E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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lunedì 17 luglio 2017

Maman à Paris (Roman nouveau, 28)


Il 20 febbraio 1998, mia madre arrivò a Parigi. Andai a prenderla alla Gare de Lyon e prima ancora che salissimo sul métro che ci avrebbe portati al 54 di rue de Lancry, dove abitavo con Yves, mi aveva già detto che papà era in ospedale da tre settimane. Per "una crisi di fegato”. Quando ci incamminammo ero quasi contento di sentire che papà era in ospedale: credevo che lo avrebbero salvato, e che finalmente avrebbe iniziato a curarsi.
Non è il caso di infierire contro mia madre, sull’assurdità del suo finto essere tranquilla, anche se aveva visto mio padre giallo d'ittero ricoverato per tre settimane. Neppure voglio colpevolizzarla perché non mi aveva detto nulla, lasciandomi partire tranquillo per l’Inghilterra per passare le mie stupide vacanze di fine semestre. Tuttavia… Ne riparlerò.
Salimmo sul métro che doveva condurci alla fermata Jacques Bonsergent, dove abitavo accanto a Place de la République, in una viuzza che portava dritto dritto al famoso Hotel du Nord degli amanti del film. Il mio souvenir riguarda una frase della mamma: «Però, ieri, è insorta una complicazione». Quale complicazione? Era partita prima di avere notizie, nel pomeriggio avrei dunque dovuto telefonare alla sorella di mio padre per saperne di più. Ma perché era venuta a Parigi nonostante il ricovero di papà? La sua spiegazione fu la seguente: avrebbe perso i soldi del biglietto da lungo tempo prenotato.
Io tendo a sostituire questa giustificazione assurda con il suo desiderio inconscio di informarmi di persona del ricovero di papà.
Arrivammo a casa, dove ci aspettava Yves: le presentazioni tra lui e la mamma furono coerentemente poco festose. Mi precipitai al telefono per chiamare a Torino la vecchia zia. Parlava con un tono mogioe anestetizzato: disse che papà era grave. Lo disse come se fosse la cosa più ovvia e risaputa del mondo, ma a me sembrava del tutto irreale. Avevo l'impressione paranoica che mi avessero volutamente tenuto all'oscuro delle condizioni di mio padre.
La zia disse che i medici avevano parlato di due o tre giorni. Che tipo di giorni, mi domandai? Il mio io si stava rapidamente sdoppiando in un personaggio e uno spettatore di un film con me stesso per protagonista.
Capii d’un colpo, ma con leggero ritardo, che si parlava per la prima volta – e nella mia unica esistenza – si parlava per l’eternità futura dei probabili ultimi due o tre giorni che avrebbero separato mio padre dalla sua morte.

giovedì 13 luglio 2017

Place des Vosges (Roman nouveau, 24)

