Credo che Jes sia sardo.
Jes Grew si chiama Alessandro, ma il suo pseudonimo mi piace così tanto che mentalmente lo chiamo sempre Jes Grew.
Mi ha spiegato che è un'etichetta slang riferita al jazz, mi pare. Forse è anche un personaggio di qualche libro americano bellissimo che Jes mi ha consigliato ma io non ho letto.
Jes sa tutto di letteratura e filosofia, e anche d'altro. E' un vero UMANISTA, anche se credo abbia studiato un po' di tutto. E' un gran studioso Jes, anche se non ho idea se e cosa abbia studiato all'università.
Sa anche cucinare bene: anzi, deve aver lavorato come cuoco.
Jes sembra cattivo, ma sono sicuro che non lo è. E' estremamente categorico, e talvolta schiaccia sul pedale dell'apocalitticità. Ma è molto sensato.
Quando sputiamo sentenze sulla (non)politica contemporanea andiamo d'accordissimo e ci divertiamo. Un po' meno d'accordo andiamo quando parliamo di cultura filosofica umanistica e scientifica.
Jes scrive racconti e altre cose: ho letto qualcosa di lui su Facebook ma ammetto che non fa per me. E' bravo ma scrive di un mondo che non conosco. Credo che si tratti del mondo reale come lo vede lui.
Jes e io siamo diversissimi.
C'è una sua foto con una bella ragazza, credo sia la sua fidanzata: lui ha dei tatuaggi, forse anche lei, sono in una stanza che sembra quella di un hotel a Tangeri.
A me i tatuaggi fanno paura, e non sono mai stato in Africa.
Una volta ha detto che è stato in carcere. Io me lo immagino che parla di Cabbala con i carcerati. Non so però se quelli apprezzavano.
E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
mercoledì 21 dicembre 2011
Ritratti natalizi di amici di Facebook, 2
Irada è la donna più misteriosa che ci sia su Facebook.
Comprendere ciò che scrive Irada mi è impossibile, e credo sia impossibile per chiunque non possieda il codice segreto. Io non lo possiedo, questo codice, quindi non la capisco mai.
"Mai" non è un'iperbole: sono sicuro di avere capito un paio di sue frasi qualche anno fa, ma sulla lunga distanza la mia incomprensione si avvicina asintoticamente allo zero.
Irada è una scienziata (pazza?), ma ha studiato filosofia e letteratura, credo. Forse ha fatto una tesi su Artaud.
Si occupa anche di musica: apparentemente costruisce innovativi strumenti musicali.
Prende parte a convegni di cui non comprendo nemmeno il titolo, sulla comunicazione, l'impresa, le neuroscienze e cose così.
Mescola psicologia matematica arte, con nonchalance.
Si occupa di ibridi pericolosi.
Non so dove abiti, ma forse ha lavorato alle Seychelles.
Credo che il suo nome venga dall'Oriente, ma non so da dove (e l'Oriente è grande).
Talvolta sospetto che Irada non esista.
Se non esistesse dovrebbero inventarla (anche perché è bellissima).
Comprendere ciò che scrive Irada mi è impossibile, e credo sia impossibile per chiunque non possieda il codice segreto. Io non lo possiedo, questo codice, quindi non la capisco mai.
"Mai" non è un'iperbole: sono sicuro di avere capito un paio di sue frasi qualche anno fa, ma sulla lunga distanza la mia incomprensione si avvicina asintoticamente allo zero.
Irada è una scienziata (pazza?), ma ha studiato filosofia e letteratura, credo. Forse ha fatto una tesi su Artaud.
Si occupa anche di musica: apparentemente costruisce innovativi strumenti musicali.
Prende parte a convegni di cui non comprendo nemmeno il titolo, sulla comunicazione, l'impresa, le neuroscienze e cose così.
Mescola psicologia matematica arte, con nonchalance.
Si occupa di ibridi pericolosi.
Non so dove abiti, ma forse ha lavorato alle Seychelles.
Credo che il suo nome venga dall'Oriente, ma non so da dove (e l'Oriente è grande).
Talvolta sospetto che Irada non esista.
Se non esistesse dovrebbero inventarla (anche perché è bellissima).
Ritratti natalizi di amici di Facebook, 1
Jacopo è un giovane intelligente e colto:
all'università studia filosofia e poi musica e poi arte e poi di nuovo filosofia
(le facoltà scientifiche non le ha ancora provate):
cambia sovente, e fa bene, perché le gabbie non fanno per lui.
Se c'è una cosa che Jacopo detesta è la grettezza culturale.
E' un anarchico individualista e un esteta,
cose entrambe che di solito mi fanno incazzare,
ma non in lui: le porta con grazia e non potrebbe essere diverso.
Jacopo è gentile e violento, discute con chiunque e non insulta nessuno,
anche se talvolta si arrabbia o rattrista per certe reazioni ai suoi ragionamenti. Che facili non sono.
Se vuoi incontrarlo cercalo di notte: lui non dorme come noi.
Jacopo è vittima entusiasta della filosofia continentale,
ma io spero ancora di liberarlo dal giogo metafisico.
Un giorno forse ci riuscirò.
lunedì 19 dicembre 2011
Propositi per il 2012, 1
Abolire lo Stato per dare vita a una società libera di individui responsabili.
Qualora non fosse possibile, comportarsi almeno come individui responsabili in una società libera, sapendo che lo Stato è una finzione composta da individui spesso irresponsabili.
Qualora non fosse possibile, comportarsi almeno come individui responsabili in una società libera, sapendo che lo Stato è una finzione composta da individui spesso irresponsabili.
martedì 13 dicembre 2011
Questa gente sguazza nell'Orrore
L'accaduto è semplice: una
manifestazione di rabbia razzista contro un presunto stupro di una
sedicenne ad opera di due rom. La conseguenza è elementare. Una
manifestazione razzista nel quartiere di Torino in cui lo stupro NON
è avvenuto, gente rabbiosa e pronta a “fare giustizia”, un
mancato pogrom, l'incendio delle squallide baracche generosamente
concesse a una cinquantina di rom (20 bambini) dalla prosperosa e
civile città di Torino, la cui demente borghesia è tutta tronfia
per il l'abbellimento del centro città.
C'è poi una segretaria provinciale del PD, che è anche presidente di circoscrizione e partecipa alla manifestazione, chissà perché: la manifestazione organizzata con l'apporto degli ultras della Juventus si riunisce sulla base di manifesti che non lasciano spazio a interpretazioni: “ripuliamo la Continassa”.
C'è poi una segretaria provinciale del PD, che è anche presidente di circoscrizione e partecipa alla manifestazione, chissà perché: la manifestazione organizzata con l'apporto degli ultras della Juventus si riunisce sulla base di manifesti che non lasciano spazio a interpretazioni: “ripuliamo la Continassa”.
Il quartiere deve essere ripulito dai
rom, la vera sporcizia. Quando il pogrom ha inizio i carabinieri
hanno già allontanato le vittime prescelte: la segretaria del PD
sostiene poi di avere chiesto i rinforzi, come se ce ne fosse
bisogno, come se fosse lei a doverli chiedere. MA lei doveva essere
lì, bisognava monitorare, chissà cosa sarebbe successo senza di
lei. La sua frase a cose fatte ne fotografa l'insipienza politica e personale: “Temevo il peggio, mai visto nulla del genere”.
Questa gente non chiede mai scusa, e
non parlo dei razzisti selvaggi che volevano forse vedere il sangue:
parlo dei politici del PD, governativi per definizione. Se c'è una
manifestazione di persone esasperate ma che non puzzi di sinistra
loro ci vanno: mantenere il contatto con la gente per loro vuol dire
non perdere ulteriori consensi a favore della Lega (quando sarebbe
forse bastato studiare il federalismo e non lasciarlo ai bifolchi).
Chiamano fascisti i NoTav, elargiscono appalti ai cari imprenditori,
ma ai rom dedicano poche risorse, infastiditi dalla loro
insignificanza. Occuparsi politicamente dei rom è un sacrificio, la
borghesia non sa che farsene, puzzano, mendicano e rubano.
Questa gente sguazza nell'Orrore: non
i rom e i sinti, persone che difendono anarchicamente la loro
umanità, quasi stritolata dall'alienazione della civiltà
occidentale, bensì questi politici di un partito che finge ancora di
essere stato di sinistra. Trattano con l'Orrore, vogliono
addomesticarlo senza rendersi conto (o fottendosene o piagnucolando)
che l'Orrore li ha trasformati in persone orride.
Idioti, servi del potere, miserabili
burattini sdraiati sul loro fragile consenso.
