E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
venerdì 27 gennaio 2012
giovedì 26 gennaio 2012
Il nobile Michel Martone vi ha detto che costui era sfigato
Amici, italiani, prestatemi orecchio: io vengo per compatire quel mio
compagno di università che si è laureato dopo i 28 anni, non per
lodarlo. Il male che gli uomini compiono sopravvive al loro corso di
studi, il bene è spesso sepolto con il loro pezzo di carta.
Così
sia per quel figlio d'operai o piccoloborghesi che impiegò anni per diventare dottore.
Il nobile Martone vi ha detto che costui era sfigato: se così
fosse, sarebbe una grave colpa e gravemente il laureato fuori corso ne
ha pagato le conseguenze, rimanendo a lungo disoccupato, sottopagato,
sfruttato, umiliato e sbeffeggiato, e dovendo infine rassegnarsi a ripulire le latrine di un ospedale oppure emigrare.
Qui, con il permesso di Martone e
degli altri - perché Martone è un uomo figo e potente, e tutti gli altri, tutti
sono uomini fighi e potenti - sono venuto a parlare al funerale del laureato fuori corso.
Era mio amico, leale e giusto con me, ma Martone dice che
era sfigato e Martone è un uomo figo. Lo studente fuori corso ha portato molti soldi al
Ministero dell'Università, ma questi sono stati tolti ai forzieri dello
stato dai professori universitari assenteisti e incapaci: era questa la colpa del
laureato fuori corso? Quando gli studenti poveri hanno pianto, il
laureato fuori corso ha pianto: la sfiga dovrebbe essere fatta di
più egoistica stoffa. Eppure Martone dice che costui era sfigato e Martone è
uomo figo. Siete tutti testimoni che alla festa di San Precario
per tre volte gli ho chiesto di affrettarsi a laurearsi, e lui per tre
volte ha rifiutato: era questo il tipico atteggiamento da sfigati di chi pur vivendo a casa con i genitori e non avendo avuto particolari problemi si laurea comodamente dopo i 28 anni?
Eppure Martone dice che era sfigato e certamente egli è uomo figo.
Io non parlo per disapprovare ciò che ha detto Martone, ma sono qui
per dire ciò che so. Un tempo incoraggiavate tutti il laureato fuori corso e non senza motivo, ora cosa vi trattiene dal piangerlo?
Era lo studente più nobile fra tutti
costoro: tutti gli studenti in corso hanno fatto ciò che hanno fatto
per invidia del grande ritardatario. Egli solo si unì a loro con
onestà e per il bene proprio e di tutti. Il suo corso di studi era nobile e gli esami da lui scelti così equilibrati che l'Università potrebbe ergersi e
annunciare a tutto il mondo 'questo era uno studente universitario!
(Exeunt)
martedì 24 gennaio 2012
Raul Montanari, finale di L'uomo che aveva paura di morire (How to disappear completely, Narradiohead)
Un giorno si svegliò a un’ora del mattino presto e si sentì felice. Non era un sentimento comune, per lui.
Non aprì nemmeno gli occhi. Aveva le labbra secche e faticava a deglutire, ma non ci fece caso. Ripensò a quello che aveva fatto. Ci ripensò addentrandosi con prudenza fra i ricordi degli ultimi due anni, e nessuna trappola scattò.
Era solo con se stesso, non c’era nessun accesso aperto al tempo. Steso sul letto, isolato dal mondo, sentiva di essere al centro esatto dell’arena in cui si combatteva la battaglia contro la morte, ed era orgoglioso di sé. Stava lottando come nessuno prima di lui aveva mai fatto, pensò. Forse qualcuno avrebbe saputo cosa era successo in quella stanza e l’avrebbe imitato. Forse un giorno tutti gli uomini si sarebbero salvati, ma di questo non gli importava, ora.
Il senso di felicità si inclinò, si allargò in una diffusa tenerezza per sé stesso, come un’acqua calda e tranquilla. Respiro dopo respiro, battito dopo battito, cullato da suoni senza tempo, dalla musica del corpo.
Dalla sua piccola eternità, l’uomo sorrise.
Il mondo si chiuse gentilmente su di lui, avvolgendolo, e fu tutto.
lunedì 16 gennaio 2012
Racconto d'inverno (resoconto narrativo dell'incontro tra l'Assessora all'istruzione di Torino e i genitori)
L'atmosfera era già molto tesa quando
l'assessora entrò nella stanza.
...
venerdì 13 gennaio 2012
mercoledì 11 gennaio 2012
TEMA SU RINO GAETANO (1998)
Svegliandoti
al mattino dopo una serata di moderata ma faticosa baldoria, ti potrà
una volta accadere di accorgerti che la musica di Rino Gaetano sia
stranamente compatibile con i tuoi umori, anzi quasi ad essi destinata.
Da
dove mai proviene l'insospettata facoltà di blandire le tue viscere
intorcicate dai bagordi alcolici? Per quale motivo compete a quei testi e
a quelle melodie apparentemente banali di farti vibrare di una
contentezza che ti sentiresti disposto a pagare un prezzo non irrisorio? Vediamo nel dettaglio.
E cantava le canzone che sentiva sempre allu mare
è la nostra canzone preferita dell’Autore. Volentieri ne avremmo
riportato il testo, ma purtroppo non ci è disponibile, pazienza.
I
personaggi sono, nell'ordine: un emigrante che parte via mare, portando
"le provviste e pacchi di riviste"; un mercenario "con un figlio da
sfamare ed un nemico a cui sparare"; un produttore "con un film da
girare ed un'azienda da salvare".
I
tre sono accomunati dal nome della misteriosa Bice, che rispettivamente appare come:
(1) ritratta in una fotografia in possesso dell'emigrante, "bella come
un'attrice"; (2) amata dal mercenario (o meglio: l'uomo d'arme vorrebbe
amarla ancora); (3) ipostatizzata dal produttore come paradigma estetico dell'attrice che egli va cercando oltremare.
I personaggi, imbarcati forse, presumibilmente, sulla stessa nave, cantavano le canzone (si ponga attenzione la variante meridonalistica del plurale) che sentivano sempre allu mare.
Ma
chi è Bice? Chi sono costoro? Penseremmo a una certa qual
distanza temporale fra i tre: il soldato di ventura richiama alla mente
il medioevo; l'emigrante e il produttore richiamano per canto loro un
periodo storico abbastanza indeterminato che potrebbe estendersi
dall'inizio del secolo scorso fino al dopoguerra.
Il trapasso inavvertito da un personaggio all'altro ricorda inequivocabilmente Les fleurs bleues
di Raymond Queneau (ignoriamo se Gaetano conoscesse il testo di
Queneau, ma propendiamo per il sì): si tratta dello stesso individuo
situato immaginosamente in tre diversi mondi possibili, oppure siamo qui
di fronte a personaggi diversi e totalmente indipendenti? Noi
sospettiamo che sotto le spoglie dell'emigrante ecc..., protagonisti
della bellissima canzone del cantante calabrese, si riveli una stessa
essenza umana stereotipizzata, per non dire universale: l'Uomo
Innamorato Alle Prese Con Le Insostenibili Condizioni Di Vita Della Società Capitalista.
In
questo orizzonte di lettura, con un salto teorico a livello
extratestuale, la stessa morte in motocicletta [in realtà in automobile, n.d.r.] dell'autore non andrebbe
più considerata come un incidente insensato, bensì come coerente mossa
esiziale di rivolta. Rivolta, of course, d'afflato planetario
epocale, che non potrebbe assolutamente confondersi con
un’individualistica quanto sterile ribellione, del tipo del quale si
vedono ormai troppe occorrenze in questi tempi di disordine sociale e di
sempre periclitante coscienza dei fondamentali diritti umani. In
questo senso, non esitiamo a rintracciare nella figura e nell’opera di
Rino Gaetano un modello di pensiero e di comportamento validissimo per i
tempi a venire, che non esiteremmo a chiamare il Paradigma Gaetano.
Nota:
A lungo si è ignorato che il famoso scrittore Edoardo Acotto scoprì la
canzone del maestro Gaetano qui analizzata, in una sera di primavera del
1998, in occasione di una festa a casa delle sorelle Bracciolino
(un'arpa svettava nel centro della stanza dove si teneva la festa). In quell'occasione Acotto, che in seguito si sarebbe brevemente fidanzato con Ada Bracciolino, fu come folgorato da E cantava le canzone, specialmente per la decisiva componente ritmica della canzone. Fu
un'epifania, un momento privilegiato del quale Edoardo non capì mai il
senso, ma che lasciò tracce indelebili e facilmente riconoscibili nella
sua successiva produzione artistica e letteraria. Era
quella la prima uscita pubblica di Acotto dopo l'improvvisa morte del
padre: per l'occasione, aveva brandito le forbici e si era
tagliato da solo i capelli, guardandosi allo specchio. Aveva imparato la
possibilità di quel gesto - a metà tra autoconservazione e
autodistruzione - dall'amico Marco Cartelli, il quale a sua volta aveva perso il padre quando aveva diciotto anni.
martedì 10 gennaio 2012
Florilegio impopolare e anti-demagogico a cura della redazione di Carmilla [http://www.carmillaonline.com/]
Parole di Massimo Mantellini, Antonio Moresco, Carlo Lucarelli, Adriano Prosperi, Wu Ming, Massimo Roccaforte, Girolamo De Michele, Michela Murgia, Antonio Pennacchi, Evelina Santangelo, Luca, Alain Badiou.
http://www.carmillaonline.com/archives/2010/09/003608.html
"[...] L’Einaudi non è Berlusconi, perché quest’ultimo passa, mentre l’Einaudi resterà. Resterà il catalogo, per dirla con Valter Binaghi, “poeticamente più sovversivo del mondo”. Resterà quel soggetto, quella voce nel dibattito culturale e civile.Quindi [...] bisogna TENER DURO, “resistere un minuto più del padrone”. Bisogna lottare dentro, per salvaguardare i margini e gli spazi di autonomia rispetto alla proprietà, per riequilibrare con mosse “buone” ogni concessione o cedimento, ogni eventuale “scivolone”. Date un’occhiata al catalogo e vedrete quali e quante sono le mosse “buone”. Abbiate un po’ di pazienza e vedrete, quest’autunno, alcune uscite strategicamente fondamentali..."
o
Marco Pasquini Ma gli intellettuali devono aspettarsi di essere compresi dal popolo?
o
Francesco Falco aspettiamo il primo genna einaudiano, mentre ora si viaggia su quello minimumfaxiano...
oEva Carriego 'Popolo' sta diventando un termine tipicamente berlusconiano: che tempi. Ho letto quasi tutto l'articolo, bay-passando i passaggi per me più noiosi, e lo condivido. Francamente, ho pensato fin da subito che si trattasse di questione di lana caprina.
