- Edoardo Acotto sospettare di tutte le "scienze" formate con nome+ismo10 ore fa ·
Italo Nobile Ma il marxismo non è una scienza, quanto un programma di ricerca. E io, al contrario di Marx, uso il termine "Marxismo" pur diffidandone. La verità è una risultante e contribuisce chi si espone.
10 ore fa · ·
Edoardo Acottoecco se mi dici che il marxismo non è una scienza allora sì che se ne può parlare...
PS ma scusa Marx non diceva di non essere marxista? Io però penso che abbia ragione Chomsky, a diffidare delle dottrine che vengono irrigidite e simboleggia...te col nome del loro iniziatore (marxismo, leninismo, freudismo, darwinismo ecc.)Mostra tutto
10 ore fa ·
Italo Nobile Ma dire di appartenere ad una Famigghia, non vuol dire che non dai tre pallottole al tuo fratellino...
9 ore fa · ·
Edoardo Acotto sì ma un fisico relativista non dice: sono un einsteiniano, come mai?
circa un'ora fa ·
Italo Nobile Beh, c'è l'interpretazione di Copenaghen ad es. e quelli che sono contro l'interpretazione di Copenaghen della MQ
59 minuti fa · ·
Edoardo Acotto sì ma non si chiamano bohriani o heisenberghiani o che so io. Chosmky sfotte bene il tarlo implicito nel reclamarsi alla firma (Deleuze) di un pensatore.
"Hegeliani", "heideggeriani", "deleuziani", "derridiani" ecc.
52 minuti fa ·
Italo Nobile Dire di essere deleuziani è ammettere che non c'è scienza. Gli scienziati rispettano rigidamente il centralismo democratico. Altrimenti ammetterebbero una debolezza.
48 minuti fa · ·
Italo Nobile Le differenze ci sono, ma vengono rimosse. Forse c'è un metodo unitario di verifica, ma non credo neanche questo. C'è una forte ideologia nella scienza. E forti interessi materiali pure. Pensa se dicessero apertamente di schierarsi. Forse perderebbero il rispetto di quelli che scienziati non sono
46 minuti fa · ·
Italo Nobile Io sono un po' feyerabendiano. Qualcosa va, ma non si sa cosa
45 minuti fa · · 1 personaCaricamento in corso... ·
Edoardo AcottoSono questioni marginali e che non scalfiscono di un'unghia il lavoro che uno scienziato onesto e intelligente fa e deve fare.
Nella scienza, prima che ideologia, ci sono oggetti, formalismi e vincoli metodologici e logici senza i quali non ...si produrrebbe conoscenza del mondo esterno. Che nonostante tutte le ideologie mi pare una cosa essenziale anche per coloro che preferiscono riflettere su altri mondi possibili, me compreso.Mostra tutto
42 minuti fa ·
Edoardo Acotto Sì poi però quando Ratzinger lo ha citato contro Galilei lui era dispiaciuto...
40 minuti fa ·
Italo Nobile Feyerabend piace molto ai Cattolici perchè fa dire cazzate a tutti. Un sincero anarchico
39 minuti fa · ·
Edoardo AcottoNe conosco a carriolate. L'onestà intellettuale è un'idealizzazione utile per impostare il discorso, se no è chiaro che chiunque piega qualsiasi cosa a qualunque fine schifoso.
Ma basta guardare da vicino come lavorano gli scienziati e ci si... rende conto che i filosofi che parlano di loro non sanno di che parlano.Mostra tutto
37 minuti fa ·
Italo Nobile Gli scienziati se parlano dicono più cazzate dei filosofi...vedi un po' tu come si è combinati.
Gli scienziati sono come quello maledetto da Alex Drastico: stanno muti tutto il tempo tranne pochissimi minuti dove dicono cazzate inenarrabili
35 minuti fa · ·
Italo Nobile Oddio se parlano con i loro formalismi, tanto rispetto per il pidgin, però se vogliono trasmettere conoscenza sono più coglioni di noi.
Prendi Zichichi, Boncinelli, Odifreddi. Valgono Baricco
34 minuti fa · ·
Edoardo AcottoMa va, Zichichi è un coglione, gli altri due no per nulla e mi risulta che sia Odifreddi il più divulgativo. Ma questo name dropping è ad hoc, questo sì. Che c'entrano i singoli?
E se tu chiami pidgin la matematica e la fisica, scusa tanto m...a mi sa che ti sfugge qualcosa.
Il sapere matematico non si può "divulgare" al 100%, esattamente come a un ascoltatore naif non si può spiegare la musica come pensata e vissuta dal compositore.
Certa conoscenza è incomunicabile a prescindere dal suo formalismo, appunto quella insita nella matematica, nella logica, nella musica, forse pure nella fisica.
Puoi anche provare parafrasare e divulgare, ma non conservi integralmente l'informazione, ovvio.Mostra tutto
25 minuti fa ·
Italo NobilePer me non è tanto ovvio. Per me è un problema serio. Ovviamente lo scienziato ci può passare sopra, tanto a lui che frega ? Dice quattro cazzate e si sdraia. Tanto è lo scienziato.
Whitehead del rapporto tra mondo della fisica e mondo quoti...diano ne faceva un problema filosofico e anche lo Husserl della Crisi.
Per me ripeto si tratta di un problema serio.
Ovviamente fin quando non si risolve, per me dal punto di vista filosofico uno scienziato vale quanto un sofferente mentale. Si legge quello che scrive, ma come una sintomatologia.Mostra tutto
20 minuti fa · ·
Edoardo Acottoe non ti viene in mente che anziché psicoanalizzare gli scienziati sarebbe meglio psicoanalizzare i nevrotici?
Voglio dire, la scienza funziona, e basta che funzioni, poi il filosofo filosofeggia e chiarisce i concetti che gli scienziati las...ciano confusi e oscuri. Ma da qui a pretendere di avere il punto di vista migliore perché "la scienza non pensa" e simili amentià, passa la distinzione tra un lavoro intellettuale che si confronta con la realtà e uno che si confronta coi propri concetti, insomma la differenza tra materialismo e idealismo.
Ah già, ma tu sei platonico...
Be', per me è seriamente inconcepibile.Mostra tutto
15 minuti fa ·
Italo NobileNon si tratta di psicoanalizzare, ma si tratta di dare una rappresentazione a cose che valgono solo perchè funzionano
Ma le cose che valgono solo perchè funzionano al massimo sono il trapano e il commissario Rex. Ma una persona se deve spieg...are. Non è che fa come Clint Eastwood, spara e lo intervistiamo o diciamo "Chi sa fa e chi non sa insegna". Perchè così arriviamo ai figli dei camorristi che non vanno a scuola e a Berlusconi con le tre I, le tre D etc etcMostra tutto
8 minuti fa · ·
Edoardo Acottoecco adesso ci manca solo che tu dica che camorra e Berlusconi sono colpa dell'atteggiamento scientifico.
Ben vengano tutte le epoché, purché i filosofi non dimentichino che il pensiero filosofico è una modalità derealizzante della mente uma...na.
Scienza e filosofia sono cose completamente diverse. La scienza funziona, spiega il mondo in maniera progressivamente sempre più limpida e per capirla bisogna farsi un culo così.
La filosofia per parte sua illumina zone d'ombra dell'umano, ma si presta anche a fraintendimenti ed errori a prova di bomba, nonché a dottrine misteriche e inverificabili che corroborano soltanto la psiche dei suoi adepti (vedi certo postmodernismo, certo heideggerismo, certa filosofia cristiana ma anche un certo marxismo).Mostra tutto
circa un minuto fa ·
E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
lunedì 6 dicembre 2010
Dialogo tra un sordo marxista platonico, e un sordo anarchico pseudocognitivista
sabato 4 dicembre 2010
Lezioni cinematografiche di cunnilingus. Kaboom di Gregg Araki (Vogue14)
Pubblicato su Vogue.it
Se volete vedere un film che mescola generi e citazioni, Twin peaks con Matrix e il Dottor Stranamore, Eyes Wide Shut con Strange days e Le streghe di Eastwick, il tutto condito da un irresistibile erotismo lesbo-gay appena attenuato dalla commedia, non perdetevi il nuovo film del regista nippo-americano Gregg Araki, in questi giorni sugli schermi del Torino Film Festival: Kaboom, già vincitore della Queer Palm al Festival di Cannes 2010.
