L'anarco-nazionalismo!
Grazie Preve, non sei morto invano, da solo non ci sarei mai arrivato...
PS: significativamente, è il mio primo post con tag "nazione" e "anticapitalismo"
E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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lunedì 9 dicembre 2013
domenica 8 dicembre 2013
Matteo Renzi e la nave Argo
Avete presente la storiella filosofica della nave Argo? Durante il viaggio in mare vengono cambiati i suoi pezzi uno a uno, così alla fine del viaggio la nave non ha più nemmeno un pezzo di quelli originari.
I pezzi vecchi però esistono ancora, sono stati conservati e li puoi rimontare nel tuo cortile e ricomporre la nave. A quel punto però ci saranno due navi: qual è la vera Argo, quella in porto coi pezzi nuovi o quella in cortile coi pezzi vecchi?
I pezzi vecchi però esistono ancora, sono stati conservati e li puoi rimontare nel tuo cortile e ricomporre la nave. A quel punto però ci saranno due navi: qual è la vera Argo, quella in porto coi pezzi nuovi o quella in cortile coi pezzi vecchi?
Io sono uno di quelli che danno "la risposta dell'antiquario": la vera nave è quella fatta di pezzi vecchi, anche se sono stati sostituiti uno a uno (meglio, così non si sono deteriorati completamente).
Ora, pensate a una vecchia nave chiamata Sogno Di Una Cosa... Mentre era in mare i suoi pezzi sono stati tutti sostituiti con pezzi nuovi, di magnifica apaprenza, anche se talvolta sotto lo smalto meraviglioso sono fradici e lasciano passare l'acqua.
Vogliamo provare a rimontare i pezzi vecchi e a rimettere in mare la vecchia nave gloriosa? Spetta solo a noi.
Ora, pensate a una vecchia nave chiamata Sogno Di Una Cosa... Mentre era in mare i suoi pezzi sono stati tutti sostituiti con pezzi nuovi, di magnifica apaprenza, anche se talvolta sotto lo smalto meraviglioso sono fradici e lasciano passare l'acqua.
Vogliamo provare a rimontare i pezzi vecchi e a rimettere in mare la vecchia nave gloriosa? Spetta solo a noi.
domenica 20 ottobre 2013
Ancora sulla guerra sociale che ha luogo in Italia
Mentre i compagni del movimento stanno per svegliarsi nelle loro tende a Porta Pia ("Occupy Porta Pia" è di per sé un'immagine situazionista piena di allegria rivoluzionaria), riprendo il discorsetto che avevo iniziato dopo i fatti di Roma del 15 ottobre 2011.
Anche questa volta ci sono stati scontri di piazza, ma non sono stati "drammatici": la stampa borghese ha stentato a trovare i toni ridicolmente epici che di solito riserva a simili manifestazioni popolari di antagonismo sociale, e i professionisti della mistificazione scritta hanno dovuto ripiegare sull'elogio della geniale strategia militare adottata dalla polizia (ci si può ovviamente domandare come mai questa geniale strategia non sia stata adottata già nel 2011).
Un governo di larghe intese non ha lo spazio di manovra di un governo monocolore: nel 2011 l'ultimo governo Berlusconi voleva inscenare la violenza dell'antagonismo, oggi invece bisognava gestirlo.
Ecco l'altra faccia della trasformazione della politica in amministrazione: amministrare il dissenso è meglio che indurlo ad autorappresentarsi in forme esplosive.
Si potrebbe dire che gli scontri del 2011 fermarono per due anni il movimento dei cosiddetti "indignati" (un nome che è stato abbandonato, tranne che dai giornalisti, affetti notoriamente da una certa povertà cognitiva): ma è molto più probabile che in due anni il movimento si sia invece rafforzato interiormente. Molti di coloro che erano scesi in piazza con i palloncini colorati, sono tornati ieri in piazza, ma questa volta sapevano che a fronteggiarsi non ci sono soltanto i bellicosi e i poliziotti, come in uno spettacolare "wargame": nella piazza romana si fronteggiano l'avanguardia (proletaria, ovviamente) della società sfruttata e il braccio armato del potere repressivo, strumento della borghesia mafiosa e fascista, di destra e di sinistra.
La coscienza che ormai lo scontro sia inevitabile, e difficilmente assorbibile per via parlamentare (è appena il caso di notare la totale assenza del Movimento 5 stelle dalla piazza), mi sembra ben segnalata dal fatto che a sinistra, questa volta, non ci sono stati molti cori sdegnati per gli scontri. Tranne, i giornalisti di regime, of course.
Ecco l'altra faccia della trasformazione della politica in amministrazione: amministrare il dissenso è meglio che indurlo ad autorappresentarsi in forme esplosive.
Si potrebbe dire che gli scontri del 2011 fermarono per due anni il movimento dei cosiddetti "indignati" (un nome che è stato abbandonato, tranne che dai giornalisti, affetti notoriamente da una certa povertà cognitiva): ma è molto più probabile che in due anni il movimento si sia invece rafforzato interiormente. Molti di coloro che erano scesi in piazza con i palloncini colorati, sono tornati ieri in piazza, ma questa volta sapevano che a fronteggiarsi non ci sono soltanto i bellicosi e i poliziotti, come in uno spettacolare "wargame": nella piazza romana si fronteggiano l'avanguardia (proletaria, ovviamente) della società sfruttata e il braccio armato del potere repressivo, strumento della borghesia mafiosa e fascista, di destra e di sinistra.
La coscienza che ormai lo scontro sia inevitabile, e difficilmente assorbibile per via parlamentare (è appena il caso di notare la totale assenza del Movimento 5 stelle dalla piazza), mi sembra ben segnalata dal fatto che a sinistra, questa volta, non ci sono stati molti cori sdegnati per gli scontri. Tranne, i giornalisti di regime, of course.
Nel 2011 me l'ero presa con un critico letterario neomarxista che si compiaceva "di dichiarare "gente di merda" i bellicosi: di merda perché pensano di merda, anzi non pensano, perché non hanno una prospettiva politica."
A distanza di due anni, non si hanno notizie di alcuna prospettiva politica sostenibile da questo intellettuale e dai suoi coleghi, esponenti della piccola borghesia progressista.
La piccola borghesia progressista risulta in effetti annientata dalle scelte politiche bipartisan. Le grandi coalizioni tra Berlusconi e suoi presunti avversari hanno finalmente portato alla luce la contraddizione fondamentale dell'antiberlusconismo: quello di essere, da un punto di vista reale, cioé materialista, sociale ed economico, soltanto l'altra faccia del berlusconismo, quella "pulita" (e nemmeno troppo pulita, se si guarda, per un facile esempio, l'intreccio affaristico-poliziesco montato dal PD in Val di Susa).
Il marxista indignato oggi non ha più voce, e come lui i pochi illusi che nel 2011 speravano nella prossima caduta di Berlusconi e in un possibile governo "di sinistra".
Le larghe intese hanno dimostrato che un governo "di sinistra" è impossibile (Deleuze l'ha detto negli anni Settanta).
Quelli che erano detti "pensare di merda" e quindi non-pensanti, privi di prospettiva politica, si sono rivelati gli unici dotati di un pensiero politico capace di maturare in prassi collettiva organizzata, attraverso e contro le contraddizioni dei governi di una borghesia fortemente in crisi (forse la sua ultima).
La piccola borghesia progressista risulta in effetti annientata dalle scelte politiche bipartisan. Le grandi coalizioni tra Berlusconi e suoi presunti avversari hanno finalmente portato alla luce la contraddizione fondamentale dell'antiberlusconismo: quello di essere, da un punto di vista reale, cioé materialista, sociale ed economico, soltanto l'altra faccia del berlusconismo, quella "pulita" (e nemmeno troppo pulita, se si guarda, per un facile esempio, l'intreccio affaristico-poliziesco montato dal PD in Val di Susa).
Il marxista indignato oggi non ha più voce, e come lui i pochi illusi che nel 2011 speravano nella prossima caduta di Berlusconi e in un possibile governo "di sinistra".
Le larghe intese hanno dimostrato che un governo "di sinistra" è impossibile (Deleuze l'ha detto negli anni Settanta).
Quelli che erano detti "pensare di merda" e quindi non-pensanti, privi di prospettiva politica, si sono rivelati gli unici dotati di un pensiero politico capace di maturare in prassi collettiva organizzata, attraverso e contro le contraddizioni dei governi di una borghesia fortemente in crisi (forse la sua ultima).
martedì 11 giugno 2013
Appunti sull'esaurimento del possibile
"Non ci limiteremo ai digiuni come Danilo Dolci.
Sono passati i tempi dei bivacchi coi morti o dei digiuni.
Se non nei fatti, almeno nelle intenzioni, è l’ora della violenza.
Della violenza, aggiungo, senza speranza, arida, impaziente.
Ci hanno deluso tutti: chi ha torto e chi ha ragione."
(Pasolini, A Panagulis)
Proprio ieri leggevo un testo di Zourabichvili, il defunto (suicida) genero di Nancy, su Deleuze e la politica: l'esaurimento del possibile, la figura dell'Esausto di Beckett, come prospettiva politica non assimilabile alla distinzione destra/sinistra.
Ormai, dopo aver fatto il mio digiuno e avere aridamente creduto nella nonviolenza, mi sento anch'io così. Esausto di politica.
"On ne tombe pourtant pas dans l'indifférencié, ou dans la fameuse unité des contradictoires, et l'on n'est pas passif : on s'active, mais à rien. On était fatigué de quelque chose, mais épuisé, de rien" (Deleuze, L'épuisé, p.59)
Postilla 25 giugno
L'épuisement può anche manifestarsi come depressione, dalla quale si esce focalizzandosi su ciò che importa: il senso.