È un potere che inizia a tramontare,
il loro, e per il quale nessuna comprensione, nessuna pietà ci è
rimasta.
martedì 29 novembre 2011
Prepariamoci al default, 1
Alessandro Spanu (Jes Grew) consiglia: "fate provvista di libri, e vettovaglie. farina, acqua, e scatolette, imparate a fare il pane e la pasta in casa. ecc. ecc."
giovedì 24 novembre 2011
Lettera di Pietro Salizzoni a sostegno di Luca Mercalli querelato da Virano
Virano querela Mercalli
pubblicata da Pietro Salizzoni il giorno mercoledì 23 novembre 2011 alle ore 12.41
Mario Virano, presidente dell'Osservatorio per la tratta Torino - Lyon,
ha querelato Luca Mercalli per diffamazione, per le dichiarazioni
in questa intervista a la “La Stampa” lo scorso 18 ottobre.
Per Mercalli, l’assedio simbolico alla Maddalena di Chiomonte è «una risposta all’occupazione coatta e ingiusta della valle: bisogna capire l’insofferenza, ha radici profonde». Valsusini e No Tav? «Sono persone che da anni non vengono ascoltate: se si aprisse un vero dibattito sui dati, immediatamente tutti si acquieterebbero». E l’Osservatorio per la Torino- Lione, che vanta cinque anni di lavoro per trovare un tracciato condiviso? Mercalli è più che perplesso: «Peccato sia stato un Osservatorio truccato», dichiara. «I dati controdedotti sono stati presentati giovedì 6 ottobre al Politecnico di Torino», nientemeno. «Ebbene: non c’erano politici in prima fila e neanche in seconda, non c’erano i tecnici di Ltf. Nessuno. Come sempre. L’opposizione popolare come quella scientifica vengono ignorate».
Io la penso esattamente come Luca Mercalli: le conclusioni dell'osservatorio sono TRUCCATE poiché sono TRUCCATE le ipotesi che le sostengono.
A dimostrazione di questa tesi posto (per l'ennesima volta) i grafici che mostrano il confronto tra le previsioni dei flussi di traffico (su ferro e su strada) assunti dall'osservatorio e i dati reali. In base a queste previsioni (le curve rosse) si ritiene "necessaria" la costruzione della nuova linea. Mi sembra evidente che tali curve non abbiano alcuna parentela con l'andamento reale dei flussi di traffico, e che forniscano pertanto una rappresentazione TRUCCATA della realtà.
Sfido chiunque a dimostrare il contrario.
Sarei pertanto lieto di poter condividere questa querela con Luca, e rispondere all'arroganza di chi,
oltre a sostenere tesi indimostrabili, querela chi ha il buon senso e l'onestà intellettuale di criticarlo, con la speranza evidentemente di mettere a tacere ogni critica.
Aggiungo pertanto il mio nome alla seguente mail di solidarietà, invitando a fare altrettanto.
Ecco il testo, da inviare via mail all’indirizzo solidarietamercalli@gmail.com, indicando nome e cognome, città e firma.
Ormai Virano ritiene di potersi permettere qualsiasi cosa, inclusa l’intimidazione dei non allineati mediante querela. Virano sa che non ha speranze di vincere la causa, ma punta sull’effetto intimidazione. L’affermazione di Mercalli su “La Stampa” del 18.10.2011 è non solo legittima, ma anche dimostrabile. L’Osservatorio infatti è “truccato” in quanto: mai, fin dall’inizio, il governo ha preso in considerazione l’ipotesi di rinunciare all’opera sulla base dei dati che l’Osservatorio avrebbe raccolto, quali che essi fossero;il presidente dell’Osservatorio, architetto Mario Virano, è stato nominato anche “commissario straordinario per la realizzazione della nuova linea AV/AC Torino-Lione”, per cui il suo compito – lautamente remunerato con pubblico denaro – è stato ed è quello di portare comunque alla realizzazione dell’opera a prescindere dai dati che l’Osservatorio accumula.
Dall’inizio del 2010 dall’Osservatorio sono stati esclusi i rappresentanti dei comuni che non hanno dichiarato a priori l’accettazione della nuova linea, per cui i soggetti istituzionalmente critici nei confronti dell’opera e direttamente interessati alla sua realizzazione non possono venire a conoscenza delle informazioni raccolte dall’Osservatorio negli ultimi due anni e non possono interloquire nella definizione delle posizioni espresse dall’Osservatorio stesso.
Sulla base di quanto sopra ci dichiariamo d’accordo, nella forma e nella sostanza, con la valutazione espressa da Luca Mercalli e la riaffermiamo qui pubblicamente a nostra volta. Chiediamo pertanto all’architetto Mario Virano di querelare anche tutti noi.
Pietro Salizzoni, Lyon


ha querelato Luca Mercalli per diffamazione, per le dichiarazioni
in questa intervista a la “La Stampa” lo scorso 18 ottobre.
Per Mercalli, l’assedio simbolico alla Maddalena di Chiomonte è «una risposta all’occupazione coatta e ingiusta della valle: bisogna capire l’insofferenza, ha radici profonde». Valsusini e No Tav? «Sono persone che da anni non vengono ascoltate: se si aprisse un vero dibattito sui dati, immediatamente tutti si acquieterebbero». E l’Osservatorio per la Torino- Lione, che vanta cinque anni di lavoro per trovare un tracciato condiviso? Mercalli è più che perplesso: «Peccato sia stato un Osservatorio truccato», dichiara. «I dati controdedotti sono stati presentati giovedì 6 ottobre al Politecnico di Torino», nientemeno. «Ebbene: non c’erano politici in prima fila e neanche in seconda, non c’erano i tecnici di Ltf. Nessuno. Come sempre. L’opposizione popolare come quella scientifica vengono ignorate».
Io la penso esattamente come Luca Mercalli: le conclusioni dell'osservatorio sono TRUCCATE poiché sono TRUCCATE le ipotesi che le sostengono.
A dimostrazione di questa tesi posto (per l'ennesima volta) i grafici che mostrano il confronto tra le previsioni dei flussi di traffico (su ferro e su strada) assunti dall'osservatorio e i dati reali. In base a queste previsioni (le curve rosse) si ritiene "necessaria" la costruzione della nuova linea. Mi sembra evidente che tali curve non abbiano alcuna parentela con l'andamento reale dei flussi di traffico, e che forniscano pertanto una rappresentazione TRUCCATA della realtà.
Sfido chiunque a dimostrare il contrario.
Sarei pertanto lieto di poter condividere questa querela con Luca, e rispondere all'arroganza di chi,
oltre a sostenere tesi indimostrabili, querela chi ha il buon senso e l'onestà intellettuale di criticarlo, con la speranza evidentemente di mettere a tacere ogni critica.
Aggiungo pertanto il mio nome alla seguente mail di solidarietà, invitando a fare altrettanto.
Ecco il testo, da inviare via mail all’indirizzo solidarietamercalli@gmail.com, indicando nome e cognome, città e firma.
Ormai Virano ritiene di potersi permettere qualsiasi cosa, inclusa l’intimidazione dei non allineati mediante querela. Virano sa che non ha speranze di vincere la causa, ma punta sull’effetto intimidazione. L’affermazione di Mercalli su “La Stampa” del 18.10.2011 è non solo legittima, ma anche dimostrabile. L’Osservatorio infatti è “truccato” in quanto: mai, fin dall’inizio, il governo ha preso in considerazione l’ipotesi di rinunciare all’opera sulla base dei dati che l’Osservatorio avrebbe raccolto, quali che essi fossero;il presidente dell’Osservatorio, architetto Mario Virano, è stato nominato anche “commissario straordinario per la realizzazione della nuova linea AV/AC Torino-Lione”, per cui il suo compito – lautamente remunerato con pubblico denaro – è stato ed è quello di portare comunque alla realizzazione dell’opera a prescindere dai dati che l’Osservatorio accumula.
Dall’inizio del 2010 dall’Osservatorio sono stati esclusi i rappresentanti dei comuni che non hanno dichiarato a priori l’accettazione della nuova linea, per cui i soggetti istituzionalmente critici nei confronti dell’opera e direttamente interessati alla sua realizzazione non possono venire a conoscenza delle informazioni raccolte dall’Osservatorio negli ultimi due anni e non possono interloquire nella definizione delle posizioni espresse dall’Osservatorio stesso.
Sulla base di quanto sopra ci dichiariamo d’accordo, nella forma e nella sostanza, con la valutazione espressa da Luca Mercalli e la riaffermiamo qui pubblicamente a nostra volta. Chiediamo pertanto all’architetto Mario Virano di querelare anche tutti noi.
Pietro Salizzoni, Lyon


martedì 15 novembre 2011
Infanzia, 1. Robot
È un
bambino che piange spesso, e si sente debole per questo. Una volta,
la bambina che lui ama gli dice che quando piange “sembra un
robot”. Questa frase, apparentemente detta senza cattiveria, lo
ferisce profondamente e inizia in lui una storia ricca di conseguenze
interiori. Quando la bambina ripeterà l'osservazione a distanza di
tempo, lui sentirà di non avere per nulla guarito la ferita, e
capirà di essere indifeso come la prima volta.
