E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)

lunedì 2 dicembre 2013

Gaga/Žižek: la strana coppia (Vogue.it)

Pubblicato su Vogue.it il 25 luglio 2011

Si è recentemente diffusa una voce secondo cui Lady Gaga e il filosofo Slavoj Žižek sarebbero diventati "grandi amici", ossia amanti. L'amicizia è confermata da Žižek, che però dichiara falsa qualsiasi illazione su una loro liaison. Non è difficile credere al filosofo sloveno (per altro sposato con la modella argentina Analia Hounie), ma è interessante provare a capire perché la notizia sembri come minimo molto verosimile. Che cosa hanno mai in comune la pop-star più famosa del momento e il pop-filosofo che da anni domina le scene mondiali col suo impeto simpatico e irresistibile? 

Forse più di un punto. Entrambi hanno molto a che fare con il personaggio concettuale del mostro: Lady Gaga ha fatto del brutto e del mostruoso un elemento portante della propria estetica (o etica, se si pensa al fenomeno di totalizzazione che caratterizza il rapporto tra Gaga e i suoi fans, apertamente incoraggiati a non temere diversità di nessun tipo, a partire da quella sessuale). Come lo stesso Žižek dice, la figura e "l'opera" di Lady Gaga sono all'altezza della contemporaneità: i suoi video prendono a prestito – con risultati perfetti nel loro genere – stilemi dell'arte contemporanea e della moda più glamour-shock. E per parte sua, Žižek ha indagato - con gli strumenti della psicoanalisi lacaniana e della filosofia idealistica e marxiana - il lato oscuro, vergognoso e perverso dell'umano, partendo dalla politica e passando per una sorta di psicoanalisi del cinema e della letteratura. 

Žižek, il cui successo planetario è per certi versi paragonabile a quello di Lady Gaga, non è inquadrabile nei ranghi della filosofia tradizionale e nemmeno si riduce all'etichetta “pop” che gli viene appioppata: seppure in maniera opinabile, com'è normale, Žižek parla di temi universali a un pubblico universale, facendosi facilmente comprendere da americani ed europei, cinesi e indiani.Insomma, se i due monstres avessero costituito per davvero una nuova coppia, il gossip per una volta sarebbe sembrato trasformarsi in qualcosa di essenziale a proposito della nostra epoca e i suoi protagonisti. 

Nell'epoca dello spettacolo generalizzato, il connubio Lady Gaga & Slavoj Žižek, sia esso virtuale, amichevole o amoroso, appare come un fenomeno estremamente sensato, per quanto falso.

Chomsky vs Žižek

Pubblicato da Znet:

Noam Chomsky – dicembre 2012

In questo breve brano di un’intervista del dicembre 2012 a Veterans Unplugged, a Chomsky è chiesto un parere sulle idee di Slavoj Žižek, Jacques Lacan e Jacques Derrida. Lo studioso del M.I.T. che altrove ha descritto alcune di tali figure e dei loro seguaci come “sette” non misura le parole:

“Ciò cui ti riferisci [rivolgendosi all’intervistatore – n.d.t.] è quella che si chiama “teoria”. E quando ho detto che non sono interessato alla teoria ciò che intendevo dire è che non sono interessato all’esibizionismo, all’utilizzare termini eleganti, come polisillabi, per fingere di avere una teoria quando non se ne ha affatto una. Dunque, in tutta questa roba non c’è alcuna teoria, non nel senso del termine ‘teoria’ con il quale tutti hanno familiarità nelle scienze o in qualsiasi campo serio. Cercare di trovare in tutto il lavoro che citi dei principi dai quali si possano dedurre conclusioni, proposizioni empiricamente verificabili dove tutto vada oltre il livello di qualcosa che si possa spiegare in cinque minuti a un bambino di dodici anni. Prova a vedere si riesci a trovare questo, una volta decodificati i termini astrusi. Io non ci riesco. Perciò non sono interessato a quel genere di esibizione. Žižek ne è l’esempio estremo. Non vedo nulla in ciò che dice. Jacques Lacan in effetti l’ho conosciuto. A modo suo mi piaceva. Ci incontravamo di tanto in tanto. Ma, con assoluta franchezza, penso fosse un totale ciarlatano. Si atteggiava a favore delle telecamere nel modo tipico di molti intellettuali parigini. Perché queste cose abbiano influenza, non né ho la minima idea. Non vedo nulla che dovrebbe avere influenza.”