Oggi ho ricordato che la mia unica esperienza di azione nonviolenta, il "digiuno NoTav" Ascoltateli!, mi ha lasciato una grande frustrazione per la totale mancanza di ascolto da parte delle istituzioni, oltre che un grande affaticamento per lo sforzo organizzativo a cui mi sono dedicato senza risparmiarmi (ho poi impiegato mesi per riprenderemi).
Quell'esperienza è stata fondamentale per farmi comprendere che è un grave errore affidarsi alla nonviolenza come se fosse uno strumento.
Sono passati i tempi dei bivacchi coi morti o dei digiuni.
Se non nei fatti, almeno nelle intenzioni, è l’ora della violenza.
Della violenza, aggiungo, senza speranza, arida, impaziente.
Ci hanno deluso tutti: chi ha torto e chi ha ragione."
(Pasolini, A Panagulis)
Proprio ieri leggevo un testo di Zourabichvili, il defunto (suicida) genero di Nancy, su Deleuze e la politica: l'esaurimento del possibile, la figura dell'Esausto di Beckett, come prospettiva politica non assimilabile alla distinzione destra/sinistra.
Ormai, dopo aver fatto il mio digiuno e avere aridamente creduto nella nonviolenza, mi sento anch'io così. Esausto di politica.
"On ne tombe pourtant pas dans l'indifférencié, ou dans la fameuse unité des contradictoires, et l'on n'est pas passif : on s'active, mais à rien. On était fatigué de quelque chose, mais épuisé, de rien" (Deleuze, L'épuisé, p.59)
Postilla 25 giugno
L'épuisement può anche manifestarsi come depressione, dalla quale si esce focalizzandosi su ciò che importa: il senso.
Oggi ho ricordato che la mia unica esperienza di azione nonviolenta, il "digiuno NoTav" Ascoltateli!, mi ha lasciato una grande frustrazione per la totale mancanza di ascolto da parte delle istituzioni, oltre che un grande affaticamento per lo sforzo organizzativo a cui mi sono dedicato senza risparmiarmi (ho poi impiegato mesi per riprenderemi).
Quell'esperienza è stata fondamentale per farmi comprendere che è un grave errore affidarsi alla nonviolenza come se fosse uno strumento.
sabato 23 marzo 2013
Ancora sulle ineffettuali categorie destra/sinistra
vedi perché non ci capiamo, caro amico intellettuale di sinistra? Tu dici che non capisci come io possa sostenere che l'opposizione destra/sinistra sia stata neutralizzata e inizi a farmi un elenco di cose di sinistra, come essere NoTav ecc. poi però voti per un partito alleato col partito più proTav che ci sia, che quindi secondo la tua definizione dovrebbe essere di destra anche se si dice di sinistra, mentre il M5s risulterebbe automaticamente di sinistra, e sostanzialmente mi dici che voti a destra perché vuoi spostare a sinistra il Partito di Destra...
Poi - contraddicendomi - io ti dico che il pareggio di bilancio in Costituzione è di destra e tu mi dici che anche Hollande lo ha difeso, come se questo bastasse a decidere che cosa è di destra e che cosa di sinistra. Come se per definire l'arte dicessimo che è ciò che fanno gli artisti (ammesso e non concesso che Hollande sia "di sinistra").
Ma allora non è meglio fare come dico io, coltivare una propria distinzione antropologica tra destra e sinistra con valore euristico, e parlare piuttosto delle azioni concrete lasciando perdere i discorsi ineffettuali su destra/sinistra?
Che poi non mi pare che nella prospettiva biopolitica ci sia molto spazio per questa consunta dicotomia, storicamente determinata e assolutamente non elevabile a categoria antropologica universale (Pericle era di sinistra? Platone di destra? Kant? Stalin? Gorbacev? L'omofobia di Che Guevara? Clinton? Craxi? Renzi?).
***
Aggiornamento 7 dicembre 2013 (il giorno prima della vittoria alle primarie di Matteo Renzi e della definitiva sconfitta della fallimentare "sinistra" PD bersaniana).
Dopo la morte di Costanzo Preve ho scoperto la sua vasta opera, di cui mi riprometto di leggere il più possibile.
Qui Preve spiega la sua posizione su destra/sinistra: http://www.kelebekler.com/occ/prevedxsx.htm
***
Aggiornamento 7 dicembre 2013 (il giorno prima della vittoria alle primarie di Matteo Renzi e della definitiva sconfitta della fallimentare "sinistra" PD bersaniana).
Dopo la morte di Costanzo Preve ho scoperto la sua vasta opera, di cui mi riprometto di leggere il più possibile.
Qui Preve spiega la sua posizione su destra/sinistra: http://www.kelebekler.com/occ/prevedxsx.htm
lunedì 4 marzo 2013
Italiani, ancora uno sforzo per essere rivoluzionari!
SINISTRA
Sconfitta elettoralmente, la sinistra non vuol comprendere le ragioni della sconfitta, e ne rovescia la responsabilità sul nulla, con evanescenti esercizi retorici e un ossessivo richiamo al fascismo. Di questa sconfitta invece, solo la sinistra è responsabile: 1) perché non è riuscita a comprendere la trasformazione sociale che in Italia si era data; e ha continuato a considerare le corporazioni come tramite di rappresentanza; 2) perché non ha controllato, anzi, neppure immaginato, il nuovo assetto produttivo dei rapporti comunicativi; di conseguenza ha intrattenuto un rapporto di uso con i media, partecipando cinicamente e irresponsabilmente alla loro banalizzazione reazionaria; 3) di conseguenza la sinistra ha perduto ogni capacità di rappresentanza dei settori produttivi (materiali e immateriali) della società. oggi in Italia vi sono due società parassitarie: l'una è la mafia, l'altra è la sinistra, con il suo corredo di sindacati e di cooperative... Ma forse dire questo è troppo: la sinistra infatti non ha neppure la dignità criminale della mafia, essa è solamente un morto che cammina... Come abbiamo visto, davanti alla vittoria reazionaria, la sua eroica risposta consiste nell'urlare al fascismo. In realtà la sinistra è come un pugile suonato, cammina sonnambulo. Con tutta probabilità, l'unica cosa da fare è sgambettare questo zombie.
(Toni Negri, "La "Rivoluzione" italiana e la "devoluzione" della sinistra", Futur Antérieur, estate 1994, ora in L'inverno è finito, Castelvecchi, 1996)
COSTITUZIONE
Deve la nostra generazione costruire una nuova Costituzione? Se pensiamo alle ragioni con le quali i vecchi costituenti motivavano l'urgenza di mettersi al lavoro di rinnovamento, non possiamo che riconoscerne presenti oggi l'intera panoplia. Mai la corruzione della vita politica e amministrativa è giunta a tal punto, mai la crisi di rappresentanza è stata tanto forte, mai la disillusione democratica tanto radicale. Quando si dice "crisi del politico", si dice in realtà che lo Stato democratico non funziona più, che anzi si corrompe irreversibilmente in tutti i suoi princìpi e organi: la divisione dei poteri e i princìpi di garanzia, i singoli poteri unoa uno e le regole di rappresentanza, la dinamica unitaria dei poteri e le funzioni di legalità, di efficacia e di legittimità amministrativa. Se c'è una "fine della Storia" da salutare, essa consiste certamente nella fine della dialettica costituzionale cui il liberalismo e lo Stato della maturità capitalistica ci avevano legato
(Toni Negri, Repubblica costituente, Riffa-Raff, 1993, ora in L'inverno è finito, Castelvecchi, 1996)
Sconfitta elettoralmente, la sinistra non vuol comprendere le ragioni della sconfitta, e ne rovescia la responsabilità sul nulla, con evanescenti esercizi retorici e un ossessivo richiamo al fascismo. Di questa sconfitta invece, solo la sinistra è responsabile: 1) perché non è riuscita a comprendere la trasformazione sociale che in Italia si era data; e ha continuato a considerare le corporazioni come tramite di rappresentanza; 2) perché non ha controllato, anzi, neppure immaginato, il nuovo assetto produttivo dei rapporti comunicativi; di conseguenza ha intrattenuto un rapporto di uso con i media, partecipando cinicamente e irresponsabilmente alla loro banalizzazione reazionaria; 3) di conseguenza la sinistra ha perduto ogni capacità di rappresentanza dei settori produttivi (materiali e immateriali) della società. oggi in Italia vi sono due società parassitarie: l'una è la mafia, l'altra è la sinistra, con il suo corredo di sindacati e di cooperative... Ma forse dire questo è troppo: la sinistra infatti non ha neppure la dignità criminale della mafia, essa è solamente un morto che cammina... Come abbiamo visto, davanti alla vittoria reazionaria, la sua eroica risposta consiste nell'urlare al fascismo. In realtà la sinistra è come un pugile suonato, cammina sonnambulo. Con tutta probabilità, l'unica cosa da fare è sgambettare questo zombie.
(Toni Negri, "La "Rivoluzione" italiana e la "devoluzione" della sinistra", Futur Antérieur, estate 1994, ora in L'inverno è finito, Castelvecchi, 1996)
COSTITUZIONE
Deve la nostra generazione costruire una nuova Costituzione? Se pensiamo alle ragioni con le quali i vecchi costituenti motivavano l'urgenza di mettersi al lavoro di rinnovamento, non possiamo che riconoscerne presenti oggi l'intera panoplia. Mai la corruzione della vita politica e amministrativa è giunta a tal punto, mai la crisi di rappresentanza è stata tanto forte, mai la disillusione democratica tanto radicale. Quando si dice "crisi del politico", si dice in realtà che lo Stato democratico non funziona più, che anzi si corrompe irreversibilmente in tutti i suoi princìpi e organi: la divisione dei poteri e i princìpi di garanzia, i singoli poteri unoa uno e le regole di rappresentanza, la dinamica unitaria dei poteri e le funzioni di legalità, di efficacia e di legittimità amministrativa. Se c'è una "fine della Storia" da salutare, essa consiste certamente nella fine della dialettica costituzionale cui il liberalismo e lo Stato della maturità capitalistica ci avevano legato
(Toni Negri, Repubblica costituente, Riffa-Raff, 1993, ora in L'inverno è finito, Castelvecchi, 1996)
giovedì 29 novembre 2012
10 ipotetiche ragioni per votare Renzi (da verificare)
1) sul TAV ha una posizione più ragionevole, Bersani è un pasdaran del TAV incaprettato al gruppo dirigente piemontese
2) è assurdo dire che Renzi sia di destra e Bersani di sinistra: le politiche del PD sono comunque di destra, le maschere non contano più niente. Renzi rappresenta il vettore risultante, l'essenza, di tutti i vettori sparsi che compongono il campo di forze del PD
3) Renzi potrebbe governare senza sottomettersi a Casini, Bersani no
4) c'è bisogno di un radicale cambiamento all'interno del PD. Di qualsiasi tipo, ma cambiamento
5) non è vero che non conta nulla che sia giovane: il cervello di un giovane funziona meglio di quello di un anziano e probabilmente per governare occorre usare il cervello.
