E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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mercoledì 3 agosto 2022

Eutanasia (Intuizione 70)

Il padre è colui che può insegnarti che non si deve vivere a tutti i costi, e che a certe condizioni è meglio morire che vivere.

mercoledì 17 marzo 2021

Diventare ricchi (Nouveau roman nouveau, 1)

Da piccolo volevo essere bello, felice, intelligente e ricco. Crescendo mi sono dolorosamente reso conto che ero brutto, e ho iniziato a essere infelice. Speravo di essere intelligente ma anche l’intelligenza mi sembrava farmi difetto perché non sapevo in quale modo misurarla, come certificarmi della sua realtà e presenza.

E riguardo alla ricchezza, quando ho iniziato a studiare filosofia ci ho tirato una riga sopra. A quel punto ho iniziato a sentirmi meno brutto e più intelligente e sono conseguentemente diventato anche più felice.

Quand’ero piccolo mio padre ogni tanto fantasticava con me di diventare ricco grazie alla schedina. Bisognava fare tredici, ma anche dodici non sarebbe stato male. Non mi sembrava così difficile fare dodici o tredici. Che cosa avremmo fatto con quei soldi? 

Facevamo l’elenco: mio padre avrebbe smesso di lavorare; avremmo comprato una bella casa con un giardino e avremmo preso un cane; mi avrebbe comprato quel super robot dei Micronauti che desideravo tanto ma per cui nessuna paghetta sarebbe mai bastata.

Avremmo fatto dei bei viaggi d'estate e d'inverno la settimana bianca.


giovedì 26 luglio 2018

Post scriptum (Roman nouveau, Omega)

Un giorno d'inverno portai una minuscola statuetta di Buddha sulla tomba di mio padre. Era il mio periodo buddhista, avevo l'ispirazione per fare un gesto privo di significato e tuttavia facilmente leggibile all'interno di una tradizione umana di culto dei morti.
La prima statuina che volevo portare a mio padre l'avevo regalata al bellissimo figlioletto del mio amico Max: eravamo in montagna per una riunione tra ex compagni di università, Viviana era incinta di Agostino. Tito aveva quattro anni e quando vide la statuina dorata che mi portavo sempre appresso, dopo che l'avevo posata sul tavolino al quale sorseggiavamo il nostro aperitivo tra vecchi amici in vacanza, la guardò con occhi incuriositi e avidissimi: “questo è Buddha”, gli dissi con benevolo tono di ammaestramento.
“Buddo!”, urlò Tito gioiosamente afferrando la statuina e impadronendosene in modo ostentato. Ebbi una piccola crisi interiore: era una statuina che adoravo, una specie di portafortuna su cui si concentravano tutte le mie quasi-credenze pseudo-buddhiste dell'epoca. Inoltre avevo già deciso di portarla sulla tomba di mio padre... E adesso quel moccioso la voleva per sé! Cercai di dominare l'angoscia furente che si stava formando da qualche parte nella mia psiche contorta: mi dissi che se Tito era attratto dal buddhino risplendente era giusto che diventasse suo, anche se privarmene mi generava un notevole disagio. Mi dissi che in fondo il buddhismo insegna proprio il distacco e mi tornò in mente il proverbio cinese che esprime il culmine dell'irrazionalità buddhista chan, poi zen: “se incontri Buddha sulla tua strada, uccidilo”. 
Provai così a uccidere Buddha in quella statuina, ma forse non vi riuscii proprio benissimo, se ora sto scrivendo di questo fatto, a dieci anni di distanza. Successivamente trovai un'altra statuina simile a quella che avevo visto scomparire nella manina di Tito: ma non era altrettanto bella e insomma portarla da mio padre mi sembrava già un po' meno significativo.
Comunque mi recai al cimitero monumentale di Torino, dove ritrovai non senza fatica (devo sempre richiedere le coordinate alla mia vecchia zia) il lotto in cui stazionavano le spoglie mortali incenerite del mio genitore, appoggiai la statuina sul loculo di papà, mi sedetti nella posizione del loto, dopo essermi ficcato dei giornali sotto il sedere per evitare il freddo del pavimento cimiteriale, e provai a fare un po' di meditazione.
Niente, non sentivo niente, non mi veniva in mente nulla che io potessi fieramente lasciar scorrere nella mia mente, non i pensieri “che saltano di ramo in ramo come le scimmie”.
Non pensando niente non potevo staccarmi da niente. Nulla aveva senso, era tutto ridicolo e inutile: stavo davanti a un pezzo di marmo contenente un po’ di polvere, e negli avelli contigui c’erano pure dei cadaveri in putrefazione.

Quando tornai dopo un anno a visitare la tomba, la statuina era scomparsa.
Siamo usciti dal nulla, siamo fatti di nulla, stiamo tornando nel nulla.