oGiuseppe Genna Pennacchi strepitoso.
oEva Carriego 'contraddizioni in seno alla borghesia' è notevole: è un personaggio, a volte troppo.
oMarco Parlato @Eva Carriego: ormai gli scippi lessicali di berlusconi non si contano più. Non possiamo più usare popolo, libertà, ironia, moralità e tanti altri senza provare un senso di ribrezzo.
oBruna Caffa Noto il fatto che nelle parole di Vito Mancuso c’è la manifestazione di un gesto che non pretende dagli altri la stessa conclusione a cui lui è arrivato, ovvero il suo allontanamento dalla Mondadori per incompatibilità col suo modo di sentirsi all’interno dell’azienda, Noto al contrario in quelle degli altri la critica nei suoi confronti e la pretesa di sapere come si deve unicamente agire
oMarco Pasquini Mio padre che faceva l'operaio alla FIAT negli anni settanta, era un collaborazionista o un operaio proletario?
oEva Carriego Secondo una scuola di pensiero, un operaio collaborazionista.
oMarco Pasquini Mumble... e quale sarebbe questa scuola?
oGiuseppe Genna Bruna, tu noti quanto appare, che non è quanto è. Io conosco quello che Pennacchi chiama 'il teologo', più di un decennio fa lavorai assieme a lui: credimi, siamo nel regno delle apparenze.
oRoberto Vignoli Sottoscrivo parola per parola i due editoriali di Mancuso su Repubblica, il resto è solo arrampicarsi sugli specchi per difendere scelte indifendibili
oEva Carriego Quella che dice che se sei uno scrittore e non abbandoni Mondadori e/o satelliti, indipendentemente da ciò che scrivi e da quanto fai fatturare all'azienda, te ne freghi dell'etica, della politica e della religione (a volte) rimanendo a busta paga del padrone.
oGiuseppe Genna
Ecco, Marco - la questione sarà annosa ma è proprio questa.
Siccome la società capitalista è crudele, perché non ce ne andiamo tutti? Siamo delle merde ciniche che voltano la faccia davanti alle stragi rumorose o siloenziose compiute in nome... del nostro calorifero?Mostra tutto
oMarco Pasquini @Roberto: penso che il discorso sia un po' più complesso. Ci sono alternative? E quali?
oMarco Pasquini @Giuseppe: qualcuno diceva che ribellarsi da soli è anarchia, ribellarsi in un gruppo organizzato è rivoluzione. L'alternativa semplicemente non esiste.
oRosella Postorino grazie, giuseppe, di avermi taggata.
oBruna Caffa Allora che si rimanga tutti ovunque e sempre con l'illusione che tutto cambi. Non è mai successo
oEva Carriego Scusa, Marco Pasquini, ho dimenticato il riferimento nella risposta.
oMarco Pasquini @Bruna: no, però non è con uno slogan che si cambiano le cose. Problemi complessi hanno soluzioni complesse.
oEmanuela Patti
Scrivere per Einaudi non essendo berlusconiani, scrivere per un giornale di destra se si è intellettuali di sinistra. Quella che negli ultimi mesi in particolare è diventata la popolarissima questione del riconoscimento non è sicuramente se...condaria, ma liquidarla oggi con il boicottaggio - lasciamo perdere le inutili mobilitazioni di "soli click" dei leoni di facebook (la mattina…), puri videogiochi di intrattenimento, è più che mai inefficace in un paese in cui il berlusconismo è talmente endemico che delimitare il dentro e il fuori è quasi impossibile.
Espatriare o restare? Questo dilemma non riguarda solo gli scrittori e le case editrici, ma tutti i settori (un esempio tra tutti, l’università). Non è più vantaggioso come una volta espatriare. Restare è la scelta più difficile, ma è anche l’unica che può avere un senso (aggiungo, etico) se si prende seriamente in considerazione la domanda “qual è il reale problema?” Riguardo al problema del riconoscimento il reale problema per gli scrittori è come essere impopolari (se il 'popolo' è quello che è nel 2010 in Italia ed ha interiorizzato il berlusconismo), non tanto decidendo di espatriare, ma con la scrittura stessa. Il coraggio di essere impopolari nella scrittura per rispondere appunto alla domanda (che ciascuno scrittore risponde a modo suo, reperendo il suo punto reale sul quale non recedere) qual è il reale problema?
oBruna Caffa Non è uno slogan, è una provocazione che non nasce dal nulla. La soluzione di problemi complessi non sta nel rimandarli o nel delegare altri a risolversi in un' azione perché sicuramente è tutto più semplice
oBruna Caffa Ma quale impopolarità se poi tutto produce profitto e viene riassorbito nel sistema, comprese le persone. Letteratura di frontiera, ma per chi? se per ogni situazione si dice che il problema è complesso e sono sempre gli altri a dover fare scelte di posizione concrete
oEdoardo Acotto
ma perché poi gli scrittori dovrebbero essere più militanti e più coerenti di qualsiasi antiberlusconiano non scrittore?
Non credo che tutti i dipietrini o i grillini o persino i comunisti evitino con accuratezza militante di comprare le mer...ci berlusconiane, che sono moltissime come sappiamo.
Perché mai lo scrittore, a meno di avere alternative significative, dovrebbe suicidarsi rinunciando a pubblicare per grandi case editrici? Parafrasando direi che scriptor sine publico imago mortis, con l'eccezione di Pessoa o forse appunto no.
Ci fosse una vera censura capirei, ma per ora mi pare che i casi siano pochi (un Belpoliti e un Saramago) e non generalizzabili.
L'autocensura, poi, è un rischio: ma qui il discorso si sposta sull'onestà intellettuale dello scrittore.Mostra tutto
oEdoardo Acotto E vogliamo porre la questione del rapporto degli intellettuali con il DENARO? Eludere la questione è ipocrita.
(Un giovane scrittore che tematizza la questione spesso in modo interessante è Gianluigi Ricuperati.)
oAlba Donati ma gli intellettuali non hanno perso una bella occasione per dimostrare che le annose discussioni su 'intellettuali e potere' sono questioni complesse e reali? a me continua a convincermi molto mancuso, per l'impostazione del problema innanzitutto. Il paragone con l'operaio collaborazionista non regge. Il rapporto editore-scrittore si basa sulla libertà (e sull'identità), quello tra operaio e padrone è un rapporto di costrizione
oGiuliana Bi
Provo a muovermi su un terreno neutro, per liberarmi dai miei pregiudizi su Berlusconi e Mancuso.
Facciamo finta che … io sia un bravissimo architetto dotato di grande talento e abbia partorito un’idea, un progetto. Sono certa della qualità... e della bontà del mio progetto.
L’unico in grado di realizzarlo é un costruttore corrotto, potente. Grazie al suo potere e ai suoi denari può “condizionare” la politica. Ottenere i permessi necessari, utilizzare mezzi illeciti e denaro sporco, insomma un criminale.
So che le sue finalità sono diverse dalle mie. A lui non interessa la parte ideale del mio progetto, lui è disposto a realizzare il progetto solo perché ha ben calcolato il vantaggio che ne ricaverà. Aumenterà il suo potere e il suo patrimonio e quindi il suo potere e il suo patrimonio e io contribuirò nella sua scalata.
Ora mi chiedo se un un artista, uno scrittore, un intellettuale non ponendosi un problema etico, accettando il male minore è in buona fede dicendosi e sostenendo che la sua opera é nell’interesse e nel bene comune e deve essere accessibile a tutti. Il fine giustifica i mezzi?
O in realtà l'ego ci mette lo zampino?
Mostra tutto
oGiuseppe Genna
Come si desume dallo streaming di interventi su Carmilla, io non sono intervenuto, nemmeno nella discussione tra i redattori, via mail. Mi basta semplicemente dire che militare è mettere le mani nel fango e che con Giulio Einaudi io mi sare...i sentito personalmente a disagio, sebbene non come con Silvio Berlusconi. Ma col cavolo che mollo un luogo senza presidiarlo, facendone il "Libero" dell'editoria. Alba, la questione è davvero più complessa: per esempio, tutta la generazione di poeti è scomparsa, è scomparsa la poesia in Italia. Dimmi poi se il rapporto non è di costrizione, ma di edenica libertà, quando uno è necessitato alla creazione, impalando la sua vita sul valore umanistico assoluto che la creazione permette di irradiare.
Dissento completamente da quello che dice Roberto Vignoli, il quale mi offende, essendo io un autore che pubblica per Einaudi e sentendomi dare dell'arrampicatore sugli specchi, cosa che proprio non sono. Qui finisce quanto ho da dire sulla "annosa" questione, che per me non lo è, mentre che lo sia determina a mio giudizio uno stato di arretrata analisi politica da parte di una società - o forse dell'assenza proprio della politica.Mostra tutto
oPaolo Melissi la gabanelli lavora per la rai. quindi? una questione affrontata tempestosamente con l'illuminato daniele card. sepe
oEva Carriego
'Il rapporto editore-scrittore si basa sulla libertà (e sull'identità), quello tra operaio e padrone è un rapporto di costrizione.'
