E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
mercoledì 20 ottobre 2010
Dicono di me, 1 (Giuseppe Genna mi ha fatto capire che tipo di persona vorrei essere. Se ci riuscissi)
"Edoardo Acotto, illuminista febbrile, pamphlettista calmo e riflessivo."
Sex and the city e la filosofia (Vogue11)
[pubblicato su Vogue.it]
La giovane filosofa Carola Barbero, assegnista all’università di Torino e membro del Labont diretto da Maurizio Ferraris, ha appena pubblicato Sex & the city e la filosofia per i tipi del Melangolo. Un’occasione per verificare se la filosofia aiuta a pensare anche argomenti apparentemente frivoli.
Nel tuo libro difendi esplicitamente le ragioni dell'apparenza. Mi pare però che non affronti la questione della bellezza fisica, femminile e maschile. C’è una ragione precisa?
Mi interessava molto prendere in esame la questione dell'apparenza perché si tratta di un tema eminentemente filosofico. Perché si condanna tanto l'apparenza? Che cosa ci sarebbe sotto, o dietro, che l'apparenza sarebbe supposta coprire? Non è forse vero che viviamo in un mondo di apparenze, che l'apparenza è tutto quello che abbiamo? Ricordiamo l'insegnamento kantiano: nella nostra esperienza possiamo conoscere le cose solo come queste ci appaiono. Allora prima impariamo ad accettare le apparenze e meglio è. Quanto alla bellezza fisica, che dire? Certo, in Sex & the city sono tutte belle, magre e truccate. Ma questo non dovrebbe stupire: come già osservava Hume, la finzione è sempre più bella della realtà. Piuttosto sarebbe strano il contrario.
Simpatizzi per un neo-femminismo che concili la difesa dei diritti delle donne con il non sentirsi in colpa nell’ acquistare scarpe e vestiti costosi. Nessuna tensione?
Non ho niente contro le femministe storiche: penso fossero figlie del loro tempo e che abbiano combattuto battaglie importantissime. Però penso anche che essere femminista oggi non voglia dire doverle imitare. Carrie & C. riflettono quello che è stato definito "il femminismo di terza generazione" che prende avvio dalle conquiste ottenute dalle lotte precedenti, ma che riesce a essere più rilassato verso molte cose. Si è persa quella forza aggressiva tipica delle femministe di prima generazione e si è tornati a una versione della donna più spontanea, a volte addirittura dolce. Che male c'è? Non si è ancora capito che bisogna smetterla di imporre modelli?
Pensi che una serie televisiva di successo possa concretamente influenzare l'immaginario delle spettatrici/spettatori? Insomma: Sex & the city fa pensare o deve poi arrivare la filosofia per dare un po' di senso alle cose?
Certo, può concretamente influenzare l'immaginario del pubblico: siamo lì in poltrona e ci domandiamo (ovviamente se siamo esseri umani normali e non ci limitiamo a ingozzarci di immagini e dialoghi ma proviamo anche a pensare a quello che vediamo e ascoltiamo) se davvero sia possibile riconoscere il vero amore e perché talvolta possa essere giusto mentire. Tutto questo si può fare anche con la filosofia. Va da sé che con la filosofia ci si diverte di più (almeno io).
Ma con tutta la loro passione per la moda, secondo te alla fine le quattro "ragazze" di Sex & the city rappresentano un esempio di stile?
Perché no? Mi piace come si vestono e adoro il fatto che anche quando sono a casa indossano una tuta di Donna Karan o una vestaglia La perla (altro che le tute deformate e i pinzoni che ornano le donne reali appena varcata la soglia di casa!). Le strade di New York si trasformano in una grande passerella en plein air e quei capi di Vivienne Westwood, Armani, Chanel, Prada e Gucci (per citarne solo alcuni) che alle sfilate ci sembrano belli sì, ma troppo fuori dal mondo, addosso a Carrie & C. sembrano molto più "normali". E comunque sempre meravigliosi.
La giovane filosofa Carola Barbero, assegnista all’università di Torino e membro del Labont diretto da Maurizio Ferraris, ha appena pubblicato Sex & the city e la filosofia per i tipi del Melangolo. Un’occasione per verificare se la filosofia aiuta a pensare anche argomenti apparentemente frivoli.
Nel tuo libro difendi esplicitamente le ragioni dell'apparenza. Mi pare però che non affronti la questione della bellezza fisica, femminile e maschile. C’è una ragione precisa?
Mi interessava molto prendere in esame la questione dell'apparenza perché si tratta di un tema eminentemente filosofico. Perché si condanna tanto l'apparenza? Che cosa ci sarebbe sotto, o dietro, che l'apparenza sarebbe supposta coprire? Non è forse vero che viviamo in un mondo di apparenze, che l'apparenza è tutto quello che abbiamo? Ricordiamo l'insegnamento kantiano: nella nostra esperienza possiamo conoscere le cose solo come queste ci appaiono. Allora prima impariamo ad accettare le apparenze e meglio è. Quanto alla bellezza fisica, che dire? Certo, in Sex & the city sono tutte belle, magre e truccate. Ma questo non dovrebbe stupire: come già osservava Hume, la finzione è sempre più bella della realtà. Piuttosto sarebbe strano il contrario.
Simpatizzi per un neo-femminismo che concili la difesa dei diritti delle donne con il non sentirsi in colpa nell’ acquistare scarpe e vestiti costosi. Nessuna tensione?
Non ho niente contro le femministe storiche: penso fossero figlie del loro tempo e che abbiano combattuto battaglie importantissime. Però penso anche che essere femminista oggi non voglia dire doverle imitare. Carrie & C. riflettono quello che è stato definito "il femminismo di terza generazione" che prende avvio dalle conquiste ottenute dalle lotte precedenti, ma che riesce a essere più rilassato verso molte cose. Si è persa quella forza aggressiva tipica delle femministe di prima generazione e si è tornati a una versione della donna più spontanea, a volte addirittura dolce. Che male c'è? Non si è ancora capito che bisogna smetterla di imporre modelli?
Pensi che una serie televisiva di successo possa concretamente influenzare l'immaginario delle spettatrici/spettatori? Insomma: Sex & the city fa pensare o deve poi arrivare la filosofia per dare un po' di senso alle cose?
Certo, può concretamente influenzare l'immaginario del pubblico: siamo lì in poltrona e ci domandiamo (ovviamente se siamo esseri umani normali e non ci limitiamo a ingozzarci di immagini e dialoghi ma proviamo anche a pensare a quello che vediamo e ascoltiamo) se davvero sia possibile riconoscere il vero amore e perché talvolta possa essere giusto mentire. Tutto questo si può fare anche con la filosofia. Va da sé che con la filosofia ci si diverte di più (almeno io).
Ma con tutta la loro passione per la moda, secondo te alla fine le quattro "ragazze" di Sex & the city rappresentano un esempio di stile?
Perché no? Mi piace come si vestono e adoro il fatto che anche quando sono a casa indossano una tuta di Donna Karan o una vestaglia La perla (altro che le tute deformate e i pinzoni che ornano le donne reali appena varcata la soglia di casa!). Le strade di New York si trasformano in una grande passerella en plein air e quei capi di Vivienne Westwood, Armani, Chanel, Prada e Gucci (per citarne solo alcuni) che alle sfilate ci sembrano belli sì, ma troppo fuori dal mondo, addosso a Carrie & C. sembrano molto più "normali". E comunque sempre meravigliosi.
lunedì 18 ottobre 2010
Comédie zodiacale 3. Toro (2006)
Mio nonno Antonio era nato il 7 maggio 1911. Questo nonno per me è stato una vera figura maschile, perché mio padre era poco virile ai miei occhi. Col nonno andavo d’accordo fin da piccolo quando lo soprannominai il nonno burlone perché mi faceva sempre gli scherzi.
Il nonno Antonio faceva parte di una famiglia numerosa di Leverano, in provincia di Lecce : a 17 anni aveva superato la selezione per diventare carabiniere e l’avevano mandato in Sardegna per tre anni, poi in Piemonte dove aveva conosciuto mia nonna di Cavagnolo. Aveva fatto la guerra d’Africa e poi era stato rimandato lì durante la Seconda Guerra. Era tornato in Italia per sposarsi e nella navigazione verso l’Africa la sua nave era stata affondata e lui era rimasto 11 ore in acqua, a gennaio, vedendo morire un sacco di uomini. Questo racconto me l’aveva fatto fin da piccolo. Ma una cosa gli aveva fatto più paura del naufragio, ed era stato il terremoto del Friuli, siccome allora abitavano a Udine e in quel momento che tremava la terra mio nonno ha preso in braccio la mia cuginetta neonata, sono usciti di corsa dal palazzo e siccome la porta elettrica dell’ingresso non si apriva lui l’ha sradicata ed è riuscito ad aprirla. Diceva che non sapeva dove aveva trovato la forza per aprire quella maledetta porta.
Del Toro mio nonno aveva tipicamente il senso di moralità, diciamo l’alleanza col Super-io per cui si sentiva il depositario della morale. Che avesse fatto il carabiniere lo aveva senz’altro aiutato a diventare un moralista, però un po’ ce lo doveva avere già di suo.
Che fosse un durissimo moralista si vede da come ha trattato mia zia Valeriana che è dello Scorpione.
Stavo ripassando la filosofia di Johann Gottlob Fichte (1770-18) e leggevo questa frase sull’Abbagnano : "Io ho una sola passione, un solo bisogno, un solo sentimento pieno di me stesso : agire fuori di me. Più agisco più mi sento felice". Mi son detto : proprio bella, son d’accordo, potrei averla detta io. Mi è venuto il sospetto e ho guardato la data di nascita, quando ho visto il 19 maggio son rimasto secco, come sempre quando indovino il segno di una persona o mi piace una ragazza il cui segno zodiacale mi significa qualcosa.
Fichte è simpatico perché era un proletario, e se le sue doti intellettuali di bambino non fossero state notate dal barone ... avrebbe fatto chissà quale lavoro manuale, invece ha potuto studiare e ha fatto fortuna. Mi simpatico per la sua fortuna e il suo costruirci sopra (fortuna senza impegno sono irritanti mentre l’impegno senza fortuna sono gli ingredienti della tragedia di un romanzo biografico).
Russell ha criticato Fichte nell’Elogio dell’ozio ... ma Russell non ha molto senso storico, come quando inizia il capitolo su Aristotele dicendo che non ha mai capito che cosa significhi “categorie”. La critica si può capire, tra l’altro è la stessa di Hegel, e cioè : la filosofia di Fichte sarebbe ossessiva e insostenibile perché condanna l’uomo a un continuo moto, a una tensione irrisolta verso obiettivi morali mai pienamente raggiunti, quindi dal punto di vista dell’ozio una faticaccia improba e senza premio. La frase di Fichte che ho citato fa capire che per lui il tendere-verso è un premio in se stesso. Si potrebbe dire: tensio ipsa premium est, per parafrasare un detto famoso.
A me Fichte invece piace molto, voglio dire la sua idea di morale come sforzo perenne, e per altro credo che sia l’idea centrale della nonviolenza. Mica si finisce mai di tendere alla nonviolenza! Come diceva Aldo Capitini (23 dicembre): "molto più semplice e più modesto dire : io sono amico della nonviolenza, mi piace, cerco di metterla in pratica, ne parlo con gli altri, ma capisco anche che c’è molto da fare per cambiare se stessi". Oppure Gandhi : ...
Tra l’altro Fichte piaceva anche a Deleuze che con l’idealismo tedesco non aveva certo feeling. E poi è alla base di Giovanni Gentile, che, fascista o non fascista, ha sempre esercitato un certo fascino su di me.
Non so quand’è nato Gentile. Vado a controllare... 30 maggio 1875, Gemelli. Gentile Giovanni.
Il nonno Antonio faceva parte di una famiglia numerosa di Leverano, in provincia di Lecce : a 17 anni aveva superato la selezione per diventare carabiniere e l’avevano mandato in Sardegna per tre anni, poi in Piemonte dove aveva conosciuto mia nonna di Cavagnolo. Aveva fatto la guerra d’Africa e poi era stato rimandato lì durante la Seconda Guerra. Era tornato in Italia per sposarsi e nella navigazione verso l’Africa la sua nave era stata affondata e lui era rimasto 11 ore in acqua, a gennaio, vedendo morire un sacco di uomini. Questo racconto me l’aveva fatto fin da piccolo. Ma una cosa gli aveva fatto più paura del naufragio, ed era stato il terremoto del Friuli, siccome allora abitavano a Udine e in quel momento che tremava la terra mio nonno ha preso in braccio la mia cuginetta neonata, sono usciti di corsa dal palazzo e siccome la porta elettrica dell’ingresso non si apriva lui l’ha sradicata ed è riuscito ad aprirla. Diceva che non sapeva dove aveva trovato la forza per aprire quella maledetta porta.
Del Toro mio nonno aveva tipicamente il senso di moralità, diciamo l’alleanza col Super-io per cui si sentiva il depositario della morale. Che avesse fatto il carabiniere lo aveva senz’altro aiutato a diventare un moralista, però un po’ ce lo doveva avere già di suo.
Che fosse un durissimo moralista si vede da come ha trattato mia zia Valeriana che è dello Scorpione.
Stavo ripassando la filosofia di Johann Gottlob Fichte (1770-18) e leggevo questa frase sull’Abbagnano : "Io ho una sola passione, un solo bisogno, un solo sentimento pieno di me stesso : agire fuori di me. Più agisco più mi sento felice". Mi son detto : proprio bella, son d’accordo, potrei averla detta io. Mi è venuto il sospetto e ho guardato la data di nascita, quando ho visto il 19 maggio son rimasto secco, come sempre quando indovino il segno di una persona o mi piace una ragazza il cui segno zodiacale mi significa qualcosa.
