E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)

martedì 25 giugno 2013

Lettera a Gentile sull'esame di stato

Caro Giovanni Gentile,
onestamente mi è sempre dispiaciuto per il tuo assassinio, anche se - bisogna pur dirlo - con la tua adesione alla schifosa RSI andavi cercandotela (come avrebbe poi detto un grande politico italiano molto meno idealista di te).
La tua riforma non era così male come dicono: dava al docente la massima libertà (subito compressa dal tuo successore cattolico, Alessandro Casati).
Tuttavia c'è una cosa per la quale davvero ti disprezzo: ed è l'avere introdotto l'ESAME DI STATO, per permettere alle scuole cattoliche di ottenere un titolo di studio legale.
Per questa tua acquiescenza alla Chiesa, ancora oggi (a settant'anni dalla tua morte) noi siamo qui a recitare una farsa assurda, mentre tutto intorno l'Italia vibra e crolla.
Ecco, siccome eri un uomo tutto sommato intelligente, mi piacerebbe parlarne con te, nel 2013.

Ciao.

PS: comunque nel programma di filosofia quest'anno non ho potuto inserire l'attualismo, mi spiace. Avrei voluto, ma è stato un anno strano che non sto a raccontarti. Sarà per l'anno prossimo.

Appunti su Lacan (e Badiou e Deleuze)

(24 giugno)

Il linguaggio ci fa parlare con quella materia che siamo, in quanto soggetti, non è difficile capirlo.

[5 luglio: secondo Badiou il "materialismo democratico" afferma che "non esiste altro all'infuori dei corpi e dei linguaggi"]

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(26 giugno)

La disidentificazione perseguita nell'analisi lacaniana: è molto deleuziana.

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Non ho mai preso sul serio l'Altro lacaniano. Per un attimo invece sono riuscito a capire che cosa sia in gioco.
Corretto dire che sia lo stesso di ciò che Deleuze e Foucault chiamano Fuori? Fuori indica linguisticamente qualcosa di inanimato, Altro allude a un vivente, per quanto non-vivente.

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Enfasi lacaniana sulla seconda morte: necessaria? Perché non pensarla come neutralizzazione di altro tipo (zen)? Inevitabilmente il significato di "morte" è immediatamente più significativo.

PS: è la depressione che mi ha (ri)condotto a Lacan, a partire da un libretto che avevo quasi scagliato via con furore: L'ombra della vita, di Franco Lolli. Vi si parla di depressione come "viltà etica", in un senso che allora avevo banalizzato, ma che ora riesco a tollerare e interpretare seriamente.

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(3 luglio)

Davvero ci ho impiegato anni per capire che il Nom du Père è il cognome? Possibile che non me ne fossi mai accorto prima? Eppure il francese lo conosco, e so benissimo che "nom" significa cognome.
Forse non mi interessava la questione? Da quando lessi l'Antiedipo nel 1995 abbandonai ogni tentativo di capire Lacan. Oppure avevo rimosso la questione.
In ogni caso questa storia del nome-del-padre mi sembra una fesseria.

Altra cosa ben poco convincente: che il fallo sia il simbolo del simbolico, ossia del senso, e che il senso sia l'oscillazione tra senso e non-senso. Ma di che senso parla? Confonde "senso" nel senso logico-linguistico di Frege e "senso" nel senso di "meaning of life"?
La questione del "senso della vita" ha due sole soluzioni sensate: quella del Tractatus di Wittgenstein (tacerne) e quella dei Monty Python (riderne e farne ridere). A guardar bene, non sono due soluzioni incompatibili.

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(4 luglio)

Nella teoria di Lacan mi sembra mancare totalmente uno spazio per la narratività: tutto è strutturale, fisso, morto, estatico, mistico.
Il soggetto tra-le-due-morti, Edipo a Colono, lamella, è un non-soggetto, almeno nel senso in cui sembra desiderabile parlare di "soggetto". Allora perché mai bisogna protrarre la metafora del soggetto? Ne va della verità, direbbe un lacaniano. Ma questa "verità" di cui parlano i lacaniani non ha nulla a che vedere con la verità della tradizione filosofica: è una verità più vicina a quella qualitativa dell'ermeneutica, verità come senso.
Ma il senso è indicibile, Wittgenstein ha perfettamente ragione: esso mostra sé come il "che-è", la fattità delle cose. Se ne può parlare soltanto "componendo", ossia praticando una filosofia rapsodica à la Ludwig oppure l'arte (che - come dice Chomsky con sentenza perfettamente wittgensteiniana - ci dirà probabilmente sempre di più sulla natura umana [leggi "senso"] di quanto non farà mai la scienza).

