E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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mercoledì 14 marzo 2018

Roman nouveau, 14 bis

Fuoriusciti italiani a Parigi


Il post-operaismo è un pensiero alcolista. Questo mio giudizio tranchant ha certamente la sua origine nell’essermi sentito dire che Toni Negri iniziava a ragionare solo dopo essersi scolato una bottiglia di vino. Me lo disse un italiano suo amico che viveva a Parigi, un amico di Deleuze, per altro, che io fui ben contento di conoscere ed era molto simpatico.
Ci divertimmo particolarmente una sera, alla presentazione di un libro italiano all’Istituto di Cultura, dove mi aveva invitato Bruno: incontrammo il deleuziano italiano e il traduttore italo-francese di Deleuze. Come d’uopo, magnavamo e bevevamo: era questo il tipo di intensità del divenire che maggiormente mi piaceva sperimentare, e anche quell’unica che mi era dato esperire più di frequente, dato che sport ne facevo ben poco (ogni tanto la piscina sempre con Bruno), e scopare non scopavo mai perché ero ancora triste per Elisa.
Di alcolista, nella teoria post-operaista della produzione ontologica trovavo soprattutto il fatto che, effettivamente, da ubriaco avevi l’impressione di stare creando qualcosa, se parli con qualcuno o guardi un film o scrivi.
Ma questa teoria è gravissima perché sostiene in maniera idealistica che ogni essere umano è di per sé produttore, dunque una sorta di lavoratore ontologico
Dunque il capitalismo sarebbe fondamentalmente sbagliato e ingiusto semplicemente per il fatto che non remunera senza sfruttamento questa produzione di vita di noi tutti operai dell’essere.
Sarebbe come dire: capitalisti di tutto il mondo: remunerateci!

[Continua: incontro con Scalzone & co.]




Breve intervista a una ragazza torinese


D: ...

R: Certamente, la prima volta che lo incontrai fu in occasione di una serata organizzata insieme alla mia amica torinese, che era in Erasmus come me a Parigi. Decidemmo di fare un incontro di tutti gli Erasmus torinesi che si trovavavano a Parigi. Lei a Saint Denis aveva conosciuto qualcuno, e in più c'era Caterina che da anni già viveva lì. Così quella sera vennero Edoardo e Pierpaolo.

D: ...

R: La cosa che mi ha colpito di più era che fosse di Bra. Aveva l'aria un po' anni Settanta, come li immagino io, e mi piacque la sua socievolezza. cioè, era simpatico, parlava molto. Visto che io sono timida mi piacciono le persone socievoli. E poi il fatto che parlasse tanto, visto che a me piace ascoltare.

D: ...

R: Ricordo perfettamente che aveva un montone, e se non mi sbaglio era un montone di suo papà. Non ne sono sicura, ma ho questa idea in mente. E poi aveva i pantaloni di velluto a coste. Forse.

D: ...

R: Si, perchè faceva un DEA, mi sembrava che fosse già super introdotto. Io avevo appena scoperto cosa fosse un DEA, e cosa fosse un dottorato

D: ...


R: Si, molto. Ma ogni tanto ero un po' malinconica e facevo fatica a stare da sola.

D: ...

R: Era una cosa che volevo fortemente, volevo internazionalizzarmi. E quella è stata la prima tappa per farlo.

D: ...

R: Passeggiare senza meta. E andare al cinema e mangiare le crepes.

D: ...

R: Perchè avevo finito l'Erasmus. Perchè nessuno mi ha proposto di mantenermi per più di un anno a Parigi e non ero abbastanza coraggiosa per farlo da sola, senza aiuti. Perché ero fidanzata e non volevo lasciare il mio fidanzato.

D: …

R: Ho dovuto lasciare l’università perché il mio professore era morto prima che io potessi vincere il posto da ricercatrice. Sono diventata avvocata. Mi piace il mio lavoro, ma ogni tanto rimpiango di non aver potuto continuare a dedicarmi alla teoria.

giovedì 21 settembre 2017

Nuovo diario buddhista, 1

Nell’estate del 2005 stavo diventando buddhista da appena un mese. Appena finito di esaminare i maturandi al Galfer di Torino, partii per un viaggetto da Leonardo a Venezia. Ci trovammo al bar Rosso in campo Santa Margherita, e il discorso sul buddhismo venne fuori subito. Scherzando dissi a Leo che volevo fare proseliti e convertire tutti gli amici. Non era così falso anche se lì per lì pensavo di essere ironico. Avevo inziato a diventare buddhista dopo un percorso abbastanza lungo, cominciato con la fine della mia storia con F. La strada verso il buddhismo doveva essere una sorta di destino perché non sono andato in cerca di nulla. Gli eventi sono avvenuti, dipendevano dal mio karma.

