E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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lunedì 16 ottobre 2017

Digressione sull’inconscio (Roman nouveau, 32bis)

Digressione sull’inconscio

Mi rendo conto che finora non ho parlato molto del concetto di inconscio, ma noi deleuziani siamo fatti così: con l’inconscio abbiamo un rapporto strano, di odio-amore. Innanzitutto è chiaro che dicendo “l’inconscio” sembra che io presupponga la sua esistenza, ma non è affatto così. L'inconscio non è una cosa, una parte della mente, bensì un dispositivo. Dispositivo è la parola che usano Foucault e Deleuze, e i filosofi come Agamben che da quegli autori dipendono strettamente. Anche in Heidegger c'è il “Gestell”, che Vattimo traduce come “Im-pianto”, ma è una cosa un po' diversa perché si riferisce all'Essere nel suo insieme, al modo in cui esso Essere si dà, si dis-vela in epoche della sua storia (dell'Essere), l'ultima delle quali sembrerebbe essere quella della metafisica, che si estende grossomodo da Platone a Nietzsche.
L'inconscio è un dispositivo psichico ma anche fisico, per noi deleuziani. Sul piano metafisico, Deleuze è un filosofo monista, un filosofo del'Uno-tutto, come del resto lo ha ben dipinto Badiou nel suo Deleuze. Il clamore dell'Essere.
A guardar bene Deleuze si potrebbe anche considerare un filosofo panpsichista, ossia per lui tutto l’Essere è animato, e preso in un circuito di contrazione e distensione da cui derivano le diverse vibrazioni del mlteplic reale.
In ogni caso l'inconscio è per Deleuze un modo di produzione della realtà. Ho già detto che per Deleuze (e Guattari), in contrasto con quella che loro chiamano concezione idealista del desiderio, il desiderio è creazione e non mancanza, vuoto da riempire. Ora devo aggiungere che per Deleuze (e Guattari) l’inconscio è acefalo, ossia: a-soggettivo. L’inconscio, cioè, non è il sapere inaccessibile del soggetto che non sa di sapere, come per Freud e Lacan, bensì un campo trascendentale di produzione schizofrenica automatica.

(continua...)

mercoledì 17 maggio 2017

Il collegio Ghislieri (Roman nouveau, 2)


Il collegio Ghislieri

La mia tesi in effetti faceva schifo, ma non è che io fossi uno studente universitario dei peggiori. Dopo il liceo ero entrato per concorso allo storico Collegio Ghislieri di Pavia, dove occorreva mantenere la media annuale del ventisette e dare tutti gli esami previsti dal proprio piano di studi. Così avevo fatto, anche se non ero certo uno studente eccellente: nessun professore mi fece mai i complimenti né dimostrò interesse verso di me, anzi l'antropologo Fabietti mi disse, dopo quello che fu il mio secondo esame di filosofia, che se fossi diventato più preciso ciò avrebbe giovato ai miei risultati.
Del resto anche la maestra di prima elementare mi aveva fatto piangere scrivendomi PASTICCIONE alla fine di un tema sui vulcani che io ritenevo bellissimo. C’erano anche i disegni dei vulcani.
Sicché avevo fatto il mio percorso universitario isolandomi sostanzialmente in un narcisistico e melanconico orgoglio, a metà tra la convinzione di essere un fallito e quella di essere un incompreso. L'orgoglio era accresciuto dalla mia dedizione ai filosofi francesi contemporanei, ancora poco conosciuti in quel di Pavia, dove vigeva una koiné heideggeriano-wittgensteiniana, miscelata con Merleau-Ponty.
Ma al Collegio Ghislieri avevo fatto ben altro che studiare. Avevo iniziato ad avere amici, a bere vino, ad amare le ragazze. Su quest'ultimo punto occorrerebbero mille precisazioni, perché non ebbi una vera fidanzata fino al mio terzo anno là dentro: tuttavia è certo che, provenendo da una condizione di miseria affettiva accumulata durante gli anni di liceo a Bra, mi avvicinai abbastanza rapidamente a una condizione di quasi normalità amorosa.
Al Collegio Ghislieri conobbi anche quelli che rimasero poi gli amici della mia vita, e insieme a loro bevvi moltissimi litri di vino scadente. Alle feste organizzate tra di noi, quand’ero matricola avevo il compito di acquistare il vino al supermercato, e siccome nessuno mi dava delle dritte tornavo spesso con il bottiglione da cinque litri contenente i peggiori e più velenosi vini in circolazione. Erano gli anni del vino al metanolo, e alla fine delle feste talvolta l'ubriachezza mi dava un'impressione di cecità.
Del resto lo studio della filosofia era per me un approdo tardivo e tormentato. Al liceo avevo avuto un pessimo professore e i miei gusti intellettuali si erano indirizzati verso gli orizzonti di pensiero dischiusi da autori come Bateson, Varela, Hofstadter, Xenakis, la cibernetica e l'intelligenza artificiale. Poiché mio padre, però, mi aveva imposto di scegliere tra ingegneria, giurisprudenza ed economia e commercio, avevo tentato di optare per quelle facoltà: superato il test d'ingresso al politecnico di Torino lo avevo frequentato per cinque giorni, fino alla notizia di avere vinto un posto al Collegio Ghislieri di Pavia. Lì entrai per studiare economia, salvo cambiare immediatamente facoltà iscrivendomi a giurisprudenza. L'anno di studi giuridici si accompagnò a grandi sofferenze, perché non mi bastava condividere lo studio del diritto con gente come Flaubert, Stravinsky, Kandinsky, Volponi e Nono per sentirmi giustificato a memorizzare logiche astruse e articoli di legge. Oltrettutto, in Collegio avevo conosciuto Valeria e Diego, due studenti di filosofia miei coetanei: mi sembravano due geni, mi pareva che i loro pensieri fossero fuori dal comune, non solo per il loro contenuto ma anche per la forma e lo stile, e durante un intero anno lottai per convincermi che anche io dovevo studiare la filosofia, perché solo la filosofia mi avrebbe potuto permettere di entrare in una dimensione di senso più profonda.

