E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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giovedì 26 luglio 2018

Post scriptum (Roman nouveau, Omega)

Un giorno d'inverno portai una minuscola statuetta di Buddha sulla tomba di mio padre. Era il mio periodo buddhista, avevo l'ispirazione per fare un gesto privo di significato e tuttavia facilmente leggibile all'interno di una tradizione umana di culto dei morti.
La prima statuina che volevo portare a mio padre l'avevo regalata al bellissimo figlioletto del mio amico Max: eravamo in montagna per una riunione tra ex compagni di università, Viviana era incinta di Agostino. Tito aveva quattro anni e quando vide la statuina dorata che mi portavo sempre appresso, dopo che l'avevo posata sul tavolino al quale sorseggiavamo il nostro aperitivo tra vecchi amici in vacanza, la guardò con occhi incuriositi e avidissimi: “questo è Buddha”, gli dissi con benevolo tono di ammaestramento.
“Buddo!”, urlò Tito gioiosamente afferrando la statuina e impadronendosene in modo ostentato. Ebbi una piccola crisi interiore: era una statuina che adoravo, una specie di portafortuna su cui si concentravano tutte le mie quasi-credenze pseudo-buddhiste dell'epoca. Inoltre avevo già deciso di portarla sulla tomba di mio padre... E adesso quel moccioso la voleva per sé! Cercai di dominare l'angoscia furente che si stava formando da qualche parte nella mia psiche contorta: mi dissi che se Tito era attratto dal buddhino risplendente era giusto che diventasse suo, anche se privarmene mi generava un notevole disagio. Mi dissi che in fondo il buddhismo insegna proprio il distacco e mi tornò in mente il proverbio cinese che esprime il culmine dell'irrazionalità buddhista chan, poi zen: “se incontri Buddha sulla tua strada, uccidilo”. 
Provai così a uccidere Buddha in quella statuina, ma forse non vi riuscii proprio benissimo, se ora sto scrivendo di questo fatto, a dieci anni di distanza. Successivamente trovai un'altra statuina simile a quella che avevo visto scomparire nella manina di Tito: ma non era altrettanto bella e insomma portarla da mio padre mi sembrava già un po' meno significativo.
Comunque mi recai al cimitero monumentale di Torino, dove ritrovai non senza fatica (devo sempre richiedere le coordinate alla mia vecchia zia) il lotto in cui stazionavano le spoglie mortali incenerite del mio genitore, appoggiai la statuina sul loculo di papà, mi sedetti nella posizione del loto, dopo essermi ficcato dei giornali sotto il sedere per evitare il freddo del pavimento cimiteriale, e provai a fare un po' di meditazione.
Niente, non sentivo niente, non mi veniva in mente nulla che io potessi fieramente lasciar scorrere nella mia mente, non i pensieri “che saltano di ramo in ramo come le scimmie”.
Non pensando niente non potevo staccarmi da niente. Nulla aveva senso, era tutto ridicolo e inutile: stavo davanti a un pezzo di marmo contenente un po’ di polvere, e negli avelli contigui c’erano pure dei cadaveri in putrefazione.

Quando tornai dopo un anno a visitare la tomba, la statuina era scomparsa.
Siamo usciti dal nulla, siamo fatti di nulla, stiamo tornando nel nulla.

mercoledì 20 settembre 2017

Diario della presenza mentale, 9

In La biada quotidiana, 2 (Spinoza e la presenza mentale), si era affacciata per l'ultima volta nelle mie note la Presenza Mentale (d'ora in poi PM).

Oggi è ritornata.

Penso che la PM sia una sorta di grazia. In ogni caso non è possibile darsela.
Oggi pomeriggio ha fatto la sua ricomparsa.
Sembra l'effetto remoto di una lunghissima, misteriosa, catena causale.
In certe situazioni "mi torna in mente" la (possibilità della) PM: allora provo a praticarla e dopo pochi secondi percepisco me stesso in un altro modo, mi rilasso, mi pare di ricordarmi che non ci sia nulla di cui preoccuparsi.
La sensazione dura però pochi secondi, poi scompare. A quel punto sento che dovrei fare un grande sforzo per ricominciare*.

