indicono non per fare mera opera di testimonianza ma per vincerli. Anche perché in caso di sconfitta la stessa sarebbe destinata ad avere effetti quantomeno nefasti.
Stante la situazione a me pare che chi ha lanciato questa campagna, e chi si è aggregato, ha una percezione del tutto errata degli attuali rapporti di forza esistenti oggi nel nostro Paese e scambia i propri desideri per realtà.
Credo che se si fosse fatto un minimo di “inchiesta”, soprattutto tra precari, disoccupati e partite IVA si sarebbe facilmente rilevato che a questi soggetti dell’art. 8 e dell’art. 18 importa poco o nulla.
Qui non si tratta di essere d’accordo o meno sul “merito”, perché è chiaro che sulla necessità di difendere i diritti del lavoro siamo tutti d’accordo, ma si tratta di discutere del “metodo”.
Personalmente continuo ad essere convinto che la “strada maestra” sia quella della lotta e della mobilitazione dei lavoratori per la conquista “sul campo” dei propri diritti. Mobilitazioni e lotte che possono anche essere premessa per ottenere risultati legislativi e istituzionali; il “viceversa” però è pura illusione: in sostanza, una ricerca di “scorciatoie” destinate a rivelarsi effimere.
Le considerazioni di cui sopra non possono però prescindere dal fatto che in realtà è partita una “doppia” campagna referendaria. Come prima evidenziato, ai referendum sul lavoro si affiancano da parte dell’IDV i referendum anticasta, ed è indubbio che i secondi siano destinati a condizionare pesantemente i primi.
In un quadro sociale che vede la fiducia dei cittadini nei partiti ridotta ai minimi termini non è difficile ipotizzare che i referendum anticasta possano riscuotere un grande successo, “tirando” di fatto “la volata” anche ai referendum sul lavoro.
Se questa è la speranza, implicita ma mai apertamente dichiarata, dei promotori dei referendum sul lavoro, occorre interrogarsi sulla valenza politica dei referendum proposti dall’IDV.
Personalmente ritengo che se il referendum per l’abolizione della diaria ai parlamentari può avere un senso e una giustificazione all’interno dello stato di crisi in cui versa il nostro Paese, per contro ritengo che sia assolutamente da respingere qualsivoglia ipotesi di abrogare il finanziamento pubblico ai partiti.
Una cosa, infatti, è pretendere, giustamente, che i finanziamenti pubblici ai partiti siano soggetti ad uno rigido controllo normato per legge e possibilmente demandato alla Corte dei Conti, cosa del tutto diversa è l’abrogazione “tout court” del finanziamento.
L’idea dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti ha assai poco a che fare con l’idea di un corretto funzionamento della democrazia; ha invece molto a che fare con la canea antipolitica che confonde la funzione fondamentale affidata dalla nostra Costituzione ai partiti con la degenerazione affaristico-clientelare che ha ormai caratterizzato la partitocrazia.
In sostanza, l’idea che i mali della moderna partitocrazia si possano curare con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti non solo è un’idea peregrina, ma è una soluzione peggiore della malattia. Una soluzione destinata ad incrementare le distorsioni che si vorrebbero combattere.
Io credo che se non vogliamo confonderci con la galassia “giustizialista”, che oggi raccoglie peraltro un’innegabile successo mediatico, non possiamo non prendere le distanze dal referendum sul finanziamento pubblico ai partiti, operando nei fatti per il suo fallimento.
Se questa è la situazione mi chiedo come possa essere possibile mettere realisticamente in campo una campagna che spieghi agli elettori la differenza sostanziale tra i quattro referendum, invitando a votare sì per quelli sul lavoro e per quello sull’abrogazione dell’indennità parlamentare e no per quello sul finanziamento pubblico.
La strada non rappresenta solo, come prima detto, un grande e rischioso azzardo, ma rappresenta un vero e proprio “cul de sac”, al fondo del quale è facile vedere “il disastro”.
Scartando l’ipotesi, totalmente non credibile, che i referendum anticasta non raggiungano il quorum, ma che il quorum venga raggiunto dai referendum sul lavoro, le altre ipotesi che realisticamente si prospettano sono le seguenti:
a)     tutti i referendum, sull’onda del “dagli al politico”, raggiungono il quorum;
b)    raggiungono il quorum solo i referendum anticasta.
Nell’ipotesi a) il risultato raggiunto è che a fronte del ripristino di due diritti del lavoro, certo importanti ma di fatto riguardanti solamente i lavoratori stabilizzati, si concretizza una perdita dei diritti riguardanti l’intera collettività, con ciò intendendo l’impossibilità futura, o almeno la grande difficoltà, per le classi subalterne di dare vita a partiti che le rappresentino.
Nell’ipotesi b) al danno si sommerebbe pure la beffa.           
Ora che la campagna è partita non è possibile “tornare indietro” e non resta che adeguarsi, non facendo mancare l’impegno nella raccolta delle firme per i referendum sul lavoro. Quando il sogno sarà finito, temo però che sarà un gran brutto risveglio.   

