E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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giovedì 2 giugno 2011

La moda di Sarkò. Intervista a Philippe Ridet (Vogue26)



Giornalista di fama e scrittore (il suo Le président et moi, Albin Michel, 2008, è stato un successo di pubblico e di critica) Philippe Ridet vive a Roma da qualche anno, dove lavora come corrispondente italiano di Le Monde. Gli abbiamo rivolto qualche domanda sul rapporto del presidente francese con la moda.
Lei conosce bene il presidente Sarkozy per averlo seguito da vicino, come giornalista, da almeno vent’anni, perciò avrà potuto osservare nel corso del tempo il suo modo di vestire: che idea si è fatta del suo rapporto con la moda?
Il rapporto di Sarkozy con la moda è molto influenzato, giustamente… dalla moda, e da una certa idea (mutevole nel corso degli anni) che lui si fa dell’abbigliamento di un politico. La creazione del suo guardaroba è il frutto di un procedere a tentoni, con avanzate e pentimenti. Nella sua primissima apparizione televisiva nel 1975, durante una trasmissione di propaganda politica (da non perdere su dailymotion!), dove sembrava interpretare il tipico “giovane di destra”, è vestito classicamente come un qualsiasi tipo della sua età a Neuilly (la città della “banlieue chic” di Parigi, dov’è nato e cresciuto e dove ha iniziato la sua carriera politica): pullover di shetland e pantaloni di velluto.
Man mano che procedeva nella sua conquista politica, Sarkozy ha cercato di rendersi notevole secondo i canoni in vigore nel suo partito, il Rassemblement pour la république (RPR). I vestiti segnano così le tappe della sua ascensione: blazer blu acqua marina e pantaloni di flanella grigia come li portava Jacques Chirac, il suo leader, al quale allora era molto vicino. Dopo aver tradito Chirac per Edouard Balladur nel 1995, sperimenta degli abiti più su misura, di taglio inglese, come quelli del primo ministro dell’epoca [Balladur], da lui sostenuto alle presidenziali del 1995. Durante la sua “traversata del deserto”, Sarkozy ritornerà verso uno stile più “decostruito”, più “casual chic”.
L’altra influenza è ovviamente quella delle donne. Agli inizi degli anni 2000, Sarkozy indossa abiti con troppe spalline, con giacche sempre troppo lunghe e pantaloni troppo larghi. Lo fa per consiglio di Cecilia oppure lei ha già segretamente e/o inconsciamente cominciato a volerlo ridicolizzare? Mistero. Dopo la sua prima rottura con lei (nel 2006) e il suo incontro con una giornalista chic di Le Figaro, Anne Fulda, inizia davvero a diventare elegante. È lei che alla fine condurrà Sarkozy verso lo stile che è ancora oggi più o meno il suo. I suoi abiti sono più aderenti al corpo, porta delle camicie più sportive. Cerca di raffinarsi. Le sere delle riunioni, durante la campagna del 2007, quando abbandona la scena si infila un cappotto di cachemire blu marino come un pugile indossa un accappatoio. Devo dire che in quel momento è piuttosto elegante. Bizzarramente, il ritorno di Cecilia dopo sei mesi in cui entrambi i coniugi si sono concessi i loro « giorni perduti » [Ridet allude al film di Billy Wilder, The lost weekend, 1945] non significa un ritorno al passato, almeno non per la moda. Sarkozy continuerà a vestirsi da Dior (periodo Hedi Slimane).
E le sembra di poter confermare il luogo comune secondo cui Carla Bruni avrebbe ulteriormente influenzato il presidente nel suo stile?
Penso che in materia di moda l’essenziale fosse già fatto. La conversione di Sarkozy agli abiti su misura era già avvenuta prima che la top-model piemontese entrasse nella sua vita. In più, la funzione pubblica del presidente non autorizza troppe variazioni nell’abbigliamento, almeno nelle sue apparizioni ufficiali. Ma immagino che lei gli abbia consigliato qualche buon sarto italiano, come Boglioli dal quale il presidente della repubblica francese si fa ormai confezionare i suoi abiti e le sue giacche. Forse sono dettagli, ma in materia di moda, che altro conta se non i dettagli?

