E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)

lunedì 6 dicembre 2010

Dialogo tra un sordo marxista platonico, e un sordo anarchico pseudocognitivista

  • Edoardo Acotto sospettare di tutte le "scienze" formate con nome+ismo
    10 ore fa ·

  • Italo Nobile Ma il marxismo non è una scienza, quanto un programma di ricerca. E io, al contrario di Marx, uso il termine "Marxismo" pur diffidandone. La verità è una risultante e contribuisce chi si espone.
    10 ore fa · ·

  • Edoardo Acotto
    ecco se mi dici che il marxismo non è una scienza allora sì che se ne può parlare...
    PS ma scusa Marx non diceva di non essere marxista? Io però penso che abbia ragione Chomsky, a diffidare delle dottrine che vengono irrigidite e simboleggia...te col nome del loro iniziatore (marxismo, leninismo, freudismo, darwinismo ecc.)Mostra tutto

    10 ore fa ·

  • Italo Nobile Ma dire di appartenere ad una Famigghia, non vuol dire che non dai tre pallottole al tuo fratellino...
    9 ore fa · ·

  • Edoardo Acotto sì ma un fisico relativista non dice: sono un einsteiniano, come mai?
    circa un'ora fa ·

  • Italo Nobile Beh, c'è l'interpretazione di Copenaghen ad es. e quelli che sono contro l'interpretazione di Copenaghen della MQ
    59 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto sì ma non si chiamano bohriani o heisenberghiani o che so io. Chosmky sfotte bene il tarlo implicito nel reclamarsi alla firma (Deleuze) di un pensatore.
    "Hegeliani", "heideggeriani", "deleuziani", "derridiani" ecc.

    52 minuti fa ·

  • Italo Nobile Dire di essere deleuziani è ammettere che non c'è scienza. Gli scienziati rispettano rigidamente il centralismo democratico. Altrimenti ammetterebbero una debolezza.
    48 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto ecco, me invece c'è scienza eccome.
    46 minuti fa ·

  • Italo Nobile Le differenze ci sono, ma vengono rimosse. Forse c'è un metodo unitario di verifica, ma non credo neanche questo. C'è una forte ideologia nella scienza. E forti interessi materiali pure. Pensa se dicessero apertamente di schierarsi. Forse perderebbero il rispetto di quelli che scienziati non sono
    46 minuti fa · ·

  • Italo Nobile Io sono un po' feyerabendiano. Qualcosa va, ma non si sa cosa
    45 minuti fa · · 1 personaCaricamento in corso... ·

  • Edoardo Acotto
    Sono questioni marginali e che non scalfiscono di un'unghia il lavoro che uno scienziato onesto e intelligente fa e deve fare.
    Nella scienza, prima che ideologia, ci sono oggetti, formalismi e vincoli metodologici e logici senza i quali non ...si produrrebbe conoscenza del mondo esterno. Che nonostante tutte le ideologie mi pare una cosa essenziale anche per coloro che preferiscono riflettere su altri mondi possibili, me compreso.Mostra tutto

    42 minuti fa ·

  • Edoardo Acotto Sì poi però quando Ratzinger lo ha citato contro Galilei lui era dispiaciuto...
    40 minuti fa ·

  • Italo Nobile Lo scienziato onesto mi sembra un ipotesi ad hoc
    39 minuti fa · ·

  • Italo Nobile Feyerabend piace molto ai Cattolici perchè fa dire cazzate a tutti. Un sincero anarchico
    39 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    Ne conosco a carriolate. L'onestà intellettuale è un'idealizzazione utile per impostare il discorso, se no è chiaro che chiunque piega qualsiasi cosa a qualunque fine schifoso.
    Ma basta guardare da vicino come lavorano gli scienziati e ci si... rende conto che i filosofi che parlano di loro non sanno di che parlano.Mostra tutto

    37 minuti fa ·

  • Italo Nobile Gli scienziati se parlano dicono più cazzate dei filosofi...vedi un po' tu come si è combinati.
    Gli scienziati sono come quello maledetto da Alex Drastico: stanno muti tutto il tempo tranne pochissimi minuti dove dicono cazzate inenarrabili

    35 minuti fa · ·

  • Italo Nobile Oddio se parlano con i loro formalismi, tanto rispetto per il pidgin, però se vogliono trasmettere conoscenza sono più coglioni di noi.
    Prendi Zichichi, Boncinelli, Odifreddi. Valgono Baricco

    34 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    Ma va, Zichichi è un coglione, gli altri due no per nulla e mi risulta che sia Odifreddi il più divulgativo. Ma questo name dropping è ad hoc, questo sì. Che c'entrano i singoli?
    E se tu chiami pidgin la matematica e la fisica, scusa tanto m...a mi sa che ti sfugge qualcosa.
    Il sapere matematico non si può "divulgare" al 100%, esattamente come a un ascoltatore naif non si può spiegare la musica come pensata e vissuta dal compositore.
    Certa conoscenza è incomunicabile a prescindere dal suo formalismo, appunto quella insita nella matematica, nella logica, nella musica, forse pure nella fisica.
    Puoi anche provare parafrasare e divulgare, ma non conservi integralmente l'informazione, ovvio.
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    25 minuti fa ·

  • Italo Nobile
    Per me non è tanto ovvio. Per me è un problema serio. Ovviamente lo scienziato ci può passare sopra, tanto a lui che frega ? Dice quattro cazzate e si sdraia. Tanto è lo scienziato.
    Whitehead del rapporto tra mondo della fisica e mondo quoti...diano ne faceva un problema filosofico e anche lo Husserl della Crisi.
    Per me ripeto si tratta di un problema serio.
    Ovviamente fin quando non si risolve, per me dal punto di vista filosofico uno scienziato vale quanto un sofferente mentale. Si legge quello che scrive, ma come una sintomatologia.
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    20 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    e non ti viene in mente che anziché psicoanalizzare gli scienziati sarebbe meglio psicoanalizzare i nevrotici?
    Voglio dire, la scienza funziona, e basta che funzioni, poi il filosofo filosofeggia e chiarisce i concetti che gli scienziati las...ciano confusi e oscuri. Ma da qui a pretendere di avere il punto di vista migliore perché "la scienza non pensa" e simili amentià, passa la distinzione tra un lavoro intellettuale che si confronta con la realtà e uno che si confronta coi propri concetti, insomma la differenza tra materialismo e idealismo.
    Ah già, ma tu sei platonico...
    Be', per me è seriamente inconcepibile.
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    15 minuti fa ·

  • Italo Nobile
    Non si tratta di psicoanalizzare, ma si tratta di dare una rappresentazione a cose che valgono solo perchè funzionano
    Ma le cose che valgono solo perchè funzionano al massimo sono il trapano e il commissario Rex. Ma una persona se deve spieg...are. Non è che fa come Clint Eastwood, spara e lo intervistiamo o diciamo "Chi sa fa e chi non sa insegna". Perchè così arriviamo ai figli dei camorristi che non vanno a scuola e a Berlusconi con le tre I, le tre D etc etcMostra tutto

    8 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    ecco adesso ci manca solo che tu dica che camorra e Berlusconi sono colpa dell'atteggiamento scientifico.
    Ben vengano tutte le epoché, purché i filosofi non dimentichino che il pensiero filosofico è una modalità derealizzante della mente uma...na.
    Scienza e filosofia sono cose completamente diverse. La scienza funziona, spiega il mondo in maniera progressivamente sempre più limpida e per capirla bisogna farsi un culo così.
    La filosofia per parte sua illumina zone d'ombra dell'umano, ma si presta anche a fraintendimenti ed errori a prova di bomba, nonché a dottrine misteriche e inverificabili che corroborano soltanto la psiche dei suoi adepti (vedi certo postmodernismo, certo heideggerismo, certa filosofia cristiana ma anche un certo marxismo).
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    circa un minuto fa ·

sabato 4 dicembre 2010

Lezioni cinematografiche di cunnilingus. Kaboom di Gregg Araki (Vogue14)

Pubblicato su Vogue.it

Se volete vedere un film che mescola generi e citazioni, Twin peaks con Matrix e il Dottor Stranamore, Eyes Wide Shut con Strange days e Le streghe di Eastwick, il tutto condito da un irresistibile erotismo lesbo-gay appena attenuato dalla commedia, non perdetevi il nuovo film del regista nippo-americano Gregg Araki, in questi giorni sugli schermi del Torino Film Festival: Kaboom, già vincitore della Queer Palm al Festival di Cannes 2010.
Non manca nulla per divertirsi: un ritmo rapidissimo, bravi attori giovani, belli e molto sexy (Roxane Mesquida è una strega lesbica che non perdona), humour, mistero, visioni, complotti, inseguimenti, travestimenti, personaggi bizzarri e sesso soft. Ma neanche tanto soft, se si considera la piccola lezione di cunnilingus per machos troppo pieni di sé: la vagina non è un piatto di spaghetti e il clitoride è come un piccolo pene, va trattato di conseguenza…
L’atmosfera è surreale e fumettistica, ma il film non si dimentica mai dello spettatore e, nonostante il sovrapporsi di colpi di scena ai limiti della credibilità, non c’è nemmeno un momento di noia.
Belle musiche post-rock e un finale a sorpresa più che esaltante: di che uscire dalla sala con l’aria pienamente soddisfatta. E con qualche consolidamento delle proprie nozioni sessuali.

