I filosofi continentali parlano di arc(h)i-trascendentale, cioè il trascendentale del trascendentale (vedi Agamben, prefazione a Infanzia e storia).
Ma il vero trascendentale del pensiero, più vicino che mai all'empirico pensato, è LA LETTURA.
E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
giovedì 26 febbraio 2015
sabato 21 febbraio 2015
Coscienza gradualmente per sé (intuizione 39)
La questione marxiana dell'opposizione tra classe in sé e classe per sé illumina un problema della dialettica di Hegel: il passaggio dall'inconscio alla coscienza non è un aut aut gnoseologico (la contraddizione non è contrarietà).
Non si è coscienti o incoscienti, ma si può essere più o meno incoscienti, più o meno coscienti, sia in quanto spirito che in quanto classe.
Secondo la terminologia di Rudolf Carnap: essere coscienti è un concetto comparativo, non classificatorio o quantitativo.
Non si è coscienti o incoscienti, ma si può essere più o meno incoscienti, più o meno coscienti, sia in quanto spirito che in quanto classe.
Secondo la terminologia di Rudolf Carnap: essere coscienti è un concetto comparativo, non classificatorio o quantitativo.
giovedì 19 febbraio 2015
Singolarità della bruttezza (Intuizione 38)
Tutti i volti belli si somigliano; ogni
volto brutto è invece disgraziato a modo suo.
mercoledì 21 gennaio 2015
Roman nouveau, 4
Dopo la morte di mio padre la filosofia non mi interessava più, o peggio mi appariva inutile e stupida. Non riuscivo più a studiare. Supponevo però che fosse in qualche modo ancora la mia strada, non tanto perché io mi sentissi particolarmente intelligente o portato per il lavoro intellettuale (i miei risultati universitari non erano stati mediocri ma nemmeno eccellenti: mancava sempre qualcosa perché i professori vedessero in me una promessa anziché semplicemente un giovane in gamba), quanto perché abbandonarla avrebbe voluto dire inventarsi un’altra vita. Non mi sentivo proprio di inventarmi un'altra vita, dopo la morte di mio padre.
A dire il vero i concetti filosofici continuavano a piacermi, come dovrebbero piacere a tutti quelli che studiano filosofia. Studiandoli e comprendendoli mi pareva di essere forte, quando li capivo, mi pareva di essere potente, di partecipare al concetto splendido che stavo leggendo e comprendendo.
martedì 13 gennaio 2015
Lanza del Vasto (da "Senza violenza")
Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto (1901-1981), nacque a San Vito dei Normanni da famiglia nobile, padre siciliano e madre belga. Studiò al liceo Condorcet a Parigi, poi filosofia a Firenze e Pisa. La sua personalità eccezionale riunisce caratteristiche disparate: poeta, scrittore, filosofo, pensatore religioso con una forte vena mistica, ma anche patriarca fondatore di comunità rurali sul modello di quelle gandhiane e attivista nonviolento contro la guerra d'Algeria o gli armamenti nucleari.
«La guerra di Abissinia già iniziava ed il mio rifiuto a parteciparvi era la cosa più evidente. E poi questa guerra non era che l’inizio: in seguito forse sarei stato ad uccidere inglesi, tedeschi e un giorno avrei avuto dinanzi alla mia baionetta Rainer Maria Rilke. No, la mia risposta era no. “Ma che cosa è che rende la guerra inevitabile?”, mi domandavo. Benché giovane avevo capito la puerilità delle risposte ordinarie, quelle che si rifanno alla nostra cattiveria, al nostro odio e al pregiudizio. Sapevo che la guerra non aveva a che fare con tutto ciò. “Certo, una dottrina esiste per opporsi alla guerra e la vedo nel Vangelo”, dicevo, “ma com’è che i cristiani non la vedono? Manca quindi un metodo, un metodo per difendersi senza offendere. Un modo nuovo, diverso, umano di risolvere i conflitti umani”. Solo in Gandhi vedevo colui che avrebbe potuto darmi una risposta ed il metodo» (Pagni R. Ultimi dialoghi con Lanza del Vasto, p.50-51) Così Lanza del Vasto ricorda la sua decisione di partire per l’India nell’autunno del 1936, autofinanziandosi con la vendita a un’amica facoltosa del manoscritto della sua prima opera, Giuda. Lanza non partiva alla ricerca di spiritualità, tanto più che la conversione al cristianesimo gli impegnava pienamente l’animo: «Ma mi ero, non senza pena, convertito alla mia propria religione, e avevo il mio da fare per meditare le Scritture ed applicarne i comandamenti. E se mi si chiedeva “siete cristiano?”, rispondevo: “Sarebbe ben prezioso dire di sì. Tento di esserlo”» (L’Arca aveva una vigna per vela, p.11) In India Lanza conobbe Gandhi, con il quale stette qualche mese, per poi recarsi inHimalaya. Durante il viaggio «conobbi le inquietudini sociali dell’India ed il suo metodo di liberazione, la non violenza, che era molto contraria al mio carattere (come del resto credo sia contraria al carattere di tutti). Nessuno è non violento per natura: siamo violenti e non proviamo vergogna a dirlo, anzi lo diciamo con un certo orgoglio. Ma ciò che non diciamo è che la vigliaccheria e la violenza fanno la forza delle nazioni