NB: questo non è un argomento "nazista" e nemmeno "di destra". Semplicemente sarebbe ora di finirla di ignorare totalmente i dati della ricerca in neuroscienza cognitiva
[http://elders.uaa.alaska.edu/powerpoints/bp-conf05/lucchino_cognition.pdf
http://www.scientificamerican.com/article.cfm?id=the-aging-brain-is-it-les
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK3885/]
6) è leggermente più simpatico di Bersani
7) è più comunicativo di Bersani
8) potrebbe essere più intelligente di Bersani
9) disputarsi con lui per una vera democratizzazione della politica italiana sarebbe probabilmente più facile che lottare contro il vecchio establishment del PD (per esempio, non mi stupirebbe che fosse più aperto verso la democrazia liquida)
10) se il PD non reggesse alla vittoria di Renzi e implodesse, la transizione verso la (ri)nascita della sinistra italiana sarebbe accelerata
2) è assurdo dire che Renzi sia di destra e Bersani di sinistra: le politiche del PD sono comunque di destra, le maschere non contano più niente. Renzi rappresenta il vettore risultante, l'essenza, di tutti i vettori sparsi che compongono il campo di forze del PD
3) Renzi potrebbe governare senza sottomettersi a Casini, Bersani no
4) c'è bisogno di un radicale cambiamento all'interno del PD. Di qualsiasi tipo, ma cambiamento
5) non è vero che non conta nulla che sia giovane: il cervello di un giovane funziona meglio di quello di un anziano e probabilmente per governare occorre usare il cervello.
NB: questo non è un argomento "nazista" e nemmeno "di destra". Semplicemente sarebbe ora di finirla di ignorare totalmente i dati della ricerca in neuroscienza cognitiva
[http://elders.uaa.alaska.edu/powerpoints/bp-conf05/lucchino_cognition.pdf
http://www.scientificamerican.com/article.cfm?id=the-aging-brain-is-it-les
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK3885/]
6) è leggermente più simpatico di Bersani
7) è più comunicativo di Bersani
8) potrebbe essere più intelligente di Bersani
9) disputarsi con lui per una vera democratizzazione della politica italiana sarebbe probabilmente più facile che lottare contro il vecchio establishment del PD (per esempio, non mi stupirebbe che fosse più aperto verso la democrazia liquida)
10) se il PD non reggesse alla vittoria di Renzi e implodesse, la transizione verso la (ri)nascita della sinistra italiana sarebbe accelerata
lunedì 8 ottobre 2012
LETTERA APERTA AI MILITANTI DI ALBA, Soggetto Politico tutt'altro che Nuovo
Cari definitivamente ex compagni di ALBA,
oggi senza alcun motivo serio mi avete bannato dal vostro gruppo
Facebook di Torino (un gruppo per altro creato da me e popolato di numerosi miei amici e conoscenti ma poi
ceduto a voi per dissensi sulla linea comunicativa: voi volevate censurare ogni messaggio fastidioso, io volevo la massima trasparenza).
Questo, naturalmente, è solo l'epilogo della nostra storia comune, all'inizio della quale io ero uno dei due coordinatori torinesi, e alla fine della quale mi ritrovo ad essere stato da voi dimissionato perché iscrittomi nel frattempo al Partito Pirata (nel quale mi trovo benissimo) e quindi a vostro parere inaffidabile e forse sospetto di tradimento.
Oggi avete anche cancellato diversi post nei quali Rinaldo Locati, l'altro iniziale coordinatore torinese, dopo mesi di vostra frequentazione esprimeva veementemente le sue critiche...
Trovo che per un progetto politico nato all'insegna della democrazia spinta, adottate dei metoducci ben meschini e ridicoli.
Se pensate di poter controllare la comunicazione in Rete siete ridicoli e patetici. (Per esempio quando mi bannate, se sapeste l'ABC dovreste ricordarvi che io di account FB ne ho almeno 2... Ops: e se avessi anche dei fake per spiarvi e farvi gli scherzi? Brrrrrrrr, che paura!).
Questo, naturalmente, è solo l'epilogo della nostra storia comune, all'inizio della quale io ero uno dei due coordinatori torinesi, e alla fine della quale mi ritrovo ad essere stato da voi dimissionato perché iscrittomi nel frattempo al Partito Pirata (nel quale mi trovo benissimo) e quindi a vostro parere inaffidabile e forse sospetto di tradimento.
Oggi avete anche cancellato diversi post nei quali Rinaldo Locati, l'altro iniziale coordinatore torinese, dopo mesi di vostra frequentazione esprimeva veementemente le sue critiche...
Trovo che per un progetto politico nato all'insegna della democrazia spinta, adottate dei metoducci ben meschini e ridicoli.
Se pensate di poter controllare la comunicazione in Rete siete ridicoli e patetici. (Per esempio quando mi bannate, se sapeste l'ABC dovreste ricordarvi che io di account FB ne ho almeno 2... Ops: e se avessi anche dei fake per spiarvi e farvi gli scherzi? Brrrrrrrr, che paura!).
Ora BANNATEMI SUBITO PER LA SECONDA VOLTA, esercitate
questo piccolo potere che vi sentite di avere in virtù
dell'investitura che ALBA, il grande Soggetto Politico Nuovo vi ha
dato.
FORZA! Bannate! Non potete fare molto
altro, ma questo almeno fatelo, CANCELLATE, RIPULITE, ORDINATE, e poi
quando fate i vostri congressi sorridete alle masse come quei rivoluzionari
perbene che volete essere. Qualcuno tra voi si è persino permesso di
invocare la biopolitica dei farmaci per censurare l'opinione di un
compagno: un'idea fascista che però sulla vostra bella
bacheca non viene censurata. Evidentemente secondo voi la piccola violenza
repressiva delle parole da duri va benissimo, se serve per mantenere il vostro ordine: il desiderio di pulizia e innocenza a quanto pare non
nuoce troppo alla vostra bella immagine di un'ALBA dorata (ah no, scusate, quello è il nome del partito nazista greco, che strana coincidenza di nomi).
Ma quale immagine pensate di avere costruito? Chi vi segue, oltre ai lettori del Manifesto e a qualche sperduto elettore di una Sinistra ormai morta e sepolta e, all'inizio, qualche babbeo come me? E soprattutto, che siate popolari o meno, COME VI PERMETTETE di censurare il parere di chi vi ha seguito fin dall'inizio, come Rinaldo e il sottoscritto, per poi rimanere profondamente delusi dalla vostra inconcludenza, falsità e opportunismo?
COME VI PERMETTETE? Chi credete di essere, chi credete di rappresentare oltre ai vostri professori universitari le cui parole vi bevete come fossero oro colato? Se foste intelligenti democratici vi mettereste a lavorare per ottenere il consenso dei cittadini e non perdereste tempo a far congressi sui congressi per poi guardare ansiosi e cupidi la televisione ("qualcuno può guardare se nel TGR regionale hanno parlato del convegno?").
Certo, da postmoderni intuitivi e rozzi sapete bene che se nessuno vede l'albero che cade nel fitto della foresta è come se l'albero non fosse caduto per davvero: volete apparire perché temete di non essere, di non essere altro che un gruppuscolo che ha creduto bastasse il Manifesto per fare politica.
(Detto per inciso, siccome siete mediamente abbastanza vecchi ricorderete bene che nel 1972 il Manifesto si presentò alle politiche ottenendo un meritato 0,67% dei voti: io penso che anche impegnandovi non riuscirete a fare molto meglio :-).
Se faceste un buon lavoro politico non avreste tempo da perdere per tenere in ordine il vostro giardinetto su Facebook (un social network di cui per altro non capite nulla, come della Rete in generale: inutile ricordarvi che qualche tempo fa Diego Di Caro e io abbiamo provato a convincervi dell'utilità di avvicinarvi alla democrazia digitale: è stato come voler cavare sangue da una rapa, come voler far volare un asino, ci avete risposto con un assordante e strafottente silenzio, forse perché non avete proprio idea di che cosa sia la politica oggi).
Ora, io ho altro a cui pensare, ma sappiate che da oggi non perderò occasione per dire chi siete veramente: una sinistra vecchia e stanca con qualche ambizioso rinforzo semigiovanile e con un'ingiustificata smania di conquistare spazio nella politica rappresentativa, che per altro vi meriterebbe completamente (peccato per voi che non vi siate dati da fare prima per entrare nel gioco delle poltrone parlamentari).
Soprattutto, non perderò occasione per dire come trattate le persone benintenzionate che con il vostro più gran disappunto non si limitino a eseguire i comandi del vostro Gruppo Dirigente. Già perché voi non siete una struttura democratica, avete un Gruppo Dirigente che vi comanda dall'alto quali iniziative prendere, il dibattito interno non sapete che cosa sia, e sui contenuti politici della vostra proposta siete in alto mare e aspettate tranquilli che ve la confezionino i vostri professori.