Nel settembre del 2003 F. ed io ci lasciammo dopo una storia violenta e abbastanza tragica. In termini di karma, entrambi ce lo siamo sporcato con le cattiverie che ci siamo fatti. F. odiava molto il mio marxismo e questo mi ha scosso le certezze, facendo sì che poco dopo esserci lasciati io comprendessi come la mia vera ispirazione politica fosse l’anarchismo e non il marxismo. Tutt’ora vorrei studiare seriamente i rapporti reali e possibili tra buddhismo e anarchismo (storicamente credo siano pochi).

Finché ero marxista non sarei potuto diventare buddhista perché «la religione è l’oppio dei popoli». Una volta diventato anarchico mi sono convinto a dirmi ateo, anche se qualcosa non mi convinceva nell’odio degli anarchici spagnoli contro il cattolicesimo: le famose fucilazioni delle statue di Cristo, e gli incendi delle chiese non mi parevano atti politici intelligenti... (D’altra parte va detto che Durruti non è responsabile dell’incendio della cattedrale di ...). Però non avevo ancora messo a fuoco la nonviolenza dunque non capivo che cosa non mi stesse bene dell’anarchismo. Divenni anarchico grazie ai libri di Chomsky. Fu un passo importante per liberarmi del mio dogmatismo razionalista;

Poi iniziai ad andare settimanalmente dal Dottor B., psicanalista freudiano torinese molto figo, perché dopo F. con le donne mi sentivo un disastro. La psicanalisi è praticamente opposta al buddhismo, perché questo predica l’assenza di un Io, quella te lo vuole rafforzare.

In prospettiva buddhista la contraddizione si supera facilmente, ma per la psicanalisi il complesso di credenze buddhiste deve necessariamente risultare una copertura di ragioni più psicomateriali e in ultima istanza legate alla libido.

Diciamo che se non ci riesci diversamente, con la sola pratica buddista, la psicanalisi può darti quella tranquillità nei confronti di te stesso che poi ti permetterà di trascenderti attraverso la pratica della presenza mentale e la meditazione sul non-sé. 

Quando ho iniziato a parlare del buddhismo al Dottor B. lui ha detto che gli sembrava che io non volessi impegnarmi in una sola cosa. Ha ragione: perché mai dovrei?

Nel luglio 2004, infine, sono iniziati i miei problemi di salute per le intolleranze alimentari sovrapposte: ho abbandonato l’alcol e sono diventato tendenzialmente vegetariano. Bizzarramente iniziai a stare male per l’alimentazione proprio mentre leggevo Gandhi e Capitini che legano dieta vegetariana e nonviolenza.

Al momento attuale ho scoperto che tutte le mie presunte intolleranze erano frutto della mia mente. Sto benissimo, me lo ha fatto capire un dietologo che mi ha anche ingiunto una dieta iperproteica per mettere su muscoli (sono astenico) e di correre tre volte alla settimana per allenarmi alla maratona. Questo sarà difficile ma l'allenamento l'ho iniziato.

sabato 27 febbraio 2016

Più realisti di Fusaro (appunti sul nuovo realismo e il giovinetto idealista)

In questo testo analizzeremo e criticheremo la posizione antirealista di Diego Fusaro, come si può evincere da Il futuro è nostro.

La polemica intorno al cosiddetto nuovo realismo ha coinvolto diversi filosofi italiani. Tra questi, Diego Fusaro non ha dedicato interventi specifici alla questione ma il capitolo 3 del suo recente Il futuro è nostro: "Dialettica storica e critica dei falsi realismi".

Fusaro non critica il new realism sulla base di un argomentazione articolabile in premesse e conclusioni, bensì invocando l'opinione di vari filosofi a sostegno della sua critica: 1) Gentile, 2) Heidegger, 3) la dialettica (hegeliana).
In consonanza con 1) Fusaro afferma che "la realtà esiste sempre mediata dal pensiero e, dunque, come pensato di un pensante, rendendo perciò stesso ingenuo ogni realismo assoluto (il cui pensiero della realtà assoluta è sempre l'oblio del pensiero che la pensa e che la pone come oggetto di un soggetto)".
In accordo con 2) "i fatti, le cose e la realtà si danno sempre nel quadro di una metafisica come interpretazione dell'ente considerato nella sua totalità".
3) suffraga l'antirealismo di Fusaro sulla base di mere citazioni: "coloro che affermano quella verità..."
A parte le autorità di puntello al punto di vista fusariano, non si trovano argomentazioni degne di questo nome. L'idea più volte ripetuta attraverso le variazioni stilistiche, che impreziosiscono il linguaggio formulare di questo giovane e vulcanico autore, è che il realismo sia una resa totale al capitalismo, una resa più o meno cosciente e più o meno di malafede.
Ma perché mai la realtà dovrebbe essere identificata col capitalismo tutto? Questo punto si potrebbe argomentare sulla base di 1); pertanto ci volgeremo innanzitutto a una critica del neogentilianesimo di Fusaro.