“Mamma – dissi un giorno durante un breve ritorno a casa – ho capito perché non posso continuare a studiare giurisprudenza: a me importa LA VERITÀ!”. Stavo studiando l'Introduzione a Heidegger di Vattimo, e la questione della verità doveva avermi dato alla testa. Quando poi mi iscrissi a filosofia, mi scontrai subito con la difficoltà di testi di un genere che non avevo mai incontrato prima (conoscevo soltanto un po' di Wittgenstein, che non avevo capito) e rapidamente dovetti confessare a me stesso che non ero tagliato per la filosofia. Ma che importava? Oramai, al secondo anno di Collegio, mi ero innamorato più volte, mi ero ubriacato parecchio, avevo cercato goffamente di sedurre alcune fidanzate dei miei amici, ed erano quindi in ballo questioni ben più importanti della facoltà universitaria, come il senso della vita, l'amore, l'odio, la gelosia e la morte.
Si capisce insomma agevolmente che al Collegio Ghislieri mi occupai perlopiù di cose diverse dallo studio dei filosofi francesi contemporanei, per quanto questi mi sembrassero profondissimi e necessari. Nulla di strano, dunque, se alla fine la mia tesi di laurea su L'ontologia della rappresentazione nella filosofia di Gilles Deleuze era davvero assai scadente.
Rileggendola adesso confesso che non si capisce quasi nulla di ciò che intendevo dire. Mi domando anzi come abbiano potuto permettermi di laurearmi.

sabato 3 marzo 2012

Digiuno collettivo contro la Tav

Enrico Piovesana
La protesta nonviolenta per eccellenza: un digiuno collettivo. Potrebbe essere questo il nuovo sviluppo della lotta No Tav. L’idea – avanzata da Giovanni Salio, presidente del Centro studi Sereno Regis di Torino, ed Eduardo Acotto, docente di Storia e Filosofia all’istituto superiore torinese ‘Santorre di Santarosa’ – verrà discussa nei prossimi giorni dal movimento della Valsusa. Ma ha già raccolto molte adesioni.
 
Professor Acotto, chi ha aderito finora alla vostra iniziativa?
Per ora abbiamo ricevuto, tra le altre già numerose, l’adesione personale del portavoce del movimento No Tav Alberto Perino, del difensore dell’acqua pubblica Ugo Mattei, dell’ecologista Guido Viale, del fisico Massimo Zucchetti, del filosofo Gianni Vattimo, del politologo Angelo D’Orsi, dello storico Brunello Mantelli, del teorico della decrescita Maurizio Pallante, del climatologo Luca Mercalli e di esponenti politici torinesi come Michele Curto di Sel e Vittorio Bertola del Movimento Cinquestelle. Probabilmente aderirà anche il pacifista siciliano, ex operaio Fiat, Turi Vaccaro.
Com’è nata questa idea?
Vogliamo mettere al servizio del movimento l’esperienza che il Sereno Regis ha nel campo della teoria e prassi della nonviolenza. Ne abbiamo già parlato con Perino, ma ovviamente la cosa andrà discussa in valle con la gente del movimento. Lunedì sera a Torino definiremo in una riunione la nostra proposta e nei giorni successivi la sottoporremo al movimento: saranno loro a decidere modalità e obiettivi di questa azione.
E quali sono gli obiettivi cui state pensando?
Certamente l’apertura di un tavolo di confronto tecnico con gli esperti tecnici del movimento No Tav, i sindaci della Valsusa e la Comunità montana locale. In questa delicata fase di contrapposte precondizioni – da una parte il governo che chiede la fine di quelle che vengono sbrigativamente chiamate “violenze”, in realtà una complessa serie di atti collettivi di resistenza passiva e attiva con diversi gradi di efficacia e aggressività, prima dell’apertura di qualsiasi discussione, dall’altra il movimento che chiede prima di tutto lo stop dei lavori del cantiere Tav – ci piacerebbe tentare una conciliazione almeno sulle condizioni per l’apertura del dialogo. Fermo restando che per noi la ragione sta dalla parte di chi vuole fermare questa gigantesca e inutile opera pubblica della discordia. Ma, ripeto, sarà l’assemblea No Tav a decidere quali saranno le nostre richieste per intterompere il digiuno collettivo.
E sulle modalità della protesta?
L’idea è quella di mettere insieme almeno un centinaio di persone che portino avanti un digiuno a staffetta pubblico, ovvero in gruppi di una decina di persone che a turni di 24, 48 o 72 ore, o anche di più per chi ne avrà la forza, si alternino, dormendoci anche, dentro un tendone che vorremmo erigere in Piazza Castello, nel cuore di Torino, davanti al palazzo della Regione Piemonte. Una sorta di presidio permanente cittadino attorno al quale tenere anche dibattiti pubblici, azioni teatrali e altre iniziative di sensibilizzazione.
Quindi appuntamento lunedì sera a Torino alla sede del Sereno Regis?
Sì, l’incontro per discutere dell’iniziativa si terrà lunedì 5 marzo alle 20:30 nella sala Gandhi della sede del Centro studi Sereno Regis di via Garibaldi 13.

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