E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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sabato 18 aprile 2020

Concetti pandem(on)ici (raccolta di articoli, in aggiornamento progressivo)

Questioni giuridiche.




Questioni filosofiche.

G. Agamben:







M. Ferraris: 








domenica 18 marzo 2018

GEOMETRICA POTENZA:

A torto si ritiene che siano le filosofie idealiste, spiritualiste e postmoderniste ad avere esaltato nel miglior modo la creatività dello spirito umano. Queste filosofie hanno certamente posto la libertà dello spirito alla base del manifestarsi dell'essere e della conoscenza, tuttavia non hanno detto nulla che non fosse metaforico, almeno dal mio punto di vista (scientista e dialetticamente materialista).
Il padre della linguistica cognitiva, Noam Chomsky (n. 1928), ha invece dimostrato che la facoltà linguistica umana è fondamentalmente creativa in senso algoritmico: vi sono regole e rappresentazioni alla base della generazione delle frasi "grammaticali", riconosciute come accettabili dai parlanti, anche se le occorrenze possibili sono combinatoriamente infinite.
La stessa creatività della mente umana ha iniziato ad essere studiata dalle scienze cognitive (la studiosa di riferimento è Margaret Boden) aggiungendo così un tassello importante alla conoscenza scientifica della psiche e approfondendo il divario tra scienze sperimentali e discipline umanistiche (anche se nulla vieterebbe di coniugare le due direzioni di ricerca, come del resto già fanno studiosi innovativi e brillanti come Johnathan Gotschall).
Chi ha inventato il sintagma "geometrica potenza"? Di solito si risponde col nome di Franco Piperno (Dal terrorismo alla guerriglia, in "Pre-Print"dicembre 1978). Qualcun altro ha provato ad andare più indietro nel tempo, fino a Mussolini e Vittorio Emanuele III, ma direi con scarso successo.
Si osservi ora il quadro di Gino Severini intitolato Cannoni in azione, 1915. In basso al centro si legge distintamente "géométrique PUISSANCE".
Il concetto non filosofico di potenza è certamente parte del repertorio concettuale del futurismo, e l'apposizione dell'aggettivo "geometrica" sembra riferirsi all'elemento macchinico della guerra moderna, elemento tanto caro ai futuristi (come del resto la guerra).
Questo quadro è piuttosto famoso, e chiunque lo abbia guardato avrebbe potuto isolare il sintagma in questione. Forse è il caso anche del professor Piperno? Io penso di sì perché leggendo le sue spiegazioni relative all'espressione in questione, si comprende che egli aveva in mente una presunta "precisione" militare dei brigatisti.
Nella porzione testuale rilevante del quadro di Severini si legge infatti, in sequenza verticale:


Perfezione
Aritmetica
Ritmo
Geometrica
POTENZA
LEGGEREZZA
FRANCIA*



Mi pare che l'idea di Piperno sia già tutta qui. Ma quello che potremmo dire con Chomsky è che nessuno è realmente "inventore" di un sintagma di due parole, perché l'infinita creatività linguistica della specie umana rende assai probabile che la medesima combinazione di due concetti, se non prorio dei medesimi significanti, sia ricorrente anche a distanza di tempo, dato un insieme di concetti e parole (una "cultura") non troppo diversi (i sintagmi dei primi sapiens saranno stati  statisticamente abbastanza diversi dai nostri). 

In pratica, è probabile che diversi parlanti abbiano potuto unire "geometria" e "potenza" da quando esistono i concetti e le parole relativi (quindi per lo meno da Talete, per la geometria, e da Aristotele per la potenza).
Diversa, naturalmente, è la storia delle tracce documentarie: in attesa di smentite dichiaro che il quadro di Severini può essere considerato a buon diritto come la prima occorrenza testuale nota del famigerato sintagma.



* Severini era fissato con la Francia e voleva essere francese.

lunedì 2 dicembre 2013

Chomsky vs Žižek

Pubblicato da Znet:

Noam Chomsky – dicembre 2012

In questo breve brano di un’intervista del dicembre 2012 a Veterans Unplugged, a Chomsky è chiesto un parere sulle idee di Slavoj Žižek, Jacques Lacan e Jacques Derrida. Lo studioso del M.I.T. che altrove ha descritto alcune di tali figure e dei loro seguaci come “sette” non misura le parole:

“Ciò cui ti riferisci [rivolgendosi all’intervistatore – n.d.t.] è quella che si chiama “teoria”. E quando ho detto che non sono interessato alla teoria ciò che intendevo dire è che non sono interessato all’esibizionismo, all’utilizzare termini eleganti, come polisillabi, per fingere di avere una teoria quando non se ne ha affatto una. Dunque, in tutta questa roba non c’è alcuna teoria, non nel senso del termine ‘teoria’ con il quale tutti hanno familiarità nelle scienze o in qualsiasi campo serio. Cercare di trovare in tutto il lavoro che citi dei principi dai quali si possano dedurre conclusioni, proposizioni empiricamente verificabili dove tutto vada oltre il livello di qualcosa che si possa spiegare in cinque minuti a un bambino di dodici anni. Prova a vedere si riesci a trovare questo, una volta decodificati i termini astrusi. Io non ci riesco. Perciò non sono interessato a quel genere di esibizione. Žižek ne è l’esempio estremo. Non vedo nulla in ciò che dice. Jacques Lacan in effetti l’ho conosciuto. A modo suo mi piaceva. Ci incontravamo di tanto in tanto. Ma, con assoluta franchezza, penso fosse un totale ciarlatano. Si atteggiava a favore delle telecamere nel modo tipico di molti intellettuali parigini. Perché queste cose abbiano influenza, non né ho la minima idea. Non vedo nulla che dovrebbe avere influenza.”

giovedì 14 novembre 2013

Appunti su Deleuze e Guattari e le scienze cognitive

Ottimo fiuto di D&G: "È una questione linguistica e politica: la critica al postulato che vuole il linguaggio essere informativo e comunicativo.Il linguaggio sarebbe una sorta di staffettista che informa, cioè passa i contenuti da un parlante a un ascoltatore. Il linguaggio fa anche questo, intendiamoci: ma non è questa la sua essenza." (De Michele)

E' anche una questione cognitiva: per Chomsky il linguaggio non è uno strumento evolutosi teleologicamente per farci comunicare. Serve anche a quello, ma è uno strumento comunicativo come altri, solo molto più potente e versatile.
D&G a modo loro l'avevano ben capito. Certo, la dimensione cognitiva è loro del tutto estranea, et pour cause. Sicuramente per loro "scienze cognitive" significava Chomsky, che avevano superficialmente identificato come un avversario, per via della struttura formale e gerarchica del linguaggio così come teorizzata fin dalle prime opere chomskyane.

martedì 25 giugno 2013

Appunti su Lacan (e Badiou e Deleuze)

(24 giugno)

Il linguaggio ci fa parlare con quella materia che siamo, in quanto soggetti, non è difficile capirlo.

