E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)

mercoledì 15 dicembre 2010

Che cosa significa pensare per Heidegger? (Lacerti di una tesi di dottorato in filosofia, 2007)

Heidegger est un exemple très significatif de ce que nous pourrions provisoirement appeler le style philosophique continental. Heidegger (1954) pose explicitement la question « Qu’appelle-t-on penser ? », conduisant à une image de la pensée comme relation de l’homme et de l’Être :
L’homme peut penser en ce sens qu'il en a la possibilité. Mais cette possibilité ne nous garantit encore pas que la chose est en notre pouvoir [Heidegger (1954), p. 1, trad. fr. p. 21][1].
Le refrain du texte, continuant sur un registre plus poétique la déconstruction du sujet cartésien commencée dès Heidegger (1927), est que « nous ne pensons pas encore » : une façon pour dire que les mortels humains doivent se mettre à l’attente et à l’écoute de l’Evénement/Être (Ereignis).
Attaquant Heidegger, Ferraris (2001) ironise sur cette image prophétique et mystique de la pensée :

La bonne réponse consisterait probablement en une question : « Et alors, qu’avons-nous fait jusqu'à maintenant ? Nous n’avons pas pensé, nous n’avons fait que croire de penser, comme un sorcier qui compterait de soigner les rhumatismes avec une mixture de crapaud ? [Ferraris (2001), p. 18]

La démarche heideggérienne assume et révèle le difficile rapport que la philosophie idéaliste-textualiste – au sens de Rorty 1979[2] – de  la première moitié du XXe siècle entretenait avec la science[3].
En effet, chez Heidegger on ne trouve pas une théorie de la pensée, même si « la pensé » est appelée dans des moments cruciaux de l'argumentation philosophique heideggérienne. Nous croyons que, dans le soucis de réagir à l'hypostasie cartésienne de la pensée transformée en res cogitans, à partir de Heidegger avec sa théorie du Dasein qui n'est pas union de corps et esprit mais bien ouverture ontologique au monde, le choix de nombre d'anti-cartésien du XXe siècle a été celle d'évacuer la question de la nature de la pensée.


[1] Der Mensch kann denken, insofern er die Möglichkeit dazu hat. Allein dieses Mögliche verbürgt uns noch nicht, dass wir es wermögen ».
[2] Voir aussi Ferraris (1984). Nous considérons idéaliste une philosophie qui n'a pas de considération pour les données des sciences expérimentales. La majeure partie des philosophes Continentaux (volens nolens) ne pourrait qu’être rangé dans le champs de l’idéalisme postmoderniste.
[3] Comme le dit Ferraris, c’est un rapport amoindrissant : « Normalement, le réductionnisme est imputé aux positivistes, mais aussi dans l’appel à l’être qui n’est pas l’être de l’étant procède un réductionnisme sui generis, issu de la tradition des sciences de l’esprit qui, à la réduction mathématisante du phénomène proposée par les naturalistes, se sont bornées à opposer des schèmes conceptuels de deuxième niveau, tributaire de la critique leibnizienne du mécanicisme cartésien : il ne faut pas seulement considérer les relations causales et mécaniques, mais aussi bien celles finales : but, signification, valeur, etc. » [Ferraris (2001), p. 19].

Cognitive foundation of social network (from Dan Sperber's blog)

... reasoning, typically seen as an activity of the individual thinker, is in fact a social activity aimed at exercising some control on the flow of communicated information by arguing in order to convince others and by examining others' arguments in order to be convinced only when appropriate ... (http://www.cognitionandculture.net/home/blog/9-dan/685-creative-pairs)

Si veda anche l'articolo di Mercier e Sperber

martedì 14 dicembre 2010

Dispacci di memoria involontaria, 2

Il medesimo amico di Toni Negri mi disse, alla mia proposta di lavorare su Deleuze e Aracoeli di Elsa Morante, che Deleuze non poteva amarla.

Ad un'altra mia affermazione rispose: questo bisognerebbe chiederlo a Carmelo.
Bene, intendeva Carmelo Bene, ma gli piaceva chiamarlo Carmelo.

Musica Impossibile

Il mio Maestro di Composizione mi assicura che quando inizierò a scrivere la musica a quattro parti sentirò le voci indipendenti, come accadde a lui da ragazzo, e assicura che è la stessa sensazione che imparare a sciare a sci uniti. Io però non ho mai imparato a sciare a sci uniti.

Imparare l'armonia è per me una fatica incredibile, alle volte penso che sia sbagliato il metodo, il mio Maestro compone musica contemporanea ma è di quelli convinti che la musica stia tutta nella Tradizione, perciò mi insegna come se la mia mente dovesse capire quello che capivano gli studenti di musica del Settecento, perché è quello che studiamo, l'armonia settecentesca, come la studiò per esempio il giovane Mozart.
Da ragazzo avevo anche provato a fare diversamente, a studiare l'armonia con un Maestro di Composizione sperimentale, convinto che sarebbe stato più vicino ai miei interessi. Invece l'armonia mi apparve presto come un paesaggio impervio e oscuro, nel quale non riuscivo proprio a procedere. Smisi e non ci pensai più per quindici anni, finché tre anni fa ho ricominciato con un altro Maestro.

Ma è una faticaccia immensa, non ho mai gratificazioni: tutti dicono che quelle arrivano più tardi, ma io mi sento vecchio e come se fosse troppo tardi per imparare.
Per armonizzare un basso senza numeri ci impiego un paio d'ore, però le diluisco in più di una sessione così di volta in volta non ricordo che cos'ho fatto la volta precedente, e se arrivo vicino ad avere un'intuizione sta' pur sicuro che la volta dopo non so proprio di che cosa si trattasse.
Forse sono stupido, forse il mio cervello non è fatto per capire la musica.
Ma allora perché da almeno trent'anni mi sembra che sia l'unica cosa che potrebbe rendermi davvero felice? Perché non mi rassegno? Perché mi sembra così insopportabile morire senza avere imparato un po' di armonia?
Che orribile incantesimo mi ha condannato a inseguire una conoscenza per me impossibile?