lunedì 19 marzo 2018

Il desiderio di paternità

Quand'ero piccolo mio padre mi raccontava di avere tanto desiderato diventare padre. La cosa mi lasciava abbastanza indifferente, poiché un bambino non ha interesse a penetrare la psicologia dei suoi genitori, anche quando costoro, forse sbagliando, ve lo invitino. Tuttavia non mi pareva che vi fosse nulla di strano in questo presunto desiderio di paternità esibito da mio padre.
In età adulta mi sono invece accorto che il desiderio di paternità non esiste. È vero che anche la consistenza del desiderio di maternità è stato messo in discussione da certe teoriche culturaliste, ma mi pare che il dibattito sia ancora aperto.
Riflettendo sulla mia esperienza concreta mi sento invece di poter dichiarare guerra al dubbio concetto di desiderio di paternità. 
I maschi che dichiarano di voler diventare padri non fanno che assecondare il loro desiderio di creare un alter-ego a loro immagine e somiglianza, di eternare se stessi per un fondamentale narcisismo maschile. Penso proprio che non essere implicati fisicamente nella gravidanza e nel parto ponga il genitore maschio in una posizione molto astratta, che difficilmente può pensarsi correlata a un autentico desiderio: si può desiderare di essere padre, ossia occuparne il ruolo, ma non di diventarlo. 
Essere-padre è una condizione imprevedibile cui si giunge con l'evento-nascita, ossia con un salto ontologico nel vuoto, con l’attualizzazione di un mondo possibile, o il passaggio da un mondo a un altro. Un uomo può effettivamente desiderare di somigliare al proprio padre diventando padre a sua volta, ma questo significa qualcosa di differente da ciò che si intende normalmente con “desiderio di paternità”: non è un desiderio con un oggetto (il figlio) bensì un’intenzione ego-riferita: “voglio assumere la posizione del Padre, voglio imitare e sostituire mio padre”.
Quando una donna desidera un figlio, desidera un figlio: non tanto “diventare madre”, quanto piuttosto dar vita a una creatura, generarla nel proprio ventre, sentirla animarsi, crescere, prendere forma e finalmente separarsi dal suo corpo per diventare un individuo idealmente autonomo. Per la madre l'evento della nascita è fisicamente immanente, per il padre è trascendente, non avendo luogo nel suo corpo (è dunque meta-fisico). Non dico che ogni donna desiderosa di maternità abbia una rappresentazione mentale chiara e distinta della catena causale che porta dal desiderio al figlio, ma mi pare innegabile che una maggior dose di autocoscienza generativa sia implicita nella mente femminile rispetto a quella maschile.
Questo discorso risente forse di una distinzione tra sessi troppo assoluta, e glissa del tutto sulla non coincidenza della differenza sessuale con la differenza di genere. Forse ho già affermato troppo rispetto a quanto io davvero non possa fare senza cadere in quella sicumera filosofica propria di tanti filosofi contemporanei. È una sicumera che detesto, dunque faccio ammenda e torno sui miei passi, limitandomi a dire ciò che so della condizione paterna per mia esperienza e riflessione personale. 
Credo che un uomo che non si senta ancora all'inizio della vecchiaia, e che dunque non pensi all'approssimarsi della morte, il cui pensiero può parere più temibile qualora non si abbiano eredi, non possa desiderare realmente di procreare un figlio da una donna.
Nella nostra società un uomo desidera “possedere” la donna che ama, come dice la lingua italiana, ma in questo possesso reiterato e sperabilmente infinito l'idea di procreare un figlio non figura come effetto necessario né come causa adeguata (del prolungamento) dell'amore. Spesso viene anzi percepito come un possibile ostacolo all'amore, dato che gli individui contemporanei sono egocentrati narcisisti e vogliono tendenzialmente ampliare le loro possibilità vitali, non certo restringerle.
Mi rivolgo dunque a te, amico padre che mi leggi: non sentirti in colpa se non hai desiderato il tuo divenire-padre, perché nella moderna società alienata è difficile rendersi conto che c'è dell'altro oltre al godimento personale. Del resto, se sei diventato padre o lo stai diventando sai benissimo di che cosa parlo: quando la tua compagna ti ha annunciato di essere incinta, che tu te l’aspettassi oppure no, avrai probabilmente fatto un sobbalzo, provando qualcosa di simile a una gioia onnipotente, e poi avrai detto a te stesso qualcosa come: “che il cielo ce la mandi buona!”.
Proprio questo dobbiamo fare, noi padri: sperare di essere all’altezza dell’Evento su cui si fonda la nostra nuova vita.

sabato 13 gennaio 2018

I filosofi e la morte (Roman nouveau, 35)

Riprendendo probabilmente Epicuro, e anticipando Sartre, nel Tractatus Logico-philosophicus Wittgenstein dice: “La morte non è evento della vita. La morte non si vive” (Tractatus, 6.4311). Chiunque abbia vissuto un lutto importante dovrebbe sapere che questo è uno dei tentativi consolatori della filosofia meno riusciti di tutti i tempi, perché il ragionamento vale solo – posto che valga – per la propria morte. Ma se a morire è un altro? Se a morire, nella fattispecie, è il proprio amatissimo padre?
Su questo punto il padre della psicoanalisi sembra avere visto decisamente meglio di quegli algidi filosofi, ossia Epicuro, Sartre e Wittgenstein (faccio notare en passant che nessuno dei tre è diventato padre, a differenza di Freud).
E infatti, in generale, dopo la morte di mio padre la filosofia mi risultò all'improvviso dolorosamente inutile, come se mi rendessi conto di essermi sempre ingannato sul potere salvifico del pensiero filosofico.
Cercare consolazione filosofica per la morte nella filosofia di Badiou, per esempio, è un'impresa disperata. Per Badiou la morte non ci riguarda, riguarda soltanto il nostro corpo, l'animale che c'è in noi, quell'involucro materiale di passioni, desideri, opinioni, che non può che scomparire in quanto essenzialmente temporale, caduco, solo parzialmente vero e in grandissima parte falso e irrilevante sub specie aeternitatis, come diceva Spinoza. Badiou è un anti-vitalista: la vera vita non può essere per lui altro che la vita eterna del Soggetto, che esiste solo quando si segue una Verità (cfr. Concetti badiousiani). Per questo lui ha ben ragione a definirsi platonico: Platone destinava all'anima umana, affine alle Idee o Forme, l'eternità che le competeva oltre qualsiasi nostalgia della vita terrena e delle nostre limitate miserie mortali. Ecco perché Nietzsche odiava Platone ed ecco perché Badiou non apprezza un granché Nietzsche, e nemmeno Deleuze e Foucault, in quanto nietzscheani.
E nemmeno io, nonostante fossi deleuziano, apprezzavo molto Nietzsche Foucault e Deleuze su questo punto. Il punto della morte. 
Fin da quando avevo iniziato a studiare Deleuze, durante il mio Erasmus a Strasburgo, il suo pensiero in fatto di morte mi era risultato estremamente oscuro. Tutta la sua filosofia, a dire il vero, era alquanto oscura ma il suo pensiero sulla morte lo era in modo particolare.
Deleuze parla di morte soprattutto in Logica del senso, tributando a Blanchot di avere detto le cose fondamentali:

la morte è a un tempo ciò che è in un rapporto estremo o definitivo con me e con il mio corpo, ciò che è fondato in me, ma anche ciò che è senza rapporto con me, l'incorporeo e l’infinito, l’impersonale, ciò che è fondato soltanto in se stesso.