[5 luglio: secondo Badiou il "materialismo democratico" afferma che "non esiste altro all'infuori dei corpi e dei linguaggi"]

***

(26 giugno)

La disidentificazione perseguita nell'analisi lacaniana: è molto deleuziana.

***

Non ho mai preso sul serio l'Altro lacaniano. Per un attimo invece sono riuscito a capire che cosa sia in gioco.
Corretto dire che sia lo stesso di ciò che Deleuze e Foucault chiamano Fuori? Fuori indica linguisticamente qualcosa di inanimato, Altro allude a un vivente, per quanto non-vivente.

***

Enfasi lacaniana sulla seconda morte: necessaria? Perché non pensarla come neutralizzazione di altro tipo (zen)? Inevitabilmente il significato di "morte" è immediatamente più significativo.

PS: è la depressione che mi ha (ri)condotto a Lacan, a partire da un libretto che avevo quasi scagliato via con furore: L'ombra della vita, di Franco Lolli. Vi si parla di depressione come "viltà etica", in un senso che allora avevo banalizzato, ma che ora riesco a tollerare e interpretare seriamente.

***

(3 luglio)

Davvero ci ho impiegato anni per capire che il Nom du Père è il cognome? Possibile che non me ne fossi mai accorto prima? Eppure il francese lo conosco, e so benissimo che "nom" significa cognome.
Forse non mi interessava la questione? Da quando lessi l'Antiedipo nel 1995 abbandonai ogni tentativo di capire Lacan. Oppure avevo rimosso la questione.
In ogni caso questa storia del nome-del-padre mi sembra una fesseria.

Altra cosa ben poco convincente: che il fallo sia il simbolo del simbolico, ossia del senso, e che il senso sia l'oscillazione tra senso e non-senso. Ma di che senso parla? Confonde "senso" nel senso logico-linguistico di Frege e "senso" nel senso di "meaning of life"?
La questione del "senso della vita" ha due sole soluzioni sensate: quella del Tractatus di Wittgenstein (tacerne) e quella dei Monty Python (riderne e farne ridere). A guardar bene, non sono due soluzioni incompatibili.

***

(4 luglio)

Nella teoria di Lacan mi sembra mancare totalmente uno spazio per la narratività: tutto è strutturale, fisso, morto, estatico, mistico.
Il soggetto tra-le-due-morti, Edipo a Colono, lamella, è un non-soggetto, almeno nel senso in cui sembra desiderabile parlare di "soggetto". Allora perché mai bisogna protrarre la metafora del soggetto? Ne va della verità, direbbe un lacaniano. Ma questa "verità" di cui parlano i lacaniani non ha nulla a che vedere con la verità della tradizione filosofica: è una verità più vicina a quella qualitativa dell'ermeneutica, verità come senso.
Ma il senso è indicibile, Wittgenstein ha perfettamente ragione: esso mostra sé come il "che-è", la fattità delle cose. Se ne può parlare soltanto "componendo", ossia praticando una filosofia rapsodica à la Ludwig oppure l'arte (che - come dice Chomsky con sentenza perfettamente wittgensteiniana - ci dirà probabilmente sempre di più sulla natura umana [leggi "senso"] di quanto non farà mai la scienza).

***

(6 luglio)

Questa fesseria del soggetto, ossia il senso, o la verità. Con i quattro tipi di soggetti e i relativi tipi di discorso: come se i discorsi potessero enumerarsi e catalogarsi, come se i giochi linguistici si potessero categorizzare in base alla loro struttura anziché osservare e comprendere secondo la loro forma-di-vita (confrontare Lyotard).
Anche qui contrapporre Wittgenstein: “il soggetto che pensa, immagina, non v'è. … (5.631). Il soggetto non appartiene al mondo ma è un limite del mondo (5.632)”.
Badiou è più logico di Lacan e rende il soggetto qualcosa di completamente irriducibile tanto all'individuo quanto alla comunità: soggetto è pura fedeltà procedurale a un evento/verità.

TUTTAVIA: l'ansia per la struttura (assente, diceva Eco) è nobile, è pulsione ad articolare la comprensione. Specialmente la comprensione della verità (del senso).
Perché la scienza può rispondere meglio a quest'ansia? Perché si fonda su un concetto operativo di verità (questo, Badiou lo sa benissimo mentre Lacan non vuole prenderne atto. Nemmeno Deleuze, in fondo).

[Essere e soggetto: a me pare (è sempre parso) questo il Due su cui incentrare l'attività filosofica.
L'essere che appare attraverso i dispositivi matematici della scienza, e il soggetto che si sveglia quotidianamente al mattino, con un sacco di da farsi.]

***

(8 luglio)

Guarda caso, L'Oeuvre claire di Jean Claude Milner termina proprio col confronto di Lacan con Wittgenstein... Ma da come presenta il succo del Tractatus secondo lui ho il dubbio che non ne abbia capito molto.
Dice che per W il senso si mostrerebbe in "tableaux". E mi sovviene che Klossowsky fu il primo traduttore francese del Tractatus, e che sbagliò della grossa a rendere Bild (= "immagine logica") con "tableau".
Vuoi vedere che Milner, che pure è uno intelligente, è rimasto alla vecchia traduzione e non ha mai capito l'errore?
(Ossia: il senso si mostra in qualunque forma di espressione adeguata, a partire dal linguaggio comune, in maniera esemplare).