Facebook e la filosofia: un pezzo per Alfabeta 2

Esteriorizzazione
Per chi può permettersi un computer e un abbonamento a internet – e non sono ancora tutti, nemmeno nei paesi più ricchi – l’esistenza odierna è parzialmente online. Sembra allora un compito arduo provare a indicare un senso globale delle interazioni tra i soggetti che popolano i social network, per la pervasività delle pratiche di vita online e per il continuo intreccio di attuale e virtuale.
Considero i social network in generale come una "tecnologia dell'intelletto" (Jack Goody a proposito della scrittura) e in particolare come un’esteriorizzazione della facoltà di ragionare: non solo luoghi virtuali ma veri e propri dispositivi cognitivi allargati, una protesi delle facoltà mentali innate e culturalmente implementate. La nascita della scrittura, per esempio, ha rappresentato per la specie umana la possibilità di ricorrere a una memoria esterna, a un ampliamento della capacità di memorizzazione di informazioni manipolabili in tempo differito, in maniera complessa e stratificata, permettendo così il sorgere di una memoria culturale più astratta rispetto ai modi della trasmissione orale. Come la scrittura ha testualizzato la differenza temporale, così i social network virtualizzano la differenza spaziale.
Alle frequenti critiche secondo cui le nuove tecnologie di informazione e comunicazione impoverirebbero le facoltà cognitive e comunicative  si può facilmente obiettare che i social network, entro i limiti formali, contenutistici e stilistici loro propri, sono naturali catalizzatori di letto-scrittura. In particolare Facebook, il re di tutti i social network, risulta simile a una lenta multi-chat, un dialogo scritto, virtualmente aperto a tutti: la necessaria differenza temporale che intercorre tra una produzione segnica e le risposte da essa occasionate, rappresenta un modo per custodire il logos, o quel che ne resta. In seno alla società dello spettacolo generalizzato, Facebook ha definitivamente inaugurato l’epoca dei nuovi soggetti (online) che leggono e scrivono, svincolati dalla necessità di offrire la loro immagine corporea in tempo reale (non è più così frequente sentirsi  invitare a continuare la conversazione sulla video-chat di skype).
Anche se le ricadute emotive della frequentazione di Facebook sono molte e interessanti, mi concentrerò su ciò che Facebook fa o sembra fare al pensiero e alla comunicazione.

giovedì 2 dicembre 2010

Formalizzare la rilevanza musicale (versione preliminare accettata ad AISC 2010. Contiene alcuni errori che sto correggendo)

Formalizzare la rilevanza musicale
Edoardo Acotto
Department of Computer Sciences, University of Turin; corso Svizzera, 185 10149 Turin,
Italy; Tel. +39 0116706711, Fax +39 011751603

 

1. Generative Theory of Tonal Music, Tonal Pitch Space, Relevance Theory

 

Il presente studio ha come obiettivo la formulazione e la formalizzazione del concetto di Rilevanza Musicale[1], a partire dalla Relevance Theory (d’ora innanzi RT) [1]. Pur concepita nell’ambito del computazionalismo, RT non ha ancora trovato applicazioni computazionali e non è mai stata applicata alla cognizione musicale. Il concetto di Rilevanza Musicale permetterebbe di spiegare in parte il comportamento musicale degli ascoltatori e le scelte dei compositori e un’efficiente implementazione potrebbe fornire un ausilio alla composizione. Inoltre, indagare la plausibilità di un dispositivo computazionale per il calcolo della Rilevanza Musicale può contribuire alla formulazione di una teoria cognitiva dell’ideazione musicale e del pensiero creativo in generale. In questo studio proponiamo di ibridare la RT con la Generative Theory of Tonal Music (d’ora innanzi GTTM) [2], al fine di formulare un algoritmo per il calcolo della Rilevanza Musicale, approssimando così un modello di simulazione del ragionamento musicale.
GTTM intende descrivere la comprensione musicale di un ascoltatore esperto, postulando l’esistenza di rappresentazioni mentali musicali strutturate su quattro livelli: due strutture “orizzontali”, ritmo e raggruppamento, e due strutture gerarchiche “verticali” formalizzabili come alberi binari [4, p. 253] e chiamate “riduzione temporale” e “riduzione del prolungamento”. GTTM trova in [3] un parziale riaggiustamento e un complemento, specialmente in fatto di quantificazione e formalizzazione dei parametri cognitivi musicali (analizzati in [2] come “regole di preferenza” non facilmente implementabili [4]).
RT è stata inizialmente formulata come teoria cognitivo-pragmatica della comunicazione, ma si è successivamente espansa fino ad assumere le dimensioni di una teoria generale della cognizione. Il Principio di Rilevanza Cognitiva si formula così: “La cognizione umana tende a essere guidata dalla massimizzazione della rilevanza” [5]. La rilevanza di un input è definita come rapporto ottimale tra sforzo ed effetto cognitivi. Qualsiasi input è rilevante per un individuo, in un certo contesto cognitivo, quando può essere messo in relazione all’informazione registrata e accessibile, producendo un “effetto cognitivo positivo” [5]. La rilevanza di un input è una variabile continua e non categoriale e un concetto comparativo e non quantitativo (“x è più rilevante di y, per P nel contesto C al momento t”)[2]. Quanto maggiori sono gli effetti cognitivi, tanto maggiore sarà la loro rilevanza; viceversa, quanto minore è lo sforzo di processamento, tanto maggiore sarà la rilevanza dell’input (ceteris paribus).
Per rendere computazionale la teoria della Rilevanza Musicale dobbiamo però trasformare la Rilevanza in variabile quantitativa. Poiché in [1] non è previsto alcun metodo per calcolare la Rilevanza, formulare un algoritmo che ne approssimi il valore relativamente a un flusso di input musicali ci sembra costituire un passo decisivo per mettere alla prova la natura computazionale del Principio di Rilevanza Cognitiva.

2. Calcolare lo sforzo di trattamento (ST)


In accordo con RT, per risultare (più) rilevante (di un altro), un brano musicale richiedente un certo sforzo di processamento dovrà offrire in cambio un proporzionato effetto cognitivo/emotivo[3] (maggiore di quello offerto da un altro brano richiedente un analogo sforzo di processamento). Per poter calcolare la rilevanza di un input qualsiasi è però necessario quantificare entrambe le variabili che la costituiscono, per definizione: lo sforzo di trattamento e l’effetto cognitivo/emotivo. Riguardo allo sforzo di trattamento (ST), né in [1] né in [2] o [3] vengono formulati metodi per calcolarlo. Riguardo invece all’effetto musicale (EM), inteso come effetto cognitivo/emotivo causato dalla percezione di un brano musicale, diversi algoritmi sono formulati in [3] per il calcolo della tensione e dell’attrazione tonali: tensione e attrazione costituiscono un probabile nucleo di EM, pur non esaurendolo.
Individuiamo due dimensioni di ST: una “orizzontale”, determinata dal fluire del tempo musicale, e una “verticale”, strutturale e gerarchica (la comprensione delle proprietà strutturali di un brano musicale è parte fondamentale della sua comprensione anche non esperta [7]; possiamo pertanto ipotizzare plausibilmente che una quota di ST sia investita nel rilevamento delle proprietà strutturali della musica udita).
In virtù della necessità di mantenere in memoria un numero crescente di eventi musicali,  ipotizziamo poi un progressivo aumento di ST al trascorrere del tempo musicale. Date le capacità finite di immagazzinamento nella memoria di breve termine, ST non crescerà indefinitamente al semplice sommarsi degli eventi sonori: postuliamo l’esistenza di un filtro cognitivo che processi  l’accumulo dei gruppi-frasi, intesi come Gestalten. Poiché le strutture del Raggruppamento di GTTM si elevano ricorsivamente a partire da unità minime, ipotizziamo che un buon livello di default, plausibile a livello psicologico, possa essere il livello del gruppo minimo, ossia quello di più basso livello gerarchico, spesso coincidente con un inciso della tradizione musicale occidentale. Nel nostro modello, ogni gruppo-frase riceverà un numero progressivo che misuri l’incremento lineare di ST, nell’ipotesi che la mente calcoli il progressivo allontanamento dall’inizio strutturale del brano: a tale numero dovremo aggiungere i valori della dimensione gerarchica di ST.
In [8] Katz e Pesetsky osservano che tanto la riduzione temporale (time-span reduction = TSR) quanto la riduzione del prolungamento colgono importanti proprietà strutturali della musica: dopo avere confrontato le due strutture, gli autori concludono che ha importanza formale soltanto la nozione di “distanza dalla radice” di un nodo della struttura gerarchica degli eventi sonori. Tale distanza viene quantificata attraverso un “numero RD”: “The RD number of an event e in a structure K, RD(e), is the number of nodes that nonreflexively dominate the maximal projection of e (i.e. eP) in K” [8, p. 32-27]. Considereremo la distanza gerarchica di ciascun evento sonoro dalla propria “proiezione massima”, ossia il suo “numero RD”, come una componente di ST. Poiché nella formalizzazione di [8] il numero RD dell’evento dominante – la testa della frase musicale – è uguale a zero, e poiché non è plausibile che la percezione del primo di una serie di eventi sonori abbia un costo cognitivo nullo, aumenteremo di una unità i numeri RD calcolati secondo la regola di Katz e Pesetsky.
Calcoleremo dunque ST ricorrendo alle regole di TSR formulate in [2, p. 152-178] e parzialmente implementate in [4]. Ottenuta la segmentazione del brano musicale in gruppi-frase, l’algoritmo assegnerà a ognuno di questi un numero progressivo; successivamente si applicherà la regola di Katz-Pesetsky per trovare i numeri DR di ciascun evento sonoro e, dopo averli aumentati di una unità, l’algoritmo li sommerà al numero – che chiameremo “Ng”[4] – proprio di ciascun gruppo-frase. Il semplice algoritmo descrivente questo processo di calcolo di ST sarà dunque:

ST = Ng + DR’ (dove ST = sforzo di trattamento cognitivo; Ng = numero progressivo di gruppo-frase; DR’ = numero DR aumentato di un’unità).

Così calcolato, ST verrà messo in rapporto con EM, entrando a costituire la formula della Rilevanza Musicale: RM = EM/ST.