Musica e suono come apertura al mondo


Che valore può avere la musica contemporanea per la formazione di uno spirito libero? Spesso i compositori novecenteschi hanno radicalmente ignorato il pubblico, abbondantemente ricambiati. Ma gli atteggiamenti filosofici ed estetici sono forse sopravanzati dall’oggettivo interesse della cosa stessa: i suoni musicali nel mondo, non cose del mondo.
Tra i musicisti contemporanei, la palma dell’intellettualismo va probabilmente al dodecafonista americano Milton Babbitt, che pubblicò nel 1958 un famoso articolo dal titolo “Che importa chi ascolta?”. In questo testo l’autoapologia svolta dalla Neue Musik a partire da Schoenberg raggiunge il suo vertice: non soltanto non importa che il pubblico non apprezzi la nuova tecnica di composizione con i dodici suoni, e neppure bisogna sperare che la cultura musicale del futuro abitui l’ascolto del pubblico alla nuova arte. Semplicemente, l’ascoltatore non importa nulla. Con queste premesse, non c’è da stupirsi se la musica contemporanea della tradizione post-dodecafonica non ha conquistato i cuori del pubblico. In fin dei conti la boutade di Babbitt si potrebbe rovesciare: poiché il mondo non è certo sprovvisto di musica, che importa chi compone senza preoccuparsi di chi ascolta?
Relativamente all’ascolto e al gusto musicale il padre della dodecafonia, Arnold Schoenberg, aveva una posizione che oggi definiremmo culturalista: la mente dipenderebbe in maniera preponderante dalla cultura. All’epoca (anni ’20-’40 del Novecento) questa posizione aveva un implicito correlato scientifico (meglio sarebbe dire: ideologico) nella contemporanea psicologia comportamentista, secondo cui il comportamento umano può e deve spiegarsi integralmente con la relazione stimolo-risposta. Fornendo al pubblico i giusti stimoli - pensavano musicisti come Schoenberg - e abituandolo alla musica dodecafonica, il pubblico del futuro apprezzerà naturalmente la nuova musica. E se Schoenberg confidava nella natura culturale dell’ascolto musicale, il suo allievo e filosofo Anton Webern considerava la musica dodecafonica più naturale della vecchia musica tonale (da un punto di vista psicoacustico).
Webern sbagliava e gli psicologi cognitivi hanno poi mostrato con appositi esperimenti che le relazioni tra strutture sonore dodecafoniche non sono percepibili nemmeno dai musicisti esperti (D. Raffman: Is twelve-Tone music artistically defective?): da un punto di vista cognitivo, sono relazioni semplicemente inesistenti.

[incipit di un pezzo per la rivista Gli Asini]

lunedì 13 dicembre 2010

Prefazione a Slavoj Žižek, Politica della vergogna, Nottetempo, 2009


In un certo senso, secondo Lacan, al grande Altro capita lo stesso che a Dio (Dio non è morto oggi, è morto da sempre, solo che Lui non lo sapeva…): non è mai esistito…
Slavoj Zizek, Il soggetto scabroso

Il potere e la sua oscenità (obscenus, obscaenus: “immondo” o anche “fuori dalla scena”, secondo un’etimologia greca del tutto incerta ma spesso data per scontata) sono il tema comune di questi sei brevi testi di Slavoj Zizek. Il potere abita l’inconscio: il “grande Altro” – il nome lacaniano del Super-io freudiano – struttura i comportamenti umani attraverso l’imposizione del suo sguardo panottico.
Fonti primarie del pensiero di Zizek sono infatti la psicoanalisi di Jacques Lacan, la dialettica hegeliana, più di quella marxiana, e la filosofia “postmoderna” (tra i riferimenti di Zizek spiccano Deleuze e Derrida, ma anche Badiou, Rancière, Butler, Agamben). Facendo ricorso a innumerevoli esempi tratti dalla psicoanalisi, dal cinema, dalla musica, dalla letteratura, dalla politica e dall’attualità, Zizek espone i nessi tra le strutture simboliche, le forme dell’Immaginario e l’irrappresentabile struttura del Reale, che per Lacan costituiscono i tre registri ontologici (R-I-S), le dimensioni dell’essere (umano).
Zizek applica la dottrina lacaniana a qualsiasi argomento, il che determina la sua inconfondibile cifra stilistica. Come in una scrittura “fluttuante”, sorta di correlativo dell’ascolto psicoanalitico, nei testi di Zizek tutto può collegarsi con tutto: un film di David Lynch con la tragica condizione  dei prigionieri di Guantanamo, autentici “morti viventi”; la filosofia di Heidegger con le torture ad Abu Ghraib; una gag di Charlie Chaplin con l’abiezione pedopornografica.
Parte del genio zizekiano consiste nell’unire un materiale concettuale arduo e sovente esoterico a uno stile comunicativo molto godibile. Si dice spesso che quella di Zizek sia pop-filosofia[1], ideale filosofico di Gilles Deleuze: “Pop'filosofia. Non c'è nulla da comprendere e nulla da interpretare[2]. Oltre a evocare il venir meno dell’ermeneutica, invisa tanto a Deleuze quanto a Zizek, la filosofia del lacaniano di Lubjana fa pensare da vicino al deleuziano “automa spirituale”, concetto di origine leibniziana indicante una modalità di pensiero che verrebbe innescata eminentemente dal cinema:

Il movimento automatico suscita in noi un automa spirituale, che a sua volta reagisce su di lui. L’automa spirituale non designa piú, come nella filosofia classica, la possibilità logica o astratta di dedurre formalmente i pensieri gli uni dagli altri, ma il circuito nel quale essi entrano con l’immagine-movimento, la potenza comune di ciò che costringe a pensare e di ciò che pensa sotto choc: un noochoc[3].