Deleuze inserisce nella morte ciò che i dialettici chiamano una contraddizione: la morte mi appartiene propriamente e mi è radicalmente estranea. La contraddizione è una figura fondamentale del pensiero deleuziano, anche se lui la chiama “sintesi disgiuntiva”, un sintagma ossimorico ripreso da Kant. Di fatto si tratta della sintesi hegeliana, che unisce A e non-A in un superiore A’=B che toglie-e-conserva (Aufhebt) sia A che non-A. La duplicità inconciliabile dell'evento si manifesta in due modi:

Da un lato, la parte dell’evento che si realizza e si compie; dall’altro, “la parte dell’evento che il suo compimento non può realizzare.” Vi sono dunque due compimenti, i quali sono come l’effettuazione e la contro-effettuazione. Ed è per questo che la morte e la ferita non sono un evento come gli altri. Ogni evento è come la morte, doppio e impersonale nel suo doppio.

La morte, oltre che doppia, è qui detta incorporea, infinita, impersonale. Sono concetti che vanno ben chiarificati, se si vuole capire che cosa pensa Deleuze della morte. L'incorporeo deleuziano è il concetto stoico: gli stoici credevano che tutto fosse materiale tranne i cosiddetti incorporei (vuoto, tempo, luogo, significato). Gli incorporei stoico-deleuziani “Non sono sostantivi o aggettivi, ma verbi”, quindi, per capirci, anziché dire “la morte”, ipostatizzando, sostanzializzando, personificando, dovremmo magari dire “il morire”. Magari.
Riguardo all'infinito, poi, avevo trovato in Badiou un pensiero non romantico-intuitivo dell'infinito, pensato come insieme infinito cantoriano: sentirmi dire da Deleuze che la morte è infinito mi sembrava un pensiero oltremodo folcloristico per non dire insensato.
E veniamo all'impersonale, che è forse l'aspetto che mi interessava di più. Sempre Blanchot dice: 
Essa è l’abisso del presente, il tempo senza presente con il quale non ho rapporto, ciò verso cui non posso lanciarmi, poiché in essa io non muoio, sono decaduto dal potere di morire, in essa si muore, non si cessa e non si finisce di morire.
E Deleuze:

Quanto questo si differisce da quello della banalità quotidiana. È il si delle singolarità impersonali e preindividuali, il si dell’evento puro in cui egli muore come piove [il pleut]. Lo splendore del si è quello dell’evento stesso o della quarta persona. Ed è perciò che non vi sono eventi privati e altri collettivi; come non vi è individuale e universale, e non vi sono particolarità e generalità. Tutto è singolare e perciò collettivo e privato a un tempo, particolare e generale, né individuale né universale.

Che confusione! E non solo grammaticale, come direbbero i wittgensteiniani: a parte il fatto che in italiano non funziona, Deleuze voleva farmi credere che si possa dire “muore” come si dice “piove”? E perché mai? Che vantaggio si avrebbe per il pensiero a dire che “muore” anziché che qualcuno muore, all'occasione un mio caro o io stesso? Che garanzie mi dai, caro Deleuze? A che cosa serve questo tuo modo di pensare per un giovane come me? Mi veniva in mente ciò che disse Kostas Axelos, professore e amico di Deleuze, alla pubblicazione dell'Anti-Edipo: “tu, rispettabile professore francese, bravo sposo, eccellente padre di due bei bambini, amico fedele (...), vorresti che i tuoi allievi e i tuoi figli seguissero nella loro "vita reale" la strada della tua vita o per esempio quella di Artaud, a cui tanti scrittori si richiamano?”
Dopo questa frase Deleuze non cercò mai più Axelos.
Anche Badiou, tra l'altro, criticava il concetto deleuziano di morte: se per Deleuze la morte è l'evento per eccellenza, per Badiou un evento non ha nulla a che spartire con il negativo, la morte, la distruzione: esso è incorporea verità.
Badiou mi sembrava molto più sano di Deleuze sotto il rispetto della morte.

martedì 16 maggio 2017

Post lauream animal triste (Roman nouveau, 1)

Il giorno della mia laurea a Pavia ero più triste che contento.
Mi sollevava avere finalmente terminato un lavoro assurdo di scrittura, durante il quale il mio relatore non mi aveva seguito neanche il tempo di un tè pomeridiano (un privilegio riservato alle studentesse, della cui compagnia l’anziano professore era avido).
Anche se ero contento per il lavoro, terminato in condizioni non ottimali - avevo scritto nella casa paterna, bevendo tutti i giorni molta birra - percepivo una cupa pesantezza proiettata sulla scena da mio padre, taciturno e impenetrabile come non mai. Non era da lui quel tacere. Non volevo sapere che era malato.
Quando la discussione della tesi fu terminata (ma avevo cercato di affrettare la fine accennando ad alzarmi senza rispondere alle domande dei relatori) mi sembrava che l'evento non avesse proprio alcun senso.
Uscimmo dall'aula e il fotografo che ci aveva convinti ad affidarci a lui cominciò a fotografare sulle scale il gruppo di amici e parenti. Passò allora Mario Vegetti, il famoso grecista, che ci disse di andare a fotografarci fuori dall'edificio: “con i bellissimi chiostri che abbiamo!" Provai molta vergogna, come se la responsabilità fosse mia, ma poi mi dissi che forse avrebbe potuto pensarci qualcun altro. Per esempio mio padre.
La vergogna che provai per quelle brutte fotografie di una brutta laurea è registrata nella mia foto ufficiale: sono davanti a un pozzo in muratura al centro del chiostro. Ho gli occhi chiusi e sono un po' inclinato di lato come un omino di Chagall.
Mio padre e gli zii non si fermarono per la cena, diversamente da ciò che speravo e trovavo normale dovessero fare. Anche mia madre, che da vent'anni era separata da mio padre, tornò in Piemonte con gli altri. Quando i parenti furono tutti partiti mi sentii triste e stanco e per reagire decisi di cominciare a telefonare a Strasburgo, dove avevo fatto l'Erasmus, per trovare un professore che mi prendesse sotto la sua tutela per il Diplôme d'Etudes Approfondies. 
Era il 24 giugno 1997 e da quel momento non mi fermai più un istante. Fino alla morte di mio padre.

mercoledì 4 novembre 2015

Le unghie di Deleuze (racconto del 1998)