3. Calcolare l’effetto cognitivo musicale


Riguardo ai tre tipi di tensione tonale distinti da Lerdahl (superficiale, sequenziale, gerarchica), i test sperimentali sembrano mostrare che tutti gli ascoltatori percepiscono anche la tensione gerarchica e che la tensione sequenziale non è una variabile sufficiente per rendere conto dell’effettiva percezione musicale[5].
Nonostante il problema lasciato aperto in [2, 3], per cui la generazione dell’albero TSR di un brano musicale non si fonda su un algoritmo ma su un “sistema di regole di preferenza” [10, p. 340], per calcolare EM faremo ricorso ad alcuni algoritmi formulati in [3] considerando il calcolo complessivo della tensione/attrazione melodica come parte fondamentale di EM:

Hierarchical tension rule: Tloc(y) = d(xdom®y) + Tdiss(y); Tglob(y) = Tloc(y) + Thin(xdom), dove y è l’accordo-bersaglio, xdom è l’accordo che domina direttamente y nell’albero del prolungamento; Tloc(y) è la tensione locale associata a y; d(xdom®y) = la distanza da xdom a y; Tglob(y) è la tensione globale associata a y; Thin(xdom) = la somma dei valori di distanza che y eredita dagli accordi che dominano xdom

Harmonic attraction rule: arh(C1®C2 ) = c[arvl(C1®C2)/d(C1®C2)], dove arh(C1®C2 ) è l’attrazione armonica di C1 verso C2; la costante c = 10; arvl(C1®C2) è la somma dell’attrazione della condotta delle parti per tutte le voci in C1; d(C1®C2) è la distanza da C1 a C2, con C1 ¹ C2.

Formulate inizialmente in [3], queste regole hanno trovato un riscontro sperimentale in [10], predicendo con sufficiente esattezza la percezione di un ascoltatore. Ipotizziamo che tali regole rendano conto congiuntamente di EM: nel calcolo della rilevanza musicale sarà dunque necessario avere una misura aggregata e ponderata della tensione locale, più la tensione globale, più l’attrazione armonica (in [10] si utilizza la tecnica della regressione multipla).
Il nostro algoritmo finale calcolerà così una prima approssimazione della Rilevanza Musicale: tale approssimazione dovrà naturalmente attraversare il banco di prova dell’implementazione e del confronto con i test psicologici sperimentali che ne saggeranno la plausibilità cognitiva.

References
1.       Sperber, D., Wilson, D.: Relevance. Communication and Cognition. Blackwell, Oxford (1986/1995)
2.       Lerdahl, F., Jackendoff, R.: A generative theory of tonal music. MIT Press, Cambridge (1983)
3.       Lerdahl, F.: Tonal pitch space. Oxford University Press, New York (2001)
4.       Hamanaka, M., Hirata, K., Tojo, S.: Implementing "A Generating Theory of Tonal Music". Journal of New Music Research, 35 (4), pp. 249--277, Routledge (2006)
5.       Wilson, D., Sperber, D.: Relevance Theory. In: Ward, G., Horn, L. (eds.) Handbook of Pragmatics. Blackwell, Oxford  (2004)
6.       Carnap, R.: Logical foundations of probability. Routledge and Kegan Paul, London (1950)
7.       Davies, S.: Musical Understandings. In: Becker, A., Vogel M. (eds.), Musikalischer Sinn: Beiträger zu einer Philosophie der Musik. Suhrkamp Verlag, Frankfurt (2008)
8.       Katz, J., Pesetsky, D.: The Identity Thesis for Language and Music, http://ling.auf.net/lingBuzz/000959
9.       Bigand, E., Parncutt, R.: Perception of musical tension in long chord sequences. Psychological Research, 62 (4), pp. 237--254. Springer (1999)
10.    Lerdahl, F., Krumhansl, C. L.: Modelling tonal tension. Music Perception, 24, pp. 329--366. University of California Press  (2007)


[1] Anche se in italiano l’uso invalso è quello di tradurre “relevance” con “pertinenza”, nel corso del testo si userà la traduzione “rilevanza”, in mancanza di ragioni particolari per mantenere “pertinenza”.
[2] Sulla nozione comparativa/quantitativa di rilevanza, si veda [1, §3.2, §3.5, §3.6]. Per la distinzione tra concetti comparativi e quantitativi si veda [1, pp.79-81, 124-32], che rinvia a [6].
[3] In [1], Sperber e Wilson considerano omogenee la sfera cognitiva e quella emotiva.
[4] Per bilanciare Ng occorrerà tuttavia trovare un’adeguata quantificazione dell’effetto musicale causato dalla ripetizione di elementi musicali: proporremo questo bilanciamento in un lavoro successivo.
[5] In [9] si ottiene un diverso risultato sperimentale: gli ascoltatori percepirebbero maggiormente la tensione sequenziale. In [10, p.357] si ipotizza che questo diverso risultato sia parzialmente spiegabile con l’assenza, in [9], delle componenti della dissonanza superficiale e dell’attrazione melodica e per il fatto che il loro metodo incoraggerebbe l’ascolto “momento-per-momento”.

venerdì 26 novembre 2010

Dialogo tra un pessimista anarchico e un marxista intelligente

Marxista: [...] Stiamo aprendo una prospettiva anarco-socialista, ovvero la ricomposizione della frattura della prima internazionale. In effetti i tempi sono maturi :-)

Anarchico: certo! E comunque era tutta colpa dei marxisti :-D

Marxista: Beh, alcuni marxisti hanno certo contribuito, eccome, sia nella teoria che soprattutto nella prassi. Ma non tutti.
A parte gli scherzi, penso proprio che molte delle ragioni che dividevano anarchici da socialisti siano state superate, a partire dalle condizioni di un'efficace auto-organizzazione dal basso favorita dalle nuove tecnologie di comunicazione per finire con il fatto che anche il movimento socialista ha presto atto dei problemi enormi che sorgono scorporando il tema delle libertà individuali dagli obiettivi
di giustizia sociale.

Anarchico: sì, ma soprattutto, anche i socialisti hanno capito che la scienza non è quella marxista...

Marxista: su questo sono pronto a confrontarmi, perché sia nelle scienze sociali che nelle scienze economiche il contributo dei marxisti è stato notevole e anche più dinamico di quel che si tende a
rappresentare.
Pensa a Oskar Lange, che ebbe il coraggio di criticare la teoria del valore marxiana rinnovando così la teoria economica marxista con innesti neoclassici, dimostrò matematicamente che il piano è uno strumento di allocazione migliore del mercato perché in grado di riprodurre gli effetti allocativi di quest'ultimo, ma anche di produrne di altri, a seconda degli obiettivi sociali desiderati. Ancora comprese che il piano è in grado di asservire il mercato ai proprio fini allocativi.
http://it.wikipedia.org/wiki/Oskar_Lange (meglio la versione inglese)
Oggi la sociologia mondiale riscopre le categorie gramsciane e marxiane e l'economia il dirigismo, che è un'economia di piano che si dichiara capitalista per non occuparsi troppo delle responsabilità sociali, trionfa ovunque e soprattutto è il modello della potenza in crescita, quella cinese. E per quanto fosse imperfetta, l'economia di piano sovietica, pur applicata alla cappero che peggio non si poteva perché continuamente violentata dalle cicliche purghe di esperti e dagli ukaze politici che pretendevano obiettivi deliranti, ha permesso ad un paese di secondo piano di diventare la seconda potenza economica e industriale del pianeta in pochi decenni. E da quando c'è stata la transizione al capitalismo, non c'è stato il tanto profetizzato decollo russo, ma un'agonia economica e demografica che ha obbligato la Russia a dipendere dalle esportazioni di materie prime come gas e petrolio, al pari della Nigeria o del Venezuela. Secondo me c'è ancora troppa pressione ideologica per riconoscere anche le virtù, oltre che i limiti, della pianificazione socialista o del socialismo di mercato.

Anarchico: ecco non nego che ci siano (stati) marxisti colti e intelligenti, quello che negherei è che il loro marxismo abbia dato qualche apporto decisivo al loro lavoro intellettuale. Ma queste sono questioni inutili.
Voi marxisti siete affascinati dallo sviluppo tecnologico, che vi pare un bene primario.
Prima la società, poi l'individuo. Io invece credo che una società che sacrifichi anche solo un individuo non abbia alcuna legittimità morale, figuriamoci politica.
Mi obietterai forse che la razionalità impone vincoli, ma anche l'etica è razionale, si tratta solo di decidere se riferirsi all'economia o all'etica (tanto per riprendere le categorie dello spirito crociane)
Io credo che il mito dello sviluppo economico sia tipicamente otto-novecentesco e ormai morto e sepolto, e che per impostare un nuovo modello di sviluppo basato sulla decrescita ("sviluppo sostenibile" mi sembra un concetto ipocrita) si debbano abbandonare un bel po' di convinzioni marxiste.
(Che l'URSS crescesse e la Russia putiniana no, da un punto di vista epistemologico non è UNA DIMOSTRAZIONE di niente, anche se sappiamo tutti che dopo il crollo del regime il capitalismo mafioso ha preso in mano tutto quanto)
Il marxismo dice molto sul sistema, ma nulla sull'individuo, che viene sempre trattato come astrazione idealizzata, il che all'occorrenza può giustificare le purghe (non che le giustifichi davvero, e non che io creda che nessuno pensi che le giustifichi; ma sembra essere un fatto che il bolscevico crede nella necessità di salvare la rivoluzione massacrando i rivoltosi di Kronstadt).
Un'altra cosa notevole, anche se solo fenomenologica, è questa: nel mondo nessun grande intellettuale si riferisce più al marxismo se non, com'è giusto, come a una delle tante dottrine da cui si può prelevare qualcosa di buono senza tentare di salvarne la sacra coerenza.

Io direi così: se la tua scienza è buona, la praticherai con successo senza sentire il bisogno di magnificarne a tutti le grandi virtù. Ma se la tua scienza non produce buoni risultati (e mi pare proprio il caso del marxismo) allora non esitare a cercare altre scienze più produttive.
E bada che questo discorso non va confuso con il perserverare nella difesa dei propri ideali: quelli vanno difesi SEMPRE, a prescindere dal successo o dall'insuccesso empirico ottenuto nel difenderli.
Ma etica e scienza stanno su piani separati

[cfr. anche Dialogo tra un sordo marxista platonico, e un sordo anarchico pseudocognitivista]

mercoledì 17 novembre 2010

Ho intervistato Michel Houellebecq...


