e così da alcuni giorni stavo preparando mentalmente un bello status che diceva qualcosa come:
"per la prima volta dal 2001 so che a settembre rivedrò gli stessi alunni, le stesse persone, e potrò finalmente cominciare a capire che cosa si provi nel costruire una relazione umana e pedagogica duratura in un ambiente privilegiato qual è - nonostante tutti gli orrori del nichilismo politico - la scuola italiana".
E invece no.
Tadàn.
Improvvisamente mi ritrovo SO-PRA-NU-ME-RA-RIO e quindi perdente posto.
Affanculo l'Esabac, che gliene importa al Sior Provveditore di un progetto binazionale "d'eccellenza", per così dire? Che gliene importa che io sia di ruolo dal 2007? Che gliene importa che io fossi in congedo e non potessi indovinare lo sdoppiamento della scuola (se nessuno ha avuto il buon senso di avvertirmi con uno straccio di email)?
Nemmeno l'idea dell'indennizzo che avrò facendo causa alla mia scuola può consolarmi. Anzi mi rattrista assai. Dover fare causa alla propria scuola è un'idea schifosa.
L'unica consolazione è pensare che prima o poi, come sempre, qualche altro Dirigente mi chiederà qualcosa per la scuola, gratis et amore Dei.
Allora, e solo allora, io potrò dirgli: col cazzo a priori, Dirigente di merda servo del Caos, fascista beneducato, crepate tu e la tua scuola di stato nichilista.
No davvero, non mi limiterò più ai digiuni.
***
Aggiornamento 4 luglio.
Era tutta una cazzata, una colossale svista del mio preside. Si puà affidare la dirigenza di una grande scuola a un tale sprovveduto? Non conosceva la legge da cui dipende la mia posizione in graduatoria, e io - stupido - mi ero fidato.
Non ho mai corso nessun rischio, ma ho capito a quanto io tenga alla mia scuola.
E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
venerdì 14 giugno 2013
martedì 11 giugno 2013
Appunti sull'esaurimento del possibile
"Non ci limiteremo ai digiuni come Danilo Dolci.
Sono passati i tempi dei bivacchi coi morti o dei digiuni.
Se non nei fatti, almeno nelle intenzioni, è l’ora della violenza.
Della violenza, aggiungo, senza speranza, arida, impaziente.
Ci hanno deluso tutti: chi ha torto e chi ha ragione."
(Pasolini, A Panagulis)
Proprio ieri leggevo un testo di Zourabichvili, il defunto (suicida) genero di Nancy, su Deleuze e la politica: l'esaurimento del possibile, la figura dell'Esausto di Beckett, come prospettiva politica non assimilabile alla distinzione destra/sinistra.
Ormai, dopo aver fatto il mio digiuno e avere aridamente creduto nella nonviolenza, mi sento anch'io così. Esausto di politica.
"On ne tombe pourtant pas dans l'indifférencié, ou dans la fameuse unité des contradictoires, et l'on n'est pas passif : on s'active, mais à rien. On était fatigué de quelque chose, mais épuisé, de rien" (Deleuze, L'épuisé, p.59)
Postilla 25 giugno
L'épuisement può anche manifestarsi come depressione, dalla quale si esce focalizzandosi su ciò che importa: il senso.
Oggi ho ricordato che la mia unica esperienza di azione nonviolenta, il "digiuno NoTav" Ascoltateli!, mi ha lasciato una grande frustrazione per la totale mancanza di ascolto da parte delle istituzioni, oltre che un grande affaticamento per lo sforzo organizzativo a cui mi sono dedicato senza risparmiarmi (ho poi impiegato mesi per riprenderemi).
Quell'esperienza è stata fondamentale per farmi comprendere che è un grave errore affidarsi alla nonviolenza come se fosse uno strumento.
Sono passati i tempi dei bivacchi coi morti o dei digiuni.
Se non nei fatti, almeno nelle intenzioni, è l’ora della violenza.
Della violenza, aggiungo, senza speranza, arida, impaziente.
Ci hanno deluso tutti: chi ha torto e chi ha ragione."
(Pasolini, A Panagulis)
Proprio ieri leggevo un testo di Zourabichvili, il defunto (suicida) genero di Nancy, su Deleuze e la politica: l'esaurimento del possibile, la figura dell'Esausto di Beckett, come prospettiva politica non assimilabile alla distinzione destra/sinistra.
Ormai, dopo aver fatto il mio digiuno e avere aridamente creduto nella nonviolenza, mi sento anch'io così. Esausto di politica.