Gilles Deleuze era un gran filosofo francese che non si tagliava mai le unghie, infatti le aveva lunghe e arrotolate verso il dentro: aveva come dei riccioli di unghia davanti a ciascun dito. Questa cosa non doveva essere comodissima, suonare il piano per esempio gli sarebbe stato impossibile, o masturbarsi faticoso. Ma lui aveva scelto così e tutti i filosofi colleghi lo criticavano, per esempio il più grande filosofo vivente Jacques Derrida mi hanno detto che criticava Deleuze per le sue unghie.
Deleuze si opponeva a tutte le istituzioni, era un ribelle. Le unghie lunghe secondo me erano per lui innanzitutto un fatto di opposizione all'istituito. Mi rendo conto che come ribellione pare piccola, ma per un pensatore hanno importanza e senso anche le cosette. E comunque non bisogna fare come se le istituzioni fossero una cosa innocente, perché quando si tocca il proprio corpo per presentarlo, quando ci si veste e ci si acconcia, ci stiamo già confrontando col Sistema.
Talvolta ho le unghie un po' troppo lunghe, e me ne accorgo con vergogna, corro subito a tagliarle o così vorrei fare. Ma passano sempre due o tre giorni prima che riesca a farlo per davvero, perché non siamo completamente padroni in casa nostra.

Avendo i polmoni ormai irrimediabilmente malati, Gilles Deleuze si è defenestrato dalla sua casa parigina il 4 novembre 1995. Me lo ricordo bene perché ero a Strasburgo e lo stesso giorno hanno sparato a Rabin l’israeliano. Non so se Deleuze ha fatto in tempo a sapere di Rabin, o viceversa, ma tendo a credere che non sia possibile.
Il giorno che Deleuze si è suicidato e Rabin è stato ucciso ho pensato così: se il buddismo dicesse il vero, dopo la morte l’anima si reincarna in altri corpi, allora perché non nel mio? Ho iniziato a convincermi che poiché sentivo uno strano formicolio alla mente ed ero eccitato, questo voleva dire qualcosa, era un segno della metempsicosi: era Gilles Deleuze che mi aveva scelto e veniva a reincarnarsi da me, almeno un pezzetto.
Avrei potuto immaginarmi che magari anche l’anima dell’israeliano Rabin si fosse teletrasportata fino a me, ma dell’anima di Rabin non me ne importava nulla.

Come per Deleuze, anche quando ho visto mio padre steso morto sul lettino della cella frigorifera ho pensato che io ero divenuto il custode del suo spirito, la sua scatola materiale, ma soltanto perché ero fuori di senno. Inoltre, se nel caso di Deleuze pensavo di essere il soggetto di una reincarnazione parziale, cioè: un frammento dell’anima di Deleuze era entrata in me, nel caso dell’anima di mio padre ritenevo che si trattasse dell’anima intera, come un’eredità di padre in figlio.

Quest’anno insegno filo e storia al liceo, e una delle cose più belle che ho ripassato, e che mi ero scordato, è che per gli stoici, ma anche per gli epicurei e Tertulliano, l’anima è corpo.

La filosofia di Gilles Deleuze si basa sul concetto di divenire e su quello di evento. Per lui non ci sono cose stabili, la realtà fluisce perennemente, come per Eraclito, però non è tutto conflittuale e casuale, ma ogni cosa che accade ha una sua intensità dinamica e interiore, e questo ne fa una monade razionale-affettiva. In effetti per Deleuze è come se le cose fossero vive, e io tra le cose.
Ecco quello che credevo di avere imparato da Deleuze: bisogna sganciare la paura, guardare forte l'Essere, quel mare sociale, e lasciare alle spalle i preconcetti. Pensa, impara a sapere veramente, ascolta l'Essere che ti parla per bocca della storia delle forme, cristallizzate in proiezioni sul grande schermo Sistema-Terra, abbatti il Capitalismo, fagli schizzare la merda fuori dal cranio, spezzagli le ossa, non ripetere interpreta, non limitarti a interpretare trasforma, cambia tutto agisci su te stesso manipola il capitalismo universale inventa nuovi stili di pensiero crea la rivoluzione per i fratelli proletari planetari critica le istituzioni contesta i professori rinuncia a trenta e lode insulta il funzionario fatti cacciare dal Collegio sputtanati la testa leggi un sacco di libri rinuncia a capire quel che leggi scrivi il tuo Libro lasciaLo perdere smetti di leggere.
Ogni rivoluzione è una riforma ogni riforma è una rivoluzione l'uomo alberga in sé quel che si chiama donna la donna è anche uomo, la filosofia è cacca silenziosa e cieca.

L'uno è nulla.
Il Due è Tutto.

mercoledì 21 gennaio 2015

Roman nouveau, 4

Dopo la morte di mio padre la filosofia non mi interessava più, o peggio mi appariva inutile e stupida. Non riuscivo più a studiare. Supponevo però che fosse in qualche modo ancora la mia strada, non tanto perché io mi sentissi particolarmente intelligente o portato per il lavoro intellettuale (i miei risultati universitari non erano stati mediocri ma nemmeno eccellenti: mancava sempre qualcosa perché i professori vedessero in me una promessa anziché semplicemente un giovane in gamba), quanto perché abbandonarla avrebbe voluto dire inventarsi un’altra vita. Non mi sentivo proprio di inventarmi un'altra vita, dopo la morte di mio padre.
A dire il vero i concetti filosofici continuavano a piacermi, come dovrebbero piacere a tutti quelli che studiano filosofia. Studiandoli e comprendendoli mi pareva di essere forte, quando li capivo, mi pareva di essere potente, di partecipare al concetto splendido che stavo leggendo e comprendendo.

lunedì 1 settembre 2014

Roman nouveau, 3

Il risultato di questo processo, che si avvicina sempre più al completo fallimento della lotta difensiva iniziale, è un Io straordinariamente limitato, e costretto a cercare nei sintomi i propri soddisfacimenti. (Sigmund Freud)

