E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)

mercoledì 26 gennaio 2011

Filosofia al cubo (Vogue17)

Tatiana Carelli, è laureata in filosofia teoretica, scrittrice, sceneggiatrice, in bilico tra parola e immagine. Durante gli studi ha lavorato come cubista nelle discoteche italiane ed estere: a questo mondo è ispirato il suo primo romanzo, Discocaine (Oscar, Mondadori 2004), seguito da Contratto di schiavitù (Strade Blu Mondadori, 2008) e racconti vari.


Come sei diventata cubista?

Ho iniziato questo mestiere per pagarmi gli studi, arrivando da 17 anni di danza classica: ero un'aliena, sopratutto perché non avevo le tette rifatte, elemento determinante nell'ambiente.


Ti sembra che quell’osservatorio particolare ti abbia fatto capire meglio certe caratteristiche degli esseri umani, magari quelli di sesso maschile?

Più che altro mi ha incuriosito l’Altro nel suo presentarsi; ciò che mi si è dischiuso è stato un mondo di relazioni basiche, animali, carnali, terrene, celestiali, tristi, cattive, ironiche, volgari, golose posso dire delle macchine desideranti, inutile da definire, un continuo flusso. Ogni momento è eterno, per quanto non ci sia già più. Come distinguere il maschile dal femminile? Non so, io non ho mai distinto...

In Discocaine ti soffermi spesso sull'abbigliamento e sulle scarpe, spesso di lusso: è una tua passione personale o è un elemento "ideologico" proprio di quell'ambiente?

Questa domanda mi fa sussultare per un attimo il sangue. Ahimè, “la scarpa” è una dipendenza. Tocca sinapsi di vanità. La sostituzione della zeppa, quella classica, truce, inestetica, con la scarpa-gioiello-feticcio è nata a Milano negli anni ‘90. La creazione della mise era fondamentale, ricercata nel concept e nell’interpretazione, oltre che un immenso piacere shopaholico. Zanotti, Sergio Rossi, Casadei, Westwood, Gucci, Dolce e Gabbana, Miu Miu... quanti soldi versati in quegli orgasmi inorganici.


Una domanda di scottante attualità: avresti mai pensato che il personaggio della Cubista avrebbe assunto una rilevanza sempre maggiore nell'immaginario italiano, insieme a una visibilità quasi inspiegabile in una società diversa dalla nostra?

Senza esser maghi era inevitabile immaginare che la cubista, apparenza pura, venisse stigmatizzata come vestale del divertimento. Ne aveva tutte le caratteristiche, e anche un velo etico della danza, per quanto dionisiaco, dietro cui ripararsi. Qual è la differenza? Il passo dalla cubista alla escort è abbastanza sdrucciolevole. Sempre di donne su un cubo, o ripiano, si parla (l’importante è che sia elevato, sovrastante, un piedistallo), la differenza è l’abbordabilità, via via più sottile finché c’è stato un capovolgimento per una tale immersione nell’oggetto desiderato, identificazione, per cui la cliente è diventata peggio della cubista: più denudata, disponibile. La velinizzazione ha cancellato l’idea di cubista, quel periodo oscuro che a volte precede la stigmatizzazione. L’ha inglobata. Così è diventata, più che icona, topos.
Tutto ciò è la conseguenza di un degrado dell’idea di donna messo in atto dalla nascita della tv privata e dall’abuso pubblicitario, un piano di mercificazione del corpo e mortificazione dell’anima, neanche tanto sottile. Un progetto politico di controllo che sta schiacciando il diritto alla femminilità e che rende difficile alla donna essere se stessa senza diventare o la costola mancante dell’uomo o moneta di carne.

L'opposizione di una giornalista tunisina: Sihem Bensedrine


Mi torna alla memoria il calvario della famiglia Mahdaui, in Tunisia : il padre imprigionato per appartenenza a un partito islamico e tutta la famiglia punita per i “crimini” commessi da uno dei suoi. Ma nel mio paese la sanzione non ha limiti nel tempo: la famiglia sarà perseguitata per tutta la sua esistenza.
Ali era meccanico in una fabbrica di gesso nel sud del paese. È sulla trentina quando viene arrestato per la prima volta nel dicembre 1991. All’uscita dalla prigione è costretto ad una quotidiana «sorveglianza amministrativa»: così la polizia lo obbliga a firmare un registro due volte al giorno, in orario diverso ogni volta in modo da impedirgli di organizzare la sua vita professionale e famigliare. Per nutrire la sua famiglia è costretto all’esodo, trova lavoro a Khetmin, nel nord del paese, in una fabbrica di mattoni. Ma non sfugge alla persecuzione della polizia, che di volta in volta si adopera per farlo licenziare. Diventano frequenti le sue convocazioni al distretto di sicurezza nazionale, dove spesso è guardato a vista, con o senza ragione. La sua casa è regolarmente invasa ad ore tarde della notte dalla polizia, che semina il terrore tra i suoi figli.
Braccato in tutti i lavori che trova, si decide a diventare venditore ambulante nei mercati delle pulci. La persecuzione si fa più dura, le sue mercanzie vengono calpestate o confiscate e lui subisce lunghe interrogazioni sull’origine del denaro investito per comprare la merce. Viene nuovamente arrestato e condannato a otto anni di reclusione per “terrorismo” : attualmente li sta scontando nella prigione di Harbub.
Non per questo termina il calvario della sua famiglia. Sua moglie Tunes viene regolarmente convocata al distretto di Biserta, dove la insultano e la picchiano affinché confessi la fonte delle sue risorse economiche. Si esercitano pressioni sul proprietario del suo tugurio affinché venga scacciata, e i suoi ritardi nel pagamento sono una buona scusa! Continuano le «inopinate visite notturne» della polizia: la sua cucina, i suoi piatti e la sua spazzatura vengono minuziosamente ispezionati per identificare il pasto mangiato alla sera dai suoi figli. E se per sbaglio qualche anima buona le ha offerto un’ala di pollo, ecco che si guadagna un pestaggio per farle denunciare il “benefattore”.
Siccome le è stato ritirato il libretto sanitario, Tunes non può più curare gratuitamente Munir, che ha la tubercolosi, Ahlem, che soffre di allergia, e nemmeno Wafa che non ha potuto essere scolarizzata perché soffre di una cataratta che le impedisce di vedere. È una famiglia di appestati, esclusa dalla categoria dei cittadini tunisini. La loro disperazione servirà da esempio.
Montassar, il figlio maggiore, è disgustato da questa vita da cani e attribuisce a suo padre la responsabilità di non averli saputi proteggere a causa delle sue scelte politiche. D’altronde i poliziotti che fanno irruzione nella loro casa non perdono mai l’occasione di ripeterglielo in mezzo a un mare di insulti. Notando il suo silenzio di approvazione, lo convocano a più riprese al commissariato e gli fanno intravedere la fine del calvario e la possibilità di una remunerazione che metterà fine all’indigenza della loro quotidianità. A questo giovane di sedici anni non occorre molto di più per venire reclutato e diventare colui che farà i rapporti circostanziati sugli amici di famiglia che tentano di venire in loro aiuto, nonché denunciare dopo due anni la propria madre, che finirà in prigione per aver ricevuto una lettera da parte di suo marito in carcere.
Sì, questa razza di uomini senza fede né legge li conosco troppo bene. Chiamano patriottismo la delazione e l’abilità nel cavarsela, il ricorso a metodi indegni per procurarsi denaro. Hanno il potere di corrompere i più fragili e di metterli in situazioni nelle quali non avranno altra possibilità se non sprofondare nell’infamia e bere il calice fino alla feccia. Grazie a questa capacità di «invischiare» quelli che non si sospetterebbe capaci di tali bassezze il regime giunge a mantenere un intero popolo sotto la sua dominazione, e a disinnescare ogni tentativo di ribellione di massa.
I ribelli, coloro che non si possono «sporcare» faranno la figura dei pazzi, teste calde ai quali verrà comminata una sanzione esemplare.

[...]


