E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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lunedì 8 settembre 2014

Diario della presenza mentale, 8

Sembra che il mio cervello sia diventato incapace di concentrazione. Sento già i corvi: "te lo avevamo detto, è tutta colpa di Facebook, passi troppo tempo a cazzeggiare e non fai quello che devi fare".
Non è così semplice, cari amici corvi. Non è che non faccio y perché faccio x. So che y sarebbe preferibile ma faccio comunque x. Si chiama akrasìa, o debolezza della volontà e Davidson la definisce così:

Un agente agisce in modo incontinente nel compiere x se e solo se:
(a) l’agente compie x intenzionalmente;
(b) l’agente crede che ci sia un’azione alternativa a lui aperta;
(c) l’agente giudica che, tutto considerato, sarebbe meglio fare y anziché x

Presenza mentale. Ho bisogno di presenza mentale. Dicevo: "ho capito che potevo ricominciare. E ho ricominciato. Con calma. Senza pretendere. Senza sperare. Senza volere". Errore: una volta che l'idea della presenza mentale è presente, bisogna usare la volontà per praticarla. La mia volontà deve anzi lottare duramente contro l'inerzia della mente per riuscire a concentrarsi nella propria autopresenza.
So che la mia coscienza può cambiare di qualità attraverso la presenza mentale, anche se non l'ho mai sperimentata per tempi lunghi. Ormai penso di dovermelo imporre volontariamente.

venerdì 15 aprile 2011

Diario della presenza mentale, 2: l'allargamento del campo visivo

Ho l'impressione che praticare la presenza mentale sia come diventare l'homunculus del mio corpo, o meglio ancora sedersi nella posizione di Actarus al centro della testa di Goldrake. Se cammino il mio corpo avanza a grandi passi, ho un campo visivo grandissimo, io sono piccolo all'interno della mia testa.

***

Esco per strada, passeggio praticando la presenza mentale: il mio campo visivo si è allargato, guardo dritto di fronte a me vedo tutta la via Garibaldi in prospettiva, le persone scorrono lungo l'asse prospettico, avvicinandosi o allontanandosi. Cammino con la testa alta.

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Al pomeriggio vado a una conferenza sull'acqua: oltre a Ugo ci sono due giuristi irritanti, antireferendari, mi eccito subito, tifo per Ugo, godo quando strappa gli applausi della platea folta di ragazzi. E mi domando come si fa a fare presenza mentale durante una conferenza che ti appassiona... Ma imparerò anche questo.

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Infine, al parco con bimbi e amici è impossibile concentrarsi: mentre Agostino si arrampica sullo scivolo è difficile non finalizzare i movimenti esclusivamente alla sua protezione. Non ci provo nemmeno. Anche se mi sento deluso per il pomeriggio senza presenza mentale, non ho nessuna fretta. Non devo andare da nessuna parte

giovedì 14 aprile 2011

Diario della presenza mentale, 1

Ieri mi è tornata in mente la possibilità della presenza mentale. Non ci pensavo da molto tempo, e anche quando ci avevo pensato non mi era venuto in mente di ricominciare a praticarla. Ieri invece ho capito che potevo ricominciare. E ho ricominciato. Con calma. Senza pretendere. Senza sperare. Senza volere.

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Ho solo ricominciato a guardare la cose dal fondo della mia testa, devo dire così perché l'impressione è quella. Poi spiegherò meglio, farò un resoconto quasi quotidiano, anche minimo, dei miei progressi. Un diario della presenza mentale.

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Se dovessi quantificare, direi che attualmente sono all'1% della mia capacità di presenza mentale, ma intanto è un inizio.
Effetto immediato: rallento le mie azioni, rinuncio a talune che mi vengono in mente solo come divertissement dalla noia dell'istante attuale.

(Primo risultato: sto di meno su Facebook.)

mercoledì 13 aprile 2011

Frammenti sparsi da "Diario buddhista" (2005) sulla presenza mentale

Io tendo alla purezza dell’illuminazione per staccarmi dal mondo e da me stesso. Ma come dicevo sono ancora lontanissimo dalla purezza della concentrazione mentale. Ora per esempio scrivo, e se scrivi non ti concentri mentalmente. Agli occidentali scrivere sembra una forma di concentrazione. Senza dubbio è meglio che fantasticare, però è una concentrazione molto decentrata, non ha nulla a che fare con la presenza mentale indotta dal respirare profondamente concentrando il pensiero sui cinque aggregati di cui siamo fatti : corpo percezioni sensazioni formazioni mentali e coscienza.
Tra l’altro mentre scrivo sto anche ascoltando a tutta palla Here come the warm jets di Brian Eno. Adesso so che non ho più bisogno dell’alcol per sentire l’emozione della musica o della scrittura. Non ho più bisogno di altro che del mio proprio respiro profondo e interiore, del mio sguardo concentrato sulle cose con cui sono interrelato, in fondo io stesso sono quelle cose.
Ora so che tutto è impermanente e che la natura di ogni essere è il vuoto del nirvana. Vuoto è questo attimo, vuoto è il rock di Brian Eno, vuoto sono io. E voglio esser vuoto.