***

(11 luglio)

Invece nelle pagine successive Milner cita la traduzione di Granger, dunque non so spiegare la sua confusione a proposito dei "tableaux".
Le tavole di verità mostrano la verità, appunto, delle proposizioni elementari e complesse. Ma la verità non è il senso. Ciò che dice Milner è semplicemente una confusione, molto lacaniana, tra senso e verità (forse anche gli ermeneuti cascano in una simile confusione).
Una proposizione può avere senso ed essere falsa.
Le tavole di verità non mostrano il senso, che invece si mostra nell'essere stesso degli enti - per usare un concetto non wittgensteiniano - e nel linguaggio sensato (proposizioni empiriche e scientifiche).


Bibliografia ripassata per la bisogna:

Milner, J.-C.,  L'oeuvre claire, Seuil
Tarizzo,D., Introduzione a Lacan, Laterza

martedì 20 novembre 2012

Impressions of Gaza, by Noam Chomsky



Even a single night in jail is enough to give a taste of what it means to be under the total control of some external force. And it hardly takes more than a day in Gaza to begin to appreciate what it must be like to try to survive in the world’s largest open-air prison, where a million and a half people, in the most densely populated area of the world, are constantly subject to random and often savage terror and arbitrary punishment, with no purpose other than to humiliate and degrade, and with the further goal of ensuring that Palestinian hopes for a decent future will be crushed and that the overwhelming global support for a diplomatic settlement that will grant these rights will be nullified.
The intensity of this commitment on the part of the Israeli political leadership has been dramatically illustrated just in the past few days, as they warn that they will “go crazy” if Palestinian rights are given limited recognition at the UN. That is not a new departure. The threat to “go crazy” (“nishtagea”) is deeply rooted, back to the Labor governments of the 1950s, along with the related “Samson Complex”: we will bring down the Temple walls if crossed. It was an idle threat then; not today.
The purposeful humiliation is also not new, though it constantly takes new forms. Thirty years ago political leaders, including some of the most noted hawks, submitted to Prime Minister Begin a shocking and detailed account of how settlers regularly abuse Palestinians in the most depraved manner and with total impunity. The prominent military-political analyst Yoram Peri wrote with disgust that the army’s task is not to defend the state, but “to demolish the rights of innocent people just because they are Araboushim (“niggers,” “kikes”) living in territories that God promised to us.”
Gazans have been selected for particularly cruel punishment. It is almost miraculous that people can sustain such an existence. How they do so was described thirty years ago in an eloquent memoir by Raja Shehadeh (The Third Way), based on his work as a lawyer engaged in the hopeless task of trying to protect elementary rights within a legal system designed to ensure failure, and his personal experience as a Samid, “a steadfast one,” who watches his home turned into a prison by brutal occupiers and can do nothing but somehow “endure.”
Since Shehadeh wrote, the situation has become much worse. The Oslo agreements, celebrated with much pomp in 1993, determined that Gaza and the West Bank are a single territorial entity. By then the US and Israel had already initiated their program of separating them fully from one another, so as to block a diplomatic settlement and punish the Araboushim in both territories.
Punishment of Gazans became still more severe in January 2006, when they committed a major crime: they voted the “wrong way” in the first free election in the Arab world, electing Hamas. Demonstrating their passionate “yearning for democracy,” the US and Israel, backed by the timid European Union, at once imposed a brutal siege, along with intensive military attacks. The US also turned at once to standard operating procedure when some disobedient population elects the wrong government: prepare a military coup to restore order.
Gazans committed a still greater crime a year later by blocking the coup attempt, leading to a sharp escalation of the siege and military attacks. These culminated in winter 2008-9, with Operation Cast Lead, one of the most cowardly and vicious exercises of military force in recent memory, as a defenseless civilian population, trapped with no way to escape, was subjected to relentless attack by one of the world’s most advanced military systems relying on US arms and protected by US diplomacy. An unforgettable eyewitness account of the slaughter — “infanticide” in their words — is given by the two courageous Norwegian doctors who worked at Gaza’s main hospital during the merciless assault, Mads Gilbert and Erik Fosse, in their remarkable book Eyes in Gaza.
President-elect Obama was unable to say a word, apart from reiterating his heartfelt sympathy for children under attack — in the Israeli town Sderot. The carefully planned assault was brought to an end right before his inauguration, so that he could then say that now is the time to look forward, not backward, the standard refuge of criminals.
Of course, there were pretexts — there always are. The usual one, trotted out when needed, is “security”: in this case, home-made rockets from Gaza. As is commonly the case, the pretext lacked any credibility. In 2008 a truce was established between Israel and Hamas. The Israeli government formally recognizes that Hamas observed it fully. Not a single Hamas rocket was fired until Israel broke the truce under cover of the US election on November 4 2008, invading Gaza on ludicrous grounds and killing half a dozen Hamas members. The Israeli government was advised by its highest intelligence officials that the truce could be renewed by easing the criminal blockade and ending military attacks. But the government of Ehud Olmert, reputedly a dove, chose to reject these options, preferring to resort to its huge comparative advantage in violence: Operation Cast Lead. The basic facts are reviewed once again by foreign policy analyst Jerome Slater in the current issue of the Harvard-MIT journal International Security.
The pattern of bombing under Cast Lead was carefully analyzed by the highly informed and internationally respected Gazan human rights advocate Raji Sourani. He points out that the bombing was concentrated in the north, targeting defenseless civilians in the most densely populated areas, with no possible military pretext. The goal, he suggests, may have been to drive the intimidated population to the south, near the Egyptian border. But the Samidin stayed put, despite the avalanche of US-Israeli terror.
A further goal might have been to drive them beyond. Back to the earliest days of the Zionist colonization it was argued across much of the spectrum that Arabs have no real reason to be in Palestine; they can be just as happy somewhere else, and should leave — politely “transferred,” the doves suggested. This is surely no small concern in Egypt, and perhaps a reason why Egypt does not open the border freely to civilians or even to desperately needed materials
Sourani and other knowledgeable sources observe that the discipline of the Samidin conceals a powder keg, which might explode any time, unexpectedly, as the first Intifada did in Gaza in 1989 after years of miserable repression that elicited no notice or concern.
Merely to mention one of innumerable cases, shortly before the outbreak of the Intifada a Palestinian girl, Intissar al-Atar, was shot and killed in a schoolyard by a resident of a nearby Jewish settlement. He was one of the several thousand Israelis settlers brought to Gaza in violation of international law and protected by a huge army presence, taking over much of the land and scarce water of the Strip and living “lavishly in twenty-two settlements in the midst of 1.4 million destitute Palestinians,” as the crime is described by Israeli scholar Avi Raz. The murderer of the schoolgirl, Shimon Yifrah, was arrested, but quickly released on bail when the Court determined that “the offense is not severe enough” to warrant detention. The judge commented that Yifrah only intended to shock the girl by firing his gun at her in a schoolyard, not to kill her, so “this is not a case of a criminal person who has to be punished, deterred, and taught a lesson by imprisoning him.” Yifrah was given a 7-month suspended sentence, while settlers in the courtroom broke out in song and dance. And the usual silence reigned. After all, it is routine.
And so it is. As Yifrah was freed, the Israeli press reported that an army patrol fired into the yard of a school for boys aged 6 to 12 in a West Bank refugee camp, wounding five children, allegedly intending only “to shock them.” There were no charges, and the event again attracted no attention. It was just another episode in the program of “illiteracy as punishment,” the Israeli press reported, including the closing of schools, use of gas bombs, beating of students with rifle butts, barring of medical aid for victims; and beyond the schools a reign of more severe brutality, becoming even more savage during the Intifada, under the orders of Defense Minister Yitzhak Rabin, another admired dove.