"On ne tombe pourtant pas dans l'indifférencié, ou dans la fameuse unité des contradictoires, et l'on n'est pas passif : on s'active, mais à rien. On était fatigué de quelque chose, mais épuisé, de rien" (Deleuze, L'épuisé, p.59)
Postilla 25 giugno
L'épuisement può anche manifestarsi come depressione, dalla quale si esce focalizzandosi su ciò che importa: il senso.
Oggi ho ricordato che la mia unica esperienza di azione nonviolenta, il "digiuno NoTav" Ascoltateli!, mi ha lasciato una grande frustrazione per la totale mancanza di ascolto da parte delle istituzioni, oltre che un grande affaticamento per lo sforzo organizzativo a cui mi sono dedicato senza risparmiarmi (ho poi impiegato mesi per riprenderemi).
Quell'esperienza è stata fondamentale per farmi comprendere che è un grave errore affidarsi alla nonviolenza come se fosse uno strumento.
sabato 8 giugno 2013
Appunti su Contro il colonialismo digitale, di Roberto Casati
Nel suo recente libro, Roberto Casati tratta insieme (confonde?) due questioni affini, ma non necessariamente sovrapposte: la lettura digitale e l'introduzione del digitale a scuola. Si possono fare considerazioni diverse sui due argomenti, perché non è detto che siano legati da un rapporto causale. Lo stesso Casati, del resto, ricorda che il primo fattore positivamente correlato alla capacità di lettura è provenire da una famiglia di lettori.
L'argomento secondo cui, quindi, relativamente alla lettura dopo la famiglia c'è solo la scuola, per quanto intuitivamente condivisibile e politicamente sostenibile, non mi pare dimostrato (almeno al 66% del libro letto).
PS: riguardo agli argomenti contro la colonizzazione digitale della scuola pubblica sono integralmente d'accordo con Casati. E' sugli effetti nefasti sulla lettoscrittura che sarei più cauto.
***
25 giugno
Casati parla molto di concentrazione, sostenendo che l'e-lettura è naturalmente vittima di maggiori distrazioni. Questo perché ritiene che ogni dispositivo tenda al paradigma Ipad, correttamente analizzato come un dispositivo di fruizione intellettuale (anziché di registrazione di tracce, contra Ferraris).
Tuttavia, l'e-lettura andrebbe forse analizzata separatamente dal divenire-Ipad dei dispositivi telematici portatili.
Un e-reader come un Kindle modello base può al contrario - nella mia esperienza - favorire la concentrazione(*). Come? Sul mio dispositivo carico solo i libri che voglio/devo/posso effettivamente leggere in un determinato periodo di tempo, mi sposto solo con quello e, ad ogni attimo libero, la coscienza di avere con me i libri x, y e z mi aiuta a continuare la lettura, anche in modo frammentario.
Va detto che io sono un lettore molto accidioso e ogni mia lettura è sempre a rischio di abbandono: ma col Kindle mi pare che il rischio sia ridotto al minimo.
Il cartaceo noioso si può mettere da parte rimandando la lettura alle calende greche, invece il digitale mi impone di farsi leggere. Proprio per la sua immaterialità, che non giustifica in alcun modo la sua presenza nel dispositivo di lettura e la spesa sostenuta, a differenza del cartaceo ("al massimo lo regalo", "lo leggo quest'estate", "è noioso ma potrà forse servirmi a scuola").
***
19 novembre
(*) Tuttavia la mia esperienza sembrerebbe contraddetta da alcuni recenti studi sperimentali: http://www.salon.com/2013/04/14/do_e_readers_inhibit_reading_comprehension_partner/; http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0883035512001127 (qui però si parla di lettura su schermi di computer).
Nel frattempo ho un po' ridotto la lettura su Kindle, ma più che altro per questioni contingenti. Anzi, ho recentemente acquistato e iniziato a leggere l'ultimo libro in prosa di Valerio Magrelli, apparentemente un titolo da prendersi in cartaceo. Ho voluto fare la prova. Ogni volta che penso a quel libro per riprenderne la lettura (ho detto che sono un lettore accidiosio: ora aggiungo che sono patologicamente frammentario, impiego anni per leggere certi libri, salvo ricominciarli appena terminati. Lettura interminabile, o meglio interminata, idealmente ciclica, o meglio dialetticamente a spirale), ogni volta che penso a Genealogia di un padre mi compaiono subito alla mente certe pagine, in modo vivido e come se le avessi lette in cartaceo.
Potrebbe trattarsi di una pura idiosincrasia neurologica ("ha un cervello da e-reader"!) eppure continuo a pensare che leggere sul Kindle (non sull'Ipad) mi lasci tracce mnestiche pari, se non superiori, a quelle della lettura cartacea.