e degli eserciti e la non violenza consiste nel superare questi due grandi motivi della storia umana» (Pagni, cit., p.51). In India trova «un’umanità simile alla nostra quanto opposta: qualche cosa come un altro sesso» (Lanza del Vasto, Pellegrinaggio alle sorgenti, p.82). Tornato dall’India dopo ulteriori peregrinazioni in Terra Santa, Lanza comprende che la sua vocazione è di fondare una comunità rurale nonviolenta, sul modello del gandhiano ashram, la comunità autarchica ed egualitaria che per il Mahatma doveva essere la cellula della società. Gli ci volle del tempo prima di riuscire a concretizzarla attraverso la fondazione della comunità dell’Arca. Tra le poche persone a cui gli riesce di esporre il suo progetto c’è Simone Weil, che incontra a Marsiglia, nel 1941. Nonostante il suo pacifismo, la Weil non nutriva molta fiducia nella nonviolenza gandhiana. Lanza gliene parlò e lei sembrò comprendere meglio. Poi parlarono della visione dell’Arca, che allora non si chiamava ancora così, ed era la prima volta che Lanza ne parlava con qualcuno: «Lei capì subito! “È un diamante bellissimo”, disse. “Sì,” risposi “è vero. Ha solo un minuscolo difetto: che non esiste”. E lei: “Ma esisterà, esisterà, perché Dio lo vuole”» (Pagni, cit., p.58-59). Simone aveva ragione. L’ultima sede della comunità fu la Borie Noble, con circa centocinquanta persone che vivono nel modo più frugale e gioiosamente comunitario. Il nome venne quando si cominciò a parlare di “lanzismo”: «Si cominciava a parlare di Lanzisti e Lanzismo, cosa che mi fece rizzare il pelo. “Amici miei”, annunciai, “noi ci chiameremeo l’Arca, quella di Noé beninteso. E noi gli animali dell’Arca.» (L’Arca aveva una vigna per vela, p.48). Negli anni successivi numerosissime iniziative nonviolente videro protagonista Lanza e i suoi compagni, che seppero attirare l’attenzione dell’opinione pubblica francese e non solo. La prima azione pubblica nonviolenta è del 1957, contro le torture e i massacri compiuti dai francesi in Algeria, e si svolge a Clichy in una casa dove aveva vissuto San Vincenzo de Paoli. L’azione fu guardata con relativo favore dalla stampa, e giunse la solidarietà di personalità come Mauriac o l’Abbé Pierre. Poi vennero le lotte contro il nucleare, la prima delle quali nel 1958: Lanza con i suoi compagni penetrano nel cancello di una centrale nucleare e vengono poi trascinati via dai poliziotti. Poi ancora la campagna contro i “campi di assegnazione per residenza”, sorta di campi di concentramento per gli algerini “sospetti”, e quella in favore degli obiettori di coscienza. Durante la Quaresima del 1963, tra due sessioni del Concilio Vaticano IILanza fece un digiuno di quaranta giorni compiuto nell’attesa di una parola forte sulla pace da parte della Chiesa. Poco dopo il trentesimo giorno, il Segretario di Stato consegnò a Chanterelle, la moglie di Lanza, il testo dell’enciclica Pacem in terris: «Dentro ci sono cose che non sono mai state dette, pagine che potrebbero essere firmate da suo marito!» (ivi, p.99).
Testi consultati:
Lanza del Vasto G.G., L’arca aveva una vigna per vela, Jaca Book, Milano, 1980.
Id., Pellegrinaggio alle sorgenti, Jaca Book, Milano 1978
de Mareuil A., Lanza del Vasto. Sa vie, son oeuvre, son message, Dangles, Saint-Jean-de-Braye, 1998.
Pagni R., Ultimi dialoghi con Lanza del Vasto, Edizioni Paoline, 1981.
La mia modesta risposta all'attentato di Parigi
...consiste nel mettermi a leggere e studiare, nella convinzione che anche la mia ignoranza e accidia intellettuale sia concausa di ciò che accade nel mondo.
In casa ho trovato questi titoli in italiano che mi sembrano pertinenti:
Giovanna Borradori, Filosofia del terrore. Dialoghi con Jürgen Habermas/Jacques Derrida, Laterza, 2003
Mauro Carbone, Essere morti insieme, Bollati Boringhieri, 2007
Bernard Lewis, L'Europa e l'Islam, Laterza, 1995
Hans Küng, Islam. Passato, presente e futuro, Rizzoli, 2005
Antonella Sapio, Per una psicologia della pace, Franco Angeli, 2009
Amartya Sen, Identità e violenza, Laterza, 2006 (in particolare il capitolo Affiliazioni religiose e storia islamica)
Peter Singer, One World. L'etica della globalizzazione, Einaudi, 2003
Thich Nhat Hanh, Essere pace, Ubaldini Editore, 1989
In casa ho trovato questi titoli in italiano che mi sembrano pertinenti:
Giovanna Borradori, Filosofia del terrore. Dialoghi con Jürgen Habermas/Jacques Derrida, Laterza, 2003
Mauro Carbone, Essere morti insieme, Bollati Boringhieri, 2007
Bernard Lewis, L'Europa e l'Islam, Laterza, 1995
Hans Küng, Islam. Passato, presente e futuro, Rizzoli, 2005
Antonella Sapio, Per una psicologia della pace, Franco Angeli, 2009
Amartya Sen, Identità e violenza, Laterza, 2006 (in particolare il capitolo Affiliazioni religiose e storia islamica)
Peter Singer, One World. L'etica della globalizzazione, Einaudi, 2003
Thich Nhat Hanh, Essere pace, Ubaldini Editore, 1989
Maestro e allievo (intuizione 37)
Da giovane avrei avuto bisogno di un maestro.