My initial impression, after a visit of several days, was amazement, not only at the ability to go on with life, but also at the vibrancy and vitality among young people, particularly at the university, where I spent much of my time at an international conference. But there too one can detect signs that the pressure may become too hard to bear. Reports indicate that among young men there is simmering frustration, recognition that under the US-Israeli occupation the future holds nothing for them. There is only so much that caged animals can endure, and there may be an eruption, perhaps taking ugly forms — offering an opportunity for Israeli and western apologists to self-righteously condemn the people who are culturally backward, as Mitt Romney insightfully explained.
Gaza has the look of a typical third world society, with pockets of wealth surrounded by hideous poverty. It is not, however, “undeveloped.” Rather it is “de-developed,” and very systematically so, to borrow the terms of Sara Roy, the leading academic specialist on Gaza. The Gaza Strip could have become a prosperous Mediterranean region, with rich agriculture and a flourishing fishing industry, marvelous beaches and, as discovered a decade ago, good prospects for extensive natural gas supplies within its territorial waters.  
By coincidence or not, that is when Israel intensified its naval blockade, driving fishing boats toward shore, by now to 3 miles or less.
The favorable prospects were aborted in 1948, when the Strip had to absorb a flood of Palestinian refugees who fled in terror or were forcefully expelled from what became Israel, in some cases expelled months after the formal cease-fire.
In fact, they were being expelled even four years later, as reported in Ha’aretz (25.12.2008), in a thoughtful study by Beni Tziper on the history of Israeli Ashkelon back to the Canaanites. In 1953, he reports, there was a “cool calculation that it was necessary to cleanse the region of Arabs.” The original name, Majdal, had already been “Judaized” to today’s Ashkelon, regular practice.
That was in 1953, when there was no hint of military necessity. Tziper himself was born in 1953, and while walking in the remnants of the old Arab sector, he reflects that “it is really difficult for me, really difficult, to realize that while my parents were celebrating my birth, other people were being loaded on trucks and expelled from their homes.”
Israel’s 1967 conquests and their aftermath administered further blows. Then came the terrible crimes already mentioned, continuing to the present day.
The signs are easy to see, even on a brief visit. Sitting in a hotel near the shore, one can hear the machine gun fire of Israeli gunboats driving fishermen out of Gaza’s territorial waters and towards shore, so they are compelled to fish in waters that are heavily polluted because of US-Israeli refusal to allow reconstruction of the sewage and power systems that they destroyed.
The Oslo Accords laid plans for two desalination plants, a necessity in this arid region. One, an advanced facility, was built: in Israel. The second one is in Khan Yunis, in the south of Gaza. The engineer in charge of trying to obtain potable water for the population explained that this plant was designed so that it cannot use sea water, but must rely on underground water, a cheaper process, which further degrades the meager aquifer, guaranteeing severe problems in the future. Even with that, water is severely limited. The United Nations Relief and Works Agency (UNRWA), which cares for refugees (but not other Gazans), recently released a report warning that damage to the aquifer may soon become “irreversible,” and that without remedial action quickly, by 2020 Gaza may not be a “liveable place.”
Israel permits concrete to enter for UNRWA projects, but not for Gazans engaged in the huge reconstruction needs. The limited heavy equipment mostly lies idle, since Israel does not permit materials for repair. All of this is part of the general program described by Israeli official Dov Weisglass, an adviser to Prime Minister Ehud Olmert, after Palestinians failed to follow orders in the 2006 elections: “The idea,” he said, “is to put the Palestinians on a diet, but not to make them die of hunger.” That would not look good.
And the plan is being scrupulously followed. Sara Roy has provided extensive evidence in her scholarly studies. Recently, after several years of effort, the Israeli human rights organization Gisha succeeded to obtain a court order for the government to release its records detailing plans for the diet, and how they are executed. Israel-based journalist Jonathan Cook summarizes them: “Health officials provided calculations of the minimum number of calories needed by Gaza’s 1.5 million inhabitants to avoid malnutrition. Those figures were then translated into truckloads of food Israel was supposed to allow in each day ... an average of only 67 trucks — much less than half of the minimum requirement — entered Gaza daily. This compared to more than 400 trucks before the blockade began.” And even this estimate is overly generous, UN relief officials report.
The result of imposing the diet, Mideast scholar Juan Cole observes, is that “[a]bout ten percent of Palestinian children in Gaza under 5 have had their growth stunted by malnutrition ... in addition, anemia is widespread, affecting over two-thirds of infants, 58.6 percent of schoolchildren, and over a third of pregnant mothers.” The US and Israel want to ensure that nothing more than bare survival is possible.
“What has to be kept in mind,” observes Raji Sourani, “is that the occupation and the absolute closure is an ongoing attack on the human dignity of the people in Gaza in particular and all Palestinians generally. It is systematic degradation, humiliation, isolation and fragmentation of the Palestinian people.” The conclusion is confirmed by many other sources. In one of the world’s leading medical journals, The Lancet, a visiting Stanford physician, appalled by what he witnessed, describes Gaza as “something of a laboratory for observing an absence of dignity,” a condition that has “devastating” effects on physical, mental, and social wellbeing. “The constant surveillance from the sky, collective punishment through blockade and isolation, the intrusion into homes and communications, and restrictions on those trying to travel, or marry, or work make it difficult to live a dignified life in Gaza.” The Araboushim must be taught not to raise their heads.
There were hopes that the new Morsi government in Egypt, less in thrall to Israel than the western-backed Mubarak dictatorship, might open the Rafah crossing, the sole access to the outside for trapped Gazans that is not subject to direct Israeli control. There has been slight opening, but not much. Journalist Laila el-Haddad writes that the re-opening under Morsi, “is simply a return to status quo of years past: only Palestinians carrying an Israeli-approved Gaza ID card can use Rafah Crossing,” excluding a great many Palestinians, including el-Haddad’s family, where only one spouse has a card.
Furthermore, she continues, “the crossing does not lead to the West Bank, nor does it allow for the passage of goods, which are restricted to the Israeli-controlled crossings and subject to prohibitions on construction materials and export.” The restricted Rafah crossing does not change the fact that “Gaza remains under tight maritime and aerial siege, and continues to be closed off to the Palestinians’ cultural, economic, and academic capitals in the rest of the [occupied territories], in violation of US-Israeli obligations under the Oslo Accords.”
The effects are painfully evident. In the Khan Yunis hospital, the director, who is also chief of surgery, describes with anger and passion how even medicines are lacking for relief of suffering patients, as well as simple surgical equipment, leaving doctors helpless and patients in agony. Personal stories add vivid texture to the general disgust one feels at the obscenity of the harsh occupation. One example is the testimony of a young woman who despaired that her father, who would have been proud that she was the first woman in the refugee camp to gain an advanced degree, had “passed away after 6 months of fighting cancer aged 60 years. Israeli occupation denied him a permit to go to Israeli hospitals for treatment. I had to suspend my study, work and life and go to set next to his bed. We all sat including my brother the physician and my sister the pharmacist, all powerless and hopeless watching his suffering. He died during the inhumane blockade of Gaza in summer 2006 with very little access to health service. I think feeling powerless and hopeless is the most killing feeling that human can ever have. It kills the spirit and breaks the heart. You can fight occupation but you cannot fight your feeling of being powerless. You can't even dissolve that feeling.”
Disgust at the obscenity, compounded with guilt: it is within our power to bring the suffering to an end and allow the Samidin to enjoy the lives of peace and dignity that they deserve.
Noam Chomsky visited the Gaza Strip on October 25-30, 2012.