lunedì 7 marzo 2011

Il valore di scambio della creatività (Vogue23)


[pubblicato su Vogue.it]

La moda ha uno statuto ambiguo, forse vicino all’arte ma vincolato alla più sfrenata produzione capitalistica di valore economico. Diversamente dal mondo dell’arte contemporanea, dove anche ai massimi livelli sopravvive seppure a fatica qualche forma di resistenza e difesa della persona dell’artista, nel sistema moda il confronto con il vertiginoso ritmo del profitto è molto più serrato, seriale e massmediatico.
Sarebbe assurdo negare che l’artista contemporaneo abbia a che fare con il denaro e le merci, e nella società occidentale l’arte è sempre stata remunerata (nonostante di tanto in tanto qualcuno lamenti la perdita di un’originaria e mitologica assenza di fini commerciali).
Ma il rapporto della moda contemporanea con il denaro e il guadagno è molto più intenso e uno stilista non ha forse molto tempo per riflettere sul proprio percorso e sulla propria attività.
Riesce difficile immaginare un affermato artista contemporaneo, un Maurizio Cattelan o un Damien Hirst, alle prese con le tensioni produttivistiche che sollecitano i creativi delle grandi case di moda. Queste tensioni potrebbero forse avere qualche peso nelle forme depressive che non di rado colpiscono stilisti molto in vista e acclamati da tutti (basti pensare al suicidio di McQueen e alla recente ospedalizzazione di Christophe Decarnin, direttore creativo di Balmain, per depressione).
Si potrebbe avanzare l’ipotesi che il sistema della moda “sprema” dal creativo tutto il possibile, senza curarsi del valore intrinseco della sua creatività. È la vecchia distinzione di Marx: c’è un valore di scambio, ed è quello che manda avanti il sistema del capitale, e c’è anche un valore d’uso, che è il valore autentico che le cose hanno per le persone: questo valore non è misurabile e nessuna retorica della “qualità” può proteggerlo dalla mania occidentale di mercificare e monetizzare ogni cosa.
Del valore intrinseco delle cose stiamo perdendo il senso, se non l’abbiamo già perso del tutto. La moda partecipa a pieno titolo di questo meccanismo perverso, e non può stupire nessuno che anche coloro che più dovrebbero trarre beneficio dal gioco possano invece scoprirsene improvvisamente stritolati. La società dello spettacolo non perdona nemmeno chi dello spettacolo è regista anziché spettatore.

mercoledì 26 gennaio 2011

Filosofia al cubo (Vogue17)

Tatiana Carelli, è laureata in filosofia teoretica, scrittrice, sceneggiatrice, in bilico tra parola e immagine. Durante gli studi ha lavorato come cubista nelle discoteche italiane ed estere: a questo mondo è ispirato il suo primo romanzo, Discocaine (Oscar, Mondadori 2004), seguito da Contratto di schiavitù (Strade Blu Mondadori, 2008) e racconti vari.


Come sei diventata cubista?

Ho iniziato questo mestiere per pagarmi gli studi, arrivando da 17 anni di danza classica: ero un'aliena, sopratutto perché non avevo le tette rifatte, elemento determinante nell'ambiente.


Ti sembra che quell’osservatorio particolare ti abbia fatto capire meglio certe caratteristiche degli esseri umani, magari quelli di sesso maschile?

Più che altro mi ha incuriosito l’Altro nel suo presentarsi; ciò che mi si è dischiuso è stato un mondo di relazioni basiche, animali, carnali, terrene, celestiali, tristi, cattive, ironiche, volgari, golose posso dire delle macchine desideranti, inutile da definire, un continuo flusso. Ogni momento è eterno, per quanto non ci sia già più. Come distinguere il maschile dal femminile? Non so, io non ho mai distinto...