Non l'ho mai trovato e sono diventato il maestro di me stesso.
Nel frattempo era scomparso in me l'allievo.
Non l'ho mai trovato e sono diventato il maestro di me stesso.
Nel frattempo era scomparso in me l'allievo.
lunedì 12 gennaio 2015
La religione nel cervello
Estratti da Edoardo Acotto, Mito e (neuro)scienze cognitive
...
...
L'intelligenza di Dio
Molti sono gli antropologi e gli psicologi di
orientamento cognitivo che sostengono che le credenze religiose e
mitiche siano una conseguenza naturale dell'evoluzione della mente
umana - o mente/cervello, come si dovrebbe dire per sottolineare
l'impostazione materialista di questi autori.
Considerando il suo ruolo fondamentale nella
storia delle scienze cognitive, un punto di vista interessante è
quello di Howard Gardner, il padre della teoria delle “intelligenze
multiple” (Gardner 1987). Gardner (2000) analizza la possibilità
di una forma autonoma di intelligenza, spirituale o religiosa, che
comprenderebbe due abilità principali: realizzare particolari stati
fisici coinvolti nella meditazione e in altre tecniche di
manipolazione della coscienza, e raggiungere certi stati
fenomenologici consistenti in una qualche esperienza di unione con il
tutto. Secondo Gardner, però, nessuna di queste due capacità
cognitive è specifica di un'intelligenza spirituale o religiosa,
perché le abilità meditative possono essere ricondotte
all'intelligenza corporeo-cinestetica e l'esperienza “estatica”
di unione spirituale può scaturire da altre forme di intelligenza,
come quella matematica o quella musicale, sopratutto nei momenti
creativi. Per individuare una forma autonoma di intelligenza si
devono poter individuare computazioni specifiche del dominio e
secondo Gardner non è questo il caso per la presunta intelligenza
spirituale. Gardner si domanda se sarebbe possibile attribuire a una
“intelligenza esistenziale”, legata all'esistenza di sé come
individuo nel cosmo e alla capacità di interrogarne il senso, la
capacità di «effettuare computazioni (in senso lato) su elementi
che trascendono la normale percezione sensoriale, forse perché sono
troppo grandi o troppo piccoli per essere appresi direttamente»
(ivi, p.29). Ma in mancanza di evidenze neuroscientifiche non
c'è ragione per ipostatizzare un'intelligenza apposita.
...
Religione? Naturale!
La ricerca dell'antropologo Pascal Boyer si
inserisce pienamente nel solco della psicologia evoluzionistica,
che è un innesto della psicologia cognitiva sul neodarwinismo
(Barkow, Cosmides e Tooby 1992). Anche per
Boyer (2013) Lévi-Strauss è un predecessore “brillante e
problematico” dell'antropologia cognitivista. E coerente con
l'impostazione dei lavori di Sperber è anche la prospettiva di
Boyer (1992) sulla trasmissione culturale delle credenze mitiche e
religiose, intese come particolari forme di rappresentazione mentale
e di narrazione. Boyer spiega le credenze mitiche e religiose
partendo dall'ipotesi che esse siano sempre coerenti con i meccanismi
della cognizione umana, che nella prospettiva delle scienze cognitive
è l'insieme dei processi mentali pensabili come elaborazione di
informazioni: dalla comprensione di una frase a un ragionamento
logico, alla visione di una scena o all'ascolto di una musica. Anche
la trasmissione culturale sottostà alla “benformatezza” delle
storie: come hanno mostrato gli studi pionieristici di Bartlett
(1932, 1923, 1958) le “buone” storie, cioè quelle ben costruite
rispetto ai vincoli cognitivi, si ricordano meglio, e le narrazioni
mitiche raccolte dagli antropologi sembrano conformarsi alle
caratteristiche determinate negli esperimenti di laboratorio. Questo
significa che nel processo di trasmissione della memoria mitica le
narrazioni sono “formattate”, oppure vengono dimenticate: i miti
i riti tradizionali sono composti rispettivamente di storie e
sequenze di gesti e azioni particolarmente memorabili (Boyer 1992, p.
19).
Il contenuto delle credenze mitiche non avrà
una variabilità indefinita perché le caratteristiche cognitive
della mente umana costituiscono i vincoli di formazione,
conservazione e trasmissione delle credenze stesse. Così, le idee
religiose sono “naturali” (Boyer 1994), ossia comprensibili e
spiegabili all'interno di un'epistemologia naturalizzata (Quine
1969).
Gli esseri umani si trasmettono nozioni
religiose all'interno del proprio gruppo sociale. Secondo Boyer,
però, la trasmissione reale delle credenze non corrisponde a
un'immagine naive e semplicistica: aquisire rappresentazioni mentali
non è un processo passivo e i bambini che imparano i contenuti
religiosi della propria cultura filtrano attivamente tutte le
informazioni dell'ambiente. Il paragone con l'apprendimento
linguistico può essere illuminante: non si apprende la sintassi
della lingua materna sulla base di stimoli espliciti, come voleva il
comportamentismo, esizialmente criticato da Chomsky (1959), bensì in
maniera complessa, naturale e inconscia (Bloom 2000). Le regole di
comportamento, invece, si apprendono per insegnamento esplicito, e
non con la semplice osservazione degli esempi di interazione sociale.