Mi sembra però fondamentale, e mi pare che anche Enrico Manera la trascuri, la questione dellì'ampiezza dello schermo. Per evitare l'effetto "telescrivente anni '80", di cui parla Casati, ho settato il mio Kindle su una dimensione che trovo ottimale, coi caratteri piccoli ma non troppo, in maniera da avere una pagina abbastanza larga su cui esercitare la mia memoria di lavoro. Non riuscirei a leggere sentendomi a mio agio una porzione più piccola di testo.
Oltre a Magrelli, su Kindle ho letto Juliette society, di Sasha Gray e sto leggendo Romanzo per signora, di Piersandro Pallavicini. In entrambi i casi ho un ricordo vivido di quanto letto. Diversamente ne va per i saggi, che ho acquistato solo per necessità (due libri recenti che mi servivano per la tesi e di cui non potevo attendere la spedizione): anche a me sembra che sia più difficile studiare l'e-book, ma la difficoltà è più che altro tecnica. Le sottolineature fatte sui libri acquistati non si possono facilmente trasporre su file propri, cosa che mi sarebbe molto utile per scrivere la mia tesi. Ma questo "problema" è ovviamente in comune col cartaceo. Inoltre l'e-book quanto meno mi permette di sottolineare e ritrovarmi in automatico la raccolta di tutte le sottolineature fatte. Presa di appunti quasi automatica: tu selezioni e l'apparecchio mette da parte per te. Finita la paura di perdere i file o gli appunti cartacei! (Occhio a dove mettete il Kindle, ovviamente, e fate attenzione allo schermo: è meolto delicato e non va ficcato nella borsa senza custodia, pena il suo rovinarsi per sempre).
Sì, lo so, questa è solo introspezione e conta poco o niente. Ora si tratta di vedere che cosa ci dicono gli studi neuroscientifici.
Sì, lo so, questa è solo introspezione e conta poco o niente. Ora si tratta di vedere che cosa ci dicono gli studi neuroscientifici.
lunedì 27 maggio 2013
Satana e il nuovo romanzo di Piersandro Pallavicini
A Satana, certi suoi clienti dannati hanno parlato
molto bene dell'ultimo libro di Piersandro Pallavicini, “Romanzo
per signora”.
Perciò il Gran Nemico si decide a entrare in una
libreria (stranamente da tutta
l'eternità non era mai stato in una libreria).
Trova subito il libro del Pallavicini sullo scaffale, ovviamente alla lettera P: inizia a sfogliarlo, incuriosito, sempre più avidamente: si parla di uomini vecchi di fronte alla morte.
Trova subito il libro del Pallavicini sullo scaffale, ovviamente alla lettera P: inizia a sfogliarlo, incuriosito, sempre più avidamente: si parla di uomini vecchi di fronte alla morte.
Gli piace.
Ma non riesce a capire quanto costi.
Che cosa gli dice, perciò, il gentile libraio?
Vedi retro, Satana!
domenica 26 maggio 2013
Intuizione
Vecchiaia: è quando il tuo destino immaginato inizia a sembrarti quasi completamente determinato, chiuso, finito.
lunedì 13 maggio 2013
Intervista a Houellebecq, 3
Devo riconoscere che non ho voglia che il desiderio si spenga in me,
il che… non è molto buddhista...
Michel Houellebecq
Marx 2.0
La forza materiale deve essere abbattuta per mezzo della forza materiale, ma la comunicazione diventa, essa pure, una forza materiale, quando s'impadronisce delle masse.
sabato 4 maggio 2013
Paul Ricoeur: ricordare - la Shoah (2004, mio articolo mai pubblicato su L'Unità)
Nel vasto affresco teorico La
memoria, la storia, l’oblio, pubblicato in Italia nel 2003,
Paul Ricoeur ha affrontato le molteplici pieghe filosofiche del
concetto di memoria, prestando particolare cura alle sue implicazioni
psicologiche, storiche e politiche. Il filosofo francese fornisce una
fenomenologia della memoria anche nell’intento di proteggerne il
concetto dagli “abusi”, riducibili fondamentalmente a tre tipi:
“impedimenti” di tipo patologico-terapeutico (dominio della
psicoanalisi), “manipolazioni” di tipo pratico (dominio della
retorica), “costrizioni” di tipo etico-politico. Per ognuna di
queste distorsioni o incidenti della memoria Ricoeur propone un
antidoto analitico cercando un giusto equilibrio riflessivo tra ciò
che la memoria può e non può, deve e non deve essere.