LA QUESTIONE DELLA DEMOCRAZIA IN ALBA
Le modalità con cui sono state lanciate le due campagne, quella “verso il 2013” e quella  “referendaria”, pongono a mio giudizio, in ALBA, un serio problema di democrazia.
Quando, nel mese di aprile, fu pubblicato il manifesto fondativo di ALBA per quanto mi riguarda ebbi non poche perplessità: il manifesto mi sembrò politicamente assai carente e approssimativo e in sostanza condivisi le critiche allora rese pubbliche, tra gli altri, da Rossana Rossanda.
Ciò nondimeno decisi di aderire ad ALBA perché trovai estremamente interessante la parte del manifesto che poneva a fondamento della costituzione del soggetto politico nuove forme di rappresentanza e di democrazia partecipata.
In breve, ALBA mi sembrò un’occasione, una possibilità su cui valeva la pena spendersi.
Ad oggi, purtroppo, devo constatare che questi presupposti sono stati completamente disattesi.
Sia la decisione di verificare la possibilità di presentarsi alle elezioni del 2013 sia la decisione di impegnarsi nei referendum sono state assunte a livello nazionale, senza alcun coinvolgimento preliminare dei nodi territoriali, ovvero “della base”.
Un autonominato Coordinamento Nazionale (che doveva stare in carica sino a giugno ed è tutt’ora vivo e vegeto) e un altrettanto autonominato Comitato Esecutivo Nazionale (anche questo doveva stare in carica sino a giugno ed è tutt’ora vivo e vegeto) hanno di fatto “comunicato” le proprie decisione ad un’assemblea, quella del 7 ottobre al cinema Massimo di Torino, “blindata” negli interventi, senza dare ai nodi territoriali alcuna possibilità di intervento.
E, per cortesia, non mi si venga a dire, come è stato pubblicamente sbandierato, che ogni decisione in merito alle elezioni sarà presa democraticamente in quanto verrà sottoposta all’approvazione di un’apposita assemblea generale. Assemblee più o meno partecipate, e all’uopo organizzate, il cui compito è quello di “ratificare” decisioni prese altrove, hanno poco a che fare con processi realmente e sostanzialmente democratici.
Così come non mi si venga a dire, come invece mi è stato detto, che ……. in ALBA si parla ormai da tempo sia di partecipare alle elezioni del 2013 sia di partecipare alla campagna referendaria. Un soggetto politico non assume le sue decisioni con il “si parla da tempo”, espressione con cui ci si intende  riferire agli articoli di intellettuali e professori pubblicati da Il Manifesto, agli interventi degli stessi a qualche assemblea, alle lettere “urbi et orbi” del Comitato Esecutivo Nazionale. Il “si parla da tempo” ha, per l’appunto, il valore del “si parla”: ben altre sono le modalità attraverso cui un soggetto politico forma il consenso rispetto ad un progetto.    
Spiace constatarlo, ma in ALBA non solo non sono state attuate le tanto decantate “nuove forme di democrazia partecipata”, ma non sono state praticate neppure le più elementari forme di democrazia tradizionale.
Del resto, di che stupirsi?
Sono ormai passati sette mesi dalla pubblicazione del manifesto costitutivo e ad oggi ALBA non ha ancora uno statuto.
Lo statuto è lo strumento con cui un soggetto politico codifica le proprie regole di funzionamento.
Senza statuto non ci sono regole. Senza regole non c’è democrazia.
IL PESO POLITICO E NUMERICO DI ALBA
L’idea che un nuovo soggetto politico possa nascere, e crescere, e addirittura avere un positivo riscontro elettorale, per il solo fatto che un gruppo di professori e intellettuali, ancorché autorevoli, redige e sottoscrive un manifesto di “chiamata a raccolta” è un’idea quantomeno curiosa.
A dimostrazione il fatto che i molti tentativi fatti in tal senso già a partire dall’inizio degli anni 2000 sono tutti miseramente franati.