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(6 luglio)

Questa fesseria del soggetto, ossia il senso, o la verità. Con i quattro tipi di soggetti e i relativi tipi di discorso: come se i discorsi potessero enumerarsi e catalogarsi, come se i giochi linguistici si potessero categorizzare in base alla loro struttura anziché osservare e comprendere secondo la loro forma-di-vita (confrontare Lyotard).
Anche qui contrapporre Wittgenstein: “il soggetto che pensa, immagina, non v'è. … (5.631). Il soggetto non appartiene al mondo ma è un limite del mondo (5.632)”.
Badiou è più logico di Lacan e rende il soggetto qualcosa di completamente irriducibile tanto all'individuo quanto alla comunità: soggetto è pura fedeltà procedurale a un evento/verità.

TUTTAVIA: l'ansia per la struttura (assente, diceva Eco) è nobile, è pulsione ad articolare la comprensione. Specialmente la comprensione della verità (del senso).
Perché la scienza può rispondere meglio a quest'ansia? Perché si fonda su un concetto operativo di verità (questo, Badiou lo sa benissimo mentre Lacan non vuole prenderne atto. Nemmeno Deleuze, in fondo).

[Essere e soggetto: a me pare (è sempre parso) questo il Due su cui incentrare l'attività filosofica.
L'essere che appare attraverso i dispositivi matematici della scienza, e il soggetto che si sveglia quotidianamente al mattino, con un sacco di da farsi.]

***

(8 luglio)

Guarda caso, L'Oeuvre claire di Jean Claude Milner termina proprio col confronto di Lacan con Wittgenstein... Ma da come presenta il succo del Tractatus secondo lui ho il dubbio che non ne abbia capito molto.
Dice che per W il senso si mostrerebbe in "tableaux". E mi sovviene che Klossowsky fu il primo traduttore francese del Tractatus, e che sbagliò della grossa a rendere Bild (= "immagine logica") con "tableau".
Vuoi vedere che Milner, che pure è uno intelligente, è rimasto alla vecchia traduzione e non ha mai capito l'errore?
(Ossia: il senso si mostra in qualunque forma di espressione adeguata, a partire dal linguaggio comune, in maniera esemplare).

***

(11 luglio)

Invece nelle pagine successive Milner cita la traduzione di Granger, dunque non so spiegare la sua confusione a proposito dei "tableaux".
Le tavole di verità mostrano la verità, appunto, delle proposizioni elementari e complesse. Ma la verità non è il senso. Ciò che dice Milner è semplicemente una confusione, molto lacaniana, tra senso e verità (forse anche gli ermeneuti cascano in una simile confusione).
Una proposizione può avere senso ed essere falsa.
Le tavole di verità non mostrano il senso, che invece si mostra nell'essere stesso degli enti - per usare un concetto non wittgensteiniano - e nel linguaggio sensato (proposizioni empiriche e scientifiche).


Bibliografia ripassata per la bisogna:

Milner, J.-C.,  L'oeuvre claire, Seuil
Tarizzo,D., Introduzione a Lacan, Laterza

venerdì 14 giugno 2013

You don't need no education

e così da alcuni giorni stavo preparando mentalmente un bello status che diceva qualcosa come:
"per la prima volta dal 2001 so che a settembre rivedrò gli stessi alunni, le stesse persone, e potrò finalmente cominciare a capire che cosa si provi nel costruire una relazione umana e pedagogica duratura in un ambiente privilegiato qual è - nonostante tutti gli orrori del nichilismo politico - la scuola italiana".

E invece no.
Tadàn.