Gli scrittori mangiano come e più degli operai, la libertà non è esclusiva dello scrittore, il rapporto iden...tità sarebbe auspicabile ma non è di questo mondo. O, forse, neanche auspicabile: l'ordine determinato da autori che scrivono solo per editori della loro parte politica mi mette a disagio, in natura vince il disordine. Non sottovaluterei nemmeno il fatto che opere strepitosamente belle sono uscite da penne di autori affamati e pieni di debiti. Il bisogno è una spinta potentissima, e romantica, anche.Mostra tutto
oAlba Donati gius l'annosa questione non è annosa nemmeno per me, ma su questo argomento (che mi ha fatto pensare molto e parlare poco, tanto che è la prima cosa che 'esterno') ci sarebbe da confrontarsi sul serio e spero che lo faremo prima o poi anche sotto un albero di Largo Marinai d'Italia, fb è un pò costrittivo per questo tipo di approfondimento
oEmanuela Patti @Edoardo Acotto: "ma perché poi gli scrittori dovrebbero essere più militanti e più coerenti di qualsiasi antiberlusconiano non scrittore?" io proverei a darmi una risposta a prescindere dalle categorie.
oRoberto Vignoli
Caro Giuseppe ovviamente non mi riferivo a te, il problema principale sono quelle macchine da bestseller chiamate Augias, Scalfari, Saviano, Rossanda e compagnia che pontificano ed editorialeggiano un giorno sì e l'altro pure sul conflitto ...d'interessi e contro Berlusconi e poi continuano ad arricchirlo. E' una questione innanzitutto di coerenza tra parole e comportamenti. In secondo luogo tutti questi autori sono in una posizione di forza tale che potrebbero permettersi gesti politici e simbolici come farà Mancuso con il suo addio, senza rimetterci, anzi. Altre grandi case editrici sono pronte a fargli contratti persino migliori, e non mi si dica che Rizzoli, Feltrinelli o le controllate del gruppo Mauri Spagnol non offrono altrettanta potenza promozionale e distribuitiva. Molto diverso è invece per tutti gli altri autori che non hanno questa posizione di forza, dai wu ming a genna e a tanti altri, per i quali, come ha scritto anche mancuso è comprensibile che prima si pensi a "vivere e poi a filosofare". Ma quello che trovo inaccettabile nei vostri ragionamenti è lo spudorato rivendicare la scelta di restare negando il problema o sostenendo di poter comunque influire e modificare le cose dall'interno. Se tutti coloro che hanno ancora un minimo di coscienza politica e sociale rinunciano a lavorare per una editoria e per una informazione realmente indipendente il berlusconismo, di destra, centro, sinistra, ha davvero vinto, e gli spazi liberi verranno sempre più prosciugati. E lo dico con amarezza, da persona che nella propria vita ci ha provato, pagando prezzi altissimi, e rinunciando quasi a tutto, a fare editoria indipendente, ed ora pur di lavorare, deve vendere l'anima a un altro grande editore di sx certo non con meno difetti di mondadori o einaudi... ma, ripeto, Saviano e altri big, diversamente da quasi noi tutti, sono invece nelle condizioni per poter mettere in pratica ciò che proclamano. La differenza è tutta qui.Mostra tutto
oEdoardo Acotto
@Giuseppe: "con Giulio Einaudi io mi sare...i sentito personalmente a disagio, sebbene non come con Silvio Berlusconi"
Ho un aneddotto su Rodari, proveniente da un suo diretto conoscente: un amico lo vide coi polsini lisi e gli domandò se a...vesse problemi. Lui rispose che ogni volta che andava da Einaudi a chiedere di pagarlo, quello gli rispondeva: Gianni, con gli amici non si parla di denaro!Mostra tutto
oEdoardo Acotto
APPLAUSI: "...mentre che lo sia determina a mio giudizio uno stato di arretrata analisi politica da parte di una società - o forse dell'assenza proprio della politica."
Mancuso fa bene ad andarsene, se vuole e può, anche perché da un cattoli...co chiedo un po' più di coerenza, giusto per alzare la media dei suoi correligionari.
Ma che gli ipocriti perbenisti di sinistra contino fino a 100 e pensino a quello che hanno fatto LORO CONTRO BERLUSCONI negli ultimi 20 anni prima di indicare negli scrittori il capro espiatorio di turno.
(E basta con la stupida malafede: il lavoro intellettuale non è un privilegio da rentiers!)
oEdoardo Acotto
Facciamo un altro esempio, secondo me calzante perché viviamo il Secondo Ventennio italiano: notoriamente Gentile per la Treccani ricorreva alla collaborazione di vari intellettuali antifascisti, tra cui Aldo Capitini.
Se il paragone regge, ...costoro avrebbero dovuto rinunciare, per non essere tacciati di collaborazionismo. E all'epoca qualcuno avrebbe potuto rimproverarli di non preparare alcun futuro.
Invece essi l'hanno preparato ed è stato indubitabilmente migliore.
I francesi ci hanno insegnato a pensare al futuro anteriore: un giorno Berlusconi non ci sarà più, e SARA' STATO GIUSTO non autodistruggersi come autori...
o
Edoardo Acotto
@Emanuela io la risposta me la do eccome, ed è la seguente.
che non si vuole ammettere che la differenza tra lavoro manuale e intellettuale si sta progressivamente abolendo con la proletarizzazione del secondo (così come sta scomparendo la ...piccola borghesia che si proletarizza vieppiù).
Perciò che si ipostatizzi la posizione dello Scrittore trasformandolo in Capro, è un facile modo per alleggerirsi del proprio senso di colpa per essere impotenti di fronte a Berlusconi, e più in generale di fronte al Capitale.
L'attacco agli scrittori "collaborazionisti", insomma, mi pare il tipico stupido gesto piccolo borghese di chi si sente affogare nella rivoluzione fascista e vuol credere che la colpa non sia anche sua.
Ciò detto, mi pare anche di scorgere una differenza tra chi fa dell'etica l'oggetto esplicito del proprio lavoro intellettuale e chi invece tematizza altri oggetti culturali: Mancuso sarebbe incoerente a non andarsene, ma per un antiberlusconiano che scriva di sport, la contradddizione mi parrebbe assai minore, e via graduando a seconda del CONTENUTO ETICO del lavoro di ognuno.
Il criterio della coerenza per me non è tra l'armonia tra antiberlusconismo e datore di lavoro, bensì tra parole e azioni: se in un libro Einaudi io scrivessi "non bisogna pubblicare per Einaudi" allora la contraddizione performativa sarebbe lampante e le conseguenze un fecondo campo di battaglia.
PS: le categorie pensate non sono merda, a differenza di quelle stereotipiche, bensì uno dei sacri frutti del lavoro analitico di filosofi scrittori e intellettuali.
PS2: mi sono appena dato un'idea: ora propongo a Einaudi un libro intitolato "Non pubblicare per Einaudi" :-D
Parole di Massimo Mantellini, Antonio Moresco, Carlo Lucarelli, Adriano Prosperi, Wu Ming, Massimo Roccaforte, Girolamo De Michele, Michela Murgia, Antonio Pennacchi, Evelina Santangelo, Luca, Alain Badiou.
http://www.carmillaonline.com/archives/2010/09/003608.html
"[...] L’Einaudi non è Berlusconi, perché quest’ultimo passa, mentre l’Einaudi resterà. Resterà il catalogo, per dirla con Valter Binaghi, “poeticamente più sovversivo del mondo”. Resterà quel soggetto, quella voce nel dibattito culturale e civile.Quindi [...] bisogna TENER DURO, “resistere un minuto più del padrone”. Bisogna lottare dentro, per salvaguardare i margini e gli spazi di autonomia rispetto alla proprietà, per riequilibrare con mosse “buone” ogni concessione o cedimento, ogni eventuale “scivolone”. Date un’occhiata al catalogo e vedrete quali e quante sono le mosse “buone”. Abbiate un po’ di pazienza e vedrete, quest’autunno, alcune uscite strategicamente fondamentali..."
o
Marco Pasquini Ma gli intellettuali devono aspettarsi di essere compresi dal popolo?
o
Francesco Falco aspettiamo il primo genna einaudiano, mentre ora si viaggia su quello minimumfaxiano...
oEva Carriego 'Popolo' sta diventando un termine tipicamente berlusconiano: che tempi. Ho letto quasi tutto l'articolo, bay-passando i passaggi per me più noiosi, e lo condivido. Francamente, ho pensato fin da subito che si trattasse di questione di lana caprina.
oGiuseppe Genna Pennacchi strepitoso.
oEva Carriego 'contraddizioni in seno alla borghesia' è notevole: è un personaggio, a volte troppo.
oMarco Parlato @Eva Carriego: ormai gli scippi lessicali di berlusconi non si contano più. Non possiamo più usare popolo, libertà, ironia, moralità e tanti altri senza provare un senso di ribrezzo.
oBruna Caffa Noto il fatto che nelle parole di Vito Mancuso c’è la manifestazione di un gesto che non pretende dagli altri la stessa conclusione a cui lui è arrivato, ovvero il suo allontanamento dalla Mondadori per incompatibilità col suo modo di sentirsi all’interno dell’azienda, Noto al contrario in quelle degli altri la critica nei suoi confronti e la pretesa di sapere come si deve unicamente agire
oMarco Pasquini Mio padre che faceva l'operaio alla FIAT negli anni settanta, era un collaborazionista o un operaio proletario?
oEva Carriego Secondo una scuola di pensiero, un operaio collaborazionista.
oMarco Pasquini Mumble... e quale sarebbe questa scuola?
oGiuseppe Genna Bruna, tu noti quanto appare, che non è quanto è. Io conosco quello che Pennacchi chiama 'il teologo', più di un decennio fa lavorai assieme a lui: credimi, siamo nel regno delle apparenze.
oRoberto Vignoli Sottoscrivo parola per parola i due editoriali di Mancuso su Repubblica, il resto è solo arrampicarsi sugli specchi per difendere scelte indifendibili
oEva Carriego Quella che dice che se sei uno scrittore e non abbandoni Mondadori e/o satelliti, indipendentemente da ciò che scrivi e da quanto fai fatturare all'azienda, te ne freghi dell'etica, della politica e della religione (a volte) rimanendo a busta paga del padrone.
oGiuseppe Genna
Ecco, Marco - la questione sarà annosa ma è proprio questa.
Siccome la società capitalista è crudele, perché non ce ne andiamo tutti? Siamo delle merde ciniche che voltano la faccia davanti alle stragi rumorose o siloenziose compiute in nome... del nostro calorifero?Mostra tutto
oMarco Pasquini @Roberto: penso che il discorso sia un po' più complesso. Ci sono alternative? E quali?
oMarco Pasquini @Giuseppe: qualcuno diceva che ribellarsi da soli è anarchia, ribellarsi in un gruppo organizzato è rivoluzione. L'alternativa semplicemente non esiste.
oRosella Postorino grazie, giuseppe, di avermi taggata.
oBruna Caffa Allora che si rimanga tutti ovunque e sempre con l'illusione che tutto cambi. Non è mai successo
oEva Carriego Scusa, Marco Pasquini, ho dimenticato il riferimento nella risposta.
oMarco Pasquini @Bruna: no, però non è con uno slogan che si cambiano le cose. Problemi complessi hanno soluzioni complesse.
oEmanuela Patti
Scrivere per Einaudi non essendo berlusconiani, scrivere per un giornale di destra se si è intellettuali di sinistra. Quella che negli ultimi mesi in particolare è diventata la popolarissima questione del riconoscimento non è sicuramente se...condaria, ma liquidarla oggi con il boicottaggio - lasciamo perdere le inutili mobilitazioni di "soli click" dei leoni di facebook (la mattina…), puri videogiochi di intrattenimento, è più che mai inefficace in un paese in cui il berlusconismo è talmente endemico che delimitare il dentro e il fuori è quasi impossibile.