Con questo non voglio dire che l’iniziativa in sé sia da respingersi a priori, ma molto semplicemente intendo dire che un nuovo soggetto politico ha possibilità di successo solo ed esclusivamente se rappresenta, in quanto sua espressione, interessi reali che si manifestano in situazioni di contrapposizione al capitale.
Oggi in Italia di tutto ciò esiste poco o nulla.
Le nuove “forme” del lavoro, frantumate in mille articolazioni, in un quadro che non si capisce più quanto ancora “europeo” e quanto già “cinese”,  rappresentano un qualcosa di inedito e di assai poco esplorato, che al momento non esprime, se non eccezionalmente, la propria autonoma soggettività.
In questo contesto, nel quale occorrerebbe provare a riannodare i fili del discorso per tentare di ricomporre un quadro di insieme e magari testare la realtà con qualche proposta, mi pare che ALBA tenda a ripiegarsi nei soliti circoli chiusi, salvo invocare maldestramente ad ogni piè sospinto situazioni inesistenti a livello di espressione sociale, come “la società civile”, “gli operai”, “i giovani”, “i movimenti”.
La conseguenza di questo orientamento è che ALBA ad oggi rappresenta esclusivamente se stessa o poco più.
Per quanto riguarda il peso “numerico” di ALBA il discorso è presto fatto.
Se andiamo ad analizzare l’andamento delle sottoscrizioni al manifesto costitutivo, possiamo rilevare quanto segue:
- il manifesto è stato pubblicato il 28 marzo;
- al 31 marzo le firme erano 1.858;
- all’11 aprile le firme erano 3.287;
- al 30 aprile le firme erano 4.812;
- al 31 maggio le firme erano 5.562;
- al 30 giugno le firme erano 5.945;
- al 31 luglio le firme erano 6.163;
- al 31 agosto le firme erano 6.238;
- al 30 settembre le firme erano 6.330;
- al 05 ottobre, prima della due giorni sul lavoro, le firme erano 6.354;
- alla data odierna, 21 ottobre, le firme sono 6.432.
Dai dati di cui sopra, emerge che:
-          nei primi 15 giorni di pubblicazione del manifesto (28 marzo – 11 aprile) sono state raccolte oltre il 50% della totalità delle firme oggi presenti;
-          al 30 aprile, in poco più di due mesi dalla pubblicazione del manifesto, sono state raccolte circa il 75% della totalità delle firme oggi presenti;
-          nel mese di maggio sono state raccolte 750 firme;
-          nel mese di giugno sono state raccolte 383 firme;
-          nel mese di luglio sono state raccolte 218 firme;
-          nel mese di agosto sono state raccolte 75 firme;
-          nel mese di settembre sono state raccolte 92 firme;
-          nel mese di ottobre, sino alla data odierna, sono state raccolte 102 firme;
-          nei giorni successivi alla due giorni sul lavoro del 6 e 7 ottobre e sino alla data odierna sono state raccolte 78 firme.
Mi pare che i numeri siano molto significativi e che attestino in modo lampante che:
-          nella sua fase iniziale ALBA aveva suscitato un indubbio interesse e il progetto aveva coinvolto un gran numero di adesioni;
-          a partire dal mese di maggio le adesioni crollano e il progetto anziché dilatarsi tende a restringersi in modo vistoso;
-          la due giorni sul lavoro ha avuto in termini di adesioni ricadute assai deludenti.
In sostanza, allo scarso peso “politico” di ALBA fa da contraltare, non casualmente,  un altrettanto inconsistente peso “numerico”.
Circostanza questa dei numeri confermata, tra l’altro, sia dalla scarsa partecipazione alle assemblee, mai più di 20/30 persone, del nodo torinese di Torino, che con oltre 350 firmatari risulta essere il nodo territoriale più consistente, sia dalla scarsa partecipazione alle assemblee nazionali che hanno fatto seguito alla prima di Firenze, sia infine dalla partecipazione alla due giorni sul lavoro del 6 e 7 ottobre che, pur con il consistente appoggio della FIOM, è stata sicuramente inferiore alle attese (nei due giorni, a voler essere ottimisti, si son potute contare non più di 300 presenze).