Intuizione, 16 (Spotify)

La funzione (di coesione) sociale della musica è stata osservata almeno fin dalla nascita della moderna scienza del comportamento umano (per esempio da Darwin).
Oggi il discorso sulla condivisione virtuale della musica tramite i social media come Spotify si concentra sulla forme-di-merce della musica, e sulla parcellizzazione cognitiva data dall'ascolto di parti musicali anzichè di intere opere.
Eppure con i social media noi condividiamo la musica e intendiamo far funzionare la musica nel modo in cui pare sia progettata per funzionare: cioé per far "allineare" i nostri stati mentali (Bharucha et al. 2012).
E' inutile trattare l'esperienza dell'ascolto privato, l'LP sul proprio giradischi nella propria stanzetta adolescenziale, come se fosse un'esperienza normale: era quella, l'eccezione, perché in tutte le società la musica è sempre stata un'esperienza di condivisione.
Qui, però, ovviamente, si condivide in absentia, virtualmente.
(Si facciano avanti i paladini dell'interiorizzazione dell'Altro.)

sabato 30 novembre 2013

Come spiegare in poche parole a un ricercatore australiano come diavolo sei passato da Badiou alla musicologia cognitiva

Well, it was many years ago (1998). I studied with Badiou for two years, for my D.E.A. about Deleuze and… Badiou himself.
At the end of that experience I was satiated of French philosophy and I felt the need for a more empirically grounded style of thought (that was my criticism of his philosophy: it is a form of idealism).
I started a PhD with him but after some times I stopped, because I was no more convinced. Than I did a PhD in philosophy with a French wittgensteinian scholar, Antonia Soulez: the topic was the philosophical style. In that thesis I worked on Relevance Theory, and at the end of it I understood that this theory could be applied to music. So I started my present research program on “musical relevance”, a concept that I formed mixing Relevance Theory and Lerdahl and Jackendoff’s A Generative Theory Tonal Music.
If you are interested you can read a 2012 paper accepted by CogSci: http://mindmodeling.org/cogsci2012/papers/0224/index.html
This version completely lacks of the psychological experimentation that we have done and we are doing after, but It is a first statement of my theory.

Cose brutte che mi rattristano, 1

La mamma che viene a parlarmi per dire che i compagni di sua figlia - a differenza di sua figlia (che ha avuto l'insufficienza grave) - hanno copiato durante il ridicolo test sulle letture estive: mi riempie di tristezza.

lunedì 25 novembre 2013

In morte di Costanzo Preve

Di lui so troppo poco per poter dire qualcosa di sensato (anche se una mia idea ce l'ho). Di sicuro ciò che avevo letto di lui sul Manifesto vent'anni fa, e cioè della sua militanza nel Campo Antimperialista, me lo aveva immediatamente allontanato. Ma ciò che il Manifesto omise di dirmi, giovane neomarxistucolo piccolo borghese qual ero, è che Preve è un filosofo sicuramente interessante, di enorme erudizione e dalla produzione imponente. E tanto mi sarebbe bastato per non ignorarlo per vent'anni, fino alla sua scomparsa.

Riservandomi di leggere il più possibile nei prossimi tempi, mi limito per ora a pubblicare i link degli unici (per ora) due suoi libri che ho trovato online.

- Il tempo della ricerca. Saggio sul moderno, il post-moderno e la fine della storia: http://en.bookfi.org/book/1513164

- Ideologia italiana. Saggio sulla storia delle idee marxiste in Italia: http://en.bookfi.org/book/1513163

Qui si trovano diversi articoli: http://www.kelebekler.com/occ/prevearticoli.htm

***

Recepisco il suggerimento di Marcello Teofilatto e linko l'Elogio della filosofia ebook gratuito della casa editrice Petite Plaisance.

sabato 23 novembre 2013

Intuizione, 15 (Libertà impura)

