E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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venerdì 3 marzo 2023

Il non-travaglio del computazionale (Intuizione 74)

Ho finalmente un'ipotesi che potrebbe spiegare perché i computer scientist possono lavorare indefessamente, come se lavorare non costasse loro alcuna energia.

Il pensiero computazionale potrebbe essere consustanziale all'essere umano, tanto da non richiedere affatto "il travaglio del concetto" (Hegel).

domenica 22 marzo 2020

Philodemic, 1: il virus Signore assoluto

Da oggi mi affido a piccole azioni creative quotidiane.
Non ho le forze per analisi e critiche, la mediazione negatrice mi ha consumato in modo inarticolato.
Qualcuno la chiamerebbe paura, io tenderei piuttosto a definirla angoscia: hegelianamente ora siamo confrontati col Signore assoluto, la morte, "il nulla".
Non sono mai stato nichilista e voglio reagire.
Il mio problema si riassume in questo: non essendo in questa crisi manifesto un Signore oltre a quello assoluto, ho finora esitato dolorosamente nella decisione per la servitù o la signoria. Qui non si tratta di contrapposizione tra coscienze (in quel caso sono molto reattivo, bambino resiliente) ma di posizionarsi di fronte a un evento sistemico di proporzioni planetarie.
La tentazione della depressione va sconfitta per un impegno etico: non in senso lacaniano (depressione = viltà), quanto in senso cristiano. 
Di fronte alla comunità dei sofferenti, PER questa comunità, l'accidia demoniaca va combattutta e sconfitta.

mercoledì 9 maggio 2018

Robert Brandom sulla Fenomenologia dello Spirito (A Spirit of Trust)

Seconda Parte: Mediazione dell'Immediato

Le prime tre grandi sezioni della fenomenologia, chiamate coscienza, autocoscienza e ragione, descrivono aspetti diversi dell'attività discorsiva. Coscienza si occupa della conoscenza empirica. Ragione si occupa dell'azione razionale. Autocoscienza si occupa della costituzione sociale di soggetti conoscenti e agenti. Mettiamola in un altro modo: Coscienza considera (...) il contributo delle transizioni o delle osservazioni di ingresso linguistico a determinati contenuti concettuali articolati inferenzialmente; L'autoconsapevolezza considera il contributo della comunità degli utenti linguistici all'istituzione di norme concettuali determinate e soddisfacenti; La ragione considera il contributo delle transizioni di uscita linguistica o azioni intenzionali a determinare contenuti e norme concettuali articolate inferenzialmente. La sezione chiamata Spirito tratta tutti questi aspetti insieme, offrendo una ricostruzione razionale di un processo di sviluppo storico attraverso il quale i membri di una comunità linguistica vengono a rendere espliciti a sé il ruolo che svolgono allo stesso tempo come creature e creatori di norme concettuali dotate di contenuti determinati.


(Part Two: Mediating the Immediate (MSword))

giovedì 14 dicembre 2017

Leggere/pensare (Intuizione 44)

Quando ho iniziato a studiare filosofia credevo che il problema fosse solo leggere, i testi sacri, quanto più possibile, leggere il Testo Generale.
Poi ho iniziato a pensare che il problema fosse solo pensare correttamente (Wittgenstein non conosceva Hegel).
Ora ho capito che si tratta di pensare correttamente leggendo tutto ciò che va letto (il che esclude molti testi che pensavo di dover leggere in quanto "filosofici" o filosoficamente rilevanti).

martedì 12 dicembre 2017

Eserghi (Nouveau roman nouveau)

(...) una vita si svolge a spirali; ripassa sempre per gli stessi punti ma a livelli diversi d’integrazione e di complessità (Sartre, Questioni di metodo 85)

"Ho raggiunto il mio ideale terreno, perché con un impiego e una donna si ha tutto in questo mondo" (Hegel).