Espatriare o restare? Questo dilemma non riguarda solo gli scrittori e le case editrici, ma tutti i settori (un esempio tra tutti, l’università). Non è più vantaggioso come una volta espatriare. Restare è la scelta più difficile, ma è anche l’unica che può avere un senso (aggiungo, etico) se si prende seriamente in considerazione la domanda “qual è il reale problema?” Riguardo al problema del riconoscimento il reale problema per gli scrittori è come essere impopolari (se il 'popolo' è quello che è nel 2010 in Italia ed ha interiorizzato il berlusconismo), non tanto decidendo di espatriare, ma con la scrittura stessa. Il coraggio di essere impopolari nella scrittura per rispondere appunto alla domanda (che ciascuno scrittore risponde a modo suo, reperendo il suo punto reale sul quale non recedere) qual è il reale problema?
oBruna Caffa Non è uno slogan, è una provocazione che non nasce dal nulla. La soluzione di problemi complessi non sta nel rimandarli o nel delegare altri a risolversi in un' azione perché sicuramente è tutto più semplice
oBruna Caffa Ma quale impopolarità se poi tutto produce profitto e viene riassorbito nel sistema, comprese le persone. Letteratura di frontiera, ma per chi? se per ogni situazione si dice che il problema è complesso e sono sempre gli altri a dover fare scelte di posizione concrete
oEdoardo Acotto
ma perché poi gli scrittori dovrebbero essere più militanti e più coerenti di qualsiasi antiberlusconiano non scrittore?
Non credo che tutti i dipietrini o i grillini o persino i comunisti evitino con accuratezza militante di comprare le mer...ci berlusconiane, che sono moltissime come sappiamo.
Perché mai lo scrittore, a meno di avere alternative significative, dovrebbe suicidarsi rinunciando a pubblicare per grandi case editrici? Parafrasando direi che scriptor sine publico imago mortis, con l'eccezione di Pessoa o forse appunto no.
Ci fosse una vera censura capirei, ma per ora mi pare che i casi siano pochi (un Belpoliti e un Saramago) e non generalizzabili.
L'autocensura, poi, è un rischio: ma qui il discorso si sposta sull'onestà intellettuale dello scrittore.Mostra tutto
oEdoardo Acotto E vogliamo porre la questione del rapporto degli intellettuali con il DENARO? Eludere la questione è ipocrita.
(Un giovane scrittore che tematizza la questione spesso in modo interessante è Gianluigi Ricuperati.)
oAlba Donati ma gli intellettuali non hanno perso una bella occasione per dimostrare che le annose discussioni su 'intellettuali e potere' sono questioni complesse e reali? a me continua a convincermi molto mancuso, per l'impostazione del problema innanzitutto. Il paragone con l'operaio collaborazionista non regge. Il rapporto editore-scrittore si basa sulla libertà (e sull'identità), quello tra operaio e padrone è un rapporto di costrizione
oGiuliana Bi
Provo a muovermi su un terreno neutro, per liberarmi dai miei pregiudizi su Berlusconi e Mancuso.
Facciamo finta che … io sia un bravissimo architetto dotato di grande talento e abbia partorito un’idea, un progetto. Sono certa della qualità... e della bontà del mio progetto.
L’unico in grado di realizzarlo é un costruttore corrotto, potente. Grazie al suo potere e ai suoi denari può “condizionare” la politica. Ottenere i permessi necessari, utilizzare mezzi illeciti e denaro sporco, insomma un criminale.
So che le sue finalità sono diverse dalle mie. A lui non interessa la parte ideale del mio progetto, lui è disposto a realizzare il progetto solo perché ha ben calcolato il vantaggio che ne ricaverà. Aumenterà il suo potere e il suo patrimonio e quindi il suo potere e il suo patrimonio e io contribuirò nella sua scalata.
Ora mi chiedo se un un artista, uno scrittore, un intellettuale non ponendosi un problema etico, accettando il male minore è in buona fede dicendosi e sostenendo che la sua opera é nell’interesse e nel bene comune e deve essere accessibile a tutti. Il fine giustifica i mezzi?
O in realtà l'ego ci mette lo zampino?
Mostra tutto
oGiuseppe Genna
Come si desume dallo streaming di interventi su Carmilla, io non sono intervenuto, nemmeno nella discussione tra i redattori, via mail. Mi basta semplicemente dire che militare è mettere le mani nel fango e che con Giulio Einaudi io mi sare...i sentito personalmente a disagio, sebbene non come con Silvio Berlusconi. Ma col cavolo che mollo un luogo senza presidiarlo, facendone il "Libero" dell'editoria. Alba, la questione è davvero più complessa: per esempio, tutta la generazione di poeti è scomparsa, è scomparsa la poesia in Italia. Dimmi poi se il rapporto non è di costrizione, ma di edenica libertà, quando uno è necessitato alla creazione, impalando la sua vita sul valore umanistico assoluto che la creazione permette di irradiare.
Dissento completamente da quello che dice Roberto Vignoli, il quale mi offende, essendo io un autore che pubblica per Einaudi e sentendomi dare dell'arrampicatore sugli specchi, cosa che proprio non sono. Qui finisce quanto ho da dire sulla "annosa" questione, che per me non lo è, mentre che lo sia determina a mio giudizio uno stato di arretrata analisi politica da parte di una società - o forse dell'assenza proprio della politica.Mostra tutto
oPaolo Melissi la gabanelli lavora per la rai. quindi? una questione affrontata tempestosamente con l'illuminato daniele card. sepe
oEva Carriego
'Il rapporto editore-scrittore si basa sulla libertà (e sull'identità), quello tra operaio e padrone è un rapporto di costrizione.'
Gli scrittori mangiano come e più degli operai, la libertà non è esclusiva dello scrittore, il rapporto iden...tità sarebbe auspicabile ma non è di questo mondo. O, forse, neanche auspicabile: l'ordine determinato da autori che scrivono solo per editori della loro parte politica mi mette a disagio, in natura vince il disordine. Non sottovaluterei nemmeno il fatto che opere strepitosamente belle sono uscite da penne di autori affamati e pieni di debiti. Il bisogno è una spinta potentissima, e romantica, anche.Mostra tutto
oAlba Donati gius l'annosa questione non è annosa nemmeno per me, ma su questo argomento (che mi ha fatto pensare molto e parlare poco, tanto che è la prima cosa che 'esterno') ci sarebbe da confrontarsi sul serio e spero che lo faremo prima o poi anche sotto un albero di Largo Marinai d'Italia, fb è un pò costrittivo per questo tipo di approfondimento
oEmanuela Patti @Edoardo Acotto: "ma perché poi gli scrittori dovrebbero essere più militanti e più coerenti di qualsiasi antiberlusconiano non scrittore?" io proverei a darmi una risposta a prescindere dalle categorie.
oRoberto Vignoli
Caro Giuseppe ovviamente non mi riferivo a te, il problema principale sono quelle macchine da bestseller chiamate Augias, Scalfari, Saviano, Rossanda e compagnia che pontificano ed editorialeggiano un giorno sì e l'altro pure sul conflitto ...d'interessi e contro Berlusconi e poi continuano ad arricchirlo. E' una questione innanzitutto di coerenza tra parole e comportamenti. In secondo luogo tutti questi autori sono in una posizione di forza tale che potrebbero permettersi gesti politici e simbolici come farà Mancuso con il suo addio, senza rimetterci, anzi. Altre grandi case editrici sono pronte a fargli contratti persino migliori, e non mi si dica che Rizzoli, Feltrinelli o le controllate del gruppo Mauri Spagnol non offrono altrettanta potenza promozionale e distribuitiva. Molto diverso è invece per tutti gli altri autori che non hanno questa posizione di forza, dai wu ming a genna e a tanti altri, per i quali, come ha scritto anche mancuso è comprensibile che prima si pensi a "vivere e poi a filosofare". Ma quello che trovo inaccettabile nei vostri ragionamenti è lo spudorato rivendicare la scelta di restare negando il problema o sostenendo di poter comunque influire e modificare le cose dall'interno. Se tutti coloro che hanno ancora un minimo di coscienza politica e sociale rinunciano a lavorare per una editoria e per una informazione realmente indipendente il berlusconismo, di destra, centro, sinistra, ha davvero vinto, e gli spazi liberi verranno sempre più prosciugati. E lo dico con amarezza, da persona che nella propria vita ci ha provato, pagando prezzi altissimi, e rinunciando quasi a tutto, a fare editoria indipendente, ed ora pur di lavorare, deve vendere l'anima a un altro grande editore di sx certo non con meno difetti di mondadori o einaudi... ma, ripeto, Saviano e altri big, diversamente da quasi noi tutti, sono invece nelle condizioni per poter mettere in pratica ciò che proclamano. La differenza è tutta qui.Mostra tutto
oEdoardo Acotto
@Giuseppe: "con Giulio Einaudi io mi sare...i sentito personalmente a disagio, sebbene non come con Silvio Berlusconi"
Ho un aneddotto su Rodari, proveniente da un suo diretto conoscente: un amico lo vide coi polsini lisi e gli domandò se a...vesse problemi. Lui rispose che ogni volta che andava da Einaudi a chiedere di pagarlo, quello gli rispondeva: Gianni, con gli amici non si parla di denaro!Mostra tutto
oEdoardo Acotto
APPLAUSI: "...mentre che lo sia determina a mio giudizio uno stato di arretrata analisi politica da parte di una società - o forse dell'assenza proprio della politica."
Mancuso fa bene ad andarsene, se vuole e può, anche perché da un cattoli...co chiedo un po' più di coerenza, giusto per alzare la media dei suoi correligionari.
Ma che gli ipocriti perbenisti di sinistra contino fino a 100 e pensino a quello che hanno fatto LORO CONTRO BERLUSCONI negli ultimi 20 anni prima di indicare negli scrittori il capro espiatorio di turno.
(E basta con la stupida malafede: il lavoro intellettuale non è un privilegio da rentiers!)
oEdoardo Acotto
Facciamo un altro esempio, secondo me calzante perché viviamo il Secondo Ventennio italiano: notoriamente Gentile per la Treccani ricorreva alla collaborazione di vari intellettuali antifascisti, tra cui Aldo Capitini.
Se il paragone regge, ...costoro avrebbero dovuto rinunciare, per non essere tacciati di collaborazionismo. E all'epoca qualcuno avrebbe potuto rimproverarli di non preparare alcun futuro.
Invece essi l'hanno preparato ed è stato indubitabilmente migliore.
I francesi ci hanno insegnato a pensare al futuro anteriore: un giorno Berlusconi non ci sarà più, e SARA' STATO GIUSTO non autodistruggersi come autori...
o
Edoardo Acotto
@Emanuela io la risposta me la do eccome, ed è la seguente.
che non si vuole ammettere che la differenza tra lavoro manuale e intellettuale si sta progressivamente abolendo con la proletarizzazione del secondo (così come sta scomparendo la ...piccola borghesia che si proletarizza vieppiù).