Ai filosofi e agli intellettuali il tema e il concetto della libertà sono molto cari.
L' "uomo comune" - posto che esista aldilà dell'astrazione necessaria a un discorso un po' retrivo come questo - non si cura tanto del concetto quanto della sua pratica.
I filosofi come li conosciamo (esclusi quindi gli antichi, Aristotele incluso) tendono a opporre la libertà interiore, spirituale ed etica, a quella esteriore, fisica, sociale e politica (un tema inizialmente sviluppato dalle filosofie ellenistiche, magistralmente stilizzato da Hegel).
Ma l'opposizione di fisico e spirituale si decostruisce da sé.
La nostra stessa quotidianità è un'alternanza di sottomissione pratica ai nostri doveri pratici, desideri e "piani di comportamento" e di ribellione o frustrazione degli stessi.
La libertà è un impasto empirico-trascendentale, impura come l'essere che solo possiamo conoscere, umani.

venerdì 22 novembre 2013

Intuizione, 14 (L'assenza della "voltità" dal web)

Io me lo ricordo bene, quando all'inizio si sentiva l'esigenza di conoscere almeno il volto dell'amico di FB. Poi questa cosa è scomparsa completamente, corrispondiamo quotidianamente con amici dal volto assente.

"Segno dell'alienazione della comunicazione virtuale!", si affretta a dire il virtuoofobo apocalittico.
Va bene, ma quando per secoli gli intellettuali europei corrispondevano tra di loro avevano forse un'idea precisa del volto dell'Altro? Al massimo una stampa, ma solo per i casi più illustri, suppongo.

PS: a parte che se proprio la curiosità per il volto altrui ci rode, si fa in fretta a soddisfarla con una foto. Pensa, o virtuoofobo, conosco persino persone che dalla Rete sono passate a conoscersi realmente! Pensa!

Crepi il porco liberale!

martedì 19 novembre 2013

Intuizione, 13 (Adorniana: musica e alienazione)

Senza sacrificio non si impara la musica. Una volta che si è imparata, essa ci restituisce poi moltissimo in forma di sentimenti ineffabili e sublimi.
Ma è appunto soltanto un risarcimento, una consolazione per aver dovuto sofrire ad imparare un linguaggio e una tecnica musicali altamente difficili.
Tale linguaggio e tale tecnica sono impensabili al di fuori di una società alienata, ne sono anzi un'espressione (vedi le elucubrazioni di Adorno sul progressismo di Schoenberg e il reazionarismo  di Stravinsky).

Intuizione, 12 (Infanzia e rivoluzione)

Fino a qualche anno fa non mi dispiaceva l'idea di morire su una barricata, combattendo contro un golpe fascista.
Da quando ho un figlio, invece, penso spesso con ansia che se il sistema sociale italiano crollasse, se si creasse una situazione rivoluzionaria a rischio di violenta repressione poliziesco-militare e conseguente restaurazione tecnodittatoriale, la mia unica preoccupazione sarebbe Agostino, mio figlio. Come metterlo in salvo? Come preservarlo dalla violenza?
Come tollerare che un bambino sia esposto al male degli uomini adulti? Lo so, sembra che tolleriamo quotidianamente che ciò avvenga, ma io credo che in realtà non lo tolleriamo affatto, chi più chi meno siamo tutti pronti a ribellarci fino alla morte per difendere un qualsiasi bambino, un qualsiasi debole, un qualsiasi oppresso: sono immagini sostanziali di noi stessi, della nostra stessa precarietà e finitezza. Gli atti di eroismo di persone comuni si spiegano così, con l'istinto altruistico e l'amorosa cooperazione che nella nostra terribile specie convivono accanto ai peggiori istinti egoistici e distruttivi.

Ho pensato a come potevano vivere i genitori nei primi giorni di una dittatura come quella cilena. Che cosa pensavano le mamme e i papà mentre i feroci assassini fascisti cominciavano a sterminare sistematicamente i cileni democratici?
Ho improvvisamente intuito che non potevano pensare ad altro che ai loro bambini, la cui vita era cognitivamente protetta - fino al momento del disastro reale - dall'angoscia della guerra e della morte. Probabilmente prima di essere catturati e annientati, molti cileni giocavano coi loro bambini esattamente come prima, si sforzavano di farlo, per non turbare la meccanica e biologica calma irrequieta della quotidianità infantile.

Ha ragione Deleuze, i bambini sono la pura immanenza e il loro essere mondano è in qualche senso perfetto.
Ora so che se cominciasse la rivoluzione io dovrei guardare dentro la sfera del mondo del mio bambino per trarne luce e quiete.
Fino all'ultimo istante.

lunedì 18 novembre 2013

Appunti su "La conoscenza storica dal punto di vista cognitivo"

Conoscenza storica come rappresentazioni mentali.