"Tutto ciò che esiste ... si dà come risultato di un porre e, in quanto tale, può essere trasformato" (p.256, c.n). Bene, ecco una tesi poco chiara che ci si aspetterebbe di veder chiarita successivamente (si abbandoni ogni speranza). Dato che F fa fede di antirealismo verrebbe innanzitutto da chiedere come possa egli parlare di "ciò che esiste", seppure "come risultato di un porre" perché sembrerebbe implicare una qualche forma di realismo necessaria ad acettare che qualcosa esista effettivamente (in quanto posto). Ma soprattutto non si capisce come si possa affermare che enti naturali come le montagne, le nuvole e le carie esistanto come "posti". Da chi? Da che? Se F vuole sostenere una dipendenza dei concetti  (di montagna, di nuvola, ecc.) dalla mente umana dovrebbe per lo meno dirlo in modo diverso.
E' probabile che Fusaro accoglierebbe la posizione di Rorty, secondo cui gli enti non dipendono causalmente dall'uomo ma ne dipendono rappresentazionalmente, ossia dai suoi schemi concettuali. Rimando qui all'analisi di Marconi (2012) che evidenzia l'ambiguità della nozione rortiana di dipendenza rappresentazionale.
Un hegeliano, naturalmente, sa la differenza tra natura e mondo umano, ed è alquanto probabile che quando F parla di esistenza tout court stia parlando in realtà di esistenza sociale, in senso lato, ossia come spirito oggettivo (Hegel) o essere sociale (Ferraris). Un idealismo di questo genere, posto che si tratti ancora di vero idealismo (in Ferraris, per esempio, coincide con una forma di "testualismo debole"), sembrerebbe più facilmente accettabile: in natura non esistono matrimoni, scuole, presidenti e denaro, ma è l'intenzionalità umana (o per Ferraris, in modo problematico, la "documentalità" ossia l'essere inscritto in tracce) che pone tali oggetti, che risulteranno di conseguenza parzialmente "soggettivi". Per riprendere la vecchia distinzione tra qualità primarie e secondarie, oggettive e soggettive, potremmo dire che esistono oggetti oggettivi, o primari, e oggetti soggettivi, o secondari.

***

Nonostante il suo idealismo neogentiliano, Fusaro si vuole filosofo marxista (e gramsciano), e pertanto la prima accusa mossa contro il (nuovo) realismo è la sua mancanza di storicità: "Il realismo aprospettico [...] predica il ritorno all'esistente pensato non storicamente". Lasciando da parte Gentile e l'atto puro si potrebbe tentare di concordare con Fusaro sul fatto che la filosofia contemporanea analitica e cognitiva non abbiano nel loro DNA lo storicismo. Questo non significa che esse non sappiano nulla della storia in generale e della storia della filosofia in particolare (si veda per esempio l'ottima storia della filosofia di un filosofo analitico come Kenny). Il problema non è la conoscenza storica (a meno che Fusaro non pensi che tutti gli analitici e i cognitivisti siano semplicemente degli ignoranti) ma lo storicismo. Per un marxista (specie per uno che si ritenga uno dei pochi veri marxisti) storicismo vuol dire dialettica o meglio: dato che la realtà è dialettica, come ci ha insegnato Engels ancor più che Marx (il quale non sembrava voler estendere la dialettica anche alla natura), la conoscenza filosofica (ossia la vera conoscenza e la vera scienza) non può che fondarsi sui modi conoscitivi della dialettica. Come argomenta Fusaro in favore della dialettica?

***

Abbiamo dunque assodato che l'obiettivo filosofico di F è ristabilire il primato dell'azione. Ora, siamo sicuri di sapere che cosa sia un'azione? Parafrasando il filosofo nazista prediletto dal nostro neoidealista, potremmo dire che noi non sappiamo che cosa significhi agire, almeno non prima di averne fatto un'analisi filosofica soddisfacente. Va notato infatti che, come per tutti (mi pare) i concetti fondamentali usati da F come armi epocali per la rivincita dell'idealismo, nessuna definizione o analisi rigorosa viene mai proposta. F potrebbe rispondere che una simile richiesta fa già parte del servilismo analitico e antidialettico. Ma una sintesi dialettica priva di un momento tetico-analitico iniziale non è una vera sintesi ma soltanto una ripetizione e un'intuizione priva di concetto, ossia, "con la grammatica di Kant", un'intuizione cieca.