Perciò che si ipostatizzi la posizione dello Scrittore trasformandolo in Capro, è un facile modo per alleggerirsi del proprio senso di colpa per essere impotenti di fronte a Berlusconi, e più in generale di fronte al Capitale.
L'attacco agli scrittori "collaborazionisti", insomma, mi pare il tipico stupido gesto piccolo borghese di chi si sente affogare nella rivoluzione fascista e vuol credere che la colpa non sia anche sua.
Ciò detto, mi pare anche di scorgere una differenza tra chi fa dell'etica l'oggetto esplicito del proprio lavoro intellettuale e chi invece tematizza altri oggetti culturali: Mancuso sarebbe incoerente a non andarsene, ma per un antiberlusconiano che scriva di sport, la contradddizione mi parrebbe assai minore, e via graduando a seconda del CONTENUTO ETICO del lavoro di ognuno.
Il criterio della coerenza per me non è tra l'armonia tra antiberlusconismo e datore di lavoro, bensì tra parole e azioni: se in un libro Einaudi io scrivessi "non bisogna pubblicare per Einaudi" allora la contraddizione performativa sarebbe lampante e le conseguenze un fecondo campo di battaglia.
PS: le categorie pensate non sono merda, a differenza di quelle stereotipiche, bensì uno dei sacri frutti del lavoro analitico di filosofi scrittori e intellettuali.
PS2: mi sono appena dato un'idea: ora propongo a Einaudi un libro intitolato "Non pubblicare per Einaudi" :-D
Comédie zodiacale 4. Ariete (2006)
La personalità è infatti la
sola cosa che desidera ‘possedere’ e di cui non è mai sicuro,
dato che non può mai essere ‘finita’. [p.27]
Le persone nate sotto il segno
dell’Ariete sono molto seduttive, mi spingo a dire che l’Ariete
vive per sedurre, simile in questo un po’ allo Scorpione, ma con
minore riservatezza e forse maggiore fragilità.
Per questa continua
autorealizzazione autocreativa, l’Ariete, riguardo al suo rapporto
con la verità, lascia alquanto a desiderare. Non voglio affatto
stigmatizzare le persone dell’Ariete però bisogna affermare con
nettezza che esse non
sanno cosa sia la verità.
Gli Arieti sono spontaneamente postmoderni, relativisti privi di una
solida fede nella verità oggettiva e comunicabile. Il pensiero
debole, una corrente filosofica italiana degli anni ‘80, affermava
(già qui il paradosso) l’impossibilità di stabilire un metodo
intersoggettivo di accertamento della verità. Finiva così per
sostenere che nulla esiste oltre al testo e (tesi nietzscheana) che
non ci sono fatti ma solo interpretazioni. Tutte cose confutabili e
da confutarsi se non si vuol favorire la crescente relativistica
poltiglia di cervelli dementi che si chiama Occidente.
D’altra parte è vero che
l’attitudine relativistica nei confronti della verità ha dominato
per qualche decennio le università europee, ma ora si sta
fortunatamente estinguendo sotto i colpi delle scienze cognitive. Ma
l’Ariete questi discorsi non vuol nemmeno sentirli, e preferisce
immaginarsi creativo, artefice, poeta. Come dice Rudhyar :
è assorbito dall’atto di
creare, non dalle sue creazioni, ed è per questo che ha bisogno di
sentire dietro di sé, spinto alla creazione, sempre più Forza,
sempre più Amore. (p.27)
Se vale l’associazione del
relativismo d’artista con l’Ariete, allora possiamo dire che il
Postmoderno stava interamente sotto il segno dell’Ariete (le
verità bisogna crearle,
diceva Deleuze). Il tramonto di questo orizzonte speculativo tanto
inconcludente significherà l’affermarsi di un nuovo stile di
pensiero, più sensato, universale, costruttivo. Uno stile di
pensiero probabilmente più sotto l’influsso del segno dello
Scorpione, contemperato dal Toro che ha già avuto il suo periodo
d’oro con l’Empirismo logico (Russell,
Carnap,
Wittgenstein).
Dicono di me, 2
"Sei puro e vestito come l'elettrone nel cristallo, nudo e sconsiderato come l'elettrone nel vuoto"
Fabrizio Illuminati
Fabrizio Illuminati
venerdì 6 gennaio 2012
Addio alle armi. E alla vita
Di Hemingway avevo letto soltanto alcuni racconti sulla Guerra di Spagna, belli ma non eccezionali (specie dopo aver letto La breve estate dell'anarchia, di Enzensberger, e Omaggio alla Catalogna di Orwell).
Così, la lettura di Addio alle armi è stata per me un'entusiasmante scoperta (e infatti l'ho terminato in 6 giorni, che per me, lettore lentissimo, è un certo record, a prescindere dalle vacanze e dalla piccola mole del libro).
La vicenda si svolge durante la Prima Guerra Mondiale: il protagonista - alter ego di Hemingway, di cui riproduce alcuni tratti biografici - è un giovane (diciottenne?) americano arruolatosi nell'esercito italiano come ausiliare medico. Il maggiore Henry comanda tre ambulanze, e si trova al fronte durante un'azione in cui viene gravemente ferito a un ginocchio, e successivamente vi si ritrova nel momento della disfatta di Caporetto.
La prima parte del libro mostra un protagonista stranamente a suo agio nel contesto della guerra: si comprende che la sua condizione di straniero non lo ha troppo alienato dal tipico cameratismo maschile dei soldati, ha un caro amico medico con cui divide una stanza a Gorizia, vicino al fronte, a mensa partecipa agli scherzi collettivi ai danni del cappellano militare e si comprende insomma che il suo italiano è buono al punto da permettergli un'immersione completa nell'esercito italiano.
Incontra un'infermiera scozzese, Catherine, che trova bella e matta, e con cui inizia una relazione, interrotta e poi subito rinforzata dal suo ferimento: riesce miracolosamente a farsi assegnare all'ospedale americano di Milano nel quale viene contemporaneamente trasferita anche la bella infermiera insieme a una collega.
[to be continued]
Così, la lettura di Addio alle armi è stata per me un'entusiasmante scoperta (e infatti l'ho terminato in 6 giorni, che per me, lettore lentissimo, è un certo record, a prescindere dalle vacanze e dalla piccola mole del libro).
La vicenda si svolge durante la Prima Guerra Mondiale: il protagonista - alter ego di Hemingway, di cui riproduce alcuni tratti biografici - è un giovane (diciottenne?) americano arruolatosi nell'esercito italiano come ausiliare medico. Il maggiore Henry comanda tre ambulanze, e si trova al fronte durante un'azione in cui viene gravemente ferito a un ginocchio, e successivamente vi si ritrova nel momento della disfatta di Caporetto.
La prima parte del libro mostra un protagonista stranamente a suo agio nel contesto della guerra: si comprende che la sua condizione di straniero non lo ha troppo alienato dal tipico cameratismo maschile dei soldati, ha un caro amico medico con cui divide una stanza a Gorizia, vicino al fronte, a mensa partecipa agli scherzi collettivi ai danni del cappellano militare e si comprende insomma che il suo italiano è buono al punto da permettergli un'immersione completa nell'esercito italiano.
Incontra un'infermiera scozzese, Catherine, che trova bella e matta, e con cui inizia una relazione, interrotta e poi subito rinforzata dal suo ferimento: riesce miracolosamente a farsi assegnare all'ospedale americano di Milano nel quale viene contemporaneamente trasferita anche la bella infermiera insieme a una collega.
[to be continued]
sabato 31 dicembre 2011
E' questo il Capodanno che sognavo da bambino (playlist per Vogue.it, ma Vogue.it era chiusa)
Che cosa ascoltare la
notte di Capodanno? La serata rischia sempre di essere inferiore alle aspettative, zeppa com'è di quella coazione a divertirsi
che rovinerebbe anche un antico rito pagano.
Perciò almeno sul piano musicale cerchiamo di assicurarci una serata piacevole.
Perciò almeno sul piano musicale cerchiamo di assicurarci una serata piacevole.
Ecco alcune modeste
proposte, per chiunque abbia a portata di mano Youtube.
- L'apertura dovrebbe spettare al classico Danubio Blu di Johann Strauss, utilizzato da Kubrik in 2001. Odissea nello spazio, per le prime scene con le astronavi. Il loro movimento lieve è talmente bello che se la cena fosse un po' pesante ci si potrebbe comunque astrarre con la fantasia pensando allo spazio siderale (http://www.youtube.com/watch?v=U8Q3X5Gw5I4&list=PL3D8DB8EBA681B9D1&index=1&feature=plpp_video).
- In tema fin dal titolo, New year's day degli U2 avrà l'effetto di inserire una nota di tensione vintage nella serata festiva: consci dell'occasione festiva, in uno dei video disponibili i Nostri cantavano impellicciati su un campo innevato (http://www.youtube.com/watch?v=-6Y-t85vs4g&feature=autoplay&list=PL3D8DB8EBA681B9D1&lf=plpp_play_all&playnext=1). Ma per chi lo preferisse, c'è anche un video più casalingo (http://www.youtube.com/watch?v=f8BtB4C3Vi8&feature=related) dove si possono ammirare un Bono d'annata con i capelli ossigenati e un Larry Mullen Jr. (il batterista) che suona con la sigaretta in bocca come un qualsiasi Marlon Brando di periferia. Non saranno il colmo dell'eleganza formale ma ci ricordano che il nostro passato spensierato non si cancella mai completamente. Per fortuna.
- Un pezzo di Ian Axel può dare il LA alla frizzante leggerezza che dovrebbe improntare la serata, come non sempre accade, forse per via della COAZIONE a divertirsi (ne ho già parlato?). Il pezzo in questione non è straordinario, ma è il singolo di un album d'esordio che si intitola “This is the new year”. Qualcosa forse vorrà dire, e comunque largo ai giovani (http://www.youtube.com/watch?v=a5-RSKcPJHg&feature=BFa&list=PL3D8DB8EBA681B9D1&lf=plpp_video).
- Se lo zucchero giovanile era troppo, ecco un po' di soffici e taglienti sonorità ben temperate dal nuovo disco di PJ Harvey: Hanging In The Wire (http://www.youtube.com/watch?v=-7eCVU-BB1w&feature=BFa&list=PL3D8DB8EBA681B9D1&lf=plpp_video)
- Tanto per ricordere Cesaria Evora ma non spezzare completamente l'atmosfera cool ci vorrebbe il remake techno di E' preciso perdoar di Sakamoto-Veloso-Evora (http://www.youtube.com/watch?v=GZuQH0G1vQ0&feature=BFa&list=PL3D8DB8EBA681B9D1&lf=plpp_video).