La scrittura filosofica di Zizek ha infatti un alto tasso di visibilità quasi cinematografica[4], e proprio questa visibilità intrinseca sembra attualizzare l’automa spirituale deleuziano, grazie a uno stile “liquido”, perfettamente modellato sui temi e sui problemi della contemporaneità politica e sociale. I testi zizekiani, nel loro continuo montaggio di pensieri e frammenti eternamente ritornanti da un testo all’altro, innescano una lettura per così dire automatica.
In questa apparente fruibilità infinita risiede l’essenza “pop” dell’opera zizekiana. Nei testi brevi e d’occasione, come quelli qui presentati, la cifra del dispositivo stilistico zizekiano emerge con la massima chiarezza. Il “messaggio” di questi testi consiste sempre nell’invito a trarre le conseguenze dell’inesistenza reale, assenza costitutiva, del “grande Altro” lacaniano: Dio, il Super-io, le istanze morali NON SONO REALI.
Comprenderlo significa relegare il grande Altro nel registro che gli compete, quello Simbolico (il linguaggio).
Al lettore viene mostrata la possibilità etica (disponibile, da un punto di vista psicoanalitico, solo dopo un lungo percorso dialettico di cura fondato sulla relazione analista/analizzante) di superare l’allucinazione del grande Altro, giungendo cosí alla zona grigia “tra le –due morti” (quella simbolica e quella reale), collocandosi nella posizione “dopo la Caduta”, propria di re Lear o Edipo a Colono: quando la morte simbolica è avvenuta (castrazione di Edipo attraverso l’accecamento), rimane come ultimo residuo “la Vita priva di qualsiasi sostegno nell’ordine simbolico”, forma di vita oltreumana caratterizzata dal plus-de-jouir (Lacan), il terribile eccesso di godimento che è negazione del godimento stesso[5].
Anche se nei testi di Zizek l’assenza di riferimenti alla filosofia di Wittgenstein è sistematica (e dunque sintomatica), l’immagine finale del Tractatus logico-philosophicus descrive perfettamente l’idea zizekiana della scrittura-terapia filosofica:

Le mie proposizioni sono chiarificazioni le quali illuminano in questo senso: Colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è asceso per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per cosí dire, gettar via la scala dopo che v’è salito.)
Egli deve superare queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo[6].

Per Zizek, vedere rettamente il mondo significherebbe dunque comprendere che l’enigma del grande Altro, semplicemente, non si dà. Ma come per molta parte della vocazione etica o profetica della filosofia continentale postmoderna, anche qui si può formulare un legittimo dubbio: l’appello alla “conversione”, consistente nel congedare il grande Altro nel Simbolico (ossia parlarne esclusivamente per i suoi effetti immaginari piuttosto che reali), è rivolto a tutti, oppure sotto le forme di uno stile pop-filosofico si cela un contenuto antidemocratico che nessuno può realmente fare proprio, un messaggio impossibile, o l’Impossibile come messaggio?
Al pop-lettore l’automatica sentenza.

Edoardo Acotto




[1] Per una recente discussione si può leggere “Sopravvivere al pop pensiero”, di Nicla Vassallo, apparso prima sulla Domenica del Sole24Ore (29 giugno 2008) e poi su Rescogitans (http://www.rescogitans.it/), e il dibattito che ne è scaturito.
[2] Gilles Deleuze, Claire Parnet, Dialogues, Flammarion, Paris 1977, p. 10 (trad. it. Conversazioni, Feltrinelli, Milano 1980, p.10).
[3] Gilles Deleuze, L’immagine-tempo, Ubulibri, Milano 1989, pp. 175-176.
[4] Non è probabilmente casuale che il rapporto di Zizek con il cinema sia molto intenso. Il risultato di questo rapporto è doppio: da una parte assistiamo a un’illustrazione continua dei concetti filosofici e psicoanalitici in riferimento a film celeberrimi, da Hitchcock ad Alien trasformato in personaggio filosofico; dall’altra parte lo stesso Zizek si trasforma in personaggio cinematografico in The Pervert’s Guide to Cinema di Sophie Fiennes (2006).
[5] S. Zizek, Il soggetto scabroso, Raffaello Cortina,  Milano, p.192-3.
[6] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, Torino 1964 (6.54).

domenica 12 dicembre 2010

un sogno di deportazione

mi ricordo che stanotte ho fatto un sogno, mi trovavo in una città con cattedrali medievali ed ecclesiastici a passeggio per le stradine, una città arroccatissima tra verdi montagne sovrastanti e strapiombanti poi arrivavano i nazisti e bloccavano tutte le uscite della città e deportavano tutti i cittadini che erano come lussemburghesi.
Subito pensavo: mi è andata bene, io non sono lussemburghese! All'interno degli edifici i civili erano stati rastrellati e messi sotto chiave: si vedevano le persone imprigionate affacciarsi numerose dalle imposte socchiuse.
Costeggiavo vari edifici con finestre e vedevo non visto che all'interno non rimaneva più nessuno, tranne qualche nazista rilassato.
In un grande spazio architettonico come un circo romano, vedevo che si ammassavano prigionieri; io cercavo di defilarmi ma nonostante fossi italiano venivo fermato e deportato anch'io.
Cercavo di tranquillizzarmi dicendomi che non era la seconda guerra mondiale, ma non capivo bene che cos'altro fosse allora.
Partivamo sul treno verso la Germania, in mezzo ai carcerieri nazisti.

Deleuze: vita e pensiero (progetto di un libro preliminarmente approvato dall'editore, ma mai iniziato)

L'amico ed editore di Deleuze Kostas Axelos scrisse in una recensione all'Anti-Edipo: "tu, rispettabile professore francese, bravo sposo, eccellente padre di due bei bambini, amico fedele (...), vorresti che i tuoi allievi e i tuoi figli seguissero nella loro "vita reale" la strada della tua vita o per esempio quella di Artaud, a cui tanti scrittori si richiamano?".