Se volete vedere un film che mescola generi e citazioni, Twin peaks con Matrix e il Dottor Stranamore, Eyes Wide Shut con Strange days e Le streghe di Eastwick, il tutto condito da un irresistibile erotismo lesbo-gay appena attenuato dalla commedia, non perdetevi il nuovo film del regista nippo-americano Gregg Araki, in questi giorni sugli schermi del Torino Film Festival: Kaboom, già vincitore della Queer Palm al Festival di Cannes 2010.
Non manca nulla per divertirsi: un ritmo rapidissimo, bravi attori giovani, belli e molto sexy (Roxane Mesquida è una strega lesbica che non perdona), humour, mistero, visioni, complotti, inseguimenti, travestimenti, personaggi bizzarri e sesso soft. Ma neanche tanto soft, se si considera la piccola lezione di cunnilingus per machos troppo pieni di sé: la vagina non è un piatto di spaghetti e il clitoride è come un piccolo pene, va trattato di conseguenza…
L’atmosfera è surreale e fumettistica, ma il film non si dimentica mai dello spettatore e, nonostante il sovrapporsi di colpi di scena ai limiti della credibilità, non c’è nemmeno un momento di noia.
Belle musiche post-rock e un finale a sorpresa più che esaltante: di che uscire dalla sala con l’aria pienamente soddisfatta. E con qualche consolidamento delle proprie nozioni sessuali.
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Facebook e la filosofia: un pezzo per Alfabeta 2
Esteriorizzazione
Per chi può permettersi un computer e un abbonamento a internet – e non sono ancora tutti, nemmeno nei paesi più ricchi – l’esistenza odierna è parzialmente online. Sembra allora un compito arduo provare a indicare un senso globale delle interazioni tra i soggetti che popolano i social network, per la pervasività delle pratiche di vita online e per il continuo intreccio di attuale e virtuale.
Considero i social network in generale come una "tecnologia dell'intelletto" (Jack Goody a proposito della scrittura) e in particolare come un’esteriorizzazione della facoltà di ragionare: non solo luoghi virtuali ma veri e propri dispositivi cognitivi allargati, una protesi delle facoltà mentali innate e culturalmente implementate. La nascita della scrittura, per esempio, ha rappresentato per la specie umana la possibilità di ricorrere a una memoria esterna, a un ampliamento della capacità di memorizzazione di informazioni manipolabili in tempo differito, in maniera complessa e stratificata, permettendo così il sorgere di una memoria culturale più astratta rispetto ai modi della trasmissione orale. Come la scrittura ha testualizzato la differenza temporale, così i social network virtualizzano la differenza spaziale.
Alle frequenti critiche secondo cui le nuove tecnologie di informazione e comunicazione impoverirebbero le facoltà cognitive e comunicative si può facilmente obiettare che i social network, entro i limiti formali, contenutistici e stilistici loro propri, sono naturali catalizzatori di letto-scrittura. In particolare Facebook, il re di tutti i social network, risulta simile a una lenta multi-chat, un dialogo scritto, virtualmente aperto a tutti: la necessaria differenza temporale che intercorre tra una produzione segnica e le risposte da essa occasionate, rappresenta un modo per custodire il logos, o quel che ne resta. In seno alla società dello spettacolo generalizzato, Facebook ha definitivamente inaugurato l’epoca dei nuovi soggetti (online) che leggono e scrivono, svincolati dalla necessità di offrire la loro immagine corporea in tempo reale (non è più così frequente sentirsi invitare a continuare la conversazione sulla video-chat di skype).
Anche se le ricadute emotive della frequentazione di Facebook sono molte e interessanti, mi concentrerò su ciò che Facebook fa o sembra fare al pensiero e alla comunicazione.
giovedì 2 dicembre 2010
Formalizzare la rilevanza musicale (versione preliminare accettata ad AISC 2010. Contiene alcuni errori che sto correggendo)
Formalizzare la rilevanza musicale
Edoardo Acotto
Department of Computer Sciences, University of Turin; corso Svizzera, 185 10149 Turin,
Italy; Tel. +39 0116706711, Fax +39 011751603
1. Generative Theory of Tonal Music, Tonal Pitch Space, Relevance Theory
Il presente studio ha come obiettivo la formulazione e la formalizzazione del concetto di Rilevanza Musicale[1], a partire dalla Relevance Theory (d’ora innanzi RT) [1]. Pur concepita nell’ambito del computazionalismo, RT non ha ancora trovato applicazioni computazionali e non è mai stata applicata alla cognizione musicale. Il concetto di Rilevanza Musicale permetterebbe di spiegare in parte il comportamento musicale degli ascoltatori e le scelte dei compositori e un’efficiente implementazione potrebbe fornire un ausilio alla composizione. Inoltre, indagare la plausibilità di un dispositivo computazionale per il calcolo della Rilevanza Musicale può contribuire alla formulazione di una teoria cognitiva dell’ideazione musicale e del pensiero creativo in generale. In questo studio proponiamo di ibridare la RT con la Generative Theory of Tonal Music (d’ora innanzi GTTM) [2], al fine di formulare un algoritmo per il calcolo della Rilevanza Musicale, approssimando così un modello di simulazione del ragionamento musicale.
GTTM intende descrivere la comprensione musicale di un ascoltatore esperto, postulando l’esistenza di rappresentazioni mentali musicali strutturate su quattro livelli: due strutture “orizzontali”, ritmo e raggruppamento, e due strutture gerarchiche “verticali” formalizzabili come alberi binari [4, p. 253] e chiamate “riduzione temporale” e “riduzione del prolungamento”. GTTM trova in [3] un parziale riaggiustamento e un complemento, specialmente in fatto di quantificazione e formalizzazione dei parametri cognitivi musicali (analizzati in [2] come “regole di preferenza” non facilmente implementabili [4]).
RT è stata inizialmente formulata come teoria cognitivo-pragmatica della comunicazione, ma si è successivamente espansa fino ad assumere le dimensioni di una teoria generale della cognizione. Il Principio di Rilevanza Cognitiva si formula così: “La cognizione umana tende a essere guidata dalla massimizzazione della rilevanza” [5]. La rilevanza di un input è definita come rapporto ottimale tra sforzo ed effetto cognitivi. Qualsiasi input è rilevante per un individuo, in un certo contesto cognitivo, quando può essere messo in relazione all’informazione registrata e accessibile, producendo un “effetto cognitivo positivo” [5]. La rilevanza di un input è una variabile continua e non categoriale e un concetto comparativo e non quantitativo (“x è più rilevante di y, per P nel contesto C al momento t”)[2]. Quanto maggiori sono gli effetti cognitivi, tanto maggiore sarà la loro rilevanza; viceversa, quanto minore è lo sforzo di processamento, tanto maggiore sarà la rilevanza dell’input (ceteris paribus).
Per rendere computazionale la teoria della Rilevanza Musicale dobbiamo però trasformare la Rilevanza in variabile quantitativa. Poiché in [1] non è previsto alcun metodo per calcolare la Rilevanza, formulare un algoritmo che ne approssimi il valore relativamente a un flusso di input musicali ci sembra costituire un passo decisivo per mettere alla prova la natura computazionale del Principio di Rilevanza Cognitiva.
2. Calcolare lo sforzo di trattamento (ST)
In accordo con RT, per risultare (più) rilevante (di un altro), un brano musicale richiedente un certo sforzo di processamento dovrà offrire in cambio un proporzionato effetto cognitivo/emotivo[3] (maggiore di quello offerto da un altro brano richiedente un analogo sforzo di processamento). Per poter calcolare la rilevanza di un input qualsiasi è però necessario quantificare entrambe le variabili che la costituiscono, per definizione: lo sforzo di trattamento e l’effetto cognitivo/emotivo. Riguardo allo sforzo di trattamento (ST), né in [1] né in [2] o [3] vengono formulati metodi per calcolarlo. Riguardo invece all’effetto musicale (EM), inteso come effetto cognitivo/emotivo causato dalla percezione di un brano musicale, diversi algoritmi sono formulati in [3] per il calcolo della tensione e dell’attrazione tonali: tensione e attrazione costituiscono un probabile nucleo di EM, pur non esaurendolo.