- 5.bis In alternativa, il duo Celentano/Evora alle prese con Quel casinha, ossia il Ragazzo della via Gluck in salsa di Capo Verde, non mancherà di farsi notare, eventualmente attirando per qualche istante la conversazione, che a Capodanno rischia se non di languire di prendere vie inconsulte e moleste (http://www.youtube.com/watch?v=UPPvUYymyv0&list=PL3D8DB8EBA681B9D1&index=6&feature=plpp_video)
- Successivamente, la versione di Happy Day di Joan Baez convincerà anche i più scettici che, sì stiamo festeggiando proprio il Capodanno, pur evitando – forse - l'effetto pubblicità-cocacola: http://www.youtube.com/watch?v=Ixy7M7oDwQc&list=PL3D8DB8EBA681B9D1&index=6&feature=plpp_video
- Dall'ultimo album di Jovanotti, un pezzo che pompa tantissimo e con un testo demenziale (“è questa la vita che sognavo da bambino, un po' di Apocalisse e un po' di Topolino”): Megamix. Si può sospettare che il testo sia un delirio meno sereno del previsto, ma intanto l'ascolto superficiale è di buon impatto. Qualcuno degli astanti potrebbe persino iniziare ad avere voglia di danzare (http://www.youtube.com/watch?v=-4r_q8MkuQw&feature=BFa&list=PL3D8DB8EBA681B9D1&lf=plpp_video).
- Così, se la voglia di danzare continuasse, al passo successivo la trascinante Lonely Boy (First Listen), dei The Black Keys, potrebbe indurre il commensale che avrà bevuto più degli altri ad alzarsi dal proprio posto e a cominciare euforico a molestare tutti quelli ancora seduti al loro posto (http://www.youtube.com/watch?v=a_426RiwST8&feature=BFa&list=PL3D8DB8EBA681B9D1&lf=plpp_video).
- Per continuare sulla sottotraccia brasiliana, rinunciando però alla tristezza apparentemente ineliminabile dalla musica del magico subcontinente americano, A banda mais bonita da cidade ci offre uno straordinario pezzo-mantra, bellissimo e benaugurante per l'anno nuovo: Oraçao (http://www.youtube.com/watch?v=QW0i1U4u0KE&feature=BFa&list=PL3D8DB8EBA681B9D1&lf=plpp_video). Astenersi trenini.
- Poco prima dell'agognata Mezzanotte la versione di Round Midnight di Amy Winehouse (http://www.youtube.com/watch?v=1IuALymbySw&list=PL3D8DB8EBA681B9D1&index=10&feature=plpp_video) accompagnerà gli animi con un misto di gioia e tristezza (soprattutto per la meravigliosa Amy) che ben si accorda alla fine inesorabile di quella che potrebbe anche essere un'epoca, e all'inizio di un anno di cui non sappiamo ancora nulla oltre al fatto che sarà nuovo.
- In coincidenza con la Mezzanotte, la canonica Marcia di Radetzsky dei concerti di Capodanno viennesi, qui nella versione di Karajan (http://www.youtube.com/watch?v=FHFf7NIwOHQ&list=PL3D8DB8EBA681B9D1&index=10&feature=plpp_video), accompagnerà l'esplosione dei tappi e dei botti (si spera ormai vietati in molte città).
La
playlist (direttamente cliccabile qui) dura circa 48 minuti: se iniziate ad ascoltarla verso le
23,05 le ultime note di Amy risuoneranno poco prima della Mezzanotte
e la Marcia di Radetsky coinciderà con l'apice dei vostri festeggiamenti.
Buon
ascolto e buon anno.
mercoledì 28 dicembre 2011
Facebook e la timeline (Vogue33)
[Pubblicato su Vogue.it]
Udite udite! Su Facebook è da poco arrivato per tutti il diario o timeline, che dir si voglia. Noi utenti di Facebook siamo ormai abituati alla solita solfa: ogni tanto si cambia tutto, e il peggio è che sembra un po' come nel Gattopardo, Bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale.
I rinnovamenti dell'interfaccia servono sicuramente a tenere desto l'interesse dell'Utente Medio Globale, che magari dopo i primi tempi di entusiasmo un po' si stanca e disamora. Cambiagli la disposizione delle informazioni personali, lo spazio in cui può vergare il suo attuale stato delle cose, le fotografie del gatto e della moto nuova, ingrandiscigliele fino ad occupare tutto lo schermo e lui si beerà per giorni delle futili novità. Così da tenerlo avvinto per un'altra importante quota di tempo e di mercato, fino a che non sarà necessaria un'innovazione ancora più ardita oppure fino a quando un concorrente più o meno leale verrà a sottrarre il bottino di umanità virtuale che ci si disputa tra aziende di social network.
Se ci si ferma un po' a pensare, talvolta si ha la sensazione di una certa presa in giro, come se la nostra felicità di utenti dipendesse davvero da questi cambiamenti, piccoli o grandi che siano. Eppure è un po' come per la pubblicità: man mano che da ragazzi prendevamo coscienza della sua assenza di naturalità ci sembrava impossibile che qualcuno contasse sulla nostra complicità per farci diventare docili acquirenti e affezionati consumatori, ci sentivamo diversi, pensavamo sempre, in fondo: "Che stupide queste pubblicità, io non comprerei mai un prodotto per averlo visto alla televisione". Salvo accorgersi che al momento più insospettabile la tal marca del tal prodotto tornava in mente.
Ecco, noi utenti dei social network siamo un po' così: ci sentiamo sempre superiori a tutte le decisioni che mutano lo stato attuale delle cose, rispondiamo sempre con attitudine blasée, per poi ritrovarci nella massa di coloro che si domandano: ma il post importante con la data in cui Agostino ha iniziato a pedalare, adesso, lo devo espandere oppure no?
Sarà vero che l’inconscio è collettivo, ma talvolta la nostalgia di una vita mentale privata non ce la leva nessuno.
Sarà vero che l’inconscio è collettivo, ma talvolta la nostalgia di una vita mentale privata non ce la leva nessuno.
mercoledì 21 dicembre 2011
Ritratti natalizi di amici di Facebook, 3
Credo che Jes sia sardo.
Jes Grew si chiama Alessandro, ma il suo pseudonimo mi piace così tanto che mentalmente lo chiamo sempre Jes Grew.
Mi ha spiegato che è un'etichetta slang riferita al jazz, mi pare. Forse è anche un personaggio di qualche libro americano bellissimo che Jes mi ha consigliato ma io non ho letto.
Jes sa tutto di letteratura e filosofia, e anche d'altro. E' un vero UMANISTA, anche se credo abbia studiato un po' di tutto. E' un gran studioso Jes, anche se non ho idea se e cosa abbia studiato all'università.
Sa anche cucinare bene: anzi, deve aver lavorato come cuoco.
Jes sembra cattivo, ma sono sicuro che non lo è. E' estremamente categorico, e talvolta schiaccia sul pedale dell'apocalitticità. Ma è molto sensato.
Quando sputiamo sentenze sulla (non)politica contemporanea andiamo d'accordissimo e ci divertiamo. Un po' meno d'accordo andiamo quando parliamo di cultura filosofica umanistica e scientifica.
Jes scrive racconti e altre cose: ho letto qualcosa di lui su Facebook ma ammetto che non fa per me. E' bravo ma scrive di un mondo che non conosco. Credo che si tratti del mondo reale come lo vede lui.
Jes e io siamo diversissimi.
C'è una sua foto con una bella ragazza, credo sia la sua fidanzata: lui ha dei tatuaggi, forse anche lei, sono in una stanza che sembra quella di un hotel a Tangeri.
A me i tatuaggi fanno paura, e non sono mai stato in Africa.
Una volta ha detto che è stato in carcere. Io me lo immagino che parla di Cabbala con i carcerati. Non so però se quelli apprezzavano.
Jes Grew si chiama Alessandro, ma il suo pseudonimo mi piace così tanto che mentalmente lo chiamo sempre Jes Grew.
Mi ha spiegato che è un'etichetta slang riferita al jazz, mi pare. Forse è anche un personaggio di qualche libro americano bellissimo che Jes mi ha consigliato ma io non ho letto.
Jes sa tutto di letteratura e filosofia, e anche d'altro. E' un vero UMANISTA, anche se credo abbia studiato un po' di tutto. E' un gran studioso Jes, anche se non ho idea se e cosa abbia studiato all'università.
Sa anche cucinare bene: anzi, deve aver lavorato come cuoco.
Jes sembra cattivo, ma sono sicuro che non lo è. E' estremamente categorico, e talvolta schiaccia sul pedale dell'apocalitticità. Ma è molto sensato.
Quando sputiamo sentenze sulla (non)politica contemporanea andiamo d'accordissimo e ci divertiamo. Un po' meno d'accordo andiamo quando parliamo di cultura filosofica umanistica e scientifica.
Jes scrive racconti e altre cose: ho letto qualcosa di lui su Facebook ma ammetto che non fa per me. E' bravo ma scrive di un mondo che non conosco. Credo che si tratti del mondo reale come lo vede lui.
Jes e io siamo diversissimi.
C'è una sua foto con una bella ragazza, credo sia la sua fidanzata: lui ha dei tatuaggi, forse anche lei, sono in una stanza che sembra quella di un hotel a Tangeri.
A me i tatuaggi fanno paura, e non sono mai stato in Africa.
Una volta ha detto che è stato in carcere. Io me lo immagino che parla di Cabbala con i carcerati. Non so però se quelli apprezzavano.
Ritratti natalizi di amici di Facebook, 2
Irada è la donna più misteriosa che ci sia su Facebook.
Comprendere ciò che scrive Irada mi è impossibile, e credo sia impossibile per chiunque non possieda il codice segreto. Io non lo possiedo, questo codice, quindi non la capisco mai.
"Mai" non è un'iperbole: sono sicuro di avere capito un paio di sue frasi qualche anno fa, ma sulla lunga distanza la mia incomprensione si avvicina asintoticamente allo zero.
Irada è una scienziata (pazza?), ma ha studiato filosofia e letteratura, credo. Forse ha fatto una tesi su Artaud.
Si occupa anche di musica: apparentemente costruisce innovativi strumenti musicali.
Prende parte a convegni di cui non comprendo nemmeno il titolo, sulla comunicazione, l'impresa, le neuroscienze e cose così.
Mescola psicologia matematica arte, con nonchalance.
Si occupa di ibridi pericolosi.
Non so dove abiti, ma forse ha lavorato alle Seychelles.
Credo che il suo nome venga dall'Oriente, ma non so da dove (e l'Oriente è grande).
Talvolta sospetto che Irada non esista.
Se non esistesse dovrebbero inventarla (anche perché è bellissima).