Dopo questa frase Deleuze non cercò mai più Axelos. Questo è il genere di cose che Gilles non poteva sopportare: confondere la vita con il pensiero...
Tuttavia io vorrei proprio sapere qualcosa di Deleuze professore, sposo, padre e amico, per estrarre un ritratto privato di uno dei filosofi contemporanei più famosi e una delle celebrities più sconosciute...

venerdì 10 dicembre 2010

Dispacci di memoria involontaria, 1

Una volta un amico di Toni Negri mi disse: Toni inizia a carburare dopo la prima bottiglia!

***

Un console francese che aveva abitato a Venezia mi disse che Cacciari era fallito tre volte: come uomo, come filosofo e come politico. Viveva ancora con la mamma, non aveva scritto nulla di importante e non era riuscito a realizzare il suo progetto politico.

giovedì 9 dicembre 2010

Alfonso Petrosino e la rivoluzione di Acotto

Edoardo dice che per l'anno prossimo,
un anno, e avremo finalmente la
rivoluzione; o, meglio, ci sarà.
Come se fosse una stagione e fossimo

foglie che cadono dagli alberi anzi
foglie che spuntano tra i rami. La
visione opposta, a questo punto, tra
le due stagioni è roba da romanzi

e in quanto tale interessante, ma
più suscettibile di ramanzine
che di dibattiti e dibattimenti.

E noi? Saremo in grado noi? Chissà.
Perché si parla tanto, ma alla fine
un anno è una questione di momenti.

(Alfonso Maria Petrosino)

Julian Assange: il segreto del potere (Vogue15)


L’australiano Julian Paul Assange, programmatore e hacker, giornalista e blogger, studente di fisica, matematica, filosofia e neuroscienze, infine fondatore di Wikileaks, è stato arrestato l’altro ieri a Londra sulla base di un mandato di cattura internazionale emesso dalla Svezia con l’accusa di una duplice “violenza sessuale” (in realtà secondo un’accezione molto idiomatica del reato).
La vicenda è quanto meno intricata: le accuse sembrano bizzarre (si dice anche che una delle due accusatrici sia una collaboratrice della CIA) e la cosa certamente più rilevante di tutte è che gli USA vorrebbero estradarlo. Mentre si aspetta di sapere se gli USA otterrano la rendition di Assange, col rischio che l’attivista dell’informazione sia incriminato per spionaggio e punito molto duramente per il rilascio al pubblico di informazioni segrete, insorgono in tutto il mondo gli intellettuali impegnati come Noam Chomsky e Ken Loach, chiedendo la liberazione di Assange e la difesa da parte degli stati democratici della libertà di informazione.
È vero che, come ci ha fatto sapere Piergiorgio Odifreddi dal suo blog, già nel 2007 Assange si pronunciava in maniera molto ispirata in favore della trasparenza assoluta dell’informazione: “Siano benedetti i profeti della Verità, i suoi martiri, i Voltaire e i Galileo, i Gutenberg e gli Internet, i serial killer delle illusioni, quei brutali e ossessivi minatori della realtà, che distruggono ogni marcio edificio fino a ridurlo a rovine su cui seminare il seme del nuovo». Ma ciò che più colpisce dell’operato di Assange è questo: mettersi contro un potere forte sembra un’ impresa rischiosa (vengono in mente I Tre giorni del Condor di Sidney Pollack), ma mettersi contro più governi statali contemporaneamente sembra un vero suicidio.
Ma perché il caso WikiLeaks/Assange ha assunto le fattezze di uno tsunami per il mondo occidentale dell’informazione politica? Sapere è potere, diceva il filosofo Francis Bacon a proposito della tecnica: si potrebbe anche affermare che potere è sapere, e - soprattutto - non far sapere. Ancor più della sua intrinseca violenza (di cui secondo il sociologo Max Weber lo Stato ha il legittimo appannaggio) lo scandalo del potere è la sua segretezza. Fino a oggi, almeno. Perché WikiLeaks sembra avere dischiuso la possibilità che si sappia tutto ciò che normalmente rimane dietro le quinte, a fondamento di pratiche di potere pubblico e privato non sempre raccomandabili e talvolta gravissime.
WikiLeaks mette le sue informazioni, di cui viene in possesso per vie che rimangono anonime, a disposizione di chiunque sia dotato di un computer e di una connessione internet. Si tratta ovviamente di informazioni da interpretare, contestualizzare, analizzare e comprendere e che mobilitano quindi la mediazione giornalistica più tradizionale (pochi hanno letto direttamente i documenti in questione): ma l’elemento centrale è la possibilità che tutti sappiano tutto dell’operato di chi detiene il potere. Chi critica WikiLeaks lo fa per difendere il potere, nel bene e nel male, con l’idea che ''gli Stati verrebbero indeboliti e le istituzioni, la vera essenza della democrazia, sarebbero in pericolo'' come ha affermato ieri il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa.
Ma perché mai le istituzioni democratiche dovrebbero necessariamente fondarsi sul segreto? Per quanto democratici, gli stati nazionali sembrano giustificare in ultima istanza il loro operato con la massima “il fine giustifica i mezzi”. Gandhi ha rovesciato Machiavelli affermando che un fine buono può essere raggiunto soltanto con mezzi buoni. Qual è la posizione più giusta e razionale?
Direttamente o indirettamente, il potere sacrifica risorse e vite per (presuntivamente) salvarne altre, e questo accade spesso nel più perfetto segreto. Siamo proprio sicuri che se i cittadini di uno stato venissero consultati sulla necessità di compiere azioni questi darebbero sempre il loro assenso? E siamo davvero convinti che senza violenza e segretezza la vita associata delle persone sarebbe impossibile?
Ignoriamo le risposte, ma Julian Assange e WikiLeaks ci hanno ricordato che queste domande sono ancora possibili. E questo ha molto a che fare con la libertà.