Improvvisamente mi ritrovo SO-PRA-NU-ME-RA-RIO e quindi perdente posto.
Affanculo l'Esabac, che gliene importa al Sior Provveditore di un progetto binazionale "d'eccellenza", per così dire? Che gliene importa che io sia di ruolo dal 2007? Che gliene importa che io fossi in congedo e non potessi indovinare lo sdoppiamento della scuola (se nessuno ha avuto il buon senso di avvertirmi con uno straccio di email)?

Nemmeno l'idea dell'indennizzo che avrò facendo causa alla mia scuola può consolarmi. Anzi mi rattrista assai. Dover fare causa alla propria scuola è un'idea schifosa.

L'unica consolazione è pensare che prima o poi, come sempre, qualche altro Dirigente mi chiederà qualcosa per la scuola, gratis et amore Dei.
Allora, e solo allora, io potrò dirgli: col cazzo a priori, Dirigente di merda servo del Caos, fascista beneducato, crepate tu e la tua scuola di stato nichilista.

No davvero, non mi limiterò più ai digiuni.

***

Aggiornamento 4 luglio.

Era tutta una cazzata, una colossale svista del mio preside. Si puà affidare la dirigenza di una grande scuola a un tale sprovveduto? Non conosceva la legge da cui dipende la mia posizione in graduatoria, e io - stupido - mi ero fidato.
Non ho mai corso nessun rischio, ma ho capito a quanto io tenga alla mia scuola.

martedì 11 giugno 2013

Appunti sull'esaurimento del possibile

"Non ci limiteremo ai digiuni come Danilo Dolci.
Sono passati i tempi dei bivacchi coi morti o dei digiuni.
Se non nei fatti, almeno nelle intenzioni, è l’ora della violenza.
Della violenza, aggiungo, senza speranza, arida, impaziente.
Ci hanno deluso tutti: chi ha torto e chi ha ragione."

(Pasolini, A Panagulis)

Proprio ieri leggevo un testo di Zourabichvili, il defunto (suicida) genero di Nancy, su Deleuze e la politica: l'esaurimento del possibile, la figura dell'Esausto di Beckett, come prospettiva politica non assimilabile alla distinzione destra/sinistra.

Ormai, dopo aver fatto il mio digiuno e avere aridamente creduto nella nonviolenza, mi sento anch'io così. Esausto di politica.

"On ne tombe pourtant pas dans l'indifférencié, ou dans la fameuse unité des contradictoires, et l'on n'est pas passif : on s'active, mais à rien. On était fatigué de quelque chose, mais épuisé, de rien" (Deleuze, L'épuisé, p.59)


Postilla 25 giugno
L'épuisement può anche manifestarsi come depressione, dalla quale si esce focalizzandosi su ciò che importa: il senso.
Oggi ho ricordato che la mia unica esperienza di azione nonviolenta, il "digiuno NoTav" Ascoltateli!, mi ha lasciato una grande frustrazione per la totale mancanza di ascolto da parte delle istituzioni, oltre che un grande affaticamento per lo sforzo organizzativo a cui mi sono dedicato senza risparmiarmi (ho poi impiegato mesi per riprenderemi).
Quell'esperienza è stata fondamentale per farmi comprendere che è un grave errore affidarsi alla nonviolenza come se fosse uno strumento.

sabato 8 giugno 2013

Appunti su Contro il colonialismo digitale, di Roberto Casati

Nel suo recente libro, Roberto Casati tratta insieme (confonde?) due questioni affini, ma non necessariamente sovrapposte: la lettura digitale e l'introduzione del digitale a scuola. Si possono fare considerazioni diverse sui due argomenti, perché non è detto che siano legati da un rapporto causale. Lo stesso Casati, del resto, ricorda che il primo fattore positivamente correlato alla capacità di lettura è provenire da una famiglia di lettori.
L'argomento secondo cui, quindi, relativamente alla lettura dopo la famiglia c'è solo la scuola, per quanto intuitivamente condivisibile e politicamente sostenibile, non mi pare dimostrato (almeno al 66% del libro letto).

PS: riguardo agli argomenti contro la colonizzazione digitale della scuola pubblica sono integralmente d'accordo con Casati. E' sugli effetti nefasti sulla lettoscrittura che sarei più cauto.