La matematica costituisce un caso diverso, che richiede un certo
sforzo di apprendimento e dunque la relativa coscienza di apprendere
qualcosa. Non c'è dunque un unico modo di apprendere i contenuti che
ci rendono culturalmente competenti, perché la disposizione del
cervello umano ad apprendere può essere differente a seconda del
dominio considerato: è naturale apprendere entro i sei anni la
corretta sintassi e la fonetica della propria lingua mentre le norme
sociali vengono interiorizzate secondo un diverso ritmo. In tutti
questi casi si ha disposizione ad apprendere perché si ha
disposizione ad andare oltre la mera informazione presente
nell'ambiente, come Chomsky (1959) ha messo per primo in evidenza
relativamente al linguaggio (non si raggiungerebbe mai la competenza
linguistica degli adulti se ciò dipendesse esclusivamente dalle
informazioni ambientali: è l'argomento della “povertà dello
stimolo”). La mente che acquisisce informazioni non è una tabula
rasa (Pinker 2006) bensì ha istruzioni innate per organizzare
l'informazione e conferire senso a ciò che si osserva e impara,
oltrepassando il mero dato informazionale. La mente effettua
inferenze a partire dalle informazioni ambientali e le inferenze
costruiscono concetti generali a partire dall'informazione
frammentaria. Le inferenze sono naturalmente governate da principi
(probabilmente innati) che fanno combinare il materiale concettuale
in determinati modi, non in altri.
Entra qui in gioco il concetto di template,
che si potrebbe paragonare allo schema concettuale kantiano e ai
frames dell'Intelligenza artificiale (Frixione 1994).
Nell'accezione di Boyer un template è una regola di
costruzione dei concetti, uno schema generale composto di più parti
o caratteristiche; per esempio, il template ANIMALE ha come
caratteristiche essenziali l'habitat, il cibo, il sistema di
riproduzione, la forma corporea ecc. Il template permette al
discente, tipicamente il bambino alle prese con la costruzione della
propria conoscenza enciclopedica, di fare inferenze che vanno oltre
l'informazione ambientale. Una volta mostrato a un bambino un
tricheco, il bambino disporrà del concetto di tricheco, formato a
partire dal template ANIMALE.
Boyer inserisce il suo modello cognitivo della
creazione e trasmissione di concetti nel quadro dell'epidemiologia
culturale elaborata da Sperber (1996). Contrapponendosi alla teoria
memetica di Dawkins (1997), la prospettiva epidemiologica sostiene
che la trasmissione delle idee non avviene secondo un meccanismo
rigido e conservativo di codificazione/decodificazione dei contenuti.
Le idee, migrando inferenzialmente da una mente all'altra, si
modificano naturalmente, perché le inferenze si fondano sulla
somiglianza piuttosto che sull'identità: «i concetti fluiscono
costantemente» (Boyer 2002, p.45). Come spiegare allora che vi siano
rappresentazioni mentali simili in individui diversi? Se c'è una
sorta di forza centrifuga che fa divergere le rappresentazioni
mentali dei diversi individui c'è anche una forza centripeta,
costituita da inferenze e ricordi, che conduce a costruzioni simili
anche a partire da input differenti: «ci sono importanti somiglianze
nei concetti di animali dal Congo alla Groenlandia, a causa del
template simile» (Boyer 2002, p. 45).
Secondo Boyer ci sono template anche per i
concetti religiosi, la cui somiglianza intra- e inter-culturale
risulta pertanto spiegabile in una prospettiva strettamente
cognitiva: «ci sono alcune “ricette” contenute nella mia mente,
e nelle vostre, e in quella di ogni altro essere umano normale, che
costruiscono concetti religiosi producendo inferenze sulla base di
qualche informazione fornita da altre persone e dall'esperienza»
(Boyer 2002, p. 47).
Che cos'hanno in comune i concetti religiosi?
Violano in maniera controintuitiva certe attese derivanti
dalle categorie ontologiche, ma ne rispettano altre. Così un
Dio onnisciente è costruito con il template [PERSONA] + poteri
cognitivi speciali; il concetto di fantasmi è costruito come
[PERSONA] + assenza di corpo materiale; il concetto di zombie è
costruito come [PERSONA] + assenza di funzionamento cognitivo. Un
esempio di credenza mitico-religiosa analizzata da Boyer è quella di
“agenti soprannaturali” (dei, antenati, spiriti, streghe, ecc.)
Questi agenti sono spontaneamente immaginati come dotati di una mente
intenzionale, e la ragione della tendenza a riconoscerli come agenti
è l'effetto dell'iperattività naturale del dispositivo mentale di
ricognizione dell'agentività, che presenta un'evidente vantaggio
evoluzionistico (è preferibile credere a torto di vedere un animale
feroce nascosto tra i rami che si muovono piuttosto che non vedere un
animale realmente nascosto).