COMPLETA ANCHE TU LE PARTI IN GIALLO DELLA BIOGRAFIA DI ACOTTO, riassunta in 25 tappe fondamentali (giochino Facebook, 2009).

Regole: Una volta taggati, dovete scrivere a vostra volta una nota con 25 cose su di voi; fatti, abitudini, obiettivi raggiunti. Alla fine, scegliete e taggate 25 persone a cui inviarla. Dovete taggare anche la persona che ve l'ha inviata, se l'ha fatto è perché si voleva fa' un po' di fattacci vostri (licenza poetica di qualcuno che ha fatto questo gioco prima di me).

2.     I miei genitori si sono separati quando avevo 6 anni, o meglio: quando avevo sei anni mia madre ha lasciato mio padre che non si è mai rifatto una vita e anzi se l'è disfatta.
3.     I miei nonni erano contadini: democristiano salentino lui, bigotta piemontese lei
4.     Ho iniziato a suonare il pianoforte a 8 anni, perché la mia fidanzatina Emi andava a lezione. Ora studio composizione con Giulio Castagnoli che è un genio.
5.     Sono cresciuto a Cherasco, un paesino di campagna in provincia di Cuneo, assurdamente carico di storia (3000 abitanti e 33 chiese, mi par di ricordare, nonché palazzi nobiliari e residenze dei Savoia). Da bambino, quindi, giocavo nei campi, mi arrampicavo sugli alberi e andavo nei fossi, cosa che a pensarci adesso mi sembra improbabile.
6.     Quando mia madre ha lasciato mio padre lei ed io siamo andati ad abitare a Bra, vicino a Cherasco, però dividevo la mia vita tra Bra e Cherasco: una settimana con papà e una settimana con mamma. Verso i vent'anni iniziai a pensare di far causa ai miei genitori perché non avevano rispettato la sentenza del giudice che mi affidava a mio padre (mia madre non si era opposta ritenendola una pura formalità).
7.     Da bambino ero molto cattolico e parlavo con Dio/Gesù (non era mai ben chiaro, ma sapevo che Gesù era Dio). Odiavo il farisaismo dei cattolici cheraschesi. Il giorno dopo la cresima, a 14 anni, alla fine della terza media, mi resi istantaneamente conto che "parlare con Dio" era semplicemente parlare con me stesso: Dio era nella mia testa, la voce che pensavo di sentire era la mia voce. Così diventai ateo.
8.     liceo adolescenza
9.     Ghislieri
10.  Il filosofo che mi ha salvato la vita è stato Gilles Deleuze, che per alcuni anni mi ha impedito di impazzire, almeno finché non è morto mio padre. Prima di incontrare Deleuze, però, Derrida mi ha quasi fatto impazzire.
11.  Deleuze
12.  Roberto, mio padre, è morto il 23 febbraio 1997, all’età di cinquantacinque anni. Il giorno che mio padre è morto ho subito pensato che la sua anima era custodita nel mio corpo, l’avevo in qualche modo ereditata. Avevo pensato la stessa cosa quando era morto Deleuze, ma allora mi ero detto che doveva trattarsi solo di un frammento e non dell’anima intera.
13.  Ho abitato tre anni a Parigi per studiare dapprima filosofia con Badiou, poi letteratura italiana alla Sorbona per diventare prof di italiano in Francia. Ho lasciato Parigi il primo agosto 2000, la casa in rue du Fer à Moulin, con un po’ di ansia ma senza un solo rimpianto: sapevo che dovevo tornare in Italia, che Parigi era solo una pausa.
14.  Il G8
15.  Francesca, l’anarchismo la nonviolenza
16.  Nel 2004 ho avuto una crisi di ipocondria fortissima che mi ha portato a credere di avere diverse e inesistenti allergie alimentari. Credendo di essere celiaco smisi di mangiare farinacei e mi provocai uno shock alimentare. Un sabato notte mi svegliai con batticuore fortissimo e pulsazioni nello stomaco come se stessi per morire o un Alien mi uscisse da dentro. Il giorno dopo, convalescente a letto (su Rete4 rividi I tre giorni del condor) pensavo che se fossi morto allora la mia vita non avrebbe avuto alcun senso e sentii che se non fossi morto avrei dovuto recuperare il senso profondo della mia vita. Banalmente ripensai il mio rapporto con la religione, ma essendo ateo (punto 5) valutai il valore metaforico del concetto di Dio, ritenendolo un semplice nome per la natura profonda dell’essere. Decisi di frequentare il tempio valdese, per conoscere un cristianesimo non cattolico. Mi piacque molto, cantavo gli inni con una certa convinzione e i discorsi del bravissimo pastore Giuseppe Platone mi piacevano. Ma ogni volta che nominava Dio dovevo provare a sostituirlo con qualcos’altro. Era faticoso
17.  Dopo quindici giorni cascai sui libri del Dalai Lama e iniziai a leggerli con interesse. Colsi subito la possibilità di diventare buddista: trovavo una filosofia religiosa compatibile col mio modo di pensare. Dopo un mesetto di infarinatura buddista scoprii Thich Nhat Hanh, di cui il mio amico Emanuele Basile era allievo e amico. La scoperta del “buddismo impegnato”, una forma vietnamita di zen, più calda e umana dello zen giapponese, mi illuminò definitivamente la mente riguardo alla natura degli esseri e alla loro vacuità e interdipendenza.
18.  Dopo essere andato a un concerto di Debora Petrina che cantava e suonava i Radiohead a Fontanetto Po ho avuto l’intuizione che si potesse fare Narradiohead. Che poi si è fatto ed è stato il mio primo passo nell’editoria. E anche l'ultimo, probabilmente.
19.  Dopo il suo suicidio, DFW è diventato il mio scrittore preferito, esattamente come Deleuze era diventato il mo filosofo preferito dopo il suo suicidio.
20.  Aspetto un figlio che dovrebbe nascere il 4 maggio, quindi del segno del Toro come me: questo semplice fatto chiude la mia vita fin qui e ne apre una nuova che penso sarà molto più profonda.
21.  Il primo ottobre 2008 ho vinto il concorso di dottorato in scienze cognitive, che mi ha permesso di andare in congedo dall’insegnamento per 4 anni. Sembra un miracolo.
22.  Per preparami alla venuta del figlio Agostino il 5 gennaio 2009 ho smesso radicalmente di bere alcol e mangiare carne.
23.  Sto preparando un libro insieme ad Aldo Nove che è sempre stato il mio mito fin dall’inizio. Questo è molto bello.

