"Sei puro e vestito come l'elettrone nel cristallo, nudo e sconsiderato come l'elettrone nel vuoto"
Fabrizio Illuminati
E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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martedì 10 gennaio 2012
sabato 18 giugno 2011
Dalla Bocconi a Gomorra. Una risposta di Fabrizio Illuminati a Ichino & co. sull'università italiana
Che analisi bizzarra e divertente, per usare degli eufemismi, quella di Andrea Ichino, in difesa della sua proposta (e di altri "autorevoli economisti") di introdurre un sistema di tasse universitarie per compensare i tagli al finanziamento ordinario che viene erogato dallo Stato attingendo alla fiscalità generale. Analizziamo alcune delle perle principali di questo "compitino" che svela molto dell'autore e delle sue intenzioni (e che trovate sul sito di Scienzainrete: http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/tasse-ununiversita-piu-equa-risposta-sylos-labini ).
Cominciamo dalle ormai ricorrenti osservazioni, di Ichino e di altri, che l'università italiana è autoreferenziale e lontana dai circuiti internazionali di produzione e diffusione della conoscenza. Dunque, l'università italiana è in splendido isolamento, utile a riprodurre solo sé stessa? Andando a vedere nello specifico delle diverse aree disciplinari, sembrerebbe proprio di no, perlomeno nei settori scientifici e tecnico-ingegneristici, dove è costantemente agganciata alle migliori eccellenze internazionali, come dimostrano tutti gli indici quantitativi (a cominciare dagli h-index cumulativi dei nostri ricercatori), che stranamente, guarda un po', l'"economista" Ichino, che dovrebbe essere sensibile ai numeri e ai dati reali, rifiuta costantemente di prendere in considerazione. Sorprendente, no?!? In realtà l'afffermazione di Ichino sembrerebbe contenere una parte di ragione: c'è effettivamente un sottoinsieme delle Università e dei settori di ricerca italiani che è in sofferenza, rispetto agli standard di valutazione internazionali: si tratta, nella maggior parte dei casi, delle facoltà e degli "studi" economici e giuridici, il cui fiore all'occhiello, si fa per dire, dovrebbe essere rappresentato, secondo Ichino, dalla Bocconi e dai Bocconiani, così agganciati al treno internazionale da aver conferito la laurea honoris causa al ministro argentino dell'economia, Cavallo, pochi giorni prima che la sua disastrosa cura liberista "da cavallo" portasse al crollo del governo Menem e dell'economia argentina.
Veniamo ai commenti di Ichino su "fuga dei cervelli" e dintorni. Verissimo che i ricercatori stranieri non vengono in Italia (vengono in pochi, per essere più precisi). Ma in realtà anche qui bisogna analizzare e approfondire, e se ne scoprono subito delle belle. Consideriamo il caso dell'ingegneria e delle scienze "dure", cioè dei settori decisivi affinché una Unviersità possa chiamarsi tale, e il cui avanzamento è cruciale perché un paese possa davvero progredire. Noto, in passim, che Ichino e gli "economisti liberisti" all'italiana, questo fatto, ovvero l'importanza decisiva delle scienze all'interno della dinamica universitaria, lo negano strenuamente, riflettendo in questo la natura estremamente arcaica ed arretrata di parte del mondo imprenditoriale italiano e di buona parte del pensiero economico-giuridico che lo fiancheggia. Dunque, dicevamo che nel campo degli studi scientifico-tecnologici, gli stranieri in Italia vorrebbero venire, eccome. Ma quasi sempre si ritraggono, non appena vengono loro comunicate le tristi realtà del livello di salario che andrebbero a percepire, con gli assegni di ricerca fissati, per legge, ad un lordo massimo di 23.000 € annui, senza la possibilità di incremento, anche per gruppi di ricerca che potrebbero mettere a disposizione un budget superiore con fondi propri al 100% (per esempio ottenuti vincendo competizioni e calls europee). Questo è uno dei tipici "lacci e lacciuoli" contro i quali strepitano sempre Ichino e i liberisti, e uno dei più perniciosi. Ma, guarda caso, quando si tratta di Università Pubblica, Ichino e accoliti non si curano di questi problemi di funzionalità, anzi applaudono al maggior controllo politico e ai maggiori vincoli burocratici imposti dalla "riforma" Gelmini. Buffo eh?!? Se invece di blaterare di tasse cominciassimo a cambiare queste semplici cose, vedremmo come la situazione migliorerebbe prontamente. Ma questo, cioè il buon funzionamento della ricerca universitaria italiana, sembra non appassionare troppo Ichino e la sua compagnia di giro.
Ci sono poi le sgangherate giustificazioni che Ichino porta avanti per "mitigare" il fatto che, secondo tutti gli indici di valutazione possibili, le facoltà economiche e giuridiche italiane sono messe male, e ancora peggio se si vanno a vedere le Università "private" (finanziate generosamente con fondi pubblici attraverso vari meccanismi, più o meno occulti, su cui tornerò più sotto). Ancora una volta, Ichino nega validità a tutti gli indici e gli standard riconosciuti internazionalmente (con notevolissima dose di quel provincialismo che vorrebbe attribuire ai sostenitori dell'Università pubblica di qualità) per andare a citare i soliti studi, in italiano, dei soliti amici della Bocconi e dintorni, pubblicati dalle solite case editrici degli amici degli amici. Abbastanza patetico.
Ma il peggio deve ancora venire. Incredibili infatti sono le affermazioni di Ichino sul fatto che sarebbe inutile o addirittura controproducente recuperare una parte di evasione ed elusione fiscale (stimate tra i 200 e i 300 miliardi di € l'anno), ridurre i costi della politica (cioè dei soldi pubblici che vengono deviati agli apparati e ai "gruppi economici" a loro vicini, ormai stimati, prudentemente, in svariate decine di miliardi di € l'anno), e tagliare su spese pubbliche chiaramente inaccettabili, inutili, e/o dannose (con relativi giri di "costi della politica") quali ad esempio Protezione Civile SPA e, soprattutto, Difesa SPA. Per quest'ultima parliamo di una spesa pubblica annua pari a 32 miliardi di € contro un bilancio per l'intero comparto universitario di soli 6 miliardi di € (dopo i tagli Tremonti). E' incredibile che un "economista" come Ichino rifiuti di entrare nel concreto dei numeri e delle quantità, scendendo dal cielo degli slogan ideologici pseudo-liberisti e pseudo-liberali.
Veniamo ora al punto centrale della discussione tasse vs. spesa pubblica per l'Università: l'impressione di fondo in tutto questo dibattito è che Ichino e i suoi accoliti continuino a fare finta di non capire il fatto di base, semplicissimo e ovvio, che lo studio universitario e la preparazione che esso fornisce per vivere e operare in società, non sono un investimento INDIVIDUALE, bensì COLLETTIVO: se diventerò fisico e contribuirò a portare avanti la conoscenza, sarà la società nel suo complesso a beneficiarne, sarà un servizio pubblico reso alla collettività. Stesso discorso se diventerò medico, giudice, meteorologo, ingegnere. Ecco perché è giusto e sacrosanto che, come in tutti i paesi più civili e avanzati, il finanziamento dell'Università sia pubblico e reperito attraverso la fiscalità generale, e non attraverso assurde e vergognose tasse universitarie imposte ad hoc al singolo studente, per giunta, grazie alla situazione italiana, secondo un criterio anti-progressivo da piramide rovesciata, per cui chi è più povero finirebbe, a causa dell'evasione e di altri meccanismi, a pagare di più.
In ogni caso, è necessario opporsi a questo ritorno alla barbarie che vede tutti gli investimenti solo in termini di risultati individuali e non di prestazioni pubbliche, e che spesso è caldeggiato dalle parti più avide e amorali della nazione. Una proposta alternativa seria, di civiltà, oltre che eliminare i tagli al finanziamento ordinario delle Università pubbliche, deve contemplare l'aumento degli incentivi per i ricercatori che vogliono lavorare in Italia (stranieri o italiani di ritorno), e l'eliminazione dei vari modi surrettizi con cui lo Stato italiano finanzia le Unversità private, che devono dimostrare, una volta per tutte, di potersi reggere sulle loro sole gambe. Tutto questo si può fare, e i soldi in più per Università e Ricerca si possono facilmente trovare, è solo una questione di scelta politica, anche considerando, in parallelo, la necessità di ridurre il debito pubblico. E' infatti ovvio che se, poniamo, si taglia del 50% l'assurda spesa per Difesa SPA (siamo al livello di una superpotenza come la Russia!), dei 16 miliardi di € annui risparmiati, ad esempio 10 possono andare in riduzione del debito, e 6 possono andare a università, ricerca, istruzione, sanità, e ambiente. E' solo un esempio, e se ne possono fare moltissimi anni.