Credo che, questa volta, la PM mi sia tornata per via delle mie letture di Emanuele Severino: l'idea che tutto sia eterno non mi risulta più così assurda come un tempo. Del resto, quando anni fa mi dedicai al buddhismo zen, riuscivo a pensare l'essere-vuoto del tutto. (Sono idee complementari? Sono la stessa idea?)


*Nel Diario della presenza mentale, 8, dicevo infatti: "una volta che l'idea della presenza mentale è presente, bisogna usare la volontà per praticarla. La mia volontà deve anzi lottare duramente contro l'inerzia della mente per riuscire a concentrarsi nella propria autopresenza.
So che la mia coscienza può cambiare di qualità attraverso la presenza mentale, anche se non l'ho mai sperimentata per tempi lunghi. Ormai penso di dovermelo imporre volontariamente."

martedì 19 aprile 2011

Diario della presenza mentale, 4: il corso inquinato dai gas di scarico

Una delle prime obiezioni che mi vennero in mente fu che non si può praticare la meditazione dappertutto. Un conto è trovarsi a praticare la presenza mentale seduti in un giardino silenzioso, davanti ad alberi piante e fiori (l'ho fatto qualche volta), un altro conto è praticare la presenza mentale in mezzo al traffico cittadino.
Il corso Svizzera inquinato dai gas di scarico non favorisce la concentrazione ma è un banco di prova: se fai presenza mentale, anche il tuo respiro si approfondisce, ma se sei vicino ai gas di scarico hai paura di respirare a pieni polmoni.
Se riesci anche per un attimo a raggiungere la presenza mentale, forse hai iniziato a scalfire il tuo guscio psichico più profondo, quello che alimenta le tue paranoie autoconservative.

***

Passeggiare con un bambino di due anni richiede un'attenzione continua a quello che fa. Provo per qualche istante a lasciarmi guidare da Agostino, senza sovrapporre parole gesti e volontà al suo caos intenzionale. Vuole salire sui gradoni del Duomo, lo accompagno cercando di non serrare troppo la sua mano. Funziona, ma appena scendiamo devo bloccare la stretta affinché non mi sfugga e rotoli giù.
Per ora mi è impossibile conciliare la presenza mentale col mio ruolo di vecchio genitore occidentale apprensivo e paranoide.

***

La stanchezza di una gara di corsa lascia nei giorni successivi la mente leggera ma assente: per un po' sarà difficile ritrovare la presenza mentale.

mercoledì 13 aprile 2011

Frammenti sparsi da "Diario buddhista" (2005) sulla presenza mentale

Io tendo alla purezza dell’illuminazione per staccarmi dal mondo e da me stesso. Ma come dicevo sono ancora lontanissimo dalla purezza della concentrazione mentale. Ora per esempio scrivo, e se scrivi non ti concentri mentalmente. Agli occidentali scrivere sembra una forma di concentrazione. Senza dubbio è meglio che fantasticare, però è una concentrazione molto decentrata, non ha nulla a che fare con la presenza mentale indotta dal respirare profondamente concentrando il pensiero sui cinque aggregati di cui siamo fatti : corpo percezioni sensazioni formazioni mentali e coscienza.
Tra l’altro mentre scrivo sto anche ascoltando a tutta palla Here come the warm jets di Brian Eno. Adesso so che non ho più bisogno dell’alcol per sentire l’emozione della musica o della scrittura. Non ho più bisogno di altro che del mio proprio respiro profondo e interiore, del mio sguardo concentrato sulle cose con cui sono interrelato, in fondo io stesso sono quelle cose.
Ora so che tutto è impermanente e che la natura di ogni essere è il vuoto del nirvana. Vuoto è questo attimo, vuoto è il rock di Brian Eno, vuoto sono io. E voglio esser vuoto.