AGGIORNAMENTI 2010

24.  Mio figlio Agostino è nato l'11 maggio 2009 ed è il mio centro vitale, la mia stessa vita nuova. Non ho fatto nessun libro con Aldo Nove., purtroppo (ma lui ha scritto un capolavoro, La vita oscena). Ho ripreso a bere alcol e mangiare carne.
25.  Ho iniziato a scrivere piccoli post per Vogue.it, il che mi diverte molto e dà una direzione ai miei pensieri extralavorativi vaganti.

mercoledì 8 dicembre 2010

se io fossi assolutamente libero e potessi fare più cose contemporaneamente e il tempo non finisse mai...

...oggi leggerei qualche racconto di Hoffmann (e ascolterei Offenbach), poi leggerei una prosa breve di Beckett, e magari darei un'occhiata al Beckett di Badiou e a L'esausto di Deleuze.

I ruoli tematici e il call for paper possono aspettare domani.

Se fossi pure ricco andrei alla FNAC a comprarmi il videogioco Tron, magari adirittura la playstation 3.


Invece scriverò su Assange, sbobinerò Houellebecq e scriverò su Argento e Seymour Hoffman, sperando che i pochi guadagni extra non se ne vadano via col dentista.

Le forme di vita libera sono lontane da me, se mai sono esistite.

martedì 7 dicembre 2010

WikiLeaks tra bene e male.

Sapere è potere, diceva il filosofo Francis Bacon pensando alla tecnica: rovesciando il suo slogan e applicandolo alla politica si potrebbe affermare che potere è sapere, e, soprattutto non far sapere. Fino a oggi, almeno, ossia prima di WikiLeaks.
Terrorismo mediatico, secondo alcuni; secondo altri, invece, una preziosa possibilità per l’opinione pubblica mondiale di conoscere compromettenti documenti segreti.
Di WikiLeaks si parlava molto da anni (Guantanamo fu conosciuta anche grazie a WikiLeaks), ma secondo qualche commento giornalistico a caldo, il 28 novembre 2010 verrà ricordato come un punto di non-ritorno: il giorno in cui i media tradizionali hanno dovuto inseguire le rivelazioni di WikiLeaks relative a governi di tutto il mondo.
WikiLeaks mette le informazioni a disposizione di chiunque sia dotato di un computer e di una connessione internet. Si tratta di informazioni da interpretare, contestualizzare, analizzare e comprendere: ma è di forte impatto psicologico, ancor prima che mediatico, sapere di poter venire a conoscenza di giudizi denigratori rilasciati dalle diplomazie mondiali a proposito di questo o quel personaggio politico.

PERCHE’ E’ UNA RIVOLUZIONE
 …

PERCHE’ E’ UN BENE
Si può sostenere con buone ragioni che l’azione di WikiLeaks sia buona e preziosa (nessuno l’aveva fatto prima su questa scala) perché, tra l’altro, rende trasparente ciò che normalmente è opaco: le azioni governative e aziendali destinante a produrre un determinato effetto.
Gandhi ha insegnato a rovesciare Machiavelli: nessun fine buono può essere ottenuto con mezzi non buoni. Ora, tradizionalmente gli stati nazionali e le istituzioni con qualche parvenza di fondamento democratico, e i loro sostenitori attivi o passivi, difendono il loro operato con la massima “il fine giustifica i mezzi”. Il famoso esperimento mentale del carrello … mostra che in realtà le nostre intuizioni etiche non vanno in quella direzione.
Il potere ha spesso sacrificato risorse e vite per (presuntivamente) salvarne altre, e nel consenso verso i sistemi di potere vigenti è incorporata anche l’accettazione del fine che giustifica i mezzi.
Possiamo ora iniziare a pensare che se l’opinione pubblica sapesse che per salvare alcune persone bisogna sacrificarne altre, non tutti sarebbero così pronti a sacrificare vite altrui.

PROBLEMI.
Ma l’opinione pubblica mondiale è davvero sensibile alla verità? Verrebbe da dire di no, perché i cittadini spesso sembrano non voler sapere, o voler sapere il meno possibile. In questo senso, rivelazioni “scandalose” sul potere ce ne sono sempre state, senza che per questo venisse mai meno la legittimazione democratica del potere statale.

WikiLeaks, forse, viene troppo presto, o forse il tempo della trasparenza del potere non verrà mai, perché è strutturalmente impossibile.

Hypnica (2005?)

So che sogno ma non ricordo mai cosa sogno, solo raramente ricordo, di solito sono incubi. Disastri naturali, mi inseguono killer che vogliono eliminarmi con molta determinazione.

In un sogno antico ero in montagna con la tuta bianca dei soldati polari e c’era un nemico che mi doveva uccidere, poi capivo che era un Alter-ego. A un certo punto dovevo attraversare un crepaccio su una fune tesa, Alter ne raggiungeva un capo quando ero a metà del percorso sull’abisso innevato (in realtà, come nel vecchio film con Spencer Tracy e Robert Wagner, la neve copriva e occultava il crepaccio, ma non avrebbe retto il peso), Alter scuoteva la fune facendomi cadere e morire.
Scivolavo sotto la montagna e giungevo in una valle stretta e soleggiata e calma, ero morto ma mi risvegliavo in forma di anima immortale. C’era un cimitero zen, fatto di loculi di legno per le urne delle ceneri, era tutto molto sereno e bello.

