E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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mercoledì 29 gennaio 2025
Periodi storici felici, 1
Se da giovane mitizzavo la Resistenza e gli anni Settanta, oggi mi rendo conto che l'epoca dell'idealismo tedesco e gli anni '50 e '60 negli USA potrebbero essere i miei periodi storici preferiti, per viverci.
lunedì 4 giugno 2018
Libertà come spirito (Intuizione 48)
Ciò che fu chiamato "spirito" è ancora il nostro modello di libertà, come ben compreso dagli idealisti tedeschi e dai neoidealisti. Il piccolo borghese vagheggia quella libertà nella domenica della vita, arte appagante nel tempo libero, lo sport, gli amici e gli hobby.
L'umanità intera, costretta dai vincoli materiali e di classe, ha invece trovato nella religione il suo simulacro di libertà.
Se un tempo pensavo che questo fosse mostruoso e insopportabilmentne triste, ora che invecchio e mi avvicino alla morte concedo per compassione le credenze religiose e irrazionali all'umanità ancora schiava.
sabato 27 febbraio 2016
Più realisti di Fusaro (appunti sul nuovo realismo e il giovinetto idealista)
In questo testo analizzeremo e criticheremo la posizione antirealista di Diego Fusaro, come si può evincere da Il futuro è nostro.
La polemica intorno al cosiddetto nuovo realismo ha coinvolto diversi filosofi italiani. Tra questi, Diego Fusaro non ha dedicato interventi specifici alla questione ma il capitolo 3 del suo recente Il futuro è nostro: "Dialettica storica e critica dei falsi realismi".
Fusaro non critica il new realism sulla base di un argomentazione articolabile in premesse e conclusioni, bensì invocando l'opinione di vari filosofi a sostegno della sua critica: 1) Gentile, 2) Heidegger, 3) la dialettica (hegeliana).
In consonanza con 1) Fusaro afferma che "la realtà esiste sempre mediata dal pensiero e, dunque, come pensato di un pensante, rendendo perciò stesso ingenuo ogni realismo assoluto (il cui pensiero della realtà assoluta è sempre l'oblio del pensiero che la pensa e che la pone come oggetto di un soggetto)".
In accordo con 2) "i fatti, le cose e la realtà si danno sempre nel quadro di una metafisica come interpretazione dell'ente considerato nella sua totalità".
3) suffraga l'antirealismo di Fusaro sulla base di mere citazioni: "coloro che affermano quella verità..."
A parte le autorità di puntello al punto di vista fusariano, non si trovano argomentazioni degne di questo nome. L'idea più volte ripetuta attraverso le variazioni stilistiche, che impreziosiscono il linguaggio formulare di questo giovane e vulcanico autore, è che il realismo sia una resa totale al capitalismo, una resa più o meno cosciente e più o meno di malafede.
Ma perché mai la realtà dovrebbe essere identificata col capitalismo tutto? Questo punto si potrebbe argomentare sulla base di 1); pertanto ci volgeremo innanzitutto a una critica del neogentilianesimo di Fusaro.
"Tutto ciò che esiste ... si dà come risultato di un porre e, in quanto tale, può essere trasformato" (p.256, c.n). Bene, ecco una tesi poco chiara che ci si aspetterebbe di veder chiarita successivamente (si abbandoni ogni speranza). Dato che F fa fede di antirealismo verrebbe innanzitutto da chiedere come possa egli parlare di "ciò che esiste", seppure "come risultato di un porre" perché sembrerebbe implicare una qualche forma di realismo necessaria ad acettare che qualcosa esista effettivamente (in quanto posto). Ma soprattutto non si capisce come si possa affermare che enti naturali come le montagne, le nuvole e le carie esistanto come "posti". Da chi? Da che? Se F vuole sostenere una dipendenza dei concetti (di montagna, di nuvola, ecc.) dalla mente umana dovrebbe per lo meno dirlo in modo diverso.