In Discocaine ti soffermi spesso sull'abbigliamento e sulle scarpe, spesso di lusso: è una tua passione personale o è un elemento "ideologico" proprio di quell'ambiente?

Questa domanda mi fa sussultare per un attimo il sangue. Ahimè, “la scarpa” è una dipendenza. Tocca sinapsi di vanità. La sostituzione della zeppa, quella classica, truce, inestetica, con la scarpa-gioiello-feticcio è nata a Milano negli anni ‘90. La creazione della mise era fondamentale, ricercata nel concept e nell’interpretazione, oltre che un immenso piacere shopaholico. Zanotti, Sergio Rossi, Casadei, Westwood, Gucci, Dolce e Gabbana, Miu Miu... quanti soldi versati in quegli orgasmi inorganici.


Una domanda di scottante attualità: avresti mai pensato che il personaggio della Cubista avrebbe assunto una rilevanza sempre maggiore nell'immaginario italiano, insieme a una visibilità quasi inspiegabile in una società diversa dalla nostra?

Senza esser maghi era inevitabile immaginare che la cubista, apparenza pura, venisse stigmatizzata come vestale del divertimento. Ne aveva tutte le caratteristiche, e anche un velo etico della danza, per quanto dionisiaco, dietro cui ripararsi. Qual è la differenza? Il passo dalla cubista alla escort è abbastanza sdrucciolevole. Sempre di donne su un cubo, o ripiano, si parla (l’importante è che sia elevato, sovrastante, un piedistallo), la differenza è l’abbordabilità, via via più sottile finché c’è stato un capovolgimento per una tale immersione nell’oggetto desiderato, identificazione, per cui la cliente è diventata peggio della cubista: più denudata, disponibile. La velinizzazione ha cancellato l’idea di cubista, quel periodo oscuro che a volte precede la stigmatizzazione. L’ha inglobata. Così è diventata, più che icona, topos.
Tutto ciò è la conseguenza di un degrado dell’idea di donna messo in atto dalla nascita della tv privata e dall’abuso pubblicitario, un piano di mercificazione del corpo e mortificazione dell’anima, neanche tanto sottile. Un progetto politico di controllo che sta schiacciando il diritto alla femminilità e che rende difficile alla donna essere se stessa senza diventare o la costola mancante dell’uomo o moneta di carne.

mercoledì 20 ottobre 2010

Sex and the city e la filosofia (Vogue11)

[pubblicato su Vogue.it]

La giovane filosofa Carola Barbero, assegnista all’università di Torino e membro del Labont diretto da Maurizio Ferraris, ha appena pubblicato Sex & the city e la filosofia per i tipi del Melangolo. Un’occasione per verificare se la filosofia aiuta a pensare anche argomenti apparentemente frivoli.

Nel tuo libro difendi esplicitamente le ragioni dell'apparenza. Mi pare però che non affronti la questione della bellezza fisica, femminile e maschile. C’è una ragione precisa?

Mi interessava molto prendere in esame la questione dell'apparenza perché si tratta di un tema eminentemente filosofico. Perché si condanna tanto l'apparenza? Che cosa ci sarebbe sotto, o dietro, che l'apparenza sarebbe supposta coprire? Non è forse vero che viviamo in un mondo di apparenze, che l'apparenza è tutto quello che abbiamo? Ricordiamo l'insegnamento kantiano: nella nostra esperienza possiamo conoscere le cose solo come queste ci appaiono. Allora prima impariamo ad accettare le apparenze e meglio è. Quanto alla bellezza fisica, che dire? Certo, in Sex & the city sono tutte belle, magre e truccate. Ma questo non dovrebbe stupire: come già osservava Hume, la finzione è sempre più bella della realtà. Piuttosto sarebbe strano il contrario.

Simpatizzi per un neo-femminismo che concili la difesa dei diritti delle donne con il non sentirsi in colpa nell’ acquistare scarpe e vestiti costosi. Nessuna tensione?