Una vita può benissimo essere al contempo vacua e breve. I giorni scorrono miseramente, senza lasciare traccia né ricordo; e poi, di colpo, si arrestano (Houellebecq, EDL 47)


Tra l'altro, poi, essendo un mortale la cui presenza nel mondo è abbastanza inutile, ha ben poca importanza il mio modo d’agire. (Tristram Shandy, p.29)

mercoledì 15 febbraio 2017

Occidentalis Karma spiegata a chi non ha fatto il liceo (La biada quotidiana, 3)

1. Essere o dover essere

Tutti conoscono l'opposizione shakespeariana, "essere o non essere?". Relativamente pochi, probabilmente, sono invece coloro che hanno studiato Hegel, e hanno dunque colto che l'incipit di OK cita la critica hegeliana a Kant: il quale opporrebbe appunto il dover essere morale all'essere effettivo e concreto della realtà storica.
Non che Hegel sia un lassista permissivo: l'essere che contrappone al kantiano dover-essere è semplicemente il reale/razionale, ossia il manifestarsi dello Spirito-Totalità.
Opporre alla realtà storico-sociale un dovere immaginario: questo per Hegel è insensato, limitato, intellettualistico, moralistico.

Poiché il tema di OK è la situazione epocale dell'Occidente, e il suo riterritorializzarsi superficialmente sull'Oriente, si può assumere che fin dal primo verso il Gabbani stia implicitamente criticando i sempre più numerosi occidentali che credono o sperano di trovare la propria salvezza individuale nelle discipline orientali.
Nei prossimi post tratteremo dello sviluppo e dell'articolazione di questa critica.

sabato 21 febbraio 2015

Coscienza gradualmente per sé (intuizione 39)

La questione marxiana dell'opposizione tra classe in sé e classe per sé illumina un problema della dialettica di Hegel: il passaggio dall'inconscio alla coscienza non è un aut aut gnoseologico (la contraddizione non è contrarietà).
Non si è coscienti o incoscienti, ma si può essere più o meno incoscienti, più o meno coscienti, sia in quanto spirito che in quanto classe.
Secondo la terminologia di Rudolf Carnap: essere coscienti è un concetto comparativo, non classificatorio o quantitativo.

martedì 25 novembre 2014

Letture obbligatorie della settimana, 3

- Kant, Critica della ragion pura (II. Dialettica trasc., Lib. II, Cap. II: L'antinomia della ragion pura)

- Hegel, Scienza della logica (Sez. II, Quantità. Cap. I, La quantità, Nota II)

- Carlo Rovelli, La realtà non è come ci appare

- C.S. Peirce, Opere (L'amore evolutivo, 6.287-317)

mercoledì 22 gennaio 2014

Intuizione, 26 (Qualità e quantità)

Hegel (Engels), Nietzsche-Deleuze...

Oggi ho capito che è un'opposizione illusoria, ma fondamentale per il pensiero. Perché?

(Intuizione ricorrente ma per ora sfuggita)

[ah sì ora ricordo: c'entra la mia definizione dello Zen]

sabato 28 dicembre 2013

Progetti di ricerca 2014

1) La rilevanza cinematografica (con enrico Terrone).

2) Il senso di "senso" (c'è molta confusione sotto il cielo filosofico).

Tracce:
il senso-indicibile, nel Tractatus;
la partizione di Hjelmslev (espressione/contenuto);
l'evoluzione di "senso" dall'estetica alla logica e alla linguistica (Ferraris?);
il senso nell'Enciclopedia di Hegel;
il senso nella teoria dell'enazione;
senso e non-senso in Deleuze (Logique du sens e Différence et répétition);
il senso incorporeo nella logica stoica.

Sperber, Per una teoria del simbolismo: "nel linguaggio ordinario, ogni oggetto della conoscenza ha per forza un senso"

3) Logica e teoria della rilevanza

4) Urbanismo e cognizione (con Angela Nasso)

5) L'errore di Descartes e la cognizione emotiva.

Tracce: Scheler: «l’abisso che Descartes ha scavato fra anima e corpo è stato colmato da un’unità della vita divenuta tangibile. Naturalmente il fatto che quando un cane vede un pezzo di carne il suo stomaco inizi a secernere determinati succhi gastrici, risulta, dal punto di vista di Descartes, un miracolo assoluto: egli infatti elimina dalla sfera psichica il complesso della vita pulsionale e affettiva e tenta inoltre una spiegazione puramente chimico-fisica delle manifestazioni vitali anche relativamente alle loro leggi strutturali. […] Che cosa direbbe però Descartes se gli si facesse vedere l’esperimento di Heyder, secondo cui la semplice suggestione del mangiare un cibo sortisce gli stessi effetti che si verificano a proposito di un mangiare effettivo? Qui emerge l’errore, l’errore fondamentale di Descartes: l’aver misconosciuto completamente il sistema pulsionale nell’uomo e nell’animale. È solo tale sistema che costituisce la mediazione e l’unità fra ogni autentico movimento vitale e il contenuto della coscienza» (Max Scheler, La posizione dell'uomo nel cosmo, cit., pp. 163-164).