E' probabile che Fusaro accoglierebbe la posizione di Rorty, secondo cui gli enti non dipendono causalmente dall'uomo ma ne dipendono rappresentazionalmente, ossia dai suoi schemi concettuali. Rimando qui all'analisi di Marconi (2012) che evidenzia l'ambiguità della nozione rortiana di dipendenza rappresentazionale.
Un hegeliano, naturalmente, sa la differenza tra natura e mondo umano, ed è alquanto probabile che quando F parla di esistenza tout court stia parlando in realtà di esistenza sociale, in senso lato, ossia come spirito oggettivo (Hegel) o essere sociale (Ferraris). Un idealismo di questo genere, posto che si tratti ancora di vero idealismo (in Ferraris, per esempio, coincide con una forma di "testualismo debole"), sembrerebbe più facilmente accettabile: in natura non esistono matrimoni, scuole, presidenti e denaro, ma è l'intenzionalità umana (o per Ferraris, in modo problematico, la "documentalità" ossia l'essere inscritto in tracce) che pone tali oggetti, che risulteranno di conseguenza parzialmente "soggettivi". Per riprendere la vecchia distinzione tra qualità primarie e secondarie, oggettive e soggettive, potremmo dire che esistono oggetti oggettivi, o primari, e oggetti soggettivi, o secondari.
***
Nonostante il suo idealismo neogentiliano, Fusaro si vuole filosofo marxista (e gramsciano), e pertanto la prima accusa mossa contro il (nuovo) realismo è la sua mancanza di storicità: "Il realismo aprospettico [...] predica il ritorno all'esistente pensato non storicamente". Lasciando da parte Gentile e l'atto puro si potrebbe tentare di concordare con Fusaro sul fatto che la filosofia contemporanea analitica e cognitiva non abbiano nel loro DNA lo storicismo. Questo non significa che esse non sappiano nulla della storia in generale e della storia della filosofia in particolare (si veda per esempio l'ottima storia della filosofia di un filosofo analitico come Kenny). Il problema non è la conoscenza storica (a meno che Fusaro non pensi che tutti gli analitici e i cognitivisti siano semplicemente degli ignoranti) ma lo storicismo. Per un marxista (specie per uno che si ritenga uno dei pochi veri marxisti) storicismo vuol dire dialettica o meglio: dato che la realtà è dialettica, come ci ha insegnato Engels ancor più che Marx (il quale non sembrava voler estendere la dialettica anche alla natura), la conoscenza filosofica (ossia la vera conoscenza e la vera scienza) non può che fondarsi sui modi conoscitivi della dialettica. Come argomenta Fusaro in favore della dialettica?
***
Abbiamo dunque assodato che l'obiettivo filosofico di F è ristabilire il primato dell'azione. Ora, siamo sicuri di sapere che cosa sia un'azione? Parafrasando il filosofo nazista prediletto dal nostro neoidealista, potremmo dire che noi non sappiamo che cosa significhi agire, almeno non prima di averne fatto un'analisi filosofica soddisfacente. Va notato infatti che, come per tutti (mi pare) i concetti fondamentali usati da F come armi epocali per la rivincita dell'idealismo, nessuna definizione o analisi rigorosa viene mai proposta. F potrebbe rispondere che una simile richiesta fa già parte del servilismo analitico e antidialettico. Ma una sintesi dialettica priva di un momento tetico-analitico iniziale non è una vera sintesi ma soltanto una ripetizione e un'intuizione priva di concetto, ossia, "con la grammatica di Kant", un'intuizione cieca.
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In favore della filosofia intesa come sapere storico F adduce il desiderio di vedere recuperato il "senso del possibile". Ma se anche fosse vero che tale senso, qualunque cosa sia, è stato dimenticato, un fine desiderabile non può essere contrabbandato per una buona ragione. Si potrebbe obiettare che, per quanto desiderabile, non ci sono garanzie che lo storicismo fornisca un'effettiva conoscenza. Non è impossibile ma bisognerebbe dimostrare perché lo storicismo potrebbe costituire una modalità conoscitiva superiore ad altre.
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Un problema ricorrente del libro (e forse dell'autore) è la volontà di anteporre l'enunciazione di scopi (ideologico-politici) all'enunciazione delle ragioni per accogliere le sue tesi.