2.
Michel Thomas, alias Michel Houellebcq, è stato per anni considerato uno scrittore scandaloso, politicamente scorretto, addirittura un portavoce del fascismo europeo (come disse un Baricco straordinariamente abbagliato, alcuni anni fa).
Con La carta e il Territorio, il suo ultimo romanzo che per molti versi si presenta esplicitamente come il suo “ultimo”, quasi un commiato (per sopraggiunta anzianità?) dall’intensità della precedente scrittura, spesso incandescente per temi pensieri e passioni (tristi) racchiusi in essa, Houellebecq sembra ora avere raggiunto una specie di calma artistica, se non esistenziale (anche se vedendolo da vicino emana una gran quiete: dipenderà dai giorni a quanto dicono i giornalisti, ai quali lo scrittore sembra comunque riservare un disprezzo aprioristico…).
Oltre all’indiscutibile potenza di una narrativa colta che spesso mescola i toni immediati della letteratura popolare e le tinte forti della pornografia con ardui intermezzi teorici, scientifici e filosofici, l’appassionato lettore di Houellebecq apprezza proprio questa mistura esplosiva. Personalmente, da anni considero i romanzi di Houellebecq come i più rilevanti dal punto di vista filosofico che si possano reperire sul mercato occidentale contemporaneo. Ovviamente ci sono altri grandi romanzieri, anche enormi, com’è del resto Houellebecq, ma difficilmente i loro libri evocano direttamente o indirettamente tanti problemi filosofici come quelli di Houellebecq.
Perciò quando lo incontrerò per la prima volta in vita mia glielo dirò subito. Lo incontrerò al Grand Hotel de Milan, un bel luogo sontuoso per incontrare il mio scrittore preferito. Che è oggettivamente uno degli scrittori viventi più importanti al mondo.
Houellebecq tarderà un po’ a scendere, mi dice la persona della Bompiani che organizza le sue giornate italiane. Il mio nervosismo cresce: è noto che H odia i giornalisti. Ma io non sono un giornalista, mi dico per tranquillizzarmi… E poi la sera precedente l’ho visto a un incontro pubblico a Torino, è stato gentile, ha risposto cortesemente a tutte le domande, ed è stato anche spiritoso in maniera non aggressiva.

***

1.

...sabato 20 novembre alle 10,30, a Milano.

Da allora se guardo indietro nel passato non mi viene in mente null'altro che lui seduto sul divano del Grand Hotel de Milan con me accanto che gli tendo il registratore digitale verso il volto, non troppo vicino per non fastidiarlo, non troppo lontano per non rischiare di perdere neanche una frazione delle importantissime onde sonore che usciranno dalla sua bocca.
Della verità, come bocca, per me.

Sono giunto a intervistare Houellebecq per una serie di miei fraintendimenti, la cui catena causale è la seguente: qualche tempo fa avevo provato a vedere la serata dedicata a Brett Easton Ellis e non c'ero riuscito. Così, pensando che per Houellebecq sarebbe stata la stessa storia, avevo chiesto a un paio di amici giornalisti se per caso potevano farmi avere un qualche pass, per poi rendermi improvvisamente conto che la mia saltuaria collaborazione con Vogue.it mi forniva la possibilità non dolo di vedere Houellebecq, ma anche di intervistarlo! In quel momento di insight sono stato molto contento delle mie saltuarie collaborazioni con Vogue.it.
Così, ho messo in moto la macchina organizzativa e in poche ore ho ottenuto dalla Bompiani il permesso di intervistarlo. Permesso di cui mi sono fatto forte per entrare al Circolo dei Lettori anche se ho scoperto poi che non ce n'era affatto bisogno: c'era molto meno pubblico che per Brett Easton Ellis, e ho capito che non avevo affatto chiare le dimensioni della fama internazionale dei due scrittori.
Ellis, per altro, non l'ho ancora mai letto, anche se rimedierò quanto prima con Glamorama, che a Houellebcq pare piaccia molto.

Avevo dunque visto Houellebecq a Torino la sera prima di intervistarlo, al Circolo dei lettori, dove presentava il suo nuovo romanzo, La carte et le territoire. La conferenza fu interessante, ma non strepitosa, le domande del pubblico abbastanza ovvie anche se mi hanno risparmiato la tentazione di chiedergli che cosa ne pensasse di Silvio Berlusconi: qualcuno gliel'ha chiesto, in paragone con Sarkozy, e lui ha risposto che le situazioni erano molto diverse, che non si ricordava nemmeno più da quanto tempo Berlusconi governasse l'Italia, gli pareva "dalla notte dei tempi"...
Il mattino dopo, dopo aver fatto molto tardi la notte prima per limare le mie domande, sono partito alla volta di Milano, con uno zaino carico di merci e prodotti energetici naturali, come ai bei vecchi tempi del concorso a cattedre (allora lo zainetto conteneva: guaranà per svegliarsi, ginseng per svegliarsi un po' meno, Euphytose per calmarsi nel caso mi fossi agitato, pappa reale per l'energia, e forse altre cose che ho dimenticato).

Arrivato alla stazione di Milano consultai la mappa e, non senza indirizzare qualcuno che mi chiedeva come andare al Duomo, mi diressi verso il Duomo, sapendo lì vicina la via Manzoni del Grand Hotel. Feci un paio di falsi giri prima di trovare l'Hotel de Milan ma alla fine vi arrivai. Un'ora prima del tempo. Andai in un bar adiacente, per nulla adeguato al lusso del grand Hotel.
Lì ripassai le mie domande, davanti a un cappuccino, e soffiandomi ripetutamente e rumorosamente il naso, sperando che il raffreddore si placasse durante l'intervista.
Leggevo ancora qualche pagina di Houellebecq, da Interventions 2, e naturalmente trovavo spunti interessantissimi per domande che era troppo tardi per formulare per bene.
Dieci minuti prima dell'ora concordata, dopo un'accurata toilette anti-raffreddore, partii alla volta del De Milan, 50 metri più in là.

[to be continued]

martedì 9 novembre 2010

La scuola filosofica di Giovanni Gentile

Ripubblico qui il mio contributo al volume "I volti del consenso. Politica, cultura, propaganda nell'Italia fascista 1922-1943)", a cura di Alessia Pedìo, uscito come allegato del l'Unità, per Giorni di Storia, ottobre 2004.

La filosofia gentiliana ha il suo inizio in un hegelismo riveduto e corretto: la riforma della dialettica hegeliana – esposta nell’omonima opera del 1913 – riconduce tutto all’unità immanente dello spirito. Se la dialettica degli antichi (dialettica del pensato) considerava le idee come oggetti separati dal pensiero, per Gentile la dialettica moderna (dialettica del pensare) coglie l’attività creatrice del pensiero: «La dialettica [...] del pensare non conosce mondo che già sia; che sarebbe un pensato; non suppone realtà, di là dalla conoscenza, e di cui toccherebbe a questa d’impossessarsi».
Il nocciolo teoretico dell’attualismo è la concezione secondo cui l’atto del pensiero non è oggettivabile: lo spirito non è pensabile come oggetto, ma sempre come pensiero pensante, pensiero in atto. In maniera simile all’idealismo fichtiano, l’attualismo assume che lo spirito è autoctisi, ossia autoposizione, autocreazione: esso pone se stesso e i suoi molteplici oggetti e concetti, riassorbendoli nella propria immanenza originaria, neutralizzando la pluralità mondana nell’unità assoluta del pensiero pensante. Lo spirito hegeliano è così visto nella sua continua autopoiesi. Di qui l’identificazione della filosofia con la storia della filosofia, nonché la subordinazione di tutte le forme di pensiero alla filosofia (come risulta dall’organizzazione degli studi superiori che prese corpo nella riforma del 1923, precedentemente esaminata).
Da un punto di vista politico (Genesi e struttura della società, pubblicato postumo nel 1946) il monismo metafisico gentiliano portava all’affermazione dello stato etico, cioè lo stato cui tutto è subordinato e la cui formula, ben consonante con il fascismo di cui Gentile è stato il filosofo ufficiale (non senza difficoltà, contrasti e contraddizioni), è: lo stato è tutto e l’individuo è nulla.
Questa concezione si giustifica, in maniera iper-hegeliana, con la tesi che il volere universale è superiore alle volontà puramente individuali. Lo spirito è l’unico soggetto, di cui i molteplici soggetti empirici, gli oggetti e i concetti sono mere emanazioni temporanee, momenti che verranno superati, ma privi di valore in se stessi. Tale posizione metafisica ha ricadute etiche vistose, che suscitarono l’avversione degli idealisti crociani, preoccupati dell’autonomia irriducibile dei “distinti” dello spirito, dei positivisti, per i quali una simile filosofia non ha alcuna speranza di cogliere la verità del pensiero scientifico, infine dei cattolici che, nell’indistinzione spirituale pensata da Gentile, non scorgevano nessuno spazio per il Dio cristiano.
Numerosi allievi di Gentile, partendo dalle posizioni del maestro, svilupparono un pensiero originale, raramente rinnegandone la fede filosofica. Se si tiene conto dell’orientamento politico e insieme teoretico, si possono distinguere attualisti di destra, come Carlini e Sciacca, e di sinistra, come Spirito e Calogero. 

Armando Carlini (1878-1959) si allontanò progressivamente dall’idealismo immanentistico gentiliano per avvicinarsi a un trascendentalismo realistico di impronta cristiana (Lineamenti di una concezione realistica dello spirito umano, 1942).
Interessato alla storia della filosofia, studiò e tradusse Locke, Aristotele, Heidegger. Su quest’ultimo, in particolare, fu tra i primi a scrivere in Italia negli anni Trenta; in Il mito del realismo (1936) la filosofia di Heidegger veniva utilizzata per criticare il realismo ingenuo.
Preoccupato di attribuire consistenza ontologica alla persona, Carlini affrontò nelle sue opere più mature la necessità metafisica del superamento dell’immanenza in quella trascendenza che l’attualismo negava recisamente. Nel pensiero di Carlini tale riaffermazione della trascendenza avveniva in direzione tanto filosofica quanto religiosa. Fondamento del suo sistema rimaneva comunque l’Atto gentiliano.
Come hanno acutamente osservato Abbagnano e Fornero, la riflessione teologica di Carlini «apriva la strada alle “uscite” spiritualistiche dall’attualismo, cioè a quelle concezioni (Guzzo, Sciacca) che fondano la religione cristiana e cattolica non in una metafisica ontologica e oggettivistica ma nella riflessione dello spirito su se stesso». 