Mi sembra di sognare spesso che mi cadono gli occhiali e si rompono.

Ero in America non so se a New York. Mi ero fatto prestare una bici da F, andavo in giro perdendomi per la città, cercavo l’università e la trovavo. Prima mi ero perso sulla metropolitana, ero anche salito sul bus con la bici smontata, così facevano tutti. Salivano e smontavano la bici.
In università vedevo passare Gianni Vattimo con un fiocchetto rosso su una treccina di capelli, lo salutavo in italiano e lui vedendomi compatriota (e - pensavo - maschio) mi sorrideva e mi diceva di aspettare che parlavamo.
Ma aveva un sacco di studenti con cui parlare, nel corridoio, e a un certo punto gli dispiaceva ma doveva andare via.
In un precedente momento ero in vacanza e vedevo un furgoncino pieno di torinesi - riconoscevo la voce di GB - venivamo accolti nella loro casa in affitto poi andavano via e io ascoltando un CD rompevo il lettore, mi pareva danno da niente ma qualcuno (?) con me mi convinceva a nascondere il danno e a non dire niente anche se in quel momento passava di lì una specie di cameriera che avrebbe potuto testimoniare contro di me.
Ero scontento della scelta disonesta ma le ragioni per aderirvi mi erano parse buone sul piano della convenienza.

C’era mia madre, pericolo di morte, montagna di ghiaccio sul mare, iceberg affioranti e altri che si staccavano dall’alto e potevano franare in mare. All’improvviso mi rendevo conto che il pericolo sussisteva per il palombaro sott’acqua, che ero io, e veniva fatto emergere in tutta fretta ma non ci si era accorti che c’era stato un incidente ed era morto bollito: nella tuta subacquea era mancata l’aria o era stata immessa aria bollente, il palombaro-io era letteralmente lesso.

lunedì 6 dicembre 2010

Francesco Piccolo mi fai cagare

La precedente nota su Francesco Piccolo è molto vecchia: non sapevo chi fosse anche se degli amici me ne avevano parlato, e piuttosto bene.
Ora so chi è, perché sto leggendo il suo La separazione del maschio. Ora so che oltre ad essere lo sceneggiatore di quella merda di Caos calmo, questo signore è convinto che fare letteratura signifchi esibire le proprie scopate e un'esistenza di tradimenti ai danni della consorte ma soprattutto di se stesso, uomo ridotto a cazzo, una volta risolta l'esistenza materiale col lavoro cinematografico (nel libro il montaggio).
Quest'uomo si permette poi di svolgere sul Domenicale considerazioni sull'Italia contemporanea, della cui mediocre mancanza di un'etica è lui stesso un campione: un'etica non dico pubblica ma almeno condivisibile, e non quella fondata sul fottere (meglio che comandare: forse l'autore si sente figo per questo, pospone il comandare al fottere), mentire, tradire, farla franca e ancora fottere.
Non mi importa quanto bene scriva questo signore, che certamente le scuole medie le ha fatte e forse pure le superiori, e pure con un certo talento, non mi importa che successo possano riscontrare gli altri suoi libri - che immagino merdosi come La separazione del maschio - e non mi importa nemmeno il suo atteggiarsi a superuomo oltremorale sinistrorso "dobbiamo tutti morire".
Non mi importa niente di lui, triste simbolo di un'Italia moribonda e putrefatta, ignorante e compiaciuta, ricca e gradassa, violenta e meschina: terminerò il suo libro e inizierò ad aspettare l'occasione giusta per dirgli in faccia quello che penso di lui.

Francesco Piccolo, mi fai cagare.

Dialogo tra un sordo marxista platonico, e un sordo anarchico pseudocognitivista

  • Edoardo Acotto sospettare di tutte le "scienze" formate con nome+ismo
    10 ore fa ·

  • Italo Nobile Ma il marxismo non è una scienza, quanto un programma di ricerca. E io, al contrario di Marx, uso il termine "Marxismo" pur diffidandone. La verità è una risultante e contribuisce chi si espone.
    10 ore fa · ·

  • Edoardo Acotto
    ecco se mi dici che il marxismo non è una scienza allora sì che se ne può parlare...
    PS ma scusa Marx non diceva di non essere marxista? Io però penso che abbia ragione Chomsky, a diffidare delle dottrine che vengono irrigidite e simboleggia...te col nome del loro iniziatore (marxismo, leninismo, freudismo, darwinismo ecc.)Mostra tutto

    10 ore fa ·

  • Italo Nobile Ma dire di appartenere ad una Famigghia, non vuol dire che non dai tre pallottole al tuo fratellino...
    9 ore fa · ·

  • Edoardo Acotto sì ma un fisico relativista non dice: sono un einsteiniano, come mai?
    circa un'ora fa ·

  • Italo Nobile Beh, c'è l'interpretazione di Copenaghen ad es. e quelli che sono contro l'interpretazione di Copenaghen della MQ
    59 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto sì ma non si chiamano bohriani o heisenberghiani o che so io. Chosmky sfotte bene il tarlo implicito nel reclamarsi alla firma (Deleuze) di un pensatore.
    "Hegeliani", "heideggeriani", "deleuziani", "derridiani" ecc.