Bibliografia provvisoria:
Badiou, A., Logiques des mondes
Badiou, A., Deuxième manifeste pour la philosophie
Bencivenga, E., La dialettica hegeliana
Berto, F., Che cos'è la dialettica hegeliana?
Deleuze, F. e Guattari, G., Mille plateaux
Deleuze, F. e Guattari, G., Qu'est-ce que la philosophie?
Ferraris, M. Documentalità
Ferraris, M. Esistere è resistere
Ferraris, M. e Di Caro, M. Bentornata realtà!
Fusaro, D., Il futuro è nostro
Fusaro, D., Fichte, Marx, Gentile
Lowe E. J., Action Theory and Ontology, in Blackwell companion on philosophy of action.
Marconi, D. Realismo minimale
Marconi, D. Per la verità
Putnam, H.
Quante, M. Hegel's concept of action
Recalcati, M.
Sperber, D., La contagion des idées
sabato 18 ottobre 2014
Materialismo/realismo vs Idealismo/postmodernismo, 1
"Idealism, the ontological stance according to which the world is a product of our minds, went from being a deeply conservative position to become the norm in many academic departments and critical journals: cultural anthropologists came to believe that defending the rights of indigenous people implied adopting linguistic idealism and the epistemological relativism that goes with it; microsociologists correctly denounced the concept of a harmonious society espoused by their functionalist predecessors, but only to embrace an idealist phenomenology; and many academic departments, particularly those that attach the label “studies” to their name, completely forgot about material life and concentrated instead on textual hermeneutics. To make things worse this conservative turn was concealed under several layers of radical chic, making it appealing to students and even activists pursuing a more progressive agenda."
Manuel DeLanda, Deleuze: history and science, p.29
martedì 9 novembre 2010
La scuola filosofica di Giovanni Gentile
Ripubblico qui il mio contributo al volume "I volti del consenso. Politica, cultura, propaganda nell'Italia fascista 1922-1943)", a cura di Alessia Pedìo, uscito come allegato del l'Unità, per Giorni di Storia, ottobre 2004.
La filosofia gentiliana ha il suo inizio in un hegelismo riveduto e corretto: la riforma della dialettica hegeliana – esposta nell’omonima opera del 1913 – riconduce tutto all’unità immanente dello spirito. Se la dialettica degli antichi (dialettica del pensato) considerava le idee come oggetti separati dal pensiero, per Gentile la dialettica moderna (dialettica del pensare) coglie l’attività creatrice del pensiero: «La dialettica [...] del pensare non conosce mondo che già sia; che sarebbe un pensato; non suppone realtà, di là dalla conoscenza, e di cui toccherebbe a questa d’impossessarsi».
Il nocciolo teoretico dell’attualismo è la concezione secondo cui l’atto del pensiero non è oggettivabile: lo spirito non è pensabile come oggetto, ma sempre come pensiero pensante, pensiero in atto. In maniera simile all’idealismo fichtiano, l’attualismo assume che lo spirito è autoctisi, ossia autoposizione, autocreazione: esso pone se stesso e i suoi molteplici oggetti e concetti, riassorbendoli nella propria immanenza originaria, neutralizzando la pluralità mondana nell’unità assoluta del pensiero pensante. Lo spirito hegeliano è così visto nella sua continua autopoiesi. Di qui l’identificazione della filosofia con la storia della filosofia, nonché la subordinazione di tutte le forme di pensiero alla filosofia (come risulta dall’organizzazione degli studi superiori che prese corpo nella riforma del 1923, precedentemente esaminata).
Da un punto di vista politico (Genesi e struttura della società, pubblicato postumo nel 1946) il monismo metafisico gentiliano portava all’affermazione dello stato etico, cioè lo stato cui tutto è subordinato e la cui formula, ben consonante con il fascismo di cui Gentile è stato il filosofo ufficiale (non senza difficoltà, contrasti e contraddizioni), è: lo stato è tutto e l’individuo è nulla.