Man mano che il mio fallimento diventava evidente, trovavo sempre più conforto nella bellezza di Parigi. Che tipo di bellezza ha una città? Si tratta di una bellezza che il genere umano conosce da millenni, il fascino delle città babilonesi o egizie doveva colpire dolorosamente gli uomini che vi erano esposti, come qualcosa di meraviglioso, sacro e inquietante, umano e divino. Posso solo provare a immaginare che cosa provasse un giorno lontano nei secoli un giovane contadino varcando per la prima volta in vita sua la porta di Ishtar.
Il grande Kant, nella Critica del Giudizio, dà diverse geniali definizioni di bellezza*, che personalmente ritengo estremamente valide ancora oggi che ho studiato molta più filosofia di quando ero a Parigi. Ma le definizioni kantiane non si applicano alla bellezza delle città, artefatti umani con la proprietà di apparire semi-naturali. Parigi mi appariva bella in modo violento, inutile e triste, come una donna che ti fa desiderarla e non si accorge di te, ma non puoi smettere di sperare che ti rivolga lo sguardo.
Affranto per la prospettiva di non poter legittimare la mia presenza a Parigi agli occhi della mia classe sociale, di mio padre, di me stesso, attraversavo le strade di Parigi riempiendomi gli occhi di immagini urbane, sempre più cosciente di condurre un’esistenza precaria, persona sbagliata nel luogo, ahimé, sbagliato, perché a me non destinato.
Attraversavo i ponti di Parigi guardando la Senna e le due rive, in prospettiva, mentre mi muovevo, immaginando una sequenza filmica in camera-car, innalzavo gli occhi ai pinnacoli di Notre-Dame, scendevo e risalivo nella metro, talvolta a caso, come in una deriva psicogeografica situazionista.
Uno dei miei luoghi preferiti era banalmente Place des Vosges. Giada, la bella ballerina torinese, vi affittava una stanza, nella casa di una vecchietta miliardaria e alcolizzata.
Tutte le volte che si trattava di riaccompagnare le ragazze a casa, io non mi tiravo indietro (tutti noi studenti italiani, ritenevamo che a Parigi fosse meglio che le ragazze non andassero in giro da sole la notte, e infatti seppi più tardi che un’amica di Yves era stata violentata una notte per strada, non lontano da Place des Vosges).
Una sera riaccompagnai Giada. Entrammo in quella meravigliosa piazzetta, ormai deserta, verso l’una di notte. Tutto taceva, sembrava di essere in una qualunque piazzetta sperduta, e invece è considerata la piazza più bella di Parigi. Anche Victor Hugo aveva una casa lì, al numero 6, ma questo l’ho scoperto più tardi. Quando riaccompagnavo Giada a casa, o quando andavo a trovare Caterina, che abitava subito oltre la piazza, io guardavo quei magnifici palazzi con le facciate rosse, i portici con gli archi a tutto tondo, i tetti di ardesia, gli abbaini misteriosi, da uno dei quali si affacciava la stanzetta di Giada, che a trovare quella stanzetta a poco prezzo aveva avuto un grandissimo culo.
Giada aveva un grandissimo culo in tutti i sensi, ma io ero un maschio non-alfa: riaccompagnavo e tornavo a casa mia a ubriacarmi di più. *1. Il Gusto è la facoltà di giudicare un oggetto o un modo rappresentativo mediante un compiacimento, o un dispiacimento, senza alcun interesse. L'oggetto di tale compiacimento si chiama bello; 2. bello è ciò che piace universalmente senza concetto; 3. bellezza è forma della conformità a scopi di un oggetto, in quanto essa viene percepita senza rappresentazione di uno scopo; 4. bello è ciò che viene riconosciuto senza concetto come oggetto di un compiacimento necessario.

martedì 27 giugno 2017

L’unico neo (Roman nouveau, 19)