    52 minuti fa ·

  • Italo Nobile Dire di essere deleuziani è ammettere che non c'è scienza. Gli scienziati rispettano rigidamente il centralismo democratico. Altrimenti ammetterebbero una debolezza.
    48 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto ecco, me invece c'è scienza eccome.
    46 minuti fa ·

  • Italo Nobile Le differenze ci sono, ma vengono rimosse. Forse c'è un metodo unitario di verifica, ma non credo neanche questo. C'è una forte ideologia nella scienza. E forti interessi materiali pure. Pensa se dicessero apertamente di schierarsi. Forse perderebbero il rispetto di quelli che scienziati non sono
    46 minuti fa · ·

  • Italo Nobile Io sono un po' feyerabendiano. Qualcosa va, ma non si sa cosa
    45 minuti fa · · 1 personaCaricamento in corso... ·

  • Edoardo Acotto
    Sono questioni marginali e che non scalfiscono di un'unghia il lavoro che uno scienziato onesto e intelligente fa e deve fare.
    Nella scienza, prima che ideologia, ci sono oggetti, formalismi e vincoli metodologici e logici senza i quali non ...si produrrebbe conoscenza del mondo esterno. Che nonostante tutte le ideologie mi pare una cosa essenziale anche per coloro che preferiscono riflettere su altri mondi possibili, me compreso.Mostra tutto

    42 minuti fa ·

  • Edoardo Acotto Sì poi però quando Ratzinger lo ha citato contro Galilei lui era dispiaciuto...
    40 minuti fa ·

  • Italo Nobile Lo scienziato onesto mi sembra un ipotesi ad hoc
    39 minuti fa · ·

  • Italo Nobile Feyerabend piace molto ai Cattolici perchè fa dire cazzate a tutti. Un sincero anarchico
    39 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    Ne conosco a carriolate. L'onestà intellettuale è un'idealizzazione utile per impostare il discorso, se no è chiaro che chiunque piega qualsiasi cosa a qualunque fine schifoso.
    Ma basta guardare da vicino come lavorano gli scienziati e ci si... rende conto che i filosofi che parlano di loro non sanno di che parlano.Mostra tutto

    37 minuti fa ·

  • Italo Nobile Gli scienziati se parlano dicono più cazzate dei filosofi...vedi un po' tu come si è combinati.
    Gli scienziati sono come quello maledetto da Alex Drastico: stanno muti tutto il tempo tranne pochissimi minuti dove dicono cazzate inenarrabili

    35 minuti fa · ·

  • Italo Nobile Oddio se parlano con i loro formalismi, tanto rispetto per il pidgin, però se vogliono trasmettere conoscenza sono più coglioni di noi.
    Prendi Zichichi, Boncinelli, Odifreddi. Valgono Baricco

    34 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    Ma va, Zichichi è un coglione, gli altri due no per nulla e mi risulta che sia Odifreddi il più divulgativo. Ma questo name dropping è ad hoc, questo sì. Che c'entrano i singoli?
    E se tu chiami pidgin la matematica e la fisica, scusa tanto m...a mi sa che ti sfugge qualcosa.
    Il sapere matematico non si può "divulgare" al 100%, esattamente come a un ascoltatore naif non si può spiegare la musica come pensata e vissuta dal compositore.
    Certa conoscenza è incomunicabile a prescindere dal suo formalismo, appunto quella insita nella matematica, nella logica, nella musica, forse pure nella fisica.
    Puoi anche provare parafrasare e divulgare, ma non conservi integralmente l'informazione, ovvio.
    Mostra tutto

    25 minuti fa ·

  • Italo Nobile
    Per me non è tanto ovvio. Per me è un problema serio. Ovviamente lo scienziato ci può passare sopra, tanto a lui che frega ? Dice quattro cazzate e si sdraia. Tanto è lo scienziato.
    Whitehead del rapporto tra mondo della fisica e mondo quoti...diano ne faceva un problema filosofico e anche lo Husserl della Crisi.
    Per me ripeto si tratta di un problema serio.
    Ovviamente fin quando non si risolve, per me dal punto di vista filosofico uno scienziato vale quanto un sofferente mentale. Si legge quello che scrive, ma come una sintomatologia.
    Mostra tutto

    20 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    e non ti viene in mente che anziché psicoanalizzare gli scienziati sarebbe meglio psicoanalizzare i nevrotici?
    Voglio dire, la scienza funziona, e basta che funzioni, poi il filosofo filosofeggia e chiarisce i concetti che gli scienziati las...ciano confusi e oscuri. Ma da qui a pretendere di avere il punto di vista migliore perché "la scienza non pensa" e simili amentià, passa la distinzione tra un lavoro intellettuale che si confronta con la realtà e uno che si confronta coi propri concetti, insomma la differenza tra materialismo e idealismo.
    Ah già, ma tu sei platonico...
    Be', per me è seriamente inconcepibile.
    Mostra tutto

    15 minuti fa ·

  • Italo Nobile
    Non si tratta di psicoanalizzare, ma si tratta di dare una rappresentazione a cose che valgono solo perchè funzionano
    Ma le cose che valgono solo perchè funzionano al massimo sono il trapano e il commissario Rex. Ma una persona se deve spieg...are. Non è che fa come Clint Eastwood, spara e lo intervistiamo o diciamo "Chi sa fa e chi non sa insegna". Perchè così arriviamo ai figli dei camorristi che non vanno a scuola e a Berlusconi con le tre I, le tre D etc etcMostra tutto

    8 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    ecco adesso ci manca solo che tu dica che camorra e Berlusconi sono colpa dell'atteggiamento scientifico.
    Ben vengano tutte le epoché, purché i filosofi non dimentichino che il pensiero filosofico è una modalità derealizzante della mente uma...na.
    Scienza e filosofia sono cose completamente diverse. La scienza funziona, spiega il mondo in maniera progressivamente sempre più limpida e per capirla bisogna farsi un culo così.
    La filosofia per parte sua illumina zone d'ombra dell'umano, ma si presta anche a fraintendimenti ed errori a prova di bomba, nonché a dottrine misteriche e inverificabili che corroborano soltanto la psiche dei suoi adepti (vedi certo postmodernismo, certo heideggerismo, certa filosofia cristiana ma anche un certo marxismo).
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    circa un minuto fa ·