Che senso ha la vita di una persona? È una domanda assurda, spesso non ce la poniamo che troppo tardi, quando questa persona non c’è più, o quando quasi già non la ricordiamo. Viviamo il flusso dell'esistenza e ci barcameniamo tra gli eventi e le cose che compongono la nostra quotidianità: rifacciamo il letto, cuciniamo la pappa per il bambino, suoniamo il piano, leggiamo qualche pagina di un libro noioso, eccetera. E poi, zac, a un certo punto quando meno ce l'aspettiamo succede qualcosa. Qualcosa di terribile che ci fa cambiare prospettiva su tutto. Qualcosa che ci lascia senza fiato, distrutti, schiacciati, esausti e sporchi, dimentichi di tutto quello che prima era l’orizzonte della nostra speranza. 
La morte giunge nelle nostre vite e è sempre un uragano contro il quale nessun allarme vale. Fluttuiamo ignari in una vastità terribile. Siamo fuscelli nell’oceano, strappati da un albero di cui non ricordiamo nulla. O come dice Freud: noi non siamo padroni a casa nostra. (D'accordo, ma vorremmo almeno capire perché l'affitto è tanto caro.)

Quando mio padre è morto ho subito sentito l'esigenza di trasformare la sua morte in narrazione. A quel tempo non sapevo che è un'esigenza del nostro cervello, la narrazione.

giovedì 16 gennaio 2014

Intuizione, 25 (Surfing USA - L'ereditarietà del futile)

Ascolto Surfing USA solo perché mio padre lo ascoltava.
Ma ascoltandolo lo faccio ascoltare ad Agostino, che magari lo ascolterà quando sarò vecchio, o morto.

L'ereditarietà del futile.

PS: Philippe Ridet in suo tweet mi ricorda indirettamente che è stato lui a farmi ascoltare questa canzone a Roma, alcuni anno or sono. Per me era musica insulsa di mio padre, Philippe mi argomentò la loro grandezza e cominciai ad ascoltare Pet Sounds. Ma poi rimossi l'apporto di Philippe...

sabato 21 dicembre 2013

L'amicizia dei bambini

Quando vedo mio figlio giocare con un bambino della sua età sono felice. Capisco che se avesse un fratello giocherebbe sempre con lui, ma non provo il desiderio di essere padre di più figli.
Mi piace molto  vedere l'amicizia tra i bambini. Ma essendo figlio unico non so bene cosa pensare della fratellanza/sorellanza.

sabato 2 novembre 2013

In memoriam magistri mei dilectissimi

Scrivo di  Leo per fissare i miei ricordi. Così facendo forse gli disubbidisco per l'ultima volta, perché sottraggo tempo allo studio e alla mia tesi di dottorato. Del resto lui non potrà più leggerla.

***

La prima volta che l'ho visto, non potevo sapere che Leonardo sarebbe diventato per me una figura paterna, l'unica figura paterna che mi rimanesse. Quando l'ho conosciuto aveva 55 anni: l'età che aveva mio padre quando è morto.

***

Una volta andavo a correre di domenica insieme a J. e avevo insistito perché venisse anche Leo. Volevo convincerlo della bellezza della corsa. Lui giocava a calcetto tutte le settimane, ma non andava mai a correre perché la cosa non lo attraeva per nulla. La prospettiva di venire con me e J, però, alla fine lo aveva convinto.
Io e Leo raggiungemmo il luogo della corsa ognungo con la propria auto. Prima di posteggiare gli telefonai - mancavano dieci minuti circa all'appuntamento - e lui mi disse che aveva trovato traffico e che non c'era parcheggio, perciò avrebbe tardato un po'. Ma uscendo dalla mia auto dimenticai il telefonino.
Raggiunsi J. che non aveva avuto alcun interesse particolare per coinvolgere Leo nell'impresa domenicale. Anzi, J. aveva lavorato con lui all'università, ma non si erano lasciati molto bene.
J e io iniziammo a saltellare aspettando Leo: i minuti passavano e io mi accorsi di non poter comunicare con lui perché avevo dimenticato il cellulare in macchina.
J., che aveva un appuntamento di lì a poco, iniziava a manifestare il desiderio di iniziare a correre, io ero imbarazzato e non sapevo che fare. Avrei potuto aspettare Leo, ma mi dispiaceva anche lasciare J. da solo. Aspettammo un quarto d'ora e poi partimmo per la nostra corsa, mentre mi dicevo che avremmo forse incontrato Leo al ritorno...
Il giorno dopo, in università, andai da Leo per scusarmi dell'incidente. Lui mi bloccò subito, e con una delle sue facce più serie e raggelanti mai viste mi disse: "di questa cosa non parleremo MAI PIÙ".
Perciò non ho mai saputo che cosa abbia fatto Leo una volta arrivato all'appuntamento, non vedendoci. Me lo immagino che quando realizza di essere stato abbandonato si adira e senza nemmeno fare due passi nel parco si accende una sigaretta e torna in macchina.

***

Leo tifava Inter e per almeno tre compleanni di fila ho cercato di regalargli "Interismo, leninismo" (Manifestolibri). Ma ogni volta mi sono mosso all'ultimo momento e non l'ho mai trovato in libreria. E non ho mai compiuto il semplice gesto di ordinarlo.
Ci tenevo a regalargli quel libro, ma forse avevo paura che a lui non piacesse e che me lo criticasse spietatamente come faceva spesso, anche con certe mie trovate che a me sembravano buone, mentre per lui erano evidenti stronzate.

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Leonardo leggeva molti libri. Un paio di anni fa disse che stava terminando l'Orlando furioso. Io mi stupii e lo invidiai molto, perché da giovane ho letto d'un fiato la Gerusalemme Liberata, ma l'Orlando mai.

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Una sera siamo andati insieme alla festa di un centro sociale anarchico: i partecipanti portavano da bere, si mettevano le bevande in frigo e poi ci si serviva del proprio.
Il frigo stava dietro un bancone e alcuni visitatori che non avevano ben chiara la modalità auto-organizzata di fare festa chiedevano da bere a chi stava vicino al bancone. In questo modo, Leo servì alcuni ragazzi di birre e cocktails. Un tizio volle lasciargli dei soldi per il centro sociale: evidentemente aveva preso Leo per uno dei padroni di casa e lui si era comportato come tale, servendo tutti e infilando dentro al frigorifero i soldi non richiesti.

