E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)

sabato 10 novembre 2012

Lettera aperta ad ALBA (Soggetto Politico Nuovo), di Rinaldo Locati

Poco tempo dopo la mia lettera aperta ai militanti di ALBA, ricevo e pubblico volentieri una lettera aperta di Rinaldo Locati, già primo coordinatore torinese del Soggetto Politico Nuovo, insieme al sottoscritto.
Lascio ogni considerazione ai lettori.

SBILANCIAMOCI
OVVERO: UN BILANCIO SULL’ESPERIENZA DI ALBA

Cari amici albigesi e non,
poiché non è mia abitudine lasciarmi alle spalle “dei sospesi”, vi sottopongo le presenti riflessioni per richiamare la vostra attenzione su alcuni passaggi che hanno caratterizzato la ancorché breve esperienza di ALBA.
Dichiarando sin da subito che è quantomeno imbarazzante lo “scarto” tra la realtà attuale di ALBA e la  pretesa iniziale, posta a base del manifesto costitutivo, di dare vita ad un Soggetto Politico Nuovo. Nuovo nei metodi, nelle forme e nei contenuti.

LA DUE GIORNI SUL LAVORO
L’incontro nazionale sul lavoro che si è tenuto a Torino sabato 6 e domenica 7 ottobre è stato per ALBA sicuramente l’evento pubblico sino ad ora più importante.
Per quanto riguarda la “macchina organizzativa” il nodo torinese ha gestito al meglio tutti gli aspetti pratici dell’evento (location, accoglienza, pasti, ecc.), ma a questo innegabile successo, che per molti è stata la dimostrazione del buono “stato di salute” di ALBA, ha fatto da contraltare un esito politico altrettanto positivo?
Personalmente ritengo di no.
Tralascio di soffermarmi sui risultati dei tre laboratori tenuti sabato pomeriggio, poiché le relazioni conclusive agli stessi sono recuperabili sul sito di ALBA; nel merito mi limito a dire: parole tante, forse anche buoni propositi, proposte concrete quasi nulle, politichese “stretto” a iosa.
Parto, invece, da quelle che sono state le conclusioni politiche di domenica, che possiamo così sintetizzare:
-          intenzione di ALBA di “sondare”, all’esterno, la possibilità di dare vita ad una lista che si presenti alle elezioni politiche del 2013;
-          impegno di ALBA, a fianco della FIOM, nella campagna referendaria sull’articolo 8 (Riforma Sacconi) e sull’art. 18 (Riforma Fornero).

VERSO IL 2013
Sia la lettera pubblicata a luglio sul sito di ALBA dal Comitato Esecutivo nazionale, sia Marco Revelli nel suo articolo pubblicato su Il Manifesto del 3 ottobre, sia diversi interventi alla due giorni sul lavoro, hanno posto con forza la necessità di arrivare al 2013 facendo tutto il possibile perché anche sul terreno elettorale si condensi una galassia di forze e di culture che, sulla base di discriminanti chiare, siano un’alternativa credibile al dogma liberista imperante.
Io non voglio certo negare che sia necessario dare una rappresentanza, anche istituzionale, a chi oggi non ha rappresentanza e tantomeno negare che sia necessario che questa rappresentanza sia portatrice di una proposta radicalmente antiliberista. Così come credo che sia necessario recuperare ad una proposta politica autenticamente di sinistra quel 40% di elettori che non intende andare a votare e quella parte di elettori che si rifugia nel voto grillino di protesta.
Ma, al di là dei nostri desiderata, concretamente è possibile arrivare alla scadenza elettorale del 2013 avendo messo in campo un’ipotesi di questo tipo?
Sinceramente io credo di no!
E’ vero che a tutt’oggi non sappiamo ancora con quale legge elettorale andremo a votare, ma mi pare che in questi ultimi giorni il panorama politico si vada chiarendo.
Le regole stabilite dal PD per le prossime primarie e l’apertura della partecipazione delle stesse a Vendola, stanno a dimostrare che quelle primarie sono primarie di coalizione; coalizione che al momento è così composta: PD+SEL+PSI.
Dando per scontato che con la coalizione PD+SEL+PSI (+ eventualmente IDV) ALBA non abbia nulla a che fare, mi chiedo: ALBA con chi dovrebbe costituire questa sorta di “cartello” antiliberista con cui andare alle elezioni?
Se la risposta, come da molti ripetuto, è: una “Lista Civica di Alternativa”, fatta con i movimenti, con le associazioni, con gli amministratori di piccole e grandi città e con ciò che esiste di politicamente organizzato alla sinistra di SEL, in sostanza con Rifondazione Comunista + partitini comunisti vari, mi pare che la risposta sia assai poco credibile.
Per un verso credo che si debba prendere atto che oggi in Italia le situazioni di lotta presenti nella realtà sono comunque situazioni numericamente “marginali” e per un altro verso credo che si debba prendere atto che ciò che esiste a sinistra di politicamente organizzato ha ormai da tempo esaurito qualsivoglia funzione propositiva; per quanto riguarda le associazioni e gli amministratori locali credo che molto difficilmente le une e gli altri prenderanno le distanze dalle forze politiche di riferimento: gli amministratori perché ad esse debitori della carica, le associazioni perché perlopiù ad esse debitrici di prebende clientelari varie.
Se la risposta, invece, è: corriamo da soli, mi pare che l’ipotesi sia ancora meno credibile.
In assenza di un personaggio pubblico e mediatico di spicco che “tiri la volata”, un Santoro tanto per fare un nome, e in assenza di ingenti capitali da riversare in una campagna elettorale, non mi è proprio possibile capire come il messaggio di ALBA abbia possibilità di raggiungere una fetta consistente dell’elettorato.
Sia che si vada a votare con l’attuale legge elettorale, sia con una legge elettorale nuova, molto difficilmente una lista civica ALBA+Altri riuscirebbe a superare le attuali o future soglie di sbarramento e men che mai avrebbe possibilità di successo una lista di ALBA da sola.
Rispetto alla possibilità di passare le soglie sarebbe diverso se ad una lista civica ALBA +Altri si aggregasse l’IDV. Al momento però qui siamo sul terreno della fantapolitica e ogni analisi è puro esercizio accademico, anche se è facile immaginare che alla fine l’IDV  entrerà in coalizione con il PD e se così non fosse l’ipotesi più probabile è che l’IDV corra da sola, anche perché un’eventuale alleanza con Rifondazione rischierebbe di spaccare la stessa IDV.
A partire da queste considerazioni, va detto con chiarezza che l’ipotesi che ALBA, con altri o da sola,  concorra alle prossime elezioni politiche è una pura e semplice “fascinazione elettoralistica”, assolutamente velleitaria e priva di qualsivoglia serio radicamento nella realtà.
In sostanza, se ALBA vuole mantenere fermi quei principi che sono alla base della sua costituzione, se non vuole rinnegare quello spirito di novità che almeno al suo sorgere ha rappresentato, credo che la cosa migliore che possa fare, certo dolorosa ma inevitabile, sia quella di “saltare il giro”.
Che non vuol dire non fare nulla, ma che significa attrezzarsi per essere presenti nella realtà, che significa impegnarsi quotidianamente in quel lavoro oscuro e faticoso di organizzazione, che significa, davvero, cercare di intercettare e di diventare rappresentanza di quella moltitudine di soggetti sociali che oggi sono “tagliati fuori” da qualsiasi percorso politico.
Con la consapevolezza, peraltro, che non si diventa “rappresentanza” di qualcuno o di qualcosa per il solo fatto di autonominarsi tale, ma lo si diventa se si è parte attiva e “interna” di un processo.