Di una cosa sono più contento che di ogni altra: di vedere che alla fine della mia relazione con voi coloro con cui mi sono maggiormente scontrato all'inizio sono gli stessi con cui mi trovo più d'accordo adesso: i compagni Rinaldo Locati, Jasmina Radivojevic e Lino Sturiale. Questo rivolgimento potrebbe insegnare che il confronto e persino lo scontro dialettico, può portare ad insperate sintesi, che il vostro unanimismo perbenista non avrebbe nemmeno permesso di concepire. Ma dubito fortemente che qualcuno di voi possa cogliere l'ironia preziosa di questo insegnamento.
Ma quale immagine pensate di avere costruito? Chi vi segue, oltre ai lettori del Manifesto e a qualche sperduto elettore di una Sinistra ormai morta e sepolta e, all'inizio, qualche babbeo come me? E soprattutto, che siate popolari o meno, COME VI PERMETTETE di censurare il parere di chi vi ha seguito fin dall'inizio, come Rinaldo e il sottoscritto, per poi rimanere profondamente delusi dalla vostra inconcludenza, falsità e opportunismo?
COME VI PERMETTETE? Chi credete di essere, chi credete di rappresentare oltre ai vostri professori universitari le cui parole vi bevete come fossero oro colato? Se foste intelligenti democratici vi mettereste a lavorare per ottenere il consenso dei cittadini e non perdereste tempo a far congressi sui congressi per poi guardare ansiosi e cupidi la televisione ("qualcuno può guardare se nel TGR regionale hanno parlato del convegno?").
Certo, da postmoderni intuitivi e rozzi sapete bene che se nessuno vede l'albero che cade nel fitto della foresta è come se l'albero non fosse caduto per davvero: volete apparire perché temete di non essere, di non essere altro che un gruppuscolo che ha creduto bastasse il Manifesto per fare politica.
(Detto per inciso, siccome siete mediamente abbastanza vecchi ricorderete bene che nel 1972 il Manifesto si presentò alle politiche ottenendo un meritato 0,67% dei voti: io penso che anche impegnandovi non riuscirete a fare molto meglio :-).
Se faceste un buon lavoro politico non avreste tempo da perdere per tenere in ordine il vostro giardinetto su Facebook (un social network di cui per altro non capite nulla, come della Rete in generale: inutile ricordarvi che qualche tempo fa Diego Di Caro e io abbiamo provato a convincervi dell'utilità di avvicinarvi alla democrazia digitale: è stato come voler cavare sangue da una rapa, come voler far volare un asino, ci avete risposto con un assordante e strafottente silenzio, forse perché non avete proprio idea di che cosa sia la politica oggi).
Ora, io ho altro a cui pensare, ma sappiate che da oggi non perderò occasione per dire chi siete veramente: una sinistra vecchia e stanca con qualche ambizioso rinforzo semigiovanile e con un'ingiustificata smania di conquistare spazio nella politica rappresentativa, che per altro vi meriterebbe completamente (peccato per voi che non vi siate dati da fare prima per entrare nel gioco delle poltrone parlamentari).
Soprattutto, non perderò occasione per dire come trattate le persone benintenzionate che con il vostro più gran disappunto non si limitino a eseguire i comandi del vostro Gruppo Dirigente. Già perché voi non siete una struttura democratica, avete un Gruppo Dirigente che vi comanda dall'alto quali iniziative prendere, il dibattito interno non sapete che cosa sia, e sui contenuti politici della vostra proposta siete in alto mare e aspettate tranquilli che ve la confezionino i vostri professori.
Di una cosa sono più contento che di ogni altra: di vedere che alla fine della mia relazione con voi coloro con cui mi sono maggiormente scontrato all'inizio sono gli stessi con cui mi trovo più d'accordo adesso: i compagni Rinaldo Locati, Jasmina Radivojevic e Lino Sturiale. Questo rivolgimento potrebbe insegnare che il confronto e persino lo scontro dialettico, può portare ad insperate sintesi, che il vostro unanimismo perbenista non avrebbe nemmeno permesso di concepire. Ma dubito fortemente che qualcuno di voi possa cogliere l'ironia preziosa di questo insegnamento.
Buona fortuna a tutti, e che la vostra ALBA non vi sia grave.
In ogni caso non credo che siate preparati alla durezza del meriggio.
sabato 18 giugno 2011
Dalla Bocconi a Gomorra. Una risposta di Fabrizio Illuminati a Ichino & co. sull'università italiana
Che analisi bizzarra e divertente, per usare degli eufemismi, quella di Andrea Ichino, in difesa della sua proposta (e di altri "autorevoli economisti") di introdurre un sistema di tasse universitarie per compensare i tagli al finanziamento ordinario che viene erogato dallo Stato attingendo alla fiscalità generale. Analizziamo alcune delle perle principali di questo "compitino" che svela molto dell'autore e delle sue intenzioni (e che trovate sul sito di Scienzainrete: http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/tasse-ununiversita-piu-equa-risposta-sylos-labini ).
Cominciamo dalle ormai ricorrenti osservazioni, di Ichino e di altri, che l'università italiana è autoreferenziale e lontana dai circuiti internazionali di produzione e diffusione della conoscenza. Dunque, l'università italiana è in splendido isolamento, utile a riprodurre solo sé stessa? Andando a vedere nello specifico delle diverse aree disciplinari, sembrerebbe proprio di no, perlomeno nei settori scientifici e tecnico-ingegneristici, dove è costantemente agganciata alle migliori eccellenze internazionali, come dimostrano tutti gli indici quantitativi (a cominciare dagli h-index cumulativi dei nostri ricercatori), che stranamente, guarda un po', l'"economista" Ichino, che dovrebbe essere sensibile ai numeri e ai dati reali, rifiuta costantemente di prendere in considerazione. Sorprendente, no?!? In realtà l'afffermazione di Ichino sembrerebbe contenere una parte di ragione: c'è effettivamente un sottoinsieme delle Università e dei settori di ricerca italiani che è in sofferenza, rispetto agli standard di valutazione internazionali: si tratta, nella maggior parte dei casi, delle facoltà e degli "studi" economici e giuridici, il cui fiore all'occhiello, si fa per dire, dovrebbe essere rappresentato, secondo Ichino, dalla Bocconi e dai Bocconiani, così agganciati al treno internazionale da aver conferito la laurea honoris causa al ministro argentino dell'economia, Cavallo, pochi giorni prima che la sua disastrosa cura liberista "da cavallo" portasse al crollo del governo Menem e dell'economia argentina.
Veniamo ai commenti di Ichino su "fuga dei cervelli" e dintorni. Verissimo che i ricercatori stranieri non vengono in Italia (vengono in pochi, per essere più precisi). Ma in realtà anche qui bisogna analizzare e approfondire, e se ne scoprono subito delle belle. Consideriamo il caso dell'ingegneria e delle scienze "dure", cioè dei settori decisivi affinché una Unviersità possa chiamarsi tale, e il cui avanzamento è cruciale perché un paese possa davvero progredire. Noto, in passim, che Ichino e gli "economisti liberisti" all'italiana, questo fatto, ovvero l'importanza decisiva delle scienze all'interno della dinamica universitaria, lo negano strenuamente, riflettendo in questo la natura estremamente arcaica ed arretrata di parte del mondo imprenditoriale italiano e di buona parte del pensiero economico-giuridico che lo fiancheggia. Dunque, dicevamo che nel campo degli studi scientifico-tecnologici, gli stranieri in Italia vorrebbero venire, eccome. Ma quasi sempre si ritraggono, non appena vengono loro comunicate le tristi realtà del livello di salario che andrebbero a percepire, con gli assegni di ricerca fissati, per legge, ad un lordo massimo di 23.000 € annui, senza la possibilità di incremento, anche per gruppi di ricerca che potrebbero mettere a disposizione un budget superiore con fondi propri al 100% (per esempio ottenuti vincendo competizioni e calls europee). Questo è uno dei tipici "lacci e lacciuoli" contro i quali strepitano sempre Ichino e i liberisti, e uno dei più perniciosi. Ma, guarda caso, quando si tratta di Università Pubblica, Ichino e accoliti non si curano di questi problemi di funzionalità, anzi applaudono al maggior controllo politico e ai maggiori vincoli burocratici imposti dalla "riforma" Gelmini. Buffo eh?!? Se invece di blaterare di tasse cominciassimo a cambiare queste semplici cose, vedremmo come la situazione migliorerebbe prontamente. Ma questo, cioè il buon funzionamento della ricerca universitaria italiana, sembra non appassionare troppo Ichino e la sua compagnia di giro.
Ci sono poi le sgangherate giustificazioni che Ichino porta avanti per "mitigare" il fatto che, secondo tutti gli indici di valutazione possibili, le facoltà economiche e giuridiche italiane sono messe male, e ancora peggio se si vanno a vedere le Università "private" (finanziate generosamente con fondi pubblici attraverso vari meccanismi, più o meno occulti, su cui tornerò più sotto). Ancora una volta, Ichino nega validità a tutti gli indici e gli standard riconosciuti internazionalmente (con notevolissima dose di quel provincialismo che vorrebbe attribuire ai sostenitori dell'Università pubblica di qualità) per andare a citare i soliti studi, in italiano, dei soliti amici della Bocconi e dintorni, pubblicati dalle solite case editrici degli amici degli amici. Abbastanza patetico.
Ma il peggio deve ancora venire. Incredibili infatti sono le affermazioni di Ichino sul fatto che sarebbe inutile o addirittura controproducente recuperare una parte di evasione ed elusione fiscale (stimate tra i 200 e i 300 miliardi di € l'anno), ridurre i costi della politica (cioè dei soldi pubblici che vengono deviati agli apparati e ai "gruppi economici" a loro vicini, ormai stimati, prudentemente, in svariate decine di miliardi di € l'anno), e tagliare su spese pubbliche chiaramente inaccettabili, inutili, e/o dannose (con relativi giri di "costi della politica") quali ad esempio Protezione Civile SPA e, soprattutto, Difesa SPA. Per quest'ultima parliamo di una spesa pubblica annua pari a 32 miliardi di € contro un bilancio per l'intero comparto universitario di soli 6 miliardi di € (dopo i tagli Tremonti). E' incredibile che un "economista" come Ichino rifiuti di entrare nel concreto dei numeri e delle quantità, scendendo dal cielo degli slogan ideologici pseudo-liberisti e pseudo-liberali.