E' quindi fondamentale rifiutare la logica, propria di Ichino, dei Bocconiani, e della destra liberista "all'italiana", che se il debito c'è non importa capire come e dove e perché si forma, e cosa si deve fare per ridurlo, tagliando dove e in quali proporzioni. Il debito non è un "noumeno" inconoscibile ai poveri cittadini. Questo è quello che vorrebbero farci credere quelli che, con il trucco delle tre carte, desidererebbero continuare a far sì che vengano versate montagne di soldi pubblici là dove si possono realizzare (grazie ai peggiori intrecci con la politica) enormi profitti privati, e, contemporaneamente, tagliare là dove queste possibilità di profitto non ci sono, ovvero nei servizi fondamentali che lo Stato eroga ai cittadini. Ottenendo, tra l'altro, come risultato accessorio, ma non disprezzabile, di distruggere gli strumenti critici che lo Stato, attraverso l'Istruzione Superiore, mette a disposizione dei cittadini per poter essere consapevoli e poter smascherare, quando si verifichino, eventuali truffe, magari verniciate di furore ideologico liberista.
Infine, come già accennato, sarebbe fondamentale disporre di una riforma che mettesse davvero ordine nel sistema universitario italiano e imponesse, in particolare, degli standard finalmente seri e riconoscibili agli atenei privati. Sarebbe essenziale, in particolare, che non venga più consentito agli atenei privati di essere mono-facoltà (quasi sempre Legge o Economia) con docenti tutti o quasi tutti "prelevati", a contratto, dagli atenei pubblici. Una seria riforma dovrebbe imporre agli atenei privati un lasso di tempo ragionevole, diciamo 5 anni, in cui assumere docenti propri a tempo indeterminato, pagati con risorse proprie, senza gravare più sugli atenei statali con il meccanismo dei contratti e dei congedi, e, contemporaneamente, dotarsi, chessò, almeno di una facoltà di scienze e di una di ingegneria. Solo così potrebbero finalmente dimostrare di poter aspirare a diventare qualcosa di serio, e dissipare l'impressione, che a volte danno, di apparire un grande carrozzone dispensa-"economisti" e dispensa-"legulei" pronti per andare al servizio dei ceti politici ed economici dominanti di turno.
[Post di Fabrizio Illuminati sul nucleare]
[Post di Fabrizio Illuminati sulla decrescita]
Cominciamo dalle ormai ricorrenti osservazioni, di Ichino e di altri, che l'università italiana è autoreferenziale e lontana dai circuiti internazionali di produzione e diffusione della conoscenza. Dunque, l'università italiana è in splendido isolamento, utile a riprodurre solo sé stessa? Andando a vedere nello specifico delle diverse aree disciplinari, sembrerebbe proprio di no, perlomeno nei settori scientifici e tecnico-ingegneristici, dove è costantemente agganciata alle migliori eccellenze internazionali, come dimostrano tutti gli indici quantitativi (a cominciare dagli h-index cumulativi dei nostri ricercatori), che stranamente, guarda un po', l'"economista" Ichino, che dovrebbe essere sensibile ai numeri e ai dati reali, rifiuta costantemente di prendere in considerazione. Sorprendente, no?!? In realtà l'afffermazione di Ichino sembrerebbe contenere una parte di ragione: c'è effettivamente un sottoinsieme delle Università e dei settori di ricerca italiani che è in sofferenza, rispetto agli standard di valutazione internazionali: si tratta, nella maggior parte dei casi, delle facoltà e degli "studi" economici e giuridici, il cui fiore all'occhiello, si fa per dire, dovrebbe essere rappresentato, secondo Ichino, dalla Bocconi e dai Bocconiani, così agganciati al treno internazionale da aver conferito la laurea honoris causa al ministro argentino dell'economia, Cavallo, pochi giorni prima che la sua disastrosa cura liberista "da cavallo" portasse al crollo del governo Menem e dell'economia argentina.
Veniamo ai commenti di Ichino su "fuga dei cervelli" e dintorni. Verissimo che i ricercatori stranieri non vengono in Italia (vengono in pochi, per essere più precisi). Ma in realtà anche qui bisogna analizzare e approfondire, e se ne scoprono subito delle belle. Consideriamo il caso dell'ingegneria e delle scienze "dure", cioè dei settori decisivi affinché una Unviersità possa chiamarsi tale, e il cui avanzamento è cruciale perché un paese possa davvero progredire. Noto, in passim, che Ichino e gli "economisti liberisti" all'italiana, questo fatto, ovvero l'importanza decisiva delle scienze all'interno della dinamica universitaria, lo negano strenuamente, riflettendo in questo la natura estremamente arcaica ed arretrata di parte del mondo imprenditoriale italiano e di buona parte del pensiero economico-giuridico che lo fiancheggia. Dunque, dicevamo che nel campo degli studi scientifico-tecnologici, gli stranieri in Italia vorrebbero venire, eccome. Ma quasi sempre si ritraggono, non appena vengono loro comunicate le tristi realtà del livello di salario che andrebbero a percepire, con gli assegni di ricerca fissati, per legge, ad un lordo massimo di 23.000 € annui, senza la possibilità di incremento, anche per gruppi di ricerca che potrebbero mettere a disposizione un budget superiore con fondi propri al 100% (per esempio ottenuti vincendo competizioni e calls europee). Questo è uno dei tipici "lacci e lacciuoli" contro i quali strepitano sempre Ichino e i liberisti, e uno dei più perniciosi. Ma, guarda caso, quando si tratta di Università Pubblica, Ichino e accoliti non si curano di questi problemi di funzionalità, anzi applaudono al maggior controllo politico e ai maggiori vincoli burocratici imposti dalla "riforma" Gelmini. Buffo eh?!? Se invece di blaterare di tasse cominciassimo a cambiare queste semplici cose, vedremmo come la situazione migliorerebbe prontamente. Ma questo, cioè il buon funzionamento della ricerca universitaria italiana, sembra non appassionare troppo Ichino e la sua compagnia di giro.
Ci sono poi le sgangherate giustificazioni che Ichino porta avanti per "mitigare" il fatto che, secondo tutti gli indici di valutazione possibili, le facoltà economiche e giuridiche italiane sono messe male, e ancora peggio se si vanno a vedere le Università "private" (finanziate generosamente con fondi pubblici attraverso vari meccanismi, più o meno occulti, su cui tornerò più sotto). Ancora una volta, Ichino nega validità a tutti gli indici e gli standard riconosciuti internazionalmente (con notevolissima dose di quel provincialismo che vorrebbe attribuire ai sostenitori dell'Università pubblica di qualità) per andare a citare i soliti studi, in italiano, dei soliti amici della Bocconi e dintorni, pubblicati dalle solite case editrici degli amici degli amici. Abbastanza patetico.
Ma il peggio deve ancora venire. Incredibili infatti sono le affermazioni di Ichino sul fatto che sarebbe inutile o addirittura controproducente recuperare una parte di evasione ed elusione fiscale (stimate tra i 200 e i 300 miliardi di € l'anno), ridurre i costi della politica (cioè dei soldi pubblici che vengono deviati agli apparati e ai "gruppi economici" a loro vicini, ormai stimati, prudentemente, in svariate decine di miliardi di € l'anno), e tagliare su spese pubbliche chiaramente inaccettabili, inutili, e/o dannose (con relativi giri di "costi della politica") quali ad esempio Protezione Civile SPA e, soprattutto, Difesa SPA. Per quest'ultima parliamo di una spesa pubblica annua pari a 32 miliardi di € contro un bilancio per l'intero comparto universitario di soli 6 miliardi di € (dopo i tagli Tremonti). E' incredibile che un "economista" come Ichino rifiuti di entrare nel concreto dei numeri e delle quantità, scendendo dal cielo degli slogan ideologici pseudo-liberisti e pseudo-liberali.