IN CONCLUSIONE
In conclusione, per quanto mi riguarda, continuerò a seguire le vicende di ALBA, così come da cittadino attento seguo tutto ciò che “si muove” a sinistra del PD, ma sicuramente considero chiuso il mio impegno in un soggetto che pur aspirando a rappresentare “il nuovo” si è rivelato essere un rimestamento di cose trite e ritrite già viste per troppo tempo.

Torino, 21 ottobre 2012  
Rinaldo Locati
(Nodo Territoriale di ALBA Torino)

venerdì 2 novembre 2012

Comunicato stampa del Partito Pirata Italiano, solidarietà alla residenza universitaria occupata Verdi

Martedì, 30 ottobre 2012, le forze dell'ordine hanno sgomberato la residenza universitaria Verdi di Torino, occupata da gennaio scorso dagli studenti dell'Università in protesta ai tagli al diritto allo studio della Regione Piemonte, in seguito ai quali ottomila studenti aventi diritto sono rimasti senza borsa di studio. L'assemblea online del partito pirata italiano ha precedentemente approvato quanto segue, (risoluzione 996 del 26 giugno 2012:
"Il PP-IT approva e sostiene ogni azione di riappropriazione e autogestione di aree e spazi urbani o rurali, sottratti alla speculazione, da destinarsi a finalità abitativa per quanti, italiani e migranti, non possano accedere al diritto alla casa in tutte le sue forme o a percorsi con finalità socio-culturali, nel rispetto dei Diritti fondamentali, destinati all'intera cittadinanza senza alcuna distinzione."
Sulla base di questo principio, il PP italiano considera l'occupazione della residenza Verdi di Torino un esempio ideale di riappropriazione e riorganizzazione di spazi a fine sociale, avendo la residenza ospitato in questi mesi numerosi studenti iscritti all'Università di Torino e privati della borsa di studio che gli sarebbe spettata di diritto. Il PP vuole ricordare le numerose attività culturali promosse dal comitato di occupazione, quali l'apertura di una libreria-baratto di testi universitari ,di una palestra, di una ciclo officina, l'organizzazione di rassegne cinematografiche e le infinite attività rese servizio del vicino ateneo. Attività talvolta non citate dai mezzi di informazione che hanno erroneamente dipinto gli occupanti come un gruppo di “clandestini sudamericani”, lontani dal mondo universitario. Niente di più falso: alla residenza Verdi è sempre stata privilegiata, di fronte ad un pressante numero di richieste dovute all'emergenza abitativa di una Torino capitale degli sfratti, la vocazione originaria del luogo. In questo momento sono privati del diritto allo studio studenti modello, stranieri e italiani, che dormono nell'atrio dell'università, come è stato largamente riconosciuto dagli organi di stampa. A questo riguardo il PP esprime perplessità per la contraddizioni diffuse dai media nazionali, così come sgomento per la violenza con cui le proteste sono state represse da parte delle forze di polizia. Il il PP esprime tutta la propria solidarietà agli studenti sgomberati e appoggia future esperienze di laboratorio sociale finalizzate a tutelare diritti fondamentali garantiti dalla stessa Costituzione italiana, quale il diritto allo studio, oggi messi in grave pericolo dall'attuale crisi economica e sociale.
Questo documento è stato approvato democraticamente dall'Assemblea Permanente del Partito Pirata.