Che la religione sia un fenomeno culturale,
come i gusti in fatto di cibo, musica, buone maniere e abbigliamento,
non significa dunque che essa sia infinitamente variabile, come un
malinteso culturalismo lascerebbe pensare; per gli antropologi
cognitivi, anzi, che qualcosa sia culturale è proprio la ragione per
la quale non varia oltre una certa misura. Che cos'è in definitiva
la religione, nella prospettiva cognitiva di Boyer? È uno
“spandrel”, un fenomeno evoluzionistico parassitario dei moduli
cognitivi della mente umana (Fodor 1988; Sperber 2001), com'è
parassitario lo spazio risultante fra due archi in una basilica come
quella di San Marco a Venezia: non ha una funzione precisa ma la sua
mancanza di funzione non è immediatamente visibile (Gould e Lewontin
1971). Si noti che le spiegazioni evoluzionistiche che non assegnano
una funzione evolutiva ad attività umane che oggi ci appaiono
fondamentali sono abbastanza diffuse: Pinker (1997), per esempio,
considera la musica alla stregua di una “torta alla panna uditiva”,
e anche per Sperber la musica è soltanto un “parassita
evoluzionistico” (Levitin 2008).
La costruzione di concetti religiosi richiede
dunque dispositivi cognitivi e capacità disparate insite nella
natura della mente umana, che vengono reclutate dall'immaginazione
religiosa. Ma, come per Gardner e Sperber, non c'è ragione di
ipotizzare un modo speciale di funzionare della mente, dedicato
particolarmente ai pensieri religiosi.
Il Dio dei neuroni
La “neuroteologia” (termine apparentemente
coniato da Aldous Huxley) è l'ultima apparizione nel campo delle
applicazioni neuroscientifiche allo scibile antropologico-umanistico.
Ed è senza dubbio la più discutibile, per l'uso spregiudicato che
si fa di dati sperimentali dal significato tutt'altro che univoco. La
neuroteologia si occupa ovviamente del nesso fra cervello e stati
mentali con contenuto religioso. Ma come riassumono Legrenzi e
Umiltà: «noi siamo fatti per credere e un bambino nasce già «fatto
per credere». Questa è indubbiamente una storia vera, ma è
un'altra storia: è già stata raccontata e non ha bisogno del
«neuro» per essere spiegata» (Legrenzi e Umiltà 2009). E in
effetti non si vede bene quale possa essere l'apporto della
neuroscienza se la neuroteologia dovesse occuparsi di domande come:
esiste un Dio, e può l'esistenza di Dio essere dimostrata? Qual è
la natura di Dio? Qual è la natura del bene e del male e qual è la
loro relazione con il peccato, il libero arbitrio e la virtù? Qual è
la natura della rivelazione spirituale? Dio è immanente
all'universo? (Newberg 2010).
Sotto l'etichetta della neuroteologia si
possono comprendere anche studi come quelli del medico James Austin
(1999; 2006) che analizzano gli effetti della meditazione zen sul
funzionamento del cervello e in particolare della coscienza, ma senza
concentrare l'indagine sull'origine neurologica dell'idea di Dio. Ma
nei lavori inaugurali della (pseudo)disciplina, invece, sono state
effettivamente cercate le presunte cause neurologiche delle credenze
religiose (Newberg, D'Aquili e Rause, 2002).
Il meno che si possa dire di questi studi è
che sembra difficile difenderli dal sospetto di un macroscopico
errore categoriale: registrare tecnicamente l'esperienza religiosa
non permette in nessun modo affermazioni esistenziali sul loro
contenuto esperienziale.
domenica 4 gennaio 2015
Sottomissione in piccolo (Intuizione 36)
I pedoni che non attraversano le strisce pedonali e fanno cenno agli automobilisti che passino loro devono necessariamente essere persone sottomesse al potere.
mercoledì 26 novembre 2014
martedì 25 novembre 2014
Letture obbligatorie della settimana, 3
- Kant, Critica della ragion pura (II. Dialettica trasc., Lib. II, Cap. II: L'antinomia della ragion pura)
- Hegel, Scienza della logica (Sez. II, Quantità. Cap. I, La quantità, Nota II)
- Carlo Rovelli, La realtà non è come ci appare
- C.S. Peirce, Opere (L'amore evolutivo, 6.287-317)
- Hegel, Scienza della logica (Sez. II, Quantità. Cap. I, La quantità, Nota II)
- Carlo Rovelli, La realtà non è come ci appare
- C.S. Peirce, Opere (L'amore evolutivo, 6.287-317)
giovedì 20 novembre 2014
Intuizione, 33 (Micro-dio)
Il diametro della sfera dell'universo osservabile è pari a circa 93 miliardi di anni luce (un anno luce = 9461 miliardi di chilometri).
Se dio esistesse sarebbe un microbo cosmico.
Se dio esistesse sarebbe un microbo cosmico.
mercoledì 19 novembre 2014
Interstellar: pareri seri di fisici e filosofi.