***

L’avevo cercata molte volte durante l’estate, ma la presenza mentale si è fatta avanti solo oggi mentre mangiavo il gelato valsoia senza latte. Avevo appena letto qualche pagina del Dalai Lama e ho subito ritrovato quell’ambiente mentale favorevole alla calma necessaria a concentrarsi.
Uno potrebbe dire che è la concentrazione che porta la calma, ma per me funziona così, che se non sono già calmo non riesco a concentrarmi. Del resto anche per i tibetani il principio primo è la Sila, ossia il retto comportamento consistente nell’abbandonare le dieci azioni non virtuose. Raggiunta la Sila si può iniziare con la pratica buddhista vera e propria.
Qui al mare un fattore contrario alla presenza mentale è mia madre, devo pur parlarle qualche volta e poi l’interazione richiede sempre entrare in un ruolo che per me è regressivo, non riesco a stare calmo di fronte al suo nervosismo. Mia madre è una molto aggressiva, da giovane mi sembra di aver subito parecchio da lei e adesso fatico ad assorbire ancora la sua negatività. Diciamo che lei mi sconcentra e mi impedisce la presenza mentale.
Venendo qui sapevo che era un rischio, di solito litighiamo. Da quando sono diventato nonviolento è la prima vacanza che passiamo insieme: non sono riuscito a concentrarmi mentalmente, ma almeno non abbiamo nemmeno accennato a litigare. Buono!

***

Oggi finalmente sono andato a fare zazen e mi è piaciuto molto. Quando ne sono uscito mi sentivo rilassatissimo, davvero mi pareva di non appartenere al mondo irrequieto delle persone che incontravo alla Feltrinelli (mi sono precipitato a comprare lo Shobogenzo).
All’inizio una monaca ha spiegato a me e a un altro novizio come avremmo dovuto praticare zazen, seduti sul cuscino zafu con le gambe incrociate, meglio se a loto ma basta il mezzo loto, guardando il muro bianco senza afferrare nessun punto e senza chiudere gli occhi, le mani che si tengono insieme con i pollici che si toccano come quelle del Buddha, la posizione della perfetta presenza mentale. Questo mi ha rincuorato : sono sempre buddhisti e alla fine si è anche recitato un sutra in giapponese, mentre la monaca bruciava dell’incenso davanti a una bella statuina dorata del Buddha.
Poi ci hanno offerto una zuppa di riso buonissima, quindi un the che bisognava in parte versare in una bacinella come offerta (a Buddha?). Questo mi ha stupito un po’.
A tavola ogni fase aveva il suo sutra di accompagnamento, che per me erano solo belle sillabe in giapponese ma mi piacevano molto, erano ben ritmati e un po’ cupi e metallici come si vede nei film dove ci sono monaci zen. Leggendo la traduzione ho visto che sono normali sutra buddhisti:

Shiguseigan
shu jo muhen seigan do   
Bonno mujin seigan do ()
Homon muryo seigan gaku ()
Butsu do mujo seigan jo ().

I quattro voti
Per numerosi che siano gli esseri, io faccio voto di salvarli tutti.
Per numerose che siano le passioni, io faccio voto di vincerle tutte.
Per numerosi che siano i dharma, io faccio voto di acquisirli tutti.
Per perfetta che sia la Via del Buddha, io faccio voto di realizzarla.

Comunque mi è subito venuta voglia di imparare il giapponese, devo dirlo alla mia amica giapponese. 
Alla fine mi sono associato al dojo e ho comprato un vecchio numero di Dharma, la rivista che me li ha fatti scoprire : avevo visto che c’era un dossier su Heidegger e il buddhismo, un argomento che ho già iniziato a studiare e che mi interessa molto. 
Prima di andare lì ho fatto però la cazzata di prendere un caffè e durante zazen quando sentivo il mio stomaco gorgogliare mi maledicevo, poi però mi ricordavo che bisogna accogliere tutto quello che avviene, e che «zazen abbraccia tutto». 
Ci tornerò ogni sabato e mi darà forza e tranquilllità. Altro che gruppo psicanalitico e sentimenti aggressivi! 

*** 

Sto continuando a leggere Ikeda, il capo della Soka Gakkai, ma mi sembra proprio scemo. Si dilunga a spiegare che il Sutra del Loto nella sua “essenza distillata” si riduce al Nam Myoho Renge Kyo, mentre la versione “estesa” constava di 28 capitoli. Va bene lo spirito zen, ma qui si sconfina nella magia di un abracadabra. 
Ho cercato di convincere L. a venire a zazen e mollare la Soka Gakkai, ma lei ha detto che non li molla «neanche se la uccidono». Beh, meglio quello di niente, l’ho già detto, però bisogna che ci vada anch’io a suscitargli un po’ di dubbi...