Facendo appello ai servizi degli specialisti in relazioni pubbliche delle agenzie occidentali, il regime invita a più non posso, per soggiorni da favola e giri turistici, giornalisti, occidentali che ricoprono cariche elettive o sono dotati di poteri decisionali. Questi soggiorni comportano visite a centri o istituzioni che valorizzano i traguardi raggiunti dal potere e in cui tutti i successi e i punti forti dei tunisini sono strumentalizzati e presentati come opera del regime. Questa procedura reca i suoi frutti. Più d’uno viene sedotto e diventa sordo alle grida di disperazione delle vittime di questa dittatura.
Come ho potuto cadere nel tranello di questa propaganda, come ho potuto essere cieca a tal punto di fronte alla strumentalizzazione che il regime iracheno faceva delle sofferenze del suo popolo, come ho potuto non vedere oltre la evidentissima corazza di approvazione e unanimismo ostentata dagli artisti e dagli intellettuali che avevo incontrato?


[...]


Rientrando a Tunisi scopro che i giornali allineati sono scatenati contro di me perché ho fatto questo viaggio. Il giornale Ashuruq, per la penna di «SBH», il rappresentante della Tunisia all’Unione dei giornalisti arabi, sale «coraggiosamente» sugli spalti. Nessun appellativo mi è risparmiato: traditrice, rinnegata, serva dell’imperialismo americano e del sionismo... Agli occhi dell’opinione pubblica tunisina la questione palestinese e quella dell’Iraq costituiscono due questioni estremamente delicate nel momento in cui i due popoli vivono entrambi l’occupazione delle loro terre e la negazione dei loro diritti. Il giornalista dunque mi attacca su un terreno costituito da argomenti calunniosi legati a queste due cause.
Siccome provengono dal potere, quelle calunnie sono onorevoli. Le mie attività dissidenti mi valgono una forte ostilità che mi lusinga. Oggi si conoscono bene i piani per sottomettere i dissidenti che il regime di Ben Ali ha applicato minuziosamente dal 1987. Ha saputo maneggiare con destrezza il bastone e la carota, lusingando le ambizioni personali di coloro che sapevano dare accenti di verità alle loro subitanee conversioni e sprofondando nella miseria coloro che gli resistevano.
Ho conosciuto personalmente i misfatti dei servizi speciali del ministero degli Interni, che usano mezzi poco gloriosi come la violazione del domicilio, lo svaligiamento, i furti di beni, la confisca del passaporto, la privazione di risorse economiche, il tentativo d’assassinio o il fotomontaggio di album pornografici... E una costante sorveglianza poliziesca che dà il sentimento di vivere in una gabbia trasparente, senza possibilità di preservare una qualsiasi vita privata. Ovviamente, quando ci si rivolge all’autorità non c’è mai un’inchiesta, mai un procedimento penale!
Soffrivo per il mio paese, per le sue istituzioni deviate, prese in ostaggio da «delinquenti» che le usano come beni privati. «Non c’è legge, non c’è sicurezza per i cittadini di questo paese, non c’è altra regola se non quella della sottomissione»: è il messaggio che inviano a coloro che si avventurano a protestare.
Mi ricordo per esempio di quella domenica dell’agosto 2001. La città di Biserta era in stato d’allerta a causa di un ricevimento organizzato in mio onore da amici bisertini a casa di Am Ali Ben Salem, un oppositore di lunga data che non ha mai abbassato le armi di fronte a tutte le tirannie. Era per festeggiare la mia uscita di prigione. Tutti gli accessi che portavano a casa sua erano sbarrati da poliziotti in borghese, in numero sproporzionato. Mi ero abituata a vedermi alleggerita dei miei diritti di cittadina nello spazio pubblico. Poi era lo spazio privato ad aver subito l’assalto di quel verminaio che si arrampica su tutto quanto è vivo. Ma conservavo in fondo a me la folle speranza che la legge potesse essere di un qualche soccorso. Ciò che allora mi aveva afflitto era innanzitutto il silenzio della cittadinanza, che assisteva allo spettacolo come se fosse fuori dall’evento, mentre erano i primi ad essere impediti nella loro libertà di movimento; ma mi aveva afflitto soprattutto la replica del capo della polizia di Biserta che rispondeva alle mie domande sulla legalità dei suoi atti: «Io sono la legge e quello che decido è legale!»
Si ha un bell’esserci abituati, ma udirlo formulare così dalla bocca di colui che è considerato rappresentare la legge, ti raggela. Non c’è più stato di diritto, semplicemente non c’è più diritto. E ti invade la tristezza di vedere le istituzioni del tuo paese fatte a pezzi.
Pochi si ricordano oggi del clima ripugnante che ha minato gli ambienti democratici durante la prima fase del regime di Ben Ali, preludio a un’impresa di sottomissione della società civile. Quel periodo ha preceduto lo scatenamento della fase repressiva e l’instaurazione del terrore come metodo di governo. Il regime non ha inventato nulla; non ha fatto altro che recuperare una vecchia regola hitleriana: «Corromperò tutto». Il potere poliziesco iniziò così a sommergere la scena mediatica con nuove testate giornalistiche «private», interamente dirette e finanziate dai suoi servizi, emarginando i giornali indipendenti fino a farli scomparire; allo stesso modo ha lanciato nel circo mediatico battaglioni di nuove «penne» passate per una formazione speciale, la scuola della disinformazione, e incaricate di denigrare sistematicamente gli oppositori con l’obiettivo di favorire il disgregarsi delle organizzazioni indipendenti, di darne un’immagine negativa e decadente, spingendo i cittadini a disertare in massa lo spazio pubblico.
Dunque sono abituata agli sgorghi di fango dei giornali di fogna. Da anni la normalità sono gli attacchi alla reputazione dei dissidenti con campagne di stampa diffamatorie, senza diritto di replica o di rettificazione su altri media, visto che alla stampa libera è stata messa la museruola.
D’altronde i tunisini hanno appreso a decodificare questi messaggi. Comprendono che se un militante della libertà è bersaglio del potere significa che sta sferrando seri colpi all’immagine di quel potere corrotto. Una donna mi avvicina in un luogo pubblico e mi dice: «Se davvero si tratta di connivenza con gli americani dovrebbero incensarvi, piuttosto, visto che sono alleati degli americani e hanno appena firmato un accordo per una base americana in Tunisia». Questo buon senso popolare mi rassicura, tanto quanto mi inquietano i pregiudizi dell’ambiente politico.


[da Lettera a un'amica scomparsa in Iraq, Nottetempo, 2006]

martedì 25 gennaio 2011

Gadda, Eros e Priapo

Parlando del fascismo, Gadda sembra parlare di noi oggi. Parte fondamentale dei 150 anni di storia italiana è il nucleo nero dell'autoritarismo sempre-ritornante: nell'Ottocento i Savoia, nel Novecento il fascismo.

"Be’, i crimini della trista màfia e di tutti li «entusiasmati» a delinquere avendo raggiunto o me’ dirò permeato ogni pensabbile forma del pragma, cioè ogni latèbra del sistema italiano (con una «penetrazione capillare», oh! sì, davvero), è ovvio che tutte le nostre attività conoscitive e le universe funzioni dell’anima debbano intervenire nel giudizio del male, patito e fatto. Tutti i modi, i metodi, le tecniche, le singule operazioni e le discipline della mente sono chiamati a soccorrerci. L’atto di conoscenza con che nu’ dobbiamo riscattarci prelude la resurrezione se una resurrezione è tentabile da così paventosa macerie. Quest’atto sacrale si attiene a tutte le ripartizioni del conoscere, a tutti gli argomenti del dire. Tutti i periti, e d’ogni sorta medici, hanno e aranno discettare sulla maialata."

