Ingannando mio padre, riuscii a vedere per tre volte Excalibur.
Era la scena di sesso tra Ginevra e Lancillotto, quella che più mi emozionava, e che mi spinse alla prima menzogna importante della mia vita.
E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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sabato 21 settembre 2019
martedì 27 giugno 2017
L’unico neo (Roman nouveau, 19)
L’unico neo
Seguivo i corsi di Badiou e Rancière, per il mio DEA, e andavo spesso a sentire Derrida all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS). Quell'anno teneva un corso sul Perdono, che poi è diventato un suo libro. Anche se con Derrida mi sembrava di avere chiuso, ci tenevo a vedere finalmente il filosofo che per qualche anno avevo reputato il più grande del mondo. E poi, da Derrida ci andavo insieme a Lilia, l’amica russa, e con lei sarei andato a sentire chiunque, forse persino Bernard Henry Lévy.
Con le ragazze torinesi andava tutto bene, eravamo diventati amici e ci frequentavamo abbastanza spesso: facevamo aperitivi, cene, feste, andavamo al cinema e alle mostre. Erano tutte fidanzate, il che rendeva la loro frequentazione allo stesso tempo aproblematica e disperante. Tutti quelli che frequentavo erano fidanzati, tranne me e il mio coinquilino Yves.
In effetti l’unico neo della mia vita parigina era proprio Yves. Era simpatico ma pesantissimo. Un chiummo, direbbero a Palermo. Non sapeva cucinare e quando cucinavo per me non diceva mai no alla mia offerta di cucinare anche per lui. In realtà mi ero presto rotto il cazzo di cucinare sempre anche per lui: cucinavo prevalentemente pasta (“Je fais des pâtes...”, “Très bien, merci!”) sperando di dargli la nausea di pasta. Contavo sul fatto che un francese non possa mangiare sempre pastasciutta come un italiano, ma mi sbagliavo.
Cucinare per lui, però, era il meno. Anche il fatto che le pulizie a lui assegnate lasciassero alquanto a desiderare era tutto sommato sopportabile, nel frame di bohème che volevo usare per concepire la nostra vita studentesca.
La cosa peggiore era questa. Quando alla sera leggevo al mio tavolo bevendo la birra, spesso mi interrompevo per chiacchierare di filosofia con Yves nell'altra stanza. Una sottile porta condannata separava la mia stanza dalla sua, permettendoci di comunicare. I nostri dialoghi filosofici avevano qualcosa di psicoanalitico e di confessionale, sentivamo vicinissima la voce dell'altro senza poterlo vedere. L'altro, ridotto a pura phoné. A differenza che nel setting psicoanalitico, l'altro stava davanti anziché dietro, ma era comunque perfettamente invisibile. Questa modalità comunicativa favoriva il nostro pensiero: non ci lasciavamo influenzare dagli atteggiamenti corporei, dalle micro-espressioni facciali, non ci facevamo sviare da segnali di fastidio che non fossero inclusi unicamente nella voce altrui. Questi segnali di fastidio in realtà arrivavano spesso, perché sia Yves che io ci identificavamo completamente con Lo Studente Di Filosofia, il chierico del lógos e dell'epistéme, preso in un inarrestabile ascetico divenire-sapiente. Il dissenso era per noi necessario ma doloroso: non pensavamo che si potessero avere idee differenti sulle questioni metafisiche fondamentali, uno doveva avere ragione e l'altro torto, non per una questione di verità (noi studenti postmoderni decostruivamo il concetto di verità) ma chiaramente per volontà di potenza. È vero che cercavamo di sfumare le nostre divergenze formulando molte delle nostre affermazioni in modo ipotetico o eteroriferito (“Deleuze direbbe che...” “Per me è come se...” “Forse di potrebbe ipotizzare che...”), ma sullo sfondo era chiaro che entrambi pugnavamo per la potenza della verità, o la verità come potenza.
Io però ero un deleuziano che studiava con Badiou, e lui un derridiano che studiava con Rancière (anche lui come Bruno). E tra deleuziani e derridiani è noto che non corra buon sangue, perché l'attitudine deleuziana esclude a priori l'infinita estenuazione dell'ermeneutica decostruzionista. Dove Derrida vede un'opposizione metafisica da decostruire e riconnettere all'Assoluto a-venire, Deleuze vede un'opposizione micropolitica nella quale entrare a gamba tesa per posizionarsi a fianco dell'istanza minoritaria.
In ogni caso Yves beveva più di me, anche se non durante la settimana. Lui stesso si definiva un alcolista periodico: iniziava a bere il venerdì sera, e il sabato sera raggiungeva l'acme, spesso in compagnia di ragazze fighe che si scopava ma finendo poi coinvolto in risse delle quali non ricordava nulla, tranne che si era ritrovato senza portafogli e sporco di sangue.
Era simpatico e intelligente, ma era un ossessivo, e non c'era verso di interrompere una conversazione filosofica una volta avviata, motivo per cui col tempo cercavo di contenerlo. Quando la conversazione intra-porta aveva inizio, mi dicevo sempre che dovevo cercare di non lasciarla deragliare troppo, ma poi andavamo avanti anche per un'ora, sempre così, da una parte e dall'altra del diaframma ligneo che separava i nostri corpi maniacali parlanti.