Da sofisticato ‘interprete’
della psicoanalisi qual è, Ricoeur vede nella teoria psicoanalitica
lo spazio per parlare anche di collettività, estendendo «l’analisi
freudiana del lutto al traumatismo dell’identità collettiva. Si
può parlare (...) di traumatismi collettivi, di ferite della memoria
collettiva». Benché Ricoeur consideri la memoria collettiva “il
terreno di radicamento della storiografia”, per la filosofia
fenomenologica fondata sulla coscienza trascendentale è problematico
il concetto stesso di un ricordo non personale ma collettivo, come
quello che si ritrova alla base della commemorazione degli eventi
storici. Nella storia della filosofia, da Sant’Agostino a Husserl,
la memoria è innanzitutto individuale, introspettiva. In effetti,
com’è possibile fondare sulla dimensione interiore un ricordo
condiviso da una comunità?
Le difficoltà
del concetto di memoria collettiva sono affrontate da Ricoeur
attraverso l’analisi dell’opera del sociologo francese Maurice
Halbwachs*, La Mémoire collective, (1949) la cui tesi centrale
viene così riassunta: per ricordarsi, si ha bisogno degli altri. Non
si dà mai quello che potremmo chiamare un solipsismo mnestico: «È
a partire da un’analisi sottile dell’esperienza individuale di
appartenenza a un gruppo, e sulla base dell’insegnamento ricevuto
dagli altri, che la memoria individuale prende possesso di se
stessa». Come scriveva Halbwachs «ci si ricorda solo a condizione
di porsi dal punto di vista di uno o più gruppi e di ricollocarsi in
una o più correnti di pensiero», o, come chiosa Ricoeur: «Non ci
si ricorda da soli». E tuttavia, a differenza che per Halbwachs,
siamo sempre «noi» ad essere i soggetti autentici dell’attribuzione
dei ricordi, e la subordinazione - o piuttosto coordinazione - della
coscienza individuale all’insieme sociale non significa la sua
scomparsa.
Se la facoltà
della memoria ha un suo regime funzionale naturale ed è spontanea
recettività, non si potrà allora ingiungerla, pena la distruzione
della sua stessa essenza e il dar vita al “paradosso grammaticale”
formulabile come «tu ti ricorderai», che richiama la struttura
della contraddizione performativa (double bind), esemplificata
dal paralizzante «sii libero!».
La
contraddizione viene risolta attraverso l’idea di giustizia, che
estrae il valore esemplare degli eventi storici e volge la memoria in
progetto che dà forma di futuro e di imperativo al dovere di
memoria. Dovere di memoria è propriamente il dovere di rendere
giustizia a un ‘altro da sé’ attraverso il ricordo: entra in
scena la nozione di “debito”, consistente nell’essere obbligati
verso quegli altri che sono stati. Bisogna riconoscere priorità
morale alle vittime perché la vittima è l’‘altro’, il cui
riconoscimento, specialmente nella forma del Sé come un altro
costituisce il fondamento stesso dell’etica, per Ricoeur, Lévinas,
Derrida e in generale tutti i filosofi francesi “della Differenza”.
Su questa base
un capitolo del tutto particolare della nostra memoria collettiva è
quello relativo alla Shoah, l’evento negativo centrale della
storia dell’Occidente che ne risulta spaccata in due (è stato
Adorno a dire che dopo Auschwitz la cultura è spazzatura). Ricoeur
affronta il tema ripercorrendo il dibattito che ha avuto luogo in
Germania a partire dal 1986 dando vita alla cosiddetta “controversia
degli storici” (Historikerstreit) che mise la questione del
revisionismo storico al centro del discorso pubblico, rendendo noto
il nome di Ernst Nolte. Le tre “regole del revisionismo” che,
come disse Jürgen Habermas intervenendo nell’Historikerstreit,
paiono altrettanti pretesti per «liquidare i danni» sono indicate
da Ricoeur nell’«allargamento temporale del contesto, comparazione
con fatti simili contemporanei o anteriori, relazione di causalità
da originale a copia», procedimenti retorici volti a svalutare la
singolarità del fenomeno Shoah; per spiegare come sia potuto
accadere il genocidio degli ebrei «Nolte non esita (…) a evocare
in fine la dichiarazione di Chaïm Weizmann che chiamava gli
ebrei del mondo intero a lottare a fianco dell’Inghilterra nel
settembre 1939» per concludere insomma che «quel che si chiama lo
sterminio degli ebrei perpetrato durante il Terzo Reich è stato una
reazione, una copia deformata e non una prima o un originale».
L’obiettivo di Ricoeur è dunque salvaguardare la specificità
storiografica della Shoah, sequenza narrativa causale
contingente nella sua singolarità, e la responsabilità morale che
questa comporta, riconoscendo la priorità filosofica della coscienza
individuale.