Individuiamo due dimensioni di ST: una “orizzontale”, determinata dal fluire del tempo musicale, e una “verticale”, strutturale e gerarchica (la comprensione delle proprietà strutturali di un brano musicale è parte fondamentale della sua comprensione anche non esperta [7]; possiamo pertanto ipotizzare plausibilmente che una quota di ST sia investita nel rilevamento delle proprietà strutturali della musica udita).
In virtù della necessità di mantenere in memoria un numero crescente di eventi musicali, ipotizziamo poi un progressivo aumento di ST al trascorrere del tempo musicale. Date le capacità finite di immagazzinamento nella memoria di breve termine, ST non crescerà indefinitamente al semplice sommarsi degli eventi sonori: postuliamo l’esistenza di un filtro cognitivo che processi l’accumulo dei gruppi-frasi, intesi come Gestalten. Poiché le strutture del Raggruppamento di GTTM si elevano ricorsivamente a partire da unità minime, ipotizziamo che un buon livello di default, plausibile a livello psicologico, possa essere il livello del gruppo minimo, ossia quello di più basso livello gerarchico, spesso coincidente con un inciso della tradizione musicale occidentale. Nel nostro modello, ogni gruppo-frase riceverà un numero progressivo che misuri l’incremento lineare di ST, nell’ipotesi che la mente calcoli il progressivo allontanamento dall’inizio strutturale del brano: a tale numero dovremo aggiungere i valori della dimensione gerarchica di ST.
In [8] Katz e Pesetsky osservano che tanto la riduzione temporale (time-span reduction = TSR) quanto la riduzione del prolungamento colgono importanti proprietà strutturali della musica: dopo avere confrontato le due strutture, gli autori concludono che ha importanza formale soltanto la nozione di “distanza dalla radice” di un nodo della struttura gerarchica degli eventi sonori. Tale distanza viene quantificata attraverso un “numero RD”: “The RD number of an event e in a structure K, RD(e), is the number of nodes that nonreflexively dominate the maximal projection of e (i.e. eP) in K” [8, p. 32-27]. Considereremo la distanza gerarchica di ciascun evento sonoro dalla propria “proiezione massima”, ossia il suo “numero RD”, come una componente di ST. Poiché nella formalizzazione di [8] il numero RD dell’evento dominante – la testa della frase musicale – è uguale a zero, e poiché non è plausibile che la percezione del primo di una serie di eventi sonori abbia un costo cognitivo nullo, aumenteremo di una unità i numeri RD calcolati secondo la regola di Katz e Pesetsky.
Calcoleremo dunque ST ricorrendo alle regole di TSR formulate in [2, p. 152-178] e parzialmente implementate in [4]. Ottenuta la segmentazione del brano musicale in gruppi-frase, l’algoritmo assegnerà a ognuno di questi un numero progressivo; successivamente si applicherà la regola di Katz-Pesetsky per trovare i numeri DR di ciascun evento sonoro e, dopo averli aumentati di una unità, l’algoritmo li sommerà al numero – che chiameremo “Ng”[4] – proprio di ciascun gruppo-frase. Il semplice algoritmo descrivente questo processo di calcolo di ST sarà dunque:
ST = Ng + DR’ (dove ST = sforzo di trattamento cognitivo; Ng = numero progressivo di gruppo-frase; DR’ = numero DR aumentato di un’unità).
Così calcolato, ST verrà messo in rapporto con EM, entrando a costituire la formula della Rilevanza Musicale: RM = EM/ST.
3. Calcolare l’effetto cognitivo musicale
Riguardo ai tre tipi di tensione tonale distinti da Lerdahl (superficiale, sequenziale, gerarchica), i test sperimentali sembrano mostrare che tutti gli ascoltatori percepiscono anche la tensione gerarchica e che la tensione sequenziale non è una variabile sufficiente per rendere conto dell’effettiva percezione musicale[5].
Nonostante il problema lasciato aperto in [2, 3], per cui la generazione dell’albero TSR di un brano musicale non si fonda su un algoritmo ma su un “sistema di regole di preferenza” [10, p. 340], per calcolare EM faremo ricorso ad alcuni algoritmi formulati in [3] considerando il calcolo complessivo della tensione/attrazione melodica come parte fondamentale di EM:
Hierarchical tension rule: Tloc(y) = d(xdom®y) + Tdiss(y); Tglob(y) = Tloc(y) + Thin(xdom), dove y è l’accordo-bersaglio, xdom è l’accordo che domina direttamente y nell’albero del prolungamento; Tloc(y) è la tensione locale associata a y; d(xdom®y) = la distanza da xdom a y; Tglob(y) è la tensione globale associata a y; Thin(xdom) = la somma dei valori di distanza che y eredita dagli accordi che dominano xdom
Harmonic attraction rule: arh(C1®C2 ) = c[arvl(C1®C2)/d(C1®C2)], dove arh(C1®C2 ) è l’attrazione armonica di C1 verso C2; la costante c = 10; arvl(C1®C2) è la somma dell’attrazione della condotta delle parti per tutte le voci in C1; d(C1®C2) è la distanza da C1 a C2, con C1 ¹ C2.
Formulate inizialmente in [3], queste regole hanno trovato un riscontro sperimentale in [10], predicendo con sufficiente esattezza la percezione di un ascoltatore. Ipotizziamo che tali regole rendano conto congiuntamente di EM: nel calcolo della rilevanza musicale sarà dunque necessario avere una misura aggregata e ponderata della tensione locale, più la tensione globale, più l’attrazione armonica (in [10] si utilizza la tecnica della regressione multipla).
Il nostro algoritmo finale calcolerà così una prima approssimazione della Rilevanza Musicale: tale approssimazione dovrà naturalmente attraversare il banco di prova dell’implementazione e del confronto con i test psicologici sperimentali che ne saggeranno la plausibilità cognitiva.
References
1. Sperber, D., Wilson, D.: Relevance. Communication and Cognition. Blackwell, Oxford (1986/1995)
2. Lerdahl, F., Jackendoff, R.: A generative theory of tonal music. MIT Press, Cambridge (1983)
3. Lerdahl, F.: Tonal pitch space. Oxford University Press, New York (2001)
4. Hamanaka, M., Hirata, K., Tojo, S.: Implementing "A Generating Theory of Tonal Music". Journal of New Music Research, 35 (4), pp. 249--277, Routledge (2006)
5. Wilson, D., Sperber, D.: Relevance Theory. In: Ward, G., Horn, L. (eds.) Handbook of Pragmatics. Blackwell, Oxford (2004)
6. Carnap, R.: Logical foundations of probability. Routledge and Kegan Paul, London (1950)
7. Davies, S.: Musical Understandings. In: Becker, A., Vogel M. (eds.), Musikalischer Sinn: Beiträger zu einer Philosophie der Musik. Suhrkamp Verlag, Frankfurt (2008)
8. Katz, J., Pesetsky, D.: The Identity Thesis for Language and Music, http://ling.auf.net/lingBuzz/000959
9. Bigand, E., Parncutt, R.: Perception of musical tension in long chord sequences. Psychological Research, 62 (4), pp. 237--254. Springer (1999)
10. Lerdahl, F., Krumhansl, C. L.: Modelling tonal tension. Music Perception, 24, pp. 329--366. University of California Press (2007)
[1] Anche se in italiano l’uso invalso è quello di tradurre “relevance” con “pertinenza”, nel corso del testo si userà la traduzione “rilevanza”, in mancanza di ragioni particolari per mantenere “pertinenza”.
[2] Sulla nozione comparativa/quantitativa di rilevanza, si veda [1, §3.2, §3.5, §3.6]. Per la distinzione tra concetti comparativi e quantitativi si veda [1, pp.79-81, 124-32], che rinvia a [6].