Non ho niente contro le femministe storiche: penso fossero figlie del loro tempo e che abbiano combattuto battaglie importantissime. Però penso anche che essere femminista oggi non voglia dire doverle imitare. Carrie & C. riflettono quello che è stato definito "il femminismo di terza generazione" che prende avvio dalle conquiste ottenute dalle lotte precedenti, ma che riesce a essere più rilassato verso molte cose. Si è persa quella forza aggressiva tipica delle femministe di prima generazione e si è tornati a una versione della donna più spontanea, a volte addirittura dolce. Che male c'è? Non si è ancora capito che bisogna smetterla di imporre modelli?

Pensi che una serie televisiva di successo possa concretamente influenzare l'immaginario delle spettatrici/spettatori? Insomma: Sex & the city fa pensare o deve poi arrivare la filosofia per dare un po' di senso alle cose?


Certo, può concretamente influenzare l'immaginario del pubblico: siamo lì in poltrona e ci domandiamo (ovviamente se siamo esseri umani normali e non ci limitiamo a ingozzarci di immagini e dialoghi ma proviamo anche a pensare a quello che vediamo e ascoltiamo) se davvero sia possibile riconoscere il vero amore e perché talvolta possa essere giusto mentire. Tutto questo si può fare anche con la filosofia. Va da sé che con la filosofia ci si diverte di più (almeno io).

Ma con tutta la loro passione per la moda, secondo te alla fine le quattro "ragazze" di Sex & the city rappresentano un esempio di stile?

Perché no? Mi piace come si vestono e adoro il fatto che anche quando sono a casa indossano una tuta di Donna Karan o una vestaglia La perla (altro che le tute deformate e i pinzoni che ornano le donne reali appena varcata la soglia di casa!). Le strade di New York si trasformano in una grande passerella en plein air e quei capi di Vivienne Westwood, Armani, Chanel, Prada e Gucci (per citarne solo alcuni) che alle sfilate ci sembrano belli sì, ma troppo fuori dal mondo, addosso a Carrie & C. sembrano molto più "normali". E comunque sempre meravigliosi.

venerdì 24 settembre 2010

Giuseppe Genna: la moda è il dedalo dell’ego (Vogue9)

Pubblicato su Vogue.it

Lo scrittore Giuseppe Genna, acclamato autore di Assalto a un tempo devastato e vile, Dies Irae, Italia de Profundis e Hitler, sta scrivendo il suo nuovo romanzo Fine Impero, di prossima uscita per Einaudi Stile Libero. Più di un suo capitolo avrà a che fare con la moda...


I tuoi romanzi hanno spesso un piglio coraggiosamente filosofico: nel tuo nuovo libro rifletterai concettualmente sulla moda o invece ne trarrai spunti narrativi?

Per me il pensiero è movimento di fantasmi e quindi è narrazione –un racconto lineare sollo all’apparenza. Se lo si ingrandisce, tutto è sconnesso. La passerella stessa pare lineare e invece, nella luce, tutto è allucinato.

Potresti darci un’idea precisa di come intendi scrivere di moda nel tuo romanzo?

In maniera letterale. Sono stato su una passerella prima dell’inizio di una sfilata, ho osservato l’esercito di cloni androgini sotto riflettori accecanti, ho partecipato a feste di stilisti. Il protagonista del mio romanzo farà lo stesso, in modo più tragico.

Intorno al mondo della moda sono stati scritti molti saggi, ma, mi pare, poca narrativa (il cinema ha maggiormente sfruttato l’argomento): secondo te nella moda c’è una componente spettacolare che non è facilmente narrabile?

E’ lo spettacolo quintessenziato, un elemento indiscernibile da quella “vita dei nervi” che il filosofo Georg Simmel, autore di un fondamentale saggio sulla moda, pone a fondamento elettrico della metropoli, cioè della vita spettacolare. Fare una narrazione dei nervi è difficile.

Credi che sia possibile determinare l’essenza della moda o non sarebbe più corretto parlare di “mode” al plurale?

