Meraviglia della filosofia/filosofia della meraviglia
"E' proprio del filosofo questo ... di essere pieno di meraviglia; né altro inizio ha il filosofare che questo" (Platone, Teeteto, 155d)
"...gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in segiuto, progredendo a poco a poco, giunsero a porre problemi sempre maggiori, come i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri e i problemi riguardanti l'origine dell'intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere ... Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall'ignoranza, è evidente che ricercano il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica" (Aristotele, Metafisica, I,2,982b)
Filosofia della paura/paura della filosofia
Ma "thauma" non si dovrebbe tradurre con "meraviglia" bensì con "terrore", "paura", come ricorda
Severino. Terrore di che? Be', naturalmente della fonte di tutte le paure: il divenire, la morte, il nulla.
La filosofia nasce dalla PAURA (del divenire, della morte, del nulla).
Filosofia come attività spontanea della mente, dall'adolescenza in poi
"Le nostre capacità analitiche sono spesso altamente sviluppate prima che abbiamo imparato gran che sul mondo, e intorno ai quattordici anni di età le persone cominciano a pensare per conto loro ai problemi filosofici – su quello che esiste davvero, se possiamo conoscere qualcosa, se qualcosa è veramente giusto o sbagliato, se la vita ha qualche significato, se la morte è la fine. Si è scritto per centinaia di anni su questi problemi, ma
il materiale filosofico grezzo viene direttamente dal mondo, e dalla nostra relazione con esso, non dagli scritti del passato (corsivo mio, EA). Ecco perché quei problemi si ripresentano continuamente nella testa della gente che non ha letto nulla in proposito." (Thomas Nagel,
Una brevissima introduzione alla filosofia)
Filosofia e mondo
"la filosofia nella sua lunga storia ha ostinatamente sebbene vanamente inseguito alcune chimere – cioè fantasticherie o illusioni – riguardanti la conoscenza, da cui è stata deviata in direzioni che le hanno impedito di comprenderne adeguatamente il carattere, e di cui ci si deve liberare se si vuole sviluppare una filosofia feconda. Le chimere della conoscenza (...) sono la verità, l’oggettività, la certezza, l’intuizione, la deduzione, il rigore, la mente. (...)
La filosofia è un’indagine sul mondo. Essa vuole affrontare grandi problemi, essenziali, nel senso della scienza, e si giustifica solo nella misura in cui lo fa. (...)
La filosofia dà una visione globale. Essa non si limita a questioni settoriali, perciò non vi può essere una filosofia solo della matematica, o della fisica, o della biologia, ecc." (C. Cellucci,
Perché ancora la filosofia?)
Filosofia come negoziazione concettuale.
Dico subito che cosa è un filosofo [...]. Un filosofo è un negoziatore concettuale. [...]
Lasciatemi subito
mostrare alcune conseguenze di questo modo di vedere la filosofia.
Uno: se il filosofo è un negoziatore concettuale, ne segue
che la filosofia, più che una
materia, è un’arte; l’arte del negoziare concetti,
che richiede non solo rigore ma una buona dose di immaginazione.
Questo significa, due, che non c’è un canone della
filosofia nel senso in cui ci può essere un canone della fisica
o della biologia, o del metodo storico. Tre: allora spiegare
la filosofia significa spiegare le tecniche del negoziato sulla base
di esempi [...]. Un’altra conseguenza, quattro, è
che la filosofia è molto più diffusa nella società di quanto non
ci si aspetti, o di quanto non dica di essere o venga rappresentata.
[...]. Cinque: abbiamo una chiave di lettura semplice per
molta storia della filosofia, che altro non è che la traccia
lasciata da negoziati concettuali ambiziosi, svoltisi in coincidenza
di cambiamenti a volte brutali: quando si comincia a capire che il
corpo umano è una specie di macchina (Cartesio), quando le città si
dotano di leggi autonome (Platone), quando si cerca di fermare la
spirale della violenza tra comunità religiose (Locke), quando le
persone scelgono di decidere da sole il proprio destino invece che
conformarsi supinamente a paternali (Kant), per esempio. E questo
vuol dire che, sei, innumerevoli altri negoziati non sono
stati registrati con l’etichetta di ‘negoziato filosofico’, ma
le loro tracce sono presenti nella società che ne è stata plasmata.
Possiamo fare anche una previsione, sette: troveremo molte
tracce esplicite di negoziati concettuali quando le trasformazioni
sociali, economiche e scientifiche saranno particolarmente radicali.
La storia della filosofia è discontinua ed eterodiretta; cambia il
mondo, la filosofia serve; la filosofia accorre. Otto:
risulterà che alcune cose cui incolliamo l’etichetta di filosofia
sono tali solo di nome. Per finire, nono punto: la filosofia
ha dei bei giorni davanti a sé, non abbiamo nessuna ragione di
pensare che il futuro non ci riservi sempre nuove sorprese, che
metteranno noi e chi verrà dopo di noi di fronte alla necessità di
negoziare concettualmente. E sappiamo che ci sono molte persone
diverse da noi, le cui idee possono essere molto distanti dalle
nostre. Dobbiamo accettare questi fatti come una ricchezza e una
sfida [corsivi miei, E.A.]. (R. Casati, Prima lezione di filosofia)
Si può fare una storia della filosofia?
Ma davvero non c’è un ordine interno della storia della filosofia? In fondo Hegel può soltanto venire dopo Kant. Così diranno, probabilmente, i difensori di una concezione per cui lo spirito si invera nella storia. Se però c’è una verità nell’asserzione che Hegel poteva venire solo dopo Kant, e se non si tratta del fatto banale che Hegel lesse Kant e lo commentò ma non viceversa, questo non è per un legame interno tra Hegel e Kant, ma per
un legame interno tra lo sviluppo della società e della scienza all’epoca di Hegel rispetto alla società e la scienza dell’epoca di Kant [corsivo mio, EA]. I problemi di Hegel non sono più, o non solo, quelli di Kant.
Direi che c’è comunque anche un problema più profondo.
Non è infatti nemmeno chiaro che possa esserci una storia unitaria della filosofia [EA] proprio data l’enorme disparità di cose che oggi potremmo etichettare come filosofiche [...]. Altre discipline hanno una storia più lineare. (R. Casati,
Prima lezione di filosofia)