LA CAMPAGNA REFERENDARIA
Alla due giorni sul lavoro oltre alla campagna “verso il 2013” è stata altresì lanciata la campagna referendaria, decidendo di impegnare ALBA nella raccolta di firme, per promuovere i referendum per ripristinare nella sua versione originaria l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e per abrogare l’art. 8 del decreto legge 138/2001, che permette di derogare dalla contrattazione collettiva nazionale.
A questa iniziativa, promossa dalla FIOM, ha aderito un ampio schieramento di forze politiche; oltre ad ALBA hanno infatti aderito sia partiti (SEL, IDV, PRC, PdCI) sia associazioni (Lavoro e Società, Giuristi Democratici, Articolo 21, Forum Diritti Lavoro).
Contestualmente l’IDV ha lanciato anche la campagna, definita “anticasta”, per altri due referendum: uno per l’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti e l’altro per l’abrogazione della diaria parlamentare.
Questa “contestualità” referendaria (referendum sul lavoro e referendum anticasta) complica maledettamente i giochi e le valutazioni da fare risultano né immediate, né semplici.
Se si trattasse di affrontare esclusivamente la questione dei referendum sul lavoro mi pare che la domanda che ci dobbiamo porre, brutale nella sua essenza ma non per questo eludibile, è la seguente: dato per scontato che si riescano a raccogliere le firme per presentare i referendum, esiste poi una possibilità concreta che gli stessi raggiungano il quorum e che se raggiunto risultino vincenti?
Personalmente ho dei seri dubbi, per almeno due valide ragioni:
-          perché è facile immaginare che questi referendum andranno incontro ad un boicottaggio massiccio da parte di Confindustria, dei partiti del centrodestra e del PD, nonché  da parte dei media che gli stessi controllano;
-           perché i precedenti in materia non sono certo confortanti: il referendum del 1985 sulla scala mobile fu tragicamente perso, i quattro referendum del 1995 hanno di fatto portato ad un restringimento della democrazia e della rappresentatività sindacale e da ultimo il referendum del 2003 per estendere l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori alle piccole aziende sino a 15 dipendenti non ha raggiunto il quorum.
La strada più che in salita appare come un grande e rischioso azzardo.
E l’argomentazione che se non ci si prova non si può sapere come andrà a finire, non cambia la situazione: i referendum si indicono non per fare mera opera di testimonianza ma per vincerli. Anche perché in caso di sconfitta la stessa sarebbe destinata ad avere effetti quantomeno nefasti.
Stante la situazione a me pare che chi ha lanciato questa campagna, e chi si è aggregato, ha una percezione del tutto errata degli attuali rapporti di forza esistenti oggi nel nostro Paese e scambia i propri desideri per realtà.
Credo che se si fosse fatto un minimo di “inchiesta”, soprattutto tra precari, disoccupati e partite IVA si sarebbe facilmente rilevato che a questi soggetti dell’art. 8 e dell’art. 18 importa poco o nulla.
Qui non si tratta di essere d’accordo o meno sul “merito”, perché è chiaro che sulla necessità di difendere i diritti del lavoro siamo tutti d’accordo, ma si tratta di discutere del “metodo”.
Personalmente continuo ad essere convinto che la “strada maestra” sia quella della lotta e della mobilitazione dei lavoratori per la conquista “sul campo” dei propri diritti. Mobilitazioni e lotte che possono anche essere premessa per ottenere risultati legislativi e istituzionali; il “viceversa” però è pura illusione: in sostanza, una ricerca di “scorciatoie” destinate a rivelarsi effimere.
Le considerazioni di cui sopra non possono però prescindere dal fatto che in realtà è partita una “doppia” campagna referendaria. Come prima evidenziato, ai referendum sul lavoro si affiancano da parte dell’IDV i referendum anticasta, ed è indubbio che i secondi siano destinati a condizionare pesantemente i primi.
In un quadro sociale che vede la fiducia dei cittadini nei partiti ridotta ai minimi termini non è difficile ipotizzare che i referendum anticasta possano riscuotere un grande successo, “tirando” di fatto “la volata” anche ai referendum sul lavoro.
Se questa è la speranza, implicita ma mai apertamente dichiarata, dei promotori dei referendum sul lavoro, occorre interrogarsi sulla valenza politica dei referendum proposti dall’IDV.
Personalmente ritengo che se il referendum per l’abolizione della diaria ai parlamentari può avere un senso e una giustificazione all’interno dello stato di crisi in cui versa il nostro Paese, per contro ritengo che sia assolutamente da respingere qualsivoglia ipotesi di abrogare il finanziamento pubblico ai partiti.
Una cosa, infatti, è pretendere, giustamente, che i finanziamenti pubblici ai partiti siano soggetti ad uno rigido controllo normato per legge e possibilmente demandato alla Corte dei Conti, cosa del tutto diversa è l’abrogazione “tout court” del finanziamento.
L’idea dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti ha assai poco a che fare con l’idea di un corretto funzionamento della democrazia; ha invece molto a che fare con la canea antipolitica che confonde la funzione fondamentale affidata dalla nostra Costituzione ai partiti con la degenerazione affaristico-clientelare che ha ormai caratterizzato la partitocrazia.
In sostanza, l’idea che i mali della moderna partitocrazia si possano curare con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti non solo è un’idea peregrina, ma è una soluzione peggiore della malattia. Una soluzione destinata ad incrementare le distorsioni che si vorrebbero combattere.
Io credo che se non vogliamo confonderci con la galassia “giustizialista”, che oggi raccoglie peraltro un’innegabile successo mediatico, non possiamo non prendere le distanze dal referendum sul finanziamento pubblico ai partiti, operando nei fatti per il suo fallimento.
Se questa è la situazione mi chiedo come possa essere possibile mettere realisticamente in campo una campagna che spieghi agli elettori la differenza sostanziale tra i quattro referendum, invitando a votare sì per quelli sul lavoro e per quello sull’abrogazione dell’indennità parlamentare e no per quello sul finanziamento pubblico.
La strada non rappresenta solo, come prima detto, un grande e rischioso azzardo, ma rappresenta un vero e proprio “cul de sac”, al fondo del quale è facile vedere “il disastro”.
Scartando l’ipotesi, totalmente non credibile, che i referendum anticasta non raggiungano il quorum, ma che il quorum venga raggiunto dai referendum sul lavoro, le altre ipotesi che realisticamente si prospettano sono le seguenti:
a)     tutti i referendum, sull’onda del “dagli al politico”, raggiungono il quorum;
b)    raggiungono il quorum solo i referendum anticasta.
Nell’ipotesi a) il risultato raggiunto è che a fronte del ripristino di due diritti del lavoro, certo importanti ma di fatto riguardanti solamente i lavoratori stabilizzati, si concretizza una perdita dei diritti riguardanti l’intera collettività, con ciò intendendo l’impossibilità futura, o almeno la grande difficoltà, per le classi subalterne di dare vita a partiti che le rappresentino.
Nell’ipotesi b) al danno si sommerebbe pure la beffa.           
Ora che la campagna è partita non è possibile “tornare indietro” e non resta che adeguarsi, non facendo mancare l’impegno nella raccolta delle firme per i referendum sul lavoro. Quando il sogno sarà finito, temo però che sarà un gran brutto risveglio.   

LA QUESTIONE DELLA DEMOCRAZIA IN ALBA
Le modalità con cui sono state lanciate le due campagne, quella “verso il 2013” e quella  “referendaria”, pongono a mio giudizio, in ALBA, un serio problema di democrazia.
Quando, nel mese di aprile, fu pubblicato il manifesto fondativo di ALBA per quanto mi riguarda ebbi non poche perplessità: il manifesto mi sembrò politicamente assai carente e approssimativo e in sostanza condivisi le critiche allora rese pubbliche, tra gli altri, da Rossana Rossanda.
Ciò nondimeno decisi di aderire ad ALBA perché trovai estremamente interessante la parte del manifesto che poneva a fondamento della costituzione del soggetto politico nuove forme di rappresentanza e di democrazia partecipata.
In breve, ALBA mi sembrò un’occasione, una possibilità su cui valeva la pena spendersi.
Ad oggi, purtroppo, devo constatare che questi presupposti sono stati completamente disattesi.
Sia la decisione di verificare la possibilità di presentarsi alle elezioni del 2013 sia la decisione di impegnarsi nei referendum sono state assunte a livello nazionale, senza alcun coinvolgimento preliminare dei nodi territoriali, ovvero “della base”.
Un autonominato Coordinamento Nazionale (che doveva stare in carica sino a giugno ed è tutt’ora vivo e vegeto) e un altrettanto autonominato Comitato Esecutivo Nazionale (anche questo doveva stare in carica sino a giugno ed è tutt’ora vivo e vegeto) hanno di fatto “comunicato” le proprie decisione ad un’assemblea, quella del 7 ottobre al cinema Massimo di Torino, “blindata” negli interventi, senza dare ai nodi territoriali alcuna possibilità di intervento.
E, per cortesia, non mi si venga a dire, come è stato pubblicamente sbandierato, che ogni decisione in merito alle elezioni sarà presa democraticamente in quanto verrà sottoposta all’approvazione di un’apposita assemblea generale. Assemblee più o meno partecipate, e all’uopo organizzate, il cui compito è quello di “ratificare” decisioni prese altrove, hanno poco a che fare con processi realmente e sostanzialmente democratici.
Così come non mi si venga a dire, come invece mi è stato detto, che ……. in ALBA si parla ormai da tempo sia di partecipare alle elezioni del 2013 sia di partecipare alla campagna referendaria. Un soggetto politico non assume le sue decisioni con il “si parla da tempo”, espressione con cui ci si intende  riferire agli articoli di intellettuali e professori pubblicati da Il Manifesto, agli interventi degli stessi a qualche assemblea, alle lettere “urbi et orbi” del Comitato Esecutivo Nazionale. Il “si parla da tempo” ha, per l’appunto, il valore del “si parla”: ben altre sono le modalità attraverso cui un soggetto politico forma il consenso rispetto ad un progetto.    
Spiace constatarlo, ma in ALBA non solo non sono state attuate le tanto decantate “nuove forme di democrazia partecipata”, ma non sono state praticate neppure le più elementari forme di democrazia tradizionale.
Del resto, di che stupirsi?
Sono ormai passati sette mesi dalla pubblicazione del manifesto costitutivo e ad oggi ALBA non ha ancora uno statuto.
Lo statuto è lo strumento con cui un soggetto politico codifica le proprie regole di funzionamento.
Senza statuto non ci sono regole. Senza regole non c’è democrazia.
IL PESO POLITICO E NUMERICO DI ALBA
L’idea che un nuovo soggetto politico possa nascere, e crescere, e addirittura avere un positivo riscontro elettorale, per il solo fatto che un gruppo di professori e intellettuali, ancorché autorevoli, redige e sottoscrive un manifesto di “chiamata a raccolta” è un’idea quantomeno curiosa.
A dimostrazione il fatto che i molti tentativi fatti in tal senso già a partire dall’inizio degli anni 2000 sono tutti miseramente franati.
Con questo non voglio dire che l’iniziativa in sé sia da respingersi a priori, ma molto semplicemente intendo dire che un nuovo soggetto politico ha possibilità di successo solo ed esclusivamente se rappresenta, in quanto sua espressione, interessi reali che si manifestano in situazioni di contrapposizione al capitale.
Oggi in Italia di tutto ciò esiste poco o nulla.
Le nuove “forme” del lavoro, frantumate in mille articolazioni, in un quadro che non si capisce più quanto ancora “europeo” e quanto già “cinese”,  rappresentano un qualcosa di inedito e di assai poco esplorato, che al momento non esprime, se non eccezionalmente, la propria autonoma soggettività.
In questo contesto, nel quale occorrerebbe provare a riannodare i fili del discorso per tentare di ricomporre un quadro di insieme e magari testare la realtà con qualche proposta, mi pare che ALBA tenda a ripiegarsi nei soliti circoli chiusi, salvo invocare maldestramente ad ogni piè sospinto situazioni inesistenti a livello di espressione sociale, come “la società civile”, “gli operai”, “i giovani”, “i movimenti”.
La conseguenza di questo orientamento è che ALBA ad oggi rappresenta esclusivamente se stessa o poco più.
Per quanto riguarda il peso “numerico” di ALBA il discorso è presto fatto.
Se andiamo ad analizzare l’andamento delle sottoscrizioni al manifesto costitutivo, possiamo rilevare quanto segue:
- il manifesto è stato pubblicato il 28 marzo;
- al 31 marzo le firme erano 1.858;
- all’11 aprile le firme erano 3.287;
- al 30 aprile le firme erano 4.812;
- al 31 maggio le firme erano 5.562;
- al 30 giugno le firme erano 5.945;
- al 31 luglio le firme erano 6.163;
- al 31 agosto le firme erano 6.238;
- al 30 settembre le firme erano 6.330;
- al 05 ottobre, prima della due giorni sul lavoro, le firme erano 6.354;
- alla data odierna, 21 ottobre, le firme sono 6.432.
Dai dati di cui sopra, emerge che:
-          nei primi 15 giorni di pubblicazione del manifesto (28 marzo – 11 aprile) sono state raccolte oltre il 50% della totalità delle firme oggi presenti;
-          al 30 aprile, in poco più di due mesi dalla pubblicazione del manifesto, sono state raccolte circa il 75% della totalità delle firme oggi presenti;
-          nel mese di maggio sono state raccolte 750 firme;
-          nel mese di giugno sono state raccolte 383 firme;
-          nel mese di luglio sono state raccolte 218 firme;
-          nel mese di agosto sono state raccolte 75 firme;
-          nel mese di settembre sono state raccolte 92 firme;
-          nel mese di ottobre, sino alla data odierna, sono state raccolte 102 firme;
-          nei giorni successivi alla due giorni sul lavoro del 6 e 7 ottobre e sino alla data odierna sono state raccolte 78 firme.
Mi pare che i numeri siano molto significativi e che attestino in modo lampante che:
-          nella sua fase iniziale ALBA aveva suscitato un indubbio interesse e il progetto aveva coinvolto un gran numero di adesioni;
-          a partire dal mese di maggio le adesioni crollano e il progetto anziché dilatarsi tende a restringersi in modo vistoso;
-          la due giorni sul lavoro ha avuto in termini di adesioni ricadute assai deludenti.
In sostanza, allo scarso peso “politico” di ALBA fa da contraltare, non casualmente,  un altrettanto inconsistente peso “numerico”.
Circostanza questa dei numeri confermata, tra l’altro, sia dalla scarsa partecipazione alle assemblee, mai più di 20/30 persone, del nodo torinese di Torino, che con oltre 350 firmatari risulta essere il nodo territoriale più consistente, sia dalla scarsa partecipazione alle assemblee nazionali che hanno fatto seguito alla prima di Firenze, sia infine dalla partecipazione alla due giorni sul lavoro del 6 e 7 ottobre che, pur con il consistente appoggio della FIOM, è stata sicuramente inferiore alle attese (nei due giorni, a voler essere ottimisti, si son potute contare non più di 300 presenze).