L’unico neo

Seguivo i corsi di Badiou e Rancière, per il mio DEA, e andavo spesso a sentire Derrida all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS). Quell'anno teneva un corso sul Perdono, che poi è diventato un suo libro. Anche se con Derrida mi sembrava di avere chiuso, ci tenevo  a vedere finalmente il filosofo che per qualche anno avevo reputato il più grande del mondo. E poi, da Derrida ci andavo insieme a Lilia, l’amica russa, e con lei sarei andato a sentire chiunque, forse persino Bernard Henry Lévy.
Con le ragazze torinesi andava tutto bene, eravamo diventati amici e ci frequentavamo abbastanza spesso: facevamo aperitivi, cene, feste, andavamo al cinema e alle mostre. Erano tutte fidanzate, il che rendeva la loro frequentazione allo stesso tempo aproblematica e disperante. Tutti quelli che frequentavo erano fidanzati, tranne me e il mio coinquilino Yves.
In effetti l’unico neo della mia vita parigina era proprio Yves. Era simpatico ma pesantissimo. Un chiummo, direbbero a Palermo. Non sapeva cucinare e quando cucinavo per me non diceva mai no alla mia offerta di cucinare anche per lui. In realtà mi ero presto rotto il cazzo di cucinare sempre anche per lui: cucinavo prevalentemente pasta (“Je fais des pâtes...”, “Très bien, merci!”) sperando di dargli la nausea di pasta. Contavo sul fatto che un francese non possa mangiare sempre pastasciutta come un italiano, ma mi sbagliavo.
Cucinare per lui, però, era il meno. Anche il fatto che le pulizie a lui assegnate lasciassero alquanto a desiderare era tutto sommato sopportabile, nel frame di bohème che volevo usare per concepire la nostra vita studentesca.
La cosa peggiore era questa. Quando alla sera leggevo al mio tavolo bevendo la birra, spesso mi interrompevo per chiacchierare di filosofia con Yves nell'altra stanza. Una sottile porta condannata separava la mia stanza dalla sua, permettendoci di comunicare. I nostri dialoghi filosofici avevano qualcosa di psicoanalitico e di confessionale, sentivamo vicinissima la voce dell'altro senza poterlo vedere. L'altro, ridotto a pura phoné. A differenza che nel setting psicoanalitico, l'altro stava davanti anziché dietro, ma era comunque perfettamente invisibile. Questa modalità comunicativa favoriva il nostro pensiero: non ci lasciavamo influenzare dagli atteggiamenti corporei, dalle micro-espressioni facciali, non ci facevamo sviare da segnali di fastidio che non fossero inclusi unicamente nella voce altrui. Questi segnali di fastidio in realtà arrivavano spesso, perché sia Yves che io ci identificavamo completamente con Lo Studente Di Filosofia, il chierico del lógos e dell'epistéme, preso in un inarrestabile ascetico divenire-sapiente. Il dissenso era per noi necessario ma doloroso: non pensavamo che si potessero avere idee differenti sulle questioni metafisiche fondamentali, uno doveva avere ragione e l'altro torto, non per una questione di verità (noi studenti postmoderni decostruivamo il concetto di verità) ma chiaramente per volontà di potenza. È vero che cercavamo di sfumare le nostre divergenze formulando molte delle nostre affermazioni in modo ipotetico o eteroriferito (“Deleuze direbbe che...” “Per me è come se...” “Forse di potrebbe ipotizzare che...”), ma sullo sfondo era chiaro che entrambi pugnavamo per la potenza della verità, o la verità come potenza.
Io però ero un deleuziano che studiava con Badiou, e lui un derridiano che studiava con Rancière (anche lui come Bruno). E tra deleuziani e derridiani è noto che non corra buon sangue, perché l'attitudine deleuziana esclude a priori l'infinita estenuazione dell'ermeneutica decostruzionista. Dove Derrida vede un'opposizione metafisica da decostruire e riconnettere all'Assoluto a-venire, Deleuze vede un'opposizione micropolitica nella quale entrare a gamba tesa per posizionarsi a fianco dell'istanza minoritaria.
In ogni caso Yves beveva più di me, anche se non durante la settimana. Lui stesso si definiva un alcolista periodico: iniziava a bere il venerdì sera, e il sabato sera raggiungeva l'acme, spesso in compagnia di ragazze fighe che si scopava ma finendo poi coinvolto in risse delle quali non ricordava nulla, tranne che si era ritrovato senza portafogli e sporco di sangue.
Era simpatico e intelligente, ma era un ossessivo, e non c'era verso di interrompere una conversazione filosofica una volta avviata, motivo per cui col tempo cercavo di contenerlo. Quando la conversazione intra-porta aveva inizio, mi dicevo sempre che dovevo cercare di non lasciarla deragliare troppo, ma poi andavamo avanti anche per un'ora, sempre così, da una parte e dall'altra del diaframma ligneo che separava i nostri corpi maniacali parlanti.

Un aneddotto brutto. Dopo una serata alla Flèche d'or, Yves e io in compagnia dei miei amici italiani andiamo a casa di Caterina, ci divertiamo, stappiamo una bottiglia dietro l'altra. Yves beve in eccesso, come sempre, e si ubriaca fino a estraniarsi dalla situazione collettiva. All'ora di rientrare - oramai era mattina - invito Yves ad alzarsi dal canapé : lui biascica di no, e alle mie insistenze amichevoli mi insulta dicendomi di ficcarmi fuori dai coglioni e che non sono altro che un poliziotto (un poliziotto!) anche se studio con Badiou.
Decido così di lasciarlo da Caterina, se lei non è contraria. Ce ne andiamo tutti via, e anziché crollare dal sonno come aveva lasciato intendere, Yves si getta a baciare Caterina, all'improvviso e senza nessun preambolo. Caterina lo respinge, sorpresa ma gentile, com'è nella sua natura, poi gli dedica l'intera notte per spiegargli che è soltanto ubriaco e che ci prova con lei come avrebbe potuto provarci con Giulia o Giada, o con chiunque altra. 
È vero, dice Yves, ma il fatto che io ci provi con te non è indifferente. Questa è la conclusione di Yves: il fatto che io ci provi con te non è indifferente.

lunedì 26 giugno 2017

Excusatio non petita (Roman nouveau, 17)