Comprendere ciò che scrive Irada mi è impossibile, e credo sia impossibile per chiunque non possieda il codice segreto. Io non lo possiedo, questo codice, quindi non la capisco mai.
"Mai" non è un'iperbole: sono sicuro di avere capito un paio di sue frasi qualche anno fa, ma sulla lunga distanza la mia incomprensione si avvicina asintoticamente allo zero.
Irada è una scienziata (pazza?), ma ha studiato filosofia e letteratura, credo. Forse ha fatto una tesi su Artaud.
Si occupa anche di musica: apparentemente costruisce innovativi strumenti musicali.
Prende parte a convegni di cui non comprendo nemmeno il titolo, sulla comunicazione, l'impresa, le neuroscienze e cose così.
Mescola psicologia matematica arte, con nonchalance.
Si occupa di ibridi pericolosi.
Non so dove abiti, ma forse ha lavorato alle Seychelles.
Credo che il suo nome venga dall'Oriente, ma non so da dove (e l'Oriente è grande).
Talvolta sospetto che Irada non esista.
Se non esistesse dovrebbero inventarla (anche perché è bellissima).
Ritratti natalizi di amici di Facebook, 1
Jacopo è un giovane intelligente e colto:
all'università studia filosofia e poi musica e poi arte e poi di nuovo filosofia
(le facoltà scientifiche non le ha ancora provate):
cambia sovente, e fa bene, perché le gabbie non fanno per lui.
Se c'è una cosa che Jacopo detesta è la grettezza culturale.
E' un anarchico individualista e un esteta,
cose entrambe che di solito mi fanno incazzare,
ma non in lui: le porta con grazia e non potrebbe essere diverso.
Jacopo è gentile e violento, discute con chiunque e non insulta nessuno,
anche se talvolta si arrabbia o rattrista per certe reazioni ai suoi ragionamenti. Che facili non sono.
Se vuoi incontrarlo cercalo di notte: lui non dorme come noi.
Jacopo è vittima entusiasta della filosofia continentale,
ma io spero ancora di liberarlo dal giogo metafisico.
Un giorno forse ci riuscirò.
lunedì 19 dicembre 2011
Propositi per il 2012, 1
Abolire lo Stato per dare vita a una società libera di individui responsabili.
Qualora non fosse possibile, comportarsi almeno come individui responsabili in una società libera, sapendo che lo Stato è una finzione composta da individui spesso irresponsabili.
Qualora non fosse possibile, comportarsi almeno come individui responsabili in una società libera, sapendo che lo Stato è una finzione composta da individui spesso irresponsabili.
martedì 13 dicembre 2011
Questa gente sguazza nell'Orrore
L'accaduto è semplice: una
manifestazione di rabbia razzista contro un presunto stupro di una
sedicenne ad opera di due rom. La conseguenza è elementare. Una
manifestazione razzista nel quartiere di Torino in cui lo stupro NON
è avvenuto, gente rabbiosa e pronta a “fare giustizia”, un
mancato pogrom, l'incendio delle squallide baracche generosamente
concesse a una cinquantina di rom (20 bambini) dalla prosperosa e
civile città di Torino, la cui demente borghesia è tutta tronfia
per il l'abbellimento del centro città.
C'è poi una segretaria provinciale del PD, che è anche presidente di circoscrizione e partecipa alla manifestazione, chissà perché: la manifestazione organizzata con l'apporto degli ultras della Juventus si riunisce sulla base di manifesti che non lasciano spazio a interpretazioni: “ripuliamo la Continassa”.
C'è poi una segretaria provinciale del PD, che è anche presidente di circoscrizione e partecipa alla manifestazione, chissà perché: la manifestazione organizzata con l'apporto degli ultras della Juventus si riunisce sulla base di manifesti che non lasciano spazio a interpretazioni: “ripuliamo la Continassa”.
Il quartiere deve essere ripulito dai
rom, la vera sporcizia. Quando il pogrom ha inizio i carabinieri
hanno già allontanato le vittime prescelte: la segretaria del PD
sostiene poi di avere chiesto i rinforzi, come se ce ne fosse
bisogno, come se fosse lei a doverli chiedere. MA lei doveva essere
lì, bisognava monitorare, chissà cosa sarebbe successo senza di
lei. La sua frase a cose fatte ne fotografa l'insipienza politica e personale: “Temevo il peggio, mai visto nulla del genere”.
Questa gente non chiede mai scusa, e
non parlo dei razzisti selvaggi che volevano forse vedere il sangue:
parlo dei politici del PD, governativi per definizione. Se c'è una
manifestazione di persone esasperate ma che non puzzi di sinistra
loro ci vanno: mantenere il contatto con la gente per loro vuol dire
non perdere ulteriori consensi a favore della Lega (quando sarebbe
forse bastato studiare il federalismo e non lasciarlo ai bifolchi).
Chiamano fascisti i NoTav, elargiscono appalti ai cari imprenditori,
ma ai rom dedicano poche risorse, infastiditi dalla loro
insignificanza. Occuparsi politicamente dei rom è un sacrificio, la
borghesia non sa che farsene, puzzano, mendicano e rubano.
Questa gente sguazza nell'Orrore: non
i rom e i sinti, persone che difendono anarchicamente la loro
umanità, quasi stritolata dall'alienazione della civiltà
occidentale, bensì questi politici di un partito che finge ancora di
essere stato di sinistra. Trattano con l'Orrore, vogliono
addomesticarlo senza rendersi conto (o fottendosene o piagnucolando)
che l'Orrore li ha trasformati in persone orride.
Idioti, servi del potere, miserabili
burattini sdraiati sul loro fragile consenso.
È un potere che inizia a tramontare,
il loro, e per il quale nessuna comprensione, nessuna pietà ci è
rimasta.
martedì 29 novembre 2011
Prepariamoci al default, 1
Alessandro Spanu (Jes Grew) consiglia: "fate provvista di libri, e vettovaglie. farina, acqua, e scatolette, imparate a fare il pane e la pasta in casa. ecc. ecc."
giovedì 24 novembre 2011
Lettera di Pietro Salizzoni a sostegno di Luca Mercalli querelato da Virano
Virano querela Mercalli
pubblicata da Pietro Salizzoni il giorno mercoledì 23 novembre 2011 alle ore 12.41
Mario Virano, presidente dell'Osservatorio per la tratta Torino - Lyon,
ha querelato Luca Mercalli per diffamazione, per le dichiarazioni
in questa intervista a la “La Stampa” lo scorso 18 ottobre.
Per Mercalli, l’assedio simbolico alla Maddalena di Chiomonte è «una risposta all’occupazione coatta e ingiusta della valle: bisogna capire l’insofferenza, ha radici profonde». Valsusini e No Tav? «Sono persone che da anni non vengono ascoltate: se si aprisse un vero dibattito sui dati, immediatamente tutti si acquieterebbero». E l’Osservatorio per la Torino- Lione, che vanta cinque anni di lavoro per trovare un tracciato condiviso? Mercalli è più che perplesso: «Peccato sia stato un Osservatorio truccato», dichiara. «I dati controdedotti sono stati presentati giovedì 6 ottobre al Politecnico di Torino», nientemeno. «Ebbene: non c’erano politici in prima fila e neanche in seconda, non c’erano i tecnici di Ltf. Nessuno. Come sempre. L’opposizione popolare come quella scientifica vengono ignorate».
Io la penso esattamente come Luca Mercalli: le conclusioni dell'osservatorio sono TRUCCATE poiché sono TRUCCATE le ipotesi che le sostengono.
A dimostrazione di questa tesi posto (per l'ennesima volta) i grafici che mostrano il confronto tra le previsioni dei flussi di traffico (su ferro e su strada) assunti dall'osservatorio e i dati reali. In base a queste previsioni (le curve rosse) si ritiene "necessaria" la costruzione della nuova linea. Mi sembra evidente che tali curve non abbiano alcuna parentela con l'andamento reale dei flussi di traffico, e che forniscano pertanto una rappresentazione TRUCCATA della realtà.
Sfido chiunque a dimostrare il contrario.
Sarei pertanto lieto di poter condividere questa querela con Luca, e rispondere all'arroganza di chi,
oltre a sostenere tesi indimostrabili, querela chi ha il buon senso e l'onestà intellettuale di criticarlo, con la speranza evidentemente di mettere a tacere ogni critica.
Aggiungo pertanto il mio nome alla seguente mail di solidarietà, invitando a fare altrettanto.
Ecco il testo, da inviare via mail all’indirizzo solidarietamercalli@gmail.com, indicando nome e cognome, città e firma.
Ormai Virano ritiene di potersi permettere qualsiasi cosa, inclusa l’intimidazione dei non allineati mediante querela. Virano sa che non ha speranze di vincere la causa, ma punta sull’effetto intimidazione. L’affermazione di Mercalli su “La Stampa” del 18.10.2011 è non solo legittima, ma anche dimostrabile. L’Osservatorio infatti è “truccato” in quanto: mai, fin dall’inizio, il governo ha preso in considerazione l’ipotesi di rinunciare all’opera sulla base dei dati che l’Osservatorio avrebbe raccolto, quali che essi fossero;il presidente dell’Osservatorio, architetto Mario Virano, è stato nominato anche “commissario straordinario per la realizzazione della nuova linea AV/AC Torino-Lione”, per cui il suo compito – lautamente remunerato con pubblico denaro – è stato ed è quello di portare comunque alla realizzazione dell’opera a prescindere dai dati che l’Osservatorio accumula.
Dall’inizio del 2010 dall’Osservatorio sono stati esclusi i rappresentanti dei comuni che non hanno dichiarato a priori l’accettazione della nuova linea, per cui i soggetti istituzionalmente critici nei confronti dell’opera e direttamente interessati alla sua realizzazione non possono venire a conoscenza delle informazioni raccolte dall’Osservatorio negli ultimi due anni e non possono interloquire nella definizione delle posizioni espresse dall’Osservatorio stesso.
Sulla base di quanto sopra ci dichiariamo d’accordo, nella forma e nella sostanza, con la valutazione espressa da Luca Mercalli e la riaffermiamo qui pubblicamente a nostra volta. Chiediamo pertanto all’architetto Mario Virano di querelare anche tutti noi.
Pietro Salizzoni, Lyon


ha querelato Luca Mercalli per diffamazione, per le dichiarazioni
in questa intervista a la “La Stampa” lo scorso 18 ottobre.