Io la prendo da questa prospettiva, tra le infinite possibili – la moda è il dedalo dell’ego, il suo mostrarsi, il suo abolirsi mentre si esibisce, il suo vestirsi, il suo essere legione aberrante ma che si considera attraente, una foggia letale, il riflettore del mondo demonico.


Giuseppe Genna alle sfilate di Milano: http://www.giugenna.com/2010/02/26/un-miserabile-alle-sfilate-di-milano/

venerdì 17 settembre 2010

Moda e pornografia.



NON PUBBLICATO su Vogue.it


SECONDA VERSIONE

Lo spettacolo della pornomoda.

Nella letteratura saggistica contemporanea la pornografia è stata spesso associata alla moda e all’arte.

Secondo certi scrittori l’algida postura fisica delle modelle, resa stereotipica da fotografi celebrati come Helmut Newton, è paragonabile all’indifferenza senza vergogna delle attrici pornografiche, sui cui si è soffermato anche il grande scrittore americano David Foster Wallace in Considera l’aragosta.
Il filosofo italiano Giorgio Agamben ha notato che, nell’epoca del capitalismo dello spettacolo, l’immagine del corpo umano è divenuta pura merce: l’indifferenza esibita dai pornodivi e dalle mannequins è una paradossale resistenza al farsi oggetto della persona umana.
Anche nello sguardo della persona più sottomessa e divenuta simile a un puro oggetto di consumo sessuale e spettacolare, brilla la luce irriducibile dell’umanità? Certo, purché si ricordi che l’essere umano è innanzitutto l’individuo e non la specie, l’insieme o l’essenza.
Nonostante lo schermo fitto di immagini, l’umanità individuale traspare per un istante nel pianto improvviso della pornodiva durante un’intervista sulla sua vita o nella momentanea défaillance della modella superbamente incedente.
In entrambi i casi, l’indifferenza manifesta che sembrava segnalare l’esistenza di un irreale mondo di perfezione al di là del mondo mercificato si squarcia per un istante e mostra la realtà e il suo semplice orrore.


PRIMA VERSIONE
Il capitalismo spettacolare riesce realmente a ridurre le persone a oggetti?

Nella letteratura filosofica contemporanea la pornografia è stata spesso associata alla moda, per esempio dal filosofo italiano Giorgio Agamben e dal critico letterario Marco Belpoliti.
L’algida postura fisica delle modelle, resa stereotipica da fotografi come Helmut Newton, sembra paragonabile all’indifferenza senza vergogna delle attrici pornografiche, sui cui si è soffermato anche il grande scrittore suicida David Foster Wallace.
Entra in questa consorteria dell’indecenza esibita anche l’arte contemporanea, attraverso l’esibizione sistematica e massiccia di corpi nudi femminili che ha reso famosa un’artista come Vanessa Beecroft, con le sue performance di protagoniste senza veli.
Agamben nota che nell’epoca del capitalismo dello spettacolo, l’immagine del corpo umano è divenuta pura merce e che l’indifferenza esibita da pornodivi e mannequins è una paradossale resistenza al farsi oggetto della persona umana. Lo stesso Agamben ha sostenuto in uno dei suoi libri più famosi che l’essenza dell’umano è il nucleo inumano che si cela nella sua intimità.
Dunque, anche nello sguardo della persona più sottomessa e divenuta simile a un puro oggetto di consumo sessuale e spettacolare, brilla la luce irriducibile dell’umanità?

mercoledì 8 settembre 2010

La vita elegante secondo Balzac (Vogue7)

Pubblicato su Vogue.it

In un trattatello incompiuto scritto nel 1830, Honoré de Balzac ha immortalato con sublime cattiveria il gusto e l’ideologia comportamentale e vestimentaria della Restaurazione.

