E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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giovedì 25 maggio 2023

Come insegnerò filosofia e storia, fino alla pensione (Intuizione 75)

Ho improvvisamente avuto una delle mie "intuizioni" (la 75esima, a quanto pare*): all'inizio della classe terza del liceo scientifico d'ora in poi dirò ai miei giovani allievi: "inizio oggi a raccontarvi una lunga storia che durerà tre anni".
In tutti questi anni di insegnamento è come se lo avessi sempre fatto, ma la storia che volevo raccontare rimaneva implicita in quanto "una storia".
Anche perché, forse, in effetti, non l'avevo così chiara come mi pare di iniziare ad averla oggi, a cinquantuno anni suonati e dopo avere subito la gravissima perdita di un caro amico d'infanzia.


* Il teologo di "Palombella rossa" dice che ce ne sono 163 in una vita.

venerdì 11 settembre 2015

Delitto e castigo (Scattone e la scuola)

Con la vicenda recente di Scattone, il giustizialismo non c'entra molto, se è giustizialismo l'atteggiamento di chi chiede violentemente che giustizia sia fatta. Qui, giustizia è stata fatta, anche se all'italiano medio 5 anni per omicidio colposo non sembrano una pena sufficiente. Non spetta naturalmente all'italiano medio decidere l'adeguatezza di una pena, in generale e tantomeno nel caso particolare. Certo, la sopraggiunta mancanza di fiducia popolare nei "sistemi esperti" come la magistratura (ma anche il sistema medico, quello assistenziale) non aiuta l'opinione pubblica, o meglio ciò che ne rimane camuffato da folla sbraitante (e mi includo nella folla) per il panem et circenses, ad avere un rapporto sereno con un simile fattoide. Dico fattoide perché non era accaduto nessun fatto fino all'abbandono della cattedra da parte di Scattone, evidentemente per l'ostilità mediatica (per non dire linciaggio), ma forse anche per quella ambientale di cui non sappiamo (mi immagino il preside e i colleghi della scuola nella quale sarebbe dovuto andare ad insegnare).
Il punto su cui mi pare si dovrebbe riflettere non è emerso. Se Scattone non è stato condannato all'interdizione dai pubblici uffici ha pieno diritto di concorrere a un qualsiasi posto pubblico, e in questo senso ha torto chi vuole negargli questo diritto. Tuttavia mi pare che ci sia un sintomo grosso come una casa nel trattare L'INSEGNAMENTO NELLA SCUOLA DELL'OBBLIGO COME UN IMPIEGO PUBBLICO QUALSIASI. Non parlo di difficoltà, conoscenze e competenze, ma di responsabilità. A torto o a ragione siamo abituati ad attribuire all'insegnante una responsabilità diretta che non attribuiamo a un postino oppure a un funzionario ministeriale. Con responsabilità diretta intendo dire che vi sono molti gradi di responsabilità in chiunque viva e lavori in società, ma quella dell'insegnante sembra essere maggiore di altre, paragonabile per certi versi a quella del medico o del giudice, e sembra poter avere degli effetti diretti sulle giovani persone affidate al professore. Ora, noi siamo abituati ad attribuire agli insegnanti questa responsabilità, ma siamo anche abituati ad attribuire loro una sorta di aura morale che non è prevista nel contratto. La domanda è: anche per un insegnante vale la battuta di Max Scheler, professore universitario di etica sorpreso dal suo rettore all'uscita da un bordello: "i filosofi sono come i cartelli stradali, indicano la strada giusta ma non la prendono essi stessi"? Un insegnante deve essere campione e simbolo di moralità a prescindere dalla correttezza con cui svolge il suo lavoro? Sembrerebbe di poter rispondere di no. Ma si dirà che il caso di Scattone è diverso: qui si tratta di un omicida che ha sparato per gioco a una ragazza, uccidendola. La condanna però è per omicidio colposo. Sosterremmo che chi ha ucciso qualcuno in automobile debba essere privato della possibilità di insegnare a scuola? I casi sono molto diversi, certamente, ma intravvedo una china pericolosa imboccata la quale si potrebbe voler sostenere che anche un insegnante condannato per furto non sarebbe degno di insegnare (quanto meno certe materie, come diritto ed educazione civica?). Avere Scattone per collega mi avrebbe creato un profondo disagio. Mi darebbe forse anche disagio avere per collega qualcuno che avesse ucciso in automobile o che fosse stato condannato per qualche violenza (un padre violento può insegnare matematica agli adolescenti?). Le potenziali situazioni di disagio sono tante, bisogna pensarle caso per caso ma sentiamo il bisogno di un criterio generale, di una legge dello Stato o di una direttiva del ministero competente che ci tolga dall'imbarazzo. Forse basterebbe separare l'interdizione dai pubblici uffici e quella dall'insegnamento.
La vicenda Scattone ci fa puntare i riflettori dell'attenzione su due sfere molto critiche della nostra società, che fino a oggi non si erano mai intersecate (tranne sporadiche proteste contro qualche reduce degli anni di piombo imvitato occasionalmente a parlare in qualche scuola): il ruolo della pena e il ruolo morale della scuola e degli insegnanti.
Concordo con chi dice che la nostra società ha dimostrato anche in questo caso di essere in profonda crisi; aggiungo che è in crisi perché è diventata una società incapace di pensare.

domenica 20 aprile 2014

Vecchia bozza incompleta di una risposta alle sciocchezze di Massimo Recalcati sulla scuola

L'assurdo articolo di MR è qui: quando una collega lo fece leggere a scuola, all'inizio del collegio docenti, provai sgomento e rabbia. Com'era possibile che i miei colleghi si lasciassero abbindolare da simili sciocchezze disinformate e confuse?
Iniziai a scrivere questa risposta, mai terminata. Anche perché a un certo punto pensai: ma perché diavolo devo spendere tempo prezioso per far notare che costui dice stupidaggini? Chi non lo capisce da sé non presterà evidentemente nessun ascolto alle critiche.