IN CONCLUSIONE
In conclusione, per quanto mi riguarda, continuerò a seguire le vicende di ALBA, così come da cittadino attento seguo tutto ciò che “si muove” a sinistra del PD, ma sicuramente considero chiuso il mio impegno in un soggetto che pur aspirando a rappresentare “il nuovo” si è rivelato essere un rimestamento di cose trite e ritrite già viste per troppo tempo.

Torino, 21 ottobre 2012  
Rinaldo Locati
(Nodo Territoriale di ALBA Torino)

venerdì 9 novembre 2012

Jean-Luc Nancy e la metafisica della libertà pirata

Also, according to the origin of the word "experience" in peira and in ex-periri, an experience is an attempt executed without reserve, given over to the peril of its own lack of foundation and security in this "object" of which it is nor the subject but instead the passion, exposed like the pirate (peirates) who freely tries his luck on the high seas. In a sense, which here might be the first and last sense, freedom, to the extent that it is the thing itself of thinking, cannot be appropriated, but only "pirated": its "seizure" will always be illegitimate.

Jean-Luc Nancy, The experience of freedom

Risposta a un'accusa irrilevante

L'idea postoperaista della "creazione ontologica" che sarebbe naturalmente insita nella cooperazione sociale è ben fasulla: la cooperazione sociale può anche essere inutile, distruttiva, energivora, vampiresca e micidiale.
L'unico impetus che mi spinge davvero è il desiderio-creazione susseguente ai noochoc-eventi.
Non sono depresso, mio caro amico voyant (1), è solo che in assenza di nuovi eventi noochocanti la fedeltà ai vecchi eventi dopo un po' mi viene a noia e il mio operato si fa superegoico, automatico, approssimativo, incerto e inefficace.
All'asilo, del resto, non terminavo mai di colorare i Goldrake che disegnavo.

Lo vuoi sapere che cosa mi renderebbe davvero FELICE? Poter leggere e scrivere senza curarmi d'altro. La "solitudine essenziale" (Blanchot) della lettoscrittura, come forma empirica di nirvana.

IDEA: rammemorare la presenza mentale, un vecchio evento-verità sempre riattualizzabile, ma solo con fatica e solo per via pratica (pratica quotidiana).

(1) "C'est que le schème sensori-moteur ne s'exerce plus, mais n'est pas davantage dépassé, surmonté. Il est brisé du dedans. Des personnages pris dans des situations optiques ou sonores, se trouvent condamnés à l'errance ou à la balade. Ce sont de purs voyants, qui n'existent plus que dans l'intervalle de mouvement et n'ont même pas la consolation du sublime, qui leur ferait rejoindre la matière ou conquérir l'esprit. Ils sont plutôt livrés à quelque chose d'intolérable qui est leur quotidienneté même. C'est là que se produit le renversement : le mouvement n'est plus seulement aberrant, mais l'aberration vaut pour elle-même et désigne le temps comme sa cause principale. "Le temps sort de ses gonds" : il sort des gonds que lui assignaient les conduites dans le monde, mais aussi les mouvements du monde. Ce n'est pas le temps qui dépend du mouvement, c'est le mouvement aberrant qui dépend du temps. Au rapport, situation sensori-motrice -> Image indirecte du temps, se substitue une relation non localisable, situation optique et sonore pure -> image directe du temps" (Gille Deleuze, l'Image-temps: http://www.cineclubdecaen.com/analyse/livres/imagetempsv2.htm)

venerdì 2 novembre 2012

Comunicato stampa del Partito Pirata Italiano, solidarietà alla residenza universitaria occupata Verdi

Martedì, 30 ottobre 2012, le forze dell'ordine hanno sgomberato la residenza universitaria Verdi di Torino, occupata da gennaio scorso dagli studenti dell'Università in protesta ai tagli al diritto allo studio della Regione Piemonte, in seguito ai quali ottomila studenti aventi diritto sono rimasti senza borsa di studio. L'assemblea online del partito pirata italiano ha precedentemente approvato quanto segue, (risoluzione 996 del 26 giugno 2012:
"Il PP-IT approva e sostiene ogni azione di riappropriazione e autogestione di aree e spazi urbani o rurali, sottratti alla speculazione, da destinarsi a finalità abitativa per quanti, italiani e migranti, non possano accedere al diritto alla casa in tutte le sue forme o a percorsi con finalità socio-culturali, nel rispetto dei Diritti fondamentali, destinati all'intera cittadinanza senza alcuna distinzione."
Sulla base di questo principio, il PP italiano considera l'occupazione della residenza Verdi di Torino un esempio ideale di riappropriazione e riorganizzazione di spazi a fine sociale, avendo la residenza ospitato in questi mesi numerosi studenti iscritti all'Università di Torino e privati della borsa di studio che gli sarebbe spettata di diritto. Il PP vuole ricordare le numerose attività culturali promosse dal comitato di occupazione, quali l'apertura di una libreria-baratto di testi universitari ,di una palestra, di una ciclo officina, l'organizzazione di rassegne cinematografiche e le infinite attività rese servizio del vicino ateneo. Attività talvolta non citate dai mezzi di informazione che hanno erroneamente dipinto gli occupanti come un gruppo di “clandestini sudamericani”, lontani dal mondo universitario. Niente di più falso: alla residenza Verdi è sempre stata privilegiata, di fronte ad un pressante numero di richieste dovute all'emergenza abitativa di una Torino capitale degli sfratti, la vocazione originaria del luogo. In questo momento sono privati del diritto allo studio studenti modello, stranieri e italiani, che dormono nell'atrio dell'università, come è stato largamente riconosciuto dagli organi di stampa. A questo riguardo il PP esprime perplessità per la contraddizioni diffuse dai media nazionali, così come sgomento per la violenza con cui le proteste sono state represse da parte delle forze di polizia. Il il PP esprime tutta la propria solidarietà agli studenti sgomberati e appoggia future esperienze di laboratorio sociale finalizzate a tutelare diritti fondamentali garantiti dalla stessa Costituzione italiana, quale il diritto allo studio, oggi messi in grave pericolo dall'attuale crisi economica e sociale.
Questo documento è stato approvato democraticamente dall'Assemblea Permanente del Partito Pirata.

lunedì 29 ottobre 2012

La disperazione di Penelope, Ghiannis Ritsos


Non è che non lo riconobbe alla luce del focolare;
non erano
gli stracci da mendicante, il travestimento – no;
segni evidenti:
la cicatrice sul ginocchio, il vigore, l'astuzia nello
sguardo. Spaventata,
la schiena appoggiata alla parete, cercava una scusa,
un rinvio, ancora un po' di tempo, per non rispondere,
per non tradirsi. Per lui, dunque, aveva speso vent'anni,
vent'anni di attesa e di sogni, per questo miserabile
lordo di sangue e dalla barba bianca? Si accasciò muta
su una sedia,
guardò lentamente i pretendenti uccisi al suolo, come
se guardasse
morti i suoi stessi desideri. E "Benvenuto" disse,
sentendo estranea, lontana la propria voce. Nell'angolo
il suo telaio
proiettava ombre di sbarre sul soffitto; e tutti gli uccelli
che aveva tessuto
con fili vermigli tra il fogliame verde, a un tratto,
in quella notte del ritorno, diventarono grigi e neri
e volarono bassi sul cielo piatto della sua ultima rassegnazione.

 
1968; da Pietre Ripetizioni Sbarre, 1972: Ripetizioni, seconda serie; trad. Nicola Crocetti

domenica 21 ottobre 2012

Luigi Einaudi sull'orario di insegnamento nella scuola italiana: cent'anni trascorsi invano?

Ringrazio INFINITAMENTE Stefano Beniamino Vaselli per aver reperito questo testo interessantissimo, il cui senso riceve una luce perfetta dagli avvenimenti recenti.
Ricordiamoli brevemente: il ministro della Pubblica Istruzione impone un aumento del 30% dell'orario di lezione a parità di stipendio, non senza aver prima invocato la necessità di usare "il bastone e la carota" per gli insegnanti italiani.
Questo testo è un eccezionale bastone politico e una carota intellettuale ad usum ministri.



Luigi Einaudi, Economista e uomo politico liberale, II Presidente della Repubblica Italiana, I° Presidente Eletto dal Parlamento dell'Italia libera.
(1913) “LA CRISI SCOLASTICA E LA SUPERSTIZIONE DEGLI ORARI LUNGHI.