C. Gadda, Eros e Priapo, http://www.gadda.ed.ac.uk/Pages/resources/essays/eros1-3.php

lunedì 24 gennaio 2011

L’Italia è una città


L’Italia è una città, non lo sapevi?
L’Italia non è uno Stato e non lo è mai stata.
L’Italia è una città che è fatta di città più piccole e sconosciute, alcune molto belle.
Le città hanno borgate che son fatte di quartieri e sti quartieri hanno isolati con dentro altri isolati, i palazzi e le case, che al tramonto risuonano di grida di donne e panni fruscianti, o silenzi gravi e paurosi come a Napoli in via Monte di Dio.
L’Italia è una città di città di borgate di quartieri di palazzi di case, e nelle case ci sono le famiglie che sono fatte di famiglie mescolate ad altre famiglie, a volte sovrapposte, segrete, orribili, mostruose.
In ogni famiglia di ogni casa di ogni quartiere di ogni città ci sono gli italiani, non persone ma individui di individui, hanno l’anima scomposta in tante parti che nessuna è intera.
L’Italia è una città fatta di parti di individui vivi morti e inesistenti, che non hanno mai fatto un Uno.
L’Italia è un puttanaio di frattali, un paesaggio ricorsivo, un tessuto sgretolato, una tela di Penelope che di giorno si cuce per lacerarsi la notte, un passo avanti due passi indietro, avanti, su avanti, e poi hop hop indietro ancora.
L’Italia è una città perduta di perduta gente.

domenica 23 gennaio 2011

Pierre Klossowski tra linguaggio e immagini (2008)


Pierre Klossowski (Parigi 1905-2001), fu scrittore, filosofo, traduttore dell’Eneide, di Hölderlin, Kierkegaard, Nietzsche, Benjamin, Heidegger, Wittgenstein, ma anche pittore e attore cinematografico (tra l’altro in Au hasard Balthasar di Robert Bresson).
Di lontane origini polacche, fratello del pittore Balthus e figlio di pittori, amico di Gide e Rilke, Klossowski è uno dei maggiori intellettuali francesi del Novecento. Partecipa alle avanguardie artistiche degli anni trenta lavorando, tra gli altri, con Bataille (di cui è amico e collaboratore nella rivista Acéphale), Artaud, e Masson. Insieme a Deleuze, Foucault e altri pensatori, è uno dei promotori della reinterpretazione novecentesca di Nietzsche nell’ambito della filosofia francese (Nietzsche e il circolo vizioso, 1969). Ha anche un ruolo importante nell’interpretazione di Sade (Sade prossimo mio, 1947-1967), letto, come Nietzsche, nella prospettiva della «decostruzione» del soggetto susseguente alla «morte di Dio». È degli anni settanta l’incontro con Carmelo Bene, che si avvicina al suo Bafometto, metafisica simbolizzazione del demoniaco idolo dei Templari (il sapere assoluto), senza però mai mettere in scena l’opera.
Le opere di Klossowski sono permeate di un eccentrico immaginario religioso-erotico (studia teologia negli anni dell’occupazione nazista, durante i quali è vicino al Fronte Popolare, poi in contatto con la Resistenza): nella trilogia Le leggi dell'ospitalità (La Revoca dell’Editto di Nantes; Roberta, stasera; Il suggeritore, editi in italiano per SE) e nel Bafometto, i personaggi si ritrovano al centro di sottili perversioni voyeuristiche quando non vittime di sadiche violenze: Eros e Thanatos assumono in Klossowski una valenza teofanica. I suoi romanzi, superficialmente ascrivibili a un certo genere di letteratura «pornografica» di stile surrealista, elaborano (l’osservazione è di Deleuze) la figura della Coppia come dispositivo concettuale nelle cui pieghe prospettiche l’identità dell’individuo risulta dissolversi.
Il fatto che nel fornire la prima traduzione francese del Tractatus di Wittgenstein Klossowski cada in errore nel rendere con tableau («quadro») la parola tedesca bild (nel Tractatus: «immagine logica»), sembra confermare la coappartenenza, nella sua elaborazione, di parola e immagine, secondo il giudizio di Gilles Deleuze: «L’opera di Klossowski è costruita su un sorprendente parallelismo tra il corpo e il linguaggio». Il corpo è incarnazione visibile del linguaggio invisibile che, nella metafisica occidentale, è Dio.

venerdì 21 gennaio 2011

Su La vita oscena di Aldo Nove: discussione FB con una Critica Trasformatrice


Edoardo Acotto Aldo Nove è il mio italiano preferito da vent'anni, anch'io forse sono sempre uguale a me stesso
Ieri alle ore 15.11 ·

Edoardo Acotto e per me La vita oscena è il suo capolavoro, però io non sono un critico.
Ieri alle ore 15.11 ·

Critica Trasformatrice sì difatti il critico ha l'obbligo di motivare, sempre.
Ieri alle ore 15.12 ·

Edoardo Acotto Ah, ma quello so farlo anch'io: La vita oscena è il suo capolavoro perché non aveva mai scritto con tale immediatezza de la-vita-la-morte.
Ieri alle ore 15.18 ·

e chi l'ha detto che scrivere con immediatezza sia un pregio? per Bachtin, ad esempio, la qualità inderogabile di un narratore è l'extralocalità: tanto più sei vicino alle cose, tanto meno la tua visione è ''eccedente'' e dunque pregna di significato ''per noi''. qualunque giudizio critico è legittimo, Acotto, ma il critico, ha, oltre a quello di motivare, anche l'obbligo della coerenza: non puoi sostenere mi piace Aldo Nove da vent'anni, perché quell'Aldo Nove che ti piaceva vent'anni fa, immediato non era affatto: tutt'altro. ed era il suo pregio, e la sua forza, lo straniamento. dunque, ti piaceva allora, o adesso?
Ieri alle ore 15.28 ·

è proprio questo il punto: mi piace adesso proprio perché mi piaceva allora (non so l'effetto che mi farebbe un libro simile alla Vita scritto da un altro).
Prima mi piaceva come resisteva al pensiero della vita-la-morte, col suo violento surrealismo comico degno di Beckett; ma poiché si è sempre percepito che dietro quel soggetto scrivente c'era un soggetto che mediava la cosa stessa, la-vita-morte appunto, oggi ci si manifesta finalmente quel soggetto che era rimasto latente per tanti anni, procedendo mascherato, e trapelando solo qua e là.
Essendo io abbastanza hegeliano, non credo che la verità stesse nell'Aldo9 prima maniera OPPURE in quello de La vita, ma in entrambi.
La vita oscena compie l'Aufhebung di Woobinda, e la dialettica è già ripartita verso il momento successivo.
Ieri alle ore 15.37 ·

Critica Trasformatrice Non scomodiamo Hegel, e per citare il s. Agostino che sembra essere l'unico riferimento delle famigerate interviste del Nostro, non rammarichiamoci tanto di averlo perso, ma godiamoci quel che abbiamo avuto. Woobinda forever. comunque non era un sondaggio su Aldo Nove, del suo libro si parla già troppo dappertutto. e senza una voce di dissenso: quelle le mette a tacere a priori il ricatto sentimentale. che non è un libro che possa accontentare tutti, via.
Ieri alle ore 15.56 ·  · 1 persona

Critica Trasformatrice secondo me un buon metro, poi, è sempre andare a vedere chi ne ha scritto, oltre che come: ida bozzi, elena stancanelli, lorenzo cherubini, daria bignardi. un critico che sia uno, si è pronunciato, su questo libro? (a parte Giglioli, nel modo di cui dicevamo). fine della parentesi Oscena, ve ne prego.
Ieri alle ore 16.12 ·  · 1 persona

Edoardo Acotto ok, mi eclisso, ma sappi che ne scriverò anch'io, intervistandolo, e neanch'io sono un critico. Dopodiché, sai come la penso sui critici...
Ieri alle ore 16.22 ·

Edoardo Acotto Ah, ecco, ne sta scrivendo il bravissimo Francucci: lui è un critico.
Ieri alle ore 16.23 ·

Critica Trasformatrice una rondine non fa primavera, diceva mia nonna (dove ne scrive il bravissimo Francucci? ma non pensavi male dei critici? ah, già, una rondine non fa primavera, già già).
Ieri alle ore 16.24 ·

‎(non penso male dei critici come individui, ma critico il ruolo della categoria, in questo determinato contesto politico-culturale.
Oppure: per Francucci faccio un'eccezione...)