"Auguro loro di saper ritrovare passione nello spiegare una poesia di Ungaretti, le leggi della termodinamica, la deriva dei continenti, una lingua nuova, la bellezza formale di una operazione di matematica o di un teorema di geometria. Auguro che la loro parola riesca a tenere vivi gli oggetti del sapere generando quel trasporto amoroso ed erotico verso la cultura che costituisce il vero antidoto per non smarrirsi nella vita."

L'augurio di MR è sicuramente gradito ma, da insegnante, non riesco a non vederne la fortissima valenza ideologica che sarà il tema di tutto ciò che dirò qui.
Il mondo della scuola non vive di solo spirito e il suo esser-così dipende in toto da due fattori: 1) le decisioni ministeriali in materia di politiche scolastiche 2) le determinazioni reali dell'attuale società. Se sul secondo fattore non si può intervenire direttamente tramite la scuola (educando e formando bisogna come minimo attendere anni per influire su un nuovo stato di cose sociale), la responsabilità del primo fattore, quello di cui si può cogliere immediatamente il nesso di causa-effetto, è integralmente politica.
Senza voler spingere l'analisi all'epoca Berlinguer (Luigi), cosa che sarebbe comunque sensata, basta limitarsi alla (contro)riforma Gelmini per individuare una causa diretta di condizioni lavorative radicalmente contrarie alla "passione" augurata agli insegnanti da MR.
Come si può chiedere "passione" (ma si può davvero CHIEDERE passione? E si può chiedere A UN LAVORATORE?) a un insegnante che si ritrova a lavorare con classi di 35 ragazzi, tra cui inevitabilmente dislessici, disgrafici, discalculici, diversabili, stranieri di recente immigrazione, persone disagiate dal punto di vista socio-economico ecc. (tutte caratteristiche recepite nella recente normativa sui BES)?
La "passione", che laicamente tradurrei come "motivazione", c'è o non c'è, e si può lavorare su questo, magari non a livello di iniziativa personale; ma anche se c'è un contesto lavorativo disfunzionale e tutt'altro che casuale bensì causato da un potere apparentemente insensibile ai bisogni essenziali dei giovani cittadini (sempre che non si voglia leggere una vera e propria volontà di rendere meno competitivo il servizio pubblico per favorire il trasferimento di risorse verso il privato: un disegno che molti ritengono evidente ma che in ogni caso sembrerebbe fallito, almeno finora).

"Sempre più si sta imponendo una scuola che il “sogno” di un recente ministro della pubblica istruzione codificava con le tre “i” (impresa, inglese, informatica), cioè una scuola fondata sul principio di prestazione."

Lasciando da parte il fatto che insistere sullo studio dell'inglese e dell'informatica è come insistere sulla necessità di alfabetizzare un qualsiasi cittadino del  mondo globalizzato, e lasciando da parte il desiderio neoliberale di una scuola connessa col mondo delle imprese (ribadito recentemente dal ministro PD del governo Letta: "lavorare prima dei 25 anni"), il principio di prestazione si è imposto tramite decisioni ministeriali, e quindi politiche: test Invalsi ecc. La responsabilità, dunque, non è evidentemente degli insegnanti bensì dei politici, e delle scelte elettorali dei cittadini. Personalmente, pur non dovendo somministrare i test, sciopero ogni anno insieme a un 1,5 di colleghi in segno di disaccordo ideologico, ma in ultima istanza non si vede perché la massa dei lavoratori della scuola debba farsi carico di contrastare simbolicamente scelte che non sembrano infastidire affatto la politica e la società (ci sono anche genitori che boicottano gli Invalsi ma sono una minoranza paragonabile a quella dei docenti scioperanti).
E qui scatta la reazione emotiva all'analisi razionale del discorso di MR: perché chiedere a noi qualcosa che dovresti chiedere a ben altri soggetti? Non voglio parafrasare Don Abbondio dicendo che la passione uno non se la può dare, ma voglio sottolineare che finché il discorso pubblico non saprà vedere da una prospettiva realistica e sistematica i soggetti coinvolti nel mondo della scuola, si potranno scrivere molti altri articoli giornalistici e libri divulgativi senza che lo stato delle cose cambi di un'unghia. Anzi, peggiorando nel frattempo a causa della dinamica innescata dalla riforma Gelmini [Nota 31/03/2015: all'epoca non si parlava ancora di Buona Scuola, ma ora possiamo dire che in confronto la riforma Gelmini non faceva che iniziare un processo che adesso viene spinto molto più in profondità. Si tratta di spezzare la scuola come comunità educativa e renderla un mercato come un altro, soggetto alla competizione e all'antagonismo tra colleghi, rigorosamente valutabili da colleghi "esperti" (sarà interessante vedere con che logiche verrano scelto questi esperti)].

"Il conformismo attuale non è più morale ma cognitivo. Il nostro tempo non concepisce più l’allievo come una vite storta, ma come un computer vuoto."