***

25 giugno

Casati parla molto di concentrazione, sostenendo che l'e-lettura è naturalmente vittima di maggiori distrazioni. Questo perché ritiene che ogni dispositivo tenda al paradigma Ipad, correttamente analizzato come un dispositivo di fruizione intellettuale (anziché di registrazione di tracce, contra Ferraris).
Tuttavia, l'e-lettura andrebbe forse analizzata separatamente dal divenire-Ipad dei dispositivi telematici portatili.
Un e-reader come un Kindle modello base può al contrario - nella mia esperienza - favorire la concentrazione(*). Come? Sul mio dispositivo carico solo i libri che voglio/devo/posso effettivamente leggere in un determinato periodo di tempo, mi sposto solo con quello e, ad ogni attimo libero, la coscienza di avere con me i libri x, y e z mi aiuta a continuare la lettura, anche in modo frammentario.
Va detto che io sono un lettore molto accidioso e ogni mia lettura è sempre a rischio di abbandono: ma col Kindle mi pare che il rischio sia ridotto al minimo.
Il cartaceo noioso si può mettere da parte rimandando la lettura alle calende greche, invece il digitale mi impone di farsi leggere. Proprio per la sua immaterialità, che non giustifica in alcun modo la sua presenza nel dispositivo di lettura e la spesa sostenuta, a differenza del cartaceo ("al massimo lo regalo", "lo leggo quest'estate", "è noioso ma potrà forse servirmi a scuola").

***

19 novembre

(*) Tuttavia la mia esperienza sembrerebbe contraddetta da alcuni recenti studi sperimentali: http://www.salon.com/2013/04/14/do_e_readers_inhibit_reading_comprehension_partner/; http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0883035512001127 (qui però si parla di lettura su schermi di computer).
Nel frattempo ho un po' ridotto la lettura su Kindle, ma più che altro per questioni contingenti. Anzi, ho recentemente acquistato e iniziato a leggere l'ultimo libro in prosa di Valerio Magrelli, apparentemente un titolo da prendersi in cartaceo. Ho voluto fare la prova. Ogni volta che penso  a quel libro per riprenderne la lettura (ho detto che sono un lettore accidiosio: ora aggiungo che sono patologicamente frammentario, impiego anni per leggere certi libri, salvo ricominciarli appena terminati. Lettura interminabile, o meglio interminata, idealmente ciclica, o meglio dialetticamente a spirale), ogni volta che penso a Genealogia di un padre mi compaiono subito alla mente certe pagine, in modo vivido e come se le avessi lette in cartaceo.
Potrebbe trattarsi di una pura idiosincrasia neurologica ("ha un cervello da e-reader"!) eppure continuo a pensare che leggere sul Kindle (non sull'Ipad) mi lasci tracce mnestiche pari, se non superiori, a quelle della lettura cartacea.

Mi sembra però fondamentale, e mi pare che anche Enrico Manera la trascuri, la questione dellì'ampiezza dello schermo. Per evitare l'effetto "telescrivente anni '80", di cui parla Casati, ho settato il mio Kindle su una dimensione che trovo ottimale, coi caratteri piccoli ma non troppo, in maniera da avere una pagina abbastanza larga su cui esercitare la mia memoria di lavoro. Non riuscirei a leggere sentendomi a mio agio una porzione più piccola di testo.

Oltre a Magrelli, su Kindle ho letto Juliette society, di Sasha Gray e sto leggendo Romanzo per signora, di Piersandro Pallavicini. In entrambi i casi ho un ricordo vivido di quanto letto. Diversamente ne va per i saggi, che ho acquistato solo per necessità (due libri recenti che mi servivano per la tesi e di cui non potevo attendere la spedizione): anche a me sembra che sia più difficile studiare l'e-book, ma la difficoltà è più che altro tecnica. Le sottolineature fatte sui libri acquistati non si possono facilmente trasporre su file propri, cosa che mi sarebbe molto utile per scrivere la mia tesi. Ma questo "problema" è ovviamente in comune col cartaceo. Inoltre l'e-book quanto meno mi permette di sottolineare e ritrovarmi in automatico la raccolta di tutte le sottolineature fatte. Presa di appunti quasi automatica: tu selezioni e l'apparecchio mette da parte per te. Finita la paura di perdere i file o gli appunti cartacei! (Occhio a dove mettete il Kindle, ovviamente, e fate attenzione allo schermo: è meolto delicato e non va ficcato nella borsa senza custodia, pena il suo rovinarsi per sempre).