[3] In [1], Sperber e Wilson considerano omogenee la sfera cognitiva e quella emotiva.
[4] Per bilanciare Ng occorrerà tuttavia trovare un’adeguata quantificazione dell’effetto musicale causato dalla ripetizione di elementi musicali: proporremo questo bilanciamento in un lavoro successivo.
[5] In [9] si ottiene un diverso risultato sperimentale: gli ascoltatori percepirebbero maggiormente la tensione sequenziale. In [10, p.357] si ipotizza che questo diverso risultato sia parzialmente spiegabile con l’assenza, in [9], delle componenti della dissonanza superficiale e dell’attrazione melodica e per il fatto che il loro metodo incoraggerebbe l’ascolto “momento-per-momento”.
venerdì 26 novembre 2010
Dialogo tra un pessimista anarchico e un marxista intelligente
Marxista: [...] Stiamo aprendo una prospettiva anarco-socialista, ovvero la ricomposizione della frattura della prima internazionale. In effetti i tempi sono maturi :-)
Anarchico: certo! E comunque era tutta colpa dei marxisti :-D
Marxista: Beh, alcuni marxisti hanno certo contribuito, eccome, sia nella teoria che soprattutto nella prassi. Ma non tutti.
A parte gli scherzi, penso proprio che molte delle ragioni che dividevano anarchici da socialisti siano state superate, a partire dalle condizioni di un'efficace auto-organizzazione dal basso favorita dalle nuove tecnologie di comunicazione per finire con il fatto che anche il movimento socialista ha presto atto dei problemi enormi che sorgono scorporando il tema delle libertà individuali dagli obiettivi
di giustizia sociale.
Anarchico: sì, ma soprattutto, anche i socialisti hanno capito che la scienza non è quella marxista...
Marxista: su questo sono pronto a confrontarmi, perché sia nelle scienze sociali che nelle scienze economiche il contributo dei marxisti è stato notevole e anche più dinamico di quel che si tende a
rappresentare.
Pensa a Oskar Lange, che ebbe il coraggio di criticare la teoria del valore marxiana rinnovando così la teoria economica marxista con innesti neoclassici, dimostrò matematicamente che il piano è uno strumento di allocazione migliore del mercato perché in grado di riprodurre gli effetti allocativi di quest'ultimo, ma anche di produrne di altri, a seconda degli obiettivi sociali desiderati. Ancora comprese che il piano è in grado di asservire il mercato ai proprio fini allocativi.
http://it.wikipedia.org/wiki/Oskar_Lange (meglio la versione inglese)
Oggi la sociologia mondiale riscopre le categorie gramsciane e marxiane e l'economia il dirigismo, che è un'economia di piano che si dichiara capitalista per non occuparsi troppo delle responsabilità sociali, trionfa ovunque e soprattutto è il modello della potenza in crescita, quella cinese. E per quanto fosse imperfetta, l'economia di piano sovietica, pur applicata alla cappero che peggio non si poteva perché continuamente violentata dalle cicliche purghe di esperti e dagli ukaze politici che pretendevano obiettivi deliranti, ha permesso ad un paese di secondo piano di diventare la seconda potenza economica e industriale del pianeta in pochi decenni. E da quando c'è stata la transizione al capitalismo, non c'è stato il tanto profetizzato decollo russo, ma un'agonia economica e demografica che ha obbligato la Russia a dipendere dalle esportazioni di materie prime come gas e petrolio, al pari della Nigeria o del Venezuela. Secondo me c'è ancora troppa pressione ideologica per riconoscere anche le virtù, oltre che i limiti, della pianificazione socialista o del socialismo di mercato.
Anarchico: ecco non nego che ci siano (stati) marxisti colti e intelligenti, quello che negherei è che il loro marxismo abbia dato qualche apporto decisivo al loro lavoro intellettuale. Ma queste sono questioni inutili.
Voi marxisti siete affascinati dallo sviluppo tecnologico, che vi pare un bene primario.
Prima la società, poi l'individuo. Io invece credo che una società che sacrifichi anche solo un individuo non abbia alcuna legittimità morale, figuriamoci politica.
Mi obietterai forse che la razionalità impone vincoli, ma anche l'etica è razionale, si tratta solo di decidere se riferirsi all'economia o all'etica (tanto per riprendere le categorie dello spirito crociane)
Io credo che il mito dello sviluppo economico sia tipicamente otto-novecentesco e ormai morto e sepolto, e che per impostare un nuovo modello di sviluppo basato sulla decrescita ("sviluppo sostenibile" mi sembra un concetto ipocrita) si debbano abbandonare un bel po' di convinzioni marxiste.
(Che l'URSS crescesse e la Russia putiniana no, da un punto di vista epistemologico non è UNA DIMOSTRAZIONE di niente, anche se sappiamo tutti che dopo il crollo del regime il capitalismo mafioso ha preso in mano tutto quanto)
Il marxismo dice molto sul sistema, ma nulla sull'individuo, che viene sempre trattato come astrazione idealizzata, il che all'occorrenza può giustificare le purghe (non che le giustifichi davvero, e non che io creda che nessuno pensi che le giustifichi; ma sembra essere un fatto che il bolscevico crede nella necessità di salvare la rivoluzione massacrando i rivoltosi di Kronstadt).
Un'altra cosa notevole, anche se solo fenomenologica, è questa: nel mondo nessun grande intellettuale si riferisce più al marxismo se non, com'è giusto, come a una delle tante dottrine da cui si può prelevare qualcosa di buono senza tentare di salvarne la sacra coerenza.
Io direi così: se la tua scienza è buona, la praticherai con successo senza sentire il bisogno di magnificarne a tutti le grandi virtù. Ma se la tua scienza non produce buoni risultati (e mi pare proprio il caso del marxismo) allora non esitare a cercare altre scienze più produttive.
E bada che questo discorso non va confuso con il perserverare nella difesa dei propri ideali: quelli vanno difesi SEMPRE, a prescindere dal successo o dall'insuccesso empirico ottenuto nel difenderli.
Ma etica e scienza stanno su piani separati
[cfr. anche Dialogo tra un sordo marxista platonico, e un sordo anarchico pseudocognitivista]
Anarchico: certo! E comunque era tutta colpa dei marxisti :-D
Marxista: Beh, alcuni marxisti hanno certo contribuito, eccome, sia nella teoria che soprattutto nella prassi. Ma non tutti.
A parte gli scherzi, penso proprio che molte delle ragioni che dividevano anarchici da socialisti siano state superate, a partire dalle condizioni di un'efficace auto-organizzazione dal basso favorita dalle nuove tecnologie di comunicazione per finire con il fatto che anche il movimento socialista ha presto atto dei problemi enormi che sorgono scorporando il tema delle libertà individuali dagli obiettivi
di giustizia sociale.
Anarchico: sì, ma soprattutto, anche i socialisti hanno capito che la scienza non è quella marxista...
Marxista: su questo sono pronto a confrontarmi, perché sia nelle scienze sociali che nelle scienze economiche il contributo dei marxisti è stato notevole e anche più dinamico di quel che si tende a
rappresentare.
Pensa a Oskar Lange, che ebbe il coraggio di criticare la teoria del valore marxiana rinnovando così la teoria economica marxista con innesti neoclassici, dimostrò matematicamente che il piano è uno strumento di allocazione migliore del mercato perché in grado di riprodurre gli effetti allocativi di quest'ultimo, ma anche di produrne di altri, a seconda degli obiettivi sociali desiderati. Ancora comprese che il piano è in grado di asservire il mercato ai proprio fini allocativi.
http://it.wikipedia.org/wiki/Oskar_Lange (meglio la versione inglese)
Oggi la sociologia mondiale riscopre le categorie gramsciane e marxiane e l'economia il dirigismo, che è un'economia di piano che si dichiara capitalista per non occuparsi troppo delle responsabilità sociali, trionfa ovunque e soprattutto è il modello della potenza in crescita, quella cinese. E per quanto fosse imperfetta, l'economia di piano sovietica, pur applicata alla cappero che peggio non si poteva perché continuamente violentata dalle cicliche purghe di esperti e dagli ukaze politici che pretendevano obiettivi deliranti, ha permesso ad un paese di secondo piano di diventare la seconda potenza economica e industriale del pianeta in pochi decenni. E da quando c'è stata la transizione al capitalismo, non c'è stato il tanto profetizzato decollo russo, ma un'agonia economica e demografica che ha obbligato la Russia a dipendere dalle esportazioni di materie prime come gas e petrolio, al pari della Nigeria o del Venezuela. Secondo me c'è ancora troppa pressione ideologica per riconoscere anche le virtù, oltre che i limiti, della pianificazione socialista o del socialismo di mercato.