Non è qui possibile non leggere in controluce la polemica della psicoanalisi contro le scienze cognitive, polemica più che legittima se si voglia fare un discorso filosofico sulle "immagini del mondo", ma abbastanza sterile se si vuole contrapporre il "sapere" psicoanalitico, più pratico che scientifico, alle acquisizioni delle scienze cognitive e delle neuroscienze. Ma senza entrare nella questione che ci porterebbe molto molto lontano, mi sento di poter dire che la maggioranza degli insegnanti della scuola pubblica italiana NON si ispira alla metafora cognitivista della mente come computer, semplicemente perché lo studio delle scienze cognitive NON fa parte del bagaglio formativo della maggioranza dei docenti attualmente in servizio (età media 50 anni). (Inoltre, alla metafora mente-computer non crede praticamente più nessuno).
Si potrebbe peraltro obiettare che è sicuramente più presente e attiva la metafora della mente come tabula rasa, che però non è di derivazione cognitivista bensì umanistica, al punto da essere uno degli obiettivi polemici del cognitivismo (si veda il best-seller di Steven Pinker, Tabula Rasa).
Se vogliamo parlare di conformismo, parlerei piuttosto di un conformismo della rassegnazione: gli insegnanti sono rassegnati ormai ad essere considerati lavoratori di serie B, in un paese in cui vige non tanto il principio di prestazione, che da un punto di vista cognitivo può avere una sua utilità, bensì il principio della prestazione MERCIFICATA, comandata dalle esigenze del capitalismo (per altro in grave crisi strutturale).

"La sua matrice si trova nel gesto di Socrate narrato nel Simposio di Platone. Agatone, l’allievo, si siede vicino al maestro coltivando l’illusione che il suo cervello sia un contenitore dentro il quale Socrate dovrebbe versare il liquido del suo divino sapere. È l’illusione che abita ogni scolastica dell’apprendimento. Essere un recipiente passivo che il sapere del maestro può riempire sino all’orlo. Ma Socrate si nega ad Agatone. Non accontenta la sua aspirazione ad essere “riempito”. Negandosi alla domanda ingenua di Agatone – “travasa in me il tuo sapere” – Socrate cerca di mettere in movimento il suo allievo (transfert significa “trasporto”, “sentirsi trasportati”) distogliendolo dall’illusione che conoscere significa riempirsi passivamente il cervello di nozioni già esistenti e possedute da qualcuno. Il gesto di Socrate è controcorrente rispetto ad ogni idea scolastica del sapere ed è il motore di ogni forma di apprendimento autentico. Svuota il maestro di sapere affinché l’allievo si metta in movimento – si senta trasportato – verso il sapere, affinché nasca nell’allievo un desiderio autentico di sapere.
Il gesto di Socrate è innanzitutto un gesto di sottrazione; anch’io non so quello che tu non sai, non perché sono ignorante, ma perché so che è impossibile possedere tutto il sapere, perché il sapere stesso non può mai costituire un tutto. Il compito di un insegnante è quello di generare amore, transfert erotico, sul sapere più che distribuire sapere (illusione cognitivista) o mettere tra parentesi il sapere occupandosi della vita privata degli allievi (illusione psicologista) perché l’alternativa tra la vita e il sapere è sempre sterile."

Questo è il passaggio teoreticamente più confuso del testo di MR. Riguardo al personaggio di Agatone, va notato innanzitutto che non si tratta di un ragazzo bensì di un giovane uomo di spettacolo, padrone della casa nella quale si svolge il Simposio, e secondariamente che non è il maestro, Socrate, a sedersi accanto a lui per trasmettergli meccanicamente informazioni bensì è lui che si siede vicino a Socrate. La scena è rovesciata rispetto a quella immaginata da MR. Agatone è un bel giovane, come tale seducente, ed è attratto dal sapere incarnato da Socrate. Difficilmente si potrebbe sostenere che Agatone voglia imparare questa o quella informazione: piuttosto, è proprio un esempio di quell'amor di sapere che MR indica come l'obiettivo da suscitare nei discenti.


mercoledì 19 marzo 2014

Sofisti e meritocrazia


Da un compito in classe di uno studente neoitaliano: “Il regime democratico dell'Atene del V secolo a.C. favorisce lo sviluppo della sofistica perché la democrazia e la meritocrazia ha iniziato con i sofisti”.

Il renzismo vincerà così.

sabato 30 novembre 2013

Cose brutte che mi rattristano, 1

La mamma che viene a parlarmi per dire che i compagni di sua figlia - a differenza di sua figlia (che ha avuto l'insufficienza grave) - hanno copiato durante il ridicolo test sulle letture estive: mi riempie di tristezza.

lunedì 18 novembre 2013

Appunti su "La conoscenza storica dal punto di vista cognitivo"

Conoscenza storica come rappresentazioni mentali.

Perché lo storicismo non funziona (nella scuola di massa) sul piano cognitivo.

Concatenamenti di eventi storici: meccanici (causali), non logici.
Tipicità del post hoc ergo propter hoc.

Informazioni del contesto iniziale troppo poco rilevanti (bisognerebbe eventualmente cominciare dal presente e andare a ritroso: "prima di x c'era y". Perché non si può?).
Se fino a un certo punto il bambino riceve come naturali le narrazioni sul passato, quando avviene la frattura gnoseologico-storica? Tra fanciullezza e adolescenza? Tra medie e superiori? Perché ricominciare dall'antichità nel primo biennio superiore? Forse sarebbe meglio continuare con la contemporaneità  e recuperare vecchie informazioni, via via ampliandole e approfondendole, in dialettica spiraloide, per assecondare la maturazione del discente?

Scuola italiana

La mia supplente dell'anno scorso scriveva "D'Anton" e pronunciava apéiron (non sapeva il greco ma diceva di voler insegnare i termini greci) e Goite (il famoso poeta tedesco-piemontese di inizio Ottocento).