Nel paesino
in cui vive, tutti i bambini guardano i cartoni animati degli
uforobot. Ne vanno tutti pazzi, anche i bambini più grandi che li
vedono per la prima volta, e i giochi infantili ne risentono, si
modellano su quei grandi soldati metallici dalle armi letali,
esagerate. Un giorno, mentre lui contempla rapito la vetrina
dell'unico negozio di giocattoli del paese, un altro bambino, che sta
contemplando non meno di lui, lo attacca sul piano morale, forse
istruito da genitori conservatori o catechisti bigotti. Quel bambino gli dice che
“loro” sarebbero diventati pazzi a furia di guardare i
cartoni animati degli uforobot. La cosa lo colpisce molto, si domanda se l'altro bambino non
abbia ragione, anche se la cattiveria con cui glielo ha detto gli
puzza subito di moralismo impartito dall'alto, senza un'autonoma valutazione delle
giuste ragioni della cosa. Lo insospettisce soprattutto l'uso del
termine “voi” per ostentare un contrasto. Capisce che quel
pronome contiene una generalizzazione necessariamente falsa e
ingiusta.
Perciò,
quando la bambina che lui ama gli dice che sembra un robot quando
piange, lui si sente riempire di una strana vergogna mai provata
prima. Si sente cristallizzato in una figura piatta, identificato con
un misterioso Altro, a lui ignoto ma apparentemente evidente agli
occhi della bambina. L'offesa è così grande e per lui
insopportabile che si domanda se il suo amore per la bambina non
debba essere considerato ormai terminato. Come può amare ancora chi
lo offende tanto, e tanto ingiustamente?
I suoi
giocattoli preferiti sono i robot e ne possiede alcuni. Talvolta ci
gioca con gli altri bambini del paese, anche se gli appare presto
chiaro di essere considerato una specie di fortunato possidente, dato
il numero dei suoi giocattoli. Una volta gioca con un suo compagno di scuola, e alla fine del pomeriggio i due bambini
si scambiano i robot, con l'accordo di restituirseli dopo un paio di
giorni. Sembra un modo semplice per poter godere brevemente delle
delizie di un bene altrui e in parte ignoto. Allo scadere del
prestito reciproco, l'altro bambino gli rivela, scusandosi ma
discolpandosi, di avere rotto un braccio al suo robot, non si sa
come. Lui non riesce a capacitarsene, è disperato, non doveva
fidarsi e lo sapeva fin dall'inizio. Lui non avrebbe potuto rompere
il robot dell'altro bambino, mai e
poi mai. Come avrebbe ora potuto tollerare che il suo robot
preferito fosse amputato di un
braccio? Se i robot devono essere invincibili non possono
essere monchi di un braccio, si capisce subito che la cosa non
funziona più.
Decide di trattenere il robot del suo compagno come risarcimento, anche se vorrebbe riavere il suo robot nuovo. Sa benissimo che i giocattoli sono prodotti all'infinito e che ci saranno per sempre nuovi robot uguali al suo. Basterebbe dunque che la mamma dell'altro bambino glielo ricomprasse e tutto sarebbe risolto. Chiede a sua madre di intervenire, ma non capisce bene l'esito della discussione tra i genitori. Gli sembra che si risolva in un amichevole nulla di fatto. Lui rimane con il robot dell'altro bambino, che è anche bello, ma fin dall'inizio privo di qualche pezzo, e comunque di qualità più scadente. Il suo robot era di metallo pesante, con piccoli pezzi scorrevoli e un complicato meccanismo per passare dalla posizione di volo alla posizione di combattimento. L'altro robot invece ha parti in plastica leggera, che invece dovrebbero essere di metallo pesante, è un robot più scadente, anche se nei cartoni animati è forte quanto l'altro se non di più. Ma il suo robot ha una cosa che lo riempie di orgoglio: una testolina retrattile minuta e squadrata che viene ricoperta da un elmo rosso, l'astronave del pilota, quando il robot è in posizione di combattimento. Quella testolina con un visino umanoide perfettamente cesellato lo riempie di tenerezza: privata dell'elemo sembra mostrare una debolezza che è solo apparente. Gli sembra un controsenso, che un robot tanto potente abbia una testolina così piccola, ma in fondo i robot non sono umani, non devono pensare, ed è un controsenso che gli piace.
Decide di trattenere il robot del suo compagno come risarcimento, anche se vorrebbe riavere il suo robot nuovo. Sa benissimo che i giocattoli sono prodotti all'infinito e che ci saranno per sempre nuovi robot uguali al suo. Basterebbe dunque che la mamma dell'altro bambino glielo ricomprasse e tutto sarebbe risolto. Chiede a sua madre di intervenire, ma non capisce bene l'esito della discussione tra i genitori. Gli sembra che si risolva in un amichevole nulla di fatto. Lui rimane con il robot dell'altro bambino, che è anche bello, ma fin dall'inizio privo di qualche pezzo, e comunque di qualità più scadente. Il suo robot era di metallo pesante, con piccoli pezzi scorrevoli e un complicato meccanismo per passare dalla posizione di volo alla posizione di combattimento. L'altro robot invece ha parti in plastica leggera, che invece dovrebbero essere di metallo pesante, è un robot più scadente, anche se nei cartoni animati è forte quanto l'altro se non di più. Ma il suo robot ha una cosa che lo riempie di orgoglio: una testolina retrattile minuta e squadrata che viene ricoperta da un elmo rosso, l'astronave del pilota, quando il robot è in posizione di combattimento. Quella testolina con un visino umanoide perfettamente cesellato lo riempie di tenerezza: privata dell'elemo sembra mostrare una debolezza che è solo apparente. Gli sembra un controsenso, che un robot tanto potente abbia una testolina così piccola, ma in fondo i robot non sono umani, non devono pensare, ed è un controsenso che gli piace.
L'altro
bambino non vuole il robot con il braccio rotto, ma lui è
inflessibile: non si dice forse che chi rompe paga e i cocci sono
suoi? In questo caso il pagamento consiste nell'appropriazione del
robot superstite, seppure di qualità inferiore, e il bambino che
l'ha rotto potrà ingegnarsi come meglio crede per tentare di
riaggiustare il braccio del robot irriscattabile, privato di tutto il suo
pregio agli occhi del precedente proprietario. Forse lui pensa che se
non riuscirà ad aggiustarlo in nessun modo la punizione sarà
completa.
Alla fine,
insiste talmente tanto con sua madre per avere un altro robot
identico a quello rotto che ne ottiene una seconda copia. Si accorge
che tutto il procedimento ha proiettato un'ombra sul suo possesso del
nuovo robot (sarà davvero uguale in
tutto e per tutto?) oltre a quello confiscato, ma ottiene
facilmente di scacciare il pensiero di quella macchia. In fondo, ora
lui possiede due robot.
sabato 5 novembre 2011
Appunti per l'audizione del 18 novembre, Commissione V+I, Comune di Torino
PREAMBOLO
Siamo
estremamente soddisfatti del servizio che la Città ci ha offerto
finora, un servizio che ci ha fatto ben sperare nelle potenzialità
di questo Città e che ha aumentato la nostra fiducia nelle
istituzioni comunali.
Perfettamente
consci che questo servizio rimane una sorta di “privilegio” di
cui possono usufruire soltanto il 37% delle famiglie aventi diritto,
date le promesse elettorali ci sentivamo
di sperare di poter estendere la nostra fiducia ai
troppi genitori per i quali l'asilo-nido comunale continua a essere
un sogno irraggiungibile (e parlo di coppie con un reddito appena
medio).
Per
questo, la notizia dei tagli alle educatrici precarie ci ha colpiti
come un fulmine a ciel sereno.
Non
siamo stupiti
per il
fatto che
dobbiate
risparmiare, ma
ci
stupisce
che
pensiate
di
poter
risparmiare
SUI
BAMBINI.
Lo so
che sembra
facile retorica,
in fondo
non state
PRIVANDO i
bambini di
nulla: state
“soltanto”
rimpiazzando
delle educatrici
con dipendenti
comunali non
privi di
qualche titolo
(del resto
“il TAV
è solo
un treno”
e di
questo passo
potremmo
banalizzare
tutto: “in
fondo sono
solo 500
punti di
spread”...).
Ma
il punto
è: davvero
non
trovate
NULL'ALTRO
sui
cui
risparmiare?
Non
basta la
parziale
privatizzazione
dei servizi
pubblici che
state avviando,
quella che
un vostro
deputato
disinformato
continua a
chiamare
“liberalizzazione”?
Quello
che ci
stupisce è
che pensiate
di poter
trattare
TUTTO
ALLO
STESSO
MODO,
secondo
i
criteri
di
una
razionalità
tecnica
resa
necessaria
dalla
cattiva
gestione
del
debito
pubblico,
una cattiva
gestione che
ricade sulla
giunta precedente
ma che
l'attuale giunta
sembra voler
considerare come
una SEMPLICE
DISGRAZIA, quasi
EVENTO NATURALE.