***

L’avevo cercata molte volte durante l’estate, ma la presenza mentale si è fatta avanti solo oggi mentre mangiavo il gelato valsoia senza latte. Avevo appena letto qualche pagina del Dalai Lama e ho subito ritrovato quell’ambiente mentale favorevole alla calma necessaria a concentrarsi.
Uno potrebbe dire che è la concentrazione che porta la calma, ma per me funziona così, che se non sono già calmo non riesco a concentrarmi. Del resto anche per i tibetani il principio primo è la Sila, ossia il retto comportamento consistente nell’abbandonare le dieci azioni non virtuose. Raggiunta la Sila si può iniziare con la pratica buddhista vera e propria.
Qui al mare un fattore contrario alla presenza mentale è mia madre, devo pur parlarle qualche volta e poi l’interazione richiede sempre entrare in un ruolo che per me è regressivo, non riesco a stare calmo di fronte al suo nervosismo. Mia madre è una molto aggressiva, da giovane mi sembra di aver subito parecchio da lei e adesso fatico ad assorbire ancora la sua negatività. Diciamo che lei mi sconcentra e mi impedisce la presenza mentale.
Venendo qui sapevo che era un rischio, di solito litighiamo. Da quando sono diventato nonviolento è la prima vacanza che passiamo insieme: non sono riuscito a concentrarmi mentalmente, ma almeno non abbiamo nemmeno accennato a litigare. Buono!

***

Oggi finalmente sono andato a fare zazen e mi è piaciuto molto. Quando ne sono uscito mi sentivo rilassatissimo, davvero mi pareva di non appartenere al mondo irrequieto delle persone che incontravo alla Feltrinelli (mi sono precipitato a comprare lo Shobogenzo).
All’inizio una monaca ha spiegato a me e a un altro novizio come avremmo dovuto praticare zazen, seduti sul cuscino zafu con le gambe incrociate, meglio se a loto ma basta il mezzo loto, guardando il muro bianco senza afferrare nessun punto e senza chiudere gli occhi, le mani che si tengono insieme con i pollici che si toccano come quelle del Buddha, la posizione della perfetta presenza mentale. Questo mi ha rincuorato : sono sempre buddhisti e alla fine si è anche recitato un sutra in giapponese, mentre la monaca bruciava dell’incenso davanti a una bella statuina dorata del Buddha.
Poi ci hanno offerto una zuppa di riso buonissima, quindi un the che bisognava in parte versare in una bacinella come offerta (a Buddha?). Questo mi ha stupito un po’.
A tavola ogni fase aveva il suo sutra di accompagnamento, che per me erano solo belle sillabe in giapponese ma mi piacevano molto, erano ben ritmati e un po’ cupi e metallici come si vede nei film dove ci sono monaci zen. Leggendo la traduzione ho visto che sono normali sutra buddhisti:

Shiguseigan
shu jo muhen seigan do   
Bonno mujin seigan do ()
Homon muryo seigan gaku ()
Butsu do mujo seigan jo ().

I quattro voti
Per numerosi che siano gli esseri, io faccio voto di salvarli tutti.
Per numerose che siano le passioni, io faccio voto di vincerle tutte.
Per numerosi che siano i dharma, io faccio voto di acquisirli tutti.
Per perfetta che sia la Via del Buddha, io faccio voto di realizzarla.

Comunque mi è subito venuta voglia di imparare il giapponese, devo dirlo alla mia amica giapponese. 
Alla fine mi sono associato al dojo e ho comprato un vecchio numero di Dharma, la rivista che me li ha fatti scoprire : avevo visto che c’era un dossier su Heidegger e il buddhismo, un argomento che ho già iniziato a studiare e che mi interessa molto. 
Prima di andare lì ho fatto però la cazzata di prendere un caffè e durante zazen quando sentivo il mio stomaco gorgogliare mi maledicevo, poi però mi ricordavo che bisogna accogliere tutto quello che avviene, e che «zazen abbraccia tutto». 
Ci tornerò ogni sabato e mi darà forza e tranquilllità. Altro che gruppo psicanalitico e sentimenti aggressivi! 

*** 

Sto continuando a leggere Ikeda, il capo della Soka Gakkai, ma mi sembra proprio scemo. Si dilunga a spiegare che il Sutra del Loto nella sua “essenza distillata” si riduce al Nam Myoho Renge Kyo, mentre la versione “estesa” constava di 28 capitoli. Va bene lo spirito zen, ma qui si sconfina nella magia di un abracadabra. 
Ho cercato di convincere L. a venire a zazen e mollare la Soka Gakkai, ma lei ha detto che non li molla «neanche se la uccidono». Beh, meglio quello di niente, l’ho già detto, però bisogna che ci vada anch’io a suscitargli un po’ di dubbi...





giovedì 7 aprile 2011

Paradossi paralizzanti, 1

Quando invii un articolo a un convegno, finché non l'hai inviato sei libero di scrivere come meglio credi.
In quella situazione non provo ansia o tensione spiacevole perché mi piace solcare lo spazio delle possibilità, anche se la posta in gioco è essere accettati o rifiutati al convegno.
Quando invece il mio testo è già stato accettato e devo solo fare alcune revisioni per migliorarlo, ecco che mi prende l'ansia: non rischio più nulla, e la posta in gioco è già stata vinta, così fare il miglior lavoro possibile è una questione di deontologia, e di amor proprio.
A quel punto però subisco una strana paralisi: temporeggio, rallento la mia rilettura, mi distraggo, faccio altre cose, guardo i call for papers di convegni futuri, e man mano che il tempo passa mi cresce l'ansia.
Il mio modulo mentale della pianificazione dev'essere malamente programmato, e forse ho un cattivo rapporto emotivo con le situazioni reali a cui più tengo.