[su una rivista letteraria, non ricordo quale, gli chiedo]

...<tua nonna si chiamava Aristotele?>Mostra tutto
Ieri alle ore 16.27 ·

anche Laborintus, che per me è il libro più importante del secolo passato, ebbe le sue brave stroncature. Non c'è nessun grande libro che accontenti tutti. Questo, intendevo. Quando ciò accade, è perché chi dissente non ha il coraggio di es...porsi (in questo caso per via del ricatto emotivo), oppure semplicemente si rimane interdetti, come sento dire moltissime volte, in questi giorni: ma perché ha scritto un libro così? Poi Aldo Nove è Aldo Nove, e pure un libro di Aldo Nove ''così'' non può essere un libro-ciofeca. Ma gridare al capolavoro è ingiusto per i veri capolavori (mi)sconosciuti (Le strade che portano al Fucino, a dirne uno) e anche per Aldo Nove stesso. Lo stiamo prendendo per il naso, come fa la Bignardi (''ma come, ti è andata a fuoco la casa, a Viggiù? e i famosi pompieri dov'erano?''). Ecco, sentir dire che l'Osceno è un capolavoro, a me fa l'effetto-Bignardi.
Ieri alle ore 16.30

Critica Trasformatrice ‎[il verri, I suppose]. mia nonna aveva la quinta elementare, e quand'ero piccola ha provato a insegnarmi le tabelline e il ciambellone, fallendo in entrambi i casi. (magari nella prossima intervista lo dico, così vendo una/ due copie).
Ieri alle ore 16.33


Secondo me un problema di voi critici e che non distinguete tra letteratura per letterati e letteratura per un pubblico di non specialisti, come se i filosofi pretendessero che tutti si studiassero i Principia Mathematica, Goedel e Kripke.
Questo libro non è un libro per specialisti, ma per un ipotetico pubblico universale.
Aldo Nove è un grande autore, un bravissimo poeta, e ora ha scritto un libro che fonde assieme Reale Immaginario e Simbolico (posso scomodare Lacan).
Libri così sono comprensibili da pubblici eterogenei, perciò io penso che questo libro diventerà forse un "classico" (se ci saranno ancora i classici).
Non è certo un libro perfetto, ma rappresenta una dimensione difficilmente rappresentabile: non c'entra la sua vita privata, ma l'esperienza della morte che penetra la vita fino ad appiccicarlesi e confondersi con essa, mi ha fatto pensare alla forza di Aracoeli, naturalmente in piccolo).

E la Bignardi per quel che mi riguarda non esiste.
Ieri alle ore 16.49

giovedì 13 gennaio 2011

MIRAFIORI'S FALLING

Oggi sono andato a Mirafiori al seguito di un amico giornalista che scrive quotidianamente della vertenza Fiat.
Io abito a Torino ma non è detto che tutti i torinesi seguano da vicino la vicenda Fiat, perciò, quando il mio intelligente amico mi ha proposto di accompagnarlo,  ho pensato che era l’occasione per vedere coi miei occhi il cancello che avevo visto soltanto nei film e documentari che parlavano di altre lotte e altri anni.
Davanti al cancello c’è una piccola folla un po’ surreale, un po’ felliniana, di giornalisti di tutte le testate con cameramen forniti di videocamere e microfoni di varie dimensioni e sindacalisti di tutte le sigle per il NO al referendum.
I sindacalisti fanno comizi abbastanza altisonanti e stonati rispetto alla situazione, mentre alcuni operai oltrepassano il cancello e si avviano al loro turno. Questi non parlano volentieri con i giornalisti (ma va?). Poi arrivano quelli che escono dal turno precedente, e man mano che si allontanano vengono braccati per le interviste, si allontanano anche di aprecchi metri prima di accettare di scambiare qualche parola (all’inviato del Tg2 non importa palesemente un cazzo, porge domande con tono stupido e irritante e nessuno lo caga).
Io ascolto molti discorsi un po’ in disparte, un po’ a disagio, mi sento mezzo compagno e mezzo voyeur, gli operai mi scambiano di sicuro per un giornalista e forse anche i giornalisti sospettano che io sia un collega ignoto.
Dopo aver sentito lo sconforto di un'operaria intervistata che dice che qui è solo l'inizio ma poi la stessa sorte toccherà a tutte le altre aziende mi viene quasi da piangere per questa lucida coscienza: gli operai sanno benissimo di essere vittime sacrificali, alcuni reagiscono con rabbia ma molti, forse i più, con rassegnazione.
Questa notte alle 22 inizia il referendum in fabbrica.
A me è venuta la depressione

***
11 luglio 2012

Aggiornamento dopo la visione del film di Jacopo Chessa, L'accordo, proiettato ieri sera a Torino, alla Fondazione Mirafiori.

Il film di Jacopo documenta benissimo la molteplicità dei punti di vista sul cosiddetto accordo, che i più bellicosi tra i sindacalisti chiamano retoricamente "il ricatto".
Molti operai ritenevano di non avere alternative, di dover firmare per l'estremo tentativo (poi disatteso) di sbloccare l'investimento da un miliardo necessario a salvare Mirafiori; costoro rifiutavano giustamente di essere considerati vili, stupidi o traditori: facevano semplicemente una diversa analisi dei costi-benefici rispetto alla situazione complessiva. Non è lecito considerarli dei puri egoisti, perché in una situazione collettiva nessuno può ragionare in maniera puramente egoistica.
Gli operai iscritti alla FIOM che presenziavano alla proiezione, alla fine hanno detto che ovviamente la vittoria del sì non ha portato lo sperato investimento di un miliardo, e che ci sono attualmente operai che in un anno hanno lavorato soltanto 17 giorni, il resto cassa integrazione (con perdite anche di 12mila euro annui).
Ma la domanda è: se avesse vinto il no sarebbe cambiato molto?
La lotta contro questo intollerabile stato di cose ingiusto e imputridito, non andrà fatta da un'altra parte, con altri mezzi, e al limite anche da altri soggetti?


lunedì 10 gennaio 2011

Tron Legacy. Oltre lo specchio digitale (Vogue16)

[pubblicato su Vogue.it]
Quante sono le opere di fiction che ci hanno raccontato che cosa c’è dall’altra parte della realtà? A partire dalla discesa agli inferi di Odisseo, Eracle e Orfeo, le catàbasi (questo il nome greco) non si contano facilmente: dalla Divina Commedia al Viaggio al centro della Terra, da Alice nel Paese delle meraviglie al Viaggio Allucinante, da Total Recall a Matrix. Ma non tutte le rappresentazioni del Mondo Parallelo riescono col buco, perché se il meccanismo finzionale consiste nell’importare elementi e personaggi del mondo attuale nel mondo virtuale (reale anch’esso ma in modo diverso), bisogna pur che la comunicazione tra attuale e virtuale sia affidata a un espediente narrativo accettabile, o almeno comprensibile.
Nel 1982 Tron, un film bizzarro e sperimentale prodotto dalla Walt Disney, aveva sostanzialmente fallito nel compito – poi riuscito a Matrix – di coniugare l’immaginario del mondo parallelo con la rivoluzione informatica: a differenza di altre opere affini, infatti, Tron ipotizzava l’in-credibile, ossia che un essere umano (Kevin Flynn interpretato da Jeff Bridges) si ritrovasse miracolosamente dentro al computer, non in effigie elettronica o tramite un avatar, bensì miniaturizzato al suo interno.
A distanza di 28 anni dal primo film, Tron - Legacy riprende quell’ipotesi assurda, rendendola se possibile ancora meno credibile: il film non fa mai scattare la suspension of disbelief teorizzata da Coleridge: non si inizia mai a credere a quello che si vede, non ci si lascia mai andare al godimento dello spettacolo, perché quello che si vede non solo è assurdo ma nemmeno scaturisce da alcuna logica verosimigliante.
Nonostante questo difetto capitale, il film è a suo modo un prodotto perfetto. Le citazioni dai film di fantascienza si sprecano. Le più evidenti: nel mondo virtuale la natura sembra la Terra post-devastazione in Matrix; la casa di Flynn è la visione finale di 2001. Odissea nello Spazio; l’algida ragazza-programma dai capelli bianchi (Beau Garrett) richiama esplicitamente i personaggi di Arancia meccanica; il duello aereo ricorda Star Wars, richiamato anche da cappucci e spade laser alla moda Jedi, senza contare che l’incontro tra padre e figlio, anticamente separati, è uno dei fulcri della saga di Star Wars.
Il cast sembra improntato a due criteri semplici: assicurare una labile continuità col primo film, attraverso la presenza di Jeff Bridges e qui sdoppiato nell’alter-ego cattivo (è la cosa forse più interessante del film) ed esibire alcune giovani attrici di abbagliante bellezza come Olivia Wilde (Quorra) e Beau Garrett (Gem). Divertente l’ambiguo personaggio di Michael Sheen (Zuse), mentre Garrett Hedlund nei panni del giovane Flynn sembrerebbe poter essere interpretato da qualsiasi attore giovane e carino.
Le musiche dei Daft Punk promettono un po’ più di quanto non mantengano (si veda la condivisibile critica di Rolling Stone: http://www.rollingstone.com/music/albumreviews/tron-legacy-20101206).
Tutto questo, purtroppo, non è sufficiente a renderci felici, proprio nel momento in cui ci fa sognare una possibile perfezione mancata. La grande consolazione consiste nell’accorgersi, rivedendolo, che oggi il vecchio Tron sembra un’opera ben più originale e dirompente del suo sequel di successo. Del resto il messaggio di Tron 2010 è chiaro: la perfezione non è conoscibile, anche se è costantemente sotto i nostri occhi. In modo imperfetto, siamo comunque nei paraggi del sublime spettacolare.

sabato 25 dicembre 2010

Benvenuti nel deserto del Natale (improponibile per Vogue.it...)