Così Ricoeur
puntella il cammino di un autentico impegno storiografico,
scientifico, intellettuale e civile, prendendo le distanze
dall’ipostatizzazione del male assoluto e dai suoi usi e abusi.
Perché non è affatto detto che limitarsi a chiedere perdono in nome
di una collettività su cui ricadrebbe genericamente una colpa
produca poi le auspicabili conseguenze pratiche, politiche e
individualmente morali.
*Nota 3/12/2013: scopro soltanto adesso, a distanza di anni da questo pezzetto, che il figlio di Halbwachs (non Halbwachs padre, come avevo inizialmente creduto per una svista segnalatami da Antonio Vigilante, che ringrazio) fu il mentore del giovane Deleuze. Lo introdusse "alla lettura di Baudelaire, Valery, Gide facendogli anche conoscere una realtà, quella della cultura e dell’impegno politico, a lui estranea fino a quel momento. Sarà lo stesso Deleuze, dopo molti anni, a dichiarare: «È allora che ho smesso di essere un idiota»; prima di quell’incontro, infatti, non era che un ragazzino mediocre a scuola e privo di interessi."
Nota 28/01/2014: lavorando su mito e scienze cognitive, trovo in Boyer, Tradition as truth and communication, queste righe: "There is a third alternative, that of a Durkheimian 'collective memory' (see Halbwachs 1925, and Douglas 1982). Although the conceptual frameworks are entirely different, the ideas put forward in this section are consistent with at least one of Halbwachs points, namely that social interaction need not be totally represented to be reproduced. The idea of'collective memory', however, entails a ' superorganic' view of culture which is precisely what I am trying to avoid in the characterisation of tradition."
Nota 28/01/2014: lavorando su mito e scienze cognitive, trovo in Boyer, Tradition as truth and communication, queste righe: "There is a third alternative, that of a Durkheimian 'collective memory' (see Halbwachs 1925, and Douglas 1982). Although the conceptual frameworks are entirely different, the ideas put forward in this section are consistent with at least one of Halbwachs points, namely that social interaction need not be totally represented to be reproduced. The idea of'collective memory', however, entails a ' superorganic' view of culture which is precisely what I am trying to avoid in the characterisation of tradition."
giovedì 2 maggio 2013
Appunti 130502 (Sperber e la politica)
Sperber e l'utopismo razionale, in Des idées qui viennent.
Pagine del 1999 piene di spunti interessanti, le ho lette per la prima volta soltanto una settimana fa, questo libro lo avevo trascurato in gran parte.
Ho chiesto a Sperber di tradurle per un seminario politico sulla comunicazione e lui mi ha informato della pubblicazione online dei suoi capitoli (il libro è scritto a quattro mani con Roger Pol-Droit: filosofo non ininteressante ma decisamente meno originale e rigoroso di Dan. Non sono però da trascurare le parti di discussione tra un capitolo e l'altro, dove spesso Sperber risponde in maniera illuminante a domande un po' banali).
L'interesse maggiore di queste pagine risiede (per me) nel misto tipicamente sperberiano di rigore, empirismo e radicalità. Non per nulla Dan è una specie di allievo di Chomsky, oltre che di Lévy-Strauss...
"De se révolter ? Mais puisque le sentiment de révolte ne débouche plus sur l’action révolutionnaire, ne vaut-il pas mieux se cantonner à des objectifs modestes qui se réalisent non pas par la révolte, mais par un travail tranquille et patient ? Cette sagesse là ne me convainc pas.
...
J’insiste sur le réalisme de l’imagination et sur le bon escient de la révolte, sans lesquels leur exercice tourne facilement à la catastrophe.
...
De ce point de vue, le défaut du socialisme de Marx et Engels était d’être, non pas scientifique, mais scientiste, invoquant une science pourtant balbutiante – qu’eux-mêmes contribuaient à améliorer – comme source de certitude et d’autorité.
...
Il se produit sous nos yeux une transformation technologique, sociale et politique que l’on peut décrire en disant qu’à l’âge industriel est en train de succéder un « âge de l’information » (c’est d’ailleurs le titre d’un important ouvrage du sociologue Manuel Castells où il analyse et documente en profondeur cette transition[1]). Or je voudrais soutenir que cette transformation redonne une certaine actualité à une version évidemment transformée du communisme utopique."
PRIMO COMMENTO: bisognerebe poter valutare politicamente la parte perlocutoria dell'informazione scambiata in Rete.
[da continuare]
Pagine del 1999 piene di spunti interessanti, le ho lette per la prima volta soltanto una settimana fa, questo libro lo avevo trascurato in gran parte.