Fichte è simpatico perché era un proletario, e se le sue doti intellettuali di bambino non fossero state notate dal barone ... avrebbe fatto chissà quale lavoro manuale, invece ha potuto studiare e ha fatto fortuna. Mi simpatico per la sua fortuna e il suo costruirci sopra (fortuna senza impegno sono irritanti mentre l’impegno senza fortuna sono gli ingredienti della tragedia di un romanzo biografico).
Russell ha criticato Fichte nell’Elogio dell’ozio ... ma Russell non ha molto senso storico, come quando inizia il capitolo su Aristotele dicendo che non ha mai capito che cosa significhi “categorie”. La critica si può capire, tra l’altro è la stessa di Hegel, e cioè : la filosofia di Fichte sarebbe ossessiva e insostenibile perché condanna l’uomo a un continuo moto, a una tensione irrisolta verso obiettivi morali mai pienamente raggiunti, quindi dal punto di vista dell’ozio una faticaccia improba e senza premio. La frase di Fichte che ho citato fa capire che per lui il tendere-verso è un premio in se stesso. Si potrebbe dire: tensio ipsa premium est, per parafrasare un detto famoso.
A me Fichte invece piace molto, voglio dire la sua idea di morale come sforzo perenne, e per altro credo che sia l’idea centrale della nonviolenza. Mica si finisce mai di tendere alla nonviolenza! Come diceva Aldo Capitini (23 dicembre): "molto più semplice e più modesto dire : io sono amico della nonviolenza, mi piace, cerco di metterla in pratica, ne parlo con gli altri, ma capisco anche che c’è molto da fare per cambiare se stessi". Oppure Gandhi : ...
Tra l’altro Fichte piaceva anche a Deleuze che con l’idealismo tedesco non aveva certo feeling. E poi è alla base di Giovanni Gentile, che, fascista o non fascista, ha sempre esercitato un certo fascino su di me.
Non so quand’è nato Gentile. Vado a controllare... 30 maggio 1875, Gemelli. Gentile Giovanni.
domenica 17 ottobre 2010
Comédie zodiacale 2. Scorpione (2006)
Lo Scorpione gode di cattiva fama, ma a torto. È un segno creativo, sensuale, ma in senso non procreativo bensì sociale. Il Toro è l’opposto dello Scorpione e vuole riprodursi, mentre lo Scorpione è volto verso la comunità. Questo significa emotività, sesso come pura esperienza emotiva, mentre il Toro è più controllato, apparentemente più freddo.
Robert è un mio coetaneo di Berlino, est. Pur essendo tedesco è un gran burlone e con lui si ride un sacco. Questo senso dell’umorismo è anche tipico dello Scorpione.
Robert è un ragazzo affascinante, lui non è ambiguo per nulla, direi che è molto limpido, ma in fondo forse tutti gli Scorpioni lo sono, è solo che nella loro limpidezza si vede una certa tortuosità che a qualcuno può parere strana.
I comunisti della DDR gli hanno impedito di fare il liceo - perché potevano solo due per classe e dovevano essere i più bravi e i più comunisti, invece lui giustamente era un po’ ribelle testa di cazzo (ma oggi è ancora comunista...) - perciò sta ancora studiando architettura. Però lavora già ed è molto bravo, ora sta risistemando un loft di un giocoliere sulla Spree.
Nella DDR, Robert ha studiato per diventare artigiano. Poi è venuto in Italia per fondare un’impresa, ma i suoi soci italiani non erano molto convinti così l’impresa non guadagnava e dopo un po’ lui se n'è tornato a Berlino. Non so quando, ma ha anche passato un po’ di tempo in Brasile dove ha imparato la capoeira (è istruttore). Durante il suo tirocinio universitario è andato in Afghanistan appena liberato dai talebani per costruire una scuola insieme ad altri volontari architetti di un progetto tedesco. Uno molto figo insomma.
Allo Scorpione forse piace lavorare bene, costruire qualcosa attraverso il lavoro, almeno questo vale di sicuro per Robert.
Una che invece non ha voluto mai costruirsi un cazzo attraverso il lavoro è mia zia Valeriana. E' spontaneamente una ribelle, si è visto bene nel suo rapporto col nonno, pugliese e maresciallo dei carabinieri, un despota gelosissimo. Le figlie dovevano essere solo sue oppure di altri-secondo-la-Legge. Era acerrimo e mortale nemico di tutto l’illegale e l’an-archico. Così quando zia ventenne se ne andò di casa, lui non le parlò più per tre anni, fino al matrimonio di lei con un commercialista.
Per zia Valeriana l’amore la passione il sesso sono le cose più importanti del mondo, come si dice debba essere per gli Scorpioni. Certo lei è una difficile da trattare.
Per esempio la storia con il soldato della legione straniera: sono stati insieme dieci anni, per lui la zia aveva mollato lo zio all’improvviso creando un vero scandalo perché lo zio è un personaggio pubblico. Ma quando il legionario l'ha sfibrata per via della propria vecchia madre morente, lei l'ha mollato convintamente.
Forse la cifra comune agli Scorpioni è che riescono facilmente a catturare un partner? Lo pungono con la coda e poi...
Robert è un mio coetaneo di Berlino, est. Pur essendo tedesco è un gran burlone e con lui si ride un sacco. Questo senso dell’umorismo è anche tipico dello Scorpione.
Robert è un ragazzo affascinante, lui non è ambiguo per nulla, direi che è molto limpido, ma in fondo forse tutti gli Scorpioni lo sono, è solo che nella loro limpidezza si vede una certa tortuosità che a qualcuno può parere strana.
I comunisti della DDR gli hanno impedito di fare il liceo - perché potevano solo due per classe e dovevano essere i più bravi e i più comunisti, invece lui giustamente era un po’ ribelle testa di cazzo (ma oggi è ancora comunista...) - perciò sta ancora studiando architettura. Però lavora già ed è molto bravo, ora sta risistemando un loft di un giocoliere sulla Spree.
Nella DDR, Robert ha studiato per diventare artigiano. Poi è venuto in Italia per fondare un’impresa, ma i suoi soci italiani non erano molto convinti così l’impresa non guadagnava e dopo un po’ lui se n'è tornato a Berlino. Non so quando, ma ha anche passato un po’ di tempo in Brasile dove ha imparato la capoeira (è istruttore). Durante il suo tirocinio universitario è andato in Afghanistan appena liberato dai talebani per costruire una scuola insieme ad altri volontari architetti di un progetto tedesco. Uno molto figo insomma.
Allo Scorpione forse piace lavorare bene, costruire qualcosa attraverso il lavoro, almeno questo vale di sicuro per Robert.
Una che invece non ha voluto mai costruirsi un cazzo attraverso il lavoro è mia zia Valeriana. E' spontaneamente una ribelle, si è visto bene nel suo rapporto col nonno, pugliese e maresciallo dei carabinieri, un despota gelosissimo. Le figlie dovevano essere solo sue oppure di altri-secondo-la-Legge. Era acerrimo e mortale nemico di tutto l’illegale e l’an-archico. Così quando zia ventenne se ne andò di casa, lui non le parlò più per tre anni, fino al matrimonio di lei con un commercialista.
Per zia Valeriana l’amore la passione il sesso sono le cose più importanti del mondo, come si dice debba essere per gli Scorpioni. Certo lei è una difficile da trattare.
Per esempio la storia con il soldato della legione straniera: sono stati insieme dieci anni, per lui la zia aveva mollato lo zio all’improvviso creando un vero scandalo perché lo zio è un personaggio pubblico. Ma quando il legionario l'ha sfibrata per via della propria vecchia madre morente, lei l'ha mollato convintamente.
Forse la cifra comune agli Scorpioni è che riescono facilmente a catturare un partner? Lo pungono con la coda e poi...
venerdì 15 ottobre 2010
Comédie zodiacale 1. Capricorno (2006)
Il Capricorno è un segno di terra molto ostinato, che esalta tanto i pregi quanto i difetti della persona. Rispetto agli altri due segni di terra, Toro e Vergine, è certamente il più ostinato di tutti. Così tanto ostinato da risultare quasi immobile, inamovibile, inattaccabile, inossidabile, perverso. Se realizza qualcosa realizza grandi cose. Se fallisce è un grande fallimento quello che il Capricorno si consuma ostinatamente nel corso della vita, senza mai cambiare, o cambiando i dettagli per lasciare intatto il solido cuore della sua personalità.
Non è arrogante e pieno di sé come l'Ariete, anzi ha oscillazioni di autostima, alterna crisi interiori a fasi maniacali ed affermative al massimo grado. Tuttavia il Capricorno non si appoggia che su se stesso, si considera isolato, separato dagli altri sé, è un anti-buddista. Non sarà un caso che Gesù Cristo fosse del segno del Capricorno…
La storia di Cristo è nota. Il fatto che egli fosse nato sotto il segno del Capricorno è cosa un po' meno osservata dal grande pubblico. Gli astrologi hanno speso non poco tempo per commentare la natura di Capricorno del Cristo. Cristo va certamente considerato l'esempio massimo delle possibilità, tanto di successo quanto di fallimento dell'individuo del Capricorno.
Cristo con la sua pervicacia ha detto parole i cui effetti sono vivi ancora oggi, due milllenni dopo la sua vita e morte, e improbabile resurrezione. Se però non si ha fede nella sua natura divina e nella resurrezione che sarebbe seguita alla morte secondo le Scritture, Cristo si è guadagnato una morte orribile.
I francesi potrebbero dire: il s'est fait tuer comme un con...
[continua]
Non è arrogante e pieno di sé come l'Ariete, anzi ha oscillazioni di autostima, alterna crisi interiori a fasi maniacali ed affermative al massimo grado. Tuttavia il Capricorno non si appoggia che su se stesso, si considera isolato, separato dagli altri sé, è un anti-buddista. Non sarà un caso che Gesù Cristo fosse del segno del Capricorno…
La storia di Cristo è nota. Il fatto che egli fosse nato sotto il segno del Capricorno è cosa un po' meno osservata dal grande pubblico. Gli astrologi hanno speso non poco tempo per commentare la natura di Capricorno del Cristo. Cristo va certamente considerato l'esempio massimo delle possibilità, tanto di successo quanto di fallimento dell'individuo del Capricorno.
Cristo con la sua pervicacia ha detto parole i cui effetti sono vivi ancora oggi, due milllenni dopo la sua vita e morte, e improbabile resurrezione. Se però non si ha fede nella sua natura divina e nella resurrezione che sarebbe seguita alla morte secondo le Scritture, Cristo si è guadagnato una morte orribile.
I francesi potrebbero dire: il s'est fait tuer comme un con...
[continua]
giovedì 14 ottobre 2010
Narradiohead. MISSIONE IMPASSIBILE (Paranoid Android)
[pubblicato in Narradiohead. Storie e visioni rock, Baldini Castoldi Dalai]
Secondo l’angelologia talmudica e kabbalistica, Dio gode di un’ininterrotta creazione di angeli che si dissolvono davanti a Lui nel momento stesso in cui Egli li nomina, cioè li crea. Questo potere è dato anche all’uomo, ma una volta soltanto e a una condizione: quando egli pronunci ad alta voce il nome segreto impostogli alla nascita dai genitori e rivelatogli all’ingresso nell’età puberale, nome che corrisponde alla sua identità più profonda e al suo angelo protettore: allora l’angelo-nome esce da lui, e perdendo la propria forma si insedia nelle cose che quell’uomo ha amato e tenuto a lungo con sé, rendendole, ai suoi occhi, trasparenti. (Diego Mari)
Appena toccata Terra mi son sentita male. L’atmosfera era brutta, molto opprimente ma in senso non fisico, che a quello ci ero abituata (da noi si sta compressi come in un solido sfero senza porte o finestre). Il fatto è che sulla Terra ho percepito subito vibrazioni negative, indecifrabili semanticamente ma molto nette nel loro colore affettivo. Un senso di morte profondo e diffuso. Certo un segno dei tempi. Anche se lui mi aveva avvertita, non mi aspettavo una cosa simile.
Prima di partire ho ricevuto attentamente le sue istruzioni: avrei incontrato sentimenti nocivi, pericolosi, non mi avrebbero accolta bene... Non esagerava affatto, il mio arrivo sulla Terra è stato un brutto episodio. Avrei voluto piangere, ma le mie lacrime non sarebbero state apprezzate da nessuno: ho rinunciato, e la rinuncia era già il mio primo segmento di giudizio.
Ho pensato che se al posto mio lui avesse inviato un essere fragile, magari un alato luminoso e azzurrino, quello sì che si sarebbe trovato in difficoltà, una forte e calma come me, invece, era al suo posto. Perfettamente al mio posto.
Ho nascosto l'ontonave in una bella foresta e ho comandato a Gog di montare immobile guardia. Mi sono incamminata verso le Città, avvolgendomi nel più sfavillante bagliore ultraterreno che mi fosse concesso secondo le leggi di natura (l'ordine era di non infrangerle, la missione, di semplice categoria א, non lo richiedeva).
I radar mi hanno presto rilevata e le truppe d'assalto si sono fatte avanti a sbarrarmi il cammino verso le Città. Ho inviato il messaggio universale di pace con la richiesta di conferire con il Re della Terra sulle sorti dell'Umanità. Il Re non s'è visto e sono invece arrivati i giornalisti e gli scienziati: io ho iniziato a fornire le spiegazioni utili, con gentilezza.