Quest'anno invece il mio supplente è un Normalista e vorrei quasi chiedergli di darmi qualche lezione.

Quando torno a scuola devo dire ai miei alunni: in questi due anni voi avete visto l'Alfa e l'Omega della scuola italiana. Io sto nel bel mezzo (sono il Lambda o il Mi).

mercoledì 6 novembre 2013

Appunti sui BES (per Doppiozero, Educazione Democratica)



      1. Non sono (più) un amico della filosofia cosiddetta continentale, ma da quando ho scoperto l'esistenza dei Bes ho subito pensato che si trattasse di ciò che chiamano un “dispositivo” e per di più “biopolitico”.
      2. Il meccanismo normativo si vorrebbe tecnicamente neutro, e tuttavia fondato su una logica valoriale (“inclusività”) che non può non essere – nel bene e nel male – ideologico.
      3. Inutile dire che tale dispositivo non è stato condiviso, ma imposto dall'alto, dallo stesso ministro intenzionato a trattare gli insegnanti col bastone e la carota. I BES sono perciò stati recepiti inevitabilmente come bastone.
      4. speciale = specifico = singolarità (Kierkegaard, Derrida, Deleuze)
      5. inclusione = descolarizzazione? (se tutto è incluso nulla è incluso e nulla è escluso). Questo è un punto su cui molti critici radicali della scuola capitalista dissentiranno, e doppiamente. Innanzitutto qualcuno potrebbe dire "anziché descolarizzare la società, io vorrei scolarizzarla" (Enrico M.). Altri, più sospettosamente, potrebbero dire "Tutta la scuola è un "dispositivo biopolitico". Come la chiesa, la scuola si presenta come una istituzione salvifica. Extra Scholam nulla salus. I BES corrispondono al perdono cattolico: il dispositivo che abbraccia gli esclusi, riaffermando l'universalità della salvezza - e quindi l'universale potere dell'istituzione." (Antonio V.). Quindi, chi vuole un radicale engagement dell'insegnante-intellettuale può vedere troppo poca scuola nella società; chi invece, più anarchicamente, colloca l'impegno emancipativo al di fuori delle istituzioni può vedere troppa scuola nell'attuale società. Lo scolarizzatore dovrebbe sperare che i BES scolarizzino la società, ma dato il degrado sociopolitico non si fida dell'ennesima mossa tecnocratica. Il descolarizzatore, per parte sua, non crede per principio che un dispositivo possa portare a una buona pratica, e vede nei BES un nulla agghindato in ricche viste burocratiche.
      6. In entrambi i casi, i BES appaiono come un dispositivo minaccioso e potenzialmente negativo.
      7. Non voglio per forza fare quello della "terza via", per quanto, con l'avanzare dell'età, la mediazione hegeliana intesa come dialettica negativa mai riconciliata, mi appaia come un orizzonte sempre più nobile. Ma voglio provare a guardare la cosa stessa, ossia i BES nella concreta pratica lavorativadegli insegnanti italiani, nel 2013.
      8. Inutile fingere che il contesto scolastico non sia gravemente degradato a casua della riforma Gelmini, ma non soltanto (c'è a mio parere un fil rouge abbastanza evidente che collega la violazione della Costituzione da parte di Luigi Berlinguer, ministro del governo Prodi, con le tre "I" berlusconiane, la riforma Gelmini ("la prima e unica dopo quella di Gentile" e la boutade dell'ex ministro tecnocratico, a metà tra gaffe e slogan liberalfascista: ''Il Paese va allenato. Dobbiamo usare un po' di bastone e un po' di carota e qualche volta dobbiamo utilizzare un po' di piu' il bastone e un po' meno la carota. In altri momenti bisogna dare piu' carote, ma mai troppe''.
      9. Il Ministro Profumo disse la sua infelice frase proprio mentre pareva voler imporre l'orario di 24 ore settimanali di lezione anziché le attuali 18. Ora si parla invece di ridurre a 4 gli anni di scuola superiore: un provvedimento che porterebbe alla perdita netta di quasi 40mila cattedre con un risparmio per le casse del ministero di oltre un miliardo e 300 milioni di euro all'anno. 40mila posti di lavoro in meno, praticamente un'ecatombe per la classe insegnante, che colpirebbe soprattutto gli utlimi arrivati, i precari e i giovani.
      10. Neoliberalismo e volontà politica distruttiva della scuola pubblica: per quello che posso giudicare direttamente, la riforma dell'università abbia prodotto un incredibile esodo di giovani cervelli verso l'Europa. Penso che relativamente alla scuola, la strategia di distruzione sistematica delle risorse pubblica sia meno evidentemente vittoriosa che per l'università: il servizio offerto dalle scuole private non giustifica ancora l'investimento da parte di chi se le potrebbe permettere. I ricchi continuano a mandare i loro figli nella scuola pubblica, e continueranno a farlo ancora per un po' di tempo.
      11. Ma le cose cambiano rapidamente. Cominciano a essere frequenti le cosiddette classi-pollaio: 35 alunni, di cui, per semplice statistica, circa 3 DSA, 1-2 BES, 1 diversabile, 1 straniero + altri disagi socioeconomici non formalizzabili. Una classe simile, sempre per semplice statistica, viene spesso lasciata in mano a un lavoratore mediamente 55enne, sovente sull'orlo del burn out per una molteplicità di ragioni psico-socio-economiche. Senza strumenti didattici e culturali adeguati. Chi insegna la materia CLIL subisce un corso di 150 ore (magari sulla linguistica dei corpora, un argomento importante in ambito universitario: del tutto inutile per una scuola superiore); ci impongono (nel Piemonte a governo cattoleghista) un costoso test alcolimetrico ma ho delle colleghe ultracinquantenni, pur molto brave, che non sanno fare un powerpoint. (Man mano che descrivo la situazione mi sembra di scrivere un libro di fantascienza distopica. Invece è la scuola italiana del 2013: da giovane, seppur apocalittico, non la immaginavo certo così).
      12. BES: paradosso e ipocrisia.
      13. potenziale pregio: l'attenzione alla responsabilità condivisa degli insegnanti
      14. “resistenze”, secondo Ianes
      15. Io per ora non vedo resistenze attive, semmai passive e inconsce. Persino la collega di destra, nonostante in collegio docenti sbraitasse chiedendo garanzie per cui i BES non si sarebbero trasformati in un arma scassa-bocciatura, mi ha con la massima calma documentato delle critiche interessanti e costruttive sulla questione della programmazione per competenze, altra innovazione europeista gelminata alla quale si stenta ad adeguarsi per la vaghezza e la mancanza di linee guida.
      16. Un'opportunità: perché no? Non vedo che cosa dovrebbe trattenerci, noi insegnanti che non rinunciamo all'utopia di una rivoluzione nonviolenta da attuare giorno per giorno, dall'mpegnarci per far funzionare questo dispositivo IN MODO RIVOLUZIONARIO.
      17. Un rischio: come ogni rivoluzionario sa, il fallimento è sempre in agguato. Ma mentre il Titanic affonda non vedo perché dovremmo rinunciare all'abolizione di qualche ingiustizia, e non dico "piccola", perché stiamo parlando di biopolitica, ossia, pià semplicemente, delle vite degli altri. Anche se sappiamo che le scialuppe di salvataggio non basteranno per tutti, se qualcuno pretende di non far salire un ragazzo perché quella scialuppa non è adatta a lui, io insorgo con tutto me stesso e faccio di tutto per far salpare questo potenziale escluso.
      18. La scuola come scialuppa di salvataggio, mi rendo conto, non è un'immagine rassicurante, sembra implicare che qualcuno non si salverà affatto. Ma l'inclusione è un ideale che mi piace. Mi piace perché sembra parlare di una scuola aperta, probabile nucleo originario di una società aperta. Aperta in senso assoluto, non nel senso formale di un qualsiasi neoliberalismo popperiano (con tutto il rispetto per Popper, non per i neoliberali).
      19. Bisognosi di tutta la società unitevi!