Veniamo ora al punto centrale della discussione tasse vs. spesa pubblica per l'Università: l'impressione di fondo in tutto questo dibattito è che Ichino e i suoi accoliti continuino a fare finta di non capire il fatto di base, semplicissimo e ovvio, che lo studio universitario e la preparazione che esso fornisce per vivere e operare in società, non sono un investimento INDIVIDUALE, bensì COLLETTIVO: se diventerò fisico e contribuirò a portare avanti la conoscenza, sarà la società nel suo complesso a beneficiarne, sarà un servizio pubblico reso alla collettività. Stesso discorso se diventerò medico, giudice, meteorologo, ingegnere. Ecco perché è giusto e sacrosanto che, come in tutti i paesi più civili e avanzati, il finanziamento dell'Università sia pubblico e reperito attraverso la fiscalità generale, e non attraverso assurde e vergognose tasse universitarie imposte ad hoc al singolo studente, per giunta, grazie alla situazione italiana, secondo un criterio anti-progressivo da piramide rovesciata, per cui chi è più povero finirebbe, a causa dell'evasione e di altri meccanismi, a pagare di più.
In ogni caso, è necessario opporsi a questo ritorno alla barbarie che vede tutti gli investimenti solo in termini di risultati individuali e non di prestazioni pubbliche, e che spesso è caldeggiato dalle parti più avide e amorali della nazione. Una proposta alternativa seria, di civiltà, oltre che eliminare i tagli al finanziamento ordinario delle Università pubbliche, deve contemplare l'aumento degli incentivi per i ricercatori che vogliono lavorare in Italia (stranieri o italiani di ritorno), e l'eliminazione dei vari modi surrettizi con cui lo Stato italiano finanzia le Unversità private, che devono dimostrare, una volta per tutte, di potersi reggere sulle loro sole gambe. Tutto questo si può fare, e i soldi in più per Università e Ricerca si possono facilmente trovare, è solo una questione di scelta politica, anche considerando, in parallelo, la necessità di ridurre il debito pubblico. E' infatti ovvio che se, poniamo, si taglia del 50% l'assurda spesa per Difesa SPA (siamo al livello di una superpotenza come la Russia!), dei 16 miliardi di € annui risparmiati, ad esempio 10 possono andare in riduzione del debito, e 6 possono andare a università, ricerca, istruzione, sanità, e ambiente. E' solo un esempio, e se ne possono fare moltissimi anni.
E' quindi fondamentale rifiutare la logica, propria di Ichino, dei Bocconiani, e della destra liberista "all'italiana", che se il debito c'è non importa capire come e dove e perché si forma, e cosa si deve fare per ridurlo, tagliando dove e in quali proporzioni. Il debito non è un "noumeno" inconoscibile ai poveri cittadini. Questo è quello che vorrebbero farci credere quelli che, con il trucco delle tre carte, desidererebbero continuare a far sì che vengano versate montagne di soldi pubblici là dove si possono realizzare (grazie ai peggiori intrecci con la politica) enormi profitti privati, e, contemporaneamente, tagliare là dove queste possibilità di profitto non ci sono, ovvero nei servizi fondamentali che lo Stato eroga ai cittadini. Ottenendo, tra l'altro, come risultato accessorio, ma non disprezzabile, di distruggere gli strumenti critici che lo Stato, attraverso l'Istruzione Superiore, mette a disposizione dei cittadini per poter essere consapevoli e poter smascherare, quando si verifichino, eventuali truffe, magari verniciate di furore ideologico liberista.
Infine, come già accennato, sarebbe fondamentale disporre di una riforma che mettesse davvero ordine nel sistema universitario italiano e imponesse, in particolare, degli standard finalmente seri e riconoscibili agli atenei privati. Sarebbe essenziale, in particolare, che non venga più consentito agli atenei privati di essere mono-facoltà (quasi sempre Legge o Economia) con docenti tutti o quasi tutti "prelevati", a contratto, dagli atenei pubblici. Una seria riforma dovrebbe imporre agli atenei privati un lasso di tempo ragionevole, diciamo 5 anni, in cui assumere docenti propri a tempo indeterminato, pagati con risorse proprie, senza gravare più sugli atenei statali con il meccanismo dei contratti e dei congedi, e, contemporaneamente, dotarsi, chessò, almeno di una facoltà di scienze e di una di ingegneria. Solo così potrebbero finalmente dimostrare di poter aspirare a diventare qualcosa di serio, e dissipare l'impressione, che a volte danno, di apparire un grande carrozzone dispensa-"economisti" e dispensa-"legulei" pronti per andare al servizio dei ceti politici ed economici dominanti di turno.
[Post di Fabrizio Illuminati sul nucleare]
[Post di Fabrizio Illuminati sulla decrescita]
domenica 5 giugno 2011
Sulla decrescita (da un post di Fabrizio Illuminati in discussione con un giovane economista, 4-5 giugno 2011)
Ringrazio ancora una volta Fabrizio Illuminati, professore associato di fisica e brillante intellettuale, per avere la pazienza di ingaggiare su Facebook lunghe e serie discussioni su questioni non facilmente accessibili ai non esperti.
La generosità comunicativa di persone come Fabrizio costituisce per me la più forte confutazione dei molti neoapocalittici, scettici verso la potenza emancipativa dei social network.
(Per chi ha tempo e pazienza, qui c'è il link all'intera discussione).
(Per chi fosse interessato, qui Fabrizio si è espresso anche sull'energia nucleare e le energie alternative).
...
Innanzitutto non è assolutamente vero che redistribuzione e stato sociale si impongono quando l'economia cresce. I grandi programmi di welfare e di massiccio intervento statale europei ed americani si sono imposti a cavallo delle due guerre mondiali, in particolar modo a partire dal 1930, ovvero in periodo di fortissima recessione e di fortissima disoccupazione. E taccio ovviamente degli esperimenti sovietici e cinesi che nacquero entrambi in tale temperie storica. Va bene leggere Stiglitz e gli altri simpaticoni di oggi, ma la storia bisogna conoscerla. Soprattutto, poiché l'economia è lungi dall'essere una scienza ed è purtroppo "esposta" (diciamo così) alla dominance ideologica del momento, dovrebbe intervenire con moltissima umiltà su cose quali le risorse, l'energia, l'entropia, e il riscaldamento globale, che sono questioni che si possono affrontare solo possedendo conoscenze scientifiche molto avanzate. In particolare, un mito disastroso che purtroppo la dominanza ideologica attuale nella "scienza economica" a elevato a dogma indiscutibile, è la fede nella possibilità che la crescita economica possa continuare indefinitamente su un pianeta che ha risorse finite. Questo mito della "crescita infinita" che prescinde dalla conoscenza del sustrato fisico e materiale del pianeta, si è imposto come "dogma centrale" del neoliberismo ed è ormai accettato da tutti gli economisti come un'evidenza fattuale ovvia, siano essi ultraliberisti o socialdemocratici correttivisti. Peccato che la crescita indefinita sia impossibile.
...