Ho incontrato alcuni ministri, ho illustrato il motivo della mia missione e delle prospettive future, che cosa pensavate di fare riguardo a lui , la questione dei suoi autentici amici e nemici, l'inquinamento, la guerra, la pace, l’etica universale e tutto il resto. Fino a un certo punto si parlava con fervore, si discuteva animatamente. Ci furono conferenze e teletrasmissioni in tutto il mondo.
Spiegai chiaramente la situazione: non c’era tempo da perdere, dovevate darvi molto da fare perché avevate imboccato con tracotanza la direzione sbagliata. Non potevate immaginarvi di agire per il vostro godimento senza mai patirne le conseguenze: sarebbe stato troppo comodo, e del resto nessuno ve l’aveva mai lasciato credere. Io ero venuta per ricordarvelo.
Fino a un certo punto, dunque, sembrava che ci si capisse, si dialogava civilmente anche se su piani troppo diversi. Devo dire la verità: non ho mai avuto alcuna fiducia nel limitatissimo apparato cognitivo dei terrestri; lui però mi aveva ordinato di provarci e io ci ho provato.
Improvvisamente le cose hanno iniziato ad andare storte: ignoro per quale ragione il Re della Terra abbia deciso di mostrare i muscoli. Forse per superficialità, o per assecondare il timore dei sudditi, proprio non lo so (ma un po' me l'aspettavo).
Fatto sta che sono arrivati i militari e mi hanno dichiarata in arresto. Mi hanno portata in quella fortezza, rinchiusa in una prigione grigia. Certo, avrei potuto bloccarli subito. Invece li ho lasciati fare, volevo vedere fino a che punto avrebbero errato. Dopo avermi tolto i miei abiti trasparenti strappandoli con violenza, mi hanno rivestita con un abito lungo e mi hanno imposto un velo che mi copriva tutto il corpo, testa inclusa.
Percepivo il loro odio, gli brillava negli occhi, sembrava che mi concupissero e mentre mi svestivano mi toccavano, mi premevano, mi sfregavano e pizzicavano. Hanno iniziato ad armeggiarmi là sotto, un sacco di mani tutte assieme, poi con strumenti metallici hanno afferrato la mia apertura inferiore anteriore, hanno tagliato e cucito fino a sigillare tutto, mentre io urlavo. Non era vero dolore, per fortuna: i nooni memorizzati mi dicevano che a quel loro comportamento brutale un essere meno impalpabile di me avrebbe provato strazio (un alato azzurrino avrebbe pianto lacrimoni).
Così mi sono adeguata allo stereotipo, faceva parte dello schema della mia missione: non manifestarsi in maniera troppo patente per non falsare le condizioni delle loro reazioni. Urlavo e piangevo e loro ridevano. Credo che lo ritenessero un comportamento normale da applicarsi ai prigionieri. Mentre mi torturavano hanno anche scattato – sorridenti – molte fotografie, non so proprio a chi volessero mostrarle.
Se io fossi il Re voi sareste i primi a finire al muro!
Finora li ho lasciati ridere sguaiati mentre mi violentavano, non sanno che non ho ancora deciso che cosa farò di loro. Il bello è questo: sarò io a dover scegliere!
Alle volte lui ti fa fare delle missioni bellissime!
Dopo le torture mi hanno sbattuta in questa cella. È un posto molto rumoroso, non lo sopporto. Per favore potreste smetterla con questo frastuono? Vorrei riposarmi un po’, ma questi rumori sono disgustosi... Suppongo che lo facciano appositamente per turbarmi: mandano suoni nella mia testa per cercare di ottenere informazioni, che ovviamente non darò mai.
Vogliono sapere di lui . Pfui! Come possono insistere nel loro grave errare? Credono forse che la violenza abbia qualche potere sul suo potere?
Il rumore in questa cella non cessa mai, sembra una sinfonia elettronica per soffitta, urla di volatili mai nati, come se li tritassero vivi da fargli schizzare sibili e strida.
Che cos’è?
A un tratto la mia mente si è proiettata nel tempo eterno e anziché trovare la quiete cui sono abituata mi sono sentita inquieta. Per la prima volta mi è venuta paura che mi uccidano e che lui li lasci fare per i suoi disegni, mi è venuto l'orrore al pensiero che quegli uomini possano entrare in cella, afferrarmi e lacerarmi le suture che mi hanno inflitto.
Immagino il dolore che causerebbe a un essere diverso... ma se quell’essere fossi io? Se lui mi lasciasse cadere all’improvviso dalla sua mente, proverei quel dolore come qualsiasi creatura incarnata… E se – e lo dico incredulissima mentre la mente ne rappresenta nel linguaggio del mio pensiero – se io morissi? «Io, morta!»: mi sembra impossibile che queste parole possano anche solo per ipotesi riferirsi a me. Eppure mi è venuta paura... Morire annientata dalla loro idiozia... Anche se accadesse per il suo disegno, questo mi parrebbe ugualmente insopportabile.
Ma cos’è questo rumore? Sembra che vogliano confondermi, nenache avessi un cervello intelligibile per quegli stolidi assassini. Misere creature moribonde, il loro senso sta per esaurirsi!
Posso anche essere paranoide ma non sono un androide. Se sperano che angosciandomi io mostri loro i miei ingranaggi logici rimarranno delusi. Mi ha creata lui , sono figlia della sua volontà, di cui sono esecutrice fedele. So che la mia tristezza è dovuta alla scelta che lui ha liberamente fatto tra le infinite possibili. Posso essere paranoide ma questo non fa di me un androide. Per accorgersi della differenza non avrebbero che da trovare l'ontonave e risvegliare Gog che monta la guardia.
Gog si limiterebbe a farli a pezzi. Io non mi limito, mi espando.
Da quanto sono qui? Ho tutto il tempo che voglio, è vero, ma in questo istante mi è parso di percepire un segno, come se lui avesse deciso di darmi il via, affinché io non pensi più che tutta la responsabilità ricada sulle mie spalle. Ho intravisto una pioggia di sogno che mi comunicava qualcosa: mi significava la sua volontà di assecondare il mio giudizio esecutivo. Accolgo benedicente il suo messaggio e passo all’azione.
Stabilisco il mio criterio e subito lo attuo. Faccio implodere la testa della guardia dopo avergli chiesto per sfizio se crede in lui . (La sua risposta fu incompleta: sei una pazza putt...). Attraversando lo spaziotempo mi dirigo alla Reggia Bianca: prima di decidere definitivamente voglio conferire con il Re della Terra. Entro nella sala ovale attraversando la parete: che faccia ha fatto il Re, non se lo aspettava! È spaventato a morte, poi però, vedendo che gli parlo con la calma insita nella mia dignitas, l'ometto tenta di assumere un atteggiamento regale.
Gli riferisco che non è il caso. Dovrei operare subito, ma come previsto dal mio criterio gli concedo una chance: se pronunciasse il mio nome...
In quella entra la Regina e vedendo il Re alle prese con un'enorme donna nera nuda – non so, avrei forse dovuto tenermi il velo impostomi in cella? – la stupida prorompe in isterismi. Proprio un bello spettacolo: una troia in ghingheri griffati che dà in escandescenze! Il Re vuole spiegarle qualcosa, forse nella sua testolina si è fatto avanti – che so! – un pensierino vero! Ma è troppo tardi.
Perché io ho visto quello che c’è dentro le teste marce del Re maiale e della sua scrofa, ho odorato la tenebra delle loro menti malate e possedute dal demonio (buona questa).
La mente del Re e della Regina sono abitate da tenebra, panico e vomito: come potevano governare la Terra quei padroncini mafiosi, tutto quel potere concentrato nelle loro luride manine? Tenebra, panico e vomito nelle loro teste nient'altro.
Ho scelto l’annullamento lento atroce, perché capissero quello che doveva succedergli, perché almeno una volta quei maledetti capissero qualcosa.
Vi grazierò, ho pensato, vi toglierò da questo inferno, ho pensato, vi priverò del vostro essere che vi disgusta nel profondo. Vi fa schifo vivere, è giusto, avete scelto voi così.
Tu Regina dei miei coglioni, la testa piena di ambizioni che ti stravolgono tutta e ti rendono brutta – lo sai? – scalcia pure e strilla, sì, strilla per bene piccolo maiale vestito di Gucci.
Non ricordi il mio nome? Non ti ricordi il mio nome? Perché non te lo ricordi? Adieu, e la dissolvo in nulla.
Poi mi occupo del Re. Nemmeno tu ricordi il mio nome? Scommetto che in realtà lo ricorda…
Inizio a fargli abbandonare il suo corpaccio puzzolente. Fuori da quella testa, uomo. Non serve urlare, Sire, te ne stai andando, abbandoni il crepitìo della tua pelle di maiale, la polvere e le urla, gli yuppies che ti osannavano on-line... The end per la tua merda.
Già che ci sono annullo anche la Reggia Bianca, solo per coreografia: mentre si squaglia e cola in plastici filamenti fosforescenti, compaiono sulla scena i soldati che iniziano a sparare. Volo a mezz’aria per dar loro un po’ di importanza, sento qualche proiettile fischiarmi intorno ai capelli blerdi, ma ovviamente sono più veloce di tutte le pallottole della Terra.
L’ontonave è nascosta nella bella foresta. Gog si è risvegliato sentendo avvicinarsi la mia Essenza: ha avviato i motori, acceso le luci e preparato gli annullatori.
L'androide non percepisce emozioni, quindi sono senz'altro io che proietto le mie sulla sua figura metallica: non è vero che un ghigno gli illumina il volto.
Prima della fine però accade la deliziosa meraviglia, la cosa più bella in Terra: piove, piove dalla grande altezza!
Prima della missione, l'avevo nooviosionata insieme a tutto il resto, per molti istanti eterni: mi incantava...
Piove dall’altezza! Assaporo la pioggia, ne bevo le gocce, picchietta il mio corpo, percuote la pelle e mi fa assaporare il suo gentile tamburello. Tic tic tic, tic tic tic.
Piove su di me dalla grande altezza.
Luccicante di perline iridescenti sono entrata nell'ontonave e ho completato la missione. Ristorata dalla pioggia, ho direzionato gli annullatori per togliere di mezzo il piccolo peccato del mondo.
La Terra si è allontanata dalla visuale, azzurra come la rendeva la pioggia, sorgente degli oceani. Per il mio senso estetico mi sono ingegnata a spremere un’ultima pioggia terrestre: ho fatto in modo che il dissolvimento del pianeta avesse forma di gocce multicolori.
Poi sono tornata al vertice del cosmo. Da lui .
Aspettava, come sempre, più-che-tondo se avesse forma, ultraluminoso se fosse visibile.
Presso di lui il mio corpo si è ristorato delle offese terrestri.
Mi ha stretta forte e baciata sulla bocca.
Missione compiuta, mi ha fatto pensare il mio altissimo amore.
Poi ha pronunciato il mio nome dissolvendomi nell'eterno godimento.
Dio ama le sue creature, già!
…perché non ricordavano il mio nome? Scommetto che in realtà lo ricordavano... Quanti angeli sterminatori potevano conoscere oltre a me?
Secondo l’angelologia talmudica e kabbalistica, Dio gode di un’ininterrotta creazione di angeli che si dissolvono davanti a Lui nel momento stesso in cui Egli li nomina, cioè li crea. Questo potere è dato anche all’uomo, ma una volta soltanto e a una condizione: quando egli pronunci ad alta voce il nome segreto impostogli alla nascita dai genitori e rivelatogli all’ingresso nell’età puberale, nome che corrisponde alla sua identità più profonda e al suo angelo protettore: allora l’angelo-nome esce da lui, e perdendo la propria forma si insedia nelle cose che quell’uomo ha amato e tenuto a lungo con sé, rendendole, ai suoi occhi, trasparenti. (Diego Mari)
Appena toccata Terra mi son sentita male. L’atmosfera era brutta, molto opprimente ma in senso non fisico, che a quello ci ero abituata (da noi si sta compressi come in un solido sfero senza porte o finestre). Il fatto è che sulla Terra ho percepito subito vibrazioni negative, indecifrabili semanticamente ma molto nette nel loro colore affettivo. Un senso di morte profondo e diffuso. Certo un segno dei tempi. Anche se lui mi aveva avvertita, non mi aspettavo una cosa simile.
Prima di partire ho ricevuto attentamente le sue istruzioni: avrei incontrato sentimenti nocivi, pericolosi, non mi avrebbero accolta bene... Non esagerava affatto, il mio arrivo sulla Terra è stato un brutto episodio. Avrei voluto piangere, ma le mie lacrime non sarebbero state apprezzate da nessuno: ho rinunciato, e la rinuncia era già il mio primo segmento di giudizio.
Ho pensato che se al posto mio lui avesse inviato un essere fragile, magari un alato luminoso e azzurrino, quello sì che si sarebbe trovato in difficoltà, una forte e calma come me, invece, era al suo posto. Perfettamente al mio posto.
Ho nascosto l'ontonave in una bella foresta e ho comandato a Gog di montare immobile guardia. Mi sono incamminata verso le Città, avvolgendomi nel più sfavillante bagliore ultraterreno che mi fosse concesso secondo le leggi di natura (l'ordine era di non infrangerle, la missione, di semplice categoria א, non lo richiedeva).
I radar mi hanno presto rilevata e le truppe d'assalto si sono fatte avanti a sbarrarmi il cammino verso le Città. Ho inviato il messaggio universale di pace con la richiesta di conferire con il Re della Terra sulle sorti dell'Umanità. Il Re non s'è visto e sono invece arrivati i giornalisti e gli scienziati: io ho iniziato a fornire le spiegazioni utili, con gentilezza.