          martedì 25 giugno 2013

          Lettera a Gentile sull'esame di stato

          Caro Giovanni Gentile,
          onestamente mi è sempre dispiaciuto per il tuo assassinio, anche se - bisogna pur dirlo - con la tua adesione alla schifosa RSI andavi cercandotela (come avrebbe poi detto un grande politico italiano molto meno idealista di te).
          La tua riforma non era così male come dicono: dava al docente la massima libertà (subito compressa dal tuo successore cattolico, Alessandro Casati).
          Tuttavia c'è una cosa per la quale davvero ti disprezzo: ed è l'avere introdotto l'ESAME DI STATO, per permettere alle scuole cattoliche di ottenere un titolo di studio legale.
          Per questa tua acquiescenza alla Chiesa, ancora oggi (a settant'anni dalla tua morte) noi siamo qui a recitare una farsa assurda, mentre tutto intorno l'Italia vibra e crolla.
          Ecco, siccome eri un uomo tutto sommato intelligente, mi piacerebbe parlarne con te, nel 2013.

          Ciao.

          PS: comunque nel programma di filosofia quest'anno non ho potuto inserire l'attualismo, mi spiace. Avrei voluto, ma è stato un anno strano che non sto a raccontarti. Sarà per l'anno prossimo.

          venerdì 14 giugno 2013

          You don't need no education

          e così da alcuni giorni stavo preparando mentalmente un bello status che diceva qualcosa come:
          "per la prima volta dal 2001 so che a settembre rivedrò gli stessi alunni, le stesse persone, e potrò finalmente cominciare a capire che cosa si provi nel costruire una relazione umana e pedagogica duratura in un ambiente privilegiato qual è - nonostante tutti gli orrori del nichilismo politico - la scuola italiana".

          E invece no.
          Tadàn.

          Improvvisamente mi ritrovo SO-PRA-NU-ME-RA-RIO e quindi perdente posto.
          Affanculo l'Esabac, che gliene importa al Sior Provveditore di un progetto binazionale "d'eccellenza", per così dire? Che gliene importa che io sia di ruolo dal 2007? Che gliene importa che io fossi in congedo e non potessi indovinare lo sdoppiamento della scuola (se nessuno ha avuto il buon senso di avvertirmi con uno straccio di email)?

          Nemmeno l'idea dell'indennizzo che avrò facendo causa alla mia scuola può consolarmi. Anzi mi rattrista assai. Dover fare causa alla propria scuola è un'idea schifosa.

          L'unica consolazione è pensare che prima o poi, come sempre, qualche altro Dirigente mi chiederà qualcosa per la scuola, gratis et amore Dei.
          Allora, e solo allora, io potrò dirgli: col cazzo a priori, Dirigente di merda servo del Caos, fascista beneducato, crepate tu e la tua scuola di stato nichilista.

          No davvero, non mi limiterò più ai digiuni.

          ***

          Aggiornamento 4 luglio.