Innanzitutto, che la redistribuzione si imponga "più facilmente" quando l'economia cresce non è affatto automatico. Dipende. Durante la "golden age" 1945-1975 è stato sicuramente così, ma, guarda un po', anche in quel caso attraverso un massiccissimo intervento della politica, cioè dei cittadini e dei lavoratori, cioè di quelli, che nei sogni dell'economista "oggettivo e liberista" dovrebbero proprio scomparire e non avere mai voce in capitolo. Altrimenti non ci sarebbe stata nesssuna redistribuzione, o molto minore: il contesto politico e culturale è cruciale, l'economia ne dipende, eccome. Vediamo invece che poi, una volta raggiunto l'obiettivo (tenacemente perseguito) di disarticolare le aggregazioni politiche che miravano a tenere sotto controllo i meccanismi "spontanei" del capitale (obiettivo raggiunto al termine della recessione stagflazionista degli anni '70 e dei primi anni '80), ecco che "magicamente" crescita e redistribuzione hanno smesso di marciare insieme. Nonostante periodi di fortissima crescita, almeno due, dal 1984 al 1988 (era Reagan-Thatcher, per semplificare) e poi di nuovo dal 1993 al 1999 (era Clinton, sempre per semplificare), la concentrazione dei capitali a sfavore dei redditi da lavoro è andata costantemente aumentando dal 1979 in poi, e non è certamente un caso. E' un portato della vittoria delle forze che si oppongono all'idea redistributiva. E si oppongono sempre, sia che l'economia cresca, sia che l'economia non cresca. Infatti il "mantra" che ha sostituito qualsiasi altra possibile relazione concettuale in economia è quello della "crescita", che dovrebbe lenire tutto, sostituendosi alla redistribuzione, secondo l'assunto che dalle briciole dei 50 miliardi in più di Marchionne & friends, qualcosa arriverà, per "percolazione", anche in basso. Tutto sta ad indicare che non è assolutamente così, perfino in paesi dove gli "animal spirits" del capitale sono più sotto controllo rispetto a paesi con tradizione da jungla sociale, tipo gli USA. Veniamo poi alla questione dell'esaurimento delle risorse: è un ben curioso discorso quello di dire, sia pure arbitrariamente (nessuno può valutare esattamente quante risorse non rinnovabili abbiamo già distrutto), che siccome, puta caso, abbiamo consumato "solo" 1/3 delle risorse contenute nello strato crustale della terra, allora possiamo andare avanti tranquillamente. Che logica è?!? Con questo modo di ragionare, che trovo, scusami, paradossale (eufemismo), la transizione al collasso, se non riguarderà noi, riguarderà i nostri figli o i nostri nipoti. Sinceramente non mi sembra un atteggiamento molto costruttivo verso il futuro. L'economia non può eludere i dilemmi posti dalle scienze e dalle conoscenze vere della fisica e della biologia. Se lo fa, è per interessi tragicamente miopi, ristretti, e con orizzonti limitatissimi. Dobbiamo accettare l'idea che per sopravvivere in maniera degna e decorosa dobbiamo produrre e consumare ad un ritmo non superiore a quello con cui la natura rinnova le sue scorte, non ci sono alternative. Il mito della tecnologia che risolve ogni problema, è, per l'appunto, un mito, che ha sostituito, nell'uomo moderno privo di profonde conoscenze scientifiche, i vecchi miti religiosi del Paradiso e del paese di Cuccagna. Guarda caso, gli scienziati sono refrattari a questo mito. Ogni danno che provochiamo può essere sì mitigato dall'iniezione di nuova tecnologia, ma questa di norma si accompagna a una serie di nuovi problemi che diventano man mano sempre più difficili da trattare. Prevenire, in altri termini, è sempre meglio che curare, e il motivo di fondo è che non c'è scampo al secondo principio della termodinamica. Faccio presente che l'ecological footprint è solo uno, e certo non il più scientifico, degli indicatori proposti per capire se e a quale ritmo ci stiamo dirigendo verso una transizione all'overshoot e poi al collasso. Ci sono approcci scientifici, che uniscono il meglio della climatologia, della chimica fisica, della fisica dei sistemi complessi, che hanno portato nel tempo allo sviluppo di una cornice sistemica (e non di processo) per avere un quadro globale della situazione, costruire modelli, e fornire delle previsioni (verificabili) a medio e lungo termine. Naturalmente, trattandosi di modelli dell'impatto antropico sul pianeta in presenza di meccanismi complessi di retroazione, le previsioni sono di natura essenzialmente qualitativa, e solo molto a spanne quantitativa. Pure, le conclusioni sono chiare e non ambigue, e si possono confrontare con quello che poi è realmente accaduto nelle serie temporali. Prendiamo allora lo studio più famoso nell'ambito dell'approccio sistemico, quello del 1972 del club di Roma, il famoso (o infame, a seconda dei punti di vista) "The limits to growth". Allora furono spernacchiati e derisi perché si volle per forza sostenere (in non perfetta buona fede, per così dire) che le previsioni di Meadows e compagni erano strettamente quantitative e verificabili nel giro di pochi anni. Ma "The limits to growth" non era e non voleva essere questo. Presentava una serie di situazioni modellistiche, del tipo input-backaction-output, e in base ai diversi input forniva diversi scenari di output a lungo termine. In particolare prevedeva, tra le altre, due possibilità distinte: transizione al collasso per diminuzione delle risorse, oppure per aumento dell'inquinamento (ovvero di porzioni di materia ed energia degradate, e che diventano "veleno" per noi, proprio come gli escrementi nella colonia di batteri quando il vino è ancora presente e abbondante). E poi, naturalmente, combinazioni intermedie dei due. Quarant'anni dopo, a guardare i grafici e le curve di Meadows et al., ci accorgiamo che le loro previsioni sono state piuttosto accurate, e che la tendenza qualitativa oggi è indubitabilmente quella discussa da loro nel lontano 1972. Un chimico fisico di vaglia internazionale, Ugo Bardi dell'Università di Firenze, ha appena pubblicato per i tipi della Springer un ottimo aggiornamento del vecchio rapporto al Club di Roma "The limits to growth, revisited" (per ora disponibile solo in inglese), che giunge a conclusioni analoghe. La tecnologia "buona" da sola non ci salverà, se non ci sarà un controllo politico globale (possibilmente dal basso da parte di cittadini informati e responsabili) sui processi economici, dalla produzione, al consumo, alla distribuzione. Nello stesso capitale vediamo questa lotta in atto: da una parte i "cornucopiani" alla Marchionne, che costruiscono SUV sempre più grandi e sbevazzoni e si esaltano con il contratto aziendale del lavoratore (nuova/vecchia forma di schiavitù: in Europa occidentale nel '900 è stato in vigore in un solo paese, dal 1933 al 1945, penso indovinerai di quale paese si tratta). Dall'altra i tanti eroi senza volto e senza maglione che costruiscono e rischiano i capitali per le nuove infrastrutture fotovoltaiche di domani. Differenza abissale di modelli, di cultura, di essere. Bisogna scegliere, e capisco che per un economista di oggi, che al 95% finirà in una agenzia di consulting, la scelta della crescita senza limiti appaia obbligata. Ma è un vicolo cieco, per loro, e, purtroppo, anche per noi.
...