Anarchico: ecco non nego che ci siano (stati) marxisti colti e intelligenti, quello che negherei è che il loro marxismo abbia dato qualche apporto decisivo al loro lavoro intellettuale. Ma queste sono questioni inutili.
Voi marxisti siete affascinati dallo sviluppo tecnologico, che vi pare un bene primario.
Prima la società, poi l'individuo. Io invece credo che una società che sacrifichi anche solo un individuo non abbia alcuna legittimità morale, figuriamoci politica.
Mi obietterai forse che la razionalità impone vincoli, ma anche l'etica è razionale, si tratta solo di decidere se riferirsi all'economia o all'etica (tanto per riprendere le categorie dello spirito crociane)
Io credo che il mito dello sviluppo economico sia tipicamente otto-novecentesco e ormai morto e sepolto, e che per impostare un nuovo modello di sviluppo basato sulla decrescita ("sviluppo sostenibile" mi sembra un concetto ipocrita) si debbano abbandonare un bel po' di convinzioni marxiste.
(Che l'URSS crescesse e la Russia putiniana no, da un punto di vista epistemologico non è UNA DIMOSTRAZIONE di niente, anche se sappiamo tutti che dopo il crollo del regime il capitalismo mafioso ha preso in mano tutto quanto)
Il marxismo dice molto sul sistema, ma nulla sull'individuo, che viene sempre trattato come astrazione idealizzata, il che all'occorrenza può giustificare le purghe (non che le giustifichi davvero, e non che io creda che nessuno pensi che le giustifichi; ma sembra essere un fatto che il bolscevico crede nella necessità di salvare la rivoluzione massacrando i rivoltosi di Kronstadt).
Un'altra cosa notevole, anche se solo fenomenologica, è questa: nel mondo nessun grande intellettuale si riferisce più al marxismo se non, com'è giusto, come a una delle tante dottrine da cui si può prelevare qualcosa di buono senza tentare di salvarne la sacra coerenza.
Io direi così: se la tua scienza è buona, la praticherai con successo senza sentire il bisogno di magnificarne a tutti le grandi virtù. Ma se la tua scienza non produce buoni risultati (e mi pare proprio il caso del marxismo) allora non esitare a cercare altre scienze più produttive.
E bada che questo discorso non va confuso con il perserverare nella difesa dei propri ideali: quelli vanno difesi SEMPRE, a prescindere dal successo o dall'insuccesso empirico ottenuto nel difenderli.
Ma etica e scienza stanno su piani separati
[cfr. anche Dialogo tra un sordo marxista platonico, e un sordo anarchico pseudocognitivista]
mercoledì 17 novembre 2010
Ho intervistato Michel Houellebecq...
2.
Michel Thomas, alias Michel Houellebcq, è stato per anni considerato uno scrittore scandaloso, politicamente scorretto, addirittura un portavoce del fascismo europeo (come disse un Baricco straordinariamente abbagliato, alcuni anni fa).
Con La carta e il Territorio, il suo ultimo romanzo che per molti versi si presenta esplicitamente come il suo “ultimo”, quasi un commiato (per sopraggiunta anzianità?) dall’intensità della precedente scrittura, spesso incandescente per temi pensieri e passioni (tristi) racchiusi in essa, Houellebecq sembra ora avere raggiunto una specie di calma artistica, se non esistenziale (anche se vedendolo da vicino emana una gran quiete: dipenderà dai giorni a quanto dicono i giornalisti, ai quali lo scrittore sembra comunque riservare un disprezzo aprioristico…).
Oltre all’indiscutibile potenza di una narrativa colta che spesso mescola i toni immediati della letteratura popolare e le tinte forti della pornografia con ardui intermezzi teorici, scientifici e filosofici, l’appassionato lettore di Houellebecq apprezza proprio questa mistura esplosiva. Personalmente, da anni considero i romanzi di Houellebecq come i più rilevanti dal punto di vista filosofico che si possano reperire sul mercato occidentale contemporaneo. Ovviamente ci sono altri grandi romanzieri, anche enormi, com’è del resto Houellebecq, ma difficilmente i loro libri evocano direttamente o indirettamente tanti problemi filosofici come quelli di Houellebecq.
Perciò quando lo incontrerò per la prima volta in vita mia glielo dirò subito. Lo incontrerò al Grand Hotel de Milan, un bel luogo sontuoso per incontrare il mio scrittore preferito. Che è oggettivamente uno degli scrittori viventi più importanti al mondo.
Houellebecq tarderà un po’ a scendere, mi dice la persona della Bompiani che organizza le sue giornate italiane. Il mio nervosismo cresce: è noto che H odia i giornalisti. Ma io non sono un giornalista, mi dico per tranquillizzarmi… E poi la sera precedente l’ho visto a un incontro pubblico a Torino, è stato gentile, ha risposto cortesemente a tutte le domande, ed è stato anche spiritoso in maniera non aggressiva.
***
1.
...sabato 20 novembre alle 10,30, a Milano.
Da allora se guardo indietro nel passato non mi viene in mente null'altro che lui seduto sul divano del Grand Hotel de Milan con me accanto che gli tendo il registratore digitale verso il volto, non troppo vicino per non fastidiarlo, non troppo lontano per non rischiare di perdere neanche una frazione delle importantissime onde sonore che usciranno dalla sua bocca.
Della verità, come bocca, per me.
Sono giunto a intervistare Houellebecq per una serie di miei fraintendimenti, la cui catena causale è la seguente: qualche tempo fa avevo provato a vedere la serata dedicata a Brett Easton Ellis e non c'ero riuscito. Così, pensando che per Houellebecq sarebbe stata la stessa storia, avevo chiesto a un paio di amici giornalisti se per caso potevano farmi avere un qualche pass, per poi rendermi improvvisamente conto che la mia saltuaria collaborazione con Vogue.it mi forniva la possibilità non dolo di vedere Houellebecq, ma anche di intervistarlo! In quel momento di insight sono stato molto contento delle mie saltuarie collaborazioni con Vogue.it.
Così, ho messo in moto la macchina organizzativa e in poche ore ho ottenuto dalla Bompiani il permesso di intervistarlo. Permesso di cui mi sono fatto forte per entrare al Circolo dei Lettori anche se ho scoperto poi che non ce n'era affatto bisogno: c'era molto meno pubblico che per Brett Easton Ellis, e ho capito che non avevo affatto chiare le dimensioni della fama internazionale dei due scrittori.
Ellis, per altro, non l'ho ancora mai letto, anche se rimedierò quanto prima con Glamorama, che a Houellebcq pare piaccia molto.
Avevo dunque visto Houellebecq a Torino la sera prima di intervistarlo, al Circolo dei lettori, dove presentava il suo nuovo romanzo, La carte et le territoire. La conferenza fu interessante, ma non strepitosa, le domande del pubblico abbastanza ovvie anche se mi hanno risparmiato la tentazione di chiedergli che cosa ne pensasse di Silvio Berlusconi: qualcuno gliel'ha chiesto, in paragone con Sarkozy, e lui ha risposto che le situazioni erano molto diverse, che non si ricordava nemmeno più da quanto tempo Berlusconi governasse l'Italia, gli pareva "dalla notte dei tempi"...