Come se
non ci
fossero precise
responsabilità
politiche e
amministrative
che NON
POSSONO ESSERE
FATTE RICADERE
SULLE SPALLE
DEI CITTADINI.
I
cosiddetti
“indignati”
ripetono spesso:
NOI LA
VOSTRA CRISI
NON LA
PAGHIAMO.
Ecco,
in
questo
caso
vi
diciamo:
NON
DOVETE
FAR
PAGARE
LA
CRISI
AI
BAMBINI.
ARGOMENTI:
1.
incoerenza rispetto al
programma elettorale (la
situazione finanziaria era
già nota e non
è cambiata da allora)?
Lettera
al Coogen:
-
mantenimento nella qualità
dei servizi, a partire
da un
corretto
rapporto
educatori/bambini,
evitando
come
Voi
dite
lo
scadimento
dei
nidi
a
luoghi
di
mera
badanza;
-
assolutamente d’accordo
con l’idea di
un nido come primo
livello
educativo
dei
bambini,
al
punto
da
intenderlo
come
servizio
universale.
-
Ma non solo, si
può aprire un ragionamento
per
un
reale
progetto
0
–6
anni
che … intenda il
sistema nidi, scuole
d’infanzia, servizi
integrativi (ludoteche, spazi
genitori e bambini, etc)
come un
percorso
di
opportunità
legate
da
un
coerente
progetto
pedagogico
di
qualità,
coinvolgendo in questi
approfondimenti tutti i
soggetti interessati, a
partire dalle famiglie
intese
non
solo
come
utilizzatori
2.
impossibilità di trattare
nidi, asili e scuole
come un QUALSIASI SETTORE
DELL'AMMINISTRAZIONE COMUNALE, data
la natura speciale e
sensibilissima degli utenti-bambini.
Non
per nulla state istituendo l'importante figura del GARANTE PER
L'INFANZIA e non per nulla Fassino nella sua lettera al Coogen aveva
scritto:
-
esclusione
dal
patto
di
stabilità
delle
spese
sostenute
per
le
scuole
dell’infanzia
A
questo
proposito,
pensiamo
che
sia
necessario
proseguire
sulla
strada
di
sottrarre
e
proteggere
le
scuole
dell'infanzia
contro
le
ragioni
tecniche
del
patto
di
stabilità
(referendum
cittadino?)
Ripensiamo
a
Montessori:
della
scuola
tradizionale
infantile
Maria
Montessori
critica
il
fatto
che,
in
essa,
tutto
l'ambiente
sia
pensato
a
misura
di
adulto.
In
un
asilo-nido
l'ambiente
del
bambino
è
fatto
di
relazioni
affettive,
oltre
che
di
edifici
scolastici:
rimpiazzare
improvvisamente
gli
educatori
per
ragioni
estranee
al
benessere
dei
bambini
equivale
a
calpestare
la
delicata
psiche
dei
bambini
(definiti
da
Montessori
“embrioni
spirituali”)
per
ragioni
del
tutto
“a
misura
di
adulto”.
3.
La mente non è
una tabula rasa e
le competenze non si
improvvisano, specialmente quelle
relazionali e affettive.
Errore
epistemologico insito nel credere di poter "formare"
all'educazione e in poco tempo persone già formate per altre
competenze, magari non più giovani, e non per esigenze
programmatiche ma esclusivamente per tirare i cordoni della borsa.
Le
motivazioni di un
dipendente comunale in
mobilità non possono non
essere profondamente diverse
da quelle di persone
che hanno scelto da
anni di lavorare con
i bambini. Noi
genitori
vogliamo
avere vicino
ai
nostri
bambini
persone
preparate e con
motivazioni
autentiche,
non
con
motivazioni
di
semplice
opportunità
lavorativa.
4.
insoddisfazione e sfiducia del
cittadino di fronte a
un'amministrazione che giustifica
il proprio operato con
le restrizioni dall'alto: NOI
VOGLIAMO LE VOSTRE RISPOSTE, non quelle del Governo appena cessato o
di quello appena insediato.
Se
ritenete che tra le
tante spese che si
possono tagliare, gli
stipendi delle educatrici
precarie stiano sullo
stesso piano di qualsiasi
altra spesa da
razionalizzare DOVETE ASSUMERVENE
LA RESPONSABILITA'.
I
cittadini sapranno a loro volta trarne le conseguenze.
venerdì 28 ottobre 2011
Un sonetto di Alfonso Maria Petrosino a sostegno delle educatrici precarie minacciate dai tagli del Comune di Torino
Al centro della Piazza del Palazzo
il Conte Verde impugna lo spadone,
istigando alla privatizzazione
e a darci un taglio: era un crociato, un pazzo
che bronzeo indica la via maestra.
È di sinistra il sindaco Fassino,
ma in questo modo al massimo è mancino
e quello che fa la sua mano destra
la sua sinistra non lo sa. Tiziana,
Simona, Claudia, Laura, Deborah,
nere di lutto, guidano il presidio.
Il sindaco non scende, e si allontana
da quella parte della società.
La bara è il simbolo di un omicidio.
il Conte Verde impugna lo spadone,
istigando alla privatizzazione
e a darci un taglio: era un crociato, un pazzo
che bronzeo indica la via maestra.
È di sinistra il sindaco Fassino,
ma in questo modo al massimo è mancino
e quello che fa la sua mano destra
la sua sinistra non lo sa. Tiziana,
Simona, Claudia, Laura, Deborah,
nere di lutto, guidano il presidio.
Il sindaco non scende, e si allontana
da quella parte della società.
La bara è il simbolo di un omicidio.
giovedì 27 ottobre 2011
Mia risposta a due commenti su "Ragionare con la mente estesa", su Alfabeta 2 online
Postato su Alfabeta 2
[...] è
difficile non concordare sul fatto che il medium comunicativo condizioni
i contenuti, ma da qui a concluderne che il mezzo sia il messaggio ci
vuole la genialità di McLuhann. Se rifuggiamo dall’immagine
strutturalista o postmodernista dell’individuo come nodo (o insieme di
nodi) di una rete sistemica di sensi e significati, concorderemo che a
monte di qualsiasi espressione/comunicazione c’è un’intenzione, un
soggetto pensante e incarnato, la cui intenzionalità non si lascia
comprimere completamente dal medium comunicativo (non più di quanto un
regime totalitario comprima completamente le libertà individuali:
qualcosa residua sempre).
“Interazione leggera” mi sta benissimo, se alludiamo con questo al fatto
che di norma si parte dall’assenza di interazione faccia a faccia. Il
che non giustifica i toni apocalittici sulla perdita della dimensione
fisica della relazione: certe relazioni fisiche non producono grande
socializzazione, mentre in passato si sono dati casi più che
soddisfacenti di rapporti ecsclusivamente epistolari tra illustri
ingegni (mi vengono subito in mente Gandhi e Tolstoj).
La questione del frame (suppongo in senso goffmaniano): è certamente importante, e un critico del social network ha gioco facile nell’osservare che l’assenza di corporeità costituisce un frame particolarmente asettico. Si può rispondere in molti modi: il frame non è mai assente, e allora non si vede perché dovremmo preferire i vecchi frames della comunicazione standardizzata nella società capitalista dello spettacolo integrato, (mercificata autoritaria strategica inautentica e chi più ne ha più ne disprezzi) piuttosto che una modalità “nuova” di interazione tra individui a priori reciprocamente sconosciuti, che scambiandosi frammenti testuali, immagini e segni di vario tipo possono agevolmente arrivare a conoscersi “realmente”, se ne hanno voglia e occasione.
Sul fatto che pochi interagiscano per “costruire senso” (posto che il senso si costruisca socialmente, cosa che non credo, ma intendo l’espressione come un “agire comunicativo”) non sono d’accordo: la mia esperienza personale mi dice che di senso ho provato a costruirne parecchio (ho dialogato con scrittori e politici, ho imparato e insegnato, scambiato informazioni, corretto errori, smontato stupidaggini). E a parte il mio caso personale potrei solo limitarmi a citare gli esempi più politici, come l’attuale protesta NoTav, o il Popolo Viola e il No-Berlusconi Day, l’Onda, ecc.: sono tutti casi in cui individui non precedentemente integrati in gruppi costituiti hanno potuto comunicare, organizzarsi e agire efficacemente. Mi pare che questo possa corrispondere almeno a una delle possibili definizioni di “costruzione sociale di senso”.
Certamente i social network sono diversi tra loro, e per parlarne nel dettaglio bisogna studiarli uno per uno: io mi riferivo genericamente a Facebook, che conosco e pratico più di ogni altro, e non pretendevo di considerare universale il mio modello.