          Era tutta una cazzata, una colossale svista del mio preside. Si puà affidare la dirigenza di una grande scuola a un tale sprovveduto? Non conosceva la legge da cui dipende la mia posizione in graduatoria, e io - stupido - mi ero fidato.
          Non ho mai corso nessun rischio, ma ho capito a quanto io tenga alla mia scuola.

          sabato 8 giugno 2013

          Appunti su Contro il colonialismo digitale, di Roberto Casati

          Nel suo recente libro, Roberto Casati tratta insieme (confonde?) due questioni affini, ma non necessariamente sovrapposte: la lettura digitale e l'introduzione del digitale a scuola. Si possono fare considerazioni diverse sui due argomenti, perché non è detto che siano legati da un rapporto causale. Lo stesso Casati, del resto, ricorda che il primo fattore positivamente correlato alla capacità di lettura è provenire da una famiglia di lettori.
          L'argomento secondo cui, quindi, relativamente alla lettura dopo la famiglia c'è solo la scuola, per quanto intuitivamente condivisibile e politicamente sostenibile, non mi pare dimostrato (almeno al 66% del libro letto).

          PS: riguardo agli argomenti contro la colonizzazione digitale della scuola pubblica sono integralmente d'accordo con Casati. E' sugli effetti nefasti sulla lettoscrittura che sarei più cauto.

          ***

          25 giugno

          Casati parla molto di concentrazione, sostenendo che l'e-lettura è naturalmente vittima di maggiori distrazioni. Questo perché ritiene che ogni dispositivo tenda al paradigma Ipad, correttamente analizzato come un dispositivo di fruizione intellettuale (anziché di registrazione di tracce, contra Ferraris).
          Tuttavia, l'e-lettura andrebbe forse analizzata separatamente dal divenire-Ipad dei dispositivi telematici portatili.
          Un e-reader come un Kindle modello base può al contrario - nella mia esperienza - favorire la concentrazione(*). Come? Sul mio dispositivo carico solo i libri che voglio/devo/posso effettivamente leggere in un determinato periodo di tempo, mi sposto solo con quello e, ad ogni attimo libero, la coscienza di avere con me i libri x, y e z mi aiuta a continuare la lettura, anche in modo frammentario.
          Va detto che io sono un lettore molto accidioso e ogni mia lettura è sempre a rischio di abbandono: ma col Kindle mi pare che il rischio sia ridotto al minimo.
          Il cartaceo noioso si può mettere da parte rimandando la lettura alle calende greche, invece il digitale mi impone di farsi leggere. Proprio per la sua immaterialità, che non giustifica in alcun modo la sua presenza nel dispositivo di lettura e la spesa sostenuta, a differenza del cartaceo ("al massimo lo regalo", "lo leggo quest'estate", "è noioso ma potrà forse servirmi a scuola").

          ***

          19 novembre

          (*) Tuttavia la mia esperienza sembrerebbe contraddetta da alcuni recenti studi sperimentali: http://www.salon.com/2013/04/14/do_e_readers_inhibit_reading_comprehension_partner/; http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0883035512001127 (qui però si parla di lettura su schermi di computer).
          Nel frattempo ho un po' ridotto la lettura su Kindle, ma più che altro per questioni contingenti. Anzi, ho recentemente acquistato e iniziato a leggere l'ultimo libro in prosa di Valerio Magrelli, apparentemente un titolo da prendersi in cartaceo. Ho voluto fare la prova. Ogni volta che penso  a quel libro per riprenderne la lettura (ho detto che sono un lettore accidiosio: ora aggiungo che sono patologicamente frammentario, impiego anni per leggere certi libri, salvo ricominciarli appena terminati. Lettura interminabile, o meglio interminata, idealmente ciclica, o meglio dialetticamente a spirale), ogni volta che penso a Genealogia di un padre mi compaiono subito alla mente certe pagine, in modo vivido e come se le avessi lette in cartaceo.
          Potrebbe trattarsi di una pura idiosincrasia neurologica ("ha un cervello da e-reader"!) eppure continuo a pensare che leggere sul Kindle (non sull'Ipad) mi lasci tracce mnestiche pari, se non superiori, a quelle della lettura cartacea.

          Mi sembra però fondamentale, e mi pare che anche Enrico Manera la trascuri, la questione dellì'ampiezza dello schermo. Per evitare l'effetto "telescrivente anni '80", di cui parla Casati, ho settato il mio Kindle su una dimensione che trovo ottimale, coi caratteri piccoli ma non troppo, in maniera da avere una pagina abbastanza larga su cui esercitare la mia memoria di lavoro. Non riuscirei a leggere sentendomi a mio agio una porzione più piccola di testo.

          Oltre a Magrelli, su Kindle ho letto Juliette society, di Sasha Gray e sto leggendo Romanzo per signora, di Piersandro Pallavicini. In entrambi i casi ho un ricordo vivido di quanto letto. Diversamente ne va per i saggi, che ho acquistato solo per necessità (due libri recenti che mi servivano per la tesi e di cui non potevo attendere la spedizione): anche a me sembra che sia più difficile studiare l'e-book, ma la difficoltà è più che altro tecnica. Le sottolineature fatte sui libri acquistati non si possono facilmente trasporre su file propri, cosa che mi sarebbe molto utile per scrivere la mia tesi. Ma questo "problema" è ovviamente in comune col cartaceo. Inoltre l'e-book quanto meno mi permette di sottolineare e ritrovarmi in automatico la raccolta di tutte le sottolineature fatte. Presa di appunti quasi automatica: tu selezioni e l'apparecchio mette da parte per te. Finita la paura di perdere i file o gli appunti cartacei! (Occhio a dove mettete il Kindle, ovviamente, e fate attenzione allo schermo: è meolto delicato e non va ficcato nella borsa senza custodia, pena il suo rovinarsi per sempre).