Excusatio non petita

Mi rendo perfettamente conto che raccontare le mie vicissitudini editoriali non è quanto di più appassionante io possa fare, ma prometto che racconterò ben altro.
Vorrei poter esibire storie di sesso estremo con ragazze parigine perverse, ma questo purtroppo sarebbe totalmente fantasioso. Potrei forse anche descrivervi meglio Parigi, non c’è dubbio, ma io non ho un gran rapporto con la vista, nonostante Aristotele dica, all’inizio della sua Metafisica, che la vista è il senso più importante per la conoscenza.
In quanto miope ho sofferto molto per la mia limitazione sensoriale conoscitiva.
Parigi è troppo immensa per essere descrivibile, e quelli che pubblicano libri su Parigi, a mio modesto avviso, non ne propongono null’altro che una loro immagine mentale. In ogni caso la volta che ho visto meglio Parigi, come in una deriva psicogeografica situazionista,  è stato quando ho attraversato a piedi la città a partire da Denfert-Rocherau fino a République, 54, rue de Lancry.
Ma ero in compagnia di una bella dottoranda greca più grande di me, di nome Ariasni: lei voleva fare questa passeggiata e io l’avrei seguita a piedi anche fino a Nasso.

venerdì 23 giugno 2017

Una semplice dimenticanza (Roman nouveau, 13)


Una semplice dimenticanza

Dunque, mi trovavo finalmente a Parigi, in un appartamento sciatto ma reale, ormai iscritto al Diplôme d'Études Approfondies a Paris 8 e pronto a farmi valere come allievo italiano di Badiou. Ma quando andai a Paris 8 per la riunione preliminare degli studenti post-laurea, feci la brutta scoperta che Badiou, quel giorno assente come spesso in seguito, si era dimenticato di me. Mi volevano pertanto assegnare d'ufficio a una professoressa che non conoscevo (per una bizzarra coincidenza allora imprevedibile, anni dopo Antonia Soulez diventò effettivamente la mia direttrice di dottorato).
Spiegai ai professori riuniti che c'era un equivoco, io ero venuto a Parigi per studiare con Alain Badiou, il quale aveva dato il suo assenso e firmato le carte. La professoressa Soulez disse che per parte sua non aveva nessun desiderio particolare che io le venissi affidato, non conoscendomi affatto e non essendo affatto interessata alla mia ricerca. Sempre schietta la Soulez. Tutti i professori concordarono dunque che sarebbe stato Badiou il mio tutor di D.E.A., anche se apparentemente mi aveva temporaneamente scordato.
L'inizio accademico non era più così incoraggiante. Avevo tempestato Badiou di telefonate, gli avevo scritto lettere, ero andato a trovarlo il giorno della proclamazione alla Normale. Come diavolo aveva potuto dimenticarmi? Quanti italiani andavano a chiedergli di studiare con lui? Pensavo di essere l'unico!
Per la verità quel giorno conobbi altri due italiani che erano venuti a studiare a Paris 8, un torinese e un milanese, Bruno e Pierpaolo. Ma loro andavano a studiare con Jacques Rancière.
Rancière, Balibar e Badiou, sono i tre allievi famosi del neomarxista Louis Althusser: studiando con loro, noi tre giovani studenti italiani pieni di belle speranze ci mettevamo in contatto diretto con la grande tradizione filosofica francese contemporanea. Ma per quanto riguardava il D.E.A., mi sentivo superiore agli altri due, perché Badiou mi sembrava più importante di Rancière.
Dei due italiani quello che mi parve più pericoloso era Bruno, il milanese. Quando gli confidai con un certo sussiego che volevo tradurre il Deleuze di Badiou mi rivelò che ci aveva pensato anche lui, ma che gli sembrava che si sarebbe dovuto fare un bel lavoro filologico, con introduzione e apparato di note tutte quante.
Sì certo, pensai, tu fai pure le tue note e intanto il libro lo traduco io, che studio con l'Autore che mi ha dato il permesso di diventare il suo Traduttore.
Anche se poi si è dimenticato di venire alla riunione per l'inizio dell'anno accademico.



venerdì 2 giugno 2017

Uno starnuto (Roman nouveau, 11)