Veniamo ora al punto centrale della discussione tasse vs. spesa pubblica per l'Università: l'impressione di fondo in tutto questo dibattito è che Ichino e i suoi accoliti continuino a fare finta di non capire il fatto di base, semplicissimo e ovvio, che lo studio universitario e la preparazione che esso fornisce per vivere e operare in società, non sono un investimento INDIVIDUALE, bensì COLLETTIVO: se diventerò fisico e contribuirò a portare avanti la conoscenza, sarà la società nel suo complesso a beneficiarne, sarà un servizio pubblico reso alla collettività. Stesso discorso se diventerò medico, giudice, meteorologo, ingegnere. Ecco perché è giusto e sacrosanto che, come in tutti i paesi più civili e avanzati, il finanziamento dell'Università sia pubblico e reperito attraverso la fiscalità generale, e non attraverso assurde e vergognose tasse universitarie imposte ad hoc al singolo studente, per giunta, grazie alla situazione italiana, secondo un criterio anti-progressivo da piramide rovesciata, per cui chi è più povero finirebbe, a causa dell'evasione e di altri meccanismi, a pagare di più.
In ogni caso, è necessario opporsi a questo ritorno alla barbarie che vede tutti gli investimenti solo in termini di risultati individuali e non di prestazioni pubbliche, e che spesso è caldeggiato dalle parti più avide e amorali della nazione. Una proposta alternativa seria, di civiltà, oltre che eliminare i tagli al finanziamento ordinario delle Università pubbliche, deve contemplare l'aumento degli incentivi per i ricercatori che vogliono lavorare in Italia (stranieri o italiani di ritorno), e l'eliminazione dei vari modi surrettizi con cui lo Stato italiano finanzia le Unversità private, che devono dimostrare, una volta per tutte, di potersi reggere sulle loro sole gambe. Tutto questo si può fare, e i soldi in più per Università e Ricerca si possono facilmente trovare, è solo una questione di scelta politica, anche considerando, in parallelo, la necessità di ridurre il debito pubblico. E' infatti ovvio che se, poniamo, si taglia del 50% l'assurda spesa per Difesa SPA (siamo al livello di una superpotenza come la Russia!), dei 16 miliardi di € annui risparmiati, ad esempio 10 possono andare in riduzione del debito, e 6 possono andare a università, ricerca, istruzione, sanità, e ambiente. E' solo un esempio, e se ne possono fare moltissimi anni.
E' quindi fondamentale rifiutare la logica, propria di Ichino, dei Bocconiani, e della destra liberista "all'italiana", che se il debito c'è non importa capire come e dove e perché si forma, e cosa si deve fare per ridurlo, tagliando dove e in quali proporzioni. Il debito non è un "noumeno" inconoscibile ai poveri cittadini. Questo è quello che vorrebbero farci credere quelli che, con il trucco delle tre carte, desidererebbero continuare a far sì che vengano versate montagne di soldi pubblici là dove si possono realizzare (grazie ai peggiori intrecci con la politica) enormi profitti privati, e, contemporaneamente, tagliare là dove queste possibilità di profitto non ci sono, ovvero nei servizi fondamentali che lo Stato eroga ai cittadini. Ottenendo, tra l'altro, come risultato accessorio, ma non disprezzabile, di distruggere gli strumenti critici che lo Stato, attraverso l'Istruzione Superiore, mette a disposizione dei cittadini per poter essere consapevoli e poter smascherare, quando si verifichino, eventuali truffe, magari verniciate di furore ideologico liberista.
Infine, come già accennato, sarebbe fondamentale disporre di una riforma che mettesse davvero ordine nel sistema universitario italiano e imponesse, in particolare, degli standard finalmente seri e riconoscibili agli atenei privati. Sarebbe essenziale, in particolare, che non venga più consentito agli atenei privati di essere mono-facoltà (quasi sempre Legge o Economia) con docenti tutti o quasi tutti "prelevati", a contratto, dagli atenei pubblici. Una seria riforma dovrebbe imporre agli atenei privati un lasso di tempo ragionevole, diciamo 5 anni, in cui assumere docenti propri a tempo indeterminato, pagati con risorse proprie, senza gravare più sugli atenei statali con il meccanismo dei contratti e dei congedi, e, contemporaneamente, dotarsi, chessò, almeno di una facoltà di scienze e di una di ingegneria. Solo così potrebbero finalmente dimostrare di poter aspirare a diventare qualcosa di serio, e dissipare l'impressione, che a volte danno, di apparire un grande carrozzone dispensa-"economisti" e dispensa-"legulei" pronti per andare al servizio dei ceti politici ed economici dominanti di turno.
[Post di Fabrizio Illuminati sul nucleare]
[Post di Fabrizio Illuminati sulla decrescita]
Cominciamo dalle ormai ricorrenti osservazioni, di Ichino e di altri, che l'università italiana è autoreferenziale e lontana dai circuiti internazionali di produzione e diffusione della conoscenza. Dunque, l'università italiana è in splendido isolamento, utile a riprodurre solo sé stessa? Andando a vedere nello specifico delle diverse aree disciplinari, sembrerebbe proprio di no, perlomeno nei settori scientifici e tecnico-ingegneristici, dove è costantemente agganciata alle migliori eccellenze internazionali, come dimostrano tutti gli indici quantitativi (a cominciare dagli h-index cumulativi dei nostri ricercatori), che stranamente, guarda un po', l'"economista" Ichino, che dovrebbe essere sensibile ai numeri e ai dati reali, rifiuta costantemente di prendere in considerazione. Sorprendente, no?!? In realtà l'afffermazione di Ichino sembrerebbe contenere una parte di ragione: c'è effettivamente un sottoinsieme delle Università e dei settori di ricerca italiani che è in sofferenza, rispetto agli standard di valutazione internazionali: si tratta, nella maggior parte dei casi, delle facoltà e degli "studi" economici e giuridici, il cui fiore all'occhiello, si fa per dire, dovrebbe essere rappresentato, secondo Ichino, dalla Bocconi e dai Bocconiani, così agganciati al treno internazionale da aver conferito la laurea honoris causa al ministro argentino dell'economia, Cavallo, pochi giorni prima che la sua disastrosa cura liberista "da cavallo" portasse al crollo del governo Menem e dell'economia argentina.
Veniamo ai commenti di Ichino su "fuga dei cervelli" e dintorni. Verissimo che i ricercatori stranieri non vengono in Italia (vengono in pochi, per essere più precisi). Ma in realtà anche qui bisogna analizzare e approfondire, e se ne scoprono subito delle belle. Consideriamo il caso dell'ingegneria e delle scienze "dure", cioè dei settori decisivi affinché una Unviersità possa chiamarsi tale, e il cui avanzamento è cruciale perché un paese possa davvero progredire. Noto, in passim, che Ichino e gli "economisti liberisti" all'italiana, questo fatto, ovvero l'importanza decisiva delle scienze all'interno della dinamica universitaria, lo negano strenuamente, riflettendo in questo la natura estremamente arcaica ed arretrata di parte del mondo imprenditoriale italiano e di buona parte del pensiero economico-giuridico che lo fiancheggia. Dunque, dicevamo che nel campo degli studi scientifico-tecnologici, gli stranieri in Italia vorrebbero venire, eccome. Ma quasi sempre si ritraggono, non appena vengono loro comunicate le tristi realtà del livello di salario che andrebbero a percepire, con gli assegni di ricerca fissati, per legge, ad un lordo massimo di 23.000 € annui, senza la possibilità di incremento, anche per gruppi di ricerca che potrebbero mettere a disposizione un budget superiore con fondi propri al 100% (per esempio ottenuti vincendo competizioni e calls europee). Questo è uno dei tipici "lacci e lacciuoli" contro i quali strepitano sempre Ichino e i liberisti, e uno dei più perniciosi. Ma, guarda caso, quando si tratta di Università Pubblica, Ichino e accoliti non si curano di questi problemi di funzionalità, anzi applaudono al maggior controllo politico e ai maggiori vincoli burocratici imposti dalla "riforma" Gelmini. Buffo eh?!? Se invece di blaterare di tasse cominciassimo a cambiare queste semplici cose, vedremmo come la situazione migliorerebbe prontamente. Ma questo, cioè il buon funzionamento della ricerca universitaria italiana, sembra non appassionare troppo Ichino e la sua compagnia di giro.
Ci sono poi le sgangherate giustificazioni che Ichino porta avanti per "mitigare" il fatto che, secondo tutti gli indici di valutazione possibili, le facoltà economiche e giuridiche italiane sono messe male, e ancora peggio se si vanno a vedere le Università "private" (finanziate generosamente con fondi pubblici attraverso vari meccanismi, più o meno occulti, su cui tornerò più sotto). Ancora una volta, Ichino nega validità a tutti gli indici e gli standard riconosciuti internazionalmente (con notevolissima dose di quel provincialismo che vorrebbe attribuire ai sostenitori dell'Università pubblica di qualità) per andare a citare i soliti studi, in italiano, dei soliti amici della Bocconi e dintorni, pubblicati dalle solite case editrici degli amici degli amici. Abbastanza patetico.