Il mattino dopo, dopo aver fatto molto tardi la notte prima per limare le mie domande, sono partito alla volta di Milano, con uno zaino carico di merci e prodotti energetici naturali, come ai bei vecchi tempi del concorso a cattedre (allora lo zainetto conteneva: guaranà per svegliarsi, ginseng per svegliarsi un po' meno, Euphytose per calmarsi nel caso mi fossi agitato, pappa reale per l'energia, e forse altre cose che ho dimenticato).
Arrivato alla stazione di Milano consultai la mappa e, non senza indirizzare qualcuno che mi chiedeva come andare al Duomo, mi diressi verso il Duomo, sapendo lì vicina la via Manzoni del Grand Hotel. Feci un paio di falsi giri prima di trovare l'Hotel de Milan ma alla fine vi arrivai. Un'ora prima del tempo. Andai in un bar adiacente, per nulla adeguato al lusso del grand Hotel.
Lì ripassai le mie domande, davanti a un cappuccino, e soffiandomi ripetutamente e rumorosamente il naso, sperando che il raffreddore si placasse durante l'intervista.
Leggevo ancora qualche pagina di Houellebecq, da Interventions 2, e naturalmente trovavo spunti interessantissimi per domande che era troppo tardi per formulare per bene.
Dieci minuti prima dell'ora concordata, dopo un'accurata toilette anti-raffreddore, partii alla volta del De Milan, 50 metri più in là.
[to be continued]
martedì 9 novembre 2010
La scuola filosofica di Giovanni Gentile
Ripubblico qui il mio contributo al volume "I volti del consenso. Politica, cultura, propaganda nell'Italia fascista 1922-1943)", a cura di Alessia Pedìo, uscito come allegato del l'Unità, per Giorni di Storia, ottobre 2004.
La filosofia gentiliana ha il suo inizio in un hegelismo riveduto e corretto: la riforma della dialettica hegeliana – esposta nell’omonima opera del 1913 – riconduce tutto all’unità immanente dello spirito. Se la dialettica degli antichi (dialettica del pensato) considerava le idee come oggetti separati dal pensiero, per Gentile la dialettica moderna (dialettica del pensare) coglie l’attività creatrice del pensiero: «La dialettica [...] del pensare non conosce mondo che già sia; che sarebbe un pensato; non suppone realtà, di là dalla conoscenza, e di cui toccherebbe a questa d’impossessarsi».
Il nocciolo teoretico dell’attualismo è la concezione secondo cui l’atto del pensiero non è oggettivabile: lo spirito non è pensabile come oggetto, ma sempre come pensiero pensante, pensiero in atto. In maniera simile all’idealismo fichtiano, l’attualismo assume che lo spirito è autoctisi, ossia autoposizione, autocreazione: esso pone se stesso e i suoi molteplici oggetti e concetti, riassorbendoli nella propria immanenza originaria, neutralizzando la pluralità mondana nell’unità assoluta del pensiero pensante. Lo spirito hegeliano è così visto nella sua continua autopoiesi. Di qui l’identificazione della filosofia con la storia della filosofia, nonché la subordinazione di tutte le forme di pensiero alla filosofia (come risulta dall’organizzazione degli studi superiori che prese corpo nella riforma del 1923, precedentemente esaminata).
Da un punto di vista politico (Genesi e struttura della società, pubblicato postumo nel 1946) il monismo metafisico gentiliano portava all’affermazione dello stato etico, cioè lo stato cui tutto è subordinato e la cui formula, ben consonante con il fascismo di cui Gentile è stato il filosofo ufficiale (non senza difficoltà, contrasti e contraddizioni), è: lo stato è tutto e l’individuo è nulla.
Questa concezione si giustifica, in maniera iper-hegeliana, con la tesi che il volere universale è superiore alle volontà puramente individuali. Lo spirito è l’unico soggetto, di cui i molteplici soggetti empirici, gli oggetti e i concetti sono mere emanazioni temporanee, momenti che verranno superati, ma privi di valore in se stessi. Tale posizione metafisica ha ricadute etiche vistose, che suscitarono l’avversione degli idealisti crociani, preoccupati dell’autonomia irriducibile dei “distinti” dello spirito, dei positivisti, per i quali una simile filosofia non ha alcuna speranza di cogliere la verità del pensiero scientifico, infine dei cattolici che, nell’indistinzione spirituale pensata da Gentile, non scorgevano nessuno spazio per il Dio cristiano.
Numerosi allievi di Gentile, partendo dalle posizioni del maestro, svilupparono un pensiero originale, raramente rinnegandone la fede filosofica. Se si tiene conto dell’orientamento politico e insieme teoretico, si possono distinguere attualisti di destra, come Carlini e Sciacca, e di sinistra, come Spirito e Calogero.
Armando Carlini (1878-1959) si allontanò progressivamente dall’idealismo immanentistico gentiliano per avvicinarsi a un trascendentalismo realistico di impronta cristiana (Lineamenti di una concezione realistica dello spirito umano, 1942).
Interessato alla storia della filosofia, studiò e tradusse Locke, Aristotele, Heidegger. Su quest’ultimo, in particolare, fu tra i primi a scrivere in Italia negli anni Trenta; in Il mito del realismo (1936) la filosofia di Heidegger veniva utilizzata per criticare il realismo ingenuo.
Preoccupato di attribuire consistenza ontologica alla persona, Carlini affrontò nelle sue opere più mature la necessità metafisica del superamento dell’immanenza in quella trascendenza che l’attualismo negava recisamente. Nel pensiero di Carlini tale riaffermazione della trascendenza avveniva in direzione tanto filosofica quanto religiosa. Fondamento del suo sistema rimaneva comunque l’Atto gentiliano.
Come hanno acutamente osservato Abbagnano e Fornero, la riflessione teologica di Carlini «apriva la strada alle “uscite” spiritualistiche dall’attualismo, cioè a quelle concezioni (Guzzo, Sciacca) che fondano la religione cristiana e cattolica non in una metafisica ontologica e oggettivistica ma nella riflessione dello spirito su se stesso».
Michele Federico Sciacca (1908-1975) fu inizialmente attualista ma con una forte ispirazione religiosa, di una religiosità antidogmatica, spiritualistica e personalistica. L’immanentismo gentiliano gli apparve presto insoddisfacenti e la neoscolastica contribuì a mutare il suo pensiero. Elaborò una sua personale posizione, non ancora esplicitamente cristiana, che battezzò Spiritualismo critico (Linee di uno spiritualismo critico, 1936): l’approdo teoretico di questa fase consiste nella concezione di Dio come eterna attività creatrice. In seguito, Sciacca pervenne a una forma più canonica di spiritualismo cattolico.
Ugo Spirito (1896-1979) fu il maggiore discepolo di Gentile, e uno dei principali sostenitori dell’attualismo negli anni Venti. Professore di politica ed economia corporativa nell’università di Pisa, divenne poi docente di filosofia a Messina, Genova e Roma. Nei primi anni Trenta il suo principale impegno politico è quello di teorico del corporativismo.
Già in La vita come ricerca (1937) si distaccò dall’attualismo gentiliano per ragioni teoretiche, dando vita a una dottrina originale (Il problematicismo, 1948).
Assumendo che tutte le tesi della filosofia, anche quelle attualistiche, si contraddicono in quanto pretendono fissare il divenire e così facendo necessariamente lo trascendono, il problematicismo voleva mantenere aperta la via del molteplice attraverso una fruizione della vita intesa come ricerca, arte, amore e, in ultima istanza, come libertà.
Inizialmente interessato anche al positivismo e al pragmatismo (Il pragmatismo, 1921) approderà, nell’ultima fase del suo pensiero, alla convinzione che sia la scienza a offrire la possibilità del superamento dei miti filosofici (Dal mito alla scienza, 1966).
Guido Calogero (1904-1986) dopo i primi saggi importanti sulla logica e la filosofia antica, si interessò successivamente alla filosofia di Croce: tali studi confluirono in La conclusione della filosofia del conoscere che segnò il distacco, anche per ragioni politiche, dall’ortodossia attualista e l’avvicinamento al pensiero crociano.