Uno starnuto

Circa una settimana dopo aver trovato casa, mi sentivo finalmente tranquillo. Stavo per cominciare la mia nuova vita. Prima che cominciassero le lezioni avevo molte impellenze burocratiche da affrontare, perciò mi spostavo di continuo per la città, per ottenere il mio permesso di soggiorno e regolare tutte le questioni universitarie. Ma bighellonavo anche, provando un piacere delizioso nel percorrere le vie del centro cittadino. (Ovviamente il concetto di "centro" non ha molto senso, a Parigi, ma intendo i quartieri intorno all'Ile de la cité e lungo la Senna: il quartiere latino, Belleville, les Halles, il Marais, insomma tutti i primi arrondissements: quando mi spingevo oltre il mio decimo mi sembrava di andare in periferia).
Un mattino, stavo passando davanti alla Sorbona quando udii un potente starnuto alla mia destra e mi voltai. Lo starnutatore era Jacques Derrida. Fui subito certo che fosse lui e la certezza della sua apparizione mi lasciò stordito come da una botta: Derrida a un metro di distanza da me, Derrida al mio fianco! Derrida che starnutiva! La voce starnutente, il catarro, i germi di Derrida nel reale accanto a me.
Dubitai di me stesso, dei miei occhi e dell'apparizione quasi comica: forse era un'illusione, un abbaglio, poteva trattarsi di un signore qualsiasi vagamente somigliante al gran filosofo. Per qualche istante lo scrutai cercando di non farmene accorgere: era proprio lui. Aveva i capelli grigi di Derrida, la faccia e la giacca di Derrida. Si soffiò il naso in un bel fazzoletto di Derrida. Era Derrida, ne ero sicuro.
Che cosa ci faceva lì a un metro da me? Ma in efetti avrei piuttosto dovuto chiedermi che ci facevo io lì a Parigi a un metro da lui. A Parigi i grandi filosofi si potevano incontrare per strada! Ero circondato dai grandi filosofi contemporanei, come se fossero usciti dai loro libri per manifestarmi la loro autentica esistenza, redivivi Cristi del Sapere Assoluto incarnati di fronte a me, stupido incredulo santommaso.
Ero davanti alla Sorbona, dove dovevano andare i grandi filosofi se non nell'università più famosa al mondo? Ed eccomi lì a mia volta, non certo per diventare un grande filosofo mondiale – questo era da escludersi – ma almeno per respirare la stessa aria dei grandi filosofi, per vederli e ascoltarli, per parlare eventualmente con loro.
Derrida insomma era lì che si asciugava il naso col suo elegante fazzoletto di seta (non poteva essere fatto che di tale nobile tessuto).
Come si diceva "salute" in francese? A seconda del sistema culturale gli starnuti si trattano diversamente (in futuro avrei visto i miei amici francesi considerare barbara l'usanza, in effetti assurda, di mettersi la mano davanti alla bocca per ritrarla spruzzata del proprio muco). Che ne sapevo io se i francesi dicono “salute” quando uno sconosciuto starnutisce, come può accadere scherzosamente in Italia? E poi che senso aveva dire salute a Derrida? Avrebbe potuto pensare che io fossi un pazzo o uno scocciatore. Non avrei mai potuto dirgli in quella circostanza quanto lui fosse stato importante per la mia formazione, anche se adesso in effetti mi ero completamente allontanato da lui (salvo avvicinarmi geograficamente).
Già, questo era il vero problema: io con la sua filosofia non avevo più molto a che spartire, dunque, nonostante l'emozione per la sua presenza lì vicino a me, dovevo riconoscere che non c'era nulla da dirgli.
Derrida finì di tergersi il nobile viso, rimise in tasca il suo elegante pezzo di tessuto e riprese a camminare sul marciapiede di boulevard Saint Michel davanti alla Sorbona. Lo persi di vista. Era una chiarissima allegoria del mio rapporto con lui: la sua filosofia mi era esplosa in mezzo agli studi come un'epifania, come un boato, ma io non avevo un granché da ricavarne, poi lui era andato avanti e io non ero più riuscito a seguirlo. Del resto, a Parigi ero venuto per studiare Deleuze con Badiou...
Addio Derrida, tra noi probabilmente è finita. A tes souhaits, Jackie!

martedì 30 maggio 2017

Casetta parigina (Roman nouveau, 10)