6) La rilevanza documentale (sulla teoria di Ferraris)

sabato 23 novembre 2013

Intuizione, 15 (Libertà impura)

Ai filosofi e agli intellettuali il tema e il concetto della libertà sono molto cari.
L' "uomo comune" - posto che esista aldilà dell'astrazione necessaria a un discorso un po' retrivo come questo - non si cura tanto del concetto quanto della sua pratica.
I filosofi come li conosciamo (esclusi quindi gli antichi, Aristotele incluso) tendono a opporre la libertà interiore, spirituale ed etica, a quella esteriore, fisica, sociale e politica (un tema inizialmente sviluppato dalle filosofie ellenistiche, magistralmente stilizzato da Hegel).
Ma l'opposizione di fisico e spirituale si decostruisce da sé.
La nostra stessa quotidianità è un'alternanza di sottomissione pratica ai nostri doveri pratici, desideri e "piani di comportamento" e di ribellione o frustrazione degli stessi.
La libertà è un impasto empirico-trascendentale, impura come l'essere che solo possiamo conoscere, umani.

lunedì 4 novembre 2013

Musica come pensiero (Scrivendo la tesi)

Se non ascolto una buona musica, il mio cervello si impalla rapidamente e rallento il ritmo.
Ascoltare musica (in realtà senza ascoltarla) mi aiuta a concentrarmi, sembra dare impulso al movimento del mio pensiero.
Potrebbe essere una caratteristica peculiare del mio cervello, ma ovviamente non lo è: e l'osservazione converge con l'interpretazione della musica come arte più metafisica (Schopenhauer).
L'impalpabilità della metafisica altro non è che la vita della menta vissuta dall'interno.

***
Quando lo stress psicofisico da scrittura è massimo (con effetto di inspiegabile stanchezza quasi morbosa) non basta più ASCOLTARE. Devo mettermi al pianoforte e leggere qualche pezzo nuovo, che so piacermi all'ascolto.

In questo caso, il n.3 della Musica Ricercata di Ligeti.

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Il pop-rock invece è fortemente distraente. Posto che lo ascolto solo quando mi sento nel giusto mood, ma la presenza del testo, ancorché in inglese, e ancorché io per decenni non mi sia impegnato a comprendere nessun testo, tuttavia interferisce oggettivamente con la scrittura. Forse anche perché sto scrivendo in inglese.
Insomma, non posso ascoltare la colonna sonora di Until the End of the World.

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E poi il minimalismo. L'ossessività del Glass degli anni Settanta, per esempio North Star: un perfetto sottofondo dinamico del pensiero.

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Mozart no! Ti rilassa troppo, ti rende felice, ma tu non devi essere felice: devi PENSARE E SCRIVERE!

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(2 dicembre)
Mi sembra incredibile ma durante i giorni del congedo mi sono SAZIATO di musica, ne ho ascoltata tantissima, in continuazione. Alla fine non ne volevo più. C'è un limite anche alle droghe.

***
(19 dicembre)

RUSH FINALE: su Spotify sto ascoltando tutti i dischi di Nico Muhly da circa 6 ore. Lo ascolterò per tutta la notte. L'ho scoperto due giorni fa e la sua musica mi sembra PERFETTA. Perfetta, è senza dubbio perfetta.
Il mio ideale musicale è una specie di postmodernismo non manieristico, profondo, intelligente e fruibile. Nuova musica per le masse

La musica di Muhly è un flusso discreto che punta a una sperimentazione rilevante, alla pura ascoltabilità dell'oggetto musicale.
La sua dimensione strutturante sembra essere quella melodica (violino e archi), nonostante le sovrapposizioni di molti timbri. nulla sembra artefatto, nulla sembra puramente intellettuale-spirituale o puramente meccanico-naturale.
Musica universale hegeliana!

martedì 3 settembre 2013

Appunti per la Prima Lezione di Filosofia (terza liceo)

Meraviglia della filosofia/filosofia della meraviglia

"E' proprio del filosofo questo ... di essere pieno di meraviglia; né altro inizio ha il filosofare che questo" (Platone, Teeteto, 155d)