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Questa è una delle mail piene di humour che inviava sempre a tutto il Dipartimento: "Sono felice per il nostro laureando, ma non comprendo bene questo flusso di messaggi. A me pare che sia IBM research a dover essere onorata di aver un nostro laureato presso di loro, piuttosto che viceversa. Questo, se non altro, perchè la ricerca che si fa in Dip non ha nulla da invidiare a quella di IBM (a parte la quantità di soldi). Leonardo

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L'ultima volta che ho parlato della mia tesi con Leo e' stato un mese e mezzo fa. Gli ho detto che stavo aggiungendo vari paragrafi man mano che mi venivano in mente questioni connesse al topic, ma che il rischio era di divagare troppo. "Si' - mi disse - ormai ho capito come funziona la tua mente".

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Quando un mese fa ho visto Leo per l'ultima volta al matrimonio di A., lui disse a Viviana: la prossima volta che ci vediamo in chiesa potrebbe essere quella buona

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Davanti alla camera ardente facemmo un po' di conversazione con la dolcissima figlia di Leo. Non sapevamo se lui avesse lasciato indicazioni per la sua sepoltura e lei disse che quando l'argomento saltava fuori Leo rispondeva che potevano fare come volevano, non era affar suo: “quando siamo morti siamo solo carne per i vermi”.
Il suo humour poteva essere anche molto nero, come in questo caso, ma Leo non era mai cinico, tutto quello che diceva per ridere lo diceva con un sorriso autentico che testimoniava quanto fosse forte in lui la vis comica (tanto quanto la vis polemica).
Penso che non sia vero che dopo la morte non ci sia niente: ci sono i cari superstiti, il loro ricordo vivo e molteplice è una forma di vita del defunto, una forma molto simile alla verità, al senso della vita estinta (solo) fisicamente. L'anima esiste nelle tracce, e perciò non è mai individuale.

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Pensavo ormai di conoscerlo da un'infinità di tempo, da sempre, come un parente più grande. E invece ora che è morto mi accorgo che lo conoscevo soltanto da 6 anni.

Onorare i Morti ascoltando musica a palla

A mio padre i musical americani piacevano moltissimo: quando li facevano vedere in televisione lui se li riguardava sempre tutti. La consideravo una sua idiosincrasia, ma doveva essere piuttosto condivisa dalle persone della sua età e della sua estrazione sociale piccoloborghese.
I suoi preferiti erano quelli con Fred Astaire, forse il suo eroe spettacolare insieme a Frank Sinatra. Aveva una vera venerazione per Gershwin, in particolare I got Rhythm (lui non era molto portato per la musica, nonostante qualche tentativo giovanile. Del resto da bambino si era rotto l'anulare destro e il dito gli era rimasto rigido, povero papà, da bambino mi sono fatto mostrare la rigidità di quel dito un'infinità volte).
Gli piaceva anche molto West Side Story di Leo Bernstein.

Oggi non vado al cimitero, dove non c'è un cazzo da ascoltare: per ricordare il mio papà morto. Me ne sto a casa e mi ascolto a tutto volume West Side Story e Un americano a Parigi.
Se alzo molto il volume magari si sente pure aldilà.



PS: forse è la sua passione americanista che mi ha reso facile appassionarmi alla speculare passione di Woody Allen per i musical e i "vecchi film".

domenica 27 ottobre 2013

Intuizione, 7 (La rabbia del padre)

Quando da bambino vedevo mio padre arrabbiarsi mi dispiaceva perché coglievo la sua rabbia come un segno di debolezza.
Perciò ho deciso di non mostrarmi mai arrabbiato con mio figlio: voglio apparirgli sempre forte.

venerdì 4 ottobre 2013

Intuizione, 4

Non sono mai stato a un funerale insieme a mio padre, e non l'ho mai visto piangere per la morte di qualcuno.

martedì 3 settembre 2013

Padri e figli (il mio racconto preferito di Julio Cortázar)


I cronopios non hanno quasi mai figli, ma quando ne hanno perdono la testa e capitano cose straordinarie. Per esempio, un cronopio ha un figlio e subito è rapito in estasi ed è fermamente convinto che quel figlio suo è la quintessenza della bellezza e che nelle sue vene scorre la chimica al completo, con qua e là isole tutte belle arti poesia e civismo. Allora questo cronopio non può stare al cospetto di suo figlio senza prima una grande riverenza e rivolgergli espressioni di rispettoso ossequio.
Il figlio, come è ovvio, lo odia minuziosamente. Quando ha raggiunto l’età di andare a scuola, il padre lo iscrive alla prima elementare e il piccolo è felice fra altri piccoli cronopios, famas e speranze. Man mano che si avvicina il mezzogiorno, però, la sua allegria diminuisce perché sa che all’uscita ci sarà il padre ad aspettarlo e che vedendolo alzerà le mani e dirà tante cose, come:
Buenas salenas cronopio cronopio, il più buono e forte e sano e capace e rispettoso e studioso fra tutti i figli.
Per cui i famas e le speranze junior si scompisciano dal ridere sul marciapiede e il piccolo cronopio odia dal più profondo del cuore il padre e finirà col fargli sempre un brutto scherzo fra la prima comunione e il servizio militare. Ma i cronopios non se la prendono molto perché anche loro hanno odiato i genitori, e anzi si direbbe che questo odio sia uno dei nomi della libertà o del vasto mondo.

sabato 6 aprile 2013

Agostino e la morte

- non si dice quella parola!
- certe volte si dice: tuo nonno Roberto è morto
- non c'è più?
- no, non c'è più, perché non si è curato
- ma può curarsi adesso
- no, adesso è troppo tardi
- adesso è notte dove sta lui?
- (ridendo) sì, è proprio notte, dove sta lui
- ma è lontano da qui?
- sì, in un altro mondo

lunedì 27 agosto 2012

MANGIAR TANTO, MANGIAR POCO (Vecchi racconti, 1998))