Casetta parigina

La ricerca di appartamento a Parigi, per uno studente straniero e spiantato, è cosa difficile e disgustosa: il fatto che io fossi in compagnia di un francese, il mio amico Yves, rendeva le cose un po' più più semplici, ma subivamo il trattamento riservato a tutti gli studenti.
Gli appuntamenti per la visita dell'appartamento erano organizzati tramite annunci su un apposito giornaletto settimanale, che Yves e io acquistavamo di prima mattina il giorno della sua uscita in edicola, dedicandoci freneticamente alla ricerca di situazioni abitative che facessero al caso nostro, cioè della nostra povertà. Dopo avere fatto una decina di telefonate per fissare l'appuntamento, ci dividevamo le visite e partivamo per il settore prescelto.
In base all'ordine di arrivo si formava una coda disciplinata di giovani in attesa davanti all'appartamento (la nostra fascia di possibilità era chiaramente da studenti). Ma la maggior parte dei postulanti non riusciva nemmeno a vederlo, l'appartamento. Di solito veniva scelto uno studente tra i primi della fila purché avesse le carte in regola, ossia: un conto in banca, una famiglia ricca che garantisse per lui, possibilmente anche delle lettere di referenza (ma questo per gli appartamenti borghesi). Se riuscivi a vedere l'appartamento non potevi concederti il lusso di dire "ci penso un attimo": o firmavi subito o perdevi l'occasione. In questo modo, dopo parecchie visite, uno si riduceva nello stato d'animo di prendere il primo appartamento possibile, per quanto malridotto, umido, buio e dotato del classico squallido cesso con moquette.
Uno straniero da solo avrebbe trovato più penosa la selezione: l'anno successivo – abbandonai Yves, con suo gran disappunto, perché la notte tornava spesso a casa ubriaco e allora diffondeva musica rap a tutto volume – visitai decine di appartamenti schifosi e costosissimi, le cosiddette chambres de bonnes, ossia le stanzette della servitù ricavate tra un appartamento borghese e l'altro negli edifici ottocenteschi: nove metri quadrati con muri sottilissimi che fanno penetrare penosamente il misero affittuario nella triste intimità della famiglia adiacente.
E tuttavia era difficilissimo trovare in affitto anche una di queste chambres. Mentre mi rifiutava, una volta un proprietario si lamentò con me, quasi commiserandosi, dicendo che dovevo capirlo, lui non ce l'aveva con gli stranieri, però una volta un caraibico lo aveva fregato, era partito senza pagare e i tribunali non avevano fatto nulla per riparare al torto. Non ce l'aveva con me ma non ero francese e non poteva rischiare di nuovo. "La capisco, mi dispiace", dissi consolandolo e andandomene via, rinunciando al suo appartamentino arredato di bel nuovo per studenti francesi.
Ma il primo anno a Parigi avevo al mio fianco Yves. Era la persona meno accomodante del mondo. Gli facevano schifo i padroni e non gliene fregava un cazzo di trovare un appartamento decente: purché ci dessero qualcosa in fretta a un prezzo accettabile. Accettabile, a Parigi significa comunque carissimo, ma c'erano gli aiuti dello stato francese per gli studenti. Fu così che accettammo un appartamentino con due stanze più cucinino, in rue de Lancry, a due passi da Place de la République. 
La nostra vita di studenti di filosofia a Parigi cominciava per davvero.

domenica 28 maggio 2017

Giornate mondiali della gioventù (Roman nouveau, 9)


Di fini d'agosto a Parigi ne ho viste tante perciò mi pare comprensibile che io le confonda le une con le altre. Ma quella del mio primo anno a Parigi la ricordo bene.

Appena arrivato nella metropoli, iniziai a cercare casa insieme a Yves, uno studente di filosofia che avevo conosciuto a Strasburgo durante l'Erasmus e del quale ero diventato amico. Nei giorni del mio sbarco a Parigi si svolgevano anche le Journées Mondiales de la Jeunesse, un mega raduno giovanile mondiale voluto dal papa polacco. Le strade di Parigi formicolavano di scout, e nella metropolitana non c'era spazio per procedere. Spesso per non essere urtati dai cattolici giovinetti bisognava saltare sui rialzi piastrellati che ornano le stazioni parigine della metropolitana. Dovevi aggrapparti a qualsiasi appiglio per non cadere: ti attorniavano fanciulli cattolici in fiore, maschi dalle barbe incerte e femmine dal colorito roseo, con il loro fastidioso strascico di schiamazzi canzoni di merda e immondizie.
Era un'invasione: io la percepivo come tale e Yves, da francese neo-parigino, era ancora più contrariato di me. Lui era cresciuto in una specie di comune fricchettona e odiava i cattolici. In effetti odiava anche i fricchettoni. Durante quei giorni di fine agosto Yves e io cercavamo casa mentre io iniziavo anche la metamorfosi che mi avrebbe trasformato in un tipico studente italiano a Parigi: mi sforzavo di visualizzare l'infinito che finalmente mi si apriva davanti. Ero arrivato nella città dell'infinito dei miei sogni.
Contrariamente alle belle speranze, però, fin dai primi giorni l'accidia mi prendeva esattamente come in Italia. Capitava, una delle prime sere, che mi aggirassi per la città, solo e in preda all’angoscia, guardavo i parigini senza provarne alcun piacere, mi parevano dei perfetti estranei, normali esseri umani privi di qualsiasi aura e charme. Inoltre, dopo un anno trascorso a casa di mio padre nel paese di Cherasco, sentire lo smog mi terrorizzava: pensavo che quell'aria inquinata mi avrebbe procurato il cancro ai polmoni.
Iniziai a domandarmi se venire a Parigi non fosse stato un tragico errore. Scrivevo sul mio diario annotazioni come questa:

10 dicembre 1998
Qualcosa non funziona: mi sveglio a mezzogiorno (perché non ero riuscito ad addormentarmi) e mi prende la voglia lontana di ammazzarmi... La merda è sublime. Il sublime è merda.