A dare retta al filosofo Oswald Spengler, si direbbe che il tramonto dell’Occidente sia iniziato più di un secolo fa, anche se non se ne vede ancora la fine.
In epoche di crisi come la nostra, i simboli a lungo lasciati vivere indisturbati diventano simboli scottanti, all’incrocio di terreni di battaglie ideologiche (si pensi al crocefisso in aula).
Babbo Natale è uno di questi simboli, apparentemente innocui, segnali di epoche storiche appena trascorse, eppure irrecuperabili: la sua sorte sembra essere definitivamente segnata.
In Nightmare before Christmas Tim Burton riservava a Santa Klaus (“Babbo Nachele”) una divertentissima serie di crudeltà: a causa di un equivoco veniva rapito e torturato prima di essere quasi ucciso da alcuni abitanti del regno di Halloween che avevano mal interpretato la volontà del suo sovrano, Jack Skeletron.
Il capolavoro di Burton inscena diverse inquietudini proprie dell’immaginario natalizio: non in tutti i mondi si può capire il messaggio di gioia e bontà di cui è latore Babbo Natale. Se si abita un mondo orripilante (come quello di cui il mondo di Halloween è un’iperbole) il messaggio sarà inevitabilmente distorto e impregnato dell’orrore noto.
In una società che fatica ad andare avanti, per non dire peggio, chi può ancora provare una gioia autentica di fronte a un simbolo fasullo come Babbo Natale? (La leggenda metropolitana secondo cui il Santa Klaus a noi noto sarebbe un’invenzione della Coca Cola è falsa, ma significativa).
A fronte di persone il cui tenore di vita non è tale da permettere grandi sprechi nemmeno sotto le feste, a meno di indebitarsi, ci sono numerose altre persone che vorrebbero proteggere il loro mondo dorato, e continuare a far credere ai loro bambini che Babbo Natale esiste e porta i doni ai bimbi buoni.
Purtroppo Babbo Natale non esiste, come ben sapevano le generazioni italiane precedenti il dominio del consumismo. E dopo una breve parentesi legata alla volontà di felicità della generazione del boom economico, di cui la Generazione X è figlia, ora questo è più evidente che mai: nessuna finzione edificante è possibile, e di fronte ai bambini si estende quello che, con un prestito da Matrix, lo psicoanalista e filosofo sloveno Slavoj Zizek chiama il deserto del reale.
Benvenuti nel deserto del Natale.

mercoledì 22 dicembre 2010

Memorie d'altri tempi. Roberto Casati

Roberto Casati è il filosofo in carne e ossa più importante della mia vita, ma fino al 1997 non sapevo chi fosse, perché fino ad allora mi ero occupato di filosofia francese postmoderna.
La filosofia analitica era per me qualcosa di remoto e incomprensibile (mi risulta ancora abbastanza indigesta a dire il vero).
Quando per la prima volta osai fargli una domanda (eravamo a casa di un'amica comune) gli chiesi per quale ragione le scienze cognitive fossero così importanti per la filosofia e lui mi rispose che le scienze cognitive liberano la filosofia dalla dittatura delle intuizioni.
Se in passato ogni filosofo poteva avere la sua intuizione metafisica su questo e quello, ora invece le intuizioni devono passare il vaglio del riscontro sperimentale.
Per esempio il "filosofo in poltrona" afferma che tutti gli uomini pensano di essere dotati di buon senso: questo può essere vero come falso, che ne sa il filosofo, finché se ne sta seduto sulla sua comoda poltrona? In questo senso, fare eseprimenti sul reale funzionamento della cognizione umana rende evitabili gli errori dovuti alle intuizioni sbagliate.

In effetti, poi, ho capito che anche facendo esperimenti, alle intuizioni non si sfugge.

Memorie d'altri tempi. Capodanni paradossali, 2

Facevamo il liceo. Avevamo diciotto anni. C'era anche un mio compagno che adesso è un politico importante in un partito nazista di merda.
Andammo a Spotorno, a casa di un'amica.
Bevevamo parecchio già prima della mezzanotte.

[continua]

Dispacci di memoria involontaria, 3

A Parigi, in un momento di visita dottorale, quand'ero vegetariano, una sera andai a una cena con amici e amiche del mio amico ospite, e dopo ci si diresse tutti in un locale ove ballare e fare tardi. Indossavo un brutto piumino, credo, e all'ingresso del locale il buttafuori mi disse che non potevo entrare perché non avevo la camicia - avevo una dolcevita.
Secondo me la colpa era del piumino di Zara verde schifoso da 34 euro.
Pensai per un attimo che anche gli altri sarebbero rimasti fuori se io non potevo entrare invece entrarono tutti, anche il mio amico che mi disse che gli dispiaceva, cazzo.
Tornai da solo a casa sua, aprii il frigorifero, divorai mezzo salame per la rabbia.

domenica 19 dicembre 2010

Memorie d'altri tempi. Capodanni paradossali, 1

[me ne sono ricordato solo questa sera guardando i video dei Nirvana].

Era appena uscito il disco ed io ero in collegio il mio primo anno. Avevo il braccio lussato per la seconda volta, ripiegato sul torace e fasciato da circa dieci giorni.
Il nostro amico veneziano, Leo, ci aveva invitati a un capodanno dalle sue parti, ma non ricordo come arrivammo da Venezia a S.......... V.... .
La festa si svolgeva in un residence estivo completamente disabitato: c'eravamo solo noi e i nostri ospiti, qualche decina di ragazzi, nell'appartamento del nostro ospitante.
Mancavano il gas e l'acqua e faceva freddo, inoltre io non potevo nemmeno ballare per via del braccio fasciato.
Alla festa c'erano anche le canzoni dei Nirvana, erano appena diventati famosi in Italia. Mi sembravano una musica pazzesca, e ancora oggi mi fanno quell'effetto. Credo che Cobain sia un genio assoluto e mi fa pensare a DFW.
Comuqnue non ricordo quanto ho bevuto, né se ho mangiato, a quel Capodanno.
C'eravamo: io, Leo, Max, Moreno, Valeria, "il Ciàina", Rosella, Gianni, qualcun altro che non ricordo.
Ero un po' invaghito di Valeria, ma ancora mai stato fidanzato quindi incapace di dichiararmi o fare mosse seduttive di alcun genere. Però quella notte era chiaro che avremmo dormito un po' ammucchiati, sembrava una gita alcolica postadolescenziale.
Al momento di scegliere il letto mi ritrovai con Valeria al secondo piano di un letto a castello, in una stanza con svariate persone in svariati letti: ma sembrava che il mio desiderio fosse stato ascoltato da un dio del desiderio perché mi ritrovai accanto a Valeria. Ma subito arrivò Leo, bello pieno d'alcol: si arrampicò sulla nostra cuccetta e venne a sdraiarsi esattamente tra me e Valeria, incurante delle mie proteste ("il mio mio braccio! non posso stare così stretto!").
Sconfitto e certo di meritarmelo uscii dal letto a castello per andare a cercarmi un altro giaciglio. Ma non c'erano altri giacigli in tutta la gelida casa. Non mi persi d'animo e uscii dall'appartamento, perché nel corso della festa avevo sentito dire che erano state sfondate porte di appartamenti adiacenti. I vandali erano gli stessi amici del proprietario, che a me resterà per sempre ignoto.
Trovai una porta sfondata, l'appartamento era buio, non vedevo niente. Entrai a tentoni, con un braccio solo come antenna, dato che il destro fasciato era inutilizzabile. Incappai in un tavolino basso su cui erano posati vasi di piante, evidentemente riposti per l'inverno (Mi sembrò evidente, ma se non era per quello per che cosa erano stati accumulati lì tutti quei vasi?) e trovai un letto a castello. Era anche quello pieno di vasi, li riconoscevo al tatto.
Cercate di capirmi: dovevo dormire e disponevo di un braccio solo, cosa potevo fare? Scaraventai tutti i vasi per terra e mi lasciai cadere sul letto così liberato, nel buio più profondo, relativamente soddisfatto di avere trovato un posto per dormire.
Temevo di venire svegliato nel corso della notte dalla polizia o dai proprietari dell'appartamento infuriati, ma mentre mi addormentavo strutturavo mentalmente la mia apologia: non ero stato io a sfondare la porta, mi dispiaceva molto, mi rendevo conto del danno subito, d'altra parte avevo bisogno di dormire e in ogni caso avevo cercato di fare il minor disordine possibile. Mi addormentai quasi divertito e nessuno venne a svegliarmi.