Riguardo alla filosofia: non ho mai pensato che la filosofia sia sterile, al punto che cerco sempre – senza gran successo – di convincere i miei allievi a studiarla all’università. Penso però che possa essere sterile, specialmente in una prospettiva planetaria e non provinciale come la nostra, l’insegnamento della storia della filosofia, o quantomeno il vecchio dogma hegeliano-gentiliano-crociano per cui la filosofia è storia della filosofia. In questo senso l’incontro (di persona e non su Facebook…) con il filosofo Roberto Casati è stato per me fondamentale: per fare filosofia – mi disse Roberto – bisogna studiare i problemi filosofici attuali, e poi eventualmente risalire all’indietro fin dove si vuole (lui disse vent’anni…). Ti rimando al capitolo della sua recente Prima lezione di filosofia per un punto di vista non storicista , che condivido in pieno, sull’insegnamento della filosofia.
Ben vengano le “teorie dell’assurdo” (per citare un libro di Francesco Berto sui sistemi logici non classici) o la logica buddhista: sempre di logica si tratta, ossia – insisto – di una materia che nelle nostre scuole superiori non si studia normalmente. Nulla vieta di dilungarsi un po’ sul sillogismo mentre si spiega Aristotele, ma la logica moderna è tutt’altra cosa e il tempo scolastico per insegnarla io non saprei proprio dove trovarlo.
La questione del frame (suppongo in senso goffmaniano): è certamente importante, e un critico del social network ha gioco facile nell’osservare che l’assenza di corporeità costituisce un frame particolarmente asettico. Si può rispondere in molti modi: il frame non è mai assente, e allora non si vede perché dovremmo preferire i vecchi frames della comunicazione standardizzata nella società capitalista dello spettacolo integrato, (mercificata autoritaria strategica inautentica e chi più ne ha più ne disprezzi) piuttosto che una modalità “nuova” di interazione tra individui a priori reciprocamente sconosciuti, che scambiandosi frammenti testuali, immagini e segni di vario tipo possono agevolmente arrivare a conoscersi “realmente”, se ne hanno voglia e occasione.
Sul fatto che pochi interagiscano per “costruire senso” (posto che il senso si costruisca socialmente, cosa che non credo, ma intendo l’espressione come un “agire comunicativo”) non sono d’accordo: la mia esperienza personale mi dice che di senso ho provato a costruirne parecchio (ho dialogato con scrittori e politici, ho imparato e insegnato, scambiato informazioni, corretto errori, smontato stupidaggini). E a parte il mio caso personale potrei solo limitarmi a citare gli esempi più politici, come l’attuale protesta NoTav, o il Popolo Viola e il No-Berlusconi Day, l’Onda, ecc.: sono tutti casi in cui individui non precedentemente integrati in gruppi costituiti hanno potuto comunicare, organizzarsi e agire efficacemente. Mi pare che questo possa corrispondere almeno a una delle possibili definizioni di “costruzione sociale di senso”.
Certamente i social network sono diversi tra loro, e per parlarne nel dettaglio bisogna studiarli uno per uno: io mi riferivo genericamente a Facebook, che conosco e pratico più di ogni altro, e non pretendevo di considerare universale il mio modello.
Riguardo alla filosofia: non ho mai pensato che la filosofia sia sterile, al punto che cerco sempre – senza gran successo – di convincere i miei allievi a studiarla all’università. Penso però che possa essere sterile, specialmente in una prospettiva planetaria e non provinciale come la nostra, l’insegnamento della storia della filosofia, o quantomeno il vecchio dogma hegeliano-gentiliano-crociano per cui la filosofia è storia della filosofia. In questo senso l’incontro (di persona e non su Facebook…) con il filosofo Roberto Casati è stato per me fondamentale: per fare filosofia – mi disse Roberto – bisogna studiare i problemi filosofici attuali, e poi eventualmente risalire all’indietro fin dove si vuole (lui disse vent’anni…). Ti rimando al capitolo della sua recente Prima lezione di filosofia per un punto di vista non storicista , che condivido in pieno, sull’insegnamento della filosofia.
Ben vengano le “teorie dell’assurdo” (per citare un libro di Francesco Berto sui sistemi logici non classici) o la logica buddhista: sempre di logica si tratta, ossia – insisto – di una materia che nelle nostre scuole superiori non si studia normalmente. Nulla vieta di dilungarsi un po’ sul sillogismo mentre si spiega Aristotele, ma la logica moderna è tutt’altra cosa e il tempo scolastico per insegnarla io non saprei proprio dove trovarlo.
Ora rispondo anche ad Andrea (che ho costretto a leggere fin qui…):
tu mi obietti che il modello logico-argomentativo non sia mai scomparso
dalla nostra società, almeno grazie alla conversazione, ma mi pare che
tu alluda a un modello alto di conversazione, mentre se prendiamo come
esempio la conversazione calcistica (con tutto il rispetto per lo sport)
abbiamo un condensato di tutto ciò che argomentazione non è, nemmeno
nel senso di “cattiva argomentazione”: semplicemente non si adducono
argomenti, non li si concatena in modo logico, non si traggono
conseguenze e se le si traggono non ci sforza di essere coerenti con
esse. Conversazione a parte (e come dici tu, oggi anche quella è
un’esperienza in via di scomparsa) mi riferivo al fatto che le
cosiddette moltitudini siano ben poco esposte alle regole logiche
dell’argomentazione.
Da ultimo Wittgenstein, di cui ricordo, Andrea, che eri studioso in Francia: lungi da me l’idea di sminuirlo, lo considero semplicemente il filosofo più importante del Novecento (altro che Heidegger!) ma ciò non toglie che il paradigma cognitivo gli fosse necessariamente precluso, per ovvi motivi cronologici. Quindi, usare Wittgenstein contro le scienze cognitive mi pare un inutile anacronismo dato che Ludwig ha molto altro da dirci. Mi sembrerebbe insomma un po’ come usare Bruno o Bacone come antidoto alla scienza galileiana.
Tu parli di contravveleno al cognitivismo, ma io penso che il vero veleno sia proprio il postmodernismo e la sua incapacità di confrontarsi con la scienza in modo costruttivo (salve forse rare eccezioni, ma non saprei bene quali) e al di là di una generica simpatia politica che non fatico a tributargli. L’importanza della scienza cognitiva per la filosofia è per me centrale, e anche questo lo devo a Casati: nella nostra chiacchierata inaugurale mi fece rapidamente capire come proprio grazie al confronto con le scienze cognitive la filosofia sia finalmente uscita dal recinto delle intuizioni personali e della filosofia da poltrona. Ci stava comoda, la filosofia, in poltrona, ma ora i tempi stanno cambiando. E per fortuna, aggiungerei da ottimista.
Da ultimo Wittgenstein, di cui ricordo, Andrea, che eri studioso in Francia: lungi da me l’idea di sminuirlo, lo considero semplicemente il filosofo più importante del Novecento (altro che Heidegger!) ma ciò non toglie che il paradigma cognitivo gli fosse necessariamente precluso, per ovvi motivi cronologici. Quindi, usare Wittgenstein contro le scienze cognitive mi pare un inutile anacronismo dato che Ludwig ha molto altro da dirci. Mi sembrerebbe insomma un po’ come usare Bruno o Bacone come antidoto alla scienza galileiana.
Tu parli di contravveleno al cognitivismo, ma io penso che il vero veleno sia proprio il postmodernismo e la sua incapacità di confrontarsi con la scienza in modo costruttivo (salve forse rare eccezioni, ma non saprei bene quali) e al di là di una generica simpatia politica che non fatico a tributargli. L’importanza della scienza cognitiva per la filosofia è per me centrale, e anche questo lo devo a Casati: nella nostra chiacchierata inaugurale mi fece rapidamente capire come proprio grazie al confronto con le scienze cognitive la filosofia sia finalmente uscita dal recinto delle intuizioni personali e della filosofia da poltrona. Ci stava comoda, la filosofia, in poltrona, ma ora i tempi stanno cambiando. E per fortuna, aggiungerei da ottimista.
martedì 18 ottobre 2011
Pensieri sparsi sulla guerra sociale che ha luogo in Italia, 2011
Possiamo ora dirlo liberamente, poiché è finalmente venuta ad esaurimento la leggera sbornia unitarista, da festeggiarsi con bandierine tricolori e iniziative pseudoculturali maggioritariamente insulse: L'Italia è in guerra, una guerra sociale, e questo stato di guerra è sotto gli occhi di ognuno.
Per sapere che le classi sociali esistono non c'era bisogno di Marx (al limite bastava Hegel), così come oggi non c'è più alcun bisogno di riutilizzare il vecchio concetto di conflitto di classe: il proletariato industriale che Marx aveva idealizzato come "classe universale", non esiste più o forse non è mai esistito con quelle caratteristiche di omogeneità e universalità, come alcuni hanno sempre sospettato (per esempio Jacques Rancière). Ci sono classi, gruppi, settori, insiemi e soprattutto individui con proprietà sociali simili o diverse tra loro. Oggi, in Italia, gli individui e i gruppi sono attraversati tutti dallo stato di guerra sociale, che schiera due soli campi avversi.