Ho incontrato alcuni ministri, ho illustrato il motivo della mia missione e delle prospettive future, che cosa pensavate di fare riguardo a lui , la questione dei suoi autentici amici e nemici, l'inquinamento, la guerra, la pace, l’etica universale e tutto il resto. Fino a un certo punto si parlava con fervore, si discuteva animatamente. Ci furono conferenze e teletrasmissioni in tutto il mondo.
Spiegai chiaramente la situazione: non c’era tempo da perdere, dovevate darvi molto da fare perché avevate imboccato con tracotanza la direzione sbagliata. Non potevate immaginarvi di agire per il vostro godimento senza mai patirne le conseguenze: sarebbe stato troppo comodo, e del resto nessuno ve l’aveva mai lasciato credere. Io ero venuta per ricordarvelo.
Fino a un certo punto, dunque, sembrava che ci si capisse, si dialogava civilmente anche se su piani troppo diversi. Devo dire la verità: non ho mai avuto alcuna fiducia nel limitatissimo apparato cognitivo dei terrestri; lui però mi aveva ordinato di provarci e io ci ho provato.
Improvvisamente le cose hanno iniziato ad andare storte: ignoro per quale ragione il Re della Terra abbia deciso di mostrare i muscoli. Forse per superficialità, o per assecondare il timore dei sudditi, proprio non lo so (ma un po' me l'aspettavo).
Fatto sta che sono arrivati i militari e mi hanno dichiarata in arresto. Mi hanno portata in quella fortezza, rinchiusa in una prigione grigia. Certo, avrei potuto bloccarli subito. Invece li ho lasciati fare, volevo vedere fino a che punto avrebbero errato. Dopo avermi tolto i miei abiti trasparenti strappandoli con violenza, mi hanno rivestita con un abito lungo e mi hanno imposto un velo che mi copriva tutto il corpo, testa inclusa.
Percepivo il loro odio, gli brillava negli occhi, sembrava che mi concupissero e mentre mi svestivano mi toccavano, mi premevano, mi sfregavano e pizzicavano. Hanno iniziato ad armeggiarmi là sotto, un sacco di mani tutte assieme, poi con strumenti metallici hanno afferrato la mia apertura inferiore anteriore, hanno tagliato e cucito fino a sigillare tutto, mentre io urlavo. Non era vero dolore, per fortuna: i nooni memorizzati mi dicevano che a quel loro comportamento brutale un essere meno impalpabile di me avrebbe provato strazio (un alato azzurrino avrebbe pianto lacrimoni).
Così mi sono adeguata allo stereotipo, faceva parte dello schema della mia missione: non manifestarsi in maniera troppo patente per non falsare le condizioni delle loro reazioni. Urlavo e piangevo e loro ridevano. Credo che lo ritenessero un comportamento normale da applicarsi ai prigionieri. Mentre mi torturavano hanno anche scattato – sorridenti – molte fotografie, non so proprio a chi volessero mostrarle.
Se io fossi il Re voi sareste i primi a finire al muro!
Finora li ho lasciati ridere sguaiati mentre mi violentavano, non sanno che non ho ancora deciso che cosa farò di loro. Il bello è questo: sarò io a dover scegliere!
Alle volte lui ti fa fare delle missioni bellissime!
Dopo le torture mi hanno sbattuta in questa cella. È un posto molto rumoroso, non lo sopporto. Per favore potreste smetterla con questo frastuono? Vorrei riposarmi un po’, ma questi rumori sono disgustosi... Suppongo che lo facciano appositamente per turbarmi: mandano suoni nella mia testa per cercare di ottenere informazioni, che ovviamente non darò mai.
Vogliono sapere di lui . Pfui! Come possono insistere nel loro grave errare? Credono forse che la violenza abbia qualche potere sul suo potere?
Il rumore in questa cella non cessa mai, sembra una sinfonia elettronica per soffitta, urla di volatili mai nati, come se li tritassero vivi da fargli schizzare sibili e strida.
Che cos’è?
A un tratto la mia mente si è proiettata nel tempo eterno e anziché trovare la quiete cui sono abituata mi sono sentita inquieta. Per la prima volta mi è venuta paura che mi uccidano e che lui li lasci fare per i suoi disegni, mi è venuto l'orrore al pensiero che quegli uomini possano entrare in cella, afferrarmi e lacerarmi le suture che mi hanno inflitto.
Immagino il dolore che causerebbe a un essere diverso... ma se quell’essere fossi io? Se lui mi lasciasse cadere all’improvviso dalla sua mente, proverei quel dolore come qualsiasi creatura incarnata… E se – e lo dico incredulissima mentre la mente ne rappresenta nel linguaggio del mio pensiero – se io morissi? «Io, morta!»: mi sembra impossibile che queste parole possano anche solo per ipotesi riferirsi a me. Eppure mi è venuta paura... Morire annientata dalla loro idiozia... Anche se accadesse per il suo disegno, questo mi parrebbe ugualmente insopportabile.
Ma cos’è questo rumore? Sembra che vogliano confondermi, nenache avessi un cervello intelligibile per quegli stolidi assassini. Misere creature moribonde, il loro senso sta per esaurirsi!
Posso anche essere paranoide ma non sono un androide. Se sperano che angosciandomi io mostri loro i miei ingranaggi logici rimarranno delusi. Mi ha creata lui , sono figlia della sua volontà, di cui sono esecutrice fedele. So che la mia tristezza è dovuta alla scelta che lui ha liberamente fatto tra le infinite possibili. Posso essere paranoide ma questo non fa di me un androide. Per accorgersi della differenza non avrebbero che da trovare l'ontonave e risvegliare Gog che monta la guardia.
Gog si limiterebbe a farli a pezzi. Io non mi limito, mi espando.
Da quanto sono qui? Ho tutto il tempo che voglio, è vero, ma in questo istante mi è parso di percepire un segno, come se lui avesse deciso di darmi il via, affinché io non pensi più che tutta la responsabilità ricada sulle mie spalle. Ho intravisto una pioggia di sogno che mi comunicava qualcosa: mi significava la sua volontà di assecondare il mio giudizio esecutivo. Accolgo benedicente il suo messaggio e passo all’azione.
Stabilisco il mio criterio e subito lo attuo. Faccio implodere la testa della guardia dopo avergli chiesto per sfizio se crede in lui . (La sua risposta fu incompleta: sei una pazza putt...). Attraversando lo spaziotempo mi dirigo alla Reggia Bianca: prima di decidere definitivamente voglio conferire con il Re della Terra. Entro nella sala ovale attraversando la parete: che faccia ha fatto il Re, non se lo aspettava! È spaventato a morte, poi però, vedendo che gli parlo con la calma insita nella mia dignitas, l'ometto tenta di assumere un atteggiamento regale.
Gli riferisco che non è il caso. Dovrei operare subito, ma come previsto dal mio criterio gli concedo una chance: se pronunciasse il mio nome...
In quella entra la Regina e vedendo il Re alle prese con un'enorme donna nera nuda – non so, avrei forse dovuto tenermi il velo impostomi in cella? – la stupida prorompe in isterismi. Proprio un bello spettacolo: una troia in ghingheri griffati che dà in escandescenze! Il Re vuole spiegarle qualcosa, forse nella sua testolina si è fatto avanti – che so! – un pensierino vero! Ma è troppo tardi.
Perché io ho visto quello che c’è dentro le teste marce del Re maiale e della sua scrofa, ho odorato la tenebra delle loro menti malate e possedute dal demonio (buona questa).
La mente del Re e della Regina sono abitate da tenebra, panico e vomito: come potevano governare la Terra quei padroncini mafiosi, tutto quel potere concentrato nelle loro luride manine? Tenebra, panico e vomito nelle loro teste nient'altro.
Ho scelto l’annullamento lento atroce, perché capissero quello che doveva succedergli, perché almeno una volta quei maledetti capissero qualcosa.
Vi grazierò, ho pensato, vi toglierò da questo inferno, ho pensato, vi priverò del vostro essere che vi disgusta nel profondo. Vi fa schifo vivere, è giusto, avete scelto voi così.
Tu Regina dei miei coglioni, la testa piena di ambizioni che ti stravolgono tutta e ti rendono brutta – lo sai? – scalcia pure e strilla, sì, strilla per bene piccolo maiale vestito di Gucci.
Non ricordi il mio nome? Non ti ricordi il mio nome? Perché non te lo ricordi? Adieu, e la dissolvo in nulla.
Poi mi occupo del Re. Nemmeno tu ricordi il mio nome? Scommetto che in realtà lo ricorda…
Inizio a fargli abbandonare il suo corpaccio puzzolente. Fuori da quella testa, uomo. Non serve urlare, Sire, te ne stai andando, abbandoni il crepitìo della tua pelle di maiale, la polvere e le urla, gli yuppies che ti osannavano on-line... The end per la tua merda.
Già che ci sono annullo anche la Reggia Bianca, solo per coreografia: mentre si squaglia e cola in plastici filamenti fosforescenti, compaiono sulla scena i soldati che iniziano a sparare. Volo a mezz’aria per dar loro un po’ di importanza, sento qualche proiettile fischiarmi intorno ai capelli blerdi, ma ovviamente sono più veloce di tutte le pallottole della Terra.
L’ontonave è nascosta nella bella foresta. Gog si è risvegliato sentendo avvicinarsi la mia Essenza: ha avviato i motori, acceso le luci e preparato gli annullatori.
L'androide non percepisce emozioni, quindi sono senz'altro io che proietto le mie sulla sua figura metallica: non è vero che un ghigno gli illumina il volto.
Prima della fine però accade la deliziosa meraviglia, la cosa più bella in Terra: piove, piove dalla grande altezza!
Prima della missione, l'avevo nooviosionata insieme a tutto il resto, per molti istanti eterni: mi incantava...
Piove dall’altezza! Assaporo la pioggia, ne bevo le gocce, picchietta il mio corpo, percuote la pelle e mi fa assaporare il suo gentile tamburello. Tic tic tic, tic tic tic.
Piove su di me dalla grande altezza.
Luccicante di perline iridescenti sono entrata nell'ontonave e ho completato la missione. Ristorata dalla pioggia, ho direzionato gli annullatori per togliere di mezzo il piccolo peccato del mondo.
La Terra si è allontanata dalla visuale, azzurra come la rendeva la pioggia, sorgente degli oceani. Per il mio senso estetico mi sono ingegnata a spremere un’ultima pioggia terrestre: ho fatto in modo che il dissolvimento del pianeta avesse forma di gocce multicolori.
Poi sono tornata al vertice del cosmo. Da lui .
Aspettava, come sempre, più-che-tondo se avesse forma, ultraluminoso se fosse visibile.
Presso di lui il mio corpo si è ristorato delle offese terrestri.
Mi ha stretta forte e baciata sulla bocca.
Missione compiuta, mi ha fatto pensare il mio altissimo amore.
Poi ha pronunciato il mio nome dissolvendomi nell'eterno godimento.
Dio ama le sue creature, già!
…perché non ricordavano il mio nome? Scommetto che in realtà lo ricordavano... Quanti angeli sterminatori potevano conoscere oltre a me?
mercoledì 13 ottobre 2010
SOMEWHERE, di S. Coppola
Un attore famoso che non lavora mai si rompe un polso.
Ciononostante scopa moltissimo e ha una figlia di undici anni carina e simpatica che pattina sul ghiaccio e cucina la colazione.
Fanno un viaggio in Italia dove c'è un bellissimo hotel. A lui però poi viene la tristezza e piange al telefono.
Alla fine lascia la Ferrari nera incustodita sul ciglio della strada, con le chiavi nel cruscotto: tanto però è andato tra i canyon e non c'è nessuno che può rubargliela.
Ciononostante scopa moltissimo e ha una figlia di undici anni carina e simpatica che pattina sul ghiaccio e cucina la colazione.
Fanno un viaggio in Italia dove c'è un bellissimo hotel. A lui però poi viene la tristezza e piange al telefono.
Alla fine lascia la Ferrari nera incustodita sul ciglio della strada, con le chiavi nel cruscotto: tanto però è andato tra i canyon e non c'è nessuno che può rubargliela.
lunedì 11 ottobre 2010
Vecchio progetto per un film straubiano su Heidegger: scena Arendt (2003).
Mdp nell’angolo in basso a destra dell’aula, orientata dal basso in alto in modo da riprendere gli scranni degli studenti.
Arendt siede in mezzo a un gruppo di allievi, al centro degli scranni; due ragazze sedute in prima fila al centro, altre due in fondo a destra (rispetto mdp). Arendt è vestita di un sobrio abito verde, le braccia stese dritte sul banco; il suo sguardo è inespressivo, immobile, ma dolce, e punta verso Heidegger che tiene lezione.
Heidegger:
... [un brano di Ontologia sul senso dell’esistenza]
Alla fine della lezione uno studente va da H e gli porge la mano con gravità; mentre ancora gliela serra gli dice:
Studente: «Lei ha saputo elevare lo spazio accademico alla tensione dialettica di un autentico spazio sacro. Le rispondenze essenziali del Suo pensiero con lo spirito del tempo ne mutano autenticamente la struttura epocale. Ma la Germania ha bisogno di un Führer, acciocché la decisione esistenziale del popolo tedesco trovi modo di formularsi nella sua originarietà.»
Heidegger non dice nulla e resta dietro la cattedra; lo studente abbassa lo sguardo ed esce dall’aula. Hannah resta seduta nel banco. Lei e Heidegger si fissano l’un l’altro in silenzio per diversi secondi (mezzo minuto).