venerdì 28 settembre 2012

Lo spettacolo della nuda morte

Un mostro si aggira per l'Italia, anzi una mostra: una mostra di cadaveri per l'esattezza.
La mostra-mostro si intitola The Human body Exibitions e ha suscitato aspre polemiche in tutto il mondo (ma su un intellettualissimo quotidiano nostrano, qualche mese fa se ne faceva l'elogio, forse per una malintesa coerenza con il sostegno dato anni addietro all'incipiente arte transumana).
Ora l'orrido spettacolo si mostra a Torino, come se alla città non bastasse già lo shock per la crisi economica e le tensioni politiche.
Le polemiche hanno senso soprattutto perché non è chiara la provenienza dei corpi: si tratta forse delle spoglie di prigionieri cinesi, giustiziati e non reclamati dalle famiglie (crudeltà aggiunta a quel crimine contro l'umanità che è la pena di morte).
Ma le ombre di un'etica spettacolare rivoltante si allungano sull'operazione in sé: è sensato, è lecito, è interessante, è tollerabile che si dia in pasto alle folle la visione diretta (e perché non anche l'esperienza del tatto allora ?) di cadaveri umani plastificati e composti in posture divertenti, come un tempo accadeva agli animali impagliati? Il marketing della mostra blatera di opere d’arte con funzione scientifica, ma non si tratta di opere d'arte e la funzione scientifica è totalmente assente (alla sezione dedicata agli effetti di varie malattie ed errate abitudini alimentari può tutt'al più venire attribuita una funzione terroristica).
Un intelligente esperto di arte contemporanea come Francesco Bonami non ha esitato a scrivere tutto il suo disgusto – che condivido visceralmente – per questa operazione: questa roba (mostruosità, buffonata, pagliacciata, sono solo alcuni dei termini usati dal critico curatore) è pura pornografia [http://intranews.sns.it/intranews/20120525/SIQ5027.PDF]. E mi verrebbe voglia di aggiungere «con tutto il rispetto per la pornografia».
Ma che cosa diremmo se fosse un artista contemporaneo a esporre cadaveri umani per fini artistici? È vero per esempio che Jan Fabre ricopre teschi di coleotteri sgargianti e Damien Hirst espone grandi animali squartati, ma né Hirst né Fabre si sono mai sognati di trasformare cadaveri umani in pupazzi giocattolo. Né si sognerebbero di farlo, se non mi inganno completamente riguardo alla funzione e alle intenzioni dell'arte contemporanea, anche quella più forte, discutibile e « brutta ».
Riprendendo un'intuizione di michel Foucault, il filosofo italiano Giorgio Agamben chiama « nuda vita » la vita umana sottomessa al biopotere, che fa vivere e lascia morire. Qui si dovrebbe forse parlare del suo rovescio, la nuda morte, quella che la società dello spettacolo esibisce da decenni senza alcun pudore. Con l'aggravante della manipolazione tecnica dei corpi a scopo di profitto.
Ovviamente non ne faccio un'ingenua questione di « sacralità » degli esseri umani, per altro quotidianamente sacrificati su grande scala ai meccanismi mortiferi della nostra società planetaria. Vorrei però che si riflettesse su quali siano i limiti insuperabili persino dallo Spettacolo, entità neutra e priva di etica.
Quali che siano, The Human Body Exibition sembra averli irrimediabilmente superati.

PS: Spero che per una volta il perbenismo torinese abbia un senso positivo, e che la mostra sarà un orrendo flop...

venerdì 1 giugno 2012

Platone parla al'assessora all'urbanistica di Torino, Ilda Curti

"Tu lodi uomini che hanno offerto agli Ateniesi banchetti servendo loro quello che desideravano. E allora dicono che essi hanno fatto grande la città, perché non si accorgono che essa è gonfia e infetta a causa di quei vecchi politici. Senza affatto preoccuparsi di saggezza e di giustizia hanno riempito la città di porti, di arsenali, di mura, di tributi dei sudditi, e di altre simili banalità. ma quando li colpirà l'attacco di questa malattia, daranno la colpa ai consiglieri di adesso, e continueranno a lodare Temistocle e Cimone e Pericle - loro, che sono le cause dei mali. Se la prenderanno forse anche con te, se non stai in guardia, e col mio compagno Alcibiade, quando perderanno anche gli antichi possedimenti oltre agli acquisti recenti, anche se voi non siete colpevoli dei mali, benché forse corresponsabili"

[Gorgia 518e-519b]

venerdì 3 febbraio 2012

Una lettera di Pietro Salizzoni sulle scritte NoTav a Torino

pubblicata da Pietro Salizzoni il giorno mercoledì 1 febbraio 2012 alle ore 10.43

Cari cittadini torinesi indignati per le scritte NOTAV durante la manifestazione di sabato,
io penso che voi abbiate perfettamente ragione.
Scrivendolo mi sento un po’ a disagio, come capita quando si afferma un’ovvietà. Sento pero’ il bisogno di ribadirlo, poiché a quella manifestazione avrei potuto partecipare anche io, non fossi rimasto a casa mia a Lyon. Di certo avrei provato imbarazzo nell’essere additato ad imbrattatore di muri e una notevole frustrazione le vedere le mie e di altre ragioni adombrate dai gesti di pochi esagitati.

