E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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domenica 12 agosto 2018

Accelerare il tempo scrivendo (Intuizione, 48)

Dopo anni di famigliarità con la lettoscrittura ho improvvisamente scoperto un modo per accelerare l'esperienza del tempo: concentrarsi scrivendo, lasciarsi trasportare dal flusso del da-scrivere.
Come sempre, quando si parla di analisi dell'esperienza temporale, sembra che si possano invertire accelerazione/rallentamento (cfr. la discussione pertinente in La montagna incantata): mentre scrivi hai l'impressione che il tempo acceleri, ma ti sembra anche di occuparlo senza contarlo (cfr. Boulez/Deleuze: spazi e tempi lisci/striati).
Quindi accelera o rallenta? Sembra rallentare considerando la quantità di azioni che svolgi al suo interno, ma l'esperienza soggettiva è di velocità: quando interrompi la scrittura credi che sia passato più tempo di quello che è efettivamente passato.

Ho l'impressione che nella lettura accada il contario: mentre leggi hai l'impressione che il tempo rallenti (invece trascorre).

Ovviamente, tutto questo potrebbe essere ampiamente soggettivo: per un primo riscontro in letteratura, verificare in: 

martedì 8 maggio 2018

Ostacolo (Roman Nouveau, 36)

Sono dunque giunto al cuore del mio racconto, eppure qualcosa mi trattiene dall’avanzare. Qualcosa di temibile, che è certo terrore di rivivere la morte di mio padre ma anche una specie di autodifesa interna allo scrivere, come se narrare ciò che più mi importa potesse dimostrarmi che in realtà non è qualcosa di così importante. Ho paura di scoprire improvvisamente la pochezza del mio punto di vista, l’insignificanza del mio piccolo io che ancora piange la morte del padre, ho paura di scoprire che la sua morte non solo non ha alcun senso ma non è nemmeno raccontabile.
Mi trovo qui di fronte alla questione del senso, su cui sono stato profondamente tormentato da Ludwig Wittgenstein, quando lo lessi al mio primo anno di università:

"ll senso del mondo dev'essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non v'è in esso alcun valore – né, se vi fosse, avrebbe un valore. Se un valore che ha valore v'è, dev'esser fuori d'ogni avvenire ed essere-cosí. Infatti ogni avvenire ed essere-cosí è accidentale. Ciò che li rende non-accidentali non può essere nel mondo, ché altrimenti sarebbe, a sua volta, accidentale. Dev'essere fuori del mondo." (Tractatus logico-philosophicus, 6.41)

Che il senso del mondo sia fuori di esso significa che è ineffabile. E dunque, se è ineffabile, di che sto a parlare? 
“Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”, conclude lo stesso Wittgenstein alla fine del Tractatus (esponendo la più famosa contraddizione filosofica del ventesimo secolo, poiché il suo libro parla proprio di ciò di cui non si potrebbe, secondo lui).
Ma Jacques Derrida ed Ermanno Bencivenga hanno dato due diverse risposte a Wittgenstein che mi spronano a proseguire.

Derrida: "Ciò che non può essere detto, non bisogna soprattutto tacerlo, ma bisogna scriverlo." (La carte postale, p. 209)

Ed Ermanno Bencivenga: “Solo di ciò di cui non si può parlare non si deve tacere” (Teoria del linguaggio e della mente, 8).

Se Bencivenga chiaramente esagera senza motivo, Derrida mi rassicura sul fatto che ho ragione di scrivere.

sabato 8 febbraio 2014

Intuizione, 27. Scrivere e morire.

Per chi come me sente inconsciamente che finitudine = morte, scrivere rappresenta una sfida per la sopravvivenza. Scrivere un testo e licenziarlo è come ucciderlo, e morire con esso.
Forse per questo motivo, per me scrivere significa tergiversare: immaginare il testo e poi rimandarlo, scriverne, delle parti, riscriverle, ricominciare dall'inizio, trascrivere cose che poi non verranno mai integrate nella versione finale, il tutto per creare un serbatoio di potenzialità che a partire da un certo momento mi appaia come inesauribile. Infinito.
A quel punto sono tranquillo: il passaggio all'atto della potenza è scongiurato, so che il testo finale non sarà mai altro che un'attualizzazione tra le infinite possibili, di sicuro non la migliore, probabilmente una versione più o meno soddisfacente ma la cui limitatezza sarà comandata dalla contingenza della situazione e della scadenza temporale.
Se, da una parte, è un modo per giustificarmi ai miei stessi occhi per il risultato imperfetto, dall'altra parte è anche un modo per mantenere un segreto contatto con quel testo, fondato sulla speranza: non ti ho abbandonato, caro testo, lo so che tu sei migliore di come appari, non preoccuparti, tornerò da te, ti riprenderò e amplierò, staremo di nuovo insieme, mostrerò altri aspetti della tua natura infinita.

Gli scrittori, probabilmente, hanno un rapporto migliore del mio con la finitezza e la morte. Sono più coraggiosi, o più disperati.