Al collegio G. spesso accanto a me mangiava un ragazzo dalle strane abitudini alimentari. Fino alla fine del pasto, sei mele giacevano inesorabilmente davanti al suo piatto: alla fine due venivano mangiate e quattro le raccoglieva con le grosse mani femminee, per consumarle in stanza durante la serata di studio.
R. mangiava tanto ma un tempo era stato anoressico. A quell'epoca avevo scoperto da poco che cos'è l'anoressia, perché me l’aveva spiegato V., che era stata anoressica negli USA. All'età di diciotto anni V., di ritorno dall'Intercultura negli USA, era irriconoscibile, scheletrica, una persona diversa rispetto a prima. Anoressica. Gli ultimi tempi negli USA mangiava mezzo toast al giorno, adesso invece V. è in carne, è guarita perfettamente dall'anoressia, più di recente però ha avuto altri problemi psicologici di cui non mi sono interessato perché non eravamo più per niente amici.
Io peso 55 chilogrammi e sono alto un metro e settantasette, dovrei pesare minimo dieci chili in più. Mangio troppo poco. Al tempo del liceo, l'anno prima della maturità, avevo smesso di mangiare carboidrati per un certo tempo, perché credevo di avere la pancia. Per un altro periodo mangiavo pasta scondita al posto del pane anche a colazione, perché avevo letto su un libro di macrobiotica che il pane occidentale diluisce il sangue. Non volendo indebolirmi a causa del sangue diluito preparavo tanta pasta e la lasciavo nel colapasta in forno (il colapasta era di plastica), cosi al mattino benché non fosse per niente buona me la trovavo in forno, fredda da accompagnarsi con la soia prima di andare a scuola. L'avrò fatto per poco tempo ma nel mio ricordo è un'intera epoca.
Adesso invece ho deciso di mangiare tanto. Per la verità l'avevo già deciso l'anno scorso, mi ero detto che è importante avere un corpo forte se non ci si vuole ammalare facilmente e morire come mio padre, e mi ripromettevo di prendere cinque chili entro Natale. Ma non c’è stato niente da fare, non ci sono riuscito.
Ora da qualche giorno cerco di mangiare a ogni pasto sia proteine che carboidrati, e questo dovrebbe farmi ingrassare.
Sabato sera abbiamo cenato in un ristorante giapponese di Place Saint Opportune, e mentre parlava di quanto piaccia il sushi a Franco Quadri A. ha preso il tempura dopo il sushi, cioè ha mangiato due volte. Mi ha fatto piacere vedere uno che mangiava tanto. Suppongo che lo facesse per un motivo preciso, però non mi era chiaro quale fosse questo motivo che lo spingeva a mangiar tanto.

giovedì 28 aprile 2011

La vicinanza del padre.

Da quando è nato mio figlio, amici e famigliari mi giudicano male perché gli sono fisicamente molto attaccato. Secondo me, invece, sono loro che hanno problemi con la fisicità e l'infanzia. Io non concepisco il senso della distanza fisica, specie verso uno che ti chiede assoluta vicinanza.
E' vero che la mia vita è cambiata, da quando è nato mio figlio, ma ritengo in meglio. Molte delle cose che facevo prima non le faccio più, questo è vero, tuttavia ho in cambio un ritorno di felicità fisica quando abbraccio quel bambino, che nessun aperitivo mancato mi farà mai rimpiangere.
Ok, ammetto che talvolta le mie giornate prendono senso unicamente perché passo molte ore con lui e giochiamo insieme, scherziamo, ridiamo, guardiamo la Piccola Talpa, disegniamo, suoniamo il pianoforte o cantiamo. E' vero, prima avevo una vita sociale piuttosto intensa, mentre ora non più. Tuttavia non mi sembra di mancare di qualcosa. Anzi.
L'estate scorsa le zie di mia moglie mi hanno accusato di non permettere a nessuno di prendere in braccio Agostino. Che esagerazione! Certo, quando qualcuno prendeva in braccio Agostino io dopo poco gli dicevo che poteva lasciarmelo, ma lo dicevo solo per non infastidire nessuno.

[continua]

lunedì 4 aprile 2011

Frammenti del romanzo, 1


Per scrivere, bisognerebbe saper scrivere. Lui scrive senza uno stile decentemente costruito, e soprattutto senza una cultura sufficiente a soddisfare il suo  desiderio di cultura. Il resoconto che scrive è un’attività senza pregio, come dormire. È una materia della specie più fetente, come lo sporco, il fango o i capelli. È un flusso merdoso riterritorializzante (e mentre scrive beve come Deleuze). Questo flusso non lo abolirà cancellando i files in cui scrive, non lo farà perché gli tiene compagnia nel suo lutto. Forse ne ha bisogno, visto che lo attrae senza che nemmeno se ne accorga. Sta per andare a dormire e si mette a scrivere. Così gode almeno un po’, si illude di avere la potenza di scrivere un libro, lui. Scrivere un libro: lo vogliono molti piccoloborghesi, persino suo padre l’aveva voluto scrivere da giovane, Agostino lo sapeva per certo, suo padre gliel’aveva detto.
Insomma non riesce a smettere di scrivere, e gli viene da pensare che se continua così il libro si scriverà da sé, senza fatica mortale.
Lui vuole raccontare. Però, se non lo facesse le immagini non lo ossessionerebbero affatto: ha già rimosso tutto, come se suo padre fosse morto da tempo, da sempre. Come se suo padre addirittura non fosse mai stato altro che una figura di sogno. Ora è passato tanto tempo che non lo conta più. Ha lasciato che le cose si muovessero liberamente nella sua psiche, senza forzarle. E sta anche bene, o così gli pare, o almeno non sta molto male. Adesso soffre, sta bene e contemporaneamente si fa schifo.
Lui non vuole scrivere, questo è chiaro. Che gliene sbatte di scrivere ora che suo padre è morto? Non ha niente da dire e niente da fare. Deve solo starsene lì, vivo davanti a un padre morto, un cadavere immobile privo di sensibilità, a guardarlo si direbbe che da un momento all’altro debba rianimarsi, risvegliarsi, alzarsi dal letto di morte, tanto sembra assurdo che lui stia lì fermo per sempre, che abbia perduto quella semplice proprietà che prima lo rendeva diverso, vivo. Un insieme di proprietà, a pensarci bene, è ciò che lo rendeva vivo, non si tratta di una cosa sola, eppure sembra proprio che la differenza tra il vivente e il morto sia una questione puntuale, che basterebbe un atomo di apparenza per riportare in vita l’uomo non più vivo. Suo padre.