"...gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in segiuto, progredendo a poco a poco, giunsero a porre problemi sempre maggiori, come i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri e i problemi riguardanti l'origine dell'intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere ... Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall'ignoranza, è evidente che ricercano il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica" (Aristotele, Metafisica, I,2,982b)


Filosofia della paura/paura della filosofia

Ma "thauma" non si dovrebbe tradurre con "meraviglia" bensì con "terrore", "paura", come ricorda Severino. Terrore di che? Be', naturalmente della fonte di tutte le paure: il divenire, la morte, il nulla.
La filosofia nasce dalla PAURA (del divenire, della morte, del nulla).


Filosofia come attività spontanea della mente, dall'adolescenza in poi

"Le nostre capacità analitiche sono spesso altamente sviluppate prima che abbiamo imparato gran che sul mondo, e intorno ai quattordici anni di età le persone cominciano a pensare per conto loro ai problemi filosofici – su quello che esiste davvero, se possiamo conoscere qualcosa, se qualcosa è veramente giusto o sbagliato, se la vita ha qualche significato, se la morte è la fine. Si è scritto per centinaia di anni su questi problemi, ma il materiale filosofico grezzo viene direttamente dal mondo, e dalla nostra relazione con esso, non dagli scritti del passato (corsivo mio, EA). Ecco perché quei problemi si ripresentano continuamente nella testa della gente che non ha letto nulla in proposito." (Thomas Nagel, Una brevissima introduzione alla filosofia)






Filosofia e mondo

"la filosofia nella sua lunga storia ha ostinatamente sebbene vanamente inseguito alcune chimere – cioè fantasticherie o illusioni – riguardanti la conoscenza, da cui è stata deviata in direzioni che le hanno impedito di comprenderne adeguatamente il carattere, e di cui ci si deve liberare se si vuole sviluppare una filosofia feconda. Le chimere della conoscenza (...) sono la verità, l’oggettività, la certezza, l’intuizione, la deduzione, il rigore, la mente. (...)
La filosofia è un’indagine sul mondo. Essa vuole affrontare grandi problemi, essenziali, nel senso della scienza, e si giustifica solo nella misura in cui lo fa. (...)
La filosofia dà una visione globale. Essa non si limita a questioni settoriali, perciò non vi può essere una filosofia solo della matematica, o della fisica, o della biologia, ecc." (C. Cellucci, Perché ancora la filosofia?)


Filosofia come negoziazione concettuale.

Dico subito che cosa è un filosofo [...]. Un filosofo è un negoziatore concettuale. [...]
Lasciatemi subito mostrare alcune conseguenze di questo modo di vedere la filosofia. Uno: se il filosofo è un negoziatore concettuale, ne segue che la filosofia, più che una materia, è un’arte; l’arte del negoziare concetti, che richiede non solo rigore ma una buona dose di immaginazione. Questo significa, due, che non c’è un canone della filosofia nel senso in cui ci può essere un canone della fisica o della biologia, o del metodo storico. Tre: allora spiegare la filosofia significa spiegare le tecniche del negoziato sulla base di esempi [...]. Un’altra conseguenza, quattro, è che la filosofia è molto più diffusa nella società di quanto non ci si aspetti, o di quanto non dica di essere o venga rappresentata. [...]. Cinque: abbiamo una chiave di lettura semplice per molta storia della filosofia, che altro non è che la traccia lasciata da negoziati concettuali ambiziosi, svoltisi in coincidenza di cambiamenti a volte brutali: quando si comincia a capire che il corpo umano è una specie di macchina (Cartesio), quando le città si dotano di leggi autonome (Platone), quando si cerca di fermare la spirale della violenza tra comunità religiose (Locke), quando le persone scelgono di decidere da sole il proprio destino invece che conformarsi supinamente a paternali (Kant), per esempio. E questo vuol dire che, sei, innumerevoli altri negoziati non sono stati registrati con l’etichetta di ‘negoziato filosofico’, ma le loro tracce sono presenti nella società che ne è stata plasmata. Possiamo fare anche una previsione, sette: troveremo molte tracce esplicite di negoziati concettuali quando le trasformazioni sociali, economiche e scientifiche saranno particolarmente radicali. La storia della filosofia è discontinua ed eterodiretta; cambia il mondo, la filosofia serve; la filosofia accorre. Otto: risulterà che alcune cose cui incolliamo l’etichetta di filosofia sono tali solo di nome. Per finire, nono punto: la filosofia ha dei bei giorni davanti a sé, non abbiamo nessuna ragione di pensare che il futuro non ci riservi sempre nuove sorprese, che metteranno noi e chi verrà dopo di noi di fronte alla necessità di negoziare concettualmente. E sappiamo che ci sono molte persone diverse da noi, le cui idee possono essere molto distanti dalle nostre. Dobbiamo accettare questi fatti come una ricchezza e una sfida [corsivi miei, E.A.]. (R. Casati, Prima lezione di filosofia)