***

In favore della filosofia intesa come sapere storico F adduce il desiderio di vedere recuperato il "senso del possibile". Ma se anche fosse vero che tale senso, qualunque cosa sia, è stato dimenticato, un fine desiderabile non può essere contrabbandato per una buona ragione. Si potrebbe obiettare che, per quanto desiderabile, non ci sono garanzie che lo storicismo fornisca un'effettiva conoscenza. Non è impossibile ma bisognerebbe dimostrare perché lo storicismo potrebbe costituire una modalità conoscitiva superiore ad altre.


***

Un problema ricorrente del libro (e forse dell'autore) è la volontà di anteporre l'enunciazione di scopi (ideologico-politici) all'enunciazione delle ragioni per accogliere le sue tesi. 





Bibliografia provvisoria:

Badiou, A., Logiques des mondes
Badiou, A., Deuxième manifeste pour la philosophie
Bencivenga, E., La dialettica hegeliana
Berto, F., Che cos'è la dialettica hegeliana?
Deleuze, F. e Guattari, G., Mille plateaux
Deleuze, F. e Guattari, G., Qu'est-ce que la philosophie?
Ferraris, M. Documentalità
Ferraris, M. Esistere è resistere
Ferraris, M. e Di Caro, M. Bentornata realtà!
Fusaro, D., Il futuro è nostro
Fusaro, D., Fichte, Marx, Gentile
Lowe E. J., Action Theory and Ontology, in Blackwell companion on philosophy of action.
Marconi, D. Realismo minimale
Marconi, D. Per la verità
Putnam, H.
Quante, M. Hegel's concept of action
Recalcati, M. 
Sperber, D., La contagion des idées

venerdì 6 settembre 2013

Leggendo "Organizing for the Anti-Capitalist Transition", di David Harvey

L'articolo di David Harvey "Organizing for the Anti-Capitalist Transition" si trova qui.

Espungo e commento questo paragrafo programmatico: "We urgently need an explicit revolutionary theory suited to our times. I propose a "co-revolutionary theory" derived from an understanding of Marx's account of how capitalism arose out of feudalism. Social change arises through the dialectical unfolding of relations between seven moments within the body politic of capitalism viewed as an ensemble or assemblage of activities and practices:

a) technological and organizational forms of production, exchange, and consumption

b) relations to nature

c) social relations between people

d) mental conceptions of the world, embracing knowledges and cultural understandings and beliefs

e) labor processes and production of specific goods, geographies, services, or affects

f) institutional, legal and governmental arrangements

g) the conduct of daily life that underpins social reproduction."


Cominciamo da d) "rappresentazioni mentali del mondo, relative alle conoscenze, alla cultura e alle credenze". Sembra urgente impadronirsi in prospettiva rivoluzionaria (o almeno violentemente riformista) di un'immagine corretta dei risultati delle neuroscienze. Se l'idealismo hegeliano ha fornito al marxismo la base per pensare la coscienza come autocoscienza, trasformando la dialettica servo-padrone in quella proletario-capitalista, ora quell'immagine risulta inadeguata, non solo rispetto alle narrazioni contemporanee - il che ci lascerebbe in un contesto relativistico, per cui se si parla di x bisogna considerare x come reale a prescindere dal suo fondamento materiale - ma anche da un punto di vista scientifico: la coscienza non può più essere compresa o almeno tematizzata senza fare ricorso al patrimonio delle conoscenze neuroscientifiche. La coscienza, il mentale in genere, oggi non può più trovare una definizione puramente nominale, anche se molta filosofia (continentale ma anche analitica) pensa ancora di potersi muovere in un recinto asettico, in disparte rispetto alle neuroscienze.
Ma per non buttare via il bambino con l'acqua sporca possiamo, e anzi dobbiamo, mantenere il nucleo razionale e motivazionale della dialettica, e cioè la necessaria opposizione tra individui appartenenti a classi sociali diverse, avviandoci però a una corretta ed efficace naturalizzazione del nostro pensiero politico rivoluzionario.
I neuroscienziati cognitivi (Lakoff), gli psicologi evoluzionisti (Tomasello), i biologi e gli etologi, parlano di attitudine genetica alla cooperazione (intuizione propria di alcuni teorici anarchici come Kropotkin, opposta all'erronea idea marxiana - e di un certo anarchismo - della natura umana come tabula rasa, quindi completamente plasmata dalla società).
Nessun rivoluzionario del XXI secolo, o semplicemente nessun sincero progressista può ignorare che l'animale uomo ha una struttura materiale, cognitiva e comportamentale a partire dalla quale soltanto è possibile pensare e realizzare l'azione politica.