Il discorso scientifico, ridotto in pillole, è che dobbiamo trovare un modo per consumare allo stesso ritmo (o inferiore) al quale le risorse si riproducono (materia-energia; sorgenti), al contempo dobbiamo produrre rifiuti allo stesso ritmo (o inferiore) al quale il pianeta è in grado di metabolizzarli (entropia; pozzi). Allo stato attuale, e diciamo dall'inizio circa della rivoluzione industriale, non lo stiamo facendo. Ci sono altri case-studies ben noti, del passato pre-industriale, in cui questo è accaduto, per sistemi abbastanza isolati da rappresentare dei "pianeti" in piccolo. Ad esempio, dal lato dell'energia, la fine dell'isola di Pasqua (deforestazione irrazionale; sorgenti). Oppure casi in cui il combinato disposto dei due effetti (sorgenti sempre più scarse; pozzi sempre più pieni), ha avuto un ruolo determinante (crollo della mezzaluna fertile). Puoi leggere utilmente Jared Diamond & coworkers su questi e altri temi. Il libro che ho citato è di Bardi, e sta uscendo in inglese da Springer questa settimana, l'altro, quello che citi tu ed è edito da Mondadori, è l'update di Meadows del 2003. Non ho mai scritto, né lo hanno mai scritto Bardi o quelli del club di Roma, che la fine è segnata e che moriremo tutti, qualsiasi cosa si faccia. Se credessi questo, non starei qui a discutere con un laureato in economia, ti pare. La storia dell'umanità è sempre in bilico tra condanna e salvazione, dipende da noi e dalle nostre scelte. Per questo si valutano scenari, come fanno Meadows e quelli della system dynamics. E qui veniamo al ruolo della tecnologia. Per quanto riguarda la tecnologia, non ho detto che è inutile, o che è necessariamente dannosa, ho scritto una cosa molto diversa: che NON è e NON può essere la soluzione mitologica che ci permette di continuare a fare BAU (Business As Usual). Cerco di spiegarmi ancora una volta. Se continuiamo il BAU, cioè a bruciare carbone, gas, e petrolio, come e più di prima, andiamo verso la tenaglia dell'energia decrescente (sorgenti che si esauriscono) e dell'entropia montante (global warming, pozzi che si riempiono). Se questo rimanesse lo scenario, ben difficilmente qualsiasi nuova tecnologia (ad esempio il sequestro della CO_2) potrebbe ritardare più di qualche decennio il verificarsi di situazioni molto incresciose. Naturalmente non lo posso dimostrare nello stesso modo di come posso dimostrare la legge di Newton, perché sto parlando di processi e sistemi complessi, su larga scala. Tuttavia la modellistica sistemica a questo serve, a dirci, in base agli scenari che si prefigurano, quali possono essere gli output. Infatti, se leggi i vari flow charts di Meadows, vedi che a un certo punto analizza lo scenario in cui si utilizzano prevalentemente fonti rinnovabili e contestualmente la produzione di entropia si mantiene limitata: le simulazioni di Meadows prevedono che se effettuiamo questo tipo di transizione nel giro di qualche decennio, allora tutti i parametri vitali del pianeta decrescono lentamente nel tempo per poi stabilizzarsi su un livello più basso dell'attuale, ma comunque accettabile per tutti e sostenibile a lungo termine. Anche qui, non è come dimostrare la legge di induzione di Faraday, ma è certo molto meglio dei ridicoli pseudo-teoremi matematici degli economisti applicati a realtà virtuali. Detto questo, veniamo alle rinnovabili e alla disponibilità di energia, per capire ancora meglio la differenza tra l'approccio fisico-sistemico e l'approccio BAU + crescita infinita degli economisti (di oggi). Ci sono due modi in cui possiamo fare le rinnovabili: cercando di "inverare" il concetto di energia infinita, oppure cercando di mantenere un equilibrio con la produzione di entropia. Il primo è il sogno degli economisti, ma è anche l'incubo del pianeta. Esempio: c'è una tecnologia eolica, si chiama Kite-Gen (Kite Wind Generator, per la precisione), che è basata su profili alari che salgono e scendono a quote troposferiche (tipicamente intorno ai 1200 metri di altezza). A quelle quote (e più alte), i venti soffiano forti e costanti 24 ore su 24 in molte zone del pianeta (i primi a segnalare il fenomeno furono i piloti americani nella II guerra mondiale). Si è calcolato che con un buon sistema di controllo automatico a terra, un KiteGen di medie dimensioni può assicurare una potenz installata vicina a 1GW, cioè del tutto paragonabile a quella di una centrale nucleare di dimensioni medio-piccole. WOW! Sembrerebbe l'uovo di Colombo, ma in realtà non lo è, perché uno sfruttamento incontrollato dei KiteGen porterebbe ad un utilizzo finale dell'energia sempre più alto, e contemporaneamente a cambiamenti entropici e climatici della terra sempre più devastanti (ci sono ottimi studi a riguardo). Ecco allora quali devono essere le tre gambe della transizione: sicuramente le rinnovabili, e spero di non dover spiegare perché; poi, per le stesse, l'avanzamento scientifico-tecnologico; infine, il controllo sulla retroazione, ovvero una filiera e un sistema che assicurino che la produzione di entropia non superi la capacità del pianeta di riassorbirla. Senza l'ultima gamba, le prime due sono inutili perché riprodurrebbero il BAU sotto altre forme, e il nostro destino sarebbe di nuovo doomed. Spero di essere stato un po' più chiaro, questa volta. Un PS sulla tecnologia. Essendo un fisico, insieme ai miei colleghi non abbiamo dovuto aspettare per sapere che tutto ciò che è cordless, cioè funge da antenna elettromagnetica, è potenzialmente molto pericoloso per la salute (dal cell, al router wi-fi, alla centralina del cordless per il telefono fisso). I danni a lungo termine saranno probabilmente imponenti, difficile fare previsioni ora, ma se fin dall'inizio si fosse adottato un atteggiamento scientifico (e non economico "a vista"), avremmo puntato ai cavi e alle cablature (il passaggio in cavo o in fibra scherma enormemente l'intensità del campo e.m.), e non ci ritroveremo, tra qualche anno, a dover riconvertire tutto con costi e sprechi enormi, e ulteriore aggravio di sorgenti e pozzi. Questo è l'outlook scientifico: un mix molto delicato di ricerca, consapevolezza, e atteggiamento razionale e prudente rispetto al "se si può fare allora si deve fare". Nessun desiderio di tornare nelle caverne, come gli economisti a corto di argomenti cercano di far credere, ma l'uso appropriato delle facoltà razionali dell'essere umano, in modo da evitare proprio che alle caverne si arrivi inseguendo ad ogni costo il mito della crescita e del consumo infiniti. Lo so che agli economisti l'aggettivo "stazionario" ripugno. Lo confondono con "statico", "morto", "fermo". Se fossero curiosi di scienza e conoscenza, scoprirebbero che lo stato stazionario, in un sistema aperto con scambi di materia e di energia, è uno stato altamente organizzato, dinamico, e interessante. Possiamo arrivare a uno steady state dell'economia che garantisca la nostra sopravvivenza sul pianeta senza per questo togliere nulla al nostro desiderio perenne di novità e ricerca. Basta indirizzarlo nella direzione giusta, che non può certo essere quella della crescita infinita dei profitti individuali, che ci porterebbe, appunto, ad Olduvai. A noi decidere, consapevolmente.
La generosità comunicativa di persone come Fabrizio costituisce per me la più forte confutazione dei molti neoapocalittici, scettici verso la potenza emancipativa dei social network.
(Per chi ha tempo e pazienza, qui c'è il link all'intera discussione).
(Per chi fosse interessato, qui Fabrizio si è espresso anche sull'energia nucleare e le energie alternative).
...
Innanzitutto non è assolutamente vero che redistribuzione e stato sociale si impongono quando l'economia cresce. I grandi programmi di welfare e di massiccio intervento statale europei ed americani si sono imposti a cavallo delle due guerre mondiali, in particolar modo a partire dal 1930, ovvero in periodo di fortissima recessione e di fortissima disoccupazione. E taccio ovviamente degli esperimenti sovietici e cinesi che nacquero entrambi in tale temperie storica. Va bene leggere Stiglitz e gli altri simpaticoni di oggi, ma la storia bisogna conoscerla. Soprattutto, poiché l'economia è lungi dall'essere una scienza ed è purtroppo "esposta" (diciamo così) alla dominance ideologica del momento, dovrebbe intervenire con moltissima umiltà su cose quali le risorse, l'energia, l'entropia, e il riscaldamento globale, che sono questioni che si possono affrontare solo possedendo conoscenze scientifiche molto avanzate. In particolare, un mito disastroso che purtroppo la dominanza ideologica attuale nella "scienza economica" a elevato a dogma indiscutibile, è la fede nella possibilità che la crescita economica possa continuare indefinitamente su un pianeta che ha risorse finite. Questo mito della "crescita infinita" che prescinde dalla conoscenza del sustrato fisico e materiale del pianeta, si è imposto come "dogma centrale" del neoliberismo ed è ormai accettato da tutti gli economisti come un'evidenza fattuale ovvia, siano essi ultraliberisti o socialdemocratici correttivisti. Peccato che la crescita indefinita sia impossibile.
...