… Da vent'anni a questa parte le ore di fiato messe sul mercato dai professori secondari sono andate spaventosamente aumentando. Specie nelle grandi città, dalle 10 a 12 ore settimanali, che erano i massimi di un tempo, si è giunti, a furia di orari normali prolungati e di classi aggiunte, alle 15, alle 20, alle 25 e anche alle 30 e più ore per settimana. Tutto ciò può sembrare ragionevole solo ai burocrati che passano 7 od 8 ore del giorno all'ufficio, seduti ad emarginare pratiche. A costoro può sembrare che i professori con le loro 20-30 ore di lezione per settimana e colle vacanze, lunghe e brevi, siano dei perditempo. Chi guarda invece alla realtà dei risultati intellettuali e morali della scuola deve riconoscere che nessuna jattura può essere più grande di questa. La merce «fiato» perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità. Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla settimana, tanto meno per 30 ore. La scuola, a volerla fare sul serio, con intenti educativi, logora. Appena si supera un certo segno, è inevitabile che l'insegnante cerchi di perdere il tempo, pur di far passare le ore. Buona parte dell'orario viene perduto in minuti di attesa e di uscita, in appelli, in interrogazioni stracche, in compiti da farsi in scuola, ecc., ecc. Nasce una complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e scolari a far passare il tempo, pur di far l'orario prescritto dai regolamenti e di esaurire quelle cose senza senso che sono i programmi. La scuola diventa un locale, dove sta seduto un uomo incaricato di tenere a bada per tante ore al giorno i ragazzi dai 10 ai 18 anni di età ed un ufficio il quale rilascia alla fine del corso dei diplomi stampati. Scolari svogliati, genitori irritati di dover pagare le tasse, insegnanti malcontenti; ecco il quadro della scuola secondaria d'oggi in Italia. Non dico che la colpa di tutto ciò siano gli orari lunghi; ma certo gli orari lunghi sono l'esponente e nello stesso tempo un'aggravante di tutta una falsa concezione della missione della scuola media …".

(Dal Corriere della Sera, 21 aprile 1913).
“SCUOLA EDUCATIVA O SCUOLA CALEIDOSCOPIO? (A proposito del disegno di legge Credaro) di Luigi Einaudi

… A me sembra che 18 ore di lezione alla settimana sia il massimo che possa fare un insegnante, il quale voglia far scuola sul serio, e quindi prepararsi alla lezione e correggere i compiti coscienziosamente ed attendere ai gabinetti di fìsica o chimica; il quale, sopra tutto, voglia studiare. Se il legislatore voleva davvero provvedere al bene della scuola doveva aumentare gli stipendi, come fece; ma insieme vietare in modo assoluto agli insegnanti di far lezione oltre le 18 ore settimanali in istituti sì pubblici che privati; non solo, ma doveva proibire assolutamente di dare ripetizioni private a scolari proprii od altrui. Meglio costringere all'ozio assoluto l'insegnante protervo nel non voler prendere un libro in mano, che costringerlo o permettergli di sfibrarsi in un lavoro di vociferazione, che può essere giudicato leggero solo da chi non ha l'abitudine dell'insegnamento …”.
http://www.archive.org/stream/gliidealidiuneco00eina/gliidealidiuneco00eina_djvu.txt

lunedì 8 ottobre 2012

LETTERA APERTA AI MILITANTI DI ALBA, Soggetto Politico tutt'altro che Nuovo

Cari definitivamente ex compagni di ALBA,
oggi senza alcun motivo serio mi avete bannato dal vostro gruppo Facebook di Torino (un gruppo per altro creato da me e popolato di numerosi miei amici e conoscenti ma poi ceduto a voi per dissensi sulla linea comunicativa: voi volevate censurare ogni messaggio fastidioso, io volevo la massima trasparenza).
Questo, naturalmente, è solo l'epilogo della nostra storia comune, all'inizio della quale io ero uno dei due coordinatori torinesi, e alla fine della quale mi ritrovo ad essere stato da voi dimissionato perché iscrittomi nel frattempo al Partito Pirata (nel quale mi trovo benissimo) e  quindi a vostro parere inaffidabile e forse sospetto di tradimento.
Oggi avete anche cancellato diversi post nei quali Rinaldo Locati, l'altro iniziale coordinatore torinese, dopo mesi di vostra frequentazione esprimeva veementemente le sue critiche...
Trovo che per un progetto politico nato all'insegna della democrazia spinta, adottate dei metoducci ben meschini e ridicoli.
Se pensate di poter controllare la comunicazione in Rete siete ridicoli e patetici. (Per esempio quando mi bannate, se sapeste l'ABC dovreste ricordarvi che io di account FB ne ho almeno 2... Ops: e se avessi anche dei fake per spiarvi e farvi gli scherzi? Brrrrrrrr, che paura!).
Ora BANNATEMI SUBITO PER LA SECONDA VOLTA, esercitate questo piccolo potere che vi sentite di avere in virtù dell'investitura che ALBA, il grande Soggetto Politico Nuovo vi ha dato.
FORZA! Bannate! Non potete fare molto altro, ma questo almeno fatelo, CANCELLATE, RIPULITE, ORDINATE, e poi quando fate i vostri congressi sorridete alle masse come quei rivoluzionari perbene che volete essere. Qualcuno tra voi si è persino permesso di invocare la biopolitica dei farmaci per censurare l'opinione di un compagno: un'idea fascista che però sulla vostra bella bacheca non viene censurata. Evidentemente secondo voi la piccola violenza repressiva delle parole da duri va benissimo, se serve per mantenere il vostro ordine: il desiderio di pulizia e innocenza a quanto pare non nuoce troppo alla vostra bella immagine di un'ALBA dorata (ah no, scusate, quello è il nome del partito nazista greco, che strana coincidenza di nomi).
Ma quale immagine pensate di avere costruito? Chi vi segue, oltre ai lettori del Manifesto e a qualche sperduto elettore di una Sinistra ormai morta e sepolta e, all'inizio, qualche babbeo come me? E soprattutto, che siate popolari o meno, COME VI PERMETTETE di censurare il parere di chi vi ha seguito fin dall'inizio, come Rinaldo e il sottoscritto, per poi rimanere profondamente delusi dalla vostra inconcludenza, falsità e opportunismo?
COME VI PERMETTETE? Chi credete di essere, chi credete di rappresentare oltre ai vostri professori universitari le cui parole vi bevete come fossero oro colato? Se foste intelligenti democratici vi mettereste a lavorare per ottenere il consenso dei cittadini e non perdereste tempo a far congressi sui congressi per poi guardare ansiosi e cupidi la televisione ("qualcuno può guardare se nel TGR regionale hanno parlato del convegno?").
Certo, da postmoderni intuitivi e rozzi sapete bene che se nessuno vede l'albero che cade nel fitto della foresta è come se l'albero non fosse caduto per davvero: volete apparire perché temete di non essere, di non essere altro che un gruppuscolo che ha creduto bastasse il Manifesto per fare politica.
(Detto per inciso, siccome siete mediamente abbastanza vecchi ricorderete bene che nel 1972 il Manifesto si presentò alle politiche ottenendo un meritato 0,67% dei voti: io penso che anche impegnandovi non riuscirete a fare molto meglio :-).
Se faceste un buon lavoro politico non avreste tempo da perdere per tenere in ordine il vostro giardinetto su Facebook (un social network di cui per altro non capite nulla, come della Rete in generale: inutile ricordarvi che qualche tempo fa Diego Di Caro e io abbiamo provato a convincervi dell'utilità di avvicinarvi alla democrazia digitale: è stato come voler cavare sangue da una rapa, come voler far volare un asino, ci avete risposto con un assordante e strafottente silenzio, forse perché non avete proprio idea di che cosa sia la politica oggi).

Ora, io ho altro a cui pensare, ma sappiate che da oggi non perderò occasione per dire chi siete veramente: una sinistra vecchia e stanca con qualche ambizioso rinforzo semigiovanile e con un'ingiustificata smania di conquistare spazio nella politica rappresentativa, che per altro vi meriterebbe completamente (peccato per voi che non vi siate dati da fare prima per entrare nel gioco delle poltrone parlamentari).
Soprattutto, non perderò occasione per dire come trattate le persone benintenzionate che con il vostro più gran disappunto non si limitino a eseguire i comandi del vostro Gruppo Dirigente. Già perché voi non siete una struttura democratica, avete un Gruppo Dirigente che vi comanda dall'alto quali iniziative prendere, il dibattito interno non sapete che cosa sia, e sui contenuti politici della vostra proposta siete in alto mare e aspettate tranquilli che ve la confezionino i vostri professori.

Di una cosa sono più contento che di ogni altra: di vedere che alla fine della mia relazione con voi coloro con cui mi sono maggiormente scontrato all'inizio sono gli stessi con cui mi trovo più d'accordo adesso: i compagni Rinaldo Locati, Jasmina Radivojevic e Lino Sturiale. Questo rivolgimento potrebbe insegnare che il confronto e persino lo scontro dialettico, può portare ad insperate sintesi, che il vostro unanimismo perbenista non avrebbe nemmeno permesso di concepire. Ma dubito fortemente che qualcuno di voi possa cogliere l'ironia preziosa di questo insegnamento.