La domanda è dunque la seguente: come intervenire politicamente in modo efficace, da sinistra?
Coloro che ritengono che l'unica risposta possibile a questa domanda sia l'accettazione del capitalismo, avrebbero naturalmente l'onere di dimostrare che il mercato, con le sue "leggi" mortifere ("onora il profitto" ha il triste corollario dello scarso valore, o nullo, della vita umana rispetto al profitto) si adatti alla struttura materialmente cognitiva dell'essere umano. Ma non possiamo aspettarci che chi esercita il dominio si senta costretto a fornire una simile dimostrazione. L'onere spetta dunque a noi anticapitalisti (comunisti e anarchici): come potremo produrre una nuova narrazione anticapitalista che abbia la possibilità di affermarsi nel proletariato mondiale? (I paesi occidentali devono ormai essere considerati una periferia estrema e residuale del movimento anticapitalista).

[to be permanently continued]

lunedì 13 maggio 2013

Marx 2.0

La forza materiale deve essere abbattuta per mezzo della forza materiale, ma la comunicazione diventa, essa pure, una forza materiale, quando s'impadronisce delle masse.

lunedì 6 dicembre 2010

Dialogo tra un sordo marxista platonico, e un sordo anarchico pseudocognitivista

  • Edoardo Acotto sospettare di tutte le "scienze" formate con nome+ismo
    10 ore fa ·

  • Italo Nobile Ma il marxismo non è una scienza, quanto un programma di ricerca. E io, al contrario di Marx, uso il termine "Marxismo" pur diffidandone. La verità è una risultante e contribuisce chi si espone.
    10 ore fa · ·

  • Edoardo Acotto
    ecco se mi dici che il marxismo non è una scienza allora sì che se ne può parlare...
    PS ma scusa Marx non diceva di non essere marxista? Io però penso che abbia ragione Chomsky, a diffidare delle dottrine che vengono irrigidite e simboleggia...te col nome del loro iniziatore (marxismo, leninismo, freudismo, darwinismo ecc.)Mostra tutto

    10 ore fa ·

  • Italo Nobile Ma dire di appartenere ad una Famigghia, non vuol dire che non dai tre pallottole al tuo fratellino...
    9 ore fa · ·

  • Edoardo Acotto sì ma un fisico relativista non dice: sono un einsteiniano, come mai?
    circa un'ora fa ·

  • Italo Nobile Beh, c'è l'interpretazione di Copenaghen ad es. e quelli che sono contro l'interpretazione di Copenaghen della MQ
    59 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto sì ma non si chiamano bohriani o heisenberghiani o che so io. Chosmky sfotte bene il tarlo implicito nel reclamarsi alla firma (Deleuze) di un pensatore.
    "Hegeliani", "heideggeriani", "deleuziani", "derridiani" ecc.

    52 minuti fa ·

  • Italo Nobile Dire di essere deleuziani è ammettere che non c'è scienza. Gli scienziati rispettano rigidamente il centralismo democratico. Altrimenti ammetterebbero una debolezza.
    48 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto ecco, me invece c'è scienza eccome.
    46 minuti fa ·

  • Italo Nobile Le differenze ci sono, ma vengono rimosse. Forse c'è un metodo unitario di verifica, ma non credo neanche questo. C'è una forte ideologia nella scienza. E forti interessi materiali pure. Pensa se dicessero apertamente di schierarsi. Forse perderebbero il rispetto di quelli che scienziati non sono
    46 minuti fa · ·

  • Italo Nobile Io sono un po' feyerabendiano. Qualcosa va, ma non si sa cosa
    45 minuti fa · · 1 personaCaricamento in corso... ·

  • Edoardo Acotto
    Sono questioni marginali e che non scalfiscono di un'unghia il lavoro che uno scienziato onesto e intelligente fa e deve fare.
    Nella scienza, prima che ideologia, ci sono oggetti, formalismi e vincoli metodologici e logici senza i quali non ...si produrrebbe conoscenza del mondo esterno. Che nonostante tutte le ideologie mi pare una cosa essenziale anche per coloro che preferiscono riflettere su altri mondi possibili, me compreso.Mostra tutto