- "Interstellar" e' un film di fantascienza estremamente classico ed estremamente solido, retto da tutti i pilastri del genere - finzione della scienza, viaggi spaziali, pianeti alieni, paradossi temporali, distopia, conflitti morali, voli mistici. Vale parecchio piu' dei soldi del biglietto. Molto apprezzati: le onde; il tesseratto (per l'idea); il mondochiuso (che pero' e' troppo piccolo di diametro). E il titolo: 'interstellare', come 'interplanetario', non lo sentivo da decenni." (Tito Magri, filosofo, Università Roma 3)
- A me ha lasciato abbastanza indifferente, come mi accade spesso con i film dei fratelli Nolan. Da una parte sceneggiature ingegnose e lambiccate che sembrano esperimenti mentali da presentare a un convegno di metafisica, e che garantiscono il favore del pubblico intellettuale. Dall’altra, confezione audiovisiva spettacolare e impeccabile, da parco delle meraviglie, che garantisce il favore dei mangiatori di pop corn. In mezzo manca però quella cosa chiamata cinema, cioè l’arte di far vivere dei personaggi sullo schermo. I personaggi di Interstellar sono lì soltanto per illustrare teorie o concetti. Non basta prendere dei bravi attori, occorre anche dirigerli, offrirgli qualche scena interlocutoria che magari non rivela nessun segreto sulla struttura della materia, ma che ci fa sentire che i personaggi hanno una loro individualità. Anne Hathaway ha l’aria di una che si chiede tutto il tempo: ma che ci sto a fare qui? Matthew McConaughey sembra paracadutato da una puntata di True Detective, sfodera tutto il suo repertorio di espressioni tese e caricate, ma sembra al più un attore che recita bene, non un personaggio che prova qualcosa. Matt Damon è sprecato in un ruolo da caratterista. Un po’ meglio Jessica Chastain, e soprattutto Casey Affleck, ma il personaggio del figlio non ha un vero sviluppo, e alla fine il film lo perde per strada. Restando alla fantascienza degli ultimi decenni, mi pare che Contact di Zemeckis, A.I. di Spielberg e Solaris di Soderbergh, oppure più di recente Oblivion, Edge of Tomorrow e persino Benjamin Button, tocchino temi simili con una capacità di individuare i personaggi e coinvolgere gli spettatori molto superiore a quella di Interstellar. (Enrico Terrone, filosofo, Università di Torino).
- Mi è piaciuto. È coerente, e anche dove sembra più improbabile - la scena di lui "dietro" la libreria, per altro forse una citazione o scopiazzatira da un episodio di Dr Who - ci sta, a ben vedere. Soprattutto non cede mai alla tentazione di concedere "cambiamenti del passato" di qualche tipo o sdoppiamenti delle linee temporali. Insomma lui causa delle cose nel passato perché le ha causate e realizza, coerentemente, quello che è stato. (Giuliano Torrengo, filosofo, Università statale di Milano)
- Capolavoro ovviamente, che domande mi fai (Irene Giardina, fisica, CNR)
- Anche per me e' stupendo: la tecnologia finalmente amichevole, la grafica della singolarita' suggestiva, forse la prima rappresentazione di alcuni aspetti psicologici legati ad un realistico e coerente viaggio nel tempo; illuminante e inquietante il negazionismo a scuola nel mondo terrestre distopico; umano e quasi divertente lo sbrocco dello scienziato (Matt Damon?) sulla sua "promettente Islanda". Mi spiace solo che il figlio maschio venga completamente sfanculato, e non se ne sappia piu' nulla. (Massimiliano Sacchi, fisico, CNR)
[continua...]
sabato 8 novembre 2014
L'ideologia di un renziano piccolo piccolo a proposito della cena di autofinanziamento (spiati su Facebook)
La singolare iniziativa di Matteo permette l'incasso di 18 milioni di euro....soldi che serviranno per finanziare il PD e pagare i dipendenti...nell'era dell'autofinanziamento .....
,,,naturalmente critiche da parte di alcuni politici del PD.....Secondo costoro avvicinare gli imprenditori significa abbandonare l'idea di sinistra del partito...Infatti, si chiedono: ma, verso dove si va????.....Non sanno darsi la risposta. Occorrono investimenti e denaro in circolazione per aumentare la massa di spostamento del denaro....Se il capitale dovesse rimanere nelle banche....Chi dovrebbe investire e come e chi dovrebbe fare partire la produzione e la crescita???????...Certamente non gli operai ed i dipendenti o i pensionati......ma certamente i capitalisti, tantoi odiati.
...l'essere fuori dall'ideologia della lotta di classe basata sul concetto che il capitalista era il padrone cattivo pronto a licenziare e pronto allo sfruttamento...resta, invece, il concetto moderno che il capitalista è un lavoratore come il suo dipendente....Ha un potere diverso .....ma, con i suoi dipendenti potrà condividre la stessa finalità, quella di ottimizzare la produzione e la crescita grazie al suo capitale investitio e grazie al lavoro efficiente della sua squadra di lavoratori...Tutti devono responsabilizzarsi e tutti devono considerare la impresa come propria, l'Uno per ottenere un profitto e per reinvestire...gli Altri per avere il privilegio del posto di lavoro sicuro....Se si dovesse spezzare questo tipo di rapporto avremmo come risultato la nascita di un conflitto tra le due figure la cui conseguenza potrebbe essere, da un lato la minaccia di chiusura o di dislocazione della impresa, dall'altra l'uso dello strumento dello sciopero in difesa del posto. Pertanto, sia il posto e sia il profitto sono i due fattori determinanti e portanti della crescita. Questi due elementi devono finalizzarsi all'ottimizzazione ed all'armonico rapporto tra imprenditore e dipendente. Fuori da questa idea di società si va verso il conflitto sociale....si torna indietro...verso la vecchia società ove tutti erano contro tutti......I risultati dell'ideologia legata alla lotta di classe coi suoi strumenti di Partito e del sindacato sono storici e legati alla costruzione di una società equa e più giusta.....Oggi, tutto si è modificato; nel mondo globalizzato ci sono altre forme di rapporti e di competizione.