          Sì, lo so, questa è solo introspezione e conta poco o niente. Ora si tratta di vedere che cosa ci dicono gli studi neuroscientifici.

          martedì 4 dicembre 2012

          Passate le primarie ecco a voi... Piddini che minacciano via mail

          La premessa è che avevo fatto notare (come altri) a quest* militante del PD che se da una parte fanno sembiante di difendere la scuola pubblica, dall'altra parte il loro partito favorisce in tutti i modi possibili la scuola privata (a cominciare da Luigi Berlinguer, che ne sdoganò il finanziamento anticostituzionale).
          Non ho insultato questa persona (su Facebook non insulto mai nessuno, a meno che qualcuno non mi insulti per primo e mi faccia perdere le staffe, e questo non era il caso) ma ho soltanto argomentato con una certa durezza e un evidente sarcasmo. Nulla però, a mio avviso, di tale da giustificare una reazione simile.
          Evidentemente avevo sottovalutato la grandissima coda di paglia di chi mette la sua faccia accanto al simbolo PD, magari anche in buona fede.

          Questa la mail che ho ricevuto da questa persona, contestualmente al ban comminatomi su FB:

          "senti ci hai davvero rotto le scatole che vuoi dimostrare fascistazzo subdolo? che chi non la pensa come te è un cretino? Mi spiace non essere più nel pd giusto solo per contraddire una persona intollerante, presuntuosa e fastidiosa come te. Adesso io ti blocco, non perchè la pensi diversamente da me, ma solo perchè ho capito che lo stai facendo apposta, senza nessun intento costruttivo ma solo per dar fastidio e a me la gente nata non per migliorare il mondo e i rapporti umani ma solo intenzionata a sputare sentenze sugli altri, a dare del "voi e noi", a dar fastidio solo per il gusto di dar fastidio, non mi cala giù. e siccome i contatti si chiamano "amici", non ti banno per censura, ma solo perchè, ai sensi della legge del rispetto e della privacy, sei ostinato, maleducato, cafone, irrispettoso, fastidioso, insiestente e scusami se concludo con questo: falso. Detto ciò, se solo vedo che mi nomini da qualche parte ti segnalo e ti ricordo che la diffamazione (non la critica), bensì la diffamazione, cioè quella che stai praticando da qualche ora,

          [AFFERMAZIONE DEL TUTTO FALSA VISTO CHE IO STAVO PARLANDO DELLE POLITICHE DEL PD]

          è reato. cercalo nel vocabolario e acculturati. Impara tu la rete rispettando gli altri. E ricordati: chi non accetta le posizioni degli altri, che siano nel pd, nel pdl, nell udc, nel m5s, poco conta, chi non le accetta, si chiama solo in un modo: fascista. 

          [SAREBBE INTERESSANTE CAPIRE COME SI ISTITUISCE LA DIFFERENZA TRA CRITICARE E "NON ACCETTARE" DATO CHE IO STAVO SEMPLICEMENTE CIRTICANDO LA DOPPIEZZA DEL PD IN FATTO DI SCUOLE PRIVATE, DOPPIEZZA CONFERMATA ALCUNI GIORNI FA CON LA MANCATA PROTESTA DA PARTE DEL PD PER LA PROPOSTA DI CANCELLAZIONE DELL'IMU PER LE PRIVATE]

          e va contro il 3 articolo della costituzione italiana:

          [NIENTEPOPODIMENOCHÈ. PECCATO CHE NELLA COSTITUZIONE SI PARLI DI UGUAGLIANZA DAVANTI ALLA LEGGE E NON NELLE OPINIONI DEI CITTADINI... COSA NON SI FA PER PROVARE A INTIMIDIRE]

          nessuno deve essere discriminato o offeso per le proprie poszioni politiche. e già adesso dunque non lo hai rispettato. è un altro reato.

          [ADDIRITTURA UN REATO! SOSTANZIALMENTE SE UNO CRITICA PUBBLICAMENTE LE POLITICHE DEL PD È UN REO, QUESTO S'È CAPITO BENE]

          questo per dire: sei più confuso che altro, sei più ignorante che altro.

          [QUESTA ACCUSA DI IGNORANZA È ABBASTANZA RICORRENTE E SEMPRE BELLA, TROVO: SI TRATTA SOSTANZIALMENTE DI UNA DELLE FORZE POLITICHE PIÙ OSCURANTISTE D'EUROPA I CUI GALLETTI CHE PENSANO DI OFFENDERE DANDO DELL'IGNORANTE A QUALCUNO CHE NON LO È...]

          e solo: calmati, rilassati. e pensa meno di essere un grand'uomo, sei solo una persona che crede di fare il figo ma offende soltanto e con falsità.

          [EVIDENTEMENTE "FARE IL FIGO" È UNA COSA CHE POSSONO FARE IN POCHI, E SOLO SE SINCERI DEMOCRATICI]

          ***

          Aggiunta 15 dicembre 2013

          Rileggendo queste righe mi domando se questa persona, ora che sta nella Direzione Nazionale del PD e ha soddisfatto la sua smodata ambizione, diventerà ancora più stupida e aggressiva di quanto già non sembrasse essere un anno fa.

          domenica 21 ottobre 2012

          Luigi Einaudi sull'orario di insegnamento nella scuola italiana: cent'anni trascorsi invano?