Innanzitutto, che la redistribuzione si imponga "più facilmente" quando l'economia cresce non è affatto automatico. Dipende. Durante la "golden age" 1945-1975 è stato sicuramente così, ma, guarda un po', anche in quel caso attraverso un massiccissimo intervento della politica, cioè dei cittadini e dei lavoratori, cioè di quelli, che nei sogni dell'economista "oggettivo e liberista" dovrebbero proprio scomparire e non avere mai voce in capitolo. Altrimenti non ci sarebbe stata nesssuna redistribuzione, o molto minore: il contesto politico e culturale è cruciale, l'economia ne dipende, eccome. Vediamo invece che poi, una volta raggiunto l'obiettivo (tenacemente perseguito) di disarticolare le aggregazioni politiche che miravano a tenere sotto controllo i meccanismi "spontanei" del capitale (obiettivo raggiunto al termine della recessione stagflazionista degli anni '70 e dei primi anni '80), ecco che "magicamente" crescita e redistribuzione hanno smesso di marciare insieme. Nonostante periodi di fortissima crescita, almeno due, dal 1984 al 1988 (era Reagan-Thatcher, per semplificare) e poi di nuovo dal 1993 al 1999 (era Clinton, sempre per semplificare), la concentrazione dei capitali a sfavore dei redditi da lavoro è andata costantemente aumentando dal 1979 in poi, e non è certamente un caso. E' un portato della vittoria delle forze che si oppongono all'idea redistributiva. E si oppongono sempre, sia che l'economia cresca, sia che l'economia non cresca. Infatti il "mantra" che ha sostituito qualsiasi altra possibile relazione concettuale in economia è quello della "crescita", che dovrebbe lenire tutto, sostituendosi alla redistribuzione, secondo l'assunto che dalle briciole dei 50 miliardi in più di Marchionne & friends, qualcosa arriverà, per "percolazione", anche in basso. Tutto sta ad indicare che non è assolutamente così, perfino in paesi dove gli "animal spirits" del capitale sono più sotto controllo rispetto a paesi con tradizione da jungla sociale, tipo gli USA. Veniamo poi alla questione dell'esaurimento delle risorse: è un ben curioso discorso quello di dire, sia pure arbitrariamente (nessuno può valutare esattamente quante risorse non rinnovabili abbiamo già distrutto), che siccome, puta caso, abbiamo consumato "solo" 1/3 delle risorse contenute nello strato crustale della terra, allora possiamo andare avanti tranquillamente. Che logica è?!? Con questo modo di ragionare, che trovo, scusami, paradossale (eufemismo), la transizione al collasso, se non riguarderà noi, riguarderà i nostri figli o i nostri nipoti. Sinceramente non mi sembra un atteggiamento molto costruttivo verso il futuro. L'economia non può eludere i dilemmi posti dalle scienze e dalle conoscenze vere della fisica e della biologia. Se lo fa, è per interessi tragicamente miopi, ristretti, e con orizzonti limitatissimi. Dobbiamo accettare l'idea che per sopravvivere in maniera degna e decorosa dobbiamo produrre e consumare ad un ritmo non superiore a quello con cui la natura rinnova le sue scorte, non ci sono alternative. Il mito della tecnologia che risolve ogni problema, è, per l'appunto, un mito, che ha sostituito, nell'uomo moderno privo di profonde conoscenze scientifiche, i vecchi miti religiosi del Paradiso e del paese di Cuccagna. Guarda caso, gli scienziati sono refrattari a questo mito. Ogni danno che provochiamo può essere sì mitigato dall'iniezione di nuova tecnologia, ma questa di norma si accompagna a una serie di nuovi problemi che diventano man mano sempre più difficili da trattare. Prevenire, in altri termini, è sempre meglio che curare, e il motivo di fondo è che non c'è scampo al secondo principio della termodinamica. Faccio presente che l'ecological footprint è solo uno, e certo non il più scientifico, degli indicatori proposti per capire se e a quale ritmo ci stiamo dirigendo verso una transizione all'overshoot e poi al collasso. Ci sono approcci scientifici, che uniscono il meglio della climatologia, della chimica fisica, della fisica dei sistemi complessi, che hanno portato nel tempo allo sviluppo di una cornice sistemica (e non di processo) per avere un quadro globale della situazione, costruire modelli, e fornire delle previsioni (verificabili) a medio e lungo termine. Naturalmente, trattandosi di modelli dell'impatto antropico sul pianeta in presenza di meccanismi complessi di retroazione, le previsioni sono di natura essenzialmente qualitativa, e solo molto a spanne quantitativa. Pure, le conclusioni sono chiare e non ambigue, e si possono confrontare con quello che poi è realmente accaduto nelle serie temporali. Prendiamo allora lo studio più famoso nell'ambito dell'approccio sistemico, quello del 1972 del club di Roma, il famoso (o infame, a seconda dei punti di vista) "The limits to growth". Allora furono spernacchiati e derisi perché si volle per forza sostenere (in non perfetta buona fede, per così dire) che le previsioni di Meadows e compagni erano strettamente quantitative e verificabili nel giro di pochi anni. Ma "The limits to growth" non era e non voleva essere questo. Presentava una serie di situazioni modellistiche, del tipo input-backaction-output, e in base ai diversi input forniva diversi scenari di output a lungo termine. In particolare prevedeva, tra le altre, due possibilità distinte: transizione al collasso per diminuzione delle risorse, oppure per aumento dell'inquinamento (ovvero di porzioni di materia ed energia degradate, e che diventano "veleno" per noi, proprio come gli escrementi nella colonia di batteri quando il vino è ancora presente e abbondante). E poi, naturalmente, combinazioni intermedie dei due. Quarant'anni dopo, a guardare i grafici e le curve di Meadows et al., ci accorgiamo che le loro previsioni sono state piuttosto accurate, e che la tendenza qualitativa oggi è indubitabilmente quella discussa da loro nel lontano 1972. Un chimico fisico di vaglia internazionale, Ugo Bardi dell'Università di Firenze, ha appena pubblicato per i tipi della Springer un ottimo aggiornamento del vecchio rapporto al Club di Roma "The limits to growth, revisited" (per ora disponibile solo in inglese), che giunge a conclusioni analoghe. La tecnologia "buona" da sola non ci salverà, se non ci sarà un controllo politico globale (possibilmente dal basso da parte di cittadini informati e responsabili) sui processi economici, dalla produzione, al consumo, alla distribuzione. Nello stesso capitale vediamo questa lotta in atto: da una parte i "cornucopiani" alla Marchionne, che costruiscono SUV sempre più grandi e sbevazzoni e si esaltano con il contratto aziendale del lavoratore (nuova/vecchia forma di schiavitù: in Europa occidentale nel '900 è stato in vigore in un solo paese, dal 1933 al 1945, penso indovinerai di quale paese si tratta). Dall'altra i tanti eroi senza volto e senza maglione che costruiscono e rischiano i capitali per le nuove infrastrutture fotovoltaiche di domani. Differenza abissale di modelli, di cultura, di essere. Bisogna scegliere, e capisco che per un economista di oggi, che al 95% finirà in una agenzia di consulting, la scelta della crescita senza limiti appaia obbligata. Ma è un vicolo cieco, per loro, e, purtroppo, anche per noi.
...
Il discorso scientifico, ridotto in pillole, è che dobbiamo trovare un modo per consumare allo stesso ritmo (o inferiore) al quale le risorse si riproducono (materia-energia; sorgenti), al contempo dobbiamo produrre rifiuti allo stesso ritmo (o inferiore) al quale il pianeta è in grado di metabolizzarli (entropia; pozzi). Allo stato attuale, e diciamo dall'inizio circa della rivoluzione industriale, non lo stiamo facendo. Ci sono altri case-studies ben noti, del passato pre-industriale, in cui questo è accaduto, per sistemi abbastanza isolati da rappresentare dei "pianeti" in piccolo. Ad esempio, dal lato dell'energia, la fine dell'isola di Pasqua (deforestazione irrazionale; sorgenti). Oppure casi in cui il combinato disposto dei due effetti (sorgenti sempre più scarse; pozzi sempre più pieni), ha avuto un ruolo determinante (crollo della mezzaluna fertile). Puoi leggere utilmente Jared Diamond & coworkers su questi e altri temi. Il libro che ho citato è di Bardi, e sta uscendo in inglese da Springer questa settimana, l'altro, quello che citi tu ed è edito da Mondadori, è l'update di Meadows del 2003. Non ho mai scritto, né lo hanno mai scritto Bardi o quelli del club di Roma, che la fine è segnata e che moriremo tutti, qualsiasi cosa si faccia. Se credessi questo, non starei qui a discutere con un laureato in economia, ti pare. La storia dell'umanità è sempre in bilico tra condanna e salvazione, dipende da noi e dalle nostre scelte. Per questo si valutano scenari, come fanno Meadows e quelli della system dynamics. E qui veniamo al ruolo della tecnologia. Per quanto riguarda la tecnologia, non ho detto che è inutile, o che è necessariamente dannosa, ho scritto una cosa molto diversa: che NON è e NON può essere la soluzione mitologica che ci permette di continuare a fare BAU (Business As Usual). Cerco di spiegarmi ancora una volta. Se continuiamo il BAU, cioè a bruciare carbone, gas, e petrolio, come e più di prima, andiamo