In Occidente, la situazione di guerra sociale, che alcuni (Agamben) teorizzano ormai da anni come guerra civile planetaria, è data dalla pretesa totalitaria del capitale di sussumere tutto il sociale. I cittadini occidentali, e particolarmente quelli della repubblica italiana (in Occidente un paese-frontiera della guerra sociale planetaria) sono schierati su due virtuali campi avversi: chi detiene ricchezza, o è al suo servizio, e chi detiene scarsa o nulla ricchezza o si schiera al fianco dei nullatenenti (anche perché viene rapidamente trasformato in uno di essi).
All'interno di questi due campi le differenze sono molte e rilevanti. Ma i campi sono quelli, e in Italia l'esasperazione sociale, culturale e politica causata dal berlusconismo (più sintomo che causa della guerra sociale) li ha resi più compatti che in passato.
All'interno di questi due campi le differenze sono molte e rilevanti. Ma i campi sono quelli, e in Italia l'esasperazione sociale, culturale e politica causata dal berlusconismo (più sintomo che causa della guerra sociale) li ha resi più compatti che in passato.
Non è necessario approfondire se chi detiene ricchezze sia "capitalista" in senso marxiano, ossia se detenga realmente i mezzi di produzione, o se faccia semplicemente parte di un gruppo sociale che detiene o controlla i mezzi di produzione e dunque la produzione. E' evidente il collante materiale (postideologico) dei due campi in guerra: la ricchezza e il suo immaginario. Ogni altra ideologia sembra oggi ridotta al lumicino, inclusa quella falsamente universalistica della chiesa cattolica.
Si è parlato molto di violenza e pacifismo, negli ultimi tempi, e molto a sproposito. Qualcuno (per esempio Belpoliti) ha teorizzato (per la verità debolmente) la fine delle rivoluzioni e l'inizio dell'epoca delle rivolte. Negli ultimi mesi in Italia ci sono in effetti stati alcuni episodi di scontri violenti tra poliziotti e gruppi di "antagonisti" bellicosi.
Nota: La stessa definizione giornalistica di "antagonista" tende a maschere l'esistenza della guerra sociale. Come se chi critica anche violentemente quest'ordine sociale facesse parte di un semplice "agonismo", una leale gara tra capitale e individui.
Ora, mi pare che non si sia ancora notato che in questi scontri la violenza è sempre stata in qualche modo irregimentata. L'obiettivo dei bellicosi è sempre il solito: la distruzione fisica di obiettivi simbolici come banche e gioiellerie (centrali di spaccio del capitale e del lusso), che non può non passare per il confronto fisico con le forze di polizia, anche nel corpo a corpo. Ogni scontro vede una parte di "vincitori" e una parte di "vinti". E' qui evidentemente in gioco una dimensione simbolica, sinteticamente analizzata da Toni Negri (Il lavoro di Dioniso): la posta consiste in una momentanea vittoria o sconfitta della forza antgonista o dello Stato, simboleggiato dalle forze di polizia. Quello che sembra essere veramente in gioco è il confronto con la forza dello Stato, all'interno di una logica di confronto violento ma non radicalmente distruttivo. Nessun bellicoso ripeterebbe oggi gli slogan degli anni settanta contro lo Stato. Il problema sembra non essere più lo Stato bensì direttamente il capitale.
Tra i bellicosi vi sono anarchici e marxisti: i primi sanno di essere troppo deboli per pensare di attaccare lo stato, gli altri non vogliono distruggerlo in quanto tale ma vorrebbero uno stato privo di capitale (vogliono certamente combattere lo stato capitalista: la questione dell'abolizione dello stato è rinviata indefinitamente).
Un critico letterario neomarxista, commentando i fatti di Roma del 15 ottobre, si compiace di dichiarare "gente di merda" i bellicosi: di merda perché pensano di merda, anzi non pensano, perché non hanno una prospettiva politica.
Nella reazione del postmodernista di fronte a quella che lui chiama "estetizzazione della politica" à la Benjamin, affiora chiaramente l'esacerbato senso di impotenza personale, e di casta, che affligge l'intellettuale italiano progressista nel 2011: il sogno del comunismo si rovescia nell'incubo della violenza anarchica e ai militanti comunisti che scelgono gli scontri di piazza non viene nemmeno riservata l'ipocrisia dei "compagni che sbagliano": sono semplicemente dichiarati impolitici.
Così, l'intellettuale neomarxista prolunga la ridicola ma tragica abitudine delle scomuniche e degli anatemi comunisti: chi è nemico del Partito (oramai virtuale e conseguentemente e per l'ennesima volta sostituito non senza ansia dal "movimento") lavora per i fascisti.
Sarebbe del resto troppo facile far notare la contraddizione: accusati di "estetizzazione della politica", i blackbloc in realtà né pensano né fanno politica. Si dovrebbe dunque chiedere al critico neomarxista: CHE COSA E' dunque ciò che viene "estetizzato" da questi animali impolitici?
Chi sono, in Italia, i cosiddetti indignati che il 15 ottobre 2011 hanno fatto la loro comparsa sulla pubblica scena italiana, subito intercettati dai bellicosi?
Nota: La stessa definizione giornalistica di "antagonista" tende a maschere l'esistenza della guerra sociale. Come se chi critica anche violentemente quest'ordine sociale facesse parte di un semplice "agonismo", una leale gara tra capitale e individui.
Ora, mi pare che non si sia ancora notato che in questi scontri la violenza è sempre stata in qualche modo irregimentata. L'obiettivo dei bellicosi è sempre il solito: la distruzione fisica di obiettivi simbolici come banche e gioiellerie (centrali di spaccio del capitale e del lusso), che non può non passare per il confronto fisico con le forze di polizia, anche nel corpo a corpo. Ogni scontro vede una parte di "vincitori" e una parte di "vinti". E' qui evidentemente in gioco una dimensione simbolica, sinteticamente analizzata da Toni Negri (Il lavoro di Dioniso): la posta consiste in una momentanea vittoria o sconfitta della forza antgonista o dello Stato, simboleggiato dalle forze di polizia. Quello che sembra essere veramente in gioco è il confronto con la forza dello Stato, all'interno di una logica di confronto violento ma non radicalmente distruttivo. Nessun bellicoso ripeterebbe oggi gli slogan degli anni settanta contro lo Stato. Il problema sembra non essere più lo Stato bensì direttamente il capitale.
Tra i bellicosi vi sono anarchici e marxisti: i primi sanno di essere troppo deboli per pensare di attaccare lo stato, gli altri non vogliono distruggerlo in quanto tale ma vorrebbero uno stato privo di capitale (vogliono certamente combattere lo stato capitalista: la questione dell'abolizione dello stato è rinviata indefinitamente).
Un critico letterario neomarxista, commentando i fatti di Roma del 15 ottobre, si compiace di dichiarare "gente di merda" i bellicosi: di merda perché pensano di merda, anzi non pensano, perché non hanno una prospettiva politica.
Nella reazione del postmodernista di fronte a quella che lui chiama "estetizzazione della politica" à la Benjamin, affiora chiaramente l'esacerbato senso di impotenza personale, e di casta, che affligge l'intellettuale italiano progressista nel 2011: il sogno del comunismo si rovescia nell'incubo della violenza anarchica e ai militanti comunisti che scelgono gli scontri di piazza non viene nemmeno riservata l'ipocrisia dei "compagni che sbagliano": sono semplicemente dichiarati impolitici.
Così, l'intellettuale neomarxista prolunga la ridicola ma tragica abitudine delle scomuniche e degli anatemi comunisti: chi è nemico del Partito (oramai virtuale e conseguentemente e per l'ennesima volta sostituito non senza ansia dal "movimento") lavora per i fascisti.
Sarebbe del resto troppo facile far notare la contraddizione: accusati di "estetizzazione della politica", i blackbloc in realtà né pensano né fanno politica. Si dovrebbe dunque chiedere al critico neomarxista: CHE COSA E' dunque ciò che viene "estetizzato" da questi animali impolitici?
Chi sono, in Italia, i cosiddetti indignati che il 15 ottobre 2011 hanno fatto la loro comparsa sulla pubblica scena italiana, subito intercettati dai bellicosi?
L'etichetta deriva dal libretto di Stéphan Hessel, Indignez-vous!,
subito adottato e amplificato dai mass-media di tutto l'Occidente. (Ma
a New York l'etichetta è più diretta e tatticamente simbolica: Occupy
Wall Street).
Non è
difficile vedere che si tratta di quello che Wittgenstein avrebbe
chiamato un errore grammaticale. Il verbo "indignarsi", non tollera
sensatamente l'imperativo. Dire a qualcuno "indìgnati" non ha più senso
che dire a qualcuno "desidera!" oppure "devi volerlo!" o, in negativo:
"non pensare a un elefante rosa". Non si può indurre qualcuno a
indignarsi, come non lo si può indurre a non pensare a un elefante rosa
dopo che lo si è evocato.
Il linguaggio in molti casi non aderisce alla realtà, e questo è uno di quei casi.