          Ringrazio INFINITAMENTE Stefano Beniamino Vaselli per aver reperito questo testo interessantissimo, il cui senso riceve una luce perfetta dagli avvenimenti recenti.
          Ricordiamoli brevemente: il ministro della Pubblica Istruzione impone un aumento del 30% dell'orario di lezione a parità di stipendio, non senza aver prima invocato la necessità di usare "il bastone e la carota" per gli insegnanti italiani.
          Questo testo è un eccezionale bastone politico e una carota intellettuale ad usum ministri.



          Luigi Einaudi, Economista e uomo politico liberale, II Presidente della Repubblica Italiana, I° Presidente Eletto dal Parlamento dell'Italia libera.
          (1913) “LA CRISI SCOLASTICA E LA SUPERSTIZIONE DEGLI ORARI LUNGHI.

          … Da vent'anni a questa parte le ore di fiato messe sul mercato dai professori secondari sono andate spaventosamente aumentando. Specie nelle grandi città, dalle 10 a 12 ore settimanali, che erano i massimi di un tempo, si è giunti, a furia di orari normali prolungati e di classi aggiunte, alle 15, alle 20, alle 25 e anche alle 30 e più ore per settimana. Tutto ciò può sembrare ragionevole solo ai burocrati che passano 7 od 8 ore del giorno all'ufficio, seduti ad emarginare pratiche. A costoro può sembrare che i professori con le loro 20-30 ore di lezione per settimana e colle vacanze, lunghe e brevi, siano dei perditempo. Chi guarda invece alla realtà dei risultati intellettuali e morali della scuola deve riconoscere che nessuna jattura può essere più grande di questa. La merce «fiato» perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità. Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla settimana, tanto meno per 30 ore. La scuola, a volerla fare sul serio, con intenti educativi, logora. Appena si supera un certo segno, è inevitabile che l'insegnante cerchi di perdere il tempo, pur di far passare le ore. Buona parte dell'orario viene perduto in minuti di attesa e di uscita, in appelli, in interrogazioni stracche, in compiti da farsi in scuola, ecc., ecc. Nasce una complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e scolari a far passare il tempo, pur di far l'orario prescritto dai regolamenti e di esaurire quelle cose senza senso che sono i programmi. La scuola diventa un locale, dove sta seduto un uomo incaricato di tenere a bada per tante ore al giorno i ragazzi dai 10 ai 18 anni di età ed un ufficio il quale rilascia alla fine del corso dei diplomi stampati. Scolari svogliati, genitori irritati di dover pagare le tasse, insegnanti malcontenti; ecco il quadro della scuola secondaria d'oggi in Italia. Non dico che la colpa di tutto ciò siano gli orari lunghi; ma certo gli orari lunghi sono l'esponente e nello stesso tempo un'aggravante di tutta una falsa concezione della missione della scuola media …".

          (Dal Corriere della Sera, 21 aprile 1913).
          “SCUOLA EDUCATIVA O SCUOLA CALEIDOSCOPIO? (A proposito del disegno di legge Credaro) di Luigi Einaudi

          … A me sembra che 18 ore di lezione alla settimana sia il massimo che possa fare un insegnante, il quale voglia far scuola sul serio, e quindi prepararsi alla lezione e correggere i compiti coscienziosamente ed attendere ai gabinetti di fìsica o chimica; il quale, sopra tutto, voglia studiare. Se il legislatore voleva davvero provvedere al bene della scuola doveva aumentare gli stipendi, come fece; ma insieme vietare in modo assoluto agli insegnanti di far lezione oltre le 18 ore settimanali in istituti sì pubblici che privati; non solo, ma doveva proibire assolutamente di dare ripetizioni private a scolari proprii od altrui. Meglio costringere all'ozio assoluto l'insegnante protervo nel non voler prendere un libro in mano, che costringerlo o permettergli di sfibrarsi in un lavoro di vociferazione, che può essere giudicato leggero solo da chi non ha l'abitudine dell'insegnamento …”.
          http://www.archive.org/stream/gliidealidiuneco00eina/gliidealidiuneco00eina_djvu.txt

          martedì 21 settembre 2010

          Antonio Scurati dice stupidaggini sull'insegnamento della storia della filosofia ex riforma Gelmini, sul Secolo d'Italia di oggi

          [pubblicata da Edoardo Acotto il giorno venerdì 28 maggio 2010 alle ore 14.22]

          "Prendiamo il post-strutturalismo francese, Derida [sic!], Deleuze, Lyotard: ebbene, tipici dell'approccio post-strutturalista sono la ripresa dei motivi nietzscheani. Allora trovo giusto far studiare prima questi filosofi contemporanei e dopo arrivare a Nietzsche"

          COMMENTO: prendiamo Berlusconi, è chiaramente un fascista. Che c'è di meglio dunque che studiare prima Berlusconi per poi risalire a Mussolini e Hitler passando per Craxi?

          "si arriverà così a capire che non esiste esperienza del pensiero che non sia pensiero contemporaneo. Anche qui, fare il percorso del "salmone" è vantaggioso, perché si partirebbe dal pensiero e dai problemi dell'oggi per risalire alle sorgenti del sapere".

          COMMENTO: prendiamo Scurati, è chiaramente un importante scrittore italiano contemporaneo. Che c'è di meglio dunque che immergersi nei suoi densissimi libri pieni di esperienza di pensiero dell'oggi, per poi risalire, chessò, a Musil, Proust, Dostojevsky e Tolstoj, Dickens, Voltaire, Cervantes e via salmonescamente risalendo fino a Omero?
          In fondo, che "questo è il migliore dei mondi possibili" si capisce molto meglio leggendo il placet di Scurati alla riforma Gelmini piuttosto che Leibniz e Voltaire.