Si può fare una storia della filosofia?

Ma davvero non c’è un ordine interno della storia della filosofia? In fondo Hegel può soltanto venire dopo Kant. Così diranno, probabilmente, i difensori di una concezione per cui lo spirito si invera nella storia. Se però c’è una verità nell’asserzione che Hegel poteva venire solo dopo Kant, e se non si tratta del fatto banale che Hegel lesse Kant e lo commentò ma non viceversa, questo non è per un legame interno tra Hegel e Kant, ma per un legame interno tra lo sviluppo della società e della scienza all’epoca di Hegel rispetto alla società e la scienza dell’epoca di Kant [corsivo mio, EA]. I problemi di Hegel non sono più, o non solo, quelli di Kant.
Direi che c’è comunque anche un problema più profondo. Non è infatti nemmeno chiaro che possa esserci una storia unitaria della filosofia [EA] proprio data l’enorme disparità di cose che oggi potremmo etichettare come filosofiche [...]. Altre discipline hanno una storia più lineare. (R. Casati, Prima lezione di filosofia)

venerdì 21 gennaio 2011

Su La vita oscena di Aldo Nove: discussione FB con una Critica Trasformatrice


Edoardo Acotto Aldo Nove è il mio italiano preferito da vent'anni, anch'io forse sono sempre uguale a me stesso
Ieri alle ore 15.11 ·

Edoardo Acotto e per me La vita oscena è il suo capolavoro, però io non sono un critico.
Ieri alle ore 15.11 ·

Critica Trasformatrice sì difatti il critico ha l'obbligo di motivare, sempre.
Ieri alle ore 15.12 ·

Edoardo Acotto Ah, ma quello so farlo anch'io: La vita oscena è il suo capolavoro perché non aveva mai scritto con tale immediatezza de la-vita-la-morte.
Ieri alle ore 15.18 ·

e chi l'ha detto che scrivere con immediatezza sia un pregio? per Bachtin, ad esempio, la qualità inderogabile di un narratore è l'extralocalità: tanto più sei vicino alle cose, tanto meno la tua visione è ''eccedente'' e dunque pregna di significato ''per noi''. qualunque giudizio critico è legittimo, Acotto, ma il critico, ha, oltre a quello di motivare, anche l'obbligo della coerenza: non puoi sostenere mi piace Aldo Nove da vent'anni, perché quell'Aldo Nove che ti piaceva vent'anni fa, immediato non era affatto: tutt'altro. ed era il suo pregio, e la sua forza, lo straniamento. dunque, ti piaceva allora, o adesso?
Ieri alle ore 15.28 ·

è proprio questo il punto: mi piace adesso proprio perché mi piaceva allora (non so l'effetto che mi farebbe un libro simile alla Vita scritto da un altro).
Prima mi piaceva come resisteva al pensiero della vita-la-morte, col suo violento surrealismo comico degno di Beckett; ma poiché si è sempre percepito che dietro quel soggetto scrivente c'era un soggetto che mediava la cosa stessa, la-vita-morte appunto, oggi ci si manifesta finalmente quel soggetto che era rimasto latente per tanti anni, procedendo mascherato, e trapelando solo qua e là.
Essendo io abbastanza hegeliano, non credo che la verità stesse nell'Aldo9 prima maniera OPPURE in quello de La vita, ma in entrambi.
La vita oscena compie l'Aufhebung di Woobinda, e la dialettica è già ripartita verso il momento successivo.
Ieri alle ore 15.37 ·