Buona fortuna a tutti, e che la vostra ALBA non vi sia grave.
In ogni caso non credo che siate preparati alla durezza del meriggio.


giovedì 4 ottobre 2012

Deleuze si specchia (vecchio incipit per un blog di fotografia mai aperto)


Deleuze si specchia tra due specchi.
Specchio del mio desiderio, chi è il più singolare del virtuale?
E' nel tra-due che avviene la Differenza, o molteplicità intensa.
Specchiandosi tra due specchi mentre viene fotografato in uno d’essi, Deleuze si sdoppia e si moltiplica all’infinito.
E' una singolarità molteplice: una singolarità con il cappello attuale nebulizzato in un’infinità di copricapi virtuali.
Indossa un soprabito impersonale. La molteplicità in effetti è impersonale, una persona è un fascio di singolarità, non garantita da alcun dio o io.
Deleuze è moltiplicato dal dividersi dell’istante temporale, verso il passato eterno e verso il futuro infinito.
Guarda l’obiettivo. Mi guarda. In ogni fotografia che lo ritrae, Deleuze mi guarda sempre, come se lui fosse una persona, come se lui fosse una persona, come se lui fosse una persona. Come se io fossi una persona e lui volesse mostrarmi che mentre lo vedo sono visto da lui.
Deleuze è una singolarità molteplice, fatta di attuale e di virtuale; il virtuale e l’attuale sono indiscernibili e si scambiano.
Guardando la foto, di primo acchito abbiamo l’impressione di sapere bene qual è il piano del reale e qual è il lato del virtuale. Eppure. Che cosa ce lo garantisce?
La macchina fotografica non può riprendere entrambi gli specchi, perché attuale e virtuale non coesistono mai completamenete. E c’è di mezzo colui che ritrae Deleuze che mi guarda, mi guarda come se lui fosse una persona, come se io fossi una persona e lui volesse mostrarmi che mentre lo vedo sono visto da lui. Ma è falso, sono le potenze del falso che si guardano attraverso i nostri occhi, attuali i miei, virtuali i suoi, o meglio ancora: attuali i suoi, alllora, virtuali i miei, in questo futuro attualizzatosi almeno per me.
Lui non c'è più, nel frattempo, ma le sue singolarità infinite sono ancora qui, con me, formano una nebulosa di concetti che non cessano di avviluppare la noosfera, la sezione di essa che mi è dato vedere dalla mia prospettiva.
In fondo, nell'Essere univoco, Deleuze e io e voi siamo tutti lì, ci teniamo molta compagnia, facciamo giochi bellissimi che non finiscono mai.

mercoledì 3 ottobre 2012

Spazi relazionali per moltitudini in carne e ossa (articolo commissionatomi da un famoso intellettuale organico di sinistra, e mai pagatomi, per una misteriosa rivista)


Gli spazi ipermercatali sono in potenza di infiniti incontri tra individui: le risorse cognitive e comunicative localizzabili in questi luoghi sono dunque sovrabbondanti e la loro attenta considerazione non dovrebbe sfuggire a qualsiasi soggetto interessato alla conoscenza delle dinamiche sociali. Eventualmente per influire positivamente su di esse. 
Avulso dalla scientificità della computer science, il discorso filosofico e culturale contemporaneo sui grandi spazi commerciali ha oscillato tra critiche radicali di scuola marxista (post- o neo-) e considerazioni metafisiche sulla libertà dell’individuo-massa, o piuttosto la mancanza di essa. La filosofia arricchita dall’apporto delle scienze cognitive potrebbe forse iniziare a ripensare queste realtà urbanistiche, economiche e antropologiche guardandole con lenti più variopinte. Tenendo presente che l’epoca degli ipermercati sta forse per tramontare, se è vero che da qualche anno negli USA non se costruiscono più e si iniziano anzi a demolire quelli già esistenti.
Per Guy Debord, il filosofo della Società dello Spettacolo (1971), i termini sono nettissimi: gli spazi extraurbani degli ipermercati sono punti di fuga da una città catturata in un movimento propriamente distruttivo, effetto inevitabile dell’estensione del dominio del capitalismo: “i momenti di riorganizza­zione incompiuta del tessuto urbano si polarizzano transito­riamente attorno a quelle “fabbriche di distribuzione” che sono i supermarkets giganti edificati in terreno nudo, su uno zoccolo di parking; e questi templi del consumo precipitoso sono essi stessi in fuga nel movimento centri­fugo, respinti più lontano via via che divengono a loro volta dei centri secondari sovraccarichi, dal momento che hanno determinato una ricomposizione parziale dell’agglomerato. Ma l’or­ganizzazione tecnica del consumo non è che in primo piano nel processo della dissoluzione generale che ha in tal modo con­dotto la città a consumare se stessa”.
Luoghi centrifughi per la distribuzione delle merci: nel contesto di una filosofia radicalmente negativa della contemporaneità capitalista, Debord non vede altro, anche se percepisce, più intelligentemente di molti epigoni, la positiva possibilità urbanistica e antropologica (“una ricomposizione parziale dell’agglomerato”).
Nella Società dei consumi (1974), Jean Baudrillard fa invece del centro commerciale il simbolo sintetico dell’intera civiltà contemporanea. In modo caratteristicamente iperbolico, il sociologo francese che teorizzerà la scomparsa della realtà ad opera del virtuale, fa del centro commerciale un luogo totalizzante: “Siamo al punto in cui il consumo comprende tutta la vita, in cui tutte le attività si concatenano nello stesso modo combinatorio, dove il canale delle soddisfazioni è tracciato in anticipo, ora per ora, dove l’“ambiente” è totale, completamente condizionato, ordinato, culturalizzato”. Per Baudrillard il sistema contemporaneo delle merci si trasforma in un flusso indifferenziato di segni, dove tutto è l’equivalente universale di tutto. Questa affascinante visione apocalittica sembra oggi più che altro un’invenzione interpretativa non fondata sulle reali dinamiche cognitive ed esperienziali dei soggetti coinvolti negli spazi del consumo di merci.
Un’altra autorevole voce che ha tematizzato i grandi spazi commerciali è quella dell’antropologo Marc Augé, padre della nozione di “non-luogo”: lo spazio extraurbano di un ipermercato, come quello di un aeroporto o di un lunapark, è interpretato da Augé come spazio senza qualità, o dalle qualità pre-determinate (luminosità, decibel, proporzioni, tutto è deciso una volta per tutte nel prototipo di questi spazi seriali). Qui gli individui non entrerebbero in relazione gli uni con gli altri. Questo concetto di relazione è però un concetto teorico non chiaro né distinto, un ideologema del sistema teorico di Augé: prescindendo da un’assiologia implicita, uno spazio in cui moltitudini di individui confluiscono insieme è uno spazio relazionale per definizione.
In anni più recenti, Vanni Codeluppi ha magistralmente riassunto la tradizione degli studi critici sulle merci e i loro spazi: in Lo spettacolo delle merci, Codeluppi rileva molto bene come i centri commerciali debbano mutuare alcune caratteristiche dai tradizionali luoghi di socialità: piazze, luoghi di transito, vie cittadine, spesso mimando le tradizionali strutture urbane (acciottolati, piccole piazze adorne di panchine e piante). Luoghi stereotipici che rinviano a un’idea platonica di città, ideale per l’homo consumens.
La scienza delle reti (Barabási, 2004) insegna che in ogni sistema complesso e strutturato come una rete esistono nodi centrali (hubs) che collegano tra loro nodi minori altrimenti irrelati. Un nodo ricco di collegamenti inediti com’è lo spazio architettonico e antropologico di un ipermercato periferico, frequentatissimo dalla popolazione metropolitana e suburbana, lungi dall’essere un banale esempio di alienazione contemporanea è al contrario un luogo ricco di senso.
Sarebbe bene iniziare a pensarlo come tale.


Testi citati:

Marc Augé M., Nonluoghi. Introduzione a un'antropologia della surmodernità, Elèuthera, 2009.

Albert-László Barabási, Link - la scienza delle reti, Einaudi, 2004.

Jean Baudrillard, La società dei consumi. I suoi miti e le sue strutture, Il Mulino, 1976.

Vanni Codeluppi, Lo spettacolo della merce. I luoghi del consumo dai passages a Disney World, Bompiani, 2000.

Guy Debord, La società dello Spettacolo, Sugarco edizioni, 1990.

martedì 2 ottobre 2012

La filosofia è una malattia (vecchio appunto)

Leggendo un bel libretto di uno dei miei filosofi italiani viventi preferiti mi sono reso conto che per me la filosofia ha un sottofondo psicologico che lui, uno dei miei filosofi italiani viventi preferiti, trascura completamente.
Un po' come quando ho intervistato il mio Maestro di musica, mi sono accorto che parlava di studio della musica in termini esclusivamente positivi, eppure la mia esperienza mi dice il contrario: sofferenze di vario genere possono accompagnare lo studio della musica, naturalmente se qualcosa è andato storto.
Ma sembra che le cose vadano storte molto spesso.

venerdì 28 settembre 2012

Lo spettacolo della nuda morte

Un mostro si aggira per l'Italia, anzi una mostra: una mostra di cadaveri per l'esattezza.
La mostra-mostro si intitola The Human body Exibitions e ha suscitato aspre polemiche in tutto il mondo (ma su un intellettualissimo quotidiano nostrano, qualche mese fa se ne faceva l'elogio, forse per una malintesa coerenza con il sostegno dato anni addietro all'incipiente arte transumana).
Ora l'orrido spettacolo si mostra a Torino, come se alla città non bastasse già lo shock per la crisi economica e le tensioni politiche.
Le polemiche hanno senso soprattutto perché non è chiara la provenienza dei corpi: si tratta forse delle spoglie di prigionieri cinesi, giustiziati e non reclamati dalle famiglie (crudeltà aggiunta a quel crimine contro l'umanità che è la pena di morte).
Ma le ombre di un'etica spettacolare rivoltante si allungano sull'operazione in sé: è sensato, è lecito, è interessante, è tollerabile che si dia in pasto alle folle la visione diretta (e perché non anche l'esperienza del tatto allora ?) di cadaveri umani plastificati e composti in posture divertenti, come un tempo accadeva agli animali impagliati? Il marketing della mostra blatera di opere d’arte con funzione scientifica, ma non si tratta di opere d'arte e la funzione scientifica è totalmente assente (alla sezione dedicata agli effetti di varie malattie ed errate abitudini alimentari può tutt'al più venire attribuita una funzione terroristica).
Un intelligente esperto di arte contemporanea come Francesco Bonami non ha esitato a scrivere tutto il suo disgusto – che condivido visceralmente – per questa operazione: questa roba (mostruosità, buffonata, pagliacciata, sono solo alcuni dei termini usati dal critico curatore) è pura pornografia [http://intranews.sns.it/intranews/20120525/SIQ5027.PDF]. E mi verrebbe voglia di aggiungere «con tutto il rispetto per la pornografia».
Ma che cosa diremmo se fosse un artista contemporaneo a esporre cadaveri umani per fini artistici? È vero per esempio che Jan Fabre ricopre teschi di coleotteri sgargianti e Damien Hirst espone grandi animali squartati, ma né Hirst né Fabre si sono mai sognati di trasformare cadaveri umani in pupazzi giocattolo. Né si sognerebbero di farlo, se non mi inganno completamente riguardo alla funzione e alle intenzioni dell'arte contemporanea, anche quella più forte, discutibile e « brutta ».
Riprendendo un'intuizione di michel Foucault, il filosofo italiano Giorgio Agamben chiama « nuda vita » la vita umana sottomessa al biopotere, che fa vivere e lascia morire. Qui si dovrebbe forse parlare del suo rovescio, la nuda morte, quella che la società dello spettacolo esibisce da decenni senza alcun pudore. Con l'aggravante della manipolazione tecnica dei corpi a scopo di profitto.
Ovviamente non ne faccio un'ingenua questione di « sacralità » degli esseri umani, per altro quotidianamente sacrificati su grande scala ai meccanismi mortiferi della nostra società planetaria. Vorrei però che si riflettesse su quali siano i limiti insuperabili persino dallo Spettacolo, entità neutra e priva di etica.
Quali che siano, The Human Body Exibition sembra averli irrimediabilmente superati.