Questa concezione si giustifica, in maniera iper-hegeliana, con la tesi che il volere universale è superiore alle volontà puramente individuali. Lo spirito è l’unico soggetto, di cui i molteplici soggetti empirici, gli oggetti e i concetti sono mere emanazioni temporanee, momenti che verranno superati, ma privi di valore in se stessi. Tale posizione metafisica ha ricadute etiche vistose, che suscitarono l’avversione degli idealisti crociani, preoccupati dell’autonomia irriducibile dei “distinti” dello spirito, dei positivisti, per i quali una simile filosofia non ha alcuna speranza di cogliere la verità del pensiero scientifico, infine dei cattolici che, nell’indistinzione spirituale pensata da Gentile, non scorgevano nessuno spazio per il Dio cristiano.
Numerosi allievi di Gentile, partendo dalle posizioni del maestro, svilupparono un pensiero originale, raramente rinnegandone la fede filosofica. Se si tiene conto dell’orientamento politico e insieme teoretico, si possono distinguere attualisti di destra, come Carlini e Sciacca, e di sinistra, come Spirito e Calogero.
Armando Carlini (1878-1959) si allontanò progressivamente dall’idealismo immanentistico gentiliano per avvicinarsi a un trascendentalismo realistico di impronta cristiana (Lineamenti di una concezione realistica dello spirito umano, 1942).
Interessato alla storia della filosofia, studiò e tradusse Locke, Aristotele, Heidegger. Su quest’ultimo, in particolare, fu tra i primi a scrivere in Italia negli anni Trenta; in Il mito del realismo (1936) la filosofia di Heidegger veniva utilizzata per criticare il realismo ingenuo.
Preoccupato di attribuire consistenza ontologica alla persona, Carlini affrontò nelle sue opere più mature la necessità metafisica del superamento dell’immanenza in quella trascendenza che l’attualismo negava recisamente. Nel pensiero di Carlini tale riaffermazione della trascendenza avveniva in direzione tanto filosofica quanto religiosa. Fondamento del suo sistema rimaneva comunque l’Atto gentiliano.
Come hanno acutamente osservato Abbagnano e Fornero, la riflessione teologica di Carlini «apriva la strada alle “uscite” spiritualistiche dall’attualismo, cioè a quelle concezioni (Guzzo, Sciacca) che fondano la religione cristiana e cattolica non in una metafisica ontologica e oggettivistica ma nella riflessione dello spirito su se stesso».
Michele Federico Sciacca (1908-1975) fu inizialmente attualista ma con una forte ispirazione religiosa, di una religiosità antidogmatica, spiritualistica e personalistica. L’immanentismo gentiliano gli apparve presto insoddisfacenti e la neoscolastica contribuì a mutare il suo pensiero. Elaborò una sua personale posizione, non ancora esplicitamente cristiana, che battezzò Spiritualismo critico (Linee di uno spiritualismo critico, 1936): l’approdo teoretico di questa fase consiste nella concezione di Dio come eterna attività creatrice. In seguito, Sciacca pervenne a una forma più canonica di spiritualismo cattolico.
Ugo Spirito (1896-1979) fu il maggiore discepolo di Gentile, e uno dei principali sostenitori dell’attualismo negli anni Venti. Professore di politica ed economia corporativa nell’università di Pisa, divenne poi docente di filosofia a Messina, Genova e Roma. Nei primi anni Trenta il suo principale impegno politico è quello di teorico del corporativismo.
Già in La vita come ricerca (1937) si distaccò dall’attualismo gentiliano per ragioni teoretiche, dando vita a una dottrina originale (Il problematicismo, 1948).
Assumendo che tutte le tesi della filosofia, anche quelle attualistiche, si contraddicono in quanto pretendono fissare il divenire e così facendo necessariamente lo trascendono, il problematicismo voleva mantenere aperta la via del molteplice attraverso una fruizione della vita intesa come ricerca, arte, amore e, in ultima istanza, come libertà.
Inizialmente interessato anche al positivismo e al pragmatismo (Il pragmatismo, 1921) approderà, nell’ultima fase del suo pensiero, alla convinzione che sia la scienza a offrire la possibilità del superamento dei miti filosofici (Dal mito alla scienza, 1966).