Sì, lo so, questa è solo introspezione e conta poco o niente. Ora si tratta di vedere che cosa ci dicono gli studi neuroscientifici.

lunedì 27 maggio 2013

Satana e il nuovo romanzo di Piersandro Pallavicini


A Satana, certi suoi clienti dannati hanno parlato molto bene dell'ultimo libro di Piersandro Pallavicini, “Romanzo per signora”.
Perciò il Gran Nemico si decide a entrare in una libreria (stranamente  da tutta l'eternità non era mai stato in una libreria).
Trova subito il libro del Pallavicini sullo scaffale, ovviamente alla lettera P: inizia a sfogliarlo, incuriosito, sempre più avidamente: si parla di uomini vecchi di fronte alla morte.
Gli piace. Ma non riesce a capire quanto costi.
Che cosa gli dice, perciò, il gentile libraio?

Vedi retro, Satana!

domenica 26 maggio 2013

Intuizione

Vecchiaia: è quando il tuo destino immaginato inizia a sembrarti quasi completamente determinato, chiuso, finito.

lunedì 13 maggio 2013

Intervista a Houellebecq, 3


Devo riconoscere che non ho voglia che il desiderio si spenga in me, il che… non è molto buddhista... 
Michel Houellebecq

Marx 2.0

La forza materiale deve essere abbattuta per mezzo della forza materiale, ma la comunicazione diventa, essa pure, una forza materiale, quando s'impadronisce delle masse.

sabato 4 maggio 2013

Paul Ricoeur: ricordare - la Shoah (2004, mio articolo mai pubblicato su L'Unità)