Io avrei partecipato alla manifestazione perché sono fermamente contrario alla realizzazione della Torino-Lyon. Lo sono in qualità di cittadino italiano, di ingegnere  e di pendolare su quella tratta. La mia contrarietà non é legata a pulsioni rivoluzionarie anti-sistema, logiche localistiche, antiprogressismo, luddismo modernista  o sindromi nimby... ma all’imporsi di due problemi, quello del debito pubblico e della sua generazione e del consumo di risorse energetiche e ambientali. Sono problemi impellenti che impongono la necessità di politiche responsabili in grado di fronteggiarli, ottimizzando il rapporto tra spese e benefici attesi.

In questa prospettiva la Torino-Lyon, e  gran parte della rete AV/AC italiana, é un esempio lampante di scelte incuranti di questi principi, finalizzate a dopare la crescita creando debito.  É un’opera dall’indimostrata utilità,  volta al consumo di consistenti risorse economiche ed energetiche per indurre  benefici ignoti ai piu’ (tra gli addetti ai lavori). Nell’affermare questo riprendo semplicemente le conclusioni del Conseil des Ponts et Chaussées, un’autorevole istituzione di controllo dell’amministrazione francese dall’indiscussa indipendenza (il documento é in rete, Rapport d’audit sur les grand projets d’infrastructures de tranport  N°2002-0190-01). Essendo chiamata a valutare il progetto, una decina di anni fa, la commissione  ha concluso come segue:

(Pag 60)  “[...]  gli studi socio-economici condotti sono lontani dal dimostrare l’interesse di questo progetto per la collettività. A questo proposito, la commissione constata innanzitutto che gli studi condotti da Alpetunnel (i proponenti, oggi la Lyon Turin Ferroviaire, ndr) si fondano su un metodo opinabile: le ipotesi sull’evoluzione del traffico merci sono particolarmente ottimiste, [....]. In ogni caso, anche in questo quadro metodologico non corretto, gli indicatori di interesse socio-economico sono risultati negativi, a causa delle ingenti risorse finanziarie richieste alla realizzazione del progetto.”

Un analogo parere é stato pubblicato ieri, sulle pagine del sole24, che riprende un ennesimo studio del politecnico di Milano (http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2012-01-31/promossa-solo-milanoroma-064241.shtml?uuid=AaI0IskE).
Entrambe le valutazione dicono, in modo forbito, che questa é un’opera inutile, e che é motivata da domande di traffico truccate (il bon-ton dei documenti ufficiali impone la formula “troppo ottimistiche”). Sono trucchi che hanno un’unica giustificazione: trovare un pretesto per costruire, dirottando sulle imprese di pochi (banche e galassia dei costruttori, ma non solo) le risorse della collettività.

Questo avviene perché fare debito (di tutti) realizzando opere pubbliche inutili, e per le quali non si avrà oneri gestionali, é il modo più semplice ed efficace per fare soldi. Sono imprese per le quali non c’é concorrenza internazionale, senza limiti di tempo impellenti per terminare i lavori, e che non necessitano di alcun investimento  in ricerca e sviluppo, poiché  si basano fondamentalmente su tre attività: movimentare terra, fare cemento e dedicarsi a intense campagne di lobbying.

Per avere un riscontro di tutto cio’ basta guardare a quanto già  successo per la AV/AC Torino-Milano, senza aspettare che si riproduca tra Torino e Lyon. Doveva costare 1,2 Miliardi (secondo standard europei) e ne é costata 8: ne mancano all’appello quasi 7, spesi non si sa come, che ne fanno la linea senza gallerie più cara al mondo (a chilometro). Detiene anche un altro record, in quanto linea AV/AC  più sottoutilizzata al mondo: 18 treni al giorno su una linea concepita per 300 (si veda l’articolo del sole24ore), e soprattutto nessun treno merci. In sintesi: costosa e inutile.

Per questi motivi avrei manifestato, pensando che siano ragioni condivisibili dai più, se su questi argomenti fosse fatta un’informazione completa e corretta.  E penso che in futuro sarebbe davvero un peccato abbandonare queste ragioni  al dominio dei soli imbrattatori di muri, lasciando degenerare un dibattito e trovarsi di fronte a dilemmi analoghi a quello cantato anni addietro da De Gregori:

“Tu da che parte stai? Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati? O di chi li ha costruiti.... rubando?”