PS: Spero che per una volta il perbenismo torinese abbia un senso positivo, e che la mostra sarà un orrendo flop...

martedì 11 settembre 2012

Il programma del Partito Pirata

http://programma.votopirata.it/

Il Partito Pirata si attiva politicamente per la difesa dei diritti dei cittadini ed in particolar modo è interessato allaCultura libera, al Diritto d’Autore ed alla Privacy, dentro e fuori la rete, ed enuncia i seguenti punti per i quali intende operare:

1. Principio di Legalità

Il Partito dei Pirati promuove la modifica delle leggi esistenti al fine di salvaguardare i diritti delle persone, dei consumatori, degli autori e degli operatori economici in modo equilibrato e socialmente accettabile.
Il Partito dei Pirati si riserva il diritto di promuovere delle azioni dimostrative tese a mettere in evidenza le contraddizioni di una legge, od i suoi effetti negativi sull’individuo o sulla società, nei limiti di una normale ed accettabile dimostrazione democratica, di carattere episodico e limitata nel tempo.

2. Riforma del Copyright

Il Partito dei Pirati intende promuovere una estesa e radicale azione di riforma della legislazione che riguarda ilDiritto d’Autore (Copyright), al fine di ripristinare l’equilibrio, ora perduto, tra gli interessi degli operatori economici, quelli dei consumatori, quelli degli autori e quelli della società nel suo complesso.
L’elemento fondante di questa riforma dovrà essere il concetto che i materiali protetti da copyright rappresentano la Cultura di una Nazione e come tale possono essere sottoposti a vincoli di utilizzo solo per brevi periodi di tempo e solo per determinate applicazioni di carattere commerciale.
L’accesso a questi materiali deve essere garantito anche per coloro che non possono permettersi l’accesso al mercato per ragioni economiche, ad esempio grazie ad opportune sovvenzioni o attraverso l’opera di pubbliche mediateche. In particolare, è nostra intenzione affrontare il tema del “corretto uso” dei materiali coperti da diritto d’autore (Fair Use), il tema della creazione e dell’uso di copie per uso personale ed il tema dell’uso di sistemi DRMper la protezione dei contenuti. Su tutti questi temi è nostra intenzione chiedere modifiche, anche estese e radicali, alla legislazione esistente.

3. Riforma del Brevetto

Il Partito dei Pirati intende promuovere una estesa azione di riforma della legislazione che riguarda il Brevetto (Patent), al fine di ripristinare l’equilibrio, ora perduto, tra gli interessi degli operatori economici, quelli dei consumatori, quelli degli inventori e quelli della società nel suo complesso.
L’elemento fondante di questa riforma dovrà essere il concetto che i materiali protetti da brevetto rappresentano la Tecnologia di una Nazione e come tale possono essere sottoposti a vincoli di utilizzo solo per brevi periodi di tempo e solo per determinate applicazioni di carattere commerciale.
L’accesso ad alcuni tipi di queste conoscenze ed ai prodotti che ne derivano, in particolar modo nel campo dellamedicina, deve essere garantito anche per coloro che non possono permettersi l’accesso al mercato per ragioni economiche, ad esempio grazie ad opportune sovvenzioni o attraverso l’opera di pubbliche strutture.
Il Partito dei Pirati vuole garantire che le popolazioni locali non siano ingiustamente private dei materiali e delle tecniche (culinarie, mediche e di altro tipo) che fanno parte della loro tradizione a causa di un brevetto.
Il Partito dei Pirati vuole garantire che non sia possibile sottoporre a brevetto un qualunque elemento del nostro ecosistema, dal DNA all’essere vivente nel suo complesso. Il Partito dei Pirati vuole garantire che non sia possibile sottoporre a brevetto idee astratte, codice per computer, algoritmi e formule matematiche.
Il Partito dei Pirati vuole ottenere il riconoscimento del diritto di un governo sovrano ad espropriare un brevetto in caso di necessità. Il Partito dei Pirati intende chiedere che su queste questioni venga delegato a decidere unorganismo sovrannazionale e super partes di cristallina affidabilità, come potrebbe essere l’ONU od ilParlamento Europeo.
Il Partito dei Pirati vuole garantire che i brevetti non vengano utilizzati per impedire l’accesso dei cittadini ad una tecnologia, per impedire l’accesso al mercato ad aziende concorrenti o come strumento di scambio tra aziende. In tutti questi casi, riteniamo che sia necessario l’annullamento immediato del brevetto.
Il Partito dei Pirati vuole garantire che i brevetti siano validi solo nella misura in cui vengono effettivamente utilizzati per rendere disponibile una tecnologia sul mercato. Riteniamo che un brevetto che non viene utilizzato, per qualunque motivo, debba essere annullato dopo solo un breve periodo di attesa.

4. Riforma del Trademark

Il Partito dei Pirati intende promuovere una modesta azione di riforma della legislazione che riguarda i Marchi, i Disegni ed i Modelli, al fine di ripristinare l’equilibrio, ora perduto, tra gli interessi degli operatori economici (aziende) e quelli dei consumatori.
In particolare, il Partito dei Pirati vuole garantire che non sia possibile sottoporre alla registrazione di Marchio dei nomi e dei simboli che già caratterizzano delle realtà simboliche riconosciute ed utilizzate dalla popolazione ma ancora non consolidate (ad esempio, neologismi non ancora inseriti in nessun dizionario ma già ampiamente riconosciuti dalla popolazione).
Il Partito dei Pirati vuole garantire che le popolazioni locali non siano ingiustamente private delle denominazioni dei prodotti e delle tecniche che fanno parte della loro tradizione a causa di un marchi che viene registrato da una azienda o da un consorzio di aziende.
Il Partito dei Pirati vuole garantire che non sia possibile sottoporre a registrazione di Disegno o Modello idee astratte, o comunque vaghe, di un prodotto, ma solo una sua effettiva e ben definita implementazione stilistica. Lo scopo finale di questo intervento è quello di permettere una più ampia concorrenza sul mercato, tra operatori diversi, in settori in cui l’elemento predominante è di tipo stilistico (prodotti di moda) o di tipo produttivo (prodotti alimentari tipici).

5. Riforma del Segreto Industriale

Il Partito dei Pirati intende promuovere una estesa azione di riforma della legislazione che riguarda il Segreto Industriale, al fine di ripristinare l’equilibrio, ora perduto, tra gli interessi degli operatori economici (aziende), quelli dei consumatori, quelli dei ricercatori e quelli della società nel suo complesso.
L’elemento fondante di questa riforma dovrà essere il concetto che le informazioni raccolte durante il lavoro diricerca all’interno delle aziende e delle università sono un bene di pubblica utilità, che deve entrare a far parte del pubblico dominio nel minor tempo possibile. A questo fine, il Partito dei Pirati intende riconoscere alle aziende il diritto ad un breve periodo di riservatezza, utile alla stesura di una richiesta di brevetto od alla conclusione di una parte sostanziale del processo di ricerca e sviluppo.
Il Partito dei Pirati intende anche chiedere che i ricercatori dell’industria siano liberi di rendere pubbliche le informazioni da loro raccolte in tempi brevi, dell’ordine di non più di 3 anni, dal momento della rivelazione delle informazioni al management aziendale.
Il Partito dei Pirati intende chiedere che il ricercatore sia tenuto per legge a divulgare immediatamente ogni informazione che possa contribuire a salvare vite umane o che possa evitare danni alla salute dei cittadini od all’ambiente in cui essi vivono

6. Diritto di Accesso alla Tecnologia

Il Partito dei Pirati intende ottenere il riconoscimento legale del diritto del cittadino ad accedere alla Tecnologia che è disponibile in ogni singolo momento storico nel suo paese.
Il Diritto di Accesso alla Tecnologia viene violato ogni volta che una azienda si rifiuta di produrre un oggetto di cui possiede i brevetti per ragioni economiche (scarsa remuneratività) o strategiche (logiche di scambio con altre aziende). In questo caso, la responsabilità è dell’azienda e l’intervento dovrà essere teso all’esproprio del brevetto.
Il Diritto di Accesso alla Tecnologia viene violato ogni volta che un cittadino non può accedere ad una tecnologia di carattere medico, e di rilevante importanza per la qualità della sua vita, per ragioni economiche o di altro tipo. In questo caso, la responsabilità è dello Stato e l’intervento dovrà essere teso alla copertura dei costi ed alla soluzione dei problemi tecnici di fornitura.

7. Diritto di Accesso alla Cultura

Il Partito dei Pirati intende ottenere il riconoscimento legale del diritto del cittadino ad accedere alla Cultura che è disponibile in ogni singolo momento storico nel suo paese.
Il Diritto di Accesso alla Cultura viene violato ogni volta che una casa editrice, od un altro operatore economico, si rifiuta di produrre e/o distribuire un’opera di cui possiede i diritti per ragioni economiche (scarsa remuneratività) o strategiche (logiche di scambio con altre aziende). In questo caso, la responsabilità è dell’azienda e l’intervento dovrà essere teso all’esproprio dei diritti.
Il Diritto di Accesso alla Cultura viene violato ogni volta che un cittadino non può accedere ad un’opera, per ragioni economiche o di altro tipo. In questo caso, la responsabilità è dello Stato e l’intervento dovrà essere teso alla copertura dei costi ed alla soluzione dei problemi tecnici di fornitura. Naturalmente, lo Stato ha tutto il diritto di decidere i tempi ed i modi dell’Accesso (Differita TV, DVD, visione/ascolto presso una medioteca, prestito gratuito od a prezzo politico, etc.).