http://chomsky.info/articles/20121104.htm

Free books for Gaza (downloadable)

Noam Chomsky, Ilan Pappé, Gaza in Crisis: Reflections on Israel's War Against the Palestinians http://en.bookfi.org/book/1188166

Sara Roy, Failing Peace: Gaza and athe Palestinian-Israeli Conflict http://en.bookfi.org/book/1205149

Benny Morris, One State, Two States: Resolving the Israel Palestine Conflict http://en.bookfi.org/book/1056799

lunedì 28 marzo 2011

Rizoma (bozza di un lemma per Doppiozero)

Presentato per la prima volta in un testo omonimo pubblicato dalle Éditions de Minuit nel 1976 e poi ripubblicato come primo capitolo (Introduzione) di Millepiani [cfr. scheda Millepiani[i]] quello di rizoma è un concetto cardinale della coppia filosofica formata dai francesi Gilles Deleuze (filosofo) e da Félix Guattari (antipsichiatra).
“Il rizoma (da rizo-, radice, con il suffisso -oma, rigonfiamento) è una modificazione del fusto con principale funzione di riserva. È ingrossato, sotterraneo con decorso generalmente orizzontale” (da Wikipedia). Tuttavia nel repertorio concettuale di Deleuze & Guattari il rizoma indica tutt’altro che radicamento, verticalità e gerarchia (si pensi alla metaforica heideggeriana legata al Grund): il rizoma cresce infatti orizzontalmente e ha struttura diffusiva, reticolare, anziché arborescente.
Il rizoma è un anti-albero, un’anti-radice, un’anti-struttura.
L’orizzontalità rizomatica è giocata simbolicamente contro l’immagine filosofica di una conoscenza “verticale” (l’albero della conoscenza, dalla Bibbia a Descartes a Varela e Maturana), e alla quale Deleuze & Guattari attribuiscono intrinseca valenza (bio)politica, ovviamente repressiva: “è curioso come l’albero abbia dominato la realtà occidentale e tutto il pensiero occidentale, dalla botanica alla biologia, l’anatomia, ma anche la gnoseologia, la teologia, l’ontologia, tutta la filosofia…: il fondamento-radice, Grund, roots e fundations” (Mille Plateaux, 27)[ii].

Il rizoma è il movimento stesso del desiderio, dall’Anti-Edipo in poi protagonista assoluto della metafisica deleuze-guattariana: “Quando un rizoma è tappato, arborificato, è finita, non passa più  nulla del desiderio; perché è sempre per rizoma che il desiderio si muove e produce” (Mille Plateaux, 22).