Lacaniani (Roman nouveau, 8)


Lacaniani

Per andare a Parigi e incontrare Badiou avevo chiesto ospitalità a un'amica di mio padre. Era una psicoanalista che avevo conosciuto anni prima in Italia. Quella sera, dopo che avevo incontrato Badiou, ero elettrizzato e durante la cena non mi trattenni dal parlarne. Raccontai che Badiou era un seguace di Lacan ma diceva di non avere mai fatto un'analisi; anzi in un suo testo si definiva come "inanalizzato".
Il compagno di Margaret, anche lui psicoanalista, disse che questa era una fortuna: aveva infatti ancora la possibilità di farsi analizzare. Umorismo da strizzacervelli. Il mio leggero risentimento per quell'affermazione - di presunta superiorità dell'analizzato sul non analizzato – fu vendicato quando Margaret si dichiarò "abbastanza lacaniana".
Tu, lacaniana? - disse il suo compagno stupito - non me lo avevi mai detto.
Be' dai, in Francia siamo un po' tutti lacaniani - disse lei per chiudere la discussione.

Andai a dormire soddisfatto: avevo seminato una zizzania non indifferente. 

Lacan definisce l'essere umano, hegelianamente, come mancanza-d'-essere, ed è per questo che un deleuziano non può apprezzarlo. Perché per Deleuze il desiderio è creazione, divenire, pienezza senza vuoti.

martedì 13 gennaio 2015

La mia modesta risposta all'attentato di Parigi

...consiste nel mettermi a leggere e studiare, nella convinzione che anche la mia ignoranza e accidia intellettuale sia concausa di ciò che accade nel mondo.

In casa ho trovato questi titoli in italiano che mi sembrano pertinenti:

Giovanna Borradori, Filosofia del terrore. Dialoghi con Jürgen Habermas/Jacques Derrida, Laterza, 2003

Mauro Carbone, Essere morti insieme, Bollati Boringhieri, 2007

Bernard Lewis, L'Europa e l'Islam, Laterza, 1995

Hans Küng, Islam. Passato, presente e futuro, Rizzoli, 2005

Antonella Sapio, Per una psicologia della pace, Franco Angeli, 2009

Amartya Sen, Identità e violenza, Laterza, 2006 (in particolare il capitolo Affiliazioni religiose e storia islamica)

Peter Singer, One World. L'etica della globalizzazione, Einaudi, 2003

Thich Nhat Hanh, Essere pace, Ubaldini Editore, 1989

domenica 12 ottobre 2014

Stupidi rimpianti del passato, 1

Anche se mi trovavo in una situazione difficile, con Badiou ho sbagliato tutto: sono stato troppo duro nel giudicarlo come filosofo e come professore, e gli ho attribuito colpe intellettuali che non aveva.
Vorrei tornare indietro e ricominciare a studiare insieme a lui.

martedì 12 agosto 2014

Roman nouveau, Paris 8

Strana sensazione

La prima volta che misi piede a Paris 8 ebbi una sensazione mai conosciuta prima. Io che ero vissuto sempre nella provincia italiana ebbi la percezione diretta di essere parte di una minoranza etnica: era luglio e non c'erano molti studenti, ma a una prima occhiata quelli che erano lì erano tutti arabi o africani. Non mi ero mai trovato in mezzo a tanta gente con la pelle di un colore così più scuro della mia e mi sentii immediatamente fuori posto.
Cercavo la segreteria del dipartimento di filosofia e trovai una stanzetta affollata di persone che con l'ufficio non c'entravano nulla. Ancora non sapevo che quella di filosofia a Paris 8 era una "segreteria collettiva", in cui tutti i presenti rispondevano alle domande di chiunque, se sapevano farlo. Nessuna autorità, nessuna gerarchia: si potrebbe dire che il segretario fosse solo una singolarità della moltitudine. In realtà era un tipo scazzatissimo, ma questo l'ho capito più tardi.
Chiesi del segretario e mi dissero che era via, nessuno sapeva se e quando sarebbe tornato. Dato che era la mia ultima occasione per farmi firmare da Badiou le carte vidimate dalla segreteria, necessarie per poter iniziare l'anno universitario a settembre, provai l'angoscia di vedermi a un passo dalla meta e poi fregato, come per l'Erasmus con Derrida.