Perché lo storicismo non funziona (nella scuola di massa) sul piano cognitivo.

Concatenamenti di eventi storici: meccanici (causali), non logici.
Tipicità del post hoc ergo propter hoc.

Informazioni del contesto iniziale troppo poco rilevanti (bisognerebbe eventualmente cominciare dal presente e andare a ritroso: "prima di x c'era y". Perché non si può?).
Se fino a un certo punto il bambino riceve come naturali le narrazioni sul passato, quando avviene la frattura gnoseologico-storica? Tra fanciullezza e adolescenza? Tra medie e superiori? Perché ricominciare dall'antichità nel primo biennio superiore? Forse sarebbe meglio continuare con la contemporaneità  e recuperare vecchie informazioni, via via ampliandole e approfondendole, in dialettica spiraloide, per assecondare la maturazione del discente?

Scuola italiana

La mia supplente dell'anno scorso scriveva "D'Anton" e pronunciava apéiron (non sapeva il greco ma diceva di voler insegnare i termini greci) e Goite (il famoso poeta tedesco-piemontese di inizio Ottocento).

Quest'anno invece il mio supplente è un Normalista e vorrei quasi chiedergli di darmi qualche lezione.

Quando torno a scuola devo dire ai miei alunni: in questi due anni voi avete visto l'Alfa e l'Omega della scuola italiana. Io sto nel bel mezzo (sono il Lambda o il Mi).

Liberarsi da Facebook!

Mi sto finalmente liberando da Facebook!
(Bastava dirmi che Twitter era così divertente :-D)

[Iniziare a pensare a Filosofia di Twitter]

domenica 17 novembre 2013

Intuizione, 11 (finitezza della merce)

La merce come oggetto necessariamente finito, diversamente invendibile.
Il non-finito come resistenza alla merce.
(Testi frammentari, in fieri, versioni multiple, scrittura online).

giovedì 14 novembre 2013

Appunti su Deleuze e Guattari e le scienze cognitive

Ottimo fiuto di D&G: "È una questione linguistica e politica: la critica al postulato che vuole il linguaggio essere informativo e comunicativo.Il linguaggio sarebbe una sorta di staffettista che informa, cioè passa i contenuti da un parlante a un ascoltatore. Il linguaggio fa anche questo, intendiamoci: ma non è questa la sua essenza." (De Michele)

E' anche una questione cognitiva: per Chomsky il linguaggio non è uno strumento evolutosi teleologicamente per farci comunicare. Serve anche a quello, ma è uno strumento comunicativo come altri, solo molto più potente e versatile.
D&G a modo loro l'avevano ben capito. Certo, la dimensione cognitiva è loro del tutto estranea, et pour cause. Sicuramente per loro "scienze cognitive" significava Chomsky, che avevano superficialmente identificato come un avversario, per via della struttura formale e gerarchica del linguaggio così come teorizzata fin dalle prime opere chomskyane.

sabato 9 novembre 2013

venerdì 8 novembre 2013

BES per Gli Asini (in fase di scrittura)



    Estensione del dominio dell'inclusività

Remember me, special needs (Placebo)

Bisogni Educativi Speciali è l'etichetta italiana con cui il MIUR ha recepito l'orientamento europeo sugli Special Educative Needs (SEN: pare che sia il Regno Unito ad averne parlato per primo). L'etichetta nostrana, buffamente omofona del nome del dio minore del pantheon egizio (spesso rappresentanto come un vecchio nano con gambe storte e ornato di piume di struzzo), ha subito attecchito nel gergo scolastichese: pochi sanno che cosa significhi e quand'anche si sappia sembra che si consideri ovvio il significato di un concetto tecnico che ovvio non è affatto. Dato il contesto scolastico, che cosa significa bisogni? Che cosa significa educativo? Che cosa significa speciale? È un concetto tripartito che prima di essere applicato in modo intuitivo o burocratico andrebbe pensato e analizzato molto bene.
Non c'è una normativa comune a livello di Unione Europea, ma da anni i SEN fanno parte del repertorio concettuale degli esperti educativi. Si dice per esempio nell'incipit di un rapporto della Commissione europea del 2005, giocando sull'ambiguità di “speciale” (che infatti qualcuno propone di sostituire con “specifico”): “Like DNA each individual is unique. Being unique makes that individual special. The word special is used to describe something that relates to one particular individual, group or environment. Special also means different from normal. Normal is used to refer to what is ordinary, as in what people expect.”