8. Diritto ad una Fornitura Leale

Il Partito dei Pirati intende ottenere il riconoscimento legale del diritto del cittadino ad ottenere una fornitura di Beni e Servizi che sia caratterizzata dalla massima lealtà nei suoi confronti da parte del Fornitore.
Il Diritto ad una Fornitura Leale viene violato ogni volta che vengono imposti dei limiti arbitrari al Bene od al Servizio che viene fornito. Consideriamo casi eclatanti di violazione di questo diritto le limitazioni sul traffico Internet imposte dai fornitori di accesso (Traffic Shaping e Filtering) e le limitazioni imposte al funzionamento dei PC da parte dei produttori grazie a molte tecnologie di tipo DRM e di tipo Trusted Computing.
Consideriamo assolutamente inaccettabili le limitazioni d’uso imposte ai sistemi per pure ragioni di marketing, come la limitazione d’uso a sola Game Console della XboX di Microsoft (che, di fatto, è un vero PC). Consideriamo assolutamente inaccettabili le limitazioni d’uso imposte ai sistemi per pure ragioni di strategia aziendale, come l’uso di formati proprietari che limitano la possibilità di interazione con sistemi equivalenti prodotti dalla concorrenza e come l’assenza delle opportune funzioni di import/export necessarie a scambiare dati con sistemi equivalenti prodotti dalla concorrenza.
La fornitura di un Bene o di un Servizio deve essere improntata alla sua massima utilizzabilità sul mercato ed alla sua massima versatilità d’impiego.

9. Diritto alla Libertà di Scelta e di Azione

Il Partito dei Pirati intende ottenere il riconoscimento legale del diritto del cittadino ad avere la più totale liberta di scelta nell’acquisto di Beni e Servizi e nel loro uso dopo l’acquisto.
Il Diritto alla Libertà di Scelta e di Azione viene violato ogni volta che il cittadino/consumatore viene obbligato o condizionato ad un acquisto a causa della esistenza di vincoli imposti dai suoi fornitori. Consideriamo un esempio eclatante di violazione di questo diritto la politica di molte aziende che non forniscono strumenti adatti per l’interazione dei loro sistemi con sistemi prodotti dalla concorrenza o l’integrazione dei loro sistemi in sistemi di complessità superiore (scarsa o nulla interoperabilità).
Il Diritto alla Libertà di Scelta e di Azione viene violato ogni volta che al cittadino/consumatore viene negato un particolare tipo di utilizzo di un bene regolarmente acquistato senza che questo utilizzo rappresenti un danno diretto per il fornitore. Consideriamo un esempio eclatante di violazione di questo diritto la negazione del diritto alReverse Engineering dei sistemi quando questa attività non è rivolta al superamento dei sistemi di protezione del diritto d’autore (DRM) , bensì all’interazione con altri sistemi od all’integrazione in sistemi di complessità superiore.

10. Diritto alla Privacy

Il Partito dei Pirati intende pretendere il riconoscimento concreto del diritto del cittadino alla privacy, già più volte enunciato nelle Costituzioni Italiana ed Europea ed ancora largamente negato proprio ad opera di quei Governi che dovrebbero garantirlo.
In particolare, il Partito dei Pirati intende rivolgere la propria attenzione alla riservatezza delle comunicazionied intende ottenere la equiparazione di qualunque tipo di comunicazione (audio, telefonica, radio, digitale, etc.) alla comunicazione postale che è, tradizionalmente, l’oggetto di elezione di questo diritto all’interno della legislazione esistente.
Il Partito dei Pirati intende anche richiedere l’esplicito riconoscimento del diritti del cittadino ad usare sistemi crittografici per garantire la riservatezza della proprie comunicazioni

11. Diritto alla Comunicazione

Il Partito dei Pirati intende ottenere il riconoscimento legale del diritto del cittadino a comunicare con qualunque altra persona in qualunque momento ed in qualunque modo.
Il Diritto alla Comunicazione viene violato ogni volta che al cittadino viene negato l’uso di un canale di comunicazione per ragioni tecniche o commerciali risolvibili con ragionevole facilità. Consideriamo un esempio eclatante di violazione di questo diritto la negazione del libero uso di sistemi Wi-Fi dentro e fuori del domicilio privato. Consideriamo un esempio eclatante di violazione di questo diritto la negazione o la limitazione dell’uso di sistemi di File sharing (Peer-to-Peer), già messa in atto da alcuni governi.

12. Diritto alla Espressione

Il Partito dei Pirati intende pretendere il riconoscimento concreto del diritto del cittadino alla libertà di espressione, già più volte enunciato nelle Costituzioni Italiana ed Europea ed ancora largamente negato proprio ad opera di quei Governi che dovrebbero garantirlo.
In particolare, il Partito dei Pirati intende chiedere la modifica della legislazione esistente in fatto di attività giornalistica in modo da liberare la figura emergente del blogger dai vincoli che erano stati pensati per i giornalisti professionisti. Chi parla a proprio nome, od a nome di una associazione di qualunque tipo, e non a nome di un giornale, deve essere libero di dire ciò che vuole, nel modo e nei tempi che ritiene più opportuni. L’unico limite accettabile a questo diritto è quello rappresentato dal reato di diffamazione e dall’offesa personale.

venerdì 7 settembre 2012

Quali sono gli elementi distintivi che caratterizzano Liquidfeedback?

  • 01) Software caricato su due server del PP-De gestito da un'apposito team dedicato alla sicurezza dello stesso
  • 02) L’utente accede dal browser in https, non serve alcun installazione di software aggiuntivo
  • 03) Partecipazione tramite pseudonimo (dall’interno del sistema gli iscritti possono conoscere i real name degli utenti) per questione di privacy verso l’esterno che invece vede solo il nick
  • 04) Processi strutturati con tempistiche pretabilite e fisse
  • 05) Possibilità di discussione dentro e fuori dal sistema (il dibattito sulle proposte viene preferibilmente indirizzato verso l’esterno)
  • 06) Delegazione su più livelli con possibilità di concessione/rimozione senza limiti “quantitativi” e temporali (tante volte quanti si vuole e in ogni momento)
  • 07) Neutralità della Piattaforma
  • 08) Tracciabilità su tutti i processi
  • 09) Nessun filtro sulla creazione delle Proposte, ogni membro/utente ha uguale diritto e possibilità
  • 10) Nessuna moderazione dei contenuti delle proposte (a meno di proposte razziste o criminali)
  • 11) I numeri identificativi di Temi e Proposte sono assegnati automaticamente dal sistema
  • 12) La Proposta che origina il Tema viene trattata allo stesso modo di quelle immesse successivamente
  • 13) Tutti i processi software e gli esiti del voto sono traasparenti
  • 14) L’intera amministrazione della Piattaforma è chiaramente documentata ed il software open source è controllabile da chiunque 
http://www.piratpartiet.it/mediawiki/index.php?title=Lqfb_faq#Non_ho_ancora_ricevuto_un_invito_a_lqfb._Come_posso_partecipare.3Fhttp://www.piratpartiet.it/mediawiki/index.php?title=Lqfb_faq#Non_ho_ancora_ricevuto_un_invito_a_lqfb._Come_posso_partecipare.3F

mercoledì 29 agosto 2012

La doctrine deleuzienne des concepts philosophiques (un pezzo di mémoire de DEA?)


La doctrine deleuzienne des concepts philosophiques a été exposée de façon complète en Deleuze & Guattari 1995: il s’agit d’une théorie ouvertement métaphysique, d’une métaphysique préscriptive qui a été assez critiquée semblant ne pas se confronter avec la science et la logique contemporaine1. Cette théorie des concepts oppose nettement les concepts philosophiques aux pseudo-concepts de la science (les fonctifs) de la logique (prospects) et de l’art (percepts et affects), au point qu’elle doit bien apparaître comme

"un exemple particulièrement caractéristique et en même temps extrème de ce type de croyance “philosophante” (...) qui nous dit que les philosophes créent des concepts qui sont de leurs exclusive propriété.
Deleuze et Guattari appartiennent en effet à ces philosophes qui] diront que ce que les psychologues peuvent dire à propos des concepts ne les intèresse pas (ils ont même la tendence à penser que les concepts sont des créatures purement philosophiques)"2.

Le style philosophique est le dynamisme métaphorique propre aux concepts (philosophiques). Qu’il s’agisse de métaphore est certain, même si Deleuze, pour seconder les exigence du matérialisme spiritualiste3 qui informe sa pensée, tend à nier l’existence de la dimension métaphorique, atteignant sans doute les jugements de Wittgenstein et Lacan sur l’inexistence réelle du métalangage. Les concepts sont des entités immatérielles, donc ils ne peuvent subir un mouvement que métaphorique : il faudrait alors expliquer en quoi cela consiste. En bergsonien Deleuze amplifie l’ontologie du mouvement jusqu’à y comprendre «la perception, l’affection, e l’action comme trois espèces du mouvement»4. Sur le plan métaphysique tout est mouvement, devenir, et la stase n’est qu’une illusion (transcendentale)5. Aussi il résulte cohérent penser que les concepts vivent une forme de mouvement. Mais il est pour nous difficile comprendre qu’il s’agisse d’un mouvement métaphysique et non d’un mouvement historico-culturel, mouvement d’idées qui serait accettable à l’intérieur d’un modèle “épidémiologique” de la transmission culturelle, tel celui de Sperber 1996. Deleuze parle d’un mouvement qui doit forcément être conçu comme mental: est-ce qu’il nous faudrait une sorte d’intuition (un quale) du mouvement conceptuel?


1 Soulez 19???
2 Engel 1996, p. 204 et n.1 it
3 Acotto [1998], p.19: nous y qualifions la métaphysique deleuzienne comme un «matérialisme idéaliste»..
4 Deleuze [1990], p.166
5 Pour naïve qu’elle puisse paraître, cette métaphysique est peut-être plus proche de la Théorie de la Rélativité que d’autres métaphysiques plus scientifiques qui hypostatisent les formes e les objets. Sur la Rélativité et la Méchanique Quantique, cfr. Nozick [2001].