Nel vasto affresco teorico La memoria, la storia, l’oblio, pubblicato in Italia nel 2003, Paul Ricoeur ha affrontato le molteplici pieghe filosofiche del concetto di memoria, prestando particolare cura alle sue implicazioni psicologiche, storiche e politiche. Il filosofo francese fornisce una fenomenologia della memoria anche nell’intento di proteggerne il concetto dagli “abusi”, riducibili fondamentalmente a tre tipi: “impedimenti” di tipo patologico-terapeutico (dominio della psicoanalisi), “manipolazioni” di tipo pratico (dominio della retorica), “costrizioni” di tipo etico-politico. Per ognuna di queste distorsioni o incidenti della memoria Ricoeur propone un antidoto analitico cercando un giusto equilibrio riflessivo tra ciò che la memoria può e non può, deve e non deve essere. 
Da sofisticato ‘interprete’ della psicoanalisi qual è, Ricoeur vede nella teoria psicoanalitica lo spazio per parlare anche di collettività, estendendo «l’analisi freudiana del lutto al traumatismo dell’identità collettiva. Si può parlare (...) di traumatismi collettivi, di ferite della memoria collettiva». Benché Ricoeur consideri la memoria collettiva “il terreno di radicamento della storiografia”, per la filosofia fenomenologica fondata sulla coscienza trascendentale è problematico il concetto stesso di un ricordo non personale ma collettivo, come quello che si ritrova alla base della commemorazione degli eventi storici. Nella storia della filosofia, da Sant’Agostino a Husserl, la memoria è innanzitutto individuale, introspettiva. In effetti, com’è possibile fondare sulla dimensione interiore un ricordo condiviso da una comunità?
Le difficoltà del concetto di memoria collettiva sono affrontate da Ricoeur attraverso l’analisi dell’opera del sociologo francese Maurice Halbwachs*, La Mémoire collective, (1949) la cui tesi centrale viene così riassunta: per ricordarsi, si ha bisogno degli altri. Non si dà mai quello che potremmo chiamare un solipsismo mnestico: «È a partire da un’analisi sottile dell’esperienza individuale di appartenenza a un gruppo, e sulla base dell’insegnamento ricevuto dagli altri, che la memoria individuale prende possesso di se stessa». Come scriveva Halbwachs «ci si ricorda solo a condizione di porsi dal punto di vista di uno o più gruppi e di ricollocarsi in una o più correnti di pensiero», o, come chiosa Ricoeur: «Non ci si ricorda da soli». E tuttavia, a differenza che per Halbwachs, siamo sempre «noi» ad essere i soggetti autentici dell’attribuzione dei ricordi, e la subordinazione - o piuttosto coordinazione - della coscienza individuale all’insieme sociale non significa la sua scomparsa.
Se la facoltà della memoria ha un suo regime funzionale naturale ed è spontanea recettività, non si potrà allora ingiungerla, pena la distruzione della sua stessa essenza e il dar vita al “paradosso grammaticale” formulabile come «tu ti ricorderai», che richiama la struttura della contraddizione performativa (double bind), esemplificata dal paralizzante «sii libero!».
La contraddizione viene risolta attraverso l’idea di giustizia, che estrae il valore esemplare degli eventi storici e volge la memoria in progetto che dà forma di futuro e di imperativo al dovere di memoria. Dovere di memoria è propriamente il dovere di rendere giustizia a un ‘altro da sé’ attraverso il ricordo: entra in scena la nozione di “debito”, consistente nell’essere obbligati verso quegli altri che sono stati. Bisogna riconoscere priorità morale alle vittime perché la vittima è l’‘altro’, il cui riconoscimento, specialmente nella forma del Sé come un altro costituisce il fondamento stesso dell’etica, per Ricoeur, Lévinas, Derrida e in generale tutti i filosofi francesi “della Differenza”.
Su questa base un capitolo del tutto particolare della nostra memoria collettiva è quello relativo alla Shoah, l’evento negativo centrale della storia dell’Occidente che ne risulta spaccata in due (è stato Adorno a dire che dopo Auschwitz la cultura è spazzatura). Ricoeur affronta il tema ripercorrendo il dibattito che ha avuto luogo in Germania a partire dal 1986 dando vita alla cosiddetta “controversia degli storici” (Historikerstreit) che mise la questione del revisionismo storico al centro del discorso pubblico, rendendo noto il nome di Ernst Nolte. Le tre “regole del revisionismo” che, come disse Jürgen Habermas intervenendo nell’Historikerstreit, paiono altrettanti pretesti per «liquidare i danni» sono indicate da Ricoeur nell’«allargamento temporale del contesto, comparazione con fatti simili contemporanei o anteriori, relazione di causalità da originale a copia», procedimenti retorici volti a svalutare la singolarità del fenomeno Shoah; per spiegare come sia potuto accadere il genocidio degli ebrei «Nolte non esita (…) a evocare in fine la dichiarazione di Chaïm Weizmann che chiamava gli ebrei del mondo intero a lottare a fianco dell’Inghilterra nel settembre 1939» per concludere insomma che «quel che si chiama lo sterminio degli ebrei perpetrato durante il Terzo Reich è stato una reazione, una copia deformata e non una prima o un originale». L’obiettivo di Ricoeur è dunque salvaguardare la specificità storiografica della Shoah, sequenza narrativa causale contingente nella sua singolarità, e la responsabilità morale che questa comporta, riconoscendo la priorità filosofica della coscienza individuale.
Così Ricoeur puntella il cammino di un autentico impegno storiografico, scientifico, intellettuale e civile, prendendo le distanze dall’ipostatizzazione del male assoluto e dai suoi usi e abusi. Perché non è affatto detto che limitarsi a chiedere perdono in nome di una collettività su cui ricadrebbe genericamente una colpa produca poi le auspicabili conseguenze pratiche, politiche e individualmente morali.


*Nota 3/12/2013: scopro soltanto adesso, a distanza di anni da questo pezzetto, che il figlio di Halbwachs (non Halbwachs padre, come avevo inizialmente creduto per una svista segnalatami da Antonio Vigilante, che ringrazio) fu il mentore del giovane Deleuze. Lo introdusse "alla lettura di Baudelaire, Valery, Gide facendogli anche conoscere una realtà, quella della cultura e dell’impegno politico, a lui estranea fino a quel momento. Sarà lo stesso Deleuze, dopo molti anni, a dichiarare: «È allora che ho smesso di essere un idiota»; prima di quell’incontro, infatti, non era che un ragazzino mediocre a scuola e privo di interessi."