Arendt (guardando Heidegger, con tono inespressivo): «Nella passione, con la quale, soltanto, l’amore coglie il chi dell’altro, va per così dire in fiamme l’interstizio mondano che ci collega agli altri e al tempo stesso ce ne separa. Ciò che separa gli amanti dal resto del mondo è che essi sono privi di mondo, che il mondo che si pone fra gli amanti è bruciato».
I due continuano a fissarsi immobili, mentre lo spazio fra di loro si consuma in dissolvenza bianca (cfr. Querelle de Brest) fino a lasciare le due figure avvolte su uno sfondo abbagliante che infine le avvolge.
[Sonoro: Un suono insistente, ossessivo, simile a un brano di Ligeti, accompagna la dissolvenza dello sfondo.]
Arendt siede in mezzo a un gruppo di allievi, al centro degli scranni; due ragazze sedute in prima fila al centro, altre due in fondo a destra (rispetto mdp). Arendt è vestita di un sobrio abito verde, le braccia stese dritte sul banco; il suo sguardo è inespressivo, immobile, ma dolce, e punta verso Heidegger che tiene lezione.
Heidegger:
... [un brano di Ontologia sul senso dell’esistenza]
Alla fine della lezione uno studente va da H e gli porge la mano con gravità; mentre ancora gliela serra gli dice:
Studente: «Lei ha saputo elevare lo spazio accademico alla tensione dialettica di un autentico spazio sacro. Le rispondenze essenziali del Suo pensiero con lo spirito del tempo ne mutano autenticamente la struttura epocale. Ma la Germania ha bisogno di un Führer, acciocché la decisione esistenziale del popolo tedesco trovi modo di formularsi nella sua originarietà.»
Heidegger non dice nulla e resta dietro la cattedra; lo studente abbassa lo sguardo ed esce dall’aula. Hannah resta seduta nel banco. Lei e Heidegger si fissano l’un l’altro in silenzio per diversi secondi (mezzo minuto).
Arendt (guardando Heidegger, con tono inespressivo): «Nella passione, con la quale, soltanto, l’amore coglie il chi dell’altro, va per così dire in fiamme l’interstizio mondano che ci collega agli altri e al tempo stesso ce ne separa. Ciò che separa gli amanti dal resto del mondo è che essi sono privi di mondo, che il mondo che si pone fra gli amanti è bruciato».
I due continuano a fissarsi immobili, mentre lo spazio fra di loro si consuma in dissolvenza bianca (cfr. Querelle de Brest) fino a lasciare le due figure avvolte su uno sfondo abbagliante che infine le avvolge.
[Sonoro: Un suono insistente, ossessivo, simile a un brano di Ligeti, accompagna la dissolvenza dello sfondo.]
Giorni di merda
La tensione è alta, dentro e fuori di me.
Casi personali e famigliari si intrecciano alle vicende politiche: il governo attacca l'università, emana un ultimatum di stile intimidatorio fascista, intorno a me molti stentano a capire, dichiarano indifferenza per le sorti di un Pubblico già distrutto dalla classe politica.
Sulle pagine culturali dei quotidiani, invece, fermenta un piccolo dibattito tra scrittori più o meno della mia generazione, o appena più giovani, che scavalcando di netto tutte le posizioni finora elaborate sull'infelice tavolo da gioco della cultura italiana, sembrano volersi autoinvestire di una missione di rinnovamento che - a mio parere - non ha nessuno dei presupposti che sarebbero necessari per tale missione.
Sulle stesse pagine, i filosofi che stimo continuano a occuparsi di problemi schiettamente scientifici, magari affiancando alla freddezza professionale una separata attività politica più militante (dove? nel PD?).
Dovrei studiare LISP, e formalizzare un algoritmo proposto da Lerdahl in Tonal Pitch Space, ma perdo tempo per cercare di sintetizzare tutte le cose da dire in una risposta ai giornalisti del Sole 24 Ore.
E Alfabeta 2 dove lo mettiamo? bisognerà anche tener conto di quello no?
Su Vogue.it non posso certo confidare le mie ansie politiche (giustamente: chi se ne frega?).
Provassi a scrivere su un giornale anarchico?
In questi casi mi torna sempre in mente il vecchio Pound: a bang, not a whimper, with a bang not with a whimper.
Casi personali e famigliari si intrecciano alle vicende politiche: il governo attacca l'università, emana un ultimatum di stile intimidatorio fascista, intorno a me molti stentano a capire, dichiarano indifferenza per le sorti di un Pubblico già distrutto dalla classe politica.
Sulle pagine culturali dei quotidiani, invece, fermenta un piccolo dibattito tra scrittori più o meno della mia generazione, o appena più giovani, che scavalcando di netto tutte le posizioni finora elaborate sull'infelice tavolo da gioco della cultura italiana, sembrano volersi autoinvestire di una missione di rinnovamento che - a mio parere - non ha nessuno dei presupposti che sarebbero necessari per tale missione.
Sulle stesse pagine, i filosofi che stimo continuano a occuparsi di problemi schiettamente scientifici, magari affiancando alla freddezza professionale una separata attività politica più militante (dove? nel PD?).
Dovrei studiare LISP, e formalizzare un algoritmo proposto da Lerdahl in Tonal Pitch Space, ma perdo tempo per cercare di sintetizzare tutte le cose da dire in una risposta ai giornalisti del Sole 24 Ore.
E Alfabeta 2 dove lo mettiamo? bisognerà anche tener conto di quello no?
Su Vogue.it non posso certo confidare le mie ansie politiche (giustamente: chi se ne frega?).
Provassi a scrivere su un giornale anarchico?
In questi casi mi torna sempre in mente il vecchio Pound: a bang, not a whimper, with a bang not with a whimper.
giovedì 7 ottobre 2010
Citati e la rilevanza
I manuali di pragmatica insegnano che se in una lettera di raccomandazione per un posto all'università un professore universitario scrive a proposito del suo raccomandato: "ha un'ottima callilgrafia e arriva sempre puntuale alle lezioni", il raccomandante sta violando la regola griceana della Rilevanza. In pratica, il raccomandante sta dicendo con un'implicatura (un dire implicito) di non avere reali motivi per raccomandare il raccomandando.
In un trafiletto di Pietro Citati sul Sole 24 Ore a proposito del libro di memorie di Mario Pirani, Citati scrive più o meno così: "Apprezzo il Pirani giornalista perché non è fanatico ed è informato".
Che Pirani non sia fanatico, lo concedo violentieri, può essere un motivo per apprezzarlo come giornalista, e magari persino come persona; francamente però, che un giornalista sia informato, ancorché nulla al giorno d'oggi possa più darsi per scontato, non mi pare motivo sufficiente di stima da parte di Citati, e non solo.
Come minimo pretenderei che un giornalista informasse anche me, e molto bene.
Se nell'opinione di Citati il Pirani giornalista riesca ad informare, oltre ad essere informato lui stesso, rimarrà purtroppo per sempre misterioso.
Parlare non è vedere (Vogue10)
Pubblicato su Vogue.it
Ci sarà un dopo-Facebook oppure Marc Zuckerberg, recentemente celebrato da un film, ha realizzato il culmine della storia dei nuovi mezzi di informazione e comunicazione?
All’inizio dell’Ottocento, Hegel immaginò che la storia universale potesse essere pensata come finita: nuovi eventi si sarebbero accumulati senza mutare il senso del raggiunto equilibrio cosmico-storico. Anche dopo l’11 settembre, la sensazione di trovarsi di fronte a un’epoca definitiva della storia si ripresenta periodicamente.
Nel regno della comunicazione via Internet, Facebook appare ormai come una sorta di medium potenzialmente universale e definitivo. Dopo Facebook sembrano pensabili soltanto infinite variazioni sul tema: comunicazione totale.
Che cosa potrebbe offrirci una comunicazione post-Facebook? Si potrebbe forse pensare a un superamento della testualità in direzione di una comunicazione puramente audiovisiva. Immaginate una continua videoconferenza collettiva, su una bacheca nella quale gli utenti apparissero visibili e udibili, “in carne e ossa”, come in un’agorà virtuale a misura di schermo. Una grande confusione!, ma ci sarebbe sempre la possibilità di andare ad ascoltare Socrate piuttosto che Gorgia.
Tuttavia non credo che questo accadrà mai. Facebook ha infatti una caratteristica che la rende simile a una chat universale e del tutto adatta alla vita della mente (contemporanea): la necessaria differenza temporale, piccola quanto si vuole ma ineliminabile in principio, che intercorre tra una produzione testuale e l’altra rappresenta forse un’inaspettata custodia del logos, o di quel che ne resta. In seno alla società delle immagini, Facebook ha forse definitivamente realizzato l’epoca dei nuovi soggetti online che leggono e scrivono, sganciati dalla necessità di offrire la loro immagine corporea in tempo reale.
"Parlare non è vedere", sentenziavano Blanchot e Deleuze: sembra che questo slogan trovi oggi compimento nella fine della storia della comunicazione realizzata da Facebook.
Ci sarà un dopo-Facebook oppure Marc Zuckerberg, recentemente celebrato da un film, ha realizzato il culmine della storia dei nuovi mezzi di informazione e comunicazione?
All’inizio dell’Ottocento, Hegel immaginò che la storia universale potesse essere pensata come finita: nuovi eventi si sarebbero accumulati senza mutare il senso del raggiunto equilibrio cosmico-storico. Anche dopo l’11 settembre, la sensazione di trovarsi di fronte a un’epoca definitiva della storia si ripresenta periodicamente.
Nel regno della comunicazione via Internet, Facebook appare ormai come una sorta di medium potenzialmente universale e definitivo. Dopo Facebook sembrano pensabili soltanto infinite variazioni sul tema: comunicazione totale.
Che cosa potrebbe offrirci una comunicazione post-Facebook? Si potrebbe forse pensare a un superamento della testualità in direzione di una comunicazione puramente audiovisiva. Immaginate una continua videoconferenza collettiva, su una bacheca nella quale gli utenti apparissero visibili e udibili, “in carne e ossa”, come in un’agorà virtuale a misura di schermo. Una grande confusione!, ma ci sarebbe sempre la possibilità di andare ad ascoltare Socrate piuttosto che Gorgia.
Tuttavia non credo che questo accadrà mai. Facebook ha infatti una caratteristica che la rende simile a una chat universale e del tutto adatta alla vita della mente (contemporanea): la necessaria differenza temporale, piccola quanto si vuole ma ineliminabile in principio, che intercorre tra una produzione testuale e l’altra rappresenta forse un’inaspettata custodia del logos, o di quel che ne resta. In seno alla società delle immagini, Facebook ha forse definitivamente realizzato l’epoca dei nuovi soggetti online che leggono e scrivono, sganciati dalla necessità di offrire la loro immagine corporea in tempo reale.
"Parlare non è vedere", sentenziavano Blanchot e Deleuze: sembra che questo slogan trovi oggi compimento nella fine della storia della comunicazione realizzata da Facebook.
lunedì 4 ottobre 2010
Memorie d'altri tempi. Separazione e aquilone
Avevo sei anni, quindi era il 1978, ma non ricordo che mese fosse, né il periodo dell'anno.
Quel giorno le cose precipitarono: mio padre e mia madre urlavano di brutto. Non capivo bene che succedeva, ho il ricordo di una sensazione opaca, come se il tutto non mi riguardasse.
A un certo punto mia madre urlò: "guarda che chiamo la polizia!".
"Brava," rispose mio padre con nella voce un infantile sarcasmo, "chiama la pUlizia che ce n'è proprio bisogno".
Il seguito della lite non lo ricordo, ma qualche istante più tardi mia madre comunicò che se ne andava di casa e uscì.
"Vieni," mi disse mio padre, "andiamo da Bona a comprare un regalo," e uscimmo subito dopo mia madre.
Mentre lei avviava il motore della sua auto, mio padre mi disse di dirle che era una stupida.
Mi rifiutai, vergognoso della sua richiesta come del mio rifiuto.
"Dille che è una stupida", insistette lui. Non glielo dissi.
Allora, abbassando il finestrino della nostra auto, mio padre urlò lievemente a mia madre, dall'altra parte della strada: "sei una stupida!".
Quel giorno mia madre si separò definitivamente da mio padre.
Nel negozio di giocattoli, mio padre mi comprò un aquilone.
Ero contento del giocattolo, ma mi pareva che tutto intorno ci fosse qualcosa di strano e di molto sbagliato.
Quel giorno le cose precipitarono: mio padre e mia madre urlavano di brutto. Non capivo bene che succedeva, ho il ricordo di una sensazione opaca, come se il tutto non mi riguardasse.
A un certo punto mia madre urlò: "guarda che chiamo la polizia!".
"Brava," rispose mio padre con nella voce un infantile sarcasmo, "chiama la pUlizia che ce n'è proprio bisogno".
Il seguito della lite non lo ricordo, ma qualche istante più tardi mia madre comunicò che se ne andava di casa e uscì.
"Vieni," mi disse mio padre, "andiamo da Bona a comprare un regalo," e uscimmo subito dopo mia madre.
Mentre lei avviava il motore della sua auto, mio padre mi disse di dirle che era una stupida.
Mi rifiutai, vergognoso della sua richiesta come del mio rifiuto.
"Dille che è una stupida", insistette lui. Non glielo dissi.
Allora, abbassando il finestrino della nostra auto, mio padre urlò lievemente a mia madre, dall'altra parte della strada: "sei una stupida!".
Quel giorno mia madre si separò definitivamente da mio padre.
Nel negozio di giocattoli, mio padre mi comprò un aquilone.