verso la tenaglia dell'energia decrescente (sorgenti che si esauriscono) e dell'entropia montante (global warming, pozzi che si riempiono). Se questo rimanesse lo scenario, ben difficilmente qualsiasi nuova tecnologia (ad esempio il sequestro della CO_2) potrebbe ritardare più di qualche decennio il verificarsi di situazioni molto incresciose. Naturalmente non lo posso dimostrare nello stesso modo di come posso dimostrare la legge di Newton, perché sto parlando di processi e sistemi complessi, su larga scala. Tuttavia la modellistica sistemica a questo serve, a dirci, in base agli scenari che si prefigurano, quali possono essere gli output. Infatti, se leggi i vari flow charts di Meadows, vedi che a un certo punto analizza lo scenario in cui si utilizzano prevalentemente fonti rinnovabili e contestualmente la produzione di entropia si mantiene limitata: le simulazioni di Meadows prevedono che se effettuiamo questo tipo di transizione nel giro di qualche decennio, allora tutti i parametri vitali del pianeta decrescono lentamente nel tempo per poi stabilizzarsi su un livello più basso dell'attuale, ma comunque accettabile per tutti e sostenibile a lungo termine. Anche qui, non è come dimostrare la legge di induzione di Faraday, ma è certo molto meglio dei ridicoli pseudo-teoremi matematici degli economisti applicati a realtà virtuali. Detto questo, veniamo alle rinnovabili e alla disponibilità di energia, per capire ancora meglio la differenza tra l'approccio fisico-sistemico e l'approccio BAU + crescita infinita degli economisti (di oggi). Ci sono due modi in cui possiamo fare le rinnovabili: cercando di "inverare" il concetto di energia infinita, oppure cercando di mantenere un equilibrio con la produzione di entropia. Il primo è il sogno degli economisti, ma è anche l'incubo del pianeta. Esempio: c'è una tecnologia eolica, si chiama Kite-Gen (Kite Wind Generator, per la precisione), che è basata su profili alari che salgono e scendono a quote troposferiche (tipicamente intorno ai 1200 metri di altezza). A quelle quote (e più alte), i venti soffiano forti e costanti 24 ore su 24 in molte zone del pianeta (i primi a segnalare il fenomeno furono i piloti americani nella II guerra mondiale). Si è calcolato che con un buon sistema di controllo automatico a terra, un KiteGen di medie dimensioni può assicurare una potenz installata vicina a 1GW, cioè del tutto paragonabile a quella di una centrale nucleare di dimensioni medio-piccole. WOW! Sembrerebbe l'uovo di Colombo, ma in realtà non lo è, perché uno sfruttamento incontrollato dei KiteGen porterebbe ad un utilizzo finale dell'energia sempre più alto, e contemporaneamente a cambiamenti entropici e climatici della terra sempre più devastanti (ci sono ottimi studi a riguardo). Ecco allora quali devono essere le tre gambe della transizione: sicuramente le rinnovabili, e spero di non dover spiegare perché; poi, per le stesse, l'avanzamento scientifico-tecnologico; infine, il controllo sulla retroazione, ovvero una filiera e un sistema che assicurino che la produzione di entropia non superi la capacità del pianeta di riassorbirla. Senza l'ultima gamba, le prime due sono inutili perché riprodurrebbero il BAU sotto altre forme, e il nostro destino sarebbe di nuovo doomed. Spero di essere stato un po' più chiaro, questa volta. Un PS sulla tecnologia. Essendo un fisico, insieme ai miei colleghi non abbiamo dovuto aspettare per sapere che tutto ciò che è cordless, cioè funge da antenna elettromagnetica, è potenzialmente molto pericoloso per la salute (dal cell, al router wi-fi, alla centralina del cordless per il telefono fisso). I danni a lungo termine saranno probabilmente imponenti, difficile fare previsioni ora, ma se fin dall'inizio si fosse adottato un atteggiamento scientifico (e non economico "a vista"), avremmo puntato ai cavi e alle cablature (il passaggio in cavo o in fibra scherma enormemente l'intensità del campo e.m.), e non ci ritroveremo, tra qualche anno, a dover riconvertire tutto con costi e sprechi enormi, e ulteriore aggravio di sorgenti e pozzi. Questo è l'outlook scientifico: un mix molto delicato di ricerca, consapevolezza, e atteggiamento razionale e prudente rispetto al "se si può fare allora si deve fare". Nessun desiderio di tornare nelle caverne, come gli economisti a corto di argomenti cercano di far credere, ma l'uso appropriato delle facoltà razionali dell'essere umano, in modo da evitare proprio che alle caverne si arrivi inseguendo ad ogni costo il mito della crescita e del consumo infiniti. Lo so che agli economisti l'aggettivo "stazionario" ripugno. Lo confondono con "statico", "morto", "fermo". Se fossero curiosi di scienza e conoscenza, scoprirebbero che lo stato stazionario, in un sistema aperto con scambi di materia e di energia, è uno stato altamente organizzato, dinamico, e interessante. Possiamo arrivare a uno steady state dell'economia che garantisca la nostra sopravvivenza sul pianeta senza per questo togliere nulla al nostro desiderio perenne di novità e ricerca. Basta indirizzarlo nella direzione giusta, che non può certo essere quella della crescita infinita dei profitti individuali, che ci porterebbe, appunto, ad Olduvai. A noi decidere, consapevolmente.
domenica 13 marzo 2011
Contro il nucleare
Fabrizio Illuminati è un fisico e intellettuale di vaglia.
Questo il suo illuminato parere contro l'energia nucleare, che ringrazio di avere postato in una discussione su Facebook.
(Per chi fosse interessato, qui Fabrizio si è espresso anche sulla decrescita).
4) Purtroppo, il punto 3) è falso, in misura preoccupantemente larga e certa. Infatti, attualmente la produzione e il consumo del combustibile nucleare sono interamente basati sul ciclo dell'uranio, che è elemento fossile e non rinnovabile... esattamente come il petrolio e il carbone. In particolare, l'unico isotopo esistente in natura in quantità apprezzabili che possa essere sottoposto a fissione nucleare innescata da neutroni termici, e perciò adatto ad essere utilizzato nelle centrali è l'Uranio 235. Per far funzionare una centrale nucleare bisogna perciò "arricchire" l'Uranio presente in natura (per mezzo della tecnica della separazione isotopica) per aumentare la percentuale di Uranio 235. Un processo lungo, costoso, complesso (come ben sanno gli Iraniani). Per far funzionare una centrale bisogna arricchire la miscela naturale (in cui il 235 è presente solo per lo 0,7%) fino ad arrivare a una concentrazione del 235 pari a circa il 20%. Per costruire una bomba, bisogna arrivare al 90% circa, e la difficoltà aumenta esponenzialmente all'aumentare della concentrazione (per questo, per fortuna, non è affatto semplice costruire una bomba).
5) Quanto Uranio c'è ancora nel mondo? E quando si esaurirà, al tasso di consumo attuale? E' difficile rispondere con precisione a queste domande, sappiamo però (cito da fonte IEA e Wikipedia) che "Per soddisfare la crescente domanda molti paesi consumatori e produttori hanno iniziato ad intaccare le cosiddette fonti secondarie di Uranio, ossia le scorte accumulate in deposito nei decenni precedenti (incluse le testate nucleari). Come risultato il prezzo dell'uranio sul mercato mondiale ha subìto una forte impennata, passando dai 7 $/libbra del 2001 al picco di 135 $/libbra del 2007. Nel 2001 il prezzo dell'Uranio incideva per il 5-7% sul totale dei costi riguardanti la produzione di energia nucleare. Secondo dati della WNA, a gennaio 2010, il costo attuale di 115 $/kg incide per circa il 40% sul costo del combustibile, che a sua volta incide per circa 0.71 c$ sul costo di generazione di ogni kWh.".
6) Quindi, nel giro di un decennio, il costo del combustibile passa da essere il 5% sul totale dei costi ad essere il 40%. Inoltre, è di pochi mesi fa (luglio 2010) l'annuncio ufficiale, riportato dai veri mezzi di comunicazione, che il costo del kWh solare ha incrociato ed è sceso per la prima volta sotto a quello del kWh nucleare (a circa 15 c$), dopo 10 anni di costante abbassamento del primo e di costante rialzo del secondo. Mi sembrano dati che parlano da soli. In generale, possiamo essere ragionevolmente sicuri che la produzione di Uranio 235 potrà piccare entro poche decine di anni, per poi avviarsi verso un declino sempre più rapido.
7) La produzione di CO_2 legata al kWh nucleare è modesta, ma non trascurabile. Una centrale in esercizio essenzialmente non produce CO_2. Tuttavia le cose cambiano se si tiene conto dei processi di estrazione dell'Uranio, di costruzione, di manuntenzione, e di dismissione di una centrale, processi che sono paurosamente energy-intensive e capital-consuming. Inoltre sono processi di fatto continui, che accompagnano il funzionamento di una centrale a fissione durante l'arco di tutta la sua esistenza (Le barre di combustibile vanno periodicamente ricaricate, ad esempio). Anche qui è difficile fare conti precisissimi, ma si può affermare che si tratta di quantità rilevanti, inferiori naturalmente a quelle prodotte da petrolio, carbone, e gas, ma non trascurabili, e certamente molto molto superiori alle quantità di CO_2 rilasciate, ad esempio, nella produzione di moduli fotovoltaici o pale eoliche.