Vagando a caso per i corridoi qualcuno mi additò per miracolo il segretario di filosofia, che passava di lì proprio in quel momento: era un signore coi capelli rossi e un nomignolo che mi sembrava arabo e invece era berbero. Aveva un aspetto hippy: barba lunga e incolta, berretto maghrebino, parecchi anelli vistosi e soprattutto un'aria di strafottente importanza che nel corso degli anni mi diede sempre più fastidio. Mi disse che ormai erano cominciate le vacanze e che Badiou potevo trovarlo soltanto alla proclamazione dei vincitori del concorso per l'ingresso all'Ecole Normale Supérieure, in Rue d'Ulm. Decisi pertanto di andare a cercarlo lì, all'Ecole Normale Supérieure, in Rue d'Ulm. Nonostante l'angoscia di rischiare il fallimento della mia impresa, ero anche invogliato dal desiderio di vedere la mitica grande école nella quale avevano prima studiato e poi insegnato i più importanti filosofi francesi del XX secolo.

domenica 23 marzo 2014

Roman nouveau, 2.1

Di fini d'agosto a Parigi ne ho viste tante perciò mi pare comprensibile che io le confonda le une con le altre. Quella del mio primo anno a Parigi però la ricordo piuttosto bene.
Appena arrivato nella metropoli iniziai a cercare casa insieme a  Yves, uno studente di filosofia con cui avevo fatto grande amicizia a Strasburgo durante l'Erasmus. C'erano le Giornate Mondiali della Gioventù, che erano un raduno giovanile di massa voluto dal papa polacco. Le strade di Parigi formicolavano di scout. Nella metropolitana non c'era spazio per procedere sulla banchina e spesso bisognava saltare sui rialzi per non essere urtati, ti aggrappavi per non cadere: c'erano giovani cattolici dappertutto con il loro strascico di immondizie. Sembrava un'invasione, era un'invasione, io la percepivo come tale. Yves era più contrariato di me: lui era cresciuto in una specie di comune hippy e odiava i cattolici (in effetti odiava anche gli hippy.
Il primo impatto con la città non era dunque quello che mi ero figurato. Mi sforzavo di visualizzare l'infinito che finalmente mi si apriva davanti. Scout a parte, ero arrivato nella città dei miei sogni.

La ricerca di appartamento a Parigi, per uno studente straniero non ricco è cosa difficile e disgustosa: il fatto che fossi in compagnia di un francese rendeva le cose un po' più più facili, ma subivamo il trattamento riservato a tutti gli studenti. Gli appuntamenti per la visita dell'appartamento erano organizzati tramite annunci su giornaletto settimanale. In base all'ordine di arrivo si formava una coda disciplinata, ma la maggior parte dei postulanti non riusciva nemmeno a vedere l'appartamento. Di solito veniva scelto uno studente tra i primi della coda, purché avesse le carte in regola. Se riuscivi a vederlo non potevi concederti il lusso di dire "ci penso un attimo": o firmavi o perdevi l'occasione. In questo modo, dopo parecchie tentate visite, uno si riduceva nello stato d'animo di prendere la prima cosa possibile.
Uno straniero da solo avrebbe trovato più penosa la selezione subita: l'anno successivo - abbandonai Yves perché la notte tornava spesso a casa ubriaco e poi diffondeva musica rap a tutto volume - visitai decine di appartamenti schifosi e costosissimi, stanzette della servitù (chambre de bonnes, le chiamano) ricavate tra un appartamento borghese e l'altro: nove metri quadrati con muri sottilissimi che ti fanno peneterare nell'intimità della famiglia accanto.
Ciononostante trovarne una in affitto era difficilissimo. Mentre mi rifiutava, un proprietario mi piagnucolò  che dovevo capire, non ce l'aveva con gli stranieri ma una volta un caraibico lo aveva fregato, era partito senza pagare e i tribunali non avevano fatto nulla per riparare al torto: non ce l'aveva con me ma non ero francese e non poteva rischiare di nuovo. "La capisco, mi dispiace", dissi consolandolo.
Ma il primo anno a Parigi avevo al mio fianco Yves. Era la persona meno accomodante del mondo. Gli facevano schifo i padroni e non gliene fregava un cazzo di trovare un appartamento decente: purché ci dessero qualcosa in fretta e ad un prezzo accettabile. Accettabile, a Parigi significa: carissimo.