    42 minuti fa ·

  • Edoardo Acotto Sì poi però quando Ratzinger lo ha citato contro Galilei lui era dispiaciuto...
    40 minuti fa ·

  • Italo Nobile Lo scienziato onesto mi sembra un ipotesi ad hoc
    39 minuti fa · ·

  • Italo Nobile Feyerabend piace molto ai Cattolici perchè fa dire cazzate a tutti. Un sincero anarchico
    39 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    Ne conosco a carriolate. L'onestà intellettuale è un'idealizzazione utile per impostare il discorso, se no è chiaro che chiunque piega qualsiasi cosa a qualunque fine schifoso.
    Ma basta guardare da vicino come lavorano gli scienziati e ci si... rende conto che i filosofi che parlano di loro non sanno di che parlano.Mostra tutto

    37 minuti fa ·

  • Italo Nobile Gli scienziati se parlano dicono più cazzate dei filosofi...vedi un po' tu come si è combinati.
    Gli scienziati sono come quello maledetto da Alex Drastico: stanno muti tutto il tempo tranne pochissimi minuti dove dicono cazzate inenarrabili

    35 minuti fa · ·

  • Italo Nobile Oddio se parlano con i loro formalismi, tanto rispetto per il pidgin, però se vogliono trasmettere conoscenza sono più coglioni di noi.
    Prendi Zichichi, Boncinelli, Odifreddi. Valgono Baricco

    34 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    Ma va, Zichichi è un coglione, gli altri due no per nulla e mi risulta che sia Odifreddi il più divulgativo. Ma questo name dropping è ad hoc, questo sì. Che c'entrano i singoli?
    E se tu chiami pidgin la matematica e la fisica, scusa tanto m...a mi sa che ti sfugge qualcosa.
    Il sapere matematico non si può "divulgare" al 100%, esattamente come a un ascoltatore naif non si può spiegare la musica come pensata e vissuta dal compositore.
    Certa conoscenza è incomunicabile a prescindere dal suo formalismo, appunto quella insita nella matematica, nella logica, nella musica, forse pure nella fisica.
    Puoi anche provare parafrasare e divulgare, ma non conservi integralmente l'informazione, ovvio.
    Mostra tutto

    25 minuti fa ·

  • Italo Nobile
    Per me non è tanto ovvio. Per me è un problema serio. Ovviamente lo scienziato ci può passare sopra, tanto a lui che frega ? Dice quattro cazzate e si sdraia. Tanto è lo scienziato.
    Whitehead del rapporto tra mondo della fisica e mondo quoti...diano ne faceva un problema filosofico e anche lo Husserl della Crisi.
    Per me ripeto si tratta di un problema serio.
    Ovviamente fin quando non si risolve, per me dal punto di vista filosofico uno scienziato vale quanto un sofferente mentale. Si legge quello che scrive, ma come una sintomatologia.
    Mostra tutto

    20 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    e non ti viene in mente che anziché psicoanalizzare gli scienziati sarebbe meglio psicoanalizzare i nevrotici?
    Voglio dire, la scienza funziona, e basta che funzioni, poi il filosofo filosofeggia e chiarisce i concetti che gli scienziati las...ciano confusi e oscuri. Ma da qui a pretendere di avere il punto di vista migliore perché "la scienza non pensa" e simili amentià, passa la distinzione tra un lavoro intellettuale che si confronta con la realtà e uno che si confronta coi propri concetti, insomma la differenza tra materialismo e idealismo.
    Ah già, ma tu sei platonico...
    Be', per me è seriamente inconcepibile.
    Mostra tutto

    15 minuti fa ·

  • Italo Nobile
    Non si tratta di psicoanalizzare, ma si tratta di dare una rappresentazione a cose che valgono solo perchè funzionano
    Ma le cose che valgono solo perchè funzionano al massimo sono il trapano e il commissario Rex. Ma una persona se deve spieg...are. Non è che fa come Clint Eastwood, spara e lo intervistiamo o diciamo "Chi sa fa e chi non sa insegna". Perchè così arriviamo ai figli dei camorristi che non vanno a scuola e a Berlusconi con le tre I, le tre D etc etcMostra tutto