Michele Federico Sciacca (1908-1975) fu inizialmente attualista ma con una forte ispirazione religiosa, di una religiosità antidogmatica, spiritualistica e personalistica. L’immanentismo gentiliano gli apparve presto insoddisfacenti e la neoscolastica contribuì a mutare il suo pensiero. Elaborò una sua personale posizione, non ancora esplicitamente cristiana, che battezzò Spiritualismo critico (Linee di uno spiritualismo critico, 1936): l’approdo teoretico di questa fase consiste nella concezione di Dio come eterna attività creatrice. In seguito, Sciacca pervenne a una forma più canonica di spiritualismo cattolico. 

Ugo Spirito (1896-1979) fu il maggiore discepolo di Gentile, e uno dei principali sostenitori dell’attualismo negli anni Venti. Professore di politica ed economia corporativa nell’università di Pisa, divenne poi docente di filosofia a Messina, Genova e Roma. Nei primi anni Trenta il suo principale impegno politico è quello di teorico del corporativismo.
Già in La vita come ricerca (1937) si distaccò dall’attualismo gentiliano per ragioni teoretiche, dando vita a una dottrina originale (Il problematicismo, 1948).
Assumendo che tutte le tesi della filosofia, anche quelle attualistiche, si contraddicono in quanto pretendono fissare il divenire e così facendo necessariamente lo trascendono, il problematicismo voleva mantenere aperta la via del molteplice attraverso una fruizione della vita intesa come ricerca, arte, amore e, in ultima istanza, come libertà.
Inizialmente interessato anche al positivismo e al pragmatismo (Il pragmatismo, 1921) approderà, nell’ultima fase del suo pensiero, alla convinzione che sia la scienza a offrire la possibilità del superamento dei miti filosofici (Dal mito alla scienza, 1966). 

Guido Calogero (1904-1986) dopo i primi saggi importanti sulla logica e la filosofia antica, si interessò successivamente alla filosofia di Croce: tali studi confluirono in La conclusione della filosofia del conoscere che segnò il distacco, anche per ragioni politiche, dall’ortodossia attualista e l’avvicinamento al pensiero crociano.
Docente alla Normale di Pisa, fu condannato al confino e poi al carcere per la sua attività antifascista clandestina. Negli anni di prigionia elaborò i capisaldi di quella che sarà la sua filosofia successiva, incentrata sul rifiuto del monolitico atto puro gentiliano e volta a impostare sul principio del dialogo (Logo e dialogo, 1950; Filosofia del dialogo, 1962) la libertà umana, l’autonomia anche politica dei singoli.

sabato 6 novembre 2010

Interpretanti e trasformatori, 3. Risposta a una domanda di Roberto Casati per un rapporto ministeriale sulla "valorizzazione" delle scienze umane

Io direi così: le scienze umane (come ogni scienza a prescindere dal suo oggetto) non hanno valore in se stesse a prescindere dal contenuto di conoscenza effettiva che possono raggiungere e offrire.
Chomsky afferma ripetutamente che per la conoscenza dell’animo umano la letteratura e l’arte sono insuperabili, e che la scienza non potrà mai raggiungere risultati paragonabili. Ma in assenza di garanzie sulla riproducibilità di brillanti intuizioni individuali (ci saranno sempre poeti come Dante e drammaturghi come Shakespeare? Non è detto) il raggiungimento di un grado rilevante di conoscenza si ha soltanto con un metodo rigoroso, più o meno vicino al metodo quantitativo delle scienze sperimentali (in ogni caso non incompatibile con questo).
Il metodo delle scienze umane non è sempre rigoroso come dovrebbe perché le scienze umane potessero sperare di mantenere una posizione centrale all’interno dell’attuale sistema della conoscenza: per esempio il culturalismo mainstream non produce molta conoscenza, ma pregiudizi ideologici (tra l’altro facilmente manipolabili dal potere: “i musulmani non si integrano in Occidente perché hanno un’altra cultura dalla nostra”).
Anche se non è possibile pensare a una ritraduzione completa delle scienze umane in scienze umane naturalizzate, la questione della compatibilità o incompatibilità con la naturalizzazione dovrebbe tuttavia essere affrontata all’interno di ciascun ambito disciplinare.
La naturalizzazione, e il confronto metodologico e contenutistico con le scienze naturali, dovrebbe essere l’orizzonte delle scienze umane affinché esse possano produrre conoscenza valida e utile; in mancanza di questo orizzonte le scienze umane non solo non hanno valore in se stesse ma diventeranno probabilmente sempre meno necessarie anche all’ipotesi “marchande” (tendo a pensare che per continuare a vendere le t-shirt del Partenone non sia necessario un grande apparato scientifico alle spalle, ma basti la mediatizzazione degli oggetti culturali e l’autoriproduzione dell’industria del turismo).
Qualora le scienze umane accettino sempre più e meglio di confrontarsi con la prospettiva della naturalizzazione, il loro contributo al sistema della conoscenza rimarrebbe fondamentale, essenzialmente per la rilevanza e l’interesse intrinseco dell’oggetto scientifico: la sfera antropica in tutte le sue dimensioni individuali e associate.

giovedì 4 novembre 2010

Halloween, il Grande Cocomero e il cristianesimo (Vogue12)


[Pubblicato su Vogue.it]


La Generazione X italiana, a cui appartengo, ha scoperto Halloween grazie alle strisce di Peanuts, di Charles Monroe Schulz. Che il loro straordinario autore fosse cristiano (di una setta protestante) non pare del tutto privo di significato, se pensiamo alla crociata contro la festa dei morti in salsa nord-americana condotta dalla chiesa italiana negli ultimi anni. Le accuse sono molteplici (è una festa consumista, satanista, estranea alle tradizioni italiane, inconciliabile con il cristianesimo, pagana) ma si riconducono agevolmente a una: Halloween è una festa anti-cristiana che rinverdisce antichissimi e ambigui culti mortuari, alieni dalla fede cristiana nella resurrezione dei morti (si pensi anche alla palermitana “festa dei morti” descritta con irresistibili toni grotteschi da Roberto Alajmo in Palermo è una cipolla).
A ripensarci oggi, sembra già di poter leggere tra le righe di Peanuts una presa di posizione filo-cristiana o comunque reattiva verso il consumismo mainstream della festa americana.
Il Grande Cocomero è l’eroe eponimo di un’anti-Halloween inventato dalla fantasia mitopoietica di Linus van Pelt. A differenza degli altri bambini, Linus non pratica l’usanza giocosa di bussare alle porte del vicinato, proponendo l’alternativa “dolcetto o scherzetto”, bensì attende tutta la notte che il Grande Cocomero, un Godot in versione fanciullesca, giunga a fargli visita nel suo “orto sincero”, recandogli i doni promessi ai bimbi buoni.
Ci sono qui molti elementi densi di senso: il Grande Cocomero, un duplicato di Babbo Natale - il quale intrattiene già per parte sua un rapporto complesso col cristianesimo -, richiede ai suoi adepti bontà e sincerità, virtù che reintroducono nella festività dei defunti la dimensione morale esclusa da Halloween.
Il luogo dell’orto (oltre a ricordare l’attesa apostolica nel Getsemani, che risuona nell’attesa notturna di Linus) è carico di valenze ecologiste ante litteram, svolgendo quindi il ruolo di un segno naturale contro l’artificialità delle merci dolciarie destinate ai bambini.
Infine, e più importante, la reiterata delusione di Linus per la mancata visita del Grande Cocomero non lo induce mai a dubitare della sua esistenza: un esempio di fede incrollabile nel futuro avvento di colui che deve venire!
Se mi fosse permesso, per contrastare la crisi del cattolicesimo – che nell’iperbole fantastorica di Michel Houellebecq, in La possibilità di un’isola, diventa addirittura rapido crollo ed estinzione – di fronte al diffondersi di riti ludici e consumistici come Halloween, mi sentirei di consigliare all’intelligentsia cattolica un’attenta e serissima reinterpretazione di Peanuts (a suo tempo già iniziata da Umberto Eco), capolavoro assoluto dell’immaginario occidentale novecentesco.

Un mio progetto fallito del 2008: Incontri con utenti straordinari (Interviste su Facebook)

La comunità italiana di Facebook si è rapidamente ingigantita fino a contare oltre quattro milioni di utenti nel mese di dicembre 2008 (fonte: “Il fenomeno Facebook”, Il Sole 24 ore/nòva): ormai Facebook si usa per comunicazioni di lavoro o per pubblicizzare la propria attività artistica, politica, ecc.
Facebook è ancora una comunità anarchica: talvolta sembra prevalere la pruderie di remoti gestori puritani, talaltra sembra affermarsi uno spirito innovativo e rivoluzionario.
Facebook abolisce tendenzialmente la distinzione tra privato e pubblico, realizzando qualcosa di simile a ciò che certi teorici neomarxisti chiamano “il comune”. Nello spazio comune di Facebook è diventato possibile scambiare a costo zero le merci più preziose: l’informazione e la cognizione.
Nell’epoca in cui anche il lavoro cognitivo viene sfruttato, il “cognitariato” cerca nuovi spazi di libertà nel quale rivendicare la propria autonomia ludica (pensare all’aspetto politico insito nel divieto dell’uso di Facebook sul posto di lavoro).
Rispetto al fenomeno del web 2.0 (che permette un’interazione dinamica tra gli utenti attraverso l’uso di “tags” e analoghi strumenti informatici) Facebook è qualcosa di più, sembra sintetizzare in un unico strumento tutti i precedenti social-network: youtube, myspace, flickr, ecc.
Gli utenti facebookiani trascorrono parte delle loro giornate (quando non giornate intere) comunicando tra loro secondo modalità variate, complesse, divertenti, ricche di senso. Da un semplice messaggio sulla “bacheca” di un utente possono svilupparsi dialoghi virtuali e multimediali inimmaginabili su altri ambienti web: ogni messaggio si ramifica e moltiplica come in una sala degli specchi.
Il potere causale di Facebook è elevatissimo: nascono amicizie, si scoprono tradimenti, si creano alleanze e associazioni, si pubblicizzano prodotti culturali e merci scadenti.
Facebook costituisce una vivissima dimensione virtuale che rende sempre più evidente il senso del detto di Gilles Deleuze: il virtuale è attuale.
La comunità virtuale di Facebook è infatti una comunità realissima, di volta in volta luogo sociale, politico, affettivo, erotico, artistico, luogo di luoghi, Comunità av-venire.
Pur nell’assenza della fisicità, se non quella della Rappresentazione (fotografie, video, ecc.), Facebook si rivela sempre più come IL luogo dove comunicare non è utopia ma essenza riappropriante della società dello Spettacolo. Un luogo che non lascia sussistere alcun “fuori” e nel quale tutti saranno sempre più inclusi, senza appartenervi.