Nella scuola italiana i BES sono stati introdotti con la Direttiva Ministeriale BES (27/12/2012) dal ministro Profumo. Il ministro Carrozza ha poi diramato una circolare ministeriale (n.8 del 6/03/2013) nella quale precisava (non senza qualche vaghezza) in che modo dovrebbe avvenire l'implementazione del dispositivo normativo. Profumo, per chi non lo sapesse, è il ministro dell'infelice frase sul bastone e la carota per gli insegnanti1. Era considerato un “tecnico”,ambigua etichetta che sembra quasi oler giustificare l'aggressività rivolta versi i propri stessi dipendenti (il ministro Brunetta chiamava “fannulloni” i dipendenti pubblici, ma l'espressione di Profumo mi sembra peggiore, connotata com'è in senso bellico-fascista2).
L'attuale ministro Mariagrazia Carrozza, invece, esperta mondiale di meccatronica e già direttrice del Sant'Anna è un ministro politico, espressione del PD, pur continuando la breve serie dei ministri dotati di expertise (a differenza di Mariastella Gelmini che poco o niente aveva a che fare con istruzione università e ricerca). Da lei, dunque, qualcuno poteva forse aspettarsi una qualche sensibilità “di sinistra” riguardo alla scuola, ma. Suppongo che quel qualcuno sia rimasto deluso dalle recenti notizie: per fare solo due esempi, secondo il ministro il liceo di quattro anni andrebbe benissimo, così come il meccanismo della cooptazione per l'arruolamento dei docenti universitari, introdotto dalla riforma Gelmini e sostenuto anche da molti professori universitari di centrosinistra (perché affaticarsi a fare concorsi truccati quando si sa che la cooptazione di fatto già avviene?).
Insomma, i BES sono stati introdotti da due ministri che non sembrano avere molto a cuore il sistema educativo pubblico così come consegnatoci dalla Costituzione.
Tornando ai BES, la Direttiva Profumo rinvia all'elaborazione teorica dell'Organizzazione Mondiale della Sanità relativa al “funzionamento” degli esseri umani (e qui si potrebbe discutere parecchio della legittimità di tale concetto). Dice infatti quanto segue: “[...] è rilevante l’apporto, anche sul piano culturale, del modello diagnostico ICF (International Classification of Functioning) dell’OMS, che considera la persona nella sua totalità, in una prospettiva bio-psico-sociale. Fondandosi sul profilo di funzionamento e sull’analisi del contesto, il modello ICF consente di individuare i Bisogni Educativi Speciali (BES) dell’alunno prescindendo da preclusive tipizzazioni.” C'è insomma un tentativo di coniugare il tecnicismo di una razionalizzazione mondiale con il contrasto alle stigmatizzazioni di chi si trovi in situazione di bisogno. La Direttiva Ministeriale di Profumo in pratica ha esteso a tutti gli studenti in difficoltà il diritto alla personalizzazione dell’apprendimento. L'area dei Bisogni Educativi Speciali comprende infatti: “svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse”. La Direttiva riconosce che esistono tanti tipi di disagi oltre a quelli già classificati come “diversabilità” (Ianes) e come “Disturbi Specifici dell'Apprendimento” (DSA: dislessie, discalculie, disgrafie, disortografie).
Da questo punto di vista mi pare che il testo della Direttiva ponga un problema reale, perché la natura pervasiva e sociopolitica del disagio non può essere ignorata da nessun insegnante. Ogni classe è un piccolo mondo che riflette in qualche modo il vasto mondo sociale, attualmente in forte crisi, come ben noto. Che la scuola possa prendersi cura del disagio dei giovani cittadini, istituzionalmente e non solo in maniera volontaristica e asistematica, come da sempre avviene, è positivo. È una potenziale apertura della scuola verso la società e le sue tensioni, che troppo spesso filtrano all'interno in maniera asettica, come se ci fosse per davvero una separazione tra dentro e fuori, tra incluso ed escluso.