    8 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    ecco adesso ci manca solo che tu dica che camorra e Berlusconi sono colpa dell'atteggiamento scientifico.
    Ben vengano tutte le epoché, purché i filosofi non dimentichino che il pensiero filosofico è una modalità derealizzante della mente uma...na.
    Scienza e filosofia sono cose completamente diverse. La scienza funziona, spiega il mondo in maniera progressivamente sempre più limpida e per capirla bisogna farsi un culo così.
    La filosofia per parte sua illumina zone d'ombra dell'umano, ma si presta anche a fraintendimenti ed errori a prova di bomba, nonché a dottrine misteriche e inverificabili che corroborano soltanto la psiche dei suoi adepti (vedi certo postmodernismo, certo heideggerismo, certa filosofia cristiana ma anche un certo marxismo).
    Mostra tutto

    circa un minuto fa ·

venerdì 26 novembre 2010

Dialogo tra un pessimista anarchico e un marxista intelligente

Marxista: [...] Stiamo aprendo una prospettiva anarco-socialista, ovvero la ricomposizione della frattura della prima internazionale. In effetti i tempi sono maturi :-)

Anarchico: certo! E comunque era tutta colpa dei marxisti :-D

Marxista: Beh, alcuni marxisti hanno certo contribuito, eccome, sia nella teoria che soprattutto nella prassi. Ma non tutti.
A parte gli scherzi, penso proprio che molte delle ragioni che dividevano anarchici da socialisti siano state superate, a partire dalle condizioni di un'efficace auto-organizzazione dal basso favorita dalle nuove tecnologie di comunicazione per finire con il fatto che anche il movimento socialista ha presto atto dei problemi enormi che sorgono scorporando il tema delle libertà individuali dagli obiettivi
di giustizia sociale.

Anarchico: sì, ma soprattutto, anche i socialisti hanno capito che la scienza non è quella marxista...

Marxista: su questo sono pronto a confrontarmi, perché sia nelle scienze sociali che nelle scienze economiche il contributo dei marxisti è stato notevole e anche più dinamico di quel che si tende a
rappresentare.
Pensa a Oskar Lange, che ebbe il coraggio di criticare la teoria del valore marxiana rinnovando così la teoria economica marxista con innesti neoclassici, dimostrò matematicamente che il piano è uno strumento di allocazione migliore del mercato perché in grado di riprodurre gli effetti allocativi di quest'ultimo, ma anche di produrne di altri, a seconda degli obiettivi sociali desiderati. Ancora comprese che il piano è in grado di asservire il mercato ai proprio fini allocativi.
http://it.wikipedia.org/wiki/Oskar_Lange (meglio la versione inglese)
Oggi la sociologia mondiale riscopre le categorie gramsciane e marxiane e l'economia il dirigismo, che è un'economia di piano che si dichiara capitalista per non occuparsi troppo delle responsabilità sociali, trionfa ovunque e soprattutto è il modello della potenza in crescita, quella cinese. E per quanto fosse imperfetta, l'economia di piano sovietica, pur applicata alla cappero che peggio non si poteva perché continuamente violentata dalle cicliche purghe di esperti e dagli ukaze politici che pretendevano obiettivi deliranti, ha permesso ad un paese di secondo piano di diventare la seconda potenza economica e industriale del pianeta in pochi decenni. E da quando c'è stata la transizione al capitalismo, non c'è stato il tanto profetizzato decollo russo, ma un'agonia economica e demografica che ha obbligato la Russia a dipendere dalle esportazioni di materie prime come gas e petrolio, al pari della Nigeria o del Venezuela. Secondo me c'è ancora troppa pressione ideologica per riconoscere anche le virtù, oltre che i limiti, della pianificazione socialista o del socialismo di mercato.

Anarchico: ecco non nego che ci siano (stati) marxisti colti e intelligenti, quello che negherei è che il loro marxismo abbia dato qualche apporto decisivo al loro lavoro intellettuale. Ma queste sono questioni inutili.
Voi marxisti siete affascinati dallo sviluppo tecnologico, che vi pare un bene primario.
Prima la società, poi l'individuo. Io invece credo che una società che sacrifichi anche solo un individuo non abbia alcuna legittimità morale, figuriamoci politica.
Mi obietterai forse che la razionalità impone vincoli, ma anche l'etica è razionale, si tratta solo di decidere se riferirsi all'economia o all'etica (tanto per riprendere le categorie dello spirito crociane)
Io credo che il mito dello sviluppo economico sia tipicamente otto-novecentesco e ormai morto e sepolto, e che per impostare un nuovo modello di sviluppo basato sulla decrescita ("sviluppo sostenibile" mi sembra un concetto ipocrita) si debbano abbandonare un bel po' di convinzioni marxiste.
(Che l'URSS crescesse e la Russia putiniana no, da un punto di vista epistemologico non è UNA DIMOSTRAZIONE di niente, anche se sappiamo tutti che dopo il crollo del regime il capitalismo mafioso ha preso in mano tutto quanto)
Il marxismo dice molto sul sistema, ma nulla sull'individuo, che viene sempre trattato come astrazione idealizzata, il che all'occorrenza può giustificare le purghe (non che le giustifichi davvero, e non che io creda che nessuno pensi che le giustifichi; ma sembra essere un fatto che il bolscevico crede nella necessità di salvare la rivoluzione massacrando i rivoltosi di Kronstadt).
Un'altra cosa notevole, anche se solo fenomenologica, è questa: nel mondo nessun grande intellettuale si riferisce più al marxismo se non, com'è giusto, come a una delle tante dottrine da cui si può prelevare qualcosa di buono senza tentare di salvarne la sacra coerenza.