Ma il peggio deve ancora venire. Incredibili infatti sono le affermazioni di Ichino sul fatto che sarebbe inutile o addirittura controproducente recuperare una parte di evasione ed elusione fiscale (stimate tra i 200 e i 300 miliardi di € l'anno), ridurre i costi della politica (cioè dei soldi pubblici che vengono deviati agli apparati e ai "gruppi economici" a loro vicini, ormai stimati, prudentemente, in svariate decine di miliardi di € l'anno), e tagliare su spese pubbliche chiaramente inaccettabili, inutili, e/o dannose (con relativi giri di "costi della politica") quali ad esempio Protezione Civile SPA e, soprattutto, Difesa SPA. Per quest'ultima parliamo di una spesa pubblica annua pari a 32 miliardi di € contro un bilancio per l'intero comparto universitario di soli 6 miliardi di € (dopo i tagli Tremonti). E' incredibile che un "economista" come Ichino rifiuti di entrare nel concreto dei numeri e delle quantità, scendendo dal cielo degli slogan ideologici pseudo-liberisti e pseudo-liberali.
Veniamo ora al punto centrale della discussione tasse vs. spesa pubblica per l'Università: l'impressione di fondo in tutto questo dibattito è che Ichino e i suoi accoliti continuino a fare finta di non capire il fatto di base, semplicissimo e ovvio, che lo studio universitario e la preparazione che esso fornisce per vivere e operare in società, non sono un investimento INDIVIDUALE, bensì COLLETTIVO: se diventerò fisico e contribuirò a portare avanti la conoscenza, sarà la società nel suo complesso a beneficiarne, sarà un servizio pubblico reso alla collettività. Stesso discorso se diventerò medico, giudice, meteorologo, ingegnere. Ecco perché è giusto e sacrosanto che, come in tutti i paesi più civili e avanzati, il finanziamento dell'Università sia pubblico e reperito attraverso la fiscalità generale, e non attraverso assurde e vergognose tasse universitarie imposte ad hoc al singolo studente, per giunta, grazie alla situazione italiana, secondo un criterio anti-progressivo da piramide rovesciata, per cui chi è più povero finirebbe, a causa dell'evasione e di altri meccanismi, a pagare di più.
In ogni caso, è necessario opporsi a questo ritorno alla barbarie che vede tutti gli investimenti solo in termini di risultati individuali e non di prestazioni pubbliche, e che spesso è caldeggiato dalle parti più avide e amorali della nazione. Una proposta alternativa seria, di civiltà, oltre che eliminare i tagli al finanziamento ordinario delle Università pubbliche, deve contemplare l'aumento degli incentivi per i ricercatori che vogliono lavorare in Italia (stranieri o italiani di ritorno), e l'eliminazione dei vari modi surrettizi con cui lo Stato italiano finanzia le Unversità private, che devono dimostrare, una volta per tutte, di potersi reggere sulle loro sole gambe. Tutto questo si può fare, e i soldi in più per Università e Ricerca si possono facilmente trovare, è solo una questione di scelta politica, anche considerando, in parallelo, la necessità di ridurre il debito pubblico. E' infatti ovvio che se, poniamo, si taglia del 50% l'assurda spesa per Difesa SPA (siamo al livello di una superpotenza come la Russia!), dei 16 miliardi di € annui risparmiati, ad esempio 10 possono andare in riduzione del debito, e 6 possono andare a università, ricerca, istruzione, sanità, e ambiente. E' solo un esempio, e se ne possono fare moltissimi anni.
E' quindi fondamentale rifiutare la logica, propria di Ichino, dei Bocconiani, e della destra liberista "all'italiana", che se il debito c'è non importa capire come e dove e perché si forma, e cosa si deve fare per ridurlo, tagliando dove e in quali proporzioni. Il debito non è un "noumeno" inconoscibile ai poveri cittadini. Questo è quello che vorrebbero farci credere quelli che, con il trucco delle tre carte, desidererebbero continuare a far sì che vengano versate montagne di soldi pubblici là dove si possono realizzare (grazie ai peggiori intrecci con la politica) enormi profitti privati, e, contemporaneamente, tagliare là dove queste possibilità di profitto non ci sono, ovvero nei servizi fondamentali che lo Stato eroga ai cittadini. Ottenendo, tra l'altro, come risultato accessorio, ma non disprezzabile, di distruggere gli strumenti critici che lo Stato, attraverso l'Istruzione Superiore, mette a disposizione dei cittadini per poter essere consapevoli e poter smascherare, quando si verifichino, eventuali truffe, magari verniciate di furore ideologico liberista.
Infine, come già accennato, sarebbe fondamentale disporre di una riforma che mettesse davvero ordine nel sistema universitario italiano e imponesse, in particolare, degli standard finalmente seri e riconoscibili agli atenei privati. Sarebbe essenziale, in particolare, che non venga più consentito agli atenei privati di essere mono-facoltà (quasi sempre Legge o Economia) con docenti tutti o quasi tutti "prelevati", a contratto, dagli atenei pubblici. Una seria riforma dovrebbe imporre agli atenei privati un lasso di tempo ragionevole, diciamo 5 anni, in cui assumere docenti propri a tempo indeterminato, pagati con risorse proprie, senza gravare più sugli atenei statali con il meccanismo dei contratti e dei congedi, e, contemporaneamente, dotarsi, chessò, almeno di una facoltà di scienze e di una di ingegneria. Solo così potrebbero finalmente dimostrare di poter aspirare a diventare qualcosa di serio, e dissipare l'impressione, che a volte danno, di apparire un grande carrozzone dispensa-"economisti" e dispensa-"legulei" pronti per andare al servizio dei ceti politici ed economici dominanti di turno.
[Post di Fabrizio Illuminati sul nucleare]
[Post di Fabrizio Illuminati sulla decrescita]
mercoledì 16 febbraio 2011
Una mia mail nel dibattito su una lista civica per i beni comuni, a Torino
La direzione indicata da Ugo Mattei mi sembra la migliore e la più forte, sia dal punto di vista teorico che pratico: chi vorrà impegnarvisi non ha la garanzia della vittoria, ma non stiamo giocando né facendo una guerricciola politica
Vogliamo riconfigurare una nuova sinistra veramente e fortemente riformista (il che significa più rivoluzionaria di qualsiasi prospettiva rivoluzionaria libresca e puramente mentalistica) a partire dalle nuove idee proprie dello spirito del tempo, di cui la nozione di “beni comuni” appare essere una possibile chiave di volta.
Non si dica che è tardi per un simile esperimento, perché molti di noi auspicavano scelte di questo genere DA MESI, quindi semmai, sono gli attendisti che ora devono accelerare il ritmo per unirsi alla corsa comune di una sinistra che immobile non era proprio, almeno nel guazzabuglio interiore delle passioni.
L’unica obiezione virtualmente preoccupante cui mi pare si debba rispondere è la seguente: e se non riusciamo? Ebbene, perché non rivoltare la domanda così: se scegliessimo la via più facile, cioè tentare di eleggere almeno un rappresentante scelto in seno alla sinistra istituzionale, QUESTO CHE COSA CAMBIEREBBE? Dobbiamo accontentarci di sperare di venire talvolta ascoltati per finta oppure dobbiamo cercare di imporre sulla scena pubblica nuove parole d’ordine che – come ieri diceva benissimo Ugo – non siamo noi a comandare ma si stanno imponendo alle masse per la loro forza oggettiva?
Dobbiamo impegnarci per tentare di avere una voce critica nel deserto politico o vogliamo provare a ribaltare il tavolo irrompendo sulla scena politica con una forza nuova, una rappresentanza rinnovata, idee chiare distinte oneste e forti, elaborazioni nuove e profonde, parole fresche e autentiche e non cariche di una storia pur nobile ma ormai logorata dal tempo e dalla sorte?
Io non ho dubbi: se le domande che pongo sono giuste, bisogna rispondere con coraggio e passione che CERTAMENTE NOI NON CI ACCONTENTIAMO PIU’ DI UNA SINISTRA CHE SI ACCONTENTA.
Tentiamo la nostra sorte, mobilitiamo la cittadinanza tutta (perché su questi temi ho la certezza che sia persino possibile raccogliere simpatie da chi è estraneo alla sinistra), diamoci da fare e facciamoci vedere: se riusciamo sarà un trionfo politico e morale, se falliamo sarà comunque un coraggioso e onorevole tentativo, meglio che deperire stando alla finestra.
L’unico almeno per il quale io mi senta di battermi fino in fondo senza riserve.
Cari saluti
Edoardo Acotto
giovedì 23 settembre 2010
Cognizione sociale, social network e partecipazione politica. Traccia per un vecchio discorso. (2009)
Partecipazione e identità.
Le teorie psicologiche dell’identità sociale (si potrebbe dire “identità tout court” se si accetta che “il soggetto è ‘originariamente sociale’, è cioé sin dalla nascita inserito in una rete di rapporti con gli altri, parte della sua identità sarà determinata dall’appartenenza a gruppi”, Catellani, p.153) hanno messo in luce che l’identità sociale è definita da quella parte dell’immagine che un individuo si fa di se stesso, che deriva dalla consapevolezza di appartenere a un gruppo (o gruppi) sociale, unita al valore e al significato emozionale associati a tale appartenenza.
Si riteneva che fosse importante la “distintività positiva” del gruppo di appartenenza, ma sviluppi più recenti della teoria hanno messo in luce che l’appartenenza a un gruppo domina persino sulla positività dell’immagine del gruppo stesso. In altre parole, gli individui sembrano preferire appartenere a un gruppo eventualmente non connotato positivamente piuttosto che a un gruppo valutato come positivo ma non abbastanza identificabile (p.154).
Tralasciando gli ovvi commenti che si potrebbero fare su questo punto riguardo alla specificità dei tanti gruppi sociali connotati negativamente caratteristici del nostro paese (penso subito ai giovani concittadini di Roberto Saviano che lo accusano di avere infamato la loro città...) mi pare che questa ipotesi sia da prendere seriamente in considerazione per tentare una spiegazione del perché la sinistra abbia perso e stia tuttora perdendo consensi. Lungi dal voler ipostatizzare le identità, che sappiamo tutti, noi postmoderni e post-postmoderni, essere molteplici, frammentarie, aperte, creative, dinamiche e spesso ambigue, tuttavia è chiaro che per molti italiani è diventato oscuro che cosa significhi praticare la propria appartenenza alla Sinistra perché la Sinistra non ha più un’identità positiva chiara e distinta.