Ho chiesto a Sperber di tradurle per un seminario politico sulla comunicazione e lui mi ha informato della pubblicazione online dei suoi capitoli (il libro è scritto a quattro mani con Roger Pol-Droit: filosofo non ininteressante ma decisamente meno originale e rigoroso di Dan. Non sono però da trascurare le parti di discussione tra un capitolo e l'altro, dove spesso Sperber risponde in maniera illuminante a domande un po' banali).
L'interesse maggiore di queste pagine risiede (per me) nel misto tipicamente sperberiano di rigore, empirismo e radicalità. Non per nulla Dan è una specie di allievo di Chomsky, oltre che di Lévy-Strauss...
"De se révolter ? Mais puisque le sentiment de révolte ne débouche plus sur l’action révolutionnaire, ne vaut-il pas mieux se cantonner à des objectifs modestes qui se réalisent non pas par la révolte, mais par un travail tranquille et patient ? Cette sagesse là ne me convainc pas.
...
J’insiste sur le réalisme de l’imagination et sur le bon escient de la révolte, sans lesquels leur exercice tourne facilement à la catastrophe.
...
De ce point de vue, le défaut du socialisme de Marx et Engels était d’être, non pas scientifique, mais scientiste, invoquant une science pourtant balbutiante – qu’eux-mêmes contribuaient à améliorer – comme source de certitude et d’autorité.
...
Il se produit sous nos yeux une transformation technologique, sociale et politique que l’on peut décrire en disant qu’à l’âge industriel est en train de succéder un « âge de l’information » (c’est d’ailleurs le titre d’un important ouvrage du sociologue Manuel Castells où il analyse et documente en profondeur cette transition[1]). Or je voudrais soutenir que cette transformation redonne une certaine actualité à une version évidemment transformée du communisme utopique."
PRIMO COMMENTO: bisognerebe poter valutare politicamente la parte perlocutoria dell'informazione scambiata in Rete.
[da continuare]
martedì 30 aprile 2013
Intervista a Houellebecq, 2
Per esempio il teorema di Gödel una volta l'ho capito, ma penso che
non saprei più farne la dimostrazione.
Michel Houellebecq
lunedì 29 aprile 2013
Intervista a Houellebecq, 1
Deleuze è piuttosto un buon poeta, a tratti; Derrida è un poeta di
merda.
Michel Houellebecq
domenica 21 aprile 2013
Dare la colpa a Rodotà
Civati ha spiegato che Rodotà non era eleggibile: lo ha spiegato come se si trattasse di una legge fisica, stupidi coloro che pensano di potervisi opporre. "Rodotà non ha i voti, in quell’aula. Se il Pd non ha votato Prodi, è un
po’ difficile immaginare che voti Rodotà. Perché c’è una parte del Pd
che non guarda al M5S ma a destra."
I numeri dunque non c'erano perché una parte del PD non avrebbe MAI votato per Rodotà. E' una questione di fatto, non ci si poteva fare nulla così come non si può cambiare il corso del sole: una parte del PD guarda a destra, non a sinistra. E Rodotà è di sinistra (Napolitano e Prodi, evidentemente no).
Se prendiamo per buona questa spiegazione, rinunciamo a domandare PERCHÉ MAI sia legittimo che una parte del PD non fosse disposta a votare Rodotà, per altro non dissimile dalla parte che non è stata disposta a votare neanche Prodi (quindi destra/sinistra non spiega tutto, perché se bisognava intercettare i voti della parte del PD che guarda a destra, e se Prodi è di destra, li si sarebbe dovuti intercettare, mentre cioò non è successo).
Partendo dalle premesse di Civati, comunque, mi pare che l'unica cosa razionale da fare fosse questa: siccome Grillo aveva detto che avrebbe votato Prodi (risultato al penultimo posto nelle quirinarie del M5s) solo se Rodotà avesse rinunciato, BISOGNAVA CERCARE DI CONVINCERE RODOTÀ A RINUNCIARE PRIMA DEL QUARTO SCRUTINIO, e convergere su Prodi insieme al M5s.
Rodotà li avrebbe mandati affanculo, ma a quel punto avrebbero potuto dare tutta la colpa a lui. E' un'astuzia di cui non mi sarei privato, se avessi avuto la mala ventura di essere un geniale stratega di questo bel PD.
I numeri dunque non c'erano perché una parte del PD non avrebbe MAI votato per Rodotà. E' una questione di fatto, non ci si poteva fare nulla così come non si può cambiare il corso del sole: una parte del PD guarda a destra, non a sinistra. E Rodotà è di sinistra (Napolitano e Prodi, evidentemente no).