Alcuni degli aforismi che compongono La vita elegante sembrano ancora attualissimi, mentre altri grondano un’ideologia conservatrice ottocentesca che ha almeno il merito di essere chiaramente esplicitata.
Per Balzac, per esempio, la divisione della società in classi è naturale, cristiana e ovvia: “Simili alle macchine a vapore, gli uomini irreggimentati al lavoro si presentano tutti sotto la stessa forma e non hanno nulla di individuale … Per tutti questi infelici la vita si riduce a un po’ di pane nella madia e l’eleganza a una cassa di stracci”.
Nonostante il suo feroce classismo, per Balzac la ricchezza è condizione necessaria ma non sufficiente dell’eleganza: “un uomo diventa ricco; nasce elegante”.

Ecco alcuni pensieri e precetti balzachiani:

• L’abbigliamento è l’espressione della società
• La trascuratezza nel vestire è un suicidio morale
• Il bruto si copre, il ricco e lo sciocco si adornano, l’elegante si veste
• L’abbigliamento è, al tempo stesso, una scienza, un’arte, un’abitudine, un sentimento
• L’eleganza non consiste tanto nel vestito quanto nel modo di portarlo
• Il vestire non deve essere un lusso
• Tutto ciò che mira all’effetto è di cattivo gusto, come tutto ciò che è chiassoso
• Andar più in là della moda vuol dire cadere nella caricatura

Pensieri ragionevoli! Ma ricordiamo che “per essere fashionable, bisogna godere il riposo senz’essere passato per il lavoro; cioè aver vinto una quaterna, o esser figlio di milionario, principe, sinecurista o quattrinaio”.

( “Trattato della vita elegante”, Bompiani, 1982)

mercoledì 4 agosto 2010

La moda è un’epidemia (Vogue5)

Pubblicato su Vogue.it

La moda sembra sfuggire a un concetto definitivo capace di coglierne tutte le sfaccettature, nonostante filosofi, semiologi e scrittori abbiano provato a definirla. Le forme della moda si trasmettono come un contagio: ecco un’ipotesi per spiegarne la logica.

L’ “epidemiologia delle rappresentazioni” di Dan Sperber, antropologo francese allievo di Lévi-Strauss, può forse fornire una chiave di lettura per spiegare in modo semplice ed elegante i mutamenti della moda.
Secondo Sperber, tutte le rappresentazioni mentali individuali e collettive - idee e forme sociali - si comunicano e trasformano seguendo un principio di ottimalità: la mente umana preferisce rivolgersi a ciò che esibisce il rapporto migliore tra sforzo necessario per l’elaborazione ed effetto provocato. In altre parole, preferiamo le cose più rilevanti, quelle che nel contesto delle nostre idee richiedono il minimo sforzo di comprensione e il massimo effetto informativo o estetico.
Se questo è vero, l’arbitrio della moda può sembrare un po’ meno casuale di quanto spesso non si creda. Anche una moda quanto mai eccentrica seguirà il principio di rilevanza: le sue forme vestimentarie tenderanno a essere le migliori in termini di difficoltà di comprensione a partire da un insieme di dati contestuali (la moda precedente, il gruppo sociale ecc.) ed effetto estetico perseguito.
Dato un certo contesto, dunque, a parità di effetto estetico è più rilevante l’abito più semplice da comprendere; viceversa, a parità di comprensibilità è più rilevante l’abito che produce l’effetto cognitivo più notevole.
Volete dunque essere stilisti di gran voga? Ottimizzate la rilevanza dei vostri abiti!

mercoledì 7 luglio 2010

Gillo Dorfles nel 1969 osservava che gli italiani vestivano meglio di altri popoli. La situazione è cambiata... (Vogue3)