Critica Trasformatrice Non scomodiamo Hegel, e per citare il s. Agostino che sembra essere l'unico riferimento delle famigerate interviste del Nostro, non rammarichiamoci tanto di averlo perso, ma godiamoci quel che abbiamo avuto. Woobinda forever. comunque non era un sondaggio su Aldo Nove, del suo libro si parla già troppo dappertutto. e senza una voce di dissenso: quelle le mette a tacere a priori il ricatto sentimentale. che non è un libro che possa accontentare tutti, via.
Ieri alle ore 15.56 ·  · 1 persona

Critica Trasformatrice secondo me un buon metro, poi, è sempre andare a vedere chi ne ha scritto, oltre che come: ida bozzi, elena stancanelli, lorenzo cherubini, daria bignardi. un critico che sia uno, si è pronunciato, su questo libro? (a parte Giglioli, nel modo di cui dicevamo). fine della parentesi Oscena, ve ne prego.
Ieri alle ore 16.12 ·  · 1 persona

Edoardo Acotto ok, mi eclisso, ma sappi che ne scriverò anch'io, intervistandolo, e neanch'io sono un critico. Dopodiché, sai come la penso sui critici...
Ieri alle ore 16.22 ·

Edoardo Acotto Ah, ecco, ne sta scrivendo il bravissimo Francucci: lui è un critico.
Ieri alle ore 16.23 ·

Critica Trasformatrice una rondine non fa primavera, diceva mia nonna (dove ne scrive il bravissimo Francucci? ma non pensavi male dei critici? ah, già, una rondine non fa primavera, già già).
Ieri alle ore 16.24 ·

‎(non penso male dei critici come individui, ma critico il ruolo della categoria, in questo determinato contesto politico-culturale.
Oppure: per Francucci faccio un'eccezione...)

[su una rivista letteraria, non ricordo quale, gli chiedo]

...<tua nonna si chiamava Aristotele?>Mostra tutto
Ieri alle ore 16.27 ·

anche Laborintus, che per me è il libro più importante del secolo passato, ebbe le sue brave stroncature. Non c'è nessun grande libro che accontenti tutti. Questo, intendevo. Quando ciò accade, è perché chi dissente non ha il coraggio di es...porsi (in questo caso per via del ricatto emotivo), oppure semplicemente si rimane interdetti, come sento dire moltissime volte, in questi giorni: ma perché ha scritto un libro così? Poi Aldo Nove è Aldo Nove, e pure un libro di Aldo Nove ''così'' non può essere un libro-ciofeca. Ma gridare al capolavoro è ingiusto per i veri capolavori (mi)sconosciuti (Le strade che portano al Fucino, a dirne uno) e anche per Aldo Nove stesso. Lo stiamo prendendo per il naso, come fa la Bignardi (''ma come, ti è andata a fuoco la casa, a Viggiù? e i famosi pompieri dov'erano?''). Ecco, sentir dire che l'Osceno è un capolavoro, a me fa l'effetto-Bignardi.
Ieri alle ore 16.30

Critica Trasformatrice ‎[il verri, I suppose]. mia nonna aveva la quinta elementare, e quand'ero piccola ha provato a insegnarmi le tabelline e il ciambellone, fallendo in entrambi i casi. (magari nella prossima intervista lo dico, così vendo una/ due copie).
Ieri alle ore 16.33
…

…
Secondo me un problema di voi critici e che non distinguete tra letteratura per letterati e letteratura per un pubblico di non specialisti, come se i filosofi pretendessero che tutti si studiassero i Principia Mathematica, Goedel e Kripke.
Questo libro non è un libro per specialisti, ma per un ipotetico pubblico universale.
Aldo Nove è un grande autore, un bravissimo poeta, e ora ha scritto un libro che fonde assieme Reale Immaginario e Simbolico (posso scomodare Lacan).
Libri così sono comprensibili da pubblici eterogenei, perciò io penso che questo libro diventerà forse un "classico" (se ci saranno ancora i classici).
Non è certo un libro perfetto, ma rappresenta una dimensione difficilmente rappresentabile: non c'entra la sua vita privata, ma l'esperienza della morte che penetra la vita fino ad appiccicarlesi e confondersi con essa, mi ha fatto pensare alla forza di Aracoeli, naturalmente in piccolo).

E la Bignardi per quel che mi riguarda non esiste.
Ieri alle ore 16.49

martedì 9 novembre 2010

La scuola filosofica di Giovanni Gentile

Ripubblico qui il mio contributo al volume "I volti del consenso. Politica, cultura, propaganda nell'Italia fascista 1922-1943)", a cura di Alessia Pedìo, uscito come allegato del l'Unità, per Giorni di Storia, ottobre 2004.