,,,naturalmente critiche da parte di alcuni politici del PD.....Secondo costoro avvicinare gli imprenditori significa abbandonare l'idea di sinistra del partito...Infatti, si chiedono: ma, verso dove si va????.....Non sanno darsi la risposta. Occorrono investimenti e denaro in circolazione per aumentare la massa di spostamento del denaro....Se il capitale dovesse rimanere nelle banche....Chi dovrebbe investire e come e chi dovrebbe fare partire la produzione e la crescita???????...Certamente non gli operai ed i dipendenti o i pensionati......ma certamente i capitalisti, tantoi odiati.
...l'essere fuori dall'ideologia della lotta di classe basata sul concetto che il capitalista era il padrone cattivo pronto a licenziare e pronto allo sfruttamento...resta, invece, il concetto moderno che il capitalista è un lavoratore come il suo dipendente....Ha un potere diverso .....ma, con i suoi dipendenti potrà condividre la stessa finalità, quella di ottimizzare la produzione e la crescita grazie al suo capitale investitio e grazie al lavoro efficiente della sua squadra di lavoratori...Tutti devono responsabilizzarsi e tutti devono considerare la impresa come propria, l'Uno per ottenere un profitto e per reinvestire...gli Altri per avere il privilegio del posto di lavoro sicuro....Se si dovesse spezzare questo tipo di rapporto avremmo come risultato la nascita di un conflitto tra le due figure la cui conseguenza potrebbe essere, da un lato la minaccia di chiusura o di dislocazione della impresa, dall'altra l'uso dello strumento dello sciopero in difesa del posto. Pertanto, sia il posto e sia il profitto sono i due fattori determinanti e portanti della crescita. Questi due elementi devono finalizzarsi all'ottimizzazione ed all'armonico rapporto tra imprenditore e dipendente. Fuori da questa idea di società si va verso il conflitto sociale....si torna indietro...verso la vecchia società ove tutti erano contro tutti......I risultati dell'ideologia legata alla lotta di classe coi suoi strumenti di Partito e del sindacato sono storici e legati alla costruzione di una società equa e più giusta.....Oggi, tutto si è modificato; nel mondo globalizzato ci sono altre forme di rapporti e di competizione.
domenica 19 ottobre 2014
Leopardi per l'amico olandese, 1
Nel
1830 Leopardi a Firenze aveva conosciuto Fanny Ronchivecchi e
se ne era segretamente innamorato. Costei, però, non lo cagava
(probabilmente seppe solo più tardi dell'invaghimento del gran
poeta: Ranieri comunque glielo scrive in una lettera nel 1838).
La
sua amarezza potrebbe essere considerata doppia, non solo per
l'impossibilità a priori, per così dire, ma per la stessa mancata
confessione del suo amore. Che però ora (1834 circa) è finito: il
poeta vede ancora la superiore bellezza della donna, ma non arde più
per lei. Ha compreso che il suo amore, come tutti gli amori, era
sostenuto da ciò che i lacaniani chiamano "il fantasma",
il frame fantastico necessario alla passione. Leopardi vede
sdoppiarsi la figura dell'amata, e comprende di avere amato il
simulacro e non la vera donna.
La
conclusione sublime (devi impararla assolutamente a memoria, forse è la più bella di tutto Leopardi) addita
ormai una raggiunta condizione di felice atarassia: "Che
se d'affetti / Orba la vita, e di gentili errori, / E' notte senza
stelle a mezzo il verno*, / Già del fato mortale a me bastante / E
conforto e vendetta è che su l'erba / Qui neghittoso** immobile
giacendo, / Il mar la terra e il ciel miro e sorrido. ".
*
l'inverno.
**neghittóso
agg. [der. del lat. neglectus
(v. negletto) – Negligente nei proprî doveri; quindi, inoperoso,
pigro, ozioso.