Per Mercalli, l’assedio simbolico alla Maddalena di Chiomonte è «una risposta all’occupazione coatta e ingiusta della valle: bisogna capire l’insofferenza, ha radici profonde». Valsusini e No Tav? «Sono persone che da anni non vengono ascoltate: se si aprisse un vero dibattito sui dati, immediatamente tutti si acquieterebbero». E l’Osservatorio per la Torino- Lione, che vanta cinque anni di lavoro per trovare un tracciato condiviso? Mercalli è più che perplesso: «Peccato sia stato un Osservatorio truccato», dichiara. «I dati controdedotti sono stati presentati giovedì 6 ottobre al Politecnico di Torino», nientemeno. «Ebbene: non c’erano politici in prima fila e neanche in seconda, non c’erano i tecnici di Ltf. Nessuno. Come sempre. L’opposizione popolare come quella scientifica vengono ignorate».
Io la penso esattamente come Luca Mercalli: le conclusioni dell'osservatorio sono TRUCCATE poiché sono TRUCCATE le ipotesi che le sostengono.
A dimostrazione di questa tesi posto (per l'ennesima volta) i grafici che mostrano il confronto tra le previsioni dei flussi di traffico (su ferro e su strada) assunti dall'osservatorio e i dati reali. In base a queste previsioni (le curve rosse) si ritiene "necessaria" la costruzione della nuova linea. Mi sembra evidente che tali curve non abbiano alcuna parentela con l'andamento reale dei flussi di traffico, e che forniscano pertanto una rappresentazione TRUCCATA della realtà.
Sfido chiunque a dimostrare il contrario.
Sarei pertanto lieto di poter condividere questa querela con Luca, e rispondere all'arroganza di chi,
oltre a sostenere tesi indimostrabili, querela chi ha il buon senso e l'onestà intellettuale di criticarlo, con la speranza evidentemente di mettere a tacere ogni critica.
Aggiungo pertanto il mio nome alla seguente mail di solidarietà, invitando a fare altrettanto.
Ecco il testo, da inviare via mail all’indirizzo solidarietamercalli@gmail.com, indicando nome e cognome, città e firma.
Ormai Virano ritiene di potersi permettere qualsiasi cosa, inclusa l’intimidazione dei non allineati mediante querela. Virano sa che non ha speranze di vincere la causa, ma punta sull’effetto intimidazione. L’affermazione di Mercalli su “La Stampa” del 18.10.2011 è non solo legittima, ma anche dimostrabile. L’Osservatorio infatti è “truccato” in quanto: mai, fin dall’inizio, il governo ha preso in considerazione l’ipotesi di rinunciare all’opera sulla base dei dati che l’Osservatorio avrebbe raccolto, quali che essi fossero;il presidente dell’Osservatorio, architetto Mario Virano, è stato nominato anche “commissario straordinario per la realizzazione della nuova linea AV/AC Torino-Lione”, per cui il suo compito – lautamente remunerato con pubblico denaro – è stato ed è quello di portare comunque alla realizzazione dell’opera a prescindere dai dati che l’Osservatorio accumula.
Dall’inizio del 2010 dall’Osservatorio sono stati esclusi i rappresentanti dei comuni che non hanno dichiarato a priori l’accettazione della nuova linea, per cui i soggetti istituzionalmente critici nei confronti dell’opera e direttamente interessati alla sua realizzazione non possono venire a conoscenza delle informazioni raccolte dall’Osservatorio negli ultimi due anni e non possono interloquire nella definizione delle posizioni espresse dall’Osservatorio stesso.
Sulla base di quanto sopra ci dichiariamo d’accordo, nella forma e nella sostanza, con la valutazione espressa da Luca Mercalli e la riaffermiamo qui pubblicamente a nostra volta. Chiediamo pertanto all’architetto Mario Virano di querelare anche tutti noi.
Pietro Salizzoni, Lyon


martedì 15 novembre 2011
Infanzia, 1. Robot
È un
bambino che piange spesso, e si sente debole per questo. Una volta,
la bambina che lui ama gli dice che quando piange “sembra un
robot”. Questa frase, apparentemente detta senza cattiveria, lo
ferisce profondamente e inizia in lui una storia ricca di conseguenze
interiori. Quando la bambina ripeterà l'osservazione a distanza di
tempo, lui sentirà di non avere per nulla guarito la ferita, e
capirà di essere indifeso come la prima volta.
Nel paesino
in cui vive, tutti i bambini guardano i cartoni animati degli
uforobot. Ne vanno tutti pazzi, anche i bambini più grandi che li
vedono per la prima volta, e i giochi infantili ne risentono, si
modellano su quei grandi soldati metallici dalle armi letali,
esagerate. Un giorno, mentre lui contempla rapito la vetrina
dell'unico negozio di giocattoli del paese, un altro bambino, che sta
contemplando non meno di lui, lo attacca sul piano morale, forse
istruito da genitori conservatori o catechisti bigotti. Quel bambino gli dice che
“loro” sarebbero diventati pazzi a furia di guardare i
cartoni animati degli uforobot. La cosa lo colpisce molto, si domanda se l'altro bambino non
abbia ragione, anche se la cattiveria con cui glielo ha detto gli
puzza subito di moralismo impartito dall'alto, senza un'autonoma valutazione delle
giuste ragioni della cosa. Lo insospettisce soprattutto l'uso del
termine “voi” per ostentare un contrasto. Capisce che quel
pronome contiene una generalizzazione necessariamente falsa e
ingiusta.
Perciò,
quando la bambina che lui ama gli dice che sembra un robot quando
piange, lui si sente riempire di una strana vergogna mai provata
prima. Si sente cristallizzato in una figura piatta, identificato con
un misterioso Altro, a lui ignoto ma apparentemente evidente agli
occhi della bambina. L'offesa è così grande e per lui
insopportabile che si domanda se il suo amore per la bambina non
debba essere considerato ormai terminato. Come può amare ancora chi
lo offende tanto, e tanto ingiustamente?
I suoi
giocattoli preferiti sono i robot e ne possiede alcuni. Talvolta ci
gioca con gli altri bambini del paese, anche se gli appare presto
chiaro di essere considerato una specie di fortunato possidente, dato
il numero dei suoi giocattoli. Una volta gioca con un suo compagno di scuola, e alla fine del pomeriggio i due bambini
si scambiano i robot, con l'accordo di restituirseli dopo un paio di
giorni. Sembra un modo semplice per poter godere brevemente delle
delizie di un bene altrui e in parte ignoto. Allo scadere del
prestito reciproco, l'altro bambino gli rivela, scusandosi ma
discolpandosi, di avere rotto un braccio al suo robot, non si sa
come. Lui non riesce a capacitarsene, è disperato, non doveva
fidarsi e lo sapeva fin dall'inizio. Lui non avrebbe potuto rompere
il robot dell'altro bambino, mai e
poi mai. Come avrebbe ora potuto tollerare che il suo robot
preferito fosse amputato di un
braccio? Se i robot devono essere invincibili non possono
essere monchi di un braccio, si capisce subito che la cosa non
funziona più.
Decide di trattenere il robot del suo compagno come risarcimento, anche se vorrebbe riavere il suo robot nuovo. Sa benissimo che i giocattoli sono prodotti all'infinito e che ci saranno per sempre nuovi robot uguali al suo. Basterebbe dunque che la mamma dell'altro bambino glielo ricomprasse e tutto sarebbe risolto. Chiede a sua madre di intervenire, ma non capisce bene l'esito della discussione tra i genitori. Gli sembra che si risolva in un amichevole nulla di fatto. Lui rimane con il robot dell'altro bambino, che è anche bello, ma fin dall'inizio privo di qualche pezzo, e comunque di qualità più scadente. Il suo robot era di metallo pesante, con piccoli pezzi scorrevoli e un complicato meccanismo per passare dalla posizione di volo alla posizione di combattimento. L'altro robot invece ha parti in plastica leggera, che invece dovrebbero essere di metallo pesante, è un robot più scadente, anche se nei cartoni animati è forte quanto l'altro se non di più. Ma il suo robot ha una cosa che lo riempie di orgoglio: una testolina retrattile minuta e squadrata che viene ricoperta da un elmo rosso, l'astronave del pilota, quando il robot è in posizione di combattimento. Quella testolina con un visino umanoide perfettamente cesellato lo riempie di tenerezza: privata dell'elemo sembra mostrare una debolezza che è solo apparente. Gli sembra un controsenso, che un robot tanto potente abbia una testolina così piccola, ma in fondo i robot non sono umani, non devono pensare, ed è un controsenso che gli piace.
Decide di trattenere il robot del suo compagno come risarcimento, anche se vorrebbe riavere il suo robot nuovo. Sa benissimo che i giocattoli sono prodotti all'infinito e che ci saranno per sempre nuovi robot uguali al suo. Basterebbe dunque che la mamma dell'altro bambino glielo ricomprasse e tutto sarebbe risolto. Chiede a sua madre di intervenire, ma non capisce bene l'esito della discussione tra i genitori. Gli sembra che si risolva in un amichevole nulla di fatto. Lui rimane con il robot dell'altro bambino, che è anche bello, ma fin dall'inizio privo di qualche pezzo, e comunque di qualità più scadente. Il suo robot era di metallo pesante, con piccoli pezzi scorrevoli e un complicato meccanismo per passare dalla posizione di volo alla posizione di combattimento. L'altro robot invece ha parti in plastica leggera, che invece dovrebbero essere di metallo pesante, è un robot più scadente, anche se nei cartoni animati è forte quanto l'altro se non di più. Ma il suo robot ha una cosa che lo riempie di orgoglio: una testolina retrattile minuta e squadrata che viene ricoperta da un elmo rosso, l'astronave del pilota, quando il robot è in posizione di combattimento. Quella testolina con un visino umanoide perfettamente cesellato lo riempie di tenerezza: privata dell'elemo sembra mostrare una debolezza che è solo apparente. Gli sembra un controsenso, che un robot tanto potente abbia una testolina così piccola, ma in fondo i robot non sono umani, non devono pensare, ed è un controsenso che gli piace.
L'altro
bambino non vuole il robot con il braccio rotto, ma lui è
inflessibile: non si dice forse che chi rompe paga e i cocci sono
suoi? In questo caso il pagamento consiste nell'appropriazione del
robot superstite, seppure di qualità inferiore, e il bambino che
l'ha rotto potrà ingegnarsi come meglio crede per tentare di
riaggiustare il braccio del robot irriscattabile, privato di tutto il suo
pregio agli occhi del precedente proprietario. Forse lui pensa che se
non riuscirà ad aggiustarlo in nessun modo la punizione sarà
completa.
Alla fine,
insiste talmente tanto con sua madre per avere un altro robot
identico a quello rotto che ne ottiene una seconda copia. Si accorge
che tutto il procedimento ha proiettato un'ombra sul suo possesso del
nuovo robot (sarà davvero uguale in
tutto e per tutto?) oltre a quello confiscato, ma ottiene
facilmente di scacciare il pensiero di quella macchia. In fondo, ora
lui possiede due robot.
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