Io direi così: se la tua scienza è buona, la praticherai con successo senza sentire il bisogno di magnificarne a tutti le grandi virtù. Ma se la tua scienza non produce buoni risultati (e mi pare proprio il caso del marxismo) allora non esitare a cercare altre scienze più produttive.
E bada che questo discorso non va confuso con il perserverare nella difesa dei propri ideali: quelli vanno difesi SEMPRE, a prescindere dal successo o dall'insuccesso empirico ottenuto nel difenderli.
Ma etica e scienza stanno su piani separati

[cfr. anche Dialogo tra un sordo marxista platonico, e un sordo anarchico pseudocognitivista]

giovedì 27 maggio 2010

Piccolo manifesto metaforico per la Sinistra e il Pensiero (in fieri)

Dopo ripetute conversazioni con alcuni esponenti della Sinistra torinese, associazionista e partitica, ho deciso di intervenire a gamba tesa nel dibattito, iniziando a scrivere un piccolo manifesto ("bisogna scrivere documenti!", mi si dice).
La mia convinzione è che la Sinistra non abbia più parole d'ordine, non dico valide, ma di nessun genere.
Abbiamo rinunciato a tutto, anche ai pensieri, e la nostra debolezza pratica deriva dalla nostra inconsistenza teorica.
Voglio che si torni a pensare la politica, senza remore, liberamente prelevando concetti militanti dal corpo della filosofia, delle scienze, della storia e dell'arte, come mi hanno insegnato a fare i migliori filosofi postmoderni: Gilles Deleuze e Jacques Derrida, tra i morti; Alain Badiou e Slavoj Zizek tra i viventi (e Capitini insegna la compresenza dei morti e dei viventi).

Sono uno dei tanti che ha questo desiderio di pensare fuori dai vincoli suicidi delle necessità concrete, dei patteggiamenti, degli apparentamenti, delle strategie e delle tattiche, sempre perdenti e umilianti.
Perché la Sinistra possa respirare, e con essa una nuova società e una nuova umanità, ciascuno di noi deve dare forma espressiva al proprio pensiero politico.
Con tutti i miei limiti teorici e pratici, io comincio.

***

Piccolo manifesto metaforico per la Sinistra e il Pensiero (in fieri)



1) Soggetto politico è il soggetto fedele a certe verità.

2) La triplice verità sintetica della Sinistra è che gli uomini sono liberi, uguali e fraterni.

2.1) Libertà è la verità contraria a ogni tipo di autoritarismo, di destra e di sinistra; Uguaglianza è la verità contraria al capitalismo; Fraternità è la verità dell'empatia e della nonviolenza.

3) Il capitalismo è il falso sistema sociale che ha distrutto libertà, uguaglianza, fraternità.

3.1) Il capitalismo ha distrutto anche l'idea che libertà, uguaglianza, fraternità siano delle verità (o dei valori).

3.2) La Sinistra è anti-capitalista o non è Sinistra.

4) Il capitalismo è il simbolo dell'umanità deietta.

4.1) Il capitalismo non si può riformare ma solo combattere, indebolire, sconfiggere e superare.

5) Anarchia è il nome della Sinistra fedele a libertà, uguaglianza e fraternità.

5.1) Marxismo è il nome della Sinistra che non ha saputo essere fedele alle verità della Sinistra.

5.2) Il Marxismo non è una forma scientifica di pensiero politico, bensì una ottocentesca filosofia idealista e anti-scientifica.

5.3) Seppellire il cadavere del Marxismo, qualunque sia la sua varietà "neo-" e "post-", è una condizione necessaria per una Sinistra pensante.

6) L'Anarchia è l'organizzazione anti-capitalista del futuro dell'umanità.

7) La sintesi di Anarchia e Nonviolenza è il compito della Sinistra del futuro.

8) Se un'umanità degna di questo nome ha un futuro, non può essere che la Sinistra.

9) Il futuro del capitalismo è la morte dell'umanità.

10) Piuttosto che farci distruggere dal capitalismo pensiamo a distruggere il capitalismo.