Un ente è pura molteplicità senz’Uno, molteplicità di molteplicità, generate dall’insieme vuoto. Due molteplicità possono differire per un solo elemento ed essere identiche per tutto il resto. Basta quell’elemento per renderle integralmente differenti. Un uomo morto è del tutto identico all’uomo vivo, tranne che per quella cosa in meno che era la vita e gli è stata sottratta. A suo padre quel punto di vita è stato sottratto.


***

Agostino non vuole solo smettere di bere e diventare un igienista. Si sente debole e stupido, come si è sempre sentito anche prima di iniziare a bere tanto (almeno un litro di birra al giorno). Poi in Collegio ha preso a bere e tutto è diventato migliore. Tutti i piccoloborghesi bevono.
Certo, sarebbe meglio che anziché bere Agostino continuasse le sue ricerche sullo spaziotempo in Deleuze. Limitando il campo a Deleuze, si avanza di dover studiare tutto quello che ci sarebbe da studiare sul tempo e lo spazio.
Lui è dottore in filosofia! È incredibile, com’è stato possibile? Sembra irreale, la sua ignoranza è grandissima, catastrofica. Eppure i professori universitari gli hanno permesso di arrivare al titolo, probabilmente pensano che sia un allievo abbastanza bravo. Probabilmente pensano che sia un allievo mediocre.
Anche Alain Badiou deve pensare che lui sia un bell’ignorante; ma sarebbe come dire che un genio pensa che lui non sia un genio: che c’è di strano...
Pur essendosi laureato con 110 e lode in filosofia, Agostino si sente ignorante, privo di una cultura generale che possa inquadrare i suoi pensieri e le sue ricerche. Agostino vede molti coetanei nelle sue condizioni. Perché allora è diventato Dottore? Dev’essere l’università di massa, che pure è certamente una conquista democratica. Seppure ignoranti, gli sembra che i ragazzi d’oggi siano più saggi dei loro genitori, che erano sicuramente dei pazzi o degli imbecilli. E che possono continuare a esserlo, se non sono morti come suo padre.
Del resto non bisogna lasciare la parola ai fascistoni, come avrebbe detto suo padre, i quali potrebbero solo deprecare che un ignorante possa diventare Dottore ecc. ecc. No, lui ha fatto una sua personale ricerca, che tra l’altro è stata un’alternativa al farsi curare da uno psicologo o psicanalista, mentre ne avrebbe avuto bisogno come pure tutti i suoi amici, che difatti se hanno i soldi si curano quasi tutti dallo psicanalista.
Ha un amico borderline, due amiche isteriche, una depressa, vari amici ingurgitano psicofarmaci antidepressivi e lui stesso è assai nevrotico: tutti insieme, pensa Agostino, fanno una bella banda di storpi interiori.

Inizia a essere stanco di scrivere. Tutto questo tempo sprecato, e per produrre una merce che non vale niente. Potrebbe studiare il soggetto della sua tesi: “La fine del tempo e l’inizio dello spazio nella filosofia di Gilles Deleuze”: rischia di perdere l’anno dopo che è  venuto in Italia a seppellire papà. Ma chi se ne frega del tempo e dello spazio nel pensiero di quel pazzo di Deleuze?
È attratto dallo scrivere, ma vorrebbe risparmiare tempo. Vorrebbe risparmiare tempo e quindi fare altro, non scrivere (vorrebbe studiare la temporalità) però non riesce a smettere di scrivere.
Forse l’illusione che lo fa continuare a scrivere lo danneggia. Perderà tempo inutilmente... Svuoterà i suoi forzieri di tempo conservato.
Ha iniziato a raccontare pensando a quale sarebbe stata la reazione di suo padre. Edoardo sarebbe contento se sapesse che Agostino ha scritto un romanzo, ci scherzerebbe su, direbbe poco, perché di appropriato sapeva dire poco.
Scherzava indifeso di fronte alla propria idiozia, si sentiva indifeso, non c’è nulla di peggio. Se lui si fosse sentito così povero e indifeso come suo padre doveva sentirsi, si sarebbe comportato esattamente come lui. Sentirsi indifesi e inetti è umiliante: suo padre si sentiva di certo continuamente umiliato.
Talvolta lui l’aveva deriso, lo umiliava non per cattiveria, ma perché suo padre gli faceva perdere le staffe, lo attaccava nel suo intimo essere, e più si ammalava e più cercava di distruggere moralmente suo figlio. Cercava di scuotere la forza minima di convinzione con cui talvolta Agostino poteva affermare tesi come la non necessità dello Stato e il comunismo come sola politica razionale per gli individui liberi (non era ancora diventato anarchico).
Suo padre lo aveva guardato un paio di volte con estrema aggressività dicendogli di smetterla e perché mai doveva ostinarsi a dire cose tanto assurde. Erano effettivamente cose assurde, specie dette in quel modo, a tavola e guardando la televisione; ma lui non gli lasciava scelta: o dirgliele sinceramente o tacere pensando alla sua mediocrità.
Forse suo padre ne aveva abbastanza di percepire che lui vedeva la sua mediocrità. Talvolta non lo guardava neppure negli occhi, per paura che si accorgesse del suo sentirsi superiore. Se ne accorgeva di rado, e suo padre era così depresso che non gliene fregava più niente nemmeno del disprezzo di suo figlio. Suo padre era depresso, ma in questo caso aveva ragione lui, non accettava la posizione della questione edipica in quei termini, se ne fregava e gli voleva bene comunque, pensava che fosse un po’ squinternato, troppo aggressivo rispetto alle sue reali possibilità.
Non gli piaceva parlare con Agostino, perché diceva sempre le stesse ovvietà politiche. Lo annoiava. Agostino diceva cose che non erano scientificamente rilevanti e che andavano contro la coscienza di suo padre: la sua coscienza filo-capitalista e liberale.
No, la sua normale coscienza naturale. Era Agostino ad essere ossessionato dalla politica come via di salvezza dalla pochezza sociale propria e di suo padre. Era Agostino che aveva una coscienza distorta, ma non lo capiva, e suo padre non riusciva a farglielo capire.