Incontri con utenti straordinari nasce dall’incontro su Facebook di Edoardo Acotto e Aldo Nove, scrittore-emblema di un’intera generazione che ora si ritrova tutta su Facebook, a sua volta utente straordinario e provocatore (più volte bannato da Facebook, difeso da gruppi di solidarietà, ecc.). Aldo Nove firma anche la prefazione del libro (e alcune interviste?).

Elenco provvisorio degli intervistati:

Matteo Basilé
Roberto Casati
Stefano Disegni
Marzia Migliora
Aldo Nove
Eva Riccobono
Tiziano Scarpa
Paola Turci
Achille Varzi
Walter Veltroni

mercoledì 3 novembre 2010

Sur La carte et le territoire


[mio commento a un blog francese]



Bonjour, je ne suis pas d'accord avec Didier Goux (surtout pas sur le personnage du chauffe-eau).
Oui, je suis un fan de MH, mais je prétend garder mon esprit critique... Ici le personnage de Jed EST MH, plus que le personnage MH, et les deux ensemble font comprendre très bien la dernière idée de MH sur la vie, la vieillesse, l'oeuvre, l'art et la mort. Et sur l'amour aussi, qui existe brièvement et ne sauve personne car cela se termine comme il a commencé: sans raisons compréhensibles.
C'est un roman moins fort que d'autres de MH (selon moi meilleure que Platoform) mais ce texte étend la pensée de MH à propos du vieillessement: à côté de l'espoir dans la clonation et de l'euthanasie, il y a aussi la simple acceptation de la vieillesse, de sa solitude et ses maladies, et enfin de la mort, rendue juste en peu plus supportable par les médicaments anti-douleur.
Et il y a l'idée de l'art: pas de vitalisme, mais une tentative de "décrire la réalité". L'hyperbolisme que MH employe comme son chiffre styilistique empèche à bien de critiques d'en apprécier le réalisme foncièr.
C'est quand même un grand roman philosophique.
Michel Houellebecq vieillit avec una grande dignité et une éxtraordinaire intelligence des limites que la vie nous impose.

martedì 26 ottobre 2010

Nuovi argomenti?

(Pubblicato sul sito del Sole 24 Ore, in risposta a questo articolo di Christian Raimo, e in seguito a una chiacchierata con Gianluigi Ricuperati sull'invidia.)

Gli argomenti di discussione toccati recentemente da alcuni scrittori e giornalisti su queste pagine sono moltissimi, per non dire una moltitudine. Il tema centrale sembra essere la possibilità di aprire un nuovo spazio di dibattito pubblico per la cultura, eventualmente con la Domenica del Sole 24 Ore come spazio privilegiato. Le affermazioni fatte in questi articoli sono forse non del tutto condivisibili, e altri problemi sembrano non essere stati tematizzati. Si può approfondire un discorso di per sé interessante?
I tre articoli che compongono finora il dibattito, citano un presunto risentimento: degli intellettuali italiani; degli italiani in generale; di uno scrittore costretto a fare una scelta esistenziale lavorativa come insegnante di liceo, ecc. Da un po’ di tempo sembra essersi diffuso nelle pagine dei migliori critici letterari l’uso quasi sistematico del concetto di risentimento, o invidia, spesso puntato contro i social networkers. Ora, a meno di discettare del concetto nietzscheano di risentimento - meglio se a partire dalla bella analisi fattane da Deleuze - questo concetto è fintamente esplicativo, un po’ come la virtus dormitiva dell’oppio. Di che cosa si parla ESATTAMENTE quando si stigmatizza la Rete come nuovo girone degli invidiosi? Non si prende qui affatto in considerazione il semplice punto di vista di molti normali cittadini più o meno intellettuali: se un bravo autore scrive un buon libro saremo tutti arricchiti dalla sua buona riuscita, di critica o di pubblico o meglio di entrambi. Non si capisce dunque perché dare per scontata la rappresentazione di un pubblico livoroso e irriconoscente. C’è persino un elemento positivo in una sensata invidia del talento, collante sociale essenziale che non dovrebbe dispiacere agli scrittori più liberali: un ottimo libro può forse suscitare nel lettore, e anche nell’altro scrittore, l’ammirazione per un’opera esemplare e il desiderio più o meno implicito di potere un giorno eventualmente produrre qualcosa di similmente bello. (Rossini diceva di Mozart: “la speranza della mia giovinezza, la disperazione della mia maturità e la consolazione della mia vecchiaia”).
Se il pubblico italiano viene dipinto come invidioso, la Rete è il perfetto capro espiatorio. Fare politica si ridurrebbe per molti a un clic su Facebook: un’accusa certamente falsa e forse non del tutto priva di malafede. Chi non faceva politica prima di Facebook continua a non farla; chi la faceva già ha trovato in Facebook et similia validi ausili per l’organizzazione e la comunicazione dell’attività politica. In ogni caso, la blogosfera non è una realtà omogenea, e i soggetti online non sono tutti appassionati lettori di Dagospia. Al contrario: chi è intellettualmente attivo in Rete non ha certo tempo e soprattutto non ha probabilmente il gusto per le forme deteriori della comunicazione spettacolare. Perché dunque fare di tutta la Rete un fascio?
Riguardo all’impegno politico concreto, negli articoli citati si sostiene più o meno che la politica dovrebbe tornare ad ascoltare gli scrittori. Verrebbe da dire che sono gli scrittori che devono fare politica se vogliono farsi ascoltare. Qualcuno infatti lo fa. Ma si può fare politica sulla carta? Lagioia (10 ottobre) sostiene che l’impegno politico dello scrittore consisterebbe nello scrivere un buon libro. Torna alla mente la “lotta di classe nella teoria” di althusseriana memoria. Se è innegabile che l’impegno nel proprio campo professionale sia una questione di etica e spesso anche di estetica, non sembra realistico sostenere che scrivendo letteratura si faccia politica, semplicemente perché la letteratura oggi non ha un pubblico politico, almeno non un pubblico politico di massa (con l’eccezione di Saviano, sulla cui politicità molto già si è discusso).
Già agli inizi del Novecento, Max Weber vide la progressiva separazione e l’autonomizzarsi delle sfere della società contemporanea: economia, cultura, politica diventano insiemi escludentisi e relativamente non comunicanti. Nell’Italia deuterorepubblicana il fenomeno colpisce particolarmente per il venir meno della famigerata “egemonia culturale della sinistra”, gradualmente dissoltasi in culturalismo debolista. Ma se nella società contemporanea le sfere sociali si separano strutturalmente, perché mai la politica dovrebbe sporgersi ad ascoltare gli scrittori in un inedito movimento oblativo? Scendendo poi al più basso livello del “teatrino della politica”, non si può oscurare il fatto che stiamo attraversando un momento cardine per capire se il berlusconismo si imporrà definitivamente come cifra culturale della politica italiana o se possono esistere alternative politiche credibili. Mi aspetterei dunque da chi invoca una nuova alleanza tra cultura e politica che si pronunciasse concretamente su quale politica vorrebbe: la vaghezza infatti può essere un pregio in poesia, leopardianamente, ma in politica genera sospetti e opacità.
Su quale cultura si vorrebbe, infine, sembra esserci una discreta oscurità. Non che negli anni passati siano mancati i dibattiti: forse, a essere desertiche erano le idee. La cultura letteraria italiana è quanto mai restia ad aprirsi all’altro da sé, alla cultura scientifica e persino a quella filosofica, eccezion fatta per il postmodernismo e l’ermeneutica, o una filosofia del linguaggio sempre piegata al gusto del postmodernismo e dell’ermeneutica. (Dopo Calvino Gadda e Levi, uno scrittore scientista, se non scienziato, sembra impossibile in Italia, dove si stenta ad apprezzare persino uno Houellebecq). Tra l’altro, sul Sole 24 Ore scrivono da anni alcuni tra i migliori filosofi e psicologi italiani: non è strano che gli scrittori non sentano, non dico la necessità, ma almeno la curiosità di provare a coinvolgere nel dibattito i loro vicini di rubrica, moderatamente più anziani ma dalla sicura solidità teoretica? Forse la “nuova piccola civiltà letteraria” dovrebbe somigliare a un rovesciamento della Repubblica platonica, con la messa al bando non dei poeti ma dei filosofi?
Ecco: per iniziare a sperare in qualche nuovo genere di fenomeno culturale, sulle pagine del Sole 24 Ore e altrove, uno come me, normalmente soddisfatto del suo impegno esistenziale, lavorativo e politico (online e offline) avrebbe bisogno di vedere che anche a queste domande si danno risposte, anziché doversele semplicemente immaginare.

Il dilemma del prigioniero decostruito

Il Dilemma del prigioniero è un buon terreno di prova per l’applicazione della prospettiva nonviolenta. Il Dilemma è costruito in modo da non lasciare scelte: ci sono solo due attori e le conseguenze delle azioni sono calcolate astrattamente in modo da rendere di gran lunga preferibile un’opzione piuttosto che un’altra : una situazione al limite dell’irrealtà. Inoltre - e questo è il punto che riguarda più da vicino la nonviolenza – nel Dilemma la comunicazione è totalmente impossibile. Eppure la nonviolenza, come la realtà stessa, si basa proprio sulla comunicazione, anzi, la nonviolenza è (un certo tipo di) comunicazione. Il Dilemma è insomma costruito escludendo in partenza la dimensione nonviolenta, che ha nella comunicazione la sua dimensione e il suo veicolo privilegiato (e quasi unico).
Il Dilemma del prigioniero è un modello astratto, costruito selezionando certi tratti di realtà; da questo modello è escluso per essenza il modello di comportamento che potremmo chiamare di nonviolenza tecnica, ossia tutte quelle strategie di mediazione che le discipline sociali e i peace researchers hanno saputo inventare. Nel Dilemma, per esempio, si è scelto a priori che nessun Terzo Mediatore intervenga e far comunicare i due prigionieri. Perché questa scelta?