La Sinistra italiana ha coltivato troppo la distintività differenziale, a scapito dell’identificazione positiva.
Come dice Lakoff, con tutta la semplificazione possibile a uno psicolinguista americano che si occupa di politica: non bisogna utilizzare i frames concettuali degli avversari ma bisogna proporre i propri.
Se questo è stato fatto è stato fatto poco e male.
Partecipazione e NTIC
In un articolo intitolato E-democracy e politiche per la partecipazione dei cittadini, la sociologa Anna Carola Freschi sostiene l’importanza delle cosiddette NTIC relativamente all’opportunità di relazione sociale fra soggetti prima isolati, minoritari e dispersi e alla costruzione di identità sociali nuove:
“La disintermediazione dei flussi di comunicazione e la loro pluralizzazione – legata a bassi costi e crescente agilità nell’uso attivo dei nuovi media - hanno rafforzato le opportunità di relazione sociale fra soggetti prima isolati, minoritari e dispersi, con scarse risorse per accedere alla sfera pubblica attraverso il sistema mass mediale, se non attraverso canali consolidati e logiche specifiche, con tutti i costi derivanti in termini di condizionamenti forti nella costruzione di identità sociali nuove, dotate di una sufficiente autonomia.”
Che cosa siano queste nuove identità sociali autonome costruibili anche (non solo!) grazie alle NTIC è naturalmente un punto problematico, del tutto subordinato al nostro concetto di identità, oggi spesso declinato secondo la modalità della postmodernità liquida.
Mi interessa di più l’idea che vi siano opportunità di relazione sociale fra soggetti prima isolati, minoritari e dispersi. Mi interessa, evidentemente, perché mi riguarda... Fin dal 2001, nei mesi che precedettero il tragico contro-G8 di Genova, il social-network (allora la chat con amici di Rifondazione nell’apposita stanza di Tiscali) mi ha presentato la possibilità di entrare in relazione con altre persone interessate alla politica.
Avvicinando i partiti politici non mi ero mai sentito valorizzato, anzi mi sentivo trattato con fastidio da chi – secondo me – avrebbe potuto giovarsi della mia disponibilità a lavorare, imparare, rendermi utile.
Come dice ancora Freschi, uno degli elementi della crisi della relazione tra partecipazione dei cittadini e istituzioni politiche (includendo anche i partiti), è
"una domanda crescente e nuova da parte dei cittadini di poter valorizzare il proprio patrimonio di esperienze e competenze; le comunità locali e professionali emergenti, le associazioni, i singoli cittadini esprimono sempre più la volontà di essere ascoltati e giocare un ruolo più attivo anche 'tra una elezione e l'altra'.
[...]
Una delle dimensioni analitiche più interessanti di questo fenomeno [crisi della partecipazione al voto e parallela crescita di forme di partecipazione alternative] è proprio legato al contributo specifico e al tempo stesso alla rivendicazione identitaria in termini di ‘saperi’- spesso con uno spiccato carattere esperienziale, contestuale, critico - che proviene da tali soggetti sociali emergenti."
Un aspetto positivo dei social network è il rinvio di un’immagine di sé socializzata: se non è ancora la valorizzazione del patrimonio di sapere di ogni singolo individuo, è qualcosa che procede in quella direzione (io vengo talvolta ascoltato quando su FB scrivo di libri, di cultura, di politica, e mi è capitato che una persona conosciuta in rete, intelligente ma impolitica, orientatasi verso la Lega per motivi imperscrutabili, mi dicesse che gli avevo fatto tornare voglia di informarsi e comprendere la politica).
I social network, e in particolare FB, sono un’esteriorizzazione della capacità di ragionare insieme agli altri.
Intendo dire che non si tratta soltanto di “luoghi” (ovviamente virtuali) dove poter esplicare le proprie capacità di ragionamento argomentazione e comunicazione, ma di dispositivi cognitivi allargati. Realizzano qualcosa di simile a ciò che i filosofi chiamano “mente estesa”.
La nascita della scrittura e della sfera della documentalità (si vedano i lavori di Maurizio Ferraris) ha rappresentato per la specie umana la possibilità di ricorrere a una “memoria esterna”: un ampliamento della capacità di memorizzazione di informazioni manipolabili anche non in tempo reale, quindi a più riprese, in maniera stratificata e permettendo il sorgere di una memoria culturale più astratta rispetto ai modi della trasmissione orale.
La nascita del web rappresenta qualcosa di simile, l’invenzione di una super-scrittura che superi i limiti spaziali come la scrittura superava quelli temporali dell’archiviazione di tracce: la possibilità di comunicare tutto a tutti sembra finalmente alla portata, e FB rende concreta questa possibilità per la cosiddetta moltitudine.
È chiaro che FB ha dei limiti strutturali, propri di un’impresa privata paradigmatica del turbocapitalismo da new-economy, tuttavia questi limiti sono sufficientemente larghi da permettere di usarlo come un efficace strumento di comunicazione politica, più e diversamente dagli altri popolari social network (Myspace, Youtube al quale però FB si appoggia molto per la fruizione e condivisione di documenti audiovisivi).
Alcuni analisti hanno adottato toni entusiastici nei confronti delle cosiddette “nuove tecnologie” (guardare sempre con sospetto all’aggettivo “nuove”):
"la rete permette di organizzarsi per agglomerati tematici e non solo territoriali e può rappresentare una forma di partecipazione succedanea rispetto ai vecchi modelli dell’impegno politico" (Giuseppe Di Caterino e Giuseppe A. Veltri, La necessaria evoluzione della militanza politica).
In assenza di studi che quantifichino questo fenomeno, tuttavia siamo nel campo delle intuizioni.
Terminerò dunque esponendo un paio di mie intuizioni personali.
All’opposizione tra partiti politici e associazionismo, netta e impermeabile come la presenta lo storico Paul Ginsborg in La democrazia che non c’è, affiancherei un’altra opposizione relativa ai modi comunicativi possibili in rete.
1) comunicazione “verticale”, dall’alto in basso, “moderata”, ego-centrata; è quella tipica del blog, utilizzata molto bene da Grillo e Di Pietro, e praticamente sconosciuta ai politici del PD e della sinistra, con l’eccezione significativa di Nichi Vendola.
Di Caterino e Veltri sostengono che i blog sono “intesi come nuove forme di militanza, luoghi di discussione e confronto attraverso tutti i benefici che la rete offre: da un platea potenzialmente enorme a forme di integrazione e group thinking (grazie a network e blog aggregators), sino all’utilizzo dell’enorme database di sapere che internet costituisce.”
Questa forse può essere la forma di comunicazione elettronica migliore per la forma-partito, perché veicola tacitamente l’elemento gerarchico e organizzativo necessario a un partito, anche leggero e postmoderno, o vicino alla forma-movimento come le liste di Grillo.
2) comunicazione “orizzontale”, tipica di FB, diffusione “rizomatica” dell’informazione, priva di censure oltre a quelle dettate dalla legge (americana: molto pruriginosa in fatto di sessualità ma del tutto tollerante nei confronti dell’espressione di simpatie nazifasciste, verso la mafia, o di aggressione verbale ai danni di mioranze etniche come i rom e i sinti). Ciascun utente è un individuo, atomo, nodo, e costruisce intorno a sé il proprio mondo-ambiente - Umwelt – virtuale. Qui c’è più libertà di associarsi agli “amici” coi quali si va d’accordo, quindi il rischio è di parlare soltanto a chi la pensa come noi, l’elusione del confronto e della dialettica.
Questa forma di comunicazione elettronica però può essere quella migliore per affrontare il problema identitario di cui dicevo all’inizio. La comunicazione “orizzontale” tipica di un social network come FB non rischia la vuota omogeneità, il conformismo, proprio perché ogni individuo-utente è il centro del proprio gruppo virtuale e nulla lo trattiene mai dall’esprimere il proprio pensiero, anche solo per dettagliare minime differenze o punti di vista personali che in un blog sarebbero insensati e fuori posto.
La comunicazione orizzontale propria dei social network à la FB sembrerebbe più adatta al mondo delle associazioni, che si nutrono (o dovrebbero) di molteplici proposte non filtrate da gerarchie organizzative.
Come tutte le opposizioni concettuali, anche questa che ho delineato, tra e-communication verticale e orizzontale è forse destinata a decostruirsi, e del resto ci può essere interazione tra le due forme comunicative, tuttavia almeno nell’immediato corrisponde probabilmente a una dualità di pubblico e utenza.
Esempio: ho l’impressione, tutta da verificare, che i “grillini” comunichino meno con FB, ma piuttosto a partire dall’informazione “lasciata fluire verso il basso” dal blog di Grillo. Se un utente del blog di Grillo apporta informazione non si tratta di informazione teorica ma pratica (denuncia di questo o quel caso locale pertinente ai temi che stanno a cuore dei grillini).
Su FB invece c’è una maggior circolazione dell’informazione da un utente all’altro, secondo dinamiche cognitive e statistiche (a parità di difficoltà di fruizione, ciò che è più rilevante si diffonde maggiormente, cfr. Teoria della Pertinenza).
Questi due modi comunicativi corrispondono implicitamente a due modi diversi di intendere la partecipazione, la comunicazione e in fin dei conti il potere: da una parte il modello gerarchico-arborescente del blog, la partecipazione strutturata dall’alto (simile alla tradizionale militanza partitica); dall’altra parte il modello rizomatico, interconnesso, proprio di FB et similia, dove la comunicazione è democratica, libertaria e direi quasi anarchica o con parola di Aldo Capitini: omnicratica.
Post Scriptum: da questa bozza ho poi ricavato una presentazione aggiornata, per un workshop alla facoltà di Informatica di Torino, durante la protesta contro la riforma Gelmini. Qui il link al powerpoint.