Pietro Salizzoni
Maître de Conferences
Ecole Centrale de Lyon

martedì 13 dicembre 2011

Questa gente sguazza nell'Orrore


L'accaduto è semplice: una manifestazione di rabbia razzista contro un presunto stupro di una sedicenne ad opera di due rom. La conseguenza è elementare. Una manifestazione razzista nel quartiere di Torino in cui lo stupro NON è avvenuto, gente rabbiosa e pronta a “fare giustizia”, un mancato pogrom, l'incendio delle squallide baracche generosamente concesse a una cinquantina di rom (20 bambini) dalla prosperosa e civile città di Torino, la cui demente borghesia è tutta tronfia per il l'abbellimento del centro città.
C'è poi una segretaria provinciale del PD, che è anche presidente di circoscrizione e partecipa alla manifestazione, chissà perché: la manifestazione organizzata con l'apporto degli ultras della Juventus si riunisce sulla base di manifesti che non lasciano spazio a interpretazioni: “ripuliamo la Continassa”.
Il quartiere deve essere ripulito dai rom, la vera sporcizia. Quando il pogrom ha inizio i carabinieri hanno già allontanato le vittime prescelte: la segretaria del PD sostiene poi di avere chiesto i rinforzi, come se ce ne fosse bisogno, come se fosse lei a doverli chiedere. MA lei doveva essere lì, bisognava monitorare, chissà cosa sarebbe successo senza di lei. La sua frase a cose fatte ne fotografa l'insipienza politica e personale: “Temevo il peggio, mai visto nulla del genere”.

Questa gente non chiede mai scusa, e non parlo dei razzisti selvaggi che volevano forse vedere il sangue: parlo dei politici del PD, governativi per definizione. Se c'è una manifestazione di persone esasperate ma che non puzzi di sinistra loro ci vanno: mantenere il contatto con la gente per loro vuol dire non perdere ulteriori consensi a favore della Lega (quando sarebbe forse bastato studiare il federalismo e non lasciarlo ai bifolchi). Chiamano fascisti i NoTav, elargiscono appalti ai cari imprenditori, ma ai rom dedicano poche risorse, infastiditi dalla loro insignificanza. Occuparsi politicamente dei rom è un sacrificio, la borghesia non sa che farsene, puzzano, mendicano e rubano.

Questa gente sguazza nell'Orrore: non i rom e i sinti, persone che difendono anarchicamente la loro umanità, quasi stritolata dall'alienazione della civiltà occidentale, bensì questi politici di un partito che finge ancora di essere stato di sinistra. Trattano con l'Orrore, vogliono addomesticarlo senza rendersi conto (o fottendosene o piagnucolando) che l'Orrore li ha trasformati in persone orride.
Idioti, servi del potere, miserabili burattini sdraiati sul loro fragile consenso.
È un potere che inizia a tramontare, il loro, e per il quale nessuna comprensione, nessuna pietà ci è rimasta.

sabato 5 novembre 2011

Appunti per l'audizione del 18 novembre, Commissione V+I, Comune di Torino

PREAMBOLO

Siamo estremamente soddisfatti del servizio che la Città ci ha offerto finora, un servizio che ci ha fatto ben sperare nelle potenzialità di questo Città e che ha aumentato la nostra fiducia nelle istituzioni comunali.
Perfettamente consci che questo servizio rimane una sorta di “privilegio” di cui possono usufruire soltanto il 37% delle famiglie aventi diritto, date le promesse elettorali ci sentivamo di sperare di poter estendere la nostra fiducia ai troppi genitori per i quali l'asilo-nido comunale continua a essere un sogno irraggiungibile (e parlo di coppie con un reddito appena medio).

Per questo, la notizia dei tagli alle educatrici precarie ci ha colpiti come un fulmine a ciel sereno.

Non siamo stupiti per il fatto che dobbiate risparmiare, ma ci stupisce che pensiate di poter risparmiare SUI BAMBINI. Lo so che sembra facile retorica, in fondo non state PRIVANDO i bambini di nulla: state “soltanto” rimpiazzando delle educatrici con dipendenti comunali non privi di qualche titolo (del resto “il TAV è solo un treno” e di questo passo potremmo banalizzare tutto: “in fondo sono solo 500 punti di spread”...).
Ma il punto è: davvero non trovate NULL'ALTRO sui cui risparmiare? Non basta la parziale privatizzazione dei servizi pubblici che state avviando, quella che un vostro deputato disinformato continua a chiamare “liberalizzazione”?