La comunicazione, in realtà, è (quasi) sempre possibile.
Una situazione storica simile al Dilemma è forse quella del confronto tra USA e URSS nell’epoca della guerra fredda relativamente all’escalation nucleare. Persino in quel caso le reali possibilità di comunicazione erano numerose e di fatto il conflitto nucleare che riempiva la fantasia degli sceneggiatori cinematografici e televisivi negli anni Settanta non è mai scoppiato (non è di poco conto il fatto che sia Gorbaciov che Shevardnadze attuassero con successo una politica di «disarmo asimmetrico» (cfr. Giovanni Salio, Il potere della nonviolenza, p.42).
Insomma se il Dilemma del prigioniero rispecchiasse davvero la realtà esprimendo la dinamica autentica delle situazioni umane e politiche, sarebbe forse difficile spiegare come si sia evitata la guerra nucleare, dato che le due superpotenze tendevano certamente a comportarsi come i prigionieri del Dilemma .

Il prigioniero buddhista
Volendo comunque prendere per buoni i termini del Dilemma, il comportamento del singolo prigioniero non è affatto scontato. Un prigioniero buddhista, per esempio, potrebbe svolgere un ragionamento come questo: « io e l’altro prigioniero siamo una cosa sola, perché né io né lui abbiamo una realtà individuale separata dal Tutto, la cui reale natura è il vuoto. L’interessere è la sostanza della realtà, e se io cercassi di salvare me stesso mettendo l’altro nei guai, in realtà danneggerei anche me stesso, perché lui e io siamo la stessa cosa. D’altra parte per lui rimanere in carcere potrebbe essere una grave sofferenza, mentre per me non è così terribile: dentro il carcere o fuori dal carcere, non fa differenza, l’importante è vivere in perfetta presenza mentale: dove, non importa. Se lui mi denuncia, ebbene, praticherò la presenza mentale qui dentro per i prossimi vent’anni.»
Con questo atteggiamento, forse possibile anche senza essere buddhisti (è sufficiente che "la voce della coscienza" impedisca di accusare ingiustamente altre persone), il prigioniero che pensa all’altro si espone al rischio di avere la condanna peggiore, ma ciò gli appare preferibile rispetto alla prospettiva di fare del male ad un’altra creatura.

Il prigioniero gandhiano
Un aspetto interessante del Dilemma è il fatto che non si dica se i due prigionieri sono colpevoli o meno. Uno dei pilastri della nonviolenza gandhiana è la nonmenzogna - per Gandhi, anzi, le due cose fanno tutt’uno. Un prigioniero gandhiano, se colpevole, dovrebbe ammettere la propria colpa per amore di verità : se anche l’altro prigioniero – colpevole – fosse un gandhiano, o semplicemente uno incline a dire la verità, i due avrebbero il massimo della pena, ma la nonmenzogna sarebbe salva. Si potrebbe d’altronde sostenere che, in caso di colpevolezza, entrambi accetterebbero la punizione che le leggi dello stato destinano loro.
Se poi i due gandhiani fossero innocenti, o l’uno innocente e l’altro colpevole, la strategia non cambierebbe: entrambi direbbero la verità, a prescindere dalla loro convenienza. Nemmeno questa assoluta dedizione alla verità è destinata a determinare il risultato più negativo: se i due sono innocenti, non accuseranno né se stessi né l’altro, e avranno il minimo della pena.
Anche in questo caso dunque – bizzarro ma non impossibile logicamente – il risultato non sarebbe quello "razionale" previsto dal Dilemma: non vi sarebbe anzi affatto Dilemma.

La prospettiva nonviolenta non è dunque conciliabile con la strategia "Tit for Tat" , di cui il Dilemma è un’illustrazione, e che si può sintetizzare così: cooperare se l’altro coopera, competere se l’altro compete (o anche: se c’è conflitto, confliggi, se no coopera).
Ma questo sembra essere il meccanismo spontaneo di ogni interazione umana, senza che vi sia il bisogno di formulare particolari strategie razionali.
Mettiamo alla prova il principio con un esempio fantastorico: quando si sarebbe dovuto aggredire Hitler? Al ripudio del Trattato di Versailles (marzo 1935)? All’occupazione militare della Renania (marzo 1936)? All’annessione dell’Austria (12 marzo 1938)? All’invasione dell’intera Cecoslovacchia in violazione dell’appena stipulato trattato di Monaco (marzo 1939)?
Se il principio "Tit for Tat" non si applica per una o più "mosse", che cosa bisogna fare all’ennesima mossa mancata? Il principio infatti non dice che sia bene reagire aggressivamente alle aggressioni dopo che si sono tollerate precedenti aggressioni. Potrebbe essere peggio…
Qualcuno potrebbe sostenere: «Se si fosse risposto in modo aggressivo al primo comportamento non-cooperativo di Hitler, applicando la regola "Tit for Tat", la Seconda Guerra Mondiale non sarebbe mai scoppiata». Forse. In ogni caso, in prospettiva nonviolenta ci interessa vedere se esistano alternative al "pan per focaccia".
Qui entra in gioco il pensiero della nonviolenza: se anziché attaccare militarmente Hitler quando vi fu l’invasione della Polonia si fossero presi provvedimenti, molto prima, affinché non si determinassero le cause che portarono Hitler al potere? Anziché proiettare il principio "Tit for Tat" sul momento della prima aggressione internazionale hitleriana si potrebbe pensare che si sarebbe potuto evitare il risentimento letale dell’intera Germania dopo la Prima Guerra mondiale .
In altre parole: dove inizia e dove finisce una catena causale relativamente all’innesco della violenza? Un vantaggio epistemologico della nonviolenza è quello di non isolare arbitrariamente un inizio e una fine alla catena, ma di ragionare in modo olistico anche relativamente al tempo storico (potremmo coniare il neologismo "cronolistico"...).
L’esempio del nazismo offre un’altro spunto di riflessione riguardo al principio "Tit for Tat": se il nostro comportamento deve essere simmetrico a quello altrui, e di fronte a una minaccia armata noi ci armiamo, questo genera il ben noto fenomeno dell’escalation militare.
Ma il fenomeno dell’escalation della violenza è la norma etologica per eccellenza: la Nonviolenza si propone esattamente di spezzare quel circolo normativo in modo efficace, se necessario anche unilateralmente.

REGOLA PRATICA (WITTGENSTEINIANA): Non pensare mai che la comunicazione sia impossibile, ma guarda che cosa puoi fare per comunicare migliorando la situazione di conflitto.

REGOLA ETICA (S. WEIL): «Sforzarsi di diventare ogni giorno più non-violenti in modo efficace».

mercoledì 20 ottobre 2010

Dicono di me, 1 (Giuseppe Genna mi ha fatto capire che tipo di persona vorrei essere. Se ci riuscissi)

"Edoardo Acotto, illuminista febbrile, pamphlettista calmo e riflessivo."

Sex and the city e la filosofia (Vogue11)

[pubblicato su Vogue.it]

La giovane filosofa Carola Barbero, assegnista all’università di Torino e membro del Labont diretto da Maurizio Ferraris, ha appena pubblicato Sex & the city e la filosofia per i tipi del Melangolo. Un’occasione per verificare se la filosofia aiuta a pensare anche argomenti apparentemente frivoli.

Nel tuo libro difendi esplicitamente le ragioni dell'apparenza. Mi pare però che non affronti la questione della bellezza fisica, femminile e maschile. C’è una ragione precisa?

Mi interessava molto prendere in esame la questione dell'apparenza perché si tratta di un tema eminentemente filosofico. Perché si condanna tanto l'apparenza? Che cosa ci sarebbe sotto, o dietro, che l'apparenza sarebbe supposta coprire? Non è forse vero che viviamo in un mondo di apparenze, che l'apparenza è tutto quello che abbiamo? Ricordiamo l'insegnamento kantiano: nella nostra esperienza possiamo conoscere le cose solo come queste ci appaiono. Allora prima impariamo ad accettare le apparenze e meglio è. Quanto alla bellezza fisica, che dire? Certo, in Sex & the city sono tutte belle, magre e truccate. Ma questo non dovrebbe stupire: come già osservava Hume, la finzione è sempre più bella della realtà. Piuttosto sarebbe strano il contrario.

Simpatizzi per un neo-femminismo che concili la difesa dei diritti delle donne con il non sentirsi in colpa nell’ acquistare scarpe e vestiti costosi. Nessuna tensione?

Non ho niente contro le femministe storiche: penso fossero figlie del loro tempo e che abbiano combattuto battaglie importantissime. Però penso anche che essere femminista oggi non voglia dire doverle imitare. Carrie & C. riflettono quello che è stato definito "il femminismo di terza generazione" che prende avvio dalle conquiste ottenute dalle lotte precedenti, ma che riesce a essere più rilassato verso molte cose. Si è persa quella forza aggressiva tipica delle femministe di prima generazione e si è tornati a una versione della donna più spontanea, a volte addirittura dolce. Che male c'è? Non si è ancora capito che bisogna smetterla di imporre modelli?

Pensi che una serie televisiva di successo possa concretamente influenzare l'immaginario delle spettatrici/spettatori? Insomma: Sex & the city fa pensare o deve poi arrivare la filosofia per dare un po' di senso alle cose?


Certo, può concretamente influenzare l'immaginario del pubblico: siamo lì in poltrona e ci domandiamo (ovviamente se siamo esseri umani normali e non ci limitiamo a ingozzarci di immagini e dialoghi ma proviamo anche a pensare a quello che vediamo e ascoltiamo) se davvero sia possibile riconoscere il vero amore e perché talvolta possa essere giusto mentire. Tutto questo si può fare anche con la filosofia. Va da sé che con la filosofia ci si diverte di più (almeno io).