Guido Calogero (1904-1986) dopo i primi saggi importanti sulla logica e la filosofia antica, si interessò successivamente alla filosofia di Croce: tali studi confluirono in La conclusione della filosofia del conoscere che segnò il distacco, anche per ragioni politiche, dall’ortodossia attualista e l’avvicinamento al pensiero crociano.
Docente alla Normale di Pisa, fu condannato al confino e poi al carcere per la sua attività antifascista clandestina. Negli anni di prigionia elaborò i capisaldi di quella che sarà la sua filosofia successiva, incentrata sul rifiuto del monolitico atto puro gentiliano e volta a impostare sul principio del dialogo (Logo e dialogo, 1950; Filosofia del dialogo, 1962) la libertà umana, l’autonomia anche politica dei singoli.
La filosofia gentiliana ha il suo inizio in un hegelismo riveduto e corretto: la riforma della dialettica hegeliana – esposta nell’omonima opera del 1913 – riconduce tutto all’unità immanente dello spirito. Se la dialettica degli antichi (dialettica del pensato) considerava le idee come oggetti separati dal pensiero, per Gentile la dialettica moderna (dialettica del pensare) coglie l’attività creatrice del pensiero: «La dialettica [...] del pensare non conosce mondo che già sia; che sarebbe un pensato; non suppone realtà, di là dalla conoscenza, e di cui toccherebbe a questa d’impossessarsi».
Il nocciolo teoretico dell’attualismo è la concezione secondo cui l’atto del pensiero non è oggettivabile: lo spirito non è pensabile come oggetto, ma sempre come pensiero pensante, pensiero in atto. In maniera simile all’idealismo fichtiano, l’attualismo assume che lo spirito è autoctisi, ossia autoposizione, autocreazione: esso pone se stesso e i suoi molteplici oggetti e concetti, riassorbendoli nella propria immanenza originaria, neutralizzando la pluralità mondana nell’unità assoluta del pensiero pensante. Lo spirito hegeliano è così visto nella sua continua autopoiesi. Di qui l’identificazione della filosofia con la storia della filosofia, nonché la subordinazione di tutte le forme di pensiero alla filosofia (come risulta dall’organizzazione degli studi superiori che prese corpo nella riforma del 1923, precedentemente esaminata).
Da un punto di vista politico (Genesi e struttura della società, pubblicato postumo nel 1946) il monismo metafisico gentiliano portava all’affermazione dello stato etico, cioè lo stato cui tutto è subordinato e la cui formula, ben consonante con il fascismo di cui Gentile è stato il filosofo ufficiale (non senza difficoltà, contrasti e contraddizioni), è: lo stato è tutto e l’individuo è nulla.
Questa concezione si giustifica, in maniera iper-hegeliana, con la tesi che il volere universale è superiore alle volontà puramente individuali. Lo spirito è l’unico soggetto, di cui i molteplici soggetti empirici, gli oggetti e i concetti sono mere emanazioni temporanee, momenti che verranno superati, ma privi di valore in se stessi. Tale posizione metafisica ha ricadute etiche vistose, che suscitarono l’avversione degli idealisti crociani, preoccupati dell’autonomia irriducibile dei “distinti” dello spirito, dei positivisti, per i quali una simile filosofia non ha alcuna speranza di cogliere la verità del pensiero scientifico, infine dei cattolici che, nell’indistinzione spirituale pensata da Gentile, non scorgevano nessuno spazio per il Dio cristiano.
Numerosi allievi di Gentile, partendo dalle posizioni del maestro, svilupparono un pensiero originale, raramente rinnegandone la fede filosofica. Se si tiene conto dell’orientamento politico e insieme teoretico, si possono distinguere attualisti di destra, come Carlini e Sciacca, e di sinistra, come Spirito e Calogero.
Armando Carlini (1878-1959) si allontanò progressivamente dall’idealismo immanentistico gentiliano per avvicinarsi a un trascendentalismo realistico di impronta cristiana (Lineamenti di una concezione realistica dello spirito umano, 1942).