Con la nuova normativa BES è responsabilità degli insegnanti e del consiglio di classe individuare a tutela dell'alunna o dell'alunno in situazione di disagio la possibilità di tenere conto dei “livelli minimi attesi per le competenze in uscita”, per ciascun ciclo di studi (primo biennio, secondo biennio, quinto anno). Questo non significa poter “promuovere tutti” (l'eterna paura di certi insegnanti un po' reazionari) ma significa evitare che un* giovane con . Farò un solo esempio personale: a metà ottobre il coordinatore di una classe mi parla di una alunna con BES certificato (possono esserlo o non esserlo) e mi dice che non ha speranza di farcela nella nostra scuola. Ma durante il primo collloquio con la madre della ragazza si scopre che alle medie era abituata a usare un pc portatile, per compensare la sua disgrafia: fino a quel momento nessun insegnante aveva pensato di chiederglielo e ci si accingeva già a “riorientare” la ragazza verso un'altra scuola. Non per cattiveria ma perché a scuola spesso si ragiona ancora sulla base di una semplice logica binaria: ce la fa/non ce la fa, è da promuovere/è da bocciare, è bravo/non è bravo. Il concetto di inclusività potrebbe forse scardinare questa logica, o almeno indebolirla (non dirò “decostruirla” perché questo mutamento, se avviene, non avviene affatto da sé, c'è anzi bisogno di molto lavoro culturale sul campo).

I BES sono stati recepiti abbastanza male: molti insegnanti li hanno identificati come un potenziale “bastone”, non certo come una carota. Si è temuto un carico supplementare di lavoro unito a una subdola manovra per diminuire gli insegnanti di sostegno (è questa la prima interpretazione che si è levata da sinistra, da parte sindacale e sui siti specializzati).
Non ne sanno quasi nulla, o forse proprio nulla, i cosiddetti "utenti" (squallido lessema neoliberista), cioé alunn* e famiglie. Del resto, in apparenza questo è un cambiamento normativo che riguarda soltanto il corpo insegnante: per gli "utenti" dovrebbe manifestarsi come surplus di tutele. Invece... Invece è nell'interesse di tutti i cittadini italiani che hanno a che fare con la scuola conoscere bene questo nuovo dispositivo (che si potrebbe chiamare “biopolitico”, per scomodare il concetto di Foucault ultiamente molto di moda): in certi casi potrebbe essere un'utile arma difensiva contro certe inerzie nocive di un'istituzione fortemente in crisi come la scuola.
I BES sarebbero un indubbio bene se venissero effettivamente usati per aumentare l'inclusività della scuola. Sulla carta sono progettati così, naturalmente come dispositivo propositivo e non come “grimaldello” decostruttivo dell'esclusione scolastica. Ma è questa una prospettiva che si può aggiungere da una posizione militante, diffidente verso le buone intenzioni meccatronico-ministeriali.
I BES possono anche essere un rischio: come ogni rivoluzionario sa, il fallimento è sempre in agguato. Con il prodigioso (e misterioso) aumento dei disturbi specifici e aspecifici dell'apprendimento, nei prossimi anni si avranno scuole che per ingrandirsi accetteranno alunni con problemi, mentre altre potrebbero scegliere una politica di “pulizia”: nonostante si parli di scuola pubblica statale, le scelte dei dirigenti possono infatti esssere diametralmente opposte, grazie a quell'altro flagello neoliberale che è la cosiddetta Autonomia scolastica3. La percentuale di BES nelle scuole potrebbe anche diventare uno stigma socialmente divisivo: qualcuno non vorrà iscriversi in una scuola con troppi bisogni speciali.
C'è ovviamente anche un'altra possibilità, e cioé che i BES non abbiano nessuna efficacia, non servano ad aumentare l'inclusività e lascino tutto così com'è, solo con qualche modulo compilato in più. In questo caso l'ominimia col personaggio egizio, omino piccolo e brutto ma vestito di piume di struzzo, risulterebbe profeticamente e tristemente azzeccata.