Docente alla Normale di Pisa, fu condannato al confino e poi al carcere per la sua attività antifascista clandestina. Negli anni di prigionia elaborò i capisaldi di quella che sarà la sua filosofia successiva, incentrata sul rifiuto del monolitico atto puro gentiliano e volta a impostare sul principio del dialogo (Logo e dialogo, 1950; Filosofia del dialogo, 1962) la libertà umana, l’autonomia anche politica dei singoli.
La filosofia gentiliana ha il suo inizio in un hegelismo riveduto e corretto: la riforma della dialettica hegeliana – esposta nell’omonima opera del 1913 – riconduce tutto all’unità immanente dello spirito. Se la dialettica degli antichi (dialettica del pensato) considerava le idee come oggetti separati dal pensiero, per Gentile la dialettica moderna (dialettica del pensare) coglie l’attività creatrice del pensiero: «La dialettica [...] del pensare non conosce mondo che già sia; che sarebbe un pensato; non suppone realtà, di là dalla conoscenza, e di cui toccherebbe a questa d’impossessarsi».
Il nocciolo teoretico dell’attualismo è la concezione secondo cui l’atto del pensiero non è oggettivabile: lo spirito non è pensabile come oggetto, ma sempre come pensiero pensante, pensiero in atto. In maniera simile all’idealismo fichtiano, l’attualismo assume che lo spirito è autoctisi, ossia autoposizione, autocreazione: esso pone se stesso e i suoi molteplici oggetti e concetti, riassorbendoli nella propria immanenza originaria, neutralizzando la pluralità mondana nell’unità assoluta del pensiero pensante. Lo spirito hegeliano è così visto nella sua continua autopoiesi. Di qui l’identificazione della filosofia con la storia della filosofia, nonché la subordinazione di tutte le forme di pensiero alla filosofia (come risulta dall’organizzazione degli studi superiori che prese corpo nella riforma del 1923, precedentemente esaminata).
Da un punto di vista politico (Genesi e struttura della società, pubblicato postumo nel 1946) il monismo metafisico gentiliano portava all’affermazione dello stato etico, cioè lo stato cui tutto è subordinato e la cui formula, ben consonante con il fascismo di cui Gentile è stato il filosofo ufficiale (non senza difficoltà, contrasti e contraddizioni), è: lo stato è tutto e l’individuo è nulla.
Questa concezione si giustifica, in maniera iper-hegeliana, con la tesi che il volere universale è superiore alle volontà puramente individuali. Lo spirito è l’unico soggetto, di cui i molteplici soggetti empirici, gli oggetti e i concetti sono mere emanazioni temporanee, momenti che verranno superati, ma privi di valore in se stessi. Tale posizione metafisica ha ricadute etiche vistose, che suscitarono l’avversione degli idealisti crociani, preoccupati dell’autonomia irriducibile dei “distinti” dello spirito, dei positivisti, per i quali una simile filosofia non ha alcuna speranza di cogliere la verità del pensiero scientifico, infine dei cattolici che, nell’indistinzione spirituale pensata da Gentile, non scorgevano nessuno spazio per il Dio cristiano.
Numerosi allievi di Gentile, partendo dalle posizioni del maestro, svilupparono un pensiero originale, raramente rinnegandone la fede filosofica. Se si tiene conto dell’orientamento politico e insieme teoretico, si possono distinguere attualisti di destra, come Carlini e Sciacca, e di sinistra, come Spirito e Calogero.
Armando Carlini (1878-1959) si allontanò progressivamente dall’idealismo immanentistico gentiliano per avvicinarsi a un trascendentalismo realistico di impronta cristiana (Lineamenti di una concezione realistica dello spirito umano, 1942).
Interessato alla storia della filosofia, studiò e tradusse Locke, Aristotele, Heidegger. Su quest’ultimo, in particolare, fu tra i primi a scrivere in Italia negli anni Trenta; in Il mito del realismo (1936) la filosofia di Heidegger veniva utilizzata per criticare il realismo ingenuo.
Preoccupato di attribuire consistenza ontologica alla persona, Carlini affrontò nelle sue opere più mature la necessità metafisica del superamento dell’immanenza in quella trascendenza che l’attualismo negava recisamente. Nel pensiero di Carlini tale riaffermazione della trascendenza avveniva in direzione tanto filosofica quanto religiosa. Fondamento del suo sistema rimaneva comunque l’Atto gentiliano.
Come hanno acutamente osservato Abbagnano e Fornero, la riflessione teologica di Carlini «apriva la strada alle “uscite” spiritualistiche dall’attualismo, cioè a quelle concezioni (Guzzo, Sciacca) che fondano la religione cristiana e cattolica non in una metafisica ontologica e oggettivistica ma nella riflessione dello spirito su se stesso».
Michele Federico Sciacca (1908-1975) fu inizialmente attualista ma con una forte ispirazione religiosa, di una religiosità antidogmatica, spiritualistica e personalistica. L’immanentismo gentiliano gli apparve presto insoddisfacenti e la neoscolastica contribuì a mutare il suo pensiero. Elaborò una sua personale posizione, non ancora esplicitamente cristiana, che battezzò Spiritualismo critico (Linee di uno spiritualismo critico, 1936): l’approdo teoretico di questa fase consiste nella concezione di Dio come eterna attività creatrice. In seguito, Sciacca pervenne a una forma più canonica di spiritualismo cattolico.
Ugo Spirito (1896-1979) fu il maggiore discepolo di Gentile, e uno dei principali sostenitori dell’attualismo negli anni Venti. Professore di politica ed economia corporativa nell’università di Pisa, divenne poi docente di filosofia a Messina, Genova e Roma. Nei primi anni Trenta il suo principale impegno politico è quello di teorico del corporativismo.
Già in La vita come ricerca (1937) si distaccò dall’attualismo gentiliano per ragioni teoretiche, dando vita a una dottrina originale (Il problematicismo, 1948).
Assumendo che tutte le tesi della filosofia, anche quelle attualistiche, si contraddicono in quanto pretendono fissare il divenire e così facendo necessariamente lo trascendono, il problematicismo voleva mantenere aperta la via del molteplice attraverso una fruizione della vita intesa come ricerca, arte, amore e, in ultima istanza, come libertà.
Inizialmente interessato anche al positivismo e al pragmatismo (Il pragmatismo, 1921) approderà, nell’ultima fase del suo pensiero, alla convinzione che sia la scienza a offrire la possibilità del superamento dei miti filosofici (Dal mito alla scienza, 1966).
Guido Calogero (1904-1986) dopo i primi saggi importanti sulla logica e la filosofia antica, si interessò successivamente alla filosofia di Croce: tali studi confluirono in La conclusione della filosofia del conoscere che segnò il distacco, anche per ragioni politiche, dall’ortodossia attualista e l’avvicinamento al pensiero crociano.
Docente alla Normale di Pisa, fu condannato al confino e poi al carcere per la sua attività antifascista clandestina. Negli anni di prigionia elaborò i capisaldi di quella che sarà la sua filosofia successiva, incentrata sul rifiuto del monolitico atto puro gentiliano e volta a impostare sul principio del dialogo (Logo e dialogo, 1950; Filosofia del dialogo, 1962) la libertà umana, l’autonomia anche politica dei singoli.
sabato 6 novembre 2010
Interpretanti e trasformatori, 3. Risposta a una domanda di Roberto Casati per un rapporto ministeriale sulla "valorizzazione" delle scienze umane
Io direi così: le scienze umane (come ogni scienza a prescindere dal suo oggetto) non hanno valore in se stesse a prescindere dal contenuto di conoscenza effettiva che possono raggiungere e offrire.
Chomsky afferma ripetutamente che per la conoscenza dell’animo umano la letteratura e l’arte sono insuperabili, e che la scienza non potrà mai raggiungere risultati paragonabili. Ma in assenza di garanzie sulla riproducibilità di brillanti intuizioni individuali (ci saranno sempre poeti come Dante e drammaturghi come Shakespeare? Non è detto) il raggiungimento di un grado rilevante di conoscenza si ha soltanto con un metodo rigoroso, più o meno vicino al metodo quantitativo delle scienze sperimentali (in ogni caso non incompatibile con questo).