Interessato alla storia della filosofia, studiò e tradusse Locke, Aristotele, Heidegger. Su quest’ultimo, in particolare, fu tra i primi a scrivere in Italia negli anni Trenta; in Il mito del realismo (1936) la filosofia di Heidegger veniva utilizzata per criticare il realismo ingenuo.
Preoccupato di attribuire consistenza ontologica alla persona, Carlini affrontò nelle sue opere più mature la necessità metafisica del superamento dell’immanenza in quella trascendenza che l’attualismo negava recisamente. Nel pensiero di Carlini tale riaffermazione della trascendenza avveniva in direzione tanto filosofica quanto religiosa. Fondamento del suo sistema rimaneva comunque l’Atto gentiliano.
Come hanno acutamente osservato Abbagnano e Fornero, la riflessione teologica di Carlini «apriva la strada alle “uscite” spiritualistiche dall’attualismo, cioè a quelle concezioni (Guzzo, Sciacca) che fondano la religione cristiana e cattolica non in una metafisica ontologica e oggettivistica ma nella riflessione dello spirito su se stesso».
Michele Federico Sciacca (1908-1975) fu inizialmente attualista ma con una forte ispirazione religiosa, di una religiosità antidogmatica, spiritualistica e personalistica. L’immanentismo gentiliano gli apparve presto insoddisfacenti e la neoscolastica contribuì a mutare il suo pensiero. Elaborò una sua personale posizione, non ancora esplicitamente cristiana, che battezzò Spiritualismo critico (Linee di uno spiritualismo critico, 1936): l’approdo teoretico di questa fase consiste nella concezione di Dio come eterna attività creatrice. In seguito, Sciacca pervenne a una forma più canonica di spiritualismo cattolico.
Ugo Spirito (1896-1979) fu il maggiore discepolo di Gentile, e uno dei principali sostenitori dell’attualismo negli anni Venti. Professore di politica ed economia corporativa nell’università di Pisa, divenne poi docente di filosofia a Messina, Genova e Roma. Nei primi anni Trenta il suo principale impegno politico è quello di teorico del corporativismo.
Già in La vita come ricerca (1937) si distaccò dall’attualismo gentiliano per ragioni teoretiche, dando vita a una dottrina originale (Il problematicismo, 1948).
Assumendo che tutte le tesi della filosofia, anche quelle attualistiche, si contraddicono in quanto pretendono fissare il divenire e così facendo necessariamente lo trascendono, il problematicismo voleva mantenere aperta la via del molteplice attraverso una fruizione della vita intesa come ricerca, arte, amore e, in ultima istanza, come libertà.
Inizialmente interessato anche al positivismo e al pragmatismo (Il pragmatismo, 1921) approderà, nell’ultima fase del suo pensiero, alla convinzione che sia la scienza a offrire la possibilità del superamento dei miti filosofici (Dal mito alla scienza, 1966).
Guido Calogero (1904-1986) dopo i primi saggi importanti sulla logica e la filosofia antica, si interessò successivamente alla filosofia di Croce: tali studi confluirono in La conclusione della filosofia del conoscere che segnò il distacco, anche per ragioni politiche, dall’ortodossia attualista e l’avvicinamento al pensiero crociano.
Docente alla Normale di Pisa, fu condannato al confino e poi al carcere per la sua attività antifascista clandestina. Negli anni di prigionia elaborò i capisaldi di quella che sarà la sua filosofia successiva, incentrata sul rifiuto del monolitico atto puro gentiliano e volta a impostare sul principio del dialogo (Logo e dialogo, 1950; Filosofia del dialogo, 1962) la libertà umana, l’autonomia anche politica dei singoli.
lunedì 18 ottobre 2010
Comédie zodiacale 3. Toro (2006)
Mio nonno Antonio era nato il 7 maggio 1911. Questo nonno per me è stato una vera figura maschile, perché mio padre era poco virile ai miei occhi. Col nonno andavo d’accordo fin da piccolo quando lo soprannominai il nonno burlone perché mi faceva sempre gli scherzi.