Il giorno seguente tornammo a Venezia. Sentii dire che c'erano stati danni per decine di milioni, ma mi sembrava che fossero tutti allegri e conteni, come se avessero passato un gran bel capodanno.

venerdì 17 dicembre 2010

Danilo Dolci, il “Gandhi della Sicilia” (Senza violenza 3)

Danilo Dolci (1924-1997) è stato «uno studioso, un poeta, un filosofo e, anche se non riconosciuto, un politico. Dolci non si può comprimere in nessuno schema: aveva una sua grande religiosità e una sua grande concretezza. Univa il digiuno alla lotta alla mafia, la pedagogia all’azione nonviolenta. La poesia al dibattito» (Marrone-Sansonetti).

Nel 1956 Danilo Dolci viene processato a Palermo per aver organizzato un’azione nonviolenta come lo sciopero alla rovescia nella “trazzera” di fango, vicino a Partinico. «In sostanza che cosa aveva fatto Danilo Dolci? Si era buttato a studiare le ragioni del banditismo, della nonviolenza, della miseria, della disgregazione fisica, dell’ignoranza, e aveva trovato che la mancanza di lavoro, nei disoccupati e nei sottoccupati, era la ragione dominante di quei mali. Ed allora aveva preparato per mesi, con la sua meticolosità di architetto, lo sciopero a rovescio, digiunando prima per unire a sé gli animi mediante l’umiltà e la sofferenza [...]; aveva impegnato alla nonviolenza, a non portare nemmeno il coltello per tagliare il pane (dopo San Francesco nessuno in Italia tanto appassionatamente e insistentemente aveva preso, uno per uno, le persone del popolo per persuaderli a non reagire violentemente:  - Bisognava far risparmiare allo Stato le spese per la polizia armata, perché mandi invece tecnici agricoli, insegnanti, assistenti sociali -; aveva scelto una strada abbandonata e piena di fango (trazzera) fuori Partinico, e lì avevano cominciato a riattarla. Una società che ammette la «legittima difesa», tanto più dovrebbe ammettere l’«iniziativa educatrice»; e se mai ve ne fu una, tale era quella di Danilo [...]: era non una guerra, ma un atto di pace, mediatore il lavoro, con la società che non si valeva dei suoi strumenti, che sono le amministrazioni pubbliche, per accogliere nella pace del lavoro quella folla di disoccupati. Era un atto di amore, non di vendetta, una mano tesa [...])» (Capitini A., Danilo Dolci, p.6).
Dolci ha ben chiara la logica della nonviolenza e intende propagarla in mezzo al popolo. Lui che stava per sposarsi e diventare architetto al nord, aveva abbandonato tutto ed era andato in Sicilia per questo. Nell’autunno del 1952 arriva nella povera zona di Montelepre, nel poverissimo villaggio di Trappeto. Molti che erano diventati banditi per necessità riconoscono in lui una persona che vuole davvero cambiare le cose.
Nel ’52 quando vede un bambino morire di fame digiuna finché le istituzioni non promettono di fare qualcosa. Ma non è ancora il fare presto e bene perché si muore, che Dolci invoca in un suo libro.
Nel ’56, pertanto, Dolci organizza uno “sciopero alla rovescia”: «riunioni e riunioni si moltiplicavano a vari livelli. Ponevo soprattutto questa domanda: “come è necessario muoversi per vincere?”. Via via tutti salivano un gradino più alto nella problematica. Naturalmente le proposte o le indicazioni si avviavano esagitate: bruciare il municipio, tirare sassi sulle caserme dei carabinieri, fermare i treni... Messe più a fuoco, invece, le proposte prendevano una forma più consistente, acquistavano concretezza. [...] il 30 gennaio del ’56 si decise di digiunare in millle persone; poi di indire uno sciopero per il 2 febbraio. Tutto venne accuratamente preparato [...].
Innanzitutto pensammo di informare accuratamente l’opinione pubblica su quello che stava per accadere. Mandammo ciclostilati e lettere dappertutto, al Presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio, al Presidente della Regione Siciliana. Erano state raccolte tra la popolazione millecinquecento firme, in appoggio alle nostre richieste, basate soprattutto sull’irrigazione della terra e sull’apertura di scuole. Proprio in quei giorni, all’incirca alla metà del gennaio ’56, mi avevano invitato a Torino per una trasmissione televisiva intitolata “Orizzonti”. Avvertii i funzionari e gli organizzatori che avrei parlato chiaro.
[...] Allora si trasmetteva in presa diretta: avvertii che avremmo fatto uno sciopero particolare, cioè lavorando a una strada di campagna, necessaria, ma quasi impraticabile. Furio Colombo, che curava la trasmissione, mi assicurò che andava in onda; due giorni dopo, venni a sapere che era stato estromesso dalla rubrica, anzi mi dissero che era stato licenziato dalla Rai. [...]» (Spagnoletti, Conversazioni con Danilo Dolci, p.62)
L’opposizione delle istituzioni e della chiesa cattolica contro un’iniziativa nonviolenta, e per di più di pubblica utilità, fu durissima. Oltre al processo, Dolci fu attaccato e calunniato in ogni modo, relativamente alla serietà dei suoi digiuni, poi per un racconto-inchiesta pubblicato nel 1955 su Nuovi Argomenti, che secondo gli stigmatizzatori era “pornografia”.
Quando nel 1957 Dolci ricevette il «Premio Lenin per la pace», ciò costituì un ulteriore capo d’accusa da parte della destra. Dolci spiegò che, pur non essendo comunista, avrebbe accettato il premio, che costituiva un riconoscimento dei metodi nonviolenti da parte dell’Urss, anche per poter utilizzare il denaro per il Centro di studi per la piena occupazione in Italia.
In un’intervista all’Espress, Dolci affermava: «Ciò che importa, è che la nonviolenza si faccia strada in ogni gruppo politico e, a questo riguardo, credo al mantenimento di un contatto costante con persone che si augurano una trasformazione profonda, rivoluzionaria, ma nonviolenta, dei rapporti sociali» (p.13).
Del resto perché stupirsi se uno come Dolci accettava un premio proveniente dall’Urss: in fin dei conti, notava Capitini, «non vedemmo Gandhi andare a far visita a Mussolini?» (ibid.).


Testi citati:
Capitini A., Danilo Dolci, 1958, Lacaita Editore, Manduria.
Spagnoletti G., Conversazioni con Danilo Dolci, Arnoldo Mondadori Editore.


(Pubblicato in Senza violenza. Idee e storie dei movimenti per la pace, a cura di Edoardo Acotto, “Giorni di storia” n. 38, L’Unità, 2004)

Johan Galtung. Pace con mezzi pacifici (Senza violenza2)

Il norvegese Johan Galtung (1930), fondatore nel 1959 dell’International Peace Research Institut e della rete Transcend per la risoluzione dei conflitti, di formazione è sociologo e matematico. Le sue opere ammontano a qualcosa come 95 libri e oltre 1000 articoli.
Numerose sono le situazioni nelle quali le istituzioni internazionali si sono rivolte a lui per consulenze tecniche in fatto di mediazioni di conflitti.