Il metodo delle scienze umane non è sempre rigoroso come dovrebbe perché le scienze umane potessero sperare di mantenere una posizione centrale all’interno dell’attuale sistema della conoscenza: per esempio il culturalismo mainstream non produce molta conoscenza, ma pregiudizi ideologici (tra l’altro facilmente manipolabili dal potere: “i musulmani non si integrano in Occidente perché hanno un’altra cultura dalla nostra”).
Anche se non è possibile pensare a una ritraduzione completa delle scienze umane in scienze umane naturalizzate, la questione della compatibilità o incompatibilità con la naturalizzazione dovrebbe tuttavia essere affrontata all’interno di ciascun ambito disciplinare.
La naturalizzazione, e il confronto metodologico e contenutistico con le scienze naturali, dovrebbe essere l’orizzonte delle scienze umane affinché esse possano produrre conoscenza valida e utile; in mancanza di questo orizzonte le scienze umane non solo non hanno valore in se stesse ma diventeranno probabilmente sempre meno necessarie anche all’ipotesi “marchande” (tendo a pensare che per continuare a vendere le t-shirt del Partenone non sia necessario un grande apparato scientifico alle spalle, ma basti la mediatizzazione degli oggetti culturali e l’autoriproduzione dell’industria del turismo).
Qualora le scienze umane accettino sempre più e meglio di confrontarsi con la prospettiva della naturalizzazione, il loro contributo al sistema della conoscenza rimarrebbe fondamentale, essenzialmente per la rilevanza e l’interesse intrinseco dell’oggetto scientifico: la sfera antropica in tutte le sue dimensioni individuali e associate.
giovedì 4 novembre 2010
Halloween, il Grande Cocomero e il cristianesimo (Vogue12)
[Pubblicato su Vogue.it]
La Generazione X italiana, a cui appartengo, ha scoperto Halloween grazie alle strisce di Peanuts, di Charles Monroe Schulz. Che il loro straordinario autore fosse cristiano (di una setta protestante) non pare del tutto privo di significato, se pensiamo alla crociata contro la festa dei morti in salsa nord-americana condotta dalla chiesa italiana negli ultimi anni. Le accuse sono molteplici (è una festa consumista, satanista, estranea alle tradizioni italiane, inconciliabile con il cristianesimo, pagana) ma si riconducono agevolmente a una: Halloween è una festa anti-cristiana che rinverdisce antichissimi e ambigui culti mortuari, alieni dalla fede cristiana nella resurrezione dei morti (si pensi anche alla palermitana “festa dei morti” descritta con irresistibili toni grotteschi da Roberto Alajmo in Palermo è una cipolla).
A ripensarci oggi, sembra già di poter leggere tra le righe di Peanuts una presa di posizione filo-cristiana o comunque reattiva verso il consumismo mainstream della festa americana.
Il Grande Cocomero è l’eroe eponimo di un’anti-Halloween inventato dalla fantasia mitopoietica di Linus van Pelt. A differenza degli altri bambini, Linus non pratica l’usanza giocosa di bussare alle porte del vicinato, proponendo l’alternativa “dolcetto o scherzetto”, bensì attende tutta la notte che il Grande Cocomero, un Godot in versione fanciullesca, giunga a fargli visita nel suo “orto sincero”, recandogli i doni promessi ai bimbi buoni.
Ci sono qui molti elementi densi di senso: il Grande Cocomero, un duplicato di Babbo Natale - il quale intrattiene già per parte sua un rapporto complesso col cristianesimo -, richiede ai suoi adepti bontà e sincerità, virtù che reintroducono nella festività dei defunti la dimensione morale esclusa da Halloween.
Il luogo dell’orto (oltre a ricordare l’attesa apostolica nel Getsemani, che risuona nell’attesa notturna di Linus) è carico di valenze ecologiste ante litteram, svolgendo quindi il ruolo di un segno naturale contro l’artificialità delle merci dolciarie destinate ai bambini.
Infine, e più importante, la reiterata delusione di Linus per la mancata visita del Grande Cocomero non lo induce mai a dubitare della sua esistenza: un esempio di fede incrollabile nel futuro avvento di colui che deve venire!
Se mi fosse permesso, per contrastare la crisi del cattolicesimo – che nell’iperbole fantastorica di Michel Houellebecq, in La possibilità di un’isola, diventa addirittura rapido crollo ed estinzione – di fronte al diffondersi di riti ludici e consumistici come Halloween, mi sentirei di consigliare all’intelligentsia cattolica un’attenta e serissima reinterpretazione di Peanuts (a suo tempo già iniziata da Umberto Eco), capolavoro assoluto dell’immaginario occidentale novecentesco.
Un mio progetto fallito del 2008: Incontri con utenti straordinari (Interviste su Facebook)
La comunità italiana di Facebook si è rapidamente ingigantita fino a contare oltre quattro milioni di utenti nel mese di dicembre 2008 (fonte: “Il fenomeno Facebook”, Il Sole 24 ore/nòva): ormai Facebook si usa per comunicazioni di lavoro o per pubblicizzare la propria attività artistica, politica, ecc.
Facebook è ancora una comunità anarchica: talvolta sembra prevalere la pruderie di remoti gestori puritani, talaltra sembra affermarsi uno spirito innovativo e rivoluzionario.
Facebook abolisce tendenzialmente la distinzione tra privato e pubblico, realizzando qualcosa di simile a ciò che certi teorici neomarxisti chiamano “il comune”. Nello spazio comune di Facebook è diventato possibile scambiare a costo zero le merci più preziose: l’informazione e la cognizione.
Nell’epoca in cui anche il lavoro cognitivo viene sfruttato, il “cognitariato” cerca nuovi spazi di libertà nel quale rivendicare la propria autonomia ludica (pensare all’aspetto politico insito nel divieto dell’uso di Facebook sul posto di lavoro).
Rispetto al fenomeno del web 2.0 (che permette un’interazione dinamica tra gli utenti attraverso l’uso di “tags” e analoghi strumenti informatici) Facebook è qualcosa di più, sembra sintetizzare in un unico strumento tutti i precedenti social-network: youtube, myspace, flickr, ecc.
Gli utenti facebookiani trascorrono parte delle loro giornate (quando non giornate intere) comunicando tra loro secondo modalità variate, complesse, divertenti, ricche di senso. Da un semplice messaggio sulla “bacheca” di un utente possono svilupparsi dialoghi virtuali e multimediali inimmaginabili su altri ambienti web: ogni messaggio si ramifica e moltiplica come in una sala degli specchi.
Il potere causale di Facebook è elevatissimo: nascono amicizie, si scoprono tradimenti, si creano alleanze e associazioni, si pubblicizzano prodotti culturali e merci scadenti.
Facebook costituisce una vivissima dimensione virtuale che rende sempre più evidente il senso del detto di Gilles Deleuze: il virtuale è attuale.
La comunità virtuale di Facebook è infatti una comunità realissima, di volta in volta luogo sociale, politico, affettivo, erotico, artistico, luogo di luoghi, Comunità av-venire.
Pur nell’assenza della fisicità, se non quella della Rappresentazione (fotografie, video, ecc.), Facebook si rivela sempre più come IL luogo dove comunicare non è utopia ma essenza riappropriante della società dello Spettacolo. Un luogo che non lascia sussistere alcun “fuori” e nel quale tutti saranno sempre più inclusi, senza appartenervi.
Incontri con utenti straordinari nasce dall’incontro su Facebook di Edoardo Acotto e Aldo Nove, scrittore-emblema di un’intera generazione che ora si ritrova tutta su Facebook, a sua volta utente straordinario e provocatore (più volte bannato da Facebook, difeso da gruppi di solidarietà, ecc.). Aldo Nove firma anche la prefazione del libro (e alcune interviste?).
Elenco provvisorio degli intervistati:
Matteo Basilé
Roberto Casati
Stefano Disegni
Marzia Migliora
Aldo Nove
Eva Riccobono
Tiziano Scarpa
Paola Turci
Achille Varzi
Walter Veltroni
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