Nota 28/01/2014: lavorando su mito e scienze cognitive, trovo in Boyer, Tradition as truth and communication, queste righe: "There is a third alternative, that of a Durkheimian 'collective memory' (see Halbwachs 1925, and Douglas 1982). Although the conceptual frameworks are entirely different, the ideas put forward in this section are consistent with at least one of Halbwachs points, namely that social interaction need not be totally represented to be reproduced. The idea of'collective memory', however, entails a ' superorganic' view of culture which is precisely what I am trying to avoid in the characterisation of tradition."

giovedì 2 maggio 2013

Appunti 130502 (Sperber e la politica)

Sperber e l'utopismo razionale, in Des idées qui viennent.
Pagine del 1999 piene di spunti interessanti, le ho lette per la prima volta soltanto una settimana fa, questo libro lo avevo trascurato in gran parte.
Ho chiesto a Sperber di tradurle per un seminario politico sulla comunicazione e lui mi ha informato della pubblicazione online dei suoi capitoli (il libro è scritto a quattro mani con Roger Pol-Droit: filosofo non ininteressante ma decisamente meno originale e rigoroso di Dan. Non sono però da trascurare le parti di discussione tra un capitolo e l'altro, dove spesso Sperber risponde in maniera illuminante a domande un po' banali).

L'interesse maggiore di queste pagine risiede (per me) nel misto tipicamente sperberiano di rigore, empirismo e radicalità. Non per nulla Dan è una specie di allievo di Chomsky, oltre che di Lévy-Strauss...


"De se révolter ? Mais puisque le sentiment de révolte ne débouche plus sur l’action révolutionnaire, ne vaut-il pas mieux se cantonner à des objectifs modestes qui se réalisent non pas par la révolte, mais par un travail tranquille et patient ? Cette sagesse là ne me convainc pas.
...
J’insiste sur le réalisme de l’imagination et sur le bon escient de la révolte, sans lesquels leur exercice tourne facilement à la catastrophe.
...
De ce point de vue, le défaut du socialisme de Marx et Engels était d’être, non pas scientifique, mais scientiste, invoquant une science pourtant balbutiante – qu’eux-mêmes contribuaient à améliorer – comme source de certitude et d’autorité.
...
Il se produit sous nos yeux une transformation technologique, sociale et politique que l’on peut décrire en disant qu’à l’âge industriel est en train de succéder un « âge de l’information »  (c’est d’ailleurs le titre d’un important ouvrage du sociologue Manuel Castells où il analyse et documente en profondeur cette transition[1]). Or je voudrais soutenir que cette transformation redonne une certaine actualité à une version évidemment transformée du communisme utopique."

PRIMO COMMENTO: bisognerebe poter valutare politicamente la parte perlocutoria dell'informazione scambiata in Rete.


[da continuare]

martedì 30 aprile 2013

Intervista a Houellebecq, 2


Per esempio il teorema di Gödel una volta l'ho capito, ma penso che non saprei più farne la dimostrazione.
Michel Houellebecq 

lunedì 29 aprile 2013

Intervista a Houellebecq, 1


Deleuze è piuttosto un buon poeta, a tratti; Derrida è un poeta di merda.
Michel Houellebecq

domenica 21 aprile 2013

Dare la colpa a Rodotà

Civati ha spiegato che Rodotà non era eleggibile: lo ha spiegato come se si trattasse di una legge fisica, stupidi coloro che pensano di potervisi opporre. "Rodotà non ha i voti, in quell’aula. Se il Pd non ha votato Prodi, è un po’ difficile immaginare che voti Rodotà. Perché c’è una parte del Pd che non guarda al M5S ma a destra."
I numeri dunque non c'erano perché una parte del PD non avrebbe MAI votato per Rodotà. E' una questione di fatto, non ci si poteva fare nulla così come non si può cambiare il corso del sole: una parte del PD guarda a destra, non a sinistra. E Rodotà è di sinistra (Napolitano e Prodi, evidentemente no).
Se prendiamo per buona questa spiegazione, rinunciamo a domandare PERCHÉ MAI sia legittimo che una parte del PD non fosse disposta a votare Rodotà, per altro non dissimile dalla parte che non è stata disposta a votare neanche Prodi (quindi destra/sinistra non spiega tutto, perché se bisognava intercettare i voti della parte del PD che guarda a destra, e se Prodi è di destra, li si sarebbe dovuti intercettare, mentre cioò non è successo).
Partendo dalle premesse di Civati, comunque, mi pare che l'unica cosa razionale da fare fosse questa: siccome Grillo aveva detto che avrebbe votato Prodi (risultato al penultimo posto nelle quirinarie del M5s) solo se Rodotà avesse rinunciato, BISOGNAVA CERCARE DI CONVINCERE RODOTÀ A RINUNCIARE PRIMA DEL QUARTO SCRUTINIO, e convergere su Prodi insieme al M5s.
Rodotà li avrebbe mandati affanculo, ma a quel punto avrebbero potuto dare tutta la colpa a lui. E' un'astuzia di cui non mi sarei privato, se avessi avuto la mala ventura di essere un geniale stratega di questo bel PD.