XXIX - ASPASIA |
|
Torna dinanzi al mio pensier talora Il tuo sembiante, Aspasia. O fuggitivo Per abitati lochi a me lampeggia In altri volti; o per deserti campi, Al dì sereno, alle tacenti stelle, Da soave armonia quasi ridesta, Nell'alma a sgomentarsi ancor vicina Quella superba vision risorge. Quanto adorata, o numi, e quale un giorno Mia delizia ed erinni! E mai non sento Mover profumo di fiorita piaggia, Nè di fiori olezzar vie cittadine, Ch'io non ti vegga ancor qual eri il giorno Che ne' vezzosi appartamenti accolta, Tutti odorati de' novelli fiori Di primavera, del color vestita Della bruna viola, a me si offerse L'angelica tua forma, inchino il fianco Sovra nitide pelli, e circonfusa D'arcana voluttà; quando tu, dotta Allettatrice, fervidi sonanti Baci scoccavi nelle curve labbra De' tuoi bambini, il niveo collo intanto Porgendo, e lor di tue cagioni ignari Con la man leggiadrissima stringevi Al seno ascoso e desiato. Apparve Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio Divino al pensier mio. Così nel fianco Non punto inerme a viva forza impresse Il tuo braccio lo stral, che poscia fitto Ululando portai finch'a quel giorno Si fu due volte ricondotto il sole. Raggio divino al mio pensiero apparve, Donna, la tua beltà. Simile effetto Fan la bellezza e i musicali accordi, Ch'alto mistero d'ignorati Elisi Paion sovente rivelar. Vagheggia Il piagato mortal quindi la figlia Della sua mente, l'amorosa idea, Che gran parte d'Olimpo in se racchiude, Tutta al volto ai costumi alla favella, Pari alla donna che il rapito amante Vagheggiare ed amar confuso estima. Or questa egli non già, ma quella, ancora Nei corporali amplessi, inchina ed ama. Alfin l'errore e gli scambiati oggetti Conoscendo, s'adira; e spesso incolpa La donna a torto. A quella eccelsa imago Sorge di rado il femminile ingegno; E ciò che inspira ai generosi amanti La sua stessa beltà, donna non pensa, Nè comprender potria. Non cape in quelle Anguste fronti ugual concetto. E male Al vivo sfolgorar di quegli sguardi Spera l'uomo ingannato, e mal richiede Sensi profondi, sconosciuti, e molto Più che virili, in chi dell'uomo, al tutto Da natura è minor. Che se più molli E più tenui le membra, essa la mente Men capace e men forte anco riceve. Nè tu finor giammai quel che tu stessa Inspirasti alcun tempo al mio pensiero, Potesti, Aspasia, immaginar. Non sai Che smisurato amor, che affanni intensi, Che indicibili moti e che deliri Movesti in me; nè verrà tempo alcuno Che tu l'intenda. In simil guisa ignora Esecutor di musici concenti Quel ch'ei con mano o con la voce adopra In chi l'ascolta. Or quell'Aspasia è morta Che tanto amai. Giace per sempre, oggetto Della mia vita un dì: se non se quanto, Pur come cara larva, ad ora ad ora Tornar costuma e disparir. Tu vivi, Bella non solo ancor, ma bella tanto, Al parer mio, che tutte l'altre avanzi. Pur quell'ardor che da te nacque è spento: Perch'io te non amai, ma quella Diva Che già vita, or sepolcro, ha nel mio core. Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque Sua celeste beltà, ch'io, per insino Già dal principio conoscente e chiaro Dell'esser tuo, dell'arti e delle frodi, Pur ne' tuoi contemplando i suoi begli occhi, Cupido ti seguii finch'ella visse, Ingannato non già, ma dal piacere Di quella dolce somiglianza, un lungo Servaggio ed aspro a tollerar condotto. Or ti vanta, che il puoi. Narra che sola Sei del tuo sesso a cui piegar sostenni L'altero capo, a cui spontaneo porsi L'indomito mio cor. Narra che prima, E spero ultima certo, il ciglio mio Supplichevol vedesti, a te dinanzi Me timido, tremante (ardo in ridirlo Di sdegno e di rossor), me di me privo, Ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto Spiar sommessamente, a' tuoi superbi Fastidi impallidir, brillare in volto Ad un segno cortese, ad ogni sguardo Mutar forma e color. Cadde l'incanto, E spezzato con esso, a terra sparso Il giogo: onde m'allegro. E sebben pieni Di tedio, alfin dopo il servire e dopo Un lungo vaneggiar, contento abbraccio Senno con libertà. Che se d'affetti Orba la vita, e di gentili errori, E' notte senza stelle a mezzo il verno, Già del fato mortale a me bastante E conforto e vendetta è che su l'erba Qui neghittoso immobile giacendo, Il mar la terra e il ciel miro e sorrido. |
sabato 18 ottobre 2014
Materialismo/realismo vs Idealismo/postmodernismo, 1
"Idealism, the ontological stance according to which the world is a product of our minds, went from being a deeply conservative position to become the norm in many academic departments and critical journals: cultural anthropologists came to believe that defending the rights of indigenous people implied adopting linguistic idealism and the epistemological relativism that goes with it; microsociologists correctly denounced the concept of a harmonious society espoused by their functionalist predecessors, but only to embrace an idealist phenomenology; and many academic departments, particularly those that attach the label “studies” to their name, completely forgot about material life and concentrated instead on textual hermeneutics. To make things worse this conservative turn was concealed under several layers of radical chic, making it appealing to students and even activists pursuing a more progressive agenda."
Manuel DeLanda, Deleuze: history and science, p.29
venerdì 17 ottobre 2014
Intuizione, 32 (Rarità delle azioni)
Le vere azioni sono rare; le parole le rendono ancora più rare.
domenica 12 ottobre 2014
Stupidi rimpianti del passato, 1
Anche se mi trovavo in una situazione difficile, con Badiou ho sbagliato tutto: sono stato troppo duro nel giudicarlo come filosofo e come professore, e gli ho attribuito colpe intellettuali che non aveva.
Vorrei tornare indietro e ricominciare a studiare insieme a lui.
Vorrei tornare indietro e ricominciare a studiare insieme a lui.
mercoledì 8 ottobre 2014
Sull'amore, 1
Il loro amore finì perché volevano entrambi vivere in pace. Ma avevano concetti diversi di pace.
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