Jacques Derrida da me medesimo manualizzando


Presentazione.
La genealogia filosofica di Derrida è del tutto tipica della cultura francese degli anni ’40-‘50, e in particolare della formazione degli allievi dell’Ecole Normale Supérieure [vedi GEOGRAFIA DEL POST-STRUTTURALISMO]: si tratta delle canoniche “tre H” (Hegel, Husserl e Heidegger) e degli autori della cosiddetta (da Paul Ricoeur) scuola del sospetto (Marx, Nietzsche, Freud). Rispetto a Foucault e Deleuze, Derrida è un pensatore ancor più emblematico del postmodernismo, e come tale ha sempre ricevuto le più accese critiche da parte dei filosofi avversi al postmodernismo: significativa a questo proposito fu la contestazione dell’assegnazione della laurea honoris causa a Cambridge, nel 1992, con il pretesto che nella filosofia derridiana non fosse possibile reperire una teoria della verità (in un senso accettabile dagli analitici). Più di altri filosofi postmoderni (o ascritti a tale “corrente”) Derrida è stato ripetutamente accusato di non essere un vero filosofo ma piuttosto uno scrittore (un’accusa, questa, spesso mossa anche a Nietzsche): i suoi testi sarebbero infatti sprovvisti delle caratteristiche minime richieste al genere filosofico (argomentazione chiara, tematizzazione adeguata dei problemi e dei concetti, indicazione di soluzioni ai problemi proposti, ricerca di una teoria soddisfacente). Ma proprio l’originalità del trattamento sperimentale che Derrida riserva alla filosofia, da una parte sottoponendola a qualcosa di simile a una psicoanalisi freudiana, dall’altra sollecitandola fino ai suoi confini con la letteratura e l’arte, costituisce buona parte dell’importanza e dell’influenza che questo grande filosofo ha esercitato ed esercita tuttora.


Decostruzione e differenza
I due concetti cui il nome di Derrida è inscindibilmente legato sono la Decostruzione e la differenza. Di Decostruzione aveva già parlato Heidegger (in tedesco Dekonstruktion o Abbau): è un’operazione metafisica che ha luogo nell’ambito della storia dell’essere; è il venire meno, il destrutturarsi, o decostruirsi appunto, delle tradizionali istanze concettuali del pensiero metafisico, ossia – nella lettura nietzscheana e poi heideggeriana – del pensiero tout court, almeno di quello occidentale, e per un portato idealista sotteso a tutta l’ermeneutica (“l’essere che possiamo comprendere è linguaggio”, Gadamer) della realtà che non è pensabile al di fuori del pensiero/linguaggio.
La metafisica occidentale, da Platone a Nietzsche, consterebbe di una serie di opposizioni concettuali, quali: sensibile/soprasensibile, uomo/animale, uomo/donna, mito/logos, razionale/irrazionale, voce/scrittura, bene/male, ecc. Il “metodo” decostruttivo (ma in realtà si tratta di un procedimento così erratico e per certi versi poeticamente creativo da rendere impossibile parlare di metodo) mostra che all’interno di ogni testo filosofico della tradizione il discorso si struttura necessariamente sulla base di qualche opposizione del genere, mirando a mettere in luce che gli opposti stanno tra loro in una tensione dialettica sempre aperta su un terzo termine, che per Hegel era la Sintesi.
Nella conferenza omonima Derrida pensa il concetto di Differenza - o differanza come scrivono alcuni traduttori (in francese différance, con la a anziché con la e) - come alla differenza metafisica che è l’origine di tutte le differenze, ossia di tutti i segni e di tutte le cose: l’arci-differenza. La Differenza non è questa o quella differenza empirica o trascendentale perché la stessa opposizione empirico/trascendentale è possibile grazie al differire della Differenza: è la Differenza in sé, ciò che Plotino chiamava, con un’espressione spesso citata da Derrida, l’informe traccia della forma. Il nome stesso, différance, non è comprensibile se non leggendolo, il che è un buon esempio dell’idea centrale di Derrida riguardo alla scrittura, dalla metafisica tradizionalmente rimossa rispetto alla voce.


Metafisica della scrittura. La tematica della Differenza trova nella scrittura un suo banco di prova privilegiato. In una serie di opere infatti (La voce e il fenomeno; Della grammatologia; La scrittura e la differenza) Derrida ha facile gioco nel mostrare come la filosofia abbia tradizionalmente subordinato la scrittura alla voce, ipostatizzando lo spirito vivente (si pensi alla coscienza della fenomenologia husserliana) e considerando la scrittura come un supplemento privo di vita e al limite perverso e nocivo (il Fedro platonico è all’inizio di questa storia di rimozione della scrittura). Derrida pensa invece che la scrittura, intesa come iscrizione, preservazione del presente attraverso tracce che testimoniano il passato e permettono l’interpretazione futura, sia originaria rispetto al pensiero e alle sue manifestazioni viventi, come la voce in tutte le sue declinazioni: voce della coscienza, soliloquio interiore, dialogo, ecc. Derrida ha chiamato “logocentrismo” questa rimozione strutturale della scrittura: la metafisica pospone e subordina la materialità del significante (la traccia in tutti i suoi aspetti non significativi) all’idealità del significato, il logos.
Di tutte le coppie concettuali decostruite da Derrida quella di scrittura e voce è senz’altro la più significativa: da essa deriva la corrente “testualista”, teorizzata da Richard Rorty e di cui Derrida sarebbe il massimo esponente. La famosa affermazione derridiana secondo cui “non esiste fuori-testo” è stata infatti interpretata nel senso che non esisterebbe nulla al di fuori di un discorso teorico, di un mondo testuale costruito da questa o quella tradizione filosofica, venendo a sostenere qualcosa di simile al filosofo della scienza Willard Van Orman Quine, secondo cui nulla esiste al di fuori di una teoria. Derrida ha successivamente attenuato il senso di questa affermazione, intendendo che nulla avrebbe senso al di fuori del suo contesto: se questa attenuazione rischia di risultare banalmente vera, si mostrano qui altre possibili analogie del pensiero filosofico derridiano, in particolare con la filosofia del secondo Wittgenstein e la sua tematizzazione delle forme di vita e dei giochi linguistici, che vanno osservati più che pensati.


Verità, metodo, teoria
In comune con il post-strutturalismo (e a differenza di alcuni suoi successori come Alain Badiou, cfr. cap. Pop-filosofia, maitres-à-penser e neurofilosofi) Derrida questiona il concetto stesso di verità, pur non approdando affatto a posizione relativistiche (questo sarà evidente nell’ultima fase della produzione derridiana, quella più spiccatamente etico-politica), ma piuttosto a un arcitrascendentalismo di stile non incompatibile con quello kantiano. Se ogni dato empirico ha un’origine trascendentale, il trascendentale è l’origine della verità; tuttavia il trascendentale non potrà essere ridotto all’elenco kantiano di forme pure dell’intuizione, categorie e schemi, ma si rivelerà di volta in volta come Differenza attraverso l’operazione di decostruzione dei testi e delle tracce di cui la storia della metafisica è la disseminazione.
Cade così da sé l’accusa di mancanza di metodo, spesso rivolta a Derrida e alla decostruzione, e che rappresenta una differenza forte rispetto all’ermeneutica gadameriana cui pure spesso Derrida viene avvicinato. La decostruzione non può avere un metodo semplicemente perché la decostruzione decostruisce ogni metodo, mostrando l’impalcatura logica e concettuale e la sua non-assolutezza, la sua relatività dialettica che fa sì che ogni concetto chiaro e distinto sia sempre dipendente e quindi intrinseco al proprio opposto: non per nulla si è parlato di un iper-hegelismo di Derrida.
In questo modo si indebolisce anche la possibilità di una teoria filosofica compiuta: la decostruzione si caratterizza come dissoluzione di tutte le teorie esistenti, non certo per spirito distruttivo ma perché queste si basano su presupposti che celano la struttura dialettica della realtà e del pensiero: portare alla luce il rimosso di ogni pensiero non può che essere un’operazione demistificatrice e salutare.


Messianismo e politiche spettrali. L’ultima fase della filosofia derridiana è caratterizzata da un forte interesse per l’etica e la politica, che in precedenza erano sempre stati sullo sfondo degli scritti derridiani, con prese di posizione anche molto forti (per esempio contro l’eurocentrismo dello Husserl della Crisi delle scienze occidentali). In una serie di opere in cui si decostruiscono come sempre i testi della tradizione letteraria, filosofica, etica e politica, Derrida sferra un potente attacco all’umanismo progressista e al relativismo postmodernista, a dispetto del fatto che la sua filosofia sia spesso stata criticata come una delle forme filosofiche del relativismo contemporaneo.
Parallelamente a un accresciuto interesse per la politica si accentua anche l’insistenza di Derrida sulla tematica del messianismo ebraico, che viene trasposto dal campo religioso a quello puramente metafisico. La struttura logica soggiacente a tutti gli atti di decostruzione mostrati nei testi derridiani è sempre quella per cui se è vero che, secondo la lezione di Heidegger, non si dà mai una pura presenza (il vero dono non è quello che si può donare, il vero perdono non è quello che si può concedere ecc.) è anche vero che gli esseri umani sono costantemente in cerca di una piena presenza. L’analogia con la filosofia di Kant è evidente, e infatti vi è un’istanza “illuministica” in quest’ultima fase del pensiero derridiano: ciò che non è coglibile dalla ragione come oggetto del pensiero acquista il suo senso in prospettiva tendenziale, come idea della ragione (o come orizzonte della decostruzione).
In Spettri di Marx (1993) Derrida esplicita definitivamente il suo interesse per la filosofia politica. Marx viene riletto in una chiave originale, quasi “letteraria”, e messo a confronto con Shakespeare: lo spettro del comunismo che si aggira per l’Europa (Manifesto del partito comunista) viene paragonato al fantasma del padre di Amleto e analizzato nei termini freudiani del ritorno del rimosso, per cui il naufragio del comunismo – sovietico – non è un argomento decisivo contro la persistenza delle istanze rivoluzionarie e di emancipazione, di cui Marx nella lettura derridiana (che ne fa più un pensatore messianico dell’emancipazione e della giustizia che un filosofo della rivoluzione) appare un campione.
Gli ultimissimi testi di Derrida testimoniano di un impegno politico diretto e radicale in un modo insospettabile nelle prime fasi della sua opera: il filosofo francese mette infatti il suo armamentario decostruttivo a confronto con l’attualità mondiale, stigmatizzando per esempio la guerra americana in Afghanistan e Iraq e interpretando l’attentato dell’11 settembre alle due Torri Gemelle come una conseguenza della politica di terrore attuata dagli Stati Uniti nel corso del dopoguerra. Inoltre, molti tra gli ultimi testi di Derrida decostruiscono l’opposizione uomo/animale, inserendosi in modo peculiare nel recente dibattito filosofico animalista.