Ho tralasciato completamente gli enormi problemi riguardanti i rischi di esercizio, i grandi incidenti, lo smantellamento, la dismissione, e l'immagazzinamento delle scorie. Faccio solo presente, a proposito delle "grandi aree" che il fotovoltaico sottrarrebbe irreversibilmente alla bellezza del mondo, che un'intera regione dell'Ucraina, quella intorno a Prypiat e Chernobyl, è completamente inabitabile da uomini e animali dal 1986, e che mezzo milione di persone è stato dislocato per sempre. Forse sarebbe meglio ogni tanto preoccuparsi delle travi, prima di inveire contro le canne...
5) Quanto Uranio c'è ancora nel mondo? E quando si esaurirà, al tasso di consumo attuale? E' difficile rispondere con precisione a queste domande, sappiamo però (cito da fonte IEA e Wikipedia) che "Per soddisfare la crescente domanda molti paesi consumatori e produttori hanno iniziato ad intaccare le cosiddette fonti secondarie di Uranio, ossia le scorte accumulate in deposito nei decenni precedenti (incluse le testate nucleari). Come risultato il prezzo dell'uranio sul mercato mondiale ha subìto una forte impennata, passando dai 7 $/libbra del 2001 al picco di 135 $/libbra del 2007. Nel 2001 il prezzo dell'Uranio incideva per il 5-7% sul totale dei costi riguardanti la produzione di energia nucleare. Secondo dati della WNA, a gennaio 2010, il costo attuale di 115 $/kg incide per circa il 40% sul costo del combustibile, che a sua volta incide per circa 0.71 c$ sul costo di generazione di ogni kWh.".
6) Quindi, nel giro di un decennio, il costo del combustibile passa da essere il 5% sul totale dei costi ad essere il 40%. Inoltre, è di pochi mesi fa (luglio 2010) l'annuncio ufficiale, riportato dai veri mezzi di comunicazione, che il costo del kWh solare ha incrociato ed è sceso per la prima volta sotto a quello del kWh nucleare (a circa 15 c$), dopo 10 anni di costante abbassamento del primo e di costante rialzo del secondo. Mi sembrano dati che parlano da soli. In generale, possiamo essere ragionevolmente sicuri che la produzione di Uranio 235 potrà piccare entro poche decine di anni, per poi avviarsi verso un declino sempre più rapido.
7) La produzione di CO_2 legata al kWh nucleare è modesta, ma non trascurabile. Una centrale in esercizio essenzialmente non produce CO_2. Tuttavia le cose cambiano se si tiene conto dei processi di estrazione dell'Uranio, di costruzione, di manuntenzione, e di dismissione di una centrale, processi che sono paurosamente energy-intensive e capital-consuming. Inoltre sono processi di fatto continui, che accompagnano il funzionamento di una centrale a fissione durante l'arco di tutta la sua esistenza (Le barre di combustibile vanno periodicamente ricaricate, ad esempio). Anche qui è difficile fare conti precisissimi, ma si può affermare che si tratta di quantità rilevanti, inferiori naturalmente a quelle prodotte da petrolio, carbone, e gas, ma non trascurabili, e certamente molto molto superiori alle quantità di CO_2 rilasciate, ad esempio, nella produzione di moduli fotovoltaici o pale eoliche.
Ho tralasciato completamente gli enormi problemi riguardanti i rischi di esercizio, i grandi incidenti, lo smantellamento, la dismissione, e l'immagazzinamento delle scorie. Faccio solo presente, a proposito delle "grandi aree" che il fotovoltaico sottrarrebbe irreversibilmente alla bellezza del mondo, che un'intera regione dell'Ucraina, quella intorno a Prypiat e Chernobyl, è completamente inabitabile da uomini e animali dal 1986, e che mezzo milione di persone è stato dislocato per sempre. Forse sarebbe meglio ogni tanto preoccuparsi delle travi, prima di inveire contro le canne...
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Innanzitutto un confronto significativo è il dato della nuova potenza elettrica installata nel mondo nel 2010. Fotovoltaico: 16 GW. Nucleare: 0 GW. Per quanto riguarda il fotovoltaico, si tratta di una cifra quasi doppia rispetto a quella installata nel mondo nel 2009 (9 GW). Si tratta chiaramente di una crescita esponenziale. Siamo ancora a circa l'1% della potenza elettrica installata nel mondo, ma è chiaro che la rivoluzione solare è cominciata. Che gli USA non siano alla testa di questa rivoluzione, dispiace, ovviamente (ci sono motivi, non belli, su cui volendo possiamo tornare). Che lo siano paesi come la Germania, la Cina, il Brasile, ed altri, è invece molto rilevante.
Le bufale sui problemi di localizzazione degli impianti fotovoltaici e sulla loro estensione, che si sentono ripetere periodicamente, le commenterei in altra sede. E' certamente vero che c'è un problema nazionale, legato a fenomeni di arretratezza culturale, corruzione, e assi crimine-amministrazione, ma, appunto, questo è un problema tipicamente italico, risolvibile (se si vuole), e che avrebbe conseguenze incomparabilmente più catastrofiche nel caso della localizzazione, costruzione, ed esercizio degli ipotetici impianti nucleari.
Venendo al nucleare, prima ancora di discutere dei problemi relativi ai rischi e al problema del trattamento delle scorie, che pure sono fondamentali, cerchiamo di ragionare proprio in termini puramente energetici. Il nucleare conviene? E' energeticamente ed economicamente la scelta giusta per il futuro? Ci sono argomenti molto forti per rispondere "no", e che spiegano perché nel mondo, sostanzialmente, non si costruiscano più centrali nucleari da molto tempo, a parte quelle di sostituzione, e perfino quelle programmate da Obama sono di sostituzione di quelle che saranno obsolete tra 10-15 anni. Provo a sviluppare il ragionamento per punti.
1) Giustamente si dice che il petrolio, il carbone, e il gas naturale, che sono combustibili fossili, sono destinati ad esaurirsi in tempi più o meno prossimi, al folle tasso di consumo attuale. Sicuramente il petrolio è quello che sta messo peggio, nel senso che secondo le stime geologiche più accreditate, siamo vicini al picco storico della produzione (qualcuno sostiene che sia già avvenuto o stia già avvenendo, altri propendono per una data compresa tra il 2015 e il 2030). Dopodiché la diminuzione della produzione procederà inesorabile, all'inizio lentamente, poi sempre più veloce. Risorse aggiuntive potranno venire dallo sfruttamento delle scisti e delle sabbie bituminose (specialmente canadesi e venezuelane), dei pozzi marini profondi (non particolarmente abbondanti e di difficilissimo accesso), delle risorse polari (non straordinarie e di ancora più difficile accesso). Anche non volendo tenere conto dei giganteschi danni ambientali che lo sfruttamento di tali risorse aggiuntive provocherebbe (ma è insensato non farlo), in ogni caso si tratterebbe di recuperi costosissimi e che ritarderebbero l'inevitabile magari di 20-30 anni. E' vero, c'è ancora relativamente parecchio carbone, e sembra ci sia ancora parecchio gas (questo è già meno chiaro). Però bruciare carbone produce CO_2 a livelli che il petrolio in confronto impallidisce, più altre schifezze notevolissime, come la micidiale anidride solforosa SO_2. E anche lì, comunque, si recuperano altri 50-100 anni, se va bene.
2) E' quindi vero e sacrosanto che bisogna ridurre la dipendenza dai combustibili fossili perché A) sono appunto risorse non rinnovabili, e B) perché contribuiscono in maniera determinante ed essenziale al riscaldamento globale.
3) I sostenitori del nucleare da fissione (quello da fusione è di là da venire e probabilmente sarà così per sempre) sostengono che il ritorno al nucleare risolve entrambi i problemi A) e B) di cui al punto 2) qui sopra. Inoltre, sostengono C) che tra tutte le fonti alternative possibili (solare, eolico, geotermico, idroelettrico, e tutte le loro varie possibili combinazione e integrazioni, inclusi sistemi di immagazzinamento dell'energia con accumulatori, condensatori, vasche ad idrogeno, ad aria compressa, bacini idro, ecc ecc), il nucleare è quello che assicura il più basso costo per kWh di energia prodotta.