Quello che ci stupisce è che pensiate di poter trattare TUTTO ALLO STESSO MODO, secondo i criteri di una razionalità tecnica resa necessaria dalla cattiva gestione del debito pubblico, una cattiva gestione che ricade sulla giunta precedente ma che l'attuale giunta sembra voler considerare come una SEMPLICE DISGRAZIA, quasi EVENTO NATURALE. Come se non ci fossero precise responsabilità politiche e amministrative che NON POSSONO ESSERE FATTE RICADERE SULLE SPALLE DEI CITTADINI.
I cosiddetti “indignati” ripetono spesso: NOI LA VOSTRA CRISI NON LA PAGHIAMO.
Ecco, in questo caso vi diciamo: NON DOVETE FAR PAGARE LA CRISI AI BAMBINI.


ARGOMENTI:

1. incoerenza rispetto al programma elettorale (la situazione finanziaria era già nota e non è cambiata da allora)?

Lettera al Coogen:

- mantenimento nella qualità dei servizi, a partire da un corretto rapporto educatori/bambini, evitando come Voi dite lo scadimento dei nidi a luoghi di mera badanza;

- assolutamente d’accordo con l’idea di un nido come primo livello educativo dei bambini, al punto da intenderlo come servizio universale.
- Ma non solo, si può aprire un ragionamento per un reale progetto 0 –6 anni che … intenda il sistema nidi, scuole d’infanzia, servizi integrativi (ludoteche, spazi genitori e bambini, etc) come un percorso di opportunità legate da un coerente progetto pedagogico di qualità, coinvolgendo in questi approfondimenti tutti i soggetti interessati, a partire dalle famiglie intese non solo come utilizzatori


2. impossibilità di trattare nidi, asili e scuole come un QUALSIASI SETTORE DELL'AMMINISTRAZIONE COMUNALE, data la natura speciale e sensibilissima degli utenti-bambini.
Non per nulla state istituendo l'importante figura del GARANTE PER L'INFANZIA e non per nulla Fassino nella sua lettera al Coogen aveva scritto:

- esclusione dal patto di stabilità delle spese sostenute per le scuole dell’infanzia

A questo proposito, pensiamo che sia necessario proseguire sulla strada di sottrarre e proteggere le scuole dell'infanzia contro le ragioni tecniche del patto di stabilità (referendum cittadino?)

Ripensiamo a Montessori: della scuola tradizionale infantile Maria Montessori critica il fatto che, in essa, tutto l'ambiente sia pensato a misura di adulto.
In un asilo-nido l'ambiente del bambino è fatto di relazioni affettive, oltre che di edifici scolastici: rimpiazzare improvvisamente gli educatori per ragioni estranee al benessere dei bambini equivale a calpestare la delicata psiche dei bambini (definiti da Montessori “embrioni spirituali”) per ragioni del tutto “a misura di adulto”.

3. La mente non è una tabula rasa e le competenze non si improvvisano, specialmente quelle relazionali e affettive.
Errore epistemologico insito nel credere di poter "formare" all'educazione e in poco tempo persone già formate per altre competenze, magari non più giovani, e non per esigenze programmatiche ma esclusivamente per tirare i cordoni della borsa.
Le motivazioni di un dipendente comunale in mobilità non possono non essere profondamente diverse da quelle di persone che hanno scelto da anni di lavorare con i bambini. Noi genitori vogliamo avere vicino ai nostri bambini persone preparate e con motivazioni autentiche, non con motivazioni di semplice opportunità lavorativa.


4. insoddisfazione e sfiducia del cittadino di fronte a un'amministrazione che giustifica il proprio operato con le restrizioni dall'alto: NOI VOGLIAMO LE VOSTRE RISPOSTE, non quelle del Governo appena cessato o di quello appena insediato.
Se ritenete che tra le tante spese che si possono tagliare, gli stipendi delle educatrici precarie stiano sullo stesso piano di qualsiasi altra spesa da razionalizzare DOVETE ASSUMERVENE LA RESPONSABILITA'.

I cittadini sapranno a loro volta trarne le conseguenze.