Il nonno Antonio faceva parte di una famiglia numerosa di Leverano, in provincia di Lecce : a 17 anni aveva superato la selezione per diventare carabiniere e l’avevano mandato in Sardegna per tre anni, poi in Piemonte dove aveva conosciuto mia nonna di Cavagnolo. Aveva fatto la guerra d’Africa e poi era stato rimandato lì durante la Seconda Guerra. Era tornato in Italia per sposarsi e nella navigazione verso l’Africa la sua nave era stata affondata e lui era rimasto 11 ore in acqua, a gennaio, vedendo morire un sacco di uomini. Questo racconto me l’aveva fatto fin da piccolo. Ma una cosa gli aveva fatto più paura del naufragio, ed era stato il terremoto del Friuli, siccome allora abitavano a Udine e in quel momento che tremava la terra mio nonno ha preso in braccio la mia cuginetta neonata, sono usciti di corsa dal palazzo e siccome la porta elettrica dell’ingresso non si apriva lui l’ha sradicata ed è riuscito ad aprirla. Diceva che non sapeva dove aveva trovato la forza per aprire quella maledetta porta.
Del Toro mio nonno aveva tipicamente il senso di moralità, diciamo l’alleanza col Super-io per cui si sentiva il depositario della morale. Che avesse fatto il carabiniere lo aveva senz’altro aiutato a diventare un moralista, però un po’ ce lo doveva avere già di suo.
Che fosse un durissimo moralista si vede da come ha trattato mia zia Valeriana che è dello Scorpione.
Stavo ripassando la filosofia di Johann Gottlob Fichte (1770-18) e leggevo questa frase sull’Abbagnano : "Io ho una sola passione, un solo bisogno, un solo sentimento pieno di me stesso : agire fuori di me. Più agisco più mi sento felice". Mi son detto : proprio bella, son d’accordo, potrei averla detta io. Mi è venuto il sospetto e ho guardato la data di nascita, quando ho visto il 19 maggio son rimasto secco, come sempre quando indovino il segno di una persona o mi piace una ragazza il cui segno zodiacale mi significa qualcosa.
Fichte è simpatico perché era un proletario, e se le sue doti intellettuali di bambino non fossero state notate dal barone ... avrebbe fatto chissà quale lavoro manuale, invece ha potuto studiare e ha fatto fortuna. Mi simpatico per la sua fortuna e il suo costruirci sopra (fortuna senza impegno sono irritanti mentre l’impegno senza fortuna sono gli ingredienti della tragedia di un romanzo biografico).
Russell ha criticato Fichte nell’Elogio dell’ozio ... ma Russell non ha molto senso storico, come quando inizia il capitolo su Aristotele dicendo che non ha mai capito che cosa significhi “categorie”. La critica si può capire, tra l’altro è la stessa di Hegel, e cioè : la filosofia di Fichte sarebbe ossessiva e insostenibile perché condanna l’uomo a un continuo moto, a una tensione irrisolta verso obiettivi morali mai pienamente raggiunti, quindi dal punto di vista dell’ozio una faticaccia improba e senza premio. La frase di Fichte che ho citato fa capire che per lui il tendere-verso è un premio in se stesso. Si potrebbe dire: tensio ipsa premium est, per parafrasare un detto famoso.
A me Fichte invece piace molto, voglio dire la sua idea di morale come sforzo perenne, e per altro credo che sia l’idea centrale della nonviolenza. Mica si finisce mai di tendere alla nonviolenza! Come diceva Aldo Capitini (23 dicembre): "molto più semplice e più modesto dire : io sono amico della nonviolenza, mi piace, cerco di metterla in pratica, ne parlo con gli altri, ma capisco anche che c’è molto da fare per cambiare se stessi". Oppure Gandhi : ...
Tra l’altro Fichte piaceva anche a Deleuze che con l’idealismo tedesco non aveva certo feeling. E poi è alla base di Giovanni Gentile, che, fascista o non fascista, ha sempre esercitato un certo fascino su di me.
Non so quand’è nato Gentile. Vado a controllare... 30 maggio 1875, Gemelli. Gentile Giovanni.