La filosofia gentiliana ha il suo inizio in un hegelismo riveduto e corretto: la riforma della dialettica hegeliana – esposta nell’omonima opera del 1913 – riconduce tutto all’unità immanente dello spirito. Se la dialettica degli antichi (dialettica del pensato) considerava le idee come oggetti separati dal pensiero, per Gentile la dialettica moderna (dialettica del pensare) coglie l’attività creatrice del pensiero: «La dialettica [...] del pensare non conosce mondo che già sia; che sarebbe un pensato; non suppone realtà, di là dalla conoscenza, e di cui toccherebbe a questa d’impossessarsi».
Il nocciolo teoretico dell’attualismo è la concezione secondo cui l’atto del pensiero non è oggettivabile: lo spirito non è pensabile come oggetto, ma sempre come pensiero pensante, pensiero in atto. In maniera simile all’idealismo fichtiano, l’attualismo assume che lo spirito è autoctisi, ossia autoposizione, autocreazione: esso pone se stesso e i suoi molteplici oggetti e concetti, riassorbendoli nella propria immanenza originaria, neutralizzando la pluralità mondana nell’unità assoluta del pensiero pensante. Lo spirito hegeliano è così visto nella sua continua autopoiesi. Di qui l’identificazione della filosofia con la storia della filosofia, nonché la subordinazione di tutte le forme di pensiero alla filosofia (come risulta dall’organizzazione degli studi superiori che prese corpo nella riforma del 1923, precedentemente esaminata).
Da un punto di vista politico (Genesi e struttura della società, pubblicato postumo nel 1946) il monismo metafisico gentiliano portava all’affermazione dello stato etico, cioè lo stato cui tutto è subordinato e la cui formula, ben consonante con il fascismo di cui Gentile è stato il filosofo ufficiale (non senza difficoltà, contrasti e contraddizioni), è: lo stato è tutto e l’individuo è nulla.
Questa concezione si giustifica, in maniera iper-hegeliana, con la tesi che il volere universale è superiore alle volontà puramente individuali. Lo spirito è l’unico soggetto, di cui i molteplici soggetti empirici, gli oggetti e i concetti sono mere emanazioni temporanee, momenti che verranno superati, ma privi di valore in se stessi. Tale posizione metafisica ha ricadute etiche vistose, che suscitarono l’avversione degli idealisti crociani, preoccupati dell’autonomia irriducibile dei “distinti” dello spirito, dei positivisti, per i quali una simile filosofia non ha alcuna speranza di cogliere la verità del pensiero scientifico, infine dei cattolici che, nell’indistinzione spirituale pensata da Gentile, non scorgevano nessuno spazio per il Dio cristiano.
Numerosi allievi di Gentile, partendo dalle posizioni del maestro, svilupparono un pensiero originale, raramente rinnegandone la fede filosofica. Se si tiene conto dell’orientamento politico e insieme teoretico, si possono distinguere attualisti di destra, come Carlini e Sciacca, e di sinistra, come Spirito e Calogero. 

Armando Carlini (1878-1959) si allontanò progressivamente dall’idealismo immanentistico gentiliano per avvicinarsi a un trascendentalismo realistico di impronta cristiana (Lineamenti di una concezione realistica dello spirito umano, 1942).
Interessato alla storia della filosofia, studiò e tradusse Locke, Aristotele, Heidegger. Su quest’ultimo, in particolare, fu tra i primi a scrivere in Italia negli anni Trenta; in Il mito del realismo (1936) la filosofia di Heidegger veniva utilizzata per criticare il realismo ingenuo.
Preoccupato di attribuire consistenza ontologica alla persona, Carlini affrontò nelle sue opere più mature la necessità metafisica del superamento dell’immanenza in quella trascendenza che l’attualismo negava recisamente. Nel pensiero di Carlini tale riaffermazione della trascendenza avveniva in direzione tanto filosofica quanto religiosa. Fondamento del suo sistema rimaneva comunque l’Atto gentiliano.
Come hanno acutamente osservato Abbagnano e Fornero, la riflessione teologica di Carlini «apriva la strada alle “uscite” spiritualistiche dall’attualismo, cioè a quelle concezioni (Guzzo, Sciacca) che fondano la religione cristiana e cattolica non in una metafisica ontologica e oggettivistica ma nella riflessione dello spirito su se stesso». 