Il padre e il nonno di del professor Galtung erano medici, sua madre un’infermiera: «La mia intera famiglia era dedita alla cura della malattia. Ciò mi ha educato alla credenza ottimistica che ogni problema può essere risolto» (Intervista1).
Anziché diventare un dottore che cura le malattie del corpo, Galtung divenne uno studioso delle malattie che affliggono la razza umana nel suo complesso: la guerra e la violenza. Galtung ha infatti inventato un nuovo settore di studi delle scienze sociali la peace research, una disciplina che si sta affermando nelle Università di tutto il mondo e da ultimo, lentamente, anche in Italia.
Di primo acchito può forse sfuggire l’innovazione apportata da Galtung alle scienze umane, ma è sufficiente osservare che prima di Galtung non esistevano centri di studi sulla pace. Certamente esistevano studiosi di problemi militari. Ma definire la pace come assenza di guerra è secondo Galtung come definire la salute come assenza di malattia: significa perdere interamente di vista  che cos’è che rende salute la salute, e come essa funzioni.
Il punto di forza del pensiero di Galtung è quello di avere fatto della pace un concetto ben determinato, anzi un intero vastissimo campo di ricerche. Sua è la distinzione del concetto di pace in pace negativa (assenza di guerre), positiva (tensione verso una società più giusta), nonviolenta (superamento delle ingiustizie con mezzi nonviolenti).
Per chi pensasse al professor Galtung come a un compassato accademico, ecco un episodio che mostra come anche i teorici sappiano essere coerenti con le loro idee a prezzo di rischi personali. Nel 1968 durante una conferenza nella Germania dell’est iniziò a criticare l’intervento militare del Patto di Varsavia a Praga, nella primavera dello stesso anno : venne subito afferrato braccia e gambe da due robusti uomini vestiti di nero e trasportato via di peso. Siccome il microfono era acceso continuò a parlare per un certo tempo, poi fu infilato su un’auto e portato all’aereoporto.
L’indagine di Galtung sulla pace e la nonviolenza parte da Gandhi e passa per il buddismo, che gli appare come l’unica filosofia in grado di spiegare pienamente l’essenza della pace. Ma il sincretismo proprio del suo stile di pensiero lo porta a ricercare idee interessanti e feconde in ogni orizzonte culturale: «In quanto norvegese, sono molto più pragmatico di un francese o dei tedeschi. Mi sembra naturale prendere una cosa qui, un’altra là, e mescolarle. Conoscendo un po’ le religioni, ho trovato qualche idea meravigliosa e affascinante che posso usare come riferimento nella mia vita. [...] Non credo nelle barriere. È molto più eccitante non curarsi delle barriere e scoprire vaste aree di saggezza...» (Intervista2).
L’attività di Galtung non è puramente accademica, perché il suo ruolo di consulente in situazioni di conflitto ha spesso portato a risultati concreti. Per esempio, in un dissidio relativo alla linea di frontiera fra Perù ed Ecuador. La proposta di Galtung constava di quattro parole (pare che le soluzioni ai conflitti debbano poter essere formulate così): area binazionale, parco naturale. Proposta accettata.
Il segreto dell’arte della mediazione nonviolenta? «In primo luogo identificare i partecipanti, fare una ricognizione dei loro obiettivi,  e trovare le loro contraddizioni ; in secondo luogo distinguere fra obiettivi legittimi e illegittimi ; infine costruire ponti fra rispettive posizioni legittime» (intervista2).
È il concetto di costruzione di ponti a dover guidare la mediazione. Normalmente si parla di compromessi, ma la parola, anche in italiano, ha una connotazione negativa, implica l’idea che nella migliore delle ipotesi ci sia una perdita del 50% per ciascuna delle parti. Ma la mediazione può far emergere nuove possibilità (come l’area binazionale fra Perù ed Ecuador trasformata in parco naturale), ci si può accorgere che la situazione non è necessariamente un “gioco a somma zero” dove quello che guadagna l’uno lo perde l’altro.
Nelle numerose esperienze concrete di mediazione fatte da Galtung, alcune si sono concluse bene, altre no. Ma nella prospettiva del mediatore di conflitti, un fallimento non è un punto conclusivo.
La regola da seguire? Dialogare, dialogare e ancora dialogare.


Interviste consultate (in inglese):
1.   Father of Peace Studies: http://www.sgi.org/english/Features/quarterly/0201/portraits.htm
2.   Johan Galtung, expert in peace negotiations: “The world’s main terrorist is in Washington”: http://www.barcelona2004.org/common/imprimir.cfm ?id=F042731
3.   Johan Galtung: “With a little creativity, there is no conflict that cannot be resolved”: http://www.coe.intr/T/E/Com/Files/interviews/20021019_Interview_galtung.asp


Testi consultati:
Johan Galtung, Pace con mezzi pacifici, Esperia, Milano, 2000
Id., Il buddhismo come via
Id., Gandhi oggi, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1987


(Pubblicato in Senza violenza. Idee e storie dei movimenti per la pace, a cura di Edoardo Acotto, “Giorni di storia” n. 38, L’Unità, 2004)

giovedì 16 dicembre 2010

Interpretanti e trasformatori, 4. I filosofi e la rivolta

Tra gli interpretanti, quelli che mi vanno meno a genio sono coloro che non muovono un dito, ma aspettano che la realtà venga ad incollarsi alle loro categorie apocalittiche

[continua]

Chomsky: la violenza proviene dal potere (Senza violenza 1)