Post Scriptum: da questa bozza ho poi ricavato una presentazione aggiornata, per un workshop alla facoltà di Informatica di Torino, durante la protesta contro la riforma Gelmini. Qui il link al powerpoint.
giovedì 27 maggio 2010
Piccolo manifesto metaforico per la Sinistra e il Pensiero (in fieri)
Dopo ripetute conversazioni con alcuni esponenti della Sinistra torinese, associazionista e partitica, ho deciso di intervenire a gamba tesa nel dibattito, iniziando a scrivere un piccolo manifesto ("bisogna scrivere documenti!", mi si dice).
La mia convinzione è che la Sinistra non abbia più parole d'ordine, non dico valide, ma di nessun genere.
Abbiamo rinunciato a tutto, anche ai pensieri, e la nostra debolezza pratica deriva dalla nostra inconsistenza teorica.
Voglio che si torni a pensare la politica, senza remore, liberamente prelevando concetti militanti dal corpo della filosofia, delle scienze, della storia e dell'arte, come mi hanno insegnato a fare i migliori filosofi postmoderni: Gilles Deleuze e Jacques Derrida, tra i morti; Alain Badiou e Slavoj Zizek tra i viventi (e Capitini insegna la compresenza dei morti e dei viventi).
Sono uno dei tanti che ha questo desiderio di pensare fuori dai vincoli suicidi delle necessità concrete, dei patteggiamenti, degli apparentamenti, delle strategie e delle tattiche, sempre perdenti e umilianti.
Perché la Sinistra possa respirare, e con essa una nuova società e una nuova umanità, ciascuno di noi deve dare forma espressiva al proprio pensiero politico.
Con tutti i miei limiti teorici e pratici, io comincio.
***
Piccolo manifesto metaforico per la Sinistra e il Pensiero (in fieri)
1) Soggetto politico è il soggetto fedele a certe verità.
2) La triplice verità sintetica della Sinistra è che gli uomini sono liberi, uguali e fraterni.
2.1) Libertà è la verità contraria a ogni tipo di autoritarismo, di destra e di sinistra; Uguaglianza è la verità contraria al capitalismo; Fraternità è la verità dell'empatia e della nonviolenza.
3) Il capitalismo è il falso sistema sociale che ha distrutto libertà, uguaglianza, fraternità.
3.1) Il capitalismo ha distrutto anche l'idea che libertà, uguaglianza, fraternità siano delle verità (o dei valori).
3.2) La Sinistra è anti-capitalista o non è Sinistra.
4) Il capitalismo è il simbolo dell'umanità deietta.
4.1) Il capitalismo non si può riformare ma solo combattere, indebolire, sconfiggere e superare.
5) Anarchia è il nome della Sinistra fedele a libertà, uguaglianza e fraternità.
5.1) Marxismo è il nome della Sinistra che non ha saputo essere fedele alle verità della Sinistra.
5.2) Il Marxismo non è una forma scientifica di pensiero politico, bensì una ottocentesca filosofia idealista e anti-scientifica.
5.3) Seppellire il cadavere del Marxismo, qualunque sia la sua varietà "neo-" e "post-", è una condizione necessaria per una Sinistra pensante.
6) L'Anarchia è l'organizzazione anti-capitalista del futuro dell'umanità.
7) La sintesi di Anarchia e Nonviolenza è il compito della Sinistra del futuro.
8) Se un'umanità degna di questo nome ha un futuro, non può essere che la Sinistra.
9) Il futuro del capitalismo è la morte dell'umanità.
10) Piuttosto che farci distruggere dal capitalismo pensiamo a distruggere il capitalismo.
La mia convinzione è che la Sinistra non abbia più parole d'ordine, non dico valide, ma di nessun genere.
Abbiamo rinunciato a tutto, anche ai pensieri, e la nostra debolezza pratica deriva dalla nostra inconsistenza teorica.
Voglio che si torni a pensare la politica, senza remore, liberamente prelevando concetti militanti dal corpo della filosofia, delle scienze, della storia e dell'arte, come mi hanno insegnato a fare i migliori filosofi postmoderni: Gilles Deleuze e Jacques Derrida, tra i morti; Alain Badiou e Slavoj Zizek tra i viventi (e Capitini insegna la compresenza dei morti e dei viventi).
Sono uno dei tanti che ha questo desiderio di pensare fuori dai vincoli suicidi delle necessità concrete, dei patteggiamenti, degli apparentamenti, delle strategie e delle tattiche, sempre perdenti e umilianti.
Perché la Sinistra possa respirare, e con essa una nuova società e una nuova umanità, ciascuno di noi deve dare forma espressiva al proprio pensiero politico.
Con tutti i miei limiti teorici e pratici, io comincio.
***
Piccolo manifesto metaforico per la Sinistra e il Pensiero (in fieri)
1) Soggetto politico è il soggetto fedele a certe verità.
2) La triplice verità sintetica della Sinistra è che gli uomini sono liberi, uguali e fraterni.
2.1) Libertà è la verità contraria a ogni tipo di autoritarismo, di destra e di sinistra; Uguaglianza è la verità contraria al capitalismo; Fraternità è la verità dell'empatia e della nonviolenza.
3) Il capitalismo è il falso sistema sociale che ha distrutto libertà, uguaglianza, fraternità.
3.1) Il capitalismo ha distrutto anche l'idea che libertà, uguaglianza, fraternità siano delle verità (o dei valori).
3.2) La Sinistra è anti-capitalista o non è Sinistra.
4) Il capitalismo è il simbolo dell'umanità deietta.
4.1) Il capitalismo non si può riformare ma solo combattere, indebolire, sconfiggere e superare.
5) Anarchia è il nome della Sinistra fedele a libertà, uguaglianza e fraternità.
5.1) Marxismo è il nome della Sinistra che non ha saputo essere fedele alle verità della Sinistra.
5.2) Il Marxismo non è una forma scientifica di pensiero politico, bensì una ottocentesca filosofia idealista e anti-scientifica.
5.3) Seppellire il cadavere del Marxismo, qualunque sia la sua varietà "neo-" e "post-", è una condizione necessaria per una Sinistra pensante.
6) L'Anarchia è l'organizzazione anti-capitalista del futuro dell'umanità.
7) La sintesi di Anarchia e Nonviolenza è il compito della Sinistra del futuro.
8) Se un'umanità degna di questo nome ha un futuro, non può essere che la Sinistra.
9) Il futuro del capitalismo è la morte dell'umanità.
10) Piuttosto che farci distruggere dal capitalismo pensiamo a distruggere il capitalismo.
giovedì 6 maggio 2010
Depressione politica
(aggiornamento 21 dicembre 2010)
Anche stasera, speravo, insieme ad altri, che allla riunione si decidesse che avremmo fatto una lista civica con le nostre idee, umilmente ma senza badare alle contingenze politiche, per affermare ciò che davvero crediamo.
Pare impossibile, almeno per ora, ma io non mi lascio scoraggiare: sono sicuro di poter trovare QUALCUNO CHE LA PENSI ESATTAMENTE COME ME...
***
(6 maggio 2010)
La riunione da Terry è stata depressiva perché mi ha chiaramente manifestato la mancanza di un orizzonte comune per "la sinistra" torinese e nazionale (lasciamo perdere quella internazionale).
Viene da pensare che cazzeggiare alla Toni Negri sia l'unico modo di consolarsi fingendo ancora di pensare (al)la poltica.
Che cosa ci distingue da quelli del PD? Loro vogliono amministrare, possono anche essere spinti dalle migliori intenzioni del mondo, però hanno come uno scudo protettivo nella coscienza, per cui non si sentono in dovere di non tollerare gli orrori che la semplice ammministrazione dell'esistente inevitabilmente produce.
Noi non vogliamo tollerare l'orrore, ci appare chiaramente che "ne va" della nostra dignità umana. E' questo il concetto che ci frega.
Forse i compagni "non non-violenti" hanno ugualmente rinunciato alla loro dignità umana, accettando di poter eventualmente ferire e uccidere, persino gli innocenti (come ad Atene) o persone che difendono l'orrrore ma non ne sono direttamente responsabili (come i poliziotti in Val di Susa).
Mi sento come Kurz prima di farsi ammazzare: politicamente, vedo ormai solo l'Orrore...
Anche stasera, speravo, insieme ad altri, che allla riunione si decidesse che avremmo fatto una lista civica con le nostre idee, umilmente ma senza badare alle contingenze politiche, per affermare ciò che davvero crediamo.
Pare impossibile, almeno per ora, ma io non mi lascio scoraggiare: sono sicuro di poter trovare QUALCUNO CHE LA PENSI ESATTAMENTE COME ME...
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(6 maggio 2010)
La riunione da Terry è stata depressiva perché mi ha chiaramente manifestato la mancanza di un orizzonte comune per "la sinistra" torinese e nazionale (lasciamo perdere quella internazionale).
Viene da pensare che cazzeggiare alla Toni Negri sia l'unico modo di consolarsi fingendo ancora di pensare (al)la poltica.
Che cosa ci distingue da quelli del PD? Loro vogliono amministrare, possono anche essere spinti dalle migliori intenzioni del mondo, però hanno come uno scudo protettivo nella coscienza, per cui non si sentono in dovere di non tollerare gli orrori che la semplice ammministrazione dell'esistente inevitabilmente produce.
Noi non vogliamo tollerare l'orrore, ci appare chiaramente che "ne va" della nostra dignità umana. E' questo il concetto che ci frega.
Forse i compagni "non non-violenti" hanno ugualmente rinunciato alla loro dignità umana, accettando di poter eventualmente ferire e uccidere, persino gli innocenti (come ad Atene) o persone che difendono l'orrrore ma non ne sono direttamente responsabili (come i poliziotti in Val di Susa).
Mi sento come Kurz prima di farsi ammazzare: politicamente, vedo ormai solo l'Orrore...
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