Ero contento del giocattolo, ma mi pareva che tutto intorno ci fosse qualcosa di strano e di molto sbagliato.
sabato 2 ottobre 2010
La mia prima e unica azione situazionista (Lettera al Manifesto)
05 Settembre 2001
L'isola di Gasparri
Scorgendo il ministro Gasparri nella piazzetta di Marettimo (Isole Egadi), un mio amico ed io abbiamo improvvisato un'azione dimostrativa vagamente situazionista, in ogni caso silenziosa e pacifica: siamo scesi nella piazzetta in festa di Marettimo dopo aver tracciato con un rossetto le seguenti scritte sulle nostre magliette: "Gasparri no-global" e "Gasparri puzzone". Ignoravamo che Marettimo fosse un feudo politico di Gasparri nonché (una) sua residenza estiva. Dopo aver notato la scritta sulla mia maglietta (Gasparri no-global), Gasparri mi si è avvicinato, io gli ho teso la mano dicendogli "piacere" e il ministro mi ha risposto quanto segue: "No piacere neanche per il cazzo. Sei un duro eh? Bravo, sei coraggioso, sei un duro, vorrei averlo io il tuo coraggio, davvero", e se ne è andato via senza aspettare la mia replica. Pochi minuti dopo, il mio amico veniva portato al posto di polizia dai due tutori dell'ordine locali, con la dichiarata intenzione di proteggerci da probabili aggressioni, mentre io venivo raggiunto da tre energumeni all'interno di un caffè, spintonato e trascinato di peso fuori dal locale, gettato sulla piazzetta senza che nessuno degli astanti intervenisse in mia anche parziale difesa: i tre gorilla mi urlavano di levarmi la maglietta, di stracciarla, che lì non si faceva politica, che ci avevano visto tutti fare i buffoni in piazza. Da un tavolo vicino una signora bionda ha preso a urlarci che dovevamo andarcene e che avevamo rotto i coglioni a tutti. Sentendomi prossimo al linciaggio mi sono sfilato la maglietta e ancora uno mi urlava, mettendomi le mani in faccia, che dovevo stracciarla: se un mio amico non avesse cinto l'aggressore con le braccia forse qualche pugno l'avrei preso. L'organizzatore della festa ha poi cercato di tranquillizzare gli animi dei nostri aggressori e ci ha invitati come suoi ospiti. Dopo aver recuperato il compagno preso dai finanzieri abbiamo riattraversato la piazzetta di nuovo festosa e siamo tornati indenni (ma, con effetto di Forche Caudine, sotto gli sguardi dei marettimani e del loro ministro) a casa.
Lettera firmata
L'isola di Gasparri
Scorgendo il ministro Gasparri nella piazzetta di Marettimo (Isole Egadi), un mio amico ed io abbiamo improvvisato un'azione dimostrativa vagamente situazionista, in ogni caso silenziosa e pacifica: siamo scesi nella piazzetta in festa di Marettimo dopo aver tracciato con un rossetto le seguenti scritte sulle nostre magliette: "Gasparri no-global" e "Gasparri puzzone". Ignoravamo che Marettimo fosse un feudo politico di Gasparri nonché (una) sua residenza estiva. Dopo aver notato la scritta sulla mia maglietta (Gasparri no-global), Gasparri mi si è avvicinato, io gli ho teso la mano dicendogli "piacere" e il ministro mi ha risposto quanto segue: "No piacere neanche per il cazzo. Sei un duro eh? Bravo, sei coraggioso, sei un duro, vorrei averlo io il tuo coraggio, davvero", e se ne è andato via senza aspettare la mia replica. Pochi minuti dopo, il mio amico veniva portato al posto di polizia dai due tutori dell'ordine locali, con la dichiarata intenzione di proteggerci da probabili aggressioni, mentre io venivo raggiunto da tre energumeni all'interno di un caffè, spintonato e trascinato di peso fuori dal locale, gettato sulla piazzetta senza che nessuno degli astanti intervenisse in mia anche parziale difesa: i tre gorilla mi urlavano di levarmi la maglietta, di stracciarla, che lì non si faceva politica, che ci avevano visto tutti fare i buffoni in piazza. Da un tavolo vicino una signora bionda ha preso a urlarci che dovevamo andarcene e che avevamo rotto i coglioni a tutti. Sentendomi prossimo al linciaggio mi sono sfilato la maglietta e ancora uno mi urlava, mettendomi le mani in faccia, che dovevo stracciarla: se un mio amico non avesse cinto l'aggressore con le braccia forse qualche pugno l'avrei preso. L'organizzatore della festa ha poi cercato di tranquillizzare gli animi dei nostri aggressori e ci ha invitati come suoi ospiti. Dopo aver recuperato il compagno preso dai finanzieri abbiamo riattraversato la piazzetta di nuovo festosa e siamo tornati indenni (ma, con effetto di Forche Caudine, sotto gli sguardi dei marettimani e del loro ministro) a casa.
Lettera firmata
lunedì 27 settembre 2010
Interpretanti e Trasformatori, 2. Sul film di Andrea Cortellessa
Domani o al più presto ne scrivo.
Film interessante e dibattito ancor più interessante.
Ritengo questi punti di riflessione:
1) la questione del canone letterario nell'era digitale
2) la (dis)funzione del critico nell'epoca dei mass-media
Nonostante le eventuali denegazioni, il Critico Trasformatore si riferisce ancora al soggetto cartesiano: pensa ai soggetti come enti unitari dotati di attributi, i pensieri, le idee, che avrebbero proprietà causali.
Ma il potere causale del soggetto è oggi decostruito, non dico dalla filosofia postmoderna - sarebbe una banale e irritante ovvietà - ma dalla neuroscienza, dalla scienza cognitiva e dalla cosiddetta neurofilosofia.
Il gap da colmare per la cultura umanista, anche nell'intento di recuperare efficacia critica e sociale, è proprio quello relativo all' "immagine del pensiero" (Deleuze), o semplicemente alla teoria della mente.
Giudico IMPOSSIBILE per la cultura umanista recuperare terreno sul campo del reale sociale, a meno che gli umanisti, critici, autori, lettori, non si dotino di più moderni strumenti tratti dalla neurofilosofia cognitiva della mente (etichetta inesistente ma sintetica).
3) l'invidia/risentimento = peronismo della Rete (avevo già uno spunto a partire da un articolo di Ricuperati e da uno di Belpoliti)
Che la Rete sia l’arena di un nuovo peronismo digitale è giudizio allarmistico di molti, tra i quali si colloca anche Cortellessa. Sono certo che questi critici abbiano le loro buone ragioni per gridare al peronista: in Rete gli scontri e le fiammate sono molto frequenti (complice, probabilmente l’interazione in absentia che consegna ogni comunicatore ai propri fantasmi e alle proprie idealizzazioni dell’altro interlocutore, per non dire: dell’Altro).
Tuttavia a monte della Rete ci sono sempre i medesimi individui che pochi anni or sono venivano descritti dai sociologi come “atomizzati”, e che oggi qualcuno cerca ancora di compatire come poveri individui postmoderni troppo “liquidi” per essere autentici.
La Rete è un luogo/mezzo di comunicazione, e poiché non è affatto vero che il mezzo sia il messaggio, almeno non finché si riconduca lo slogan mcluhaniano a un senso concretamente comprensibile, ecco che gli individui comunicanti in Rete si scambiano innumerevoli messaggi altrimenti impossibili.
Cortellessa riconduce il modello della comunicazione in Rete a quello vetusto della televisione, argomentando (come anche Gilda Policastro, sulla cui opinione non mi soffermo ora) che in Rete la fruizione letteraria e culturale (e non soltanto, suppongo , a seguire l’argomento, che non condivido) diventerà necessariamente “egoscopica” (G. Ricuperati), frammentaria, distratta e superficiale.
Mi pare che Cortellessa, e chi come lui non vuole sforzarsi di riconoscere la specificità ontologica e comunicativa della Rete, utilizzi per comprenderla e criticarla un modello che ad essa non è semplicemente applicabile, quello della comunicazione broadcasting, la passività top-down della fruizione televisiva.
Se l’esempio personale conta (e conta proprio perché, come credo, la Rete delinea, fortifica e responsabilizza gli individui anziché infantilizzarli come la televisione), nel mio caso, ossia dal 2001 pre-Genova G8 la Rete è stata un luogo appassionante e arricchente nel quale ho potuto trasmettere messaggi, e riceverne, a persone altrimenti irraggiungibili dalla mia limitatissima sfera privata e pubblica di intellettuale piccolo borghese di provincia.
La gerarchia intellettuale di cui Cortellessa lamenta la mancata considerazione da parte del popolo della Rete, è anche un mio valore: tuttavia non ritengo che tale gerarchia debba essere difesa istituzionalmente. Essa si esplica e stabilisce attraverso una selezione interattiva, sorta di evoluzione darwiniana delle credenze e opinioni.
Sfido chiunque ad argomentare che le credenze di massa dell'epoca digitale siano più false di quelle dell'epoca precedente!
L’atteggiamento che Gianluigi Ricuperati raccomandava ieri allo scrittore – scrivere senza curarsi dell’effetto che il libro sortirà sui lettori – è anche il modello di autoformazione intellettuale che mi pare di veder funzionare in Rete. Mi sembra che gli internauti applichino tale modello, poiché sono in principio sempre pronti (ovvia eccezion fatta per i casi patologici) ad ammettere di avere torto e a ricredersi su opinioni espresse avventatamente. In Rete ci si confronta, si sbaglia, ci si può correggere, talvolta si diventa migliori. Non sempre, è ovvio, ma nemmeno nella cosiddetta “vita reale” le persone sono particolarmente propense a correggere i propri errori come già Descartes aveva ben notato (“le bon sens est la chose du monde la mieux partagée: car chacun pense en être si bien pourvu”).
4) la questione dell'economia della cultura: si può essere anti-capitalisti in maniera frammentaria (ossia soltanto riguardo alla letteratura)?
Film interessante e dibattito ancor più interessante.
Ritengo questi punti di riflessione:
1) la questione del canone letterario nell'era digitale
2) la (dis)funzione del critico nell'epoca dei mass-media
Nonostante le eventuali denegazioni, il Critico Trasformatore si riferisce ancora al soggetto cartesiano: pensa ai soggetti come enti unitari dotati di attributi, i pensieri, le idee, che avrebbero proprietà causali.
Ma il potere causale del soggetto è oggi decostruito, non dico dalla filosofia postmoderna - sarebbe una banale e irritante ovvietà - ma dalla neuroscienza, dalla scienza cognitiva e dalla cosiddetta neurofilosofia.
Il gap da colmare per la cultura umanista, anche nell'intento di recuperare efficacia critica e sociale, è proprio quello relativo all' "immagine del pensiero" (Deleuze), o semplicemente alla teoria della mente.
Giudico IMPOSSIBILE per la cultura umanista recuperare terreno sul campo del reale sociale, a meno che gli umanisti, critici, autori, lettori, non si dotino di più moderni strumenti tratti dalla neurofilosofia cognitiva della mente (etichetta inesistente ma sintetica).
3) l'invidia/risentimento = peronismo della Rete (avevo già uno spunto a partire da un articolo di Ricuperati e da uno di Belpoliti)
Che la Rete sia l’arena di un nuovo peronismo digitale è giudizio allarmistico di molti, tra i quali si colloca anche Cortellessa. Sono certo che questi critici abbiano le loro buone ragioni per gridare al peronista: in Rete gli scontri e le fiammate sono molto frequenti (complice, probabilmente l’interazione in absentia che consegna ogni comunicatore ai propri fantasmi e alle proprie idealizzazioni dell’altro interlocutore, per non dire: dell’Altro).
Tuttavia a monte della Rete ci sono sempre i medesimi individui che pochi anni or sono venivano descritti dai sociologi come “atomizzati”, e che oggi qualcuno cerca ancora di compatire come poveri individui postmoderni troppo “liquidi” per essere autentici.
La Rete è un luogo/mezzo di comunicazione, e poiché non è affatto vero che il mezzo sia il messaggio, almeno non finché si riconduca lo slogan mcluhaniano a un senso concretamente comprensibile, ecco che gli individui comunicanti in Rete si scambiano innumerevoli messaggi altrimenti impossibili.
Cortellessa riconduce il modello della comunicazione in Rete a quello vetusto della televisione, argomentando (come anche Gilda Policastro, sulla cui opinione non mi soffermo ora) che in Rete la fruizione letteraria e culturale (e non soltanto, suppongo , a seguire l’argomento, che non condivido) diventerà necessariamente “egoscopica” (G. Ricuperati), frammentaria, distratta e superficiale.
Mi pare che Cortellessa, e chi come lui non vuole sforzarsi di riconoscere la specificità ontologica e comunicativa della Rete, utilizzi per comprenderla e criticarla un modello che ad essa non è semplicemente applicabile, quello della comunicazione broadcasting, la passività top-down della fruizione televisiva.
Se l’esempio personale conta (e conta proprio perché, come credo, la Rete delinea, fortifica e responsabilizza gli individui anziché infantilizzarli come la televisione), nel mio caso, ossia dal 2001 pre-Genova G8 la Rete è stata un luogo appassionante e arricchente nel quale ho potuto trasmettere messaggi, e riceverne, a persone altrimenti irraggiungibili dalla mia limitatissima sfera privata e pubblica di intellettuale piccolo borghese di provincia.
La gerarchia intellettuale di cui Cortellessa lamenta la mancata considerazione da parte del popolo della Rete, è anche un mio valore: tuttavia non ritengo che tale gerarchia debba essere difesa istituzionalmente. Essa si esplica e stabilisce attraverso una selezione interattiva, sorta di evoluzione darwiniana delle credenze e opinioni.