Da dove viene questa esigenza di
autoetichettarsi di fronte all'opinione pubblica (a ciò che ne resta) e -
soprattutto - di fronte ai mass-media? L'impressione è che un'etichetta
confusa possa venire agitata con tanta ingenua convinzione quanto più è
debole e confuso il movimento che si riconosce in esso.
Non
stupisce che i
bellicosi prendano facilmente il sopravvento su un gruppo di persone
che si vogliono pacifiche, ma che non è detto abbiano un rapporto
sostanzioso con la teoria e la prassi della nonviolenza (ben lontana
dall'esaurirsi nel "non lanciare le pietre").
Potrebbe essere di qualche utilità la definizione che Spinoza dà dell'indignazione:
"'indignazione è odio verso qualcuno che ha fatto del male a un altro"
(Etica). Tre elementi sembrano qui essenziali: l'odio, il male commesso,
l'altro che è vittima del male.
Alcuni indignati dicono di protestare per se stessi e il proprio futuro. Questa si chiamerebbe più correttamente rabbia o ira ("cupidità da cui per odio siamo incitati a far del male a chi odiamo", sempre Spinoza). Non riesco a immaginare nessun militante di sinistra del Novecento mentre esclama la propria "indignazione" contro il capitale.
Alcuni indignati dicono di protestare per se stessi e il proprio futuro. Questa si chiamerebbe più correttamente rabbia o ira ("cupidità da cui per odio siamo incitati a far del male a chi odiamo", sempre Spinoza). Non riesco a immaginare nessun militante di sinistra del Novecento mentre esclama la propria "indignazione" contro il capitale.
La mia domanda è: perché si vuole mascherare la propria giusta rabbia sotto un'etichetta posticcia, amabigua e
di provenienza spuria (editoriale e giornalistica)? La risposta che mi
viene in mente è una sola, forse inattesa: perché SI HA PAURA DELLA
VIOLENZA SENZA CONOSCERE LA NONVIOLENZA.
La lotta NoTav è diventata una causa trasversale per tutti coloro che
la guerra sociale non vogliono subirla inermi, indignandosi a mesi
alterni e limitandosi a qualche lamentela se il tecnocrate di turno
somiglia un po' troppo all'anomalo capopolo precedentemente lasciato
governare senza contrasti.
Coloro che lottano in Val di Susa contro un'opera pubblica pensata all'insegna di un'idea di progresso che solo politici ignoranti o in malafede possono proporre senza vergogna - in realtà è finalizzata unicamente al profitto privato, per di più in totale spregio alla crisi dell'economia capitalista che il paese, l'Europa e il mondo (occidentale?) stanno attraversando - non sono uniti dall'appartenenza di classe.
Se è vero che in Valle lottano molti proletari, anarchici o comunisti più o meno bellicosi e organizzati, è altrettanto vero che aderiscono alla causa NoTav molti appartenenti alla cosiddetta "classe media" (esempio esemplare di non-concetto).
La Valle è diventata un simbolo della lotta a un capitalismo feroce e demente, che non dà frutti se non agli affaristi bipartisan, spesso se non sempre collusi con le mafie, ed elargisce qualche sparuto posto di lavoro per operai temporaneamente prelevati dall'esercito di forza-lavoro disoccupata, riserva perenne e anzi crescente che, come vide Marx, il capitalismo si guarda bene dal tentare di riassorbire.
Che la variante keynesiana del capitalismo da ultimo si rovesci storicamente in war-fare non sembra irrilevante per la guerra sociale della Val di Susa: i partiti borghesi di destra e sinistra, dopo avere affossato lo Stato che in effetti non hanno mai tenuto in gran conto, se non nella sua modalità di "stato d'eccezione", pretendono ora di dispensare squallide elemosine in forma di posti di lavoro manuale per grandi opere inutili e insostenibili. Per perseguire i loro scopi di accumulazione di profitti sono prontissimi a invocare il war-fare per una valle la cui popolazione maggioritariamente combatte ormai da anni con tutte le armi a sua disposizione.
Coloro che lottano in Val di Susa contro un'opera pubblica pensata all'insegna di un'idea di progresso che solo politici ignoranti o in malafede possono proporre senza vergogna - in realtà è finalizzata unicamente al profitto privato, per di più in totale spregio alla crisi dell'economia capitalista che il paese, l'Europa e il mondo (occidentale?) stanno attraversando - non sono uniti dall'appartenenza di classe.
Se è vero che in Valle lottano molti proletari, anarchici o comunisti più o meno bellicosi e organizzati, è altrettanto vero che aderiscono alla causa NoTav molti appartenenti alla cosiddetta "classe media" (esempio esemplare di non-concetto).
La Valle è diventata un simbolo della lotta a un capitalismo feroce e demente, che non dà frutti se non agli affaristi bipartisan, spesso se non sempre collusi con le mafie, ed elargisce qualche sparuto posto di lavoro per operai temporaneamente prelevati dall'esercito di forza-lavoro disoccupata, riserva perenne e anzi crescente che, come vide Marx, il capitalismo si guarda bene dal tentare di riassorbire.
Che la variante keynesiana del capitalismo da ultimo si rovesci storicamente in war-fare non sembra irrilevante per la guerra sociale della Val di Susa: i partiti borghesi di destra e sinistra, dopo avere affossato lo Stato che in effetti non hanno mai tenuto in gran conto, se non nella sua modalità di "stato d'eccezione", pretendono ora di dispensare squallide elemosine in forma di posti di lavoro manuale per grandi opere inutili e insostenibili. Per perseguire i loro scopi di accumulazione di profitti sono prontissimi a invocare il war-fare per una valle la cui popolazione maggioritariamente combatte ormai da anni con tutte le armi a sua disposizione.
Tra queste armi, a differenza da quelle dei politici embedded,
specialmente quelli del PD, non è affatto esclusa la nonviolenza. Il
fatto che in questa fase i bellicosi abbiano preso il sopravvento
dimostra soltanto che nessuna forza poltica ha realmente provato a
inserirsi nel dissidio tra il movimento NoTav e l'affarismo bipartisan.
I mezzi dei bellicosi sono sbagliati, anche se forse finora non del tutto controproducenti (la causa non è affatto indebolita, al contrario); ma gli affaristi che usano delle forze dell'ordine non solo usano mezzi violenti, ma li usano per fini del tutto immorali.
I mezzi dei bellicosi sono sbagliati, anche se forse finora non del tutto controproducenti (la causa non è affatto indebolita, al contrario); ma gli affaristi che usano delle forze dell'ordine non solo usano mezzi violenti, ma li usano per fini del tutto immorali.
[to be continued]
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giovedì 29 settembre 2011
Adieu Monsieur Novecento (Vogue32)
La
musica del Novecento ha 86 anni e attualmente il suo nome è Pierre Boulez. È
lui l'ultimo grande della Nuova Musica (etichetta che designa la musica
d’avanguardia del secondo dopoguerra), uno dei più straordinari musicisti viventi
e l'ultimo della sua generazione. La stessa di Stockhausen, Berio, Nono,
Maderna, Ligeti. Il celebrato compositore ed eccelso direttore d'orchestra sta
portando in tournée in Europa (in Italia, a Torino e a Milano, per il Festival
MITO) il suo Pli selon Pli, un astratto ritratto musicale del poeta
Mallarmé, costruito su alcuni sonetti del poeta francese.
Boulez
porta benissimo i suoi anni ed è molto emozionante vederlo dirigere con una precisione
ineguagliabile e un’energia tutta intellettuale (siamo agli antipodi della
figura del direttore romantico). La sua musica
è un misto di invenzione sublime e regole formali ferree (all’università
Boulez studiò matematica). Comunica emozioni per la sua ostentata assenza di
emozioni.
Ascoltare
oggi queste potenti e gelide composizioni per soprano e orchestra non può non
far riflettere sulla grande musica del Novecento, di cui Boulez è ormai il
glorioso superstite. La musica di Boulez (il cui “serialismo integrale” è uno
sviluppo estremo della dodecafonia di Schoenberg) ha ovviamente i suoi
detrattori. Basterebbe ricordare un articolo sardonico di Glenn Gould: “Boulez
non sarà magari un grande compositore, ma è certamente un artista interessante”
(L’ala del turbine intelligente). O
il giudizio tranchant del grande musicista
ungherese Ligeti, secondo cui la musica seriale è il frutto di un metodo dovuto
a una nevrosi compulsiva. D’altra parte un evento come la collaborazione di
Boulez con Frank Zappa, il geniale e dirompente musicista rock (ma l’etichetta
“rock” non è mai stata meno sufficiente) per il disco The Perfect Stranger, proietta
un fascio di luminosa simpatia umana sul compositore francese, da molti
considerato né più ne meno che un cervellotico dittatore (per anni ha diretto –
verrebbe da dire con pugno di ferro – l’IRCAM di Parigi, uno dei più importanti
centri di ricerca acustica e musicale al mondo).