Noam Avram Chomsky iniziò a impegnarsi contro la guerra in Vietnam negli anni ’60, quando era già professore di linguistica al Massachussetts Institute of Technology.
La sua presa di posizione in favore della contestazione pacifica, per motivi allo stesso tempo strategici ed etici, è ben illustrata in un articolo del 1967, Sulla resistenza: «L’argomento che la resistenza alla guerra dovrebbe rimanere rigorosamente non violenta a me pare inoppugnabile. Come tattica, la violenza è assurda. Nessuno può competere con il governo in questo campo, e il ricorso alla violenza, che di sicuro fallirà, non farà che spaventare e allontanare qualcuno che invece potrebbe essere convinto, e incoraggerà ulteriormente gli ideologi e gli amministratori della repressione violenta. Per di più, si spera che i partecipanti alla resistenza non violenta diventeranno essi stessi esseri umani di un genere migliore»[1].
Si tratta insomma di quel che Gandhi chiamava non-violenza come scelta tattica (non-violence as a policy), senza escludere una netta propensione morale per la non-violenza come convinzione (non-violence as a creed)[2].
L’orientamento politico di Chomsky, raro esempio fra gli intellettuali contemporanei, è l’anarchismo (e non il marxismo). È ferma convinzione di Chomsky che il comportamento umano sia fondamentalmente (“naturalmente”, se non dovessimo dichiarare la nostra ignoranza rispetto alla natura umana) cooperativo. Non per astratte teorie, ma perché l’analisi dei fatti storici lo dimostra in maniera lampante. Così almeno ritiene Chomsky, per cui l’insuperato paradigma di democrazia è la Barcellona rivoluzionaria del 1936.
Ora, la violenza contraddice evidentemente qualsiasi pulsione alla cooperazione, rappresentando il massimo di irrazionalità possibile.
La forza di Chomsky - che a molti detrattori appare piuttosto una debolezza - consiste nel non fornire teorie politiche preconfezionate e pronte per l’uso. La politica rappresenta per Chomsky un campo del comportamento umano che ha bisogno di azione coordinata e lotte intelligenti per la difesa degli elementari diritti umani, e non di metafisiche o -ismi alla moda nelle università occidentali.
Non essendovi regole prefissate, anche la politica, come gli altri domini dell’esistenza e del pensiero umani, è per Chomsky il territorio della libertà, della responsabilità e dell’impegno individuale e collettivo.
Ma per Chomsky la non-violenza non è una questione di etica pura. L’opzione nonviolenta è analizzabile nelle sue soluzioni alternative, che in ultima istanza dipendono dalle scelte individuali, sempre irriducibili alle teorie.
In filosofia si parla spesso della diversità delle intuizioni su questioni fondamentali di metafisica ed etica. Proprio questo è l’approccio di Chomsky alla non-violenza: «Nessuno sa molto sulle tattiche da adottare [per l’affermazione della giustizia sociale]... quantomeno io ne so poco. Ma credo che bisognerebbe analizzare a fondo la questione della non violenza. Chiunque infatti cerca di raggiungere un obiettivo senza far ricorso alla violenza: che senso ha la violenza? Ma quando si comincia a invadere il campo del potere, può diventare necessario difendere i propri diritti, e per farlo a volte bisogna ricorrere alla violenza. Farvi ricorso o meno dipende dai valori morali di ciascuno. (...) Quindi se siete pacifisti dovreste chiedervi: ci si può difendere con la forza quando si è attaccati con la forza? Non tutti hanno lo stesso metro di giudizio su questa questione, che però non deve essere sottovalutata»[3].
Sulla natura della violenza Chomsky ha una posizione che può parere manichea: «Anche se alcuni ritengono che la violenza sia propria dei movimenti rivoluzionari, di solito la violenza proviene dal potere, ed è normale reagire con violenza quando si viene attaccati»[4].
Posizione diametralmente opposta a quella di Hannah Arendt, con cui Chomsky si trovò a discutere nel 1967 in occasione delle manifestazioni contro la guerra in Vietnam: in Sulla violenza la Arendt affermava infatti che il potere è il contrario della violenza.
Chomsky analizza la non-violenza secondo una prospettiva politica, anche se non teorica.
In maniera un po’ volontaristica, non considera mai una situazione come determinata una volta per tutte: «Parlare di non violenza è facile, ma personalmente non credo che si tratti di un principio assoluto. (...) [Bisognerebbe riuscire ad] allargare la solidarietà in modo da impedire che vengano mandati i militari a picchiare la gente. Ma non è tanto facile, non succede automaticamente. In società stratificate  e divise come quelle attuali, le élite non devono fare molta fatica per trovare qualcuno che abbia voglia di reprimere.
Ma anche questo può cambiare, anzi deve cambiare, perché c’è un limite alla violenza cui i movimenti popolari possono far ricorso se vogliono mantenere il loro carattere democratico. Se la difesa finisce per richiedere l’uso di armi o mezzi bellici, credo che qualsiasi sviluppo rivoluzionario venga bloccato e ogni possibilità di cambiamento venga distrutta»[5].
Quella che può sembrare un’attitudine eccessivamente ottimista di Chomsky in fatto di politica, non è un articolo di fede e nemmeno un dato psicologico.
E la posizione del grande linguista è cambiata nel tempo: «[...] quando partecipavo al movimento contro la guerra del Vietnam mi sembrava impossibile che potesse avere qualche effetto concreto. Coloro che aderirono al movimento nei primi anni sessanta pensavano al più che quanto stavano facendo avrebbe avuto come conseguenza anni di galera e vite distrutte. E, per inciso, io ci sono andato vicino. [...] Allora era impossibile immaginare che ci sarebbe stato qualche risultato. Ma sbagliavamo: i risultati sono stati innumerevoli, non grazie a quello che facevo io, ma grazie a quello che facevano migliaia e migliaia di persone in tutto il paese»[6].
L’impegno, la forza d’animo e l’ottimismo di Chomsky sono ormai leggendari. Tra i suoi ammiratori il grido della scrittrice indiana Arundhati Roy merita di essere riportato: «Non passa giorno che, per un motivo o per un altro, io non pensi tra me e me: “Chomsky zindabad”, “Viva Chomsky”»[7].


(Pubblicato in Senza violenza. Idee e storie dei movimenti per la pace, a cura di Edoardo Acotto, “Giorni di storia” n. 38, L’Unità, 2004)




[1] N.Chomsky, Sulla resistenza, in I nuovi mandarini. Gli intellettuali e il potere in America, Einaudi, p.377
[2] G.Pontara, Introduzione a M. K. Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, Einaudi 1996
[3] N.Chomsky, Capire il potere, p.254
[4] Ivi, p.255
[5] Ibidem
[6] N.Chomsky, Capire il potere, p.240-241
[7] La solitudine di Chomsky, in Guida all’Impero per gente comune, Guanda

mercoledì 15 dicembre 2010

Il genitore ottimista per natura

Educatrice: dovrebbe mettermi una firmetta qui, oggi vengono quelli dell'ASL, abbiamo avuto un caso di (sottovoce) acariosi...

Genitore (con aria preoccupata): un caso di che cosa, mi scusi?

Educatrice: acariosi, sarebbe, insomma la scabbia.

Genitore (con aria sollevata): ah, ok, benissimo.

Che cosa significa pensare per Heidegger? (Lacerti di una tesi di dottorato in filosofia, 2007)

Heidegger est un exemple très significatif de ce que nous pourrions provisoirement appeler le style philosophique continental. Heidegger (1954) pose explicitement la question « Qu’appelle-t-on penser ? », conduisant à une image de la pensée comme relation de l’homme et de l’Être :
L’homme peut penser en ce sens qu'il en a la possibilité. Mais cette possibilité ne nous garantit encore pas que la chose est en notre pouvoir [Heidegger (1954), p. 1, trad. fr. p. 21][1].
Le refrain du texte, continuant sur un registre plus poétique la déconstruction du sujet cartésien commencée dès Heidegger (1927), est que « nous ne pensons pas encore » : une façon pour dire que les mortels humains doivent se mettre à l’attente et à l’écoute de l’Evénement/Être (Ereignis).
Attaquant Heidegger, Ferraris (2001) ironise sur cette image prophétique et mystique de la pensée :

La bonne réponse consisterait probablement en une question : « Et alors, qu’avons-nous fait jusqu'à maintenant ? Nous n’avons pas pensé, nous n’avons fait que croire de penser, comme un sorcier qui compterait de soigner les rhumatismes avec une mixture de crapaud ? [Ferraris (2001), p. 18]

La démarche heideggérienne assume et révèle le difficile rapport que la philosophie idéaliste-textualiste – au sens de Rorty 1979[2] – de  la première moitié du XXe siècle entretenait avec la science[3].
En effet, chez Heidegger on ne trouve pas une théorie de la pensée, même si « la pensé » est appelée dans des moments cruciaux de l'argumentation philosophique heideggérienne. Nous croyons que, dans le soucis de réagir à l'hypostasie cartésienne de la pensée transformée en res cogitans, à partir de Heidegger avec sa théorie du Dasein qui n'est pas union de corps et esprit mais bien ouverture ontologique au monde, le choix de nombre d'anti-cartésien du XXe siècle a été celle d'évacuer la question de la nature de la pensée.


[1] Der Mensch kann denken, insofern er die Möglichkeit dazu hat. Allein dieses Mögliche verbürgt uns noch nicht, dass wir es wermögen ».
[2] Voir aussi Ferraris (1984). Nous considérons idéaliste une philosophie qui n'a pas de considération pour les données des sciences expérimentales. La majeure partie des philosophes Continentaux (volens nolens) ne pourrait qu’être rangé dans le champs de l’idéalisme postmoderniste.
[3] Comme le dit Ferraris, c’est un rapport amoindrissant : « Normalement, le réductionnisme est imputé aux positivistes, mais aussi dans l’appel à l’être qui n’est pas l’être de l’étant procède un réductionnisme sui generis, issu de la tradition des sciences de l’esprit qui, à la réduction mathématisante du phénomène proposée par les naturalistes, se sont bornées à opposer des schèmes conceptuels de deuxième niveau, tributaire de la critique leibnizienne du mécanicisme cartésien : il ne faut pas seulement considérer les relations causales et mécaniques, mais aussi bien celles finales : but, signification, valeur, etc. » [Ferraris (2001), p. 19].

Cognitive foundation of social network (from Dan Sperber's blog)

... reasoning, typically seen as an activity of the individual thinker, is in fact a social activity aimed at exercising some control on the flow of communicated information by arguing in order to convince others and by examining others' arguments in order to be convinced only when appropriate ... (http://www.cognitionandculture.net/home/blog/9-dan/685-creative-pairs)

Si veda anche l'articolo di Mercier e Sperber