Sfido chiunque ad argomentare che le credenze di massa dell'epoca digitale siano più false di quelle dell'epoca precedente!
L’atteggiamento che Gianluigi Ricuperati raccomandava ieri allo scrittore – scrivere senza curarsi dell’effetto che il libro sortirà sui lettori – è anche il modello di autoformazione intellettuale che mi pare di veder funzionare in Rete. Mi sembra che gli internauti applichino tale modello, poiché sono in principio sempre pronti (ovvia eccezion fatta per i casi patologici) ad ammettere di avere torto e a ricredersi su opinioni espresse avventatamente. In Rete ci si confronta, si sbaglia, ci si può correggere, talvolta si diventa migliori. Non sempre, è ovvio, ma nemmeno nella cosiddetta “vita reale” le persone sono particolarmente propense a correggere i propri errori come già Descartes aveva ben notato (“le bon sens est la chose du monde la mieux partagée: car chacun pense en être si bien pourvu”).
4) la questione dell'economia della cultura: si può essere anti-capitalisti in maniera frammentaria (ossia soltanto riguardo alla letteratura)?
venerdì 24 settembre 2010
Cecilia Bartoli, Domina
Questa sera ho assistito al concerto strepitoso della Bartoli, Sacrificium, col repertorio di musiche della Scuola dei Castrati.
Superato l'iniziale inorridimento al pensiero della castrazione (vedi i contorcimenti di Woody Allen all'udire la parola, in Bananas), mi sono trovato a udire musiche assolutamente soavi.
La Bartoli è notoriamente una virtuosa, come io non ne avevo mai sentite: se avete in mente il concetto di "virtuosismo", ecco, lei lo esemplifica PERFETTAMENTE.
In certe arie la sua voce spaziava per scrosci sonori di cui potevi quasi vedere l'onda il periodo e la frequenza, sentivi la sua voce roteare nello spazio e colmare la distanza tra la sua bocca e te, per accarezzarti suadente, calda e brillante, o per schiaffeggiarti scherzosamente a suon di gorgheggi.
In certi brani ti pareva di vedere il paesaggio arcadico descritto nel testo del Metastasio o immaginavi l'intera storia di certi personaggi mitologici di cui udivi appena quattro versi. L'inevitabile ellissi testuale diveniva oltremodo allusiva.
Il pubblico in visibilio non capiva più nulla, scattavano applausi tra un tempo e l'altro dei concerti strumentali, splendidamente eseguiti dal Giardino Armonico, intermezzi tra le arie.
Scattavano persino applausi quando la Bartoli e l'orchestra tacevano improvvisamente, con un effetto comico implicito ma forte (il pubblico rideva come un bambino collettivo).
In effetti non ho mai visto un pubblico classico più rilassato di questo.
E nemmeno ho mai visto un pubblico più entusiasta: si sono spellati le mani in applausi, credo di aver visto schizzare il sangue per lo sfregamento delle palme abrase delle mani.
La Bartoli ha cambiato quattro costumi maschili, con ampi mantelli colorati.
Solo alla fine aveva una specie di strascico di raso rosso, che nel secondo bis - strappato con il solito dolore di mani - si completava con due pennacchi rossi piumati: sul finire dell'ultimo pezzo se li è strappati di dosso e ne ha scherzosamente lanciato uno sul leggìo del direttore, avviandosi fuori dal palco.
Di tutto questo, dico grazie ad Alfonso Maria Petrosino, che mi ha offerto questa esperienza notevole. Tu, Alfonso, ne avresti certo ricavato poesia migliore di questa stanca mia entusiasta cronachetta...
Qui un exemplum
Superato l'iniziale inorridimento al pensiero della castrazione (vedi i contorcimenti di Woody Allen all'udire la parola, in Bananas), mi sono trovato a udire musiche assolutamente soavi.
La Bartoli è notoriamente una virtuosa, come io non ne avevo mai sentite: se avete in mente il concetto di "virtuosismo", ecco, lei lo esemplifica PERFETTAMENTE.
In certe arie la sua voce spaziava per scrosci sonori di cui potevi quasi vedere l'onda il periodo e la frequenza, sentivi la sua voce roteare nello spazio e colmare la distanza tra la sua bocca e te, per accarezzarti suadente, calda e brillante, o per schiaffeggiarti scherzosamente a suon di gorgheggi.
In certi brani ti pareva di vedere il paesaggio arcadico descritto nel testo del Metastasio o immaginavi l'intera storia di certi personaggi mitologici di cui udivi appena quattro versi. L'inevitabile ellissi testuale diveniva oltremodo allusiva.
Il pubblico in visibilio non capiva più nulla, scattavano applausi tra un tempo e l'altro dei concerti strumentali, splendidamente eseguiti dal Giardino Armonico, intermezzi tra le arie.
Scattavano persino applausi quando la Bartoli e l'orchestra tacevano improvvisamente, con un effetto comico implicito ma forte (il pubblico rideva come un bambino collettivo).
In effetti non ho mai visto un pubblico classico più rilassato di questo.
E nemmeno ho mai visto un pubblico più entusiasta: si sono spellati le mani in applausi, credo di aver visto schizzare il sangue per lo sfregamento delle palme abrase delle mani.
La Bartoli ha cambiato quattro costumi maschili, con ampi mantelli colorati.
Solo alla fine aveva una specie di strascico di raso rosso, che nel secondo bis - strappato con il solito dolore di mani - si completava con due pennacchi rossi piumati: sul finire dell'ultimo pezzo se li è strappati di dosso e ne ha scherzosamente lanciato uno sul leggìo del direttore, avviandosi fuori dal palco.
Di tutto questo, dico grazie ad Alfonso Maria Petrosino, che mi ha offerto questa esperienza notevole. Tu, Alfonso, ne avresti certo ricavato poesia migliore di questa stanca mia entusiasta cronachetta...
Qui un exemplum
Giuseppe Genna: la moda è il dedalo dell’ego (Vogue9)
Pubblicato su Vogue.it
Lo scrittore Giuseppe Genna, acclamato autore di Assalto a un tempo devastato e vile, Dies Irae, Italia de Profundis e Hitler, sta scrivendo il suo nuovo romanzo Fine Impero, di prossima uscita per Einaudi Stile Libero. Più di un suo capitolo avrà a che fare con la moda...
I tuoi romanzi hanno spesso un piglio coraggiosamente filosofico: nel tuo nuovo libro rifletterai concettualmente sulla moda o invece ne trarrai spunti narrativi?
Per me il pensiero è movimento di fantasmi e quindi è narrazione –un racconto lineare sollo all’apparenza. Se lo si ingrandisce, tutto è sconnesso. La passerella stessa pare lineare e invece, nella luce, tutto è allucinato.
Potresti darci un’idea precisa di come intendi scrivere di moda nel tuo romanzo?
In maniera letterale. Sono stato su una passerella prima dell’inizio di una sfilata, ho osservato l’esercito di cloni androgini sotto riflettori accecanti, ho partecipato a feste di stilisti. Il protagonista del mio romanzo farà lo stesso, in modo più tragico.
Intorno al mondo della moda sono stati scritti molti saggi, ma, mi pare, poca narrativa (il cinema ha maggiormente sfruttato l’argomento): secondo te nella moda c’è una componente spettacolare che non è facilmente narrabile?
E’ lo spettacolo quintessenziato, un elemento indiscernibile da quella “vita dei nervi” che il filosofo Georg Simmel, autore di un fondamentale saggio sulla moda, pone a fondamento elettrico della metropoli, cioè della vita spettacolare. Fare una narrazione dei nervi è difficile.
Credi che sia possibile determinare l’essenza della moda o non sarebbe più corretto parlare di “mode” al plurale?
Io la prendo da questa prospettiva, tra le infinite possibili – la moda è il dedalo dell’ego, il suo mostrarsi, il suo abolirsi mentre si esibisce, il suo vestirsi, il suo essere legione aberrante ma che si considera attraente, una foggia letale, il riflettore del mondo demonico.
Giuseppe Genna alle sfilate di Milano: http://www.giugenna.com/2010/02/26/un-miserabile-alle-sfilate-di-milano/
Lo scrittore Giuseppe Genna, acclamato autore di Assalto a un tempo devastato e vile, Dies Irae, Italia de Profundis e Hitler, sta scrivendo il suo nuovo romanzo Fine Impero, di prossima uscita per Einaudi Stile Libero. Più di un suo capitolo avrà a che fare con la moda...
I tuoi romanzi hanno spesso un piglio coraggiosamente filosofico: nel tuo nuovo libro rifletterai concettualmente sulla moda o invece ne trarrai spunti narrativi?
Per me il pensiero è movimento di fantasmi e quindi è narrazione –un racconto lineare sollo all’apparenza. Se lo si ingrandisce, tutto è sconnesso. La passerella stessa pare lineare e invece, nella luce, tutto è allucinato.
Potresti darci un’idea precisa di come intendi scrivere di moda nel tuo romanzo?
In maniera letterale. Sono stato su una passerella prima dell’inizio di una sfilata, ho osservato l’esercito di cloni androgini sotto riflettori accecanti, ho partecipato a feste di stilisti. Il protagonista del mio romanzo farà lo stesso, in modo più tragico.
Intorno al mondo della moda sono stati scritti molti saggi, ma, mi pare, poca narrativa (il cinema ha maggiormente sfruttato l’argomento): secondo te nella moda c’è una componente spettacolare che non è facilmente narrabile?
E’ lo spettacolo quintessenziato, un elemento indiscernibile da quella “vita dei nervi” che il filosofo Georg Simmel, autore di un fondamentale saggio sulla moda, pone a fondamento elettrico della metropoli, cioè della vita spettacolare. Fare una narrazione dei nervi è difficile.
Credi che sia possibile determinare l’essenza della moda o non sarebbe più corretto parlare di “mode” al plurale?
Io la prendo da questa prospettiva, tra le infinite possibili – la moda è il dedalo dell’ego, il suo mostrarsi, il suo abolirsi mentre si esibisce, il suo vestirsi, il suo essere legione aberrante ma che si considera attraente, una foggia letale, il riflettore del mondo demonico.
Giuseppe Genna alle sfilate di Milano: http://www.giugenna.com/2010/02/26/un-miserabile-alle-sfilate-di-milano/
giovedì 23 settembre 2010
Qual è l'elemento eccezionale nella lista?
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Hubert L. Dreyfus, Kierkegaard on the Internet: Anonymity vrs. Commitment in the Present Age
http://socrates.berkeley.edu/~hdreyfus/html/paper_kierkegaard.html
Abstract
To understand why Kierkegaard would have hated the Internet we need to understand what he meant by the Public and why he was so opposed to the Press. The focus of his concern was what Habermas calls the public sphere which, in the middle of the 18th century, thanks to the recent democratization and expansion of the press, had become a serious problem for many intellectuals. But while thinkers like Mill and Tocqueville thought the problem was "the tyranny of the masses", Kierkegaard thought that the Public Sphere, as implemented in the Press, promoted risk-free anonymity and idle curiosity that undermined responsibility and commitment. This, in turn, leveled all qualitative distinctions and led to nihilism, he held.
Kierkegaard might well have denounced the Internet for the same reasons. I will spell out Kierkegaard’s likely objections by considering how the Net promotes Kierkegaard’s two nihilistic spheres of existence, the aesthetic and the ethical, while repelling the religious sphere. In the aesthetic sphere, the aesthete avoids commitments and lives in the categories of the interesting and the boring and wants to see as many interesting sights (sites) as possible. People in the ethical sphere could use the Internet to make and keep track of commitments but would be brought to the despair of possibility by the ease of making and unmaking commitments on the Net. Only in the religious sphere is nihilism overcome by making a risky, unconditional commitment. The Internet, however, which offers a risk-free simulated world, would tend to undermine rather than support any such ultimate concern.
I. How the Press and the Public Undermine Responsibility and Commitment
In his essay, The Present Age, Kierkegaard, who was always concerned with nihilism, warns that his age is characterized by a disinterested reflection and curiosity that levels all differences of status and value. He blames this leveling on what he calls the Public. He says that "In order that everything should be reduced to the same level, it is first of all necessary to produce a phantom, its spirit a monstrous abstraction...and that phantom is the Public."(59) But the real villain behind the Public Kierkegaard claims is the Press. He feared that "Europe will come to a standstill at the Press and remain at a standstill as a reminder that the human race has invented something which will eventually overpowered it." (Journals, Vol. 2, 483.) and he adds "Even if my life had no other significance, I am satisfied with having discovered the absolutely demoralizing existence of the daily press." (JP 2163)
But why blame leveling on the Public rather than on democracy, technology, consumerism, or loss of respect for the tradition, to name a few candidates? And why this monomaniac demonizing of the Press? Commentators have noted the problem. For example, Hakon Strangerup remarks that "the Danish daily press was on an extremely modest scale in [Kierkegaard’s] lifetime." and asks: "How, then, is SK’s preoccupation with these trifling papers to be explained?" He answers that Kierkegaard’s strident opposition to the Press had political, psychological and sociological motivations.