Tornando
al concerto, l'ultimo verso di Pli selon
pli gela il sangue nelle vene: “un poco profondo ruscello calunniato la
morte”, con la parola “morte” urlata sottovoce (non so come altro dire) dal soprano
canadese Barbara Hannigan (http://www.barbarahannigan.com/).
Un gesto musicale difficilmente dimenticabile e che basterebbe a smentire
l’idea di una musica anaffettiva (quelle che scarseggiano, per non dire che
sono del tutto assenti, sono le emozioni positive…). Se Boulez, dirigendo quest'opera
grandiosa e gelida voleva farci pensare all’imminente fine, sua e del Novecento
musicale con lui, ci è riuscito perfettamente. Per fortuna la bellezza quasi aggressiva
della Hannigan, personaggio sempre più di spicco della musica contemporanea (ha
esordito recentemente anche come direttrice d'orchestra), fa da perfetto
contraltare alle emozioni cupe del concerto.
Nel
suo seducente e geometrico perfezionismo, Boulez avrà certamente calcolato
anche questo.
sabato 24 settembre 2011
Siamo tutti gay
È “giusto” che i nomi dei politici
omofobi di cui si sospetta l’orientamento omosessuale vengano inseriti in una
lista di nomi pubblicata su un blog e poi diffusa via web? Potrebbe mai essere giusto qualcosa del genere? La risposta
è ovviamente no, non c’è nulla di “giusto” in tutto questo, come in nessuna
lista di proscrizione, persecuzione politica, denigrazione pubblica di
personaggi della politica o dello spettacolo. Come in qualsiasi violenza piccola o
grande, insomma. (Ma attenzione all’argomento che in filosofia si chiama “china
pericolosa”: ad un esame attento potrebbe anche risultare ingiusto imporre
mai alcunché a chicchessia, e così si sconfinerebbe nel difficile campo morale e
politico della nonviolenza e dell’anarchismo).
Tuttavia, nel riflettere sulla
“giustezza” di una simile iniziativa non si può non tenere conto del generale e
gravissimo livello di imbarbarimento in cui l’Italia è caduta, o meglio
scivolata per una china pericolosa, non di colpo ma nel corso degli anni, a causa di alcune anomalie
politiche e sociali che sono sotto gli occhi di chiunque le voglia vedere e
abbia un minimo di strumenti culturali e morali per farlo.
Un imbarbarimento dovuto innanzitutto alla parte politica che ora viene colpita in questo modo (ma per davvero viene colpita? E quanto? I segreti di Pulcinella hanno qualche valore aggiunto se inseriti nel flusso della comunicazione mediatica?).
Un imbarbarimento dovuto innanzitutto alla parte politica che ora viene colpita in questo modo (ma per davvero viene colpita? E quanto? I segreti di Pulcinella hanno qualche valore aggiunto se inseriti nel flusso della comunicazione mediatica?).
Non che il nostro livello di
civiltà fosse esemplare, per la verità: anche limitandoci all’Italia unitaria di cui si sono
stancamente celebrati quest’anno i 150 anni, è noto che il trasformismo
politico (anticamera della corruzione) fece presto la sua comparsa nel
Parlamento post-unitario, il che contribuì a far nascere la presunta esigenza
del salvatore della Patria, notoriamente poi incarnato da un ex socialista
rivoluzionario di nome Mussolini. E il dopoguerra vide subito la penetrazione
della mafia nelle istituzioni, favorita fin dallo sbarco americano e cresciuta
fino alle dimensioni della soffocante piovra di cui Saviano ha descritto solo
l’ultima spettacolare versione, quella dell’affarismo camorristico.
Nel caso di questa lista di presunti
omosessuali omofobi (di questo si tratterebbe), la stessa comunità omosessuale
è ovviamente divisa: come può essere uno strumento di lotta per i propri diritti accusare gli
omofobi di appartenere alla stessa comunità da essi disprezzata? Che senso
politico e morale può avere questa spiata (anonima e dunque fortemente
indebolita nella sue eventuali pretese morali)?
Sarebbe bello vivere in un paese
normale, come quello evocato in un suo libro da D’Alema (uno dei politici
unanimemente accusati di aver maggiormente contribuito all’allontanarsi della
normalità): un paese cioè nel quale gli orientamenti sessuali di ciascuno non
solo non facessero notizia ma nemmeno abbisognassero di impervi iter
legislativi, regolarmente vanificati dagli “scrupoli di coscienza” di qualche
benpensante.
Sarebbe bello, ma così non è: l’Italia
non è (più e da tempo) un paese per anime pure. E come si dice in questi casi: à la guerre comme à la guerre.
mercoledì 21 settembre 2011
Bentornato, Houellebecq (vogue31)
Bentornato, Houellebecq
E'
durata poco, per fortuna, l'ansia per la presunta scomparsa di Michel
Houellebecq. Razionalista nichilista e maudit,
scrittore tra i più philosophes tra
quanti oggi abbiano un grande pubblico, Houellebecq, alias Michel Thomas, è
noto per una certa misantropia: vive in solitudine e il suo editore è abituato
a lunghi silenzi. Nei giorni scorsi tuttavia si era diffusa su internet la
notizia che lo scrittore francese, atteso ad Amsterdam e Bruxelles per un ciclo
di letture, non si era presentato e nessuno aveva sue notizie.
Così,
le scene dei suoi libri iniziavano ad affacciarsi alla mente degli appassionati
lettori (quelli che non sono appassionati lo odiano): “La testa della vittima
era intatta, mozzata di netto, posata su una poltrona davanti al caminetto; una
piccola pozza di sangue si era formata sul velluto verde scuro (…). Il resto
era un massacro, una carneficina insensata, brandelli, strisce di carne
sparpagliati sul pavimento”. Questa era la fine riservata al personaggio omonimo
dello scrittore (simile ma non identico alla persona reale) in La carta e il territorio, un bel romanzo
molto diverso dai precedenti, meno nichilista e disperato - nonostante vi si
narri di solitudine, eutanasia e assassinio - con il quale Houellebecq ha
finalmente vinto nel 2010 il premio Goncourt, uno dei più prestigiosi premi
letterari francesi.
Nelle
Particelle elementari¸ uno dei suoi
capolavori centrati sull’infelicità della condizione umana e sulla possibilità
di trionfare su di essa attraverso la tecnica (idea svolta in termini di
clonazione nel romanzo La possibilità di
un’isola, spietato visionario e lirico, forse il suo capolavoro),
descriveva sobriamente il probabile suicidio del protagonista: “Al momento
della sua scomparsa, Michel Djerzinski era unanimemente considerato un biologo
di altissima levatura, e lo si riteneva un valido candidato al Nobel; ma
l’effettiva portata della sua opera si sarebbe rivelata solo in seguito. (…)
Secondo la testimonianza delle poche persone che frequentarono Djerzinski in
Irlanda durante le sue ultime settimane, su di lui sembrava essere scesa una
sorta di rassegnazione. Il suo volto ansioso e mobile sembrava essersi
pacificato (…) Permanendo malgrado tutto il mistero intorno alla scomparsa di
Djerzinski, il fatto che il suo corpo non sia mai stato ritrovato ha finito per
alimentare una tenace leggenda secondo la quale sarebbe partito per l’Asia,
segnatamente per il Tibet, al fine di confrontare i propri lavori con certi
insegnamenti della tradizione buddista”.
Se
non proprio di una fuga in Tibet, speravamo - noi ammiratori incondizionati
dello scrittore - che si trattasse di un’assenza dovuta a ragioni futili e
passeggere: la spiegazione ufficiale parla infatti di un misunderstanding.
(Immaginiamo Houellebecq riferirisi in cuor suo all'accaduto in termini meno
diplomatici).
Certo,
è nota la sua tendenza depressiva, fulcro dell’ispirazione letteraria, e un po'
di inquietudine ci turbava. Ma non escludevamo, non fosse per la fatica e il
dubbio godimento che se ne potrebbe trarre, in una specie di capriccio
d’artista, per il divertimento di vedere quali stupidaggini si possano ancora
scrivere sul suo genio. Come quando da bambini, o per melanconia, immaginiamo
il nostro funerale e il pianto dei nostri cari per la nostra scomparsa.
Se
davvero Houellebcq non avesse mai più potuto scrivere il suo prossimo romanzo,
avremmo almeno sperato che la sua scomparsa somigliasse a quella del protagonista delle Particelle, descritta con tratti sublimi:
“Svariate testimonianze attestano la sua fascinazione per quella punta estrema
del mondo occidentale, costantemente bagnata da una luce mobile e dolce, dove
amava spingersi durante le sue passeggiate; dove, come scrive in uno dei suoi
ultimi appunti, ‘il cielo, la luce e l’acqua si confondono’. Oggi noi pensiamo
che Michel Djerzinski sia entrato nel mare”.
No,
Michel non è entrato nel mare, per fortuna, ma è sano e salvo a casa sua.
Prendere
nota per la prossima volta: ricordarsi di imparare a non prestare orecchio alle
chiacchiere della società dello spettacolo.
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