Il nonno Antonio faceva parte di una famiglia numerosa di Leverano, in provincia di Lecce : a 17 anni aveva superato la selezione per diventare carabiniere e l’avevano mandato in Sardegna per tre anni, poi in Piemonte dove aveva conosciuto mia nonna di Cavagnolo. Aveva fatto la guerra d’Africa e poi era stato rimandato lì durante la Seconda Guerra. Era tornato in Italia per sposarsi e nella navigazione verso l’Africa la sua nave era stata affondata e lui era rimasto 11 ore in acqua, a gennaio, vedendo morire un sacco di uomini. Questo racconto me l’aveva fatto fin da piccolo. Ma una cosa gli aveva fatto più paura del naufragio, ed era stato il terremoto del Friuli, siccome allora abitavano a Udine e in quel momento che tremava la terra mio nonno ha preso in braccio la mia cuginetta neonata, sono usciti di corsa dal palazzo e siccome la porta elettrica dell’ingresso non si apriva lui l’ha sradicata ed è riuscito ad aprirla. Diceva che non sapeva dove aveva trovato la forza per aprire quella maledetta porta.
Del Toro mio nonno aveva tipicamente il senso di moralità, diciamo l’alleanza col Super-io per cui si sentiva il depositario della morale. Che avesse fatto il carabiniere lo aveva senz’altro aiutato a diventare un moralista, però un po’ ce lo doveva avere già di suo.
Che fosse un durissimo moralista si vede da come ha trattato mia zia Valeriana che è dello Scorpione.
Stavo ripassando la filosofia di Johann Gottlob Fichte (1770-18) e leggevo questa frase sull’Abbagnano : "Io ho una sola passione, un solo bisogno, un solo sentimento pieno di me stesso : agire fuori di me. Più agisco più mi sento felice". Mi son detto : proprio bella, son d’accordo, potrei averla detta io. Mi è venuto il sospetto e ho guardato la data di nascita, quando ho visto il 19 maggio son rimasto secco, come sempre quando indovino il segno di una persona o mi piace una ragazza il cui segno zodiacale mi significa qualcosa.
Fichte è simpatico perché era un proletario, e se le sue doti intellettuali di bambino non fossero state notate dal barone ... avrebbe fatto chissà quale lavoro manuale, invece ha potuto studiare e ha fatto fortuna. Mi simpatico per la sua fortuna e il suo costruirci sopra (fortuna senza impegno sono irritanti mentre l’impegno senza fortuna sono gli ingredienti della tragedia di un romanzo biografico).
Russell ha criticato Fichte nell’Elogio dell’ozio ... ma Russell non ha molto senso storico, come quando inizia il capitolo su Aristotele dicendo che non ha mai capito che cosa significhi “categorie”. La critica si può capire, tra l’altro è la stessa di Hegel, e cioè : la filosofia di Fichte sarebbe ossessiva e insostenibile perché condanna l’uomo a un continuo moto, a una tensione irrisolta verso obiettivi morali mai pienamente raggiunti, quindi dal punto di vista dell’ozio una faticaccia improba e senza premio. La frase di Fichte che ho citato fa capire che per lui il tendere-verso è un premio in se stesso. Si potrebbe dire: tensio ipsa premium est, per parafrasare un detto famoso.
A me Fichte invece piace molto, voglio dire la sua idea di morale come sforzo perenne, e per altro credo che sia l’idea centrale della nonviolenza. Mica si finisce mai di tendere alla nonviolenza! Come diceva Aldo Capitini (23 dicembre): "molto più semplice e più modesto dire : io sono amico della nonviolenza, mi piace, cerco di metterla in pratica, ne parlo con gli altri, ma capisco anche che c’è molto da fare per cambiare se stessi". Oppure Gandhi : ...
Tra l’altro Fichte piaceva anche a Deleuze che con l’idealismo tedesco non aveva certo feeling. E poi è alla base di Giovanni Gentile, che, fascista o non fascista, ha sempre esercitato un certo fascino su di me.
Non so quand’è nato Gentile. Vado a controllare... 30 maggio 1875, Gemelli. Gentile Giovanni.
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