Bisogna soprattutto tenere conto che l'introduzione dei BES avviene in un contesto scolastico gravemente degradato, a causa della riforma Gelmini ma non soltanto: c'è un fil rouge abbastanza evidente che collega il finanziamento anticostituzionale della scuola privata, avviato dal ministro di centrosinistra Luigi Berlinguer enl 1998, con le tre "I" berlusconiane e la riforma Gelmini ("la prima e unica dopo quella di Gentile"), e con la tecnicizzazione anche della politica scolastica propria agli ultimi due governi. La criticità della situazione si manifesta in modo molto concreto: cominciano a essere frequenti le cosiddette “classi pollaio” con trentacinque alunni di cui magari, per semplice statistica, circa tre con DSA, uno o due con BES, un diversamente abile e almeno uno straniero. E poi ovviamente con molti altri disagi psicologici, sociali ed economici non facilmente formalizzabili. Si aggiunga che una simile classe-polveriera, sempre per semplice statistica, viene spesso lasciata in mano a un insegnante - più spesso una insegnante - mediamente ultracinquantenne, sovente sull'orlo del burn out anche solo per semplici ragioni anagrafiche e sociali (ho visto diverse colleghe con genitori anziani e malati faticare per fornire loro un'assistenza ormai quasi insostenibile sul piano economico).
I BES vengono dunque gettati nella mischia senza aver prima fornito ai lavoratori della scuola gli adeguati strumenti, dato che il taglio degli investimenti per la scuola pubblica non soltanto ci condanna a stazionare in edifici non a norma (e talvolta crollano) ma anche a non poter svolgere appieno e serenamente la nostra funzione.

Ma nonostante tutto questo, io penso che i BES possono comunque essere un'opportunità. Non vedo infatti che cosa dovrebbe trattenere gli insegnanti che non rinunciano all'utopia di una rivoluzione nonviolenta da attuarsi giorno dopo giorno, dall'impegnarsi per far funzionare questo dispositivo normativo in modo rivoluzionario. Mentre la nave Scuola affonda, insomma, non vedo perché dovremmo rinunciare a estendere il dominio della lotta. Mi rendo conto che la scuola come nave che affonda non è certo un'immagine rassicurante e sembra implicare che qualcuno non si salverà. L'inclusività può essere una buona scialuppa di salvataggio? Io lo voglio sperare: è un ideale che parla di una scuola aperta, forse addirittura di una futura società aperta, nel senso capitiniano dell'apertura al tu-tutti.
Bisognosi di tutta la società unitevi (dentro e fuori la scuola)!


Edoardo Acotto

1 “Il Paese va allenato. Dobbiamo usare un po' di bastone e un po' di carota e qualche volta dobbiamo utilizzare un po' di piu' il bastone e un po' meno la carota. In altri momenti bisogna dare piu' carote, ma mai troppe”.
2“Pare che in questo senso la frase sia stata usata anche da Winston Churchill, in due discorsi alla Camera dei Comuni nel maggio e nel luglio del 1943, in merito al modo in cui secondo lui andava trattato il popolo italiano. Nel 1945 Benito Mussolini riprese il tema e la locuzione in una serie di articoli sul Corriere della Sera.” (http://dizionari.corriere.it/dizionario-modi-di-dire/B/bastone.shtml#6)

      Onto-teo-logia della pigrizia (Intuizione, 10)

      Se fosse per me, l'Essere (anche Dio) se ne starebbe quieto a non far nulla, si metterebbe eventualmente in azione solo quando richiesto.
      Vantaggi e svantaggi.
      Vantaggi: apertura fondativa all'altro, grande o piccolo. Disponiblità all'ascolto della chiamata.
      Svantaggi: l'assenza d'opera è un'opzione come un'altra. Si rischia il nulla di fatto.
      Vantaggi: quiete della possibilità, potenza di non creare, non agire, non essere.

      giovedì 7 novembre 2013

      Invecchiare, 1

      Oggi alla fermata del bus c'era un gruppo di adolescenti alternusi che parlavano di un viaggio a Firenze come se fosse stato un luogo esotico, dove la gente è simpatica e a quelli che vendono il fumo puoi anche dire di no, che non si offendono, cioè puoi pure permetterti di scegliere se un altro spacciatore ha del fumo migliore.
      E se chiedi dov'è la piazza, mettiamo che sia l'equivalente di Piazza Castello, ti dicono: è di là ma ti ci accompagno, devo andare anch'io in quella direzione.

      Mi sembravano completamente deficienti, quasi in modo da farmi pena.