Se prendiamo per buona questa spiegazione, rinunciamo a domandare PERCHÉ MAI sia legittimo che una parte del PD non fosse disposta a votare Rodotà, per altro non dissimile dalla parte che non è stata disposta a votare neanche Prodi (quindi destra/sinistra non spiega tutto, perché se bisognava intercettare i voti della parte del PD che guarda a destra, e se Prodi è di destra, li si sarebbe dovuti intercettare, mentre cioò non è successo).
Partendo dalle premesse di Civati, comunque, mi pare che l'unica cosa razionale da fare fosse questa: siccome Grillo aveva detto che avrebbe votato Prodi (risultato al penultimo posto nelle quirinarie del M5s) solo se Rodotà avesse rinunciato, BISOGNAVA CERCARE DI CONVINCERE RODOTÀ A RINUNCIARE PRIMA DEL QUARTO SCRUTINIO, e convergere su Prodi insieme al M5s.
Rodotà li avrebbe mandati affanculo, ma a quel punto avrebbero potuto dare tutta la colpa a lui. E' un'astuzia di cui non mi sarei privato, se avessi avuto la mala ventura di essere un geniale stratega di questo bel PD.
venerdì 19 aprile 2013
Appunti130419 (Russell e la forma logica)
Anche Russell dovrebbe essere inserito nella "scuola del sospetto" (Ricoeur), insieme a Marx, Nietzsche e Freud: la scoperta della forma logica introduce infatti il sospetto che il linguaggio ci ci inganni.
venerdì 12 aprile 2013
Il bombarolo cucina benissimo
Ho cercato un bar ignoto vicino alla scuola: trovato, era deserto.
Il disco di De Gregori in sottofondo mi ha fatto intuire che il gestore non fosse un fascista. Leggendo il Manifesto durante il pranzo, sentivo un crescente cenno di commozione per avere scovato uno dei rari luoghi in cui l'idea comunista - come direbbe Badiou - sembrasse trovare ancora soggetti fedeli.
Alla fine del pranzo ho chiacchierato un po'. Il compagno cuoco è disperato e incazzato per una vita "sprecata", in lavoro sforzi ideali soldi, e si dice pronto a mettere le bombe perché le cose cambino. Quando i due anziani esodati si sono suicidati alcuni giorni or sono, la madre gli ha telefonato per raccomandargli di non compiere gesti inconsulti.
Ho provato a dirgli che con le bombe ci hanno già provato senza ottenere grandi risultati (non sono stato a sottilizzare sul fatto che le bombe italiane sono fasciste o mafiose).
Ho deciso che tornerò sempre a pranzare da costui per convincerlo a non cedere alla rabbia. Tra l'altro sua moglie cucina benissimo.
Il disco di De Gregori in sottofondo mi ha fatto intuire che il gestore non fosse un fascista. Leggendo il Manifesto durante il pranzo, sentivo un crescente cenno di commozione per avere scovato uno dei rari luoghi in cui l'idea comunista - come direbbe Badiou - sembrasse trovare ancora soggetti fedeli.
Alla fine del pranzo ho chiacchierato un po'. Il compagno cuoco è disperato e incazzato per una vita "sprecata", in lavoro sforzi ideali soldi, e si dice pronto a mettere le bombe perché le cose cambino. Quando i due anziani esodati si sono suicidati alcuni giorni or sono, la madre gli ha telefonato per raccomandargli di non compiere gesti inconsulti.
Ho provato a dirgli che con le bombe ci hanno già provato senza ottenere grandi risultati (non sono stato a sottilizzare sul fatto che le bombe italiane sono fasciste o mafiose).
Ho deciso che tornerò sempre a pranzare da costui per convincerlo a non cedere alla rabbia. Tra l'altro sua moglie cucina benissimo.
mercoledì 10 aprile 2013
Appunti 130410
I miei allievi sono più
computazionalisti di me. Oggi, in quarta, ... mi ha rivelato
che per comprendere la filosofia di Kant si è immaginata che le
strutture del soggetto trascendentale siano il codice di un
programma, mentre il fenomeno corrisponderebbe a ciò che il
programma permette di visualizzare sullo schermo.
Non avevo mai
pensato a un computer kantiano, anche se da anni avevo scovato il
kantismo di molti cognitivisti (conosco poco l'AI, molto meno della
psicologia cognitiva).
Ho trovato interessante questa idea (da perfezionare aggiungendo al computer degli organi di senso, una telecamera e dei microfoni).
Perciò da oggi tutta la classe lavorerà a casa per sviluppare l'esempio: “Kant9000: il soggetto trascendentale visto come computer”.
Vediamo se l'analogia permetterà loro di comprendere meglio Fichte.
Ho trovato interessante questa idea (da perfezionare aggiungendo al computer degli organi di senso, una telecamera e dei microfoni).