venerdì 19 aprile 2013

Appunti130419 (Russell e la forma logica)

Anche Russell dovrebbe essere inserito nella "scuola del sospetto" (Ricoeur), insieme a Marx, Nietzsche e Freud: la scoperta della forma logica introduce infatti il sospetto che il linguaggio ci ci inganni.

venerdì 12 aprile 2013

Il bombarolo cucina benissimo

Ho cercato un bar ignoto vicino alla scuola: trovato, era deserto.
Il disco di De Gregori in sottofondo mi ha fatto intuire che il gestore non fosse un fascista. Leggendo il Manifesto durante il pranzo, sentivo un crescente cenno di commozione per avere scovato uno dei rari luoghi in cui l'idea comunista - come direbbe Badiou - sembrasse trovare ancora soggetti fedeli.
Alla fine del pranzo ho chiacchierato un po'. Il compagno cuoco è disperato e incazzato per una vita "sprecata", in lavoro sforzi ideali soldi, e si dice pronto a mettere le bombe perché le cose cambino. Quando i due anziani esodati si sono suicidati alcuni giorni or sono, la madre gli ha telefonato per raccomandargli di non compiere gesti inconsulti.
Ho provato a dirgli che con le bombe ci hanno già provato senza ottenere grandi risultati (non sono stato a sottilizzare sul fatto che le bombe italiane sono fasciste o mafiose).

Ho deciso che tornerò sempre a pranzare da costui per convincerlo a non cedere alla rabbia. Tra l'altro sua moglie cucina benissimo.

mercoledì 10 aprile 2013

Appunti 130410


I miei allievi sono più computazionalisti di me. Oggi, in quarta, ... mi ha rivelato che per comprendere la filosofia di Kant si è immaginata che le strutture del soggetto trascendentale siano il codice di un programma, mentre il fenomeno corrisponderebbe a ciò che il programma permette di visualizzare sullo schermo.
Non avevo mai pensato a un computer kantiano, anche se da anni avevo scovato il kantismo di molti cognitivisti (conosco poco l'AI, molto meno della psicologia cognitiva).
Ho trovato interessante questa idea (da perfezionare aggiungendo al computer degli organi di senso, una telecamera e dei microfoni).
Perciò da oggi tutta la classe lavorerà a casa per sviluppare l'esempio: “Kant9000: il soggetto trascendentale visto come computer”.

Vediamo se l'analogia permetterà loro di comprendere meglio Fichte.

lunedì 8 aprile 2013

Appunti 130408

Leggendo Badiou, L'hypotèse communiste. L'Idea comunista è operativa quando una verità sia una "sequenza politica emancipativa".
Problema: lascia indefinito "emancipativo", che se inteso come "ciò che produce libertà" è un concetto troppo vago per essere universale. Non mi risulta che Badiou si sia cimentato con l'idea di libertà, verificare.

sabato 6 aprile 2013

Agostino e la morte

- non si dice quella parola!
- certe volte si dice: tuo nonno Roberto è morto
- non c'è più?
- no, non c'è più, perché non si è curato
- ma può curarsi adesso
- no, adesso è troppo tardi
- adesso è notte dove sta lui?
- (ridendo) sì, è proprio notte, dove sta lui
- ma è lontano da qui?
- sì, in un altro mondo

Sul romanzo, 1

Scrivere un romanzo sentimentale, in Italia, oggi, è una delle peggiori forme di vigliaccheria che mi vengano in mente.