Ma con tutta la loro passione per la moda, secondo te alla fine le quattro "ragazze" di Sex & the city rappresentano un esempio di stile?

Perché no? Mi piace come si vestono e adoro il fatto che anche quando sono a casa indossano una tuta di Donna Karan o una vestaglia La perla (altro che le tute deformate e i pinzoni che ornano le donne reali appena varcata la soglia di casa!). Le strade di New York si trasformano in una grande passerella en plein air e quei capi di Vivienne Westwood, Armani, Chanel, Prada e Gucci (per citarne solo alcuni) che alle sfilate ci sembrano belli sì, ma troppo fuori dal mondo, addosso a Carrie & C. sembrano molto più "normali". E comunque sempre meravigliosi.

lunedì 18 ottobre 2010

Comédie zodiacale 3. Toro (2006)

Mio nonno Antonio era nato il 7 maggio 1911. Questo nonno per me è stato una vera figura maschile, perché mio padre era poco virile ai miei occhi. Col nonno andavo d’accordo fin da piccolo quando lo soprannominai il nonno burlone perché mi faceva sempre gli scherzi.
Il nonno Antonio faceva parte di una famiglia numerosa di Leverano, in provincia di Lecce : a 17 anni aveva superato la selezione per diventare carabiniere e l’avevano mandato in Sardegna per tre anni, poi in Piemonte dove aveva conosciuto mia nonna di Cavagnolo. Aveva fatto la guerra d’Africa e poi era stato rimandato lì durante la Seconda Guerra. Era tornato in Italia per sposarsi e nella navigazione verso l’Africa la sua nave era stata affondata e lui era rimasto 11 ore in acqua, a gennaio, vedendo morire un sacco di uomini. Questo racconto me l’aveva fatto fin da piccolo. Ma una cosa gli aveva fatto più paura del naufragio, ed era stato il terremoto del Friuli, siccome allora abitavano a Udine e in quel momento che tremava la terra mio nonno ha preso in braccio la mia cuginetta neonata, sono usciti di corsa dal palazzo e siccome la porta elettrica dell’ingresso non si apriva lui l’ha sradicata ed è riuscito ad aprirla. Diceva che non sapeva dove aveva trovato la forza per aprire quella maledetta porta.
Del Toro mio nonno aveva tipicamente il senso di moralità, diciamo l’alleanza col Super-io per cui si sentiva il depositario della morale. Che avesse fatto il carabiniere lo aveva senz’altro aiutato a diventare un moralista, però un po’ ce lo doveva avere già di suo.
Che fosse un durissimo moralista si vede da come ha trattato mia zia Valeriana che è dello Scorpione.

Stavo ripassando la filosofia di Johann Gottlob Fichte (1770-18) e leggevo questa frase sull’Abbagnano : "Io ho una sola passione, un solo bisogno, un solo sentimento pieno di me stesso : agire fuori di me. Più agisco più mi sento felice". Mi son detto : proprio bella, son d’accordo, potrei averla detta io. Mi è venuto il sospetto e ho guardato la data di nascita, quando ho visto il 19 maggio son rimasto secco, come sempre quando indovino il segno di una persona o mi piace una ragazza il cui segno zodiacale mi significa qualcosa.
Fichte è simpatico perché era un proletario, e se le sue doti intellettuali di bambino non fossero state notate dal barone ... avrebbe fatto chissà quale lavoro manuale, invece ha potuto studiare e ha fatto fortuna. Mi simpatico per la sua fortuna e il suo costruirci sopra (fortuna senza impegno sono irritanti mentre l’impegno senza fortuna sono gli ingredienti della tragedia di un romanzo biografico).
Russell ha criticato Fichte nell’Elogio dell’ozio ... ma Russell non ha molto senso storico, come quando inizia il capitolo su Aristotele dicendo che non ha mai capito che cosa significhi “categorie”. La critica si può capire, tra l’altro è la stessa di Hegel, e cioè : la filosofia di Fichte sarebbe ossessiva e insostenibile perché condanna l’uomo a un continuo moto, a una tensione irrisolta verso obiettivi morali mai pienamente raggiunti, quindi dal punto di vista dell’ozio una faticaccia improba e senza premio. La frase di Fichte che ho citato fa capire che per lui il tendere-verso è un premio in se stesso. Si potrebbe dire: tensio ipsa premium est, per parafrasare un detto famoso.
A me Fichte invece piace molto, voglio dire la sua idea di morale come sforzo perenne, e per altro credo che sia l’idea centrale della nonviolenza. Mica si finisce mai di tendere alla nonviolenza! Come diceva Aldo Capitini (23 dicembre): "molto più semplice e più modesto dire : io sono amico della nonviolenza, mi piace, cerco di metterla in pratica, ne parlo con gli altri, ma capisco anche che c’è molto da fare per cambiare se stessi". Oppure Gandhi : ...
Tra l’altro Fichte piaceva anche a Deleuze che con l’idealismo tedesco non aveva certo feeling. E poi è alla base di Giovanni Gentile, che, fascista o non fascista, ha sempre esercitato un certo fascino su di me.
Non so quand’è nato Gentile. Vado a controllare... 30 maggio 1875, Gemelli. Gentile Giovanni.

domenica 17 ottobre 2010

Comédie zodiacale 2. Scorpione (2006)

Lo Scorpione gode di cattiva fama, ma a torto. È un segno creativo, sensuale, ma in senso non procreativo bensì sociale. Il Toro è l’opposto dello Scorpione e vuole riprodursi, mentre lo Scorpione è volto verso la comunità. Questo significa emotività, sesso come pura esperienza emotiva, mentre il Toro è più controllato, apparentemente più freddo.

Robert è un mio coetaneo di Berlino, est. Pur essendo tedesco è un gran burlone e con lui si ride un sacco. Questo senso dell’umorismo è anche tipico dello Scorpione.
Robert è un ragazzo affascinante, lui non è ambiguo per nulla, direi che è molto limpido, ma in fondo forse tutti gli Scorpioni lo sono, è solo che nella loro limpidezza si vede una certa tortuosità che a qualcuno può parere strana.
I comunisti della DDR gli hanno impedito di fare il liceo - perché potevano solo due per classe e dovevano essere i più bravi e i più comunisti, invece lui giustamente era un po’ ribelle testa di cazzo (ma oggi è ancora comunista...) - perciò sta ancora studiando architettura. Però lavora già ed è molto bravo, ora sta risistemando un loft di un giocoliere sulla Spree.
Nella DDR, Robert ha studiato per diventare artigiano. Poi è venuto in Italia per fondare un’impresa, ma i suoi soci italiani non erano molto convinti così l’impresa non guadagnava e dopo un po’ lui se n'è tornato a Berlino. Non so quando, ma ha anche passato un po’ di tempo in Brasile dove ha imparato la capoeira (è istruttore). Durante il suo tirocinio universitario è andato in Afghanistan appena liberato dai talebani per costruire una scuola insieme ad altri volontari architetti di un progetto tedesco. Uno molto figo insomma.
Allo Scorpione forse piace lavorare bene, costruire qualcosa attraverso il lavoro, almeno questo vale di sicuro per Robert.

Una che invece non ha voluto mai costruirsi un cazzo attraverso il lavoro è mia zia Valeriana. E' spontaneamente una ribelle, si è visto bene nel suo rapporto col nonno, pugliese e maresciallo dei carabinieri, un despota gelosissimo. Le figlie dovevano essere solo sue oppure di altri-secondo-la-Legge. Era acerrimo e mortale nemico di tutto l’illegale e l’an-archico. Così quando zia ventenne se ne andò di casa, lui non le parlò più per tre anni, fino al matrimonio di lei con un commercialista.
Per zia Valeriana l’amore la passione il sesso sono le cose più importanti del mondo, come si dice debba essere per gli Scorpioni. Certo lei è una difficile da trattare.
Per esempio la storia con il soldato della legione straniera: sono stati insieme dieci anni, per lui la zia aveva mollato lo zio all’improvviso creando un vero scandalo perché lo zio è un personaggio pubblico. Ma quando il legionario l'ha sfibrata per via della propria vecchia madre morente, lei l'ha mollato convintamente.

Forse la cifra comune agli Scorpioni è che riescono facilmente a catturare un partner? Lo pungono con la coda e poi...

venerdì 15 ottobre 2010

Comédie zodiacale 1. Capricorno (2006)

Il Capricorno è un segno di terra molto ostinato, che esalta tanto i pregi quanto i difetti della persona. Rispetto agli altri due segni di terra, Toro e Vergine, è certamente il più ostinato di tutti. Così tanto ostinato da risultare quasi immobile, inamovibile, inattaccabile, inossidabile, perverso. Se realizza qualcosa realizza grandi cose. Se fallisce è un grande fallimento quello che il Capricorno si consuma ostinatamente nel corso della vita, senza mai cambiare, o cambiando i dettagli per lasciare intatto il solido cuore della sua personalità.
Non è arrogante e pieno di sé come l'Ariete, anzi ha oscillazioni di autostima, alterna crisi interiori a fasi maniacali ed affermative al massimo grado. Tuttavia il Capricorno non si appoggia che su se stesso, si considera isolato, separato dagli altri sé, è un anti-buddista. Non sarà un caso che Gesù Cristo fosse del segno del Capricorno…

La storia di Cristo è nota. Il fatto che egli fosse nato sotto il segno del Capricorno è cosa un po' meno osservata dal grande pubblico. Gli astrologi hanno speso non poco tempo per commentare la natura di Capricorno del Cristo. Cristo va certamente considerato l'esempio massimo delle possibilità, tanto di successo quanto di fallimento dell'individuo del Capricorno.
Cristo con la sua pervicacia ha detto parole i cui effetti sono vivi ancora oggi, due milllenni dopo la sua vita e morte, e improbabile resurrezione. Se però non si ha fede nella sua natura divina e nella resurrezione che sarebbe seguita alla morte secondo le Scritture, Cristo si è guadagnato una morte orribile.
I francesi potrebbero dire: il s'est fait tuer comme un con...

[continua]