Principi di rizomaticità.
Pur annunciandoli come “caratteri approssimativi” del rizoma, Deleuze & Guattari formulano alcuni principi che definiscono il rizoma.
Connessione ed eterogeneità (1 e 2): “qualsiasi punto di un rizoma può essere connesso con qualsiasi altro punto, e deve esserlo”. Qui la linguistica generativa di Noam Chomsky viene esplicitamente tirata in ballo come esempio negativo, perché la struttura sintattica sottesa a una frase linguistica inizia da un vertice (detto “testa”) e procede per dicotomia.
Molteplicità (3): “le molteplicità sono rizomatiche e denunciano le psuedo-molteplicità arborescenti”. La nozione di molteplicità –già sviluppata nei testi del solo Deleuze – è un altro punto singolare del “sistema” di pensiero (rizomatico) di Deleuze e Guattari. Le molteplicità si oppongono all’unità e anche all’Uno dell’onto-teologia occidentale. Tuttavia per avere delle molteplicità non è sufficiente aggiungere delle dimensioni: occorre invece sottrarre l’uno che darebbe unità al molteplice. Un buon esempio di produzione di molteplice è dato dal pianismo iper-vuituosistico di Glenn Gould: l’accelerazione che egli impone alla musica fa proliferare l’insieme, trasforma i punti musicali in linee. E in un rizoma non ci sono punti o posizioni come “in una struttura, un albero, una radice. Non ci sono nient’altro che linee”.
Rottura asignificante (4): a differenza delle strutture, che si scompongono in segmenti dotati a loro volta di informazione strutturale, un rizoma “può essere rotto, spezzato in un punto qualsiasi, riprende a seguire l’una o l’altra delle sue linee e seguendo altre linee”. Qui l’esempio, o meglio l’ipotiposi, del rizoma è il formicaio e il suo apparentemente inarrestabile proliferare, per quante distruzioni parziali possa subire. Ogni rizoma subisce una segmentarizzazione e stratificazione che attribuiscono significato, ma ogni volta che questa “normalizzazione” viene interrotta da una “linea di fuga” (altro concetto maggiore di Deleuze & Guattari) le linee segmentali esplodono e il rizoma si rompe.
Cartografia e decalcomania (5 e 6): il rizoma è eterogeneo ai modelli strutturali e generativi che hanno sempre l’albero come modello di infinita riproducibilità: “la logica dell’albero è una logica del calco e della riproduzione”. Il rizoma è invece una carta, e la carta non riproduce ma crea, in connessione con ciò di cui è carta. È questo è il principio più sensibile per la destituzione di ogni dualismo, in quanto non si tratta di rovesciare il modello della carta a favore di quello del calco, ma di “tentare l’altra operazione, inversa ma non simmetrica”. Con tutto il principio di carità, qui purtroppo non sembra possibile una comprensione chiara di ciò che gli autori intendono. Grosso modo si intuisce che si vorrebbe poter opporre la carta al calco, in un universo logico non dualistico, ma rimane difficile l’intuizione di come sia possibile opporre un’istanza m a un’istanza M scardinando la logica binaria dell’opposizione tra M e m. (Deleuze tratta abbondantemente questo punto a proposito dell’immanenza spinoziana, con sostanza unica, duplicità di attribuiti e molteplicità di modi/emanazioni).


Antidualismo. Come tutti i concetti filosofici militanti di Deleuze & Guattari, e in uno spirito non lontano dalla coeva decostruzione derridiana[iii], il concetto di rizoma non ha il fine di rovesciare una gerarchia istituita per affermare la primazia di ciò che normalmente è considerato secondario (allo stesso modo, la decostruzione pone il secondario in primo piano per destituire ciò che è istituzionalmente primario, non per affermarne la primazia)[iv]. “Ci sono nodi arborescenti nei rizomi e crescite rizomatiche nelle radici” (Mille Plateaux, 30).
L’albero-radice e il rizoma NON si oppongono come due modelli, ma piuttosto il rizoma costituisce la possibilità (trascendentale) di tutte le vie di fuga possibili in una struttura arboriforme. L’obiettivo ultimo, dicono Deleuze & Guattari, è quello di attingere l’impossibile formula: PLURALISMO = MONISMO.
Se l’albero impone il verbo essere, ossia la metafisica (od ontologia) alla base delle categorie di pensiero occidentale, dai presocratici agli analitici, il rizoma ha per tessuto connettivo la congiunzione molteplice: “e… e… e…”.

Rizoma e cervello. L’interesse di Deleuze & Guattari per il cervello testimonia della persistenza di un desiderio di materialismo, contro ogni psicoanalisi e psicologia, umanista o strutturalista (e probabilmente anche contro le scienze cognitive, se i due autori avessero avuto l’occasione di recepirle). Il cervello è un rizoma, nonostante la presenza di strutture come i dendriti, che lascerebbero pensare ad una natura alberiforme. “Molte persone  hanno un albero piantato nella testa, ma il cervello stesso è più un erba che un albero”. L’immagine dell’erba è a sua volta ipotipotica, perché, ci fanno sapere Deleuze & Guattari, il filo d’erba non cresce dagli estremi ma nel mezzo. E il rizoma “non ha un principio né una fine, è sempre in mezzo, tra le cose, inter-essere, intermezzo” (Mille Plateaux, 36).

Non è una metafora. Un’ultima osservazione: nello spirito nietzscheano della filosofia di Capitalismo e schizofrenia, la metafora è assolutamente bandita, a vantaggio della natura macchinica (materialista) della realtà: “in nessun caso ci serviamo di metafore” (Deleuze e Parnet, p.25). Pertanto a rigore il concetto di rizoma non deve essere considerato una metafora. Contro le metafore, Deleuze & Guattari giocano fin dall’Anti-Edipo i concetti di “macchina desiderante”, “macchina di macchine”, e successivamente quello di “dispositivo” e di “macchina astratta”.
La pretesa di Deleuze & Guattari è assoluta: rivoluzionare il pensiero ed il linguaggio con una postura di innocenza e ingenuità.

Forse è vero, come disse un giovane studente criticando l’Anti-Edipo, che non basta vedere scritto in un libro “sii felice” per esserlo (e c’è pure il problema del double bind…): ma se il concetto di rizoma vi piace, lasciatevene trasportare a costo di spezzare qualche dura linea segmentale che compone la vostra apparente identità. Potreste scoprire più d’una linea di fuga.
E qualcosa di simile alla gioia.




Bibliografia minima

G. Deleuze, Logica del senso (1967), tr. it. Raffaello Cortina, 2005
G. Deleuze, Spinoza e il problema dell’espressione (1968), tr. it. Quodlibet, 1999.
G. Deleuze, C. Parnet, Conversazioni (1996), tr. it. Ombrecorte, postfazione di Antonio Negri, 2005.
G. Deleuze, F. Guattari, L'anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia (1972), tr. it. Einaudi, 1975-2002.
G. Deleuze, F. Guattari, Millepiani (1980), tr. it. Castelvecchi, 2003.
G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia? (1995), tr. it. Einaudi, 2002.


