E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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mercoledì 15 febbraio 2017

La biada quotidiana, 1 (Spinoza e il buddhismo)

C'è qualcosa di profondamente simile nella teologia spinoziana e nella metafisica buddhista. Questa vede l'essere come vuoto, mentre Spinoza lo percepisce come Tutto: i due concetti sono mistici, hanno un significato diverso dal loro normale campo semantico (quello della fisica per "vuoto", quello della logica per "tutto").

Il significato di Vuoto e di Tutto rimane vago anche per chi creda di averne un'intuizione abbastanza precisa: nessun riferimento è possibile nei due casi se non un'esegesi della teoria implicita nei concetti.
Dire che l'essere è essenzialmente vuoto significa che al di sotto del molteplice divenire c'è un essere Uno, un Nulla che annulla tutte le differenze che si manifestano come fenomeni spaziotemporali (samsara).
Dire che l'essere è il Tutto significa invece dire che non v'è spazio, nell'essere, per il non-essere, ossia per la coscienza sartriana intesa come centro di possibili negazioni.

In entrambi i casi è: come far apparire all'essere (della mia coscienza modale) ciò che sempre già è nell'assoluto della sostanza-uno? Come allontanarsi dall'illusione del negativo?

La risposta è senz'altro: la presenza mentale.

PS: per chi non vuol seguire la strada mistico-intuitiva, segnalo che Antonio Damasio, in Alla ricerca di Spinoza, spiega l'etica spinoziana in funzione dell'omeostasi emotiva, evoluzionisticamente e individualmente vantaggiosa.

martedì 10 gennaio 2012

Dicono di me, 2

"Sei puro  e vestito come l'elettrone nel cristallo, nudo e sconsiderato come l'elettrone nel vuoto"

Fabrizio Illuminati

lunedì 18 aprile 2011

Diario della presenza mentale, 3: la folla di corridori è vuota

La folla dei corridori intorno a te non ha più sostanza di quella temporaneamente aggregata per un istante cosmico, presto non avrà più quella forma. E la sua forma è infinitesimale se paragonata all'infinità di forme attuali e virtuali; perciò è tendenzialmente vuota.
Perciò puoi vederne l'essenza di puro fenomeno, la bidimensionalità d'immagine filtrata dai tuoi occhiali da miope astigmatico, o addirittura la tridimensionalità corporea e fugace.
Mentre il tuo corpo corre, fatichi, ma talvolta puoi raccogliere quel po' di forza mentale necessario per riaccentrare la tua percezione: come sempre, il tuo campo visivo si allarga, o meglio si distende e approfondisce, vedi come a loro volta distesi e svuotati l'orizzonte, la prospettiva e i fenomeni in movimento intorno al punto focale.
Fare presenza mentale durante una gara di corsa di 10 km non è la cosa più semplice, sembra anzi un esercizio contro natura, eppure in parte riesce. In quegli istanti sembra che aiuti a sopportare lo sforzo. Le tue gambe corrono ma l'automatismo che le spinge è meno cieco del solito, non provi più la tentazione di accartocciarti a terra e gemere, nessuno ti obbliga, nessuno vuole nulla, sei lì e basta. E corri insieme ad altre migliaia di persone.
Certo dura poco, e verso la fine acceleri quanto più puoi, e ansimi come una bestia, perché vuoi vincere, vuoi superare di nuovo quelli e - soprattutto - quelle che ti hanno superato da poco senza fatica. Alla fine non stai più facendo presenza mentale, sei tornato nell'agone della corsa, aderisci alla tua volontà di vittoria nel più semplice dei modi.
Ma anche così, ricordi gli istanti di pace che hai attraversato poco prima.
Ora conosci la vera essenza della corsa, sai che tutto quell'affannarsi non è altro che una delle infinite superfici possibili del vuoto. E ti piace molto.