Pubblicato su Vogue.it


In un testo di quarant’anni fa, Dorfles faceva proprio il luogo comune secondo cui gli italiani vestivano meglio di altri popoli: “se ci guardiamo attorno, se osserviamo le folle delle nostre città e dei nostri villaggi e le paragoniamo a quelle di altri paesi a eguale e anche superiore sviluppo economico industriale, dobbiamo convenire che il popolo italiano è tra i “meglio vestiti” (p. 103).
Il critico azzardava poi una relazione tra il gusto per l’abbigliamento e l’incuria italiana negli aspetti importanti della vita: “purtroppo questo va a tutto detrimento di altri settori che sono vergognosamente trascurati; la cura della propria casa: il rispetto del paesaggio; lo sviluppo d’una coscienza civica” (p.104).
Come mi ha fatto notare una volta un giornalista francese esperto di Italia e italiani, oggi la situazione sembra opposta a quella descritta da Dorfles nel 1969: l’italiano medio si distingue per la bruttezza dei suoi vestiti (che a me sembrano tendere a un nero conformista e minaccioso).
Sarebbe però errato dedurne che gli italiani abbiano riversato tutta la loro attenzione sul rispetto del paesaggio o tantomeno sullo sviluppo di una coscienza civica: in logica, che A implichi B non implica affatto che la negazione di A implichi la negazione di B.

(Tratto da: Gillo Dorfles, Fattori estetici nell’abbigliamento maschile, in AA.VV. Psicologia del vestire, Bompiani, 1972)

giovedì 3 giugno 2010

Il sesso delle cose (Vogue2)


Pubblicato su Vogue.it


Secondo Mario Perniola non possiamo più distinguere il corpo e gli abiti. La pelle è un tessuto e gli abiti sono una seconda pelle, indistinguibile dalla prima. Anche questo è ciò che Benjamin chiamava “sex-appeal dell’inorganico”. Nel caos postmoderno le cose non hanno più senso ma fanno sesso. “La lingua che mi pervade e mi copre, il sesso che mi penetra e mi indossa, la bocca che mi succhia e mi spoglia, tutto è metafora vestimentale. (…) Le pieghe del sesso femminile non sono diverse dagli affossamenti del tessuto del sedile, la pelle che scorre lungo l’asta del sesso maschile è affine alla fodera del bracciolo: le vesti di carne dei nostri corpi, liberate dal tempo e sospese in un incanto senza attesa, sono l’oggetto di un investimento sessuale infinito ed assoluto che potrebbe sembrare più consono a un sarto, a una modista, a un tappezziere impazziti che ad un filosofo”. Secondo Perniola il filosofo deve proclamare che il regno delle cose è “l’impero di una sessualità senza orgasmo”, neutra, sospesa e artificiale (Mario Perniola, Il sex appeal dell’inorganico, Einaudi, 1994).

giovedì 13 maggio 2010

È una vanità il volersi opporre alla moda. Hegel sulla moda (Vogue1)

Pubblicato su Vogue.it

Hegel ha ragionato filosoficamente sull’inessenzialità della moda:
"Il vestiario non è cosa che rientri in una determinazione razionale, ma è regolato soltanto dal bisogno, che si fa sentire da sé: nei paesi settentrionali ci si deve vestire altrimenti che nell’interno dell’Africa, e così di inverno non si può andare in giro con abili di cotonina. Tutto il resto è in balia del caso e dell’opinione, senza che vi abbia alcuna parte l’intelligenza […]. Il taglio del mio abito è fissato dalla moda, ed è cosa che spetta al sarto: non tocca a me d’inventar nulla a questo riguardo, e grazie a Dio hanno già inventato tutto gli altri. Questo dipendere dall’abitudine, dall’opinione, è pur sempre meglio che dipendere dalla natura. Quindi non conviene applicare l’intelligenza a cose siffatte; il contegno che si deve tenere verso di esse è la pura indifferenza, chè in realtà la cosa è di per sé indifferente. Tuttavia vi sono quelli che sanno rendersi singolari in questo campo, mirando con ciò ad attirare l’attenzione; ma è una vanità il volersi opporre alla moda" (Lezioni sulla Storia della Filosofia, Laterza, vol. II, p.147).
Hegel legittima la moda, ma le nega qualsiasi importanza essenziale. L’essere originali, per il filosofo, coincide con la singolarità eccentrica che si oppone ostentatamente alla moda.
Se la moda è vanità, la negazione della moda è vanità delle vanità.