[i] Data la complessità e la circolarità dei temi trattati in Millepiani, si rimanda alla scheda apposita per un’ulteriore proliferazione di senso e sottrazione di apparente unitarietà.
[ii] Nonostante l’iperbole tipicamente postmodernista, di D&G, si tenga presente, leggendo queste righe, che a tutt’oggi la maggior parte dei linguisti generativisti ritiene che l’albero binario sia struttura cognitiva universale, e che qualsiasi materiale cognitivo senza eccezioni possa ricondursi a tale struttura).
[iii] Seppure in uno stile apparentemente opposto, al punto che per l’impossibile coppia Derrida/Deleuze si potrebbe rievocare il concetto kantiano-deleuziano di “sintesi disgiuntiva”. I due filosofi si conoscevano benissimo e si stimavano, a giudicare dal necrologio per Deleuze di Derrida su Libération (nel quale si cita lo sbalorditivo progetto di scrivere insieme un libro su Marx). Tuttavia conosco solo due casi di citazione reciproca, uno a testa: in Platone e il simulacro, poi incluso in Logica del senso, Deleuze cita la prima edizione de La farmacia di Platone di Derrida (Tel Quel, n° 32 e n° 33); a sua volta, nella famigerata conferenza su La differenza (ora in La scrittura e la differenza) Derrida cita il deleuziano Nietzsche e la filosofia. In qualche modo, dopo di allora i due giganti del pensiero francese preferirono ignorarsi, almeno testualmente.
[iv] A rigore in Capitalismo e schizofrenia questo punto non è chiaro: tutte le istanze minoritarie, in effetti sono sempre dichiarate più intense delle istanze maggioritarie.

giovedì 16 dicembre 2010

Chomsky: la violenza proviene dal potere (Senza violenza 1)

Noam Avram Chomsky iniziò a impegnarsi contro la guerra in Vietnam negli anni ’60, quando era già professore di linguistica al Massachussetts Institute of Technology.
La sua presa di posizione in favore della contestazione pacifica, per motivi allo stesso tempo strategici ed etici, è ben illustrata in un articolo del 1967, Sulla resistenza: «L’argomento che la resistenza alla guerra dovrebbe rimanere rigorosamente non violenta a me pare inoppugnabile. Come tattica, la violenza è assurda. Nessuno può competere con il governo in questo campo, e il ricorso alla violenza, che di sicuro fallirà, non farà che spaventare e allontanare qualcuno che invece potrebbe essere convinto, e incoraggerà ulteriormente gli ideologi e gli amministratori della repressione violenta. Per di più, si spera che i partecipanti alla resistenza non violenta diventeranno essi stessi esseri umani di un genere migliore»[1].
Si tratta insomma di quel che Gandhi chiamava non-violenza come scelta tattica (non-violence as a policy), senza escludere una netta propensione morale per la non-violenza come convinzione (non-violence as a creed)[2].
L’orientamento politico di Chomsky, raro esempio fra gli intellettuali contemporanei, è l’anarchismo (e non il marxismo). È ferma convinzione di Chomsky che il comportamento umano sia fondamentalmente (“naturalmente”, se non dovessimo dichiarare la nostra ignoranza rispetto alla natura umana) cooperativo. Non per astratte teorie, ma perché l’analisi dei fatti storici lo dimostra in maniera lampante. Così almeno ritiene Chomsky, per cui l’insuperato paradigma di democrazia è la Barcellona rivoluzionaria del 1936.
Ora, la violenza contraddice evidentemente qualsiasi pulsione alla cooperazione, rappresentando il massimo di irrazionalità possibile.
La forza di Chomsky - che a molti detrattori appare piuttosto una debolezza - consiste nel non fornire teorie politiche preconfezionate e pronte per l’uso. La politica rappresenta per Chomsky un campo del comportamento umano che ha bisogno di azione coordinata e lotte intelligenti per la difesa degli elementari diritti umani, e non di metafisiche o -ismi alla moda nelle università occidentali.
Non essendovi regole prefissate, anche la politica, come gli altri domini dell’esistenza e del pensiero umani, è per Chomsky il territorio della libertà, della responsabilità e dell’impegno individuale e collettivo.
Ma per Chomsky la non-violenza non è una questione di etica pura. L’opzione nonviolenta è analizzabile nelle sue soluzioni alternative, che in ultima istanza dipendono dalle scelte individuali, sempre irriducibili alle teorie.
In filosofia si parla spesso della diversità delle intuizioni su questioni fondamentali di metafisica ed etica. Proprio questo è l’approccio di Chomsky alla non-violenza: «Nessuno sa molto sulle tattiche da adottare [per l’affermazione della giustizia sociale]... quantomeno io ne so poco. Ma credo che bisognerebbe analizzare a fondo la questione della non violenza. Chiunque infatti cerca di raggiungere un obiettivo senza far ricorso alla violenza: che senso ha la violenza? Ma quando si comincia a invadere il campo del potere, può diventare necessario difendere i propri diritti, e per farlo a volte bisogna ricorrere alla violenza. Farvi ricorso o meno dipende dai valori morali di ciascuno. (...) Quindi se siete pacifisti dovreste chiedervi: ci si può difendere con la forza quando si è attaccati con la forza? Non tutti hanno lo stesso metro di giudizio su questa questione, che però non deve essere sottovalutata»[3].
Sulla natura della violenza Chomsky ha una posizione che può parere manichea: «Anche se alcuni ritengono che la violenza sia propria dei movimenti rivoluzionari, di solito la violenza proviene dal potere, ed è normale reagire con violenza quando si viene attaccati»[4].
Posizione diametralmente opposta a quella di Hannah Arendt, con cui Chomsky si trovò a discutere nel 1967 in occasione delle manifestazioni contro la guerra in Vietnam: in Sulla violenza la Arendt affermava infatti che il potere è il contrario della violenza.
Chomsky analizza la non-violenza secondo una prospettiva politica, anche se non teorica.
In maniera un po’ volontaristica, non considera mai una situazione come determinata una volta per tutte: «Parlare di non violenza è facile, ma personalmente non credo che si tratti di un principio assoluto. (...) [Bisognerebbe riuscire ad] allargare la solidarietà in modo da impedire che vengano mandati i militari a picchiare la gente. Ma non è tanto facile, non succede automaticamente. In società stratificate  e divise come quelle attuali, le élite non devono fare molta fatica per trovare qualcuno che abbia voglia di reprimere.
Ma anche questo può cambiare, anzi deve cambiare, perché c’è un limite alla violenza cui i movimenti popolari possono far ricorso se vogliono mantenere il loro carattere democratico. Se la difesa finisce per richiedere l’uso di armi o mezzi bellici, credo che qualsiasi sviluppo rivoluzionario venga bloccato e ogni possibilità di cambiamento venga distrutta»[5].
Quella che può sembrare un’attitudine eccessivamente ottimista di Chomsky in fatto di politica, non è un articolo di fede e nemmeno un dato psicologico.
E la posizione del grande linguista è cambiata nel tempo: «[...] quando partecipavo al movimento contro la guerra del Vietnam mi sembrava impossibile che potesse avere qualche effetto concreto. Coloro che aderirono al movimento nei primi anni sessanta pensavano al più che quanto stavano facendo avrebbe avuto come conseguenza anni di galera e vite distrutte. E, per inciso, io ci sono andato vicino. [...] Allora era impossibile immaginare che ci sarebbe stato qualche risultato. Ma sbagliavamo: i risultati sono stati innumerevoli, non grazie a quello che facevo io, ma grazie a quello che facevano migliaia e migliaia di persone in tutto il paese»[6].
L’impegno, la forza d’animo e l’ottimismo di Chomsky sono ormai leggendari. Tra i suoi ammiratori il grido della scrittrice indiana Arundhati Roy merita di essere riportato: «Non passa giorno che, per un motivo o per un altro, io non pensi tra me e me: “Chomsky zindabad”, “Viva Chomsky”»[7].