Michele Federico Sciacca (1908-1975) fu inizialmente attualista ma con una forte ispirazione religiosa, di una religiosità antidogmatica, spiritualistica e personalistica. L’immanentismo gentiliano gli apparve presto insoddisfacenti e la neoscolastica contribuì a mutare il suo pensiero. Elaborò una sua personale posizione, non ancora esplicitamente cristiana, che battezzò Spiritualismo critico (Linee di uno spiritualismo critico, 1936): l’approdo teoretico di questa fase consiste nella concezione di Dio come eterna attività creatrice. In seguito, Sciacca pervenne a una forma più canonica di spiritualismo cattolico. 

Ugo Spirito (1896-1979) fu il maggiore discepolo di Gentile, e uno dei principali sostenitori dell’attualismo negli anni Venti. Professore di politica ed economia corporativa nell’università di Pisa, divenne poi docente di filosofia a Messina, Genova e Roma. Nei primi anni Trenta il suo principale impegno politico è quello di teorico del corporativismo.
Già in La vita come ricerca (1937) si distaccò dall’attualismo gentiliano per ragioni teoretiche, dando vita a una dottrina originale (Il problematicismo, 1948).
Assumendo che tutte le tesi della filosofia, anche quelle attualistiche, si contraddicono in quanto pretendono fissare il divenire e così facendo necessariamente lo trascendono, il problematicismo voleva mantenere aperta la via del molteplice attraverso una fruizione della vita intesa come ricerca, arte, amore e, in ultima istanza, come libertà.
Inizialmente interessato anche al positivismo e al pragmatismo (Il pragmatismo, 1921) approderà, nell’ultima fase del suo pensiero, alla convinzione che sia la scienza a offrire la possibilità del superamento dei miti filosofici (Dal mito alla scienza, 1966). 

Guido Calogero (1904-1986) dopo i primi saggi importanti sulla logica e la filosofia antica, si interessò successivamente alla filosofia di Croce: tali studi confluirono in La conclusione della filosofia del conoscere che segnò il distacco, anche per ragioni politiche, dall’ortodossia attualista e l’avvicinamento al pensiero crociano.
Docente alla Normale di Pisa, fu condannato al confino e poi al carcere per la sua attività antifascista clandestina. Negli anni di prigionia elaborò i capisaldi di quella che sarà la sua filosofia successiva, incentrata sul rifiuto del monolitico atto puro gentiliano e volta a impostare sul principio del dialogo (Logo e dialogo, 1950; Filosofia del dialogo, 1962) la libertà umana, l’autonomia anche politica dei singoli.

giovedì 13 maggio 2010

È una vanità il volersi opporre alla moda. Hegel sulla moda (Vogue1)

Pubblicato su Vogue.it

Hegel ha ragionato filosoficamente sull’inessenzialità della moda:
"Il vestiario non è cosa che rientri in una determinazione razionale, ma è regolato soltanto dal bisogno, che si fa sentire da sé: nei paesi settentrionali ci si deve vestire altrimenti che nell’interno dell’Africa, e così di inverno non si può andare in giro con abili di cotonina. Tutto il resto è in balia del caso e dell’opinione, senza che vi abbia alcuna parte l’intelligenza […]. Il taglio del mio abito è fissato dalla moda, ed è cosa che spetta al sarto: non tocca a me d’inventar nulla a questo riguardo, e grazie a Dio hanno già inventato tutto gli altri. Questo dipendere dall’abitudine, dall’opinione, è pur sempre meglio che dipendere dalla natura. Quindi non conviene applicare l’intelligenza a cose siffatte; il contegno che si deve tenere verso di esse è la pura indifferenza, chè in realtà la cosa è di per sé indifferente. Tuttavia vi sono quelli che sanno rendersi singolari in questo campo, mirando con ciò ad attirare l’attenzione; ma è una vanità il volersi opporre alla moda" (Lezioni sulla Storia della Filosofia, Laterza, vol. II, p.147).
Hegel legittima la moda, ma le nega qualsiasi importanza essenziale. L’essere originali, per il filosofo, coincide con la singolarità eccentrica che si oppone ostentatamente alla moda.
Se la moda è vanità, la negazione della moda è vanità delle vanità.