Perciò da oggi tutta la classe lavorerà a casa per sviluppare l'esempio: “Kant9000: il soggetto trascendentale visto come computer”.
Vediamo se l'analogia permetterà loro di comprendere meglio Fichte.
lunedì 8 aprile 2013
Appunti 130408
Leggendo Badiou, L'hypotèse communiste. L'Idea comunista è operativa quando una verità sia una "sequenza politica emancipativa".
Problema: lascia indefinito "emancipativo", che se inteso come "ciò che produce libertà" è un concetto troppo vago per essere universale. Non mi risulta che Badiou si sia cimentato con l'idea di libertà, verificare.
Problema: lascia indefinito "emancipativo", che se inteso come "ciò che produce libertà" è un concetto troppo vago per essere universale. Non mi risulta che Badiou si sia cimentato con l'idea di libertà, verificare.
sabato 6 aprile 2013
Agostino e la morte
- non si dice quella parola!
- certe volte si dice: tuo nonno Roberto è morto
- non c'è più?
- no, non c'è più, perché non si è curato
- ma può curarsi adesso
- no, adesso è troppo tardi
- adesso è notte dove sta lui?
- (ridendo) sì, è proprio notte, dove sta lui
- ma è lontano da qui?
- sì, in un altro mondo
- certe volte si dice: tuo nonno Roberto è morto
- non c'è più?
- no, non c'è più, perché non si è curato
- ma può curarsi adesso
- no, adesso è troppo tardi
- adesso è notte dove sta lui?
- (ridendo) sì, è proprio notte, dove sta lui
- ma è lontano da qui?
- sì, in un altro mondo
Sul romanzo, 1
Scrivere un romanzo sentimentale, in Italia, oggi, è una delle peggiori forme di vigliaccheria che mi vengano in mente.
giovedì 28 marzo 2013
Poemìa
Moltiplicami il tempo per mille
voglio leggere non un libro ma mille
diecimila, un milione di parole scritte
perfette, pensate e sublimi,
non voglio fermarmi per respirare
mai più, voglio leggere per
sempre.
Quando sarò morto, i libri me li leggerai tu.
sabato 23 marzo 2013
Ancora sulle ineffettuali categorie destra/sinistra
vedi perché non ci capiamo, caro amico intellettuale di sinistra? Tu dici che non capisci come io possa sostenere che l'opposizione destra/sinistra sia stata neutralizzata e inizi a farmi un elenco di cose di sinistra, come essere NoTav ecc. poi però voti per un partito alleato col partito più proTav che ci sia, che quindi secondo la tua definizione dovrebbe essere di destra anche se si dice di sinistra, mentre il M5s risulterebbe automaticamente di sinistra, e sostanzialmente mi dici che voti a destra perché vuoi spostare a sinistra il Partito di Destra...
Poi - contraddicendomi - io ti dico che il pareggio di bilancio in Costituzione è di destra e tu mi dici che anche Hollande lo ha difeso, come se questo bastasse a decidere che cosa è di destra e che cosa di sinistra. Come se per definire l'arte dicessimo che è ciò che fanno gli artisti (ammesso e non concesso che Hollande sia "di sinistra").
Ma allora non è meglio fare come dico io, coltivare una propria distinzione antropologica tra destra e sinistra con valore euristico, e parlare piuttosto delle azioni concrete lasciando perdere i discorsi ineffettuali su destra/sinistra?
Che poi non mi pare che nella prospettiva biopolitica ci sia molto spazio per questa consunta dicotomia, storicamente determinata e assolutamente non elevabile a categoria antropologica universale (Pericle era di sinistra? Platone di destra? Kant? Stalin? Gorbacev? L'omofobia di Che Guevara? Clinton? Craxi? Renzi?).
***
Aggiornamento 7 dicembre 2013 (il giorno prima della vittoria alle primarie di Matteo Renzi e della definitiva sconfitta della fallimentare "sinistra" PD bersaniana).
Dopo la morte di Costanzo Preve ho scoperto la sua vasta opera, di cui mi riprometto di leggere il più possibile.
Qui Preve spiega la sua posizione su destra/sinistra: http://www.kelebekler.com/occ/prevedxsx.htm
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Aggiornamento 7 dicembre 2013 (il giorno prima della vittoria alle primarie di Matteo Renzi e della definitiva sconfitta della fallimentare "sinistra" PD bersaniana).
Dopo la morte di Costanzo Preve ho scoperto la sua vasta opera, di cui mi riprometto di leggere il più possibile.
Qui Preve spiega la sua posizione su destra/sinistra: http://www.kelebekler.com/occ/prevedxsx.htm
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