(Pubblicato in Senza violenza. Idee e storie dei movimenti per la pace, a cura di Edoardo Acotto, “Giorni di storia” n. 38, L’Unità, 2004)




[1] N.Chomsky, Sulla resistenza, in I nuovi mandarini. Gli intellettuali e il potere in America, Einaudi, p.377
[2] G.Pontara, Introduzione a M. K. Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, Einaudi 1996
[3] N.Chomsky, Capire il potere, p.254
[4] Ivi, p.255
[5] Ibidem
[6] N.Chomsky, Capire il potere, p.240-241
[7] La solitudine di Chomsky, in Guida all’Impero per gente comune, Guanda

giovedì 9 dicembre 2010

Julian Assange: il segreto del potere (Vogue15)


L’australiano Julian Paul Assange, programmatore e hacker, giornalista e blogger, studente di fisica, matematica, filosofia e neuroscienze, infine fondatore di Wikileaks, è stato arrestato l’altro ieri a Londra sulla base di un mandato di cattura internazionale emesso dalla Svezia con l’accusa di una duplice “violenza sessuale” (in realtà secondo un’accezione molto idiomatica del reato).
La vicenda è quanto meno intricata: le accuse sembrano bizzarre (si dice anche che una delle due accusatrici sia una collaboratrice della CIA) e la cosa certamente più rilevante di tutte è che gli USA vorrebbero estradarlo. Mentre si aspetta di sapere se gli USA otterrano la rendition di Assange, col rischio che l’attivista dell’informazione sia incriminato per spionaggio e punito molto duramente per il rilascio al pubblico di informazioni segrete, insorgono in tutto il mondo gli intellettuali impegnati come Noam Chomsky e Ken Loach, chiedendo la liberazione di Assange e la difesa da parte degli stati democratici della libertà di informazione.
È vero che, come ci ha fatto sapere Piergiorgio Odifreddi dal suo blog, già nel 2007 Assange si pronunciava in maniera molto ispirata in favore della trasparenza assoluta dell’informazione: “Siano benedetti i profeti della Verità, i suoi martiri, i Voltaire e i Galileo, i Gutenberg e gli Internet, i serial killer delle illusioni, quei brutali e ossessivi minatori della realtà, che distruggono ogni marcio edificio fino a ridurlo a rovine su cui seminare il seme del nuovo». Ma ciò che più colpisce dell’operato di Assange è questo: mettersi contro un potere forte sembra un’ impresa rischiosa (vengono in mente I Tre giorni del Condor di Sidney Pollack), ma mettersi contro più governi statali contemporaneamente sembra un vero suicidio.
Ma perché il caso WikiLeaks/Assange ha assunto le fattezze di uno tsunami per il mondo occidentale dell’informazione politica? Sapere è potere, diceva il filosofo Francis Bacon a proposito della tecnica: si potrebbe anche affermare che potere è sapere, e - soprattutto - non far sapere. Ancor più della sua intrinseca violenza (di cui secondo il sociologo Max Weber lo Stato ha il legittimo appannaggio) lo scandalo del potere è la sua segretezza. Fino a oggi, almeno. Perché WikiLeaks sembra avere dischiuso la possibilità che si sappia tutto ciò che normalmente rimane dietro le quinte, a fondamento di pratiche di potere pubblico e privato non sempre raccomandabili e talvolta gravissime.
WikiLeaks mette le sue informazioni, di cui viene in possesso per vie che rimangono anonime, a disposizione di chiunque sia dotato di un computer e di una connessione internet. Si tratta ovviamente di informazioni da interpretare, contestualizzare, analizzare e comprendere e che mobilitano quindi la mediazione giornalistica più tradizionale (pochi hanno letto direttamente i documenti in questione): ma l’elemento centrale è la possibilità che tutti sappiano tutto dell’operato di chi detiene il potere. Chi critica WikiLeaks lo fa per difendere il potere, nel bene e nel male, con l’idea che ''gli Stati verrebbero indeboliti e le istituzioni, la vera essenza della democrazia, sarebbero in pericolo'' come ha affermato ieri il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa.
Ma perché mai le istituzioni democratiche dovrebbero necessariamente fondarsi sul segreto? Per quanto democratici, gli stati nazionali sembrano giustificare in ultima istanza il loro operato con la massima “il fine giustifica i mezzi”. Gandhi ha rovesciato Machiavelli affermando che un fine buono può essere raggiunto soltanto con mezzi buoni. Qual è la posizione più giusta e razionale?
Direttamente o indirettamente, il potere sacrifica risorse e vite per (presuntivamente) salvarne altre, e questo accade spesso nel più perfetto segreto. Siamo proprio sicuri che se i cittadini di uno stato venissero consultati sulla necessità di compiere azioni questi darebbero sempre il loro assenso? E siamo davvero convinti che senza violenza e segretezza la vita associata delle persone sarebbe impossibile?
Ignoriamo le risposte, ma Julian Assange e WikiLeaks ci hanno ricordato che queste domande sono ancora possibili. E questo ha molto a che fare con la libertà.