Un aneddotto brutto. Dopo una serata alla Flèche d'or, Yves e io in compagnia dei miei amici italiani andiamo a casa di Caterina, ci divertiamo, stappiamo una bottiglia dietro l'altra. Yves beve in eccesso, come sempre, e si ubriaca fino a estraniarsi dalla situazione collettiva. All'ora di rientrare - oramai era mattina - invito Yves ad alzarsi dal canapé : lui biascica di no, e alle mie insistenze amichevoli mi insulta dicendomi di ficcarmi fuori dai coglioni e che non sono altro che un poliziotto (un poliziotto!) anche se studio con Badiou.
Decido così di lasciarlo da Caterina, se lei non è contraria. Ce ne andiamo tutti via, e anziché crollare dal sonno come aveva lasciato intendere, Yves si getta a baciare Caterina, all'improvviso e senza nessun preambolo. Caterina lo respinge, sorpresa ma gentile, com'è nella sua natura, poi gli dedica l'intera notte per spiegargli che è soltanto ubriaco e che ci prova con lei come avrebbe potuto provarci con Giulia o Giada, o con chiunque altra.
È vero, dice Yves, ma il fatto che io ci provi con te non è indifferente. Questa è la conclusione di Yves: il fatto che io ci provi con te non è indifferente.
martedì 15 febbraio 2011
San Valentino e la crisi dell’amore (Vogue20)
[Pubblicato su Vogue.it]
In un libro recentemente tradotto in italiano, Elogio dell’amore (Neri Pozza), il filosofo francese Alain Badiou sostiene che l’amore è il mondo del Due, ossia una forma di esistenza non più isolata e immersa nel narcisismo dell’ego. Ma sembrano essere sempre meno coloro che hanno ancora voglia di sdoppiare il loro mondo, per non dire moltiplicarlo e aprirlo alla relazione con gli altri.
Che senso ha la festa degli innamorati, oggi? L’invenzione della festa di San Valentino viene fatta risalire alla cerchia del poeta inglese Geoffrey Chaucer (1343-1400) e si sovrappone ai precedenti lupercalia romani, celebranti la fertilità. La produzione industriale delle cartoline amorose (“valentine”) risale al XIX secolo, ovviamente negli USA, ma la tradizione proviene dal Regno Unito e risale più indietro nel passato.
In Italia la festa di San Valentino, come Halloween, è forse diventata popolare anche grazie alle strisce dei Peanuts: più di un bambino timido della mia generazione si sarà identificato con il povero Charlie Brown, in ansia per una valentina che non giunge mai.
Il senso dell’amore sta più nel desiderio che nel possesso, come molti filosofi hanno ben visto (di solito condannando il desiderio amoroso).
Ma in una società in cui giovani ragazze possono prostituirsi a vecchi uomini di potere, adducendo una “relazione affettiva” come giustificazione buona solo per gli spiriti dormienti, la festa degli innamorati rischia di apparire come una festa fuori tempo e surreale.
Il problema è generale: la festa nella società contemporanea ha perso sia l’aura sacra che il senso laico. Le nostre festività sono posticce e intrise di irredimibile consumismo (mentre scrivo mi accorgo che il WWF mi ha inviato via mail una campagna a proprio sostegno per San Valentino, con immagini di animali apparentemente intenti in effusioni amorose: senza capire bene perché, provo una leggera vergogna…).
Se il fulcro di ogni festa contemporanea viene eroso e svuotato di senso, in una società che venera il sesso - eventualmente prezzolato - l’amore non è un valore capace di arginare la mercificazione nichilista. Sembra che Nietzsche avesse ragione: nel suo tramontare, la società occidentale non conserva intatto alcun valore e non sa (per ora?) crearne di nuovi e autentici.
sabato 4 dicembre 2010
Lezioni cinematografiche di cunnilingus. Kaboom di Gregg Araki (Vogue14)
Pubblicato su Vogue.it
Se volete vedere un film che mescola generi e citazioni, Twin peaks con Matrix e il Dottor Stranamore, Eyes Wide Shut con Strange days e Le streghe di Eastwick, il tutto condito da un irresistibile erotismo lesbo-gay appena attenuato dalla commedia, non perdetevi il nuovo film del regista nippo-americano Gregg Araki, in questi giorni sugli schermi del Torino Film Festival: Kaboom, già vincitore della Queer Palm al Festival di Cannes 2010.
Se volete vedere un film che mescola generi e citazioni, Twin peaks con Matrix e il Dottor Stranamore, Eyes Wide Shut con Strange days e Le streghe di Eastwick, il tutto condito da un irresistibile erotismo lesbo-gay appena attenuato dalla commedia, non perdetevi il nuovo film del regista nippo-americano Gregg Araki, in questi giorni sugli schermi del Torino Film Festival: Kaboom, già vincitore della Queer Palm al Festival di Cannes 2010.
Non manca nulla per divertirsi: un ritmo rapidissimo, bravi attori giovani, belli e molto sexy (Roxane Mesquida è una strega lesbica che non perdona), humour, mistero, visioni, complotti, inseguimenti, travestimenti, personaggi bizzarri e sesso soft. Ma neanche tanto soft, se si considera la piccola lezione di cunnilingus per machos troppo pieni di sé: la vagina non è un piatto di spaghetti e il clitoride è come un piccolo pene, va trattato di conseguenza…
L’atmosfera è surreale e fumettistica, ma il film non si dimentica mai dello spettatore e, nonostante il sovrapporsi di colpi di scena ai limiti della credibilità, non c’è nemmeno un momento di noia.
Belle musiche post-rock e un finale a sorpresa più che esaltante: di che uscire dalla sala con l’aria pienamente soddisfatta. E con qualche consolidamento delle proprie nozioni sessuali.
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