First, the Press was the mouthpiece for liberalism and this "filled the deeply conservative SK with horror." But this is not convincing for, in The Present Age at least, Kierkegaard does not attack the Press for being liberal or for any political stand. I will argue in a minute that Kierkegaard would have hated the newspapers and TV talk shows on the right just as much as those on the left. Then there was, of course, the Corsair affair. Strangerup tell us that "From then on the tone of SK’s polemic with the Press changes from irony to hatred of the Press as such." But what is this "as such"? Does SK hold that the essential function of the Press is to attack outstanding individuals like himself? The Corsair affair certainly hurt Kierkegaard but I think the evidence is clear that he thinks this is only one possible unfortunate side effect of what is essentially dangerous about the Press as such. Indeed, Kierkegaard quite sensibly holds that such degrading gossip is only a "minor affair". Finally, Strangerup tells us that Kierkegaard had "contempt for [journalist’s] low social status" but I think it will soon be clear that he would have hated the snobbish and self righteous William Buckley as much as the lower class felon, Gordon Liddy. None of Strangeup’s three reasons, nor all of them combined, explains why Kierkegaard says in his journals that "Actually it is the Press, more specifically the daily newspaper...which make[s] Christianity impossible." Clearly, besides his political, psychological and sociological reservations concerning the daily press, Kierkegaard saw the Press as a unique Cultural/Religious threat.
It is no accident that, writing in 1846, Kierkegaard choose to attack the Public and the Press. To understand why he did so, we have to begin a century earlier. In The Structural Transformation of the Public Sphere Jürgen Habermas locates the beginning of what he calls the Public Sphere in the middle of the 18th century. He explains that at that time the Press and coffee houses became the locus of a new form of political discussion. This new sphere of discourse is radically different from the ancient polis or republic; the modern public sphere understands itself as being outside political power. This extra-political status is not just defined negatively, as a lack of political power, but seen positively. Just because public opinion is not an exercise of political power, it is protected from any partisan spirit. Enlightenment intellectuals saw the Public Sphere as a space in which the rational, disinterested reflection that should guide government and human life could be institutionalized and refined. Such disengaged discussion came to be seen as an essential feature of a free society. As the Press extended the Public debate to a wider and wider readership of ordinary citizens, Burke exalted that, "in a free country, every man thinks he has a concern in all public matters."
Over the next century, thanks to the expansion of the daily press, the Public Sphere became increasingly democratized until this democratization had a surprising result which, according to Habermas, "altered [the] social preconditions of ‘public opinion’ around the middle of the [19th] century." "[As] the Public was expanded ... by the proliferation of the Press...the reign of public opinion appeared as the reign of the many and mediocre." Many people including J. S. Mill and Alexis de Tocqueville feared "the tyranny of public opinion" and Mill felt called upon to protect "nonconformists from the grip of the Public itself." According to Habermas, Tocqueville pointed out that "education and powerful citizens were supposed to form an elite public whose critical debate determined public opinion."
But leveling to the lowest common denominator was not primarily what Kierkegaard feared. The Present Age is not primarily concerned with "the merging of the individual with the group", nor with the conformism of the masses which Kierkegaard called "the crowd", nor with what Alastair Hannay calls "the eliminating of grades of authority within and between groups." Although Kierkegaard is concerned with all these phenomena. According to Kierkegaard, these phenomena are not dangerous in themselves since they can and do occur in a positive, passionate revolutionary age such as the age of the French revolution. If an elitist disgust with the crowd were the basis of Kierkegaard’s attack on the Public and the Press, his polemic would ironically itself be a case of conforming to the intellectual worries of his time.
In fact, however, The Present Age shows just how original Kierkegaard was. He saw that "the public is a concept that could not have occurred in antiquity, because the people en masse... took part in any situation which arose, and were responsible for the actions of the individual." (60). And, while Tocqueville and Mill claimed that the masses needed better philosophical leadership and education and, while Habermas agrees with them that what happen around 1850 with the democratization of the Public Sphere by the daily press is an unfortunate decline into conformism from which the Public Sphere must be saved, Kierkegaard sees the Public Sphere as a new and dangerous cultural phenomenon in which the leveling produced by the Press brings out something that was deeply wrong from the start with Enlightenment idea of detached reflection. Thus, while Habermas is concerned to recapture the moral and political virtues of the Public Sphere, Kierkegaard brilliantly sees that there is no way to salvage the Public Sphere since, unlike concrete groups and crowds, it was from the start the source of nihilistic leveling.
This leveling was produced in several ways. First, the new massive distribution of desituated information was making every sort of information immediately available to anyone, thereby producing a desituated, detached spectator. The new power of the Press to disseminate information to everyone in a nation led its readers to transcend their local, personal involvement and overcome their reticence about what did not directly concern them. As Burke had noted with joy, the Press encouraged everyone to develop an opinion about everything. This was seen by Habermas as a triumph of democratization but Kierkegaard saw that the Public Sphere was destined to become a realm of idle talk in which spectators merely pass the word along.
This demoralization reaches its lowest form in the yellow journalism of scandal sheets like The Corsair. Since the members of the Public being outside political power take no stand, the Public Sphere, though the Press, removes all seriousness from human action so that, at the limit, the Press becomes a voyeuristic form of irresponsible amusement that enjoys the undermining of "outstanding individuals".
If we imagine the Press growing weaker and weaker because no events or ideas catch hold of the age, the more easily will the process of leveling become a harmful pleasure. More and more individuals, owing to their bloodless indolence, will aspire to be nothing at all---in order to become the Public: that abstract whole formed in the must ludicrous way, by all participants becoming a third-party (an onlooker)....This gallery is on the look-out for distraction and soon abandons itself to the idea that everything that any one does is done in other to give it (the Public) something to gossip about." (64, 65)
But this demoralizing effect was not Kierkegaard’s main concern. For Kierkegaard the deeper danger is just what Habermas applauds about the public sphere produced by the coffee houses and cosmopolitan press, viz., as Kierkegaard puts it, "a public ...destroys everything that is relative, concrete and particular in life." (62) The public sphere thus promotes ubiquitous commentators who deliberately detach themselves from the local practices out of which specific issues grow and in terms of which these issues must be resolved though some sort of committed action. What seems a virtue to detached Enlightenment reason, therefore, looks like a disastrous drawback to Kierkegaard. The public sphere is a world in which everyone has an opinion on and comments on all public matters without needing any first-hand experience and without having or wanting any responsibility. Even the most conscientious commentators don’t have to have firsthand experience or take a concrete stand. Rather, they justify their views by citing principles, and, as Kierkegaard notes with disapproval, their "ability, virtuosity and good sense consists in trying to reach a judgment and a decision without ever going so far as action." (33) Moreover, since the conclusions such abstract reasoning reaches are not grounded in the local practices, its solutions are equally abstract. Such proposals would presumably not enlist the commitment of the people involved and therefore not work even if acted upon. Kierkegaard concludes that " what...the speakers at a meeting understand perfectly presented to them as a thought or an observation, they cannot understand at all in the form of action." (39)
More basically still, that the Public Sphere lies outside of political power meant, for Kierkegaard, that one could hold an opinion on anything without having to act on it. This opens up the possibility of endless reflection. If there is no possibility of decision and action, one can look at all things from all sides and always find some new perspective from which to put everything into question again. Kierkegaard saw, when everything is up for endless critical commentary, action finally becomes impossible. "[A]t any moment reflection is capable of explaining everything quite differently and allowing one some way of escape...." (42) He is therefore clear that "reflection by transforming the capacity for action into a means of escape from action, is both corrupt and dangerous...."(68) Therefore the motto Kierkegaard suggested for the Press was: "Here men are demoralized in the shortest possible time on the largest possible scale, at the cheapest possible price." (Journals, Vol. 2, 489) This demoralization clearly transcends liberal politics, yellow journalism, and the uncouth manners of reporters.
The real problem is that the Press speaks for the Public but no one stands behind the views the Public holds. Thus Kierkegaard wrote in his Journal: "...here ... are the two most dreadful calamities which really are the principle powers of impersonality--the Press and anonymity" (Journals and Papers Vol. 2, 480). As Kierkegaard puts it even more clearly in The Present Age: "A public is neither a nation, nor a generation, nor a community, nor a society, nor these particular men, for all these are only what they are through the concrete; no single person who belong to the Public makes a real commitment."(63)(My italics.) As we shall see, this is the sense in which the Public and the Press make Christianity impossible.
In The Present Age Kierkegaard succinctly sums up his view of the relation of the Press, the Public Sphere, and the leveling going on in his time. The desituated and anonymous press and the lack of passion or commitment in our reflective age combine to produce the Public, the agent of the nihilistic leveling characteristic of his time and ours.
The Press is an abstraction (since a newspaper is not a concrete part of a nation and only in an abstract sense an individual) which in conjunction with the passionless and reflective character of the age produces that abstract phantom: a public which in its turn is really the leveling power.(64)
Kierkegaard would surely have seen in the Internet, with its web sites full of anonymous information from all over the world and its interest groups which anyone in the world can join and where one can discuss any topic endlessly without consequences, the hi-tech synthesis of the worst features of the newspaper and the coffee house. On their web page anyone can put any alleged information into circulation. Kierkegaard could have been speaking of the Internet when he said of the Press, "It is frightful that someone who is no one ... can set any error into circulation with no thought of responsibility and with the aid of this dreadful disproportioned means of communication" (Journals and Papers, Vol. 2, p 481.) And in interest groups anyone can have an opinion on anything. In both cases, all are only too eager to respond to the equally deracinated opinions of other anonymous amateurs who post their views from nowhere. Such commentators do not take a stand on the issues they speak about. Indeed, the very ubiquity of the Net generally makes any such local stand seem irrelevant.
What is striking about such interest groups is that no experience or skill is required to enter the conversation. Indeed, a serious danger of the Public Sphere, as illustrated on the Internet, is that it undermines expertise. Learning a skill requires interpreting the situation as being of a sort that requires a certain action, taking that action, and learning from the results. As Kierkegaard understood, there is no way to gain wisdom but by making risky commitments and thereby experiencing both failure and success. Studies of skill acquisition have shown that, unless the outcome matters and unless the person developing the skill is willing to accept the pain that comes from failure and the elation that comes with success, the learner will be stuck at the level of competence and never achieve mastery. Since expertise can only be acquired through involved engagement with actual situations, what is lost in disengaged discussion is precisely the conditions for acquiring practical wisdom. Thus the heroes of the Public Sphere who appear on serious radio and TV programs, such as the United States's MacNeil/Lehrer News Hour, have a view on every issue, and can justify their view by appeal abstract principles, but they do not have to act on the principles they defend and therefore lack the passionate perspective that alone can lead to risk of serious error and also to the gradual acquisition of wisdom.
Kierkegaard even saw that the ultimate activity the Internet would encourage would be speculation on how big it is, how much bigger it will get, and what, if anything, all this means for our culture. This sort of discussion is, of course, in danger of becoming part of the very cloud of anonymous speculation Kierkegaard abhorred. Ever sensitive to his own position as a speaker, Kierkegaard concluded his analysis of the dangers of the present age and his dark predictions of what was ahead for Europe with the ironic remark that: "In our times, when so little is done, an extraordinary number of prophecies, apocalypses, glances at and studies of the future appear, and there is nothing to do but to join in and be one with the rest" (85).
The only alternative Kierkegaard saw to this paralyzing reflection was to plunge into some kind of activity -- any activity -- as long as one threw oneself into it with passionate involvement. In The Present Age he exhorts his contemporaries to make such a leap:
There is no more action or decision in our day than there is perilous delight in swimming in shallow waters. But just as a grown-up, struggling delightedly in the waves, calls to those younger than himself: ‘Come on, jump in quickly’–the decision in existence ... calls out.... Come on, leap cheerfully, even if it means a lighthearted leap, so long as it is decisive. If you are capable of being a man, then danger and the harsh judgment of existence on your thoughtlessness will help you become one.(36-37).
II. The Aesthetic Sphere: The Enjoyment of Endless Possibilities
Such a light hearted leap into the deeper water is typified by the net-surfer for whom information gathering has become a way of life. Such a surfer is curious about everything and ready to spend every free moment visiting the latest hot spots on the Web. He or she enjoys the sheer range of possibilities. Something interesting is only a click away. Commitment to a life of curiosity where information is a boundless source of enjoyment puts one in the reflective version of what Kierkegaard calls the aesthetic sphere of existence -- his anticipation of postmodernity. For such a person just visiting as many sites as possible and keeping up on the cool ones is an end in itself. The only meaningful distinction is between those sites that are interesting and those that are boring. Life consists in fighting off boredom by being a spectator at everything interesting in the universe and in communicating with everyone else so inclined. Such a life produces a self that has no defining content or continuity but is open to all possibilities and to constantly taking on new roles.
But we have still to explain what makes this use of the Web attractive. Why is there a thrill in being able to find out about everything no matter how trivial? What motivates a passionate commitment to curiosity? Kiekegaard thought that in the last analysis people were addicted to the Press, and we can now add the Web, because the anonymous spectator takes no risks. The person in the aesthetic sphere keeps open all possibilities and has no fixed identity that could be threatened by disappointment, humiliation or loss.
Surfing the Web is ideally suited to such a life. On the Internet commitments are at best virtual commitments. Sherry Turkle has described how the Net is changing the background practices that determine what kinds of selves we can be. In Life on the Screen, she details "the ability of the Internet to change popular understandings of identity." On the Internet, "we are encouraged to think of ourselves as fluid, emergent, decentralized, multiplicious, flexible, and ever in process," she tells us. Thus "the Internet has become a significant social laboratory for experimenting with the constructions and reconstructions of self that characterize postmodern life." Chat rooms lend themselves to the possibility of playing at being many selves, none of whom is recognized as who one truly is, and this possibility is not just theoretical but actually introduces new social practices. Turkle tells us that:
The rethinking of human ... identity is not taking place just among philosophers but "on the ground," through a philosophy in everyday life that is in some measure both proved and carried by the computer presence.
She realizes that the Net encourages what she calls "experimentation" because what one does on the Net has no consequences. She therefore thinks that the Net not only gives people access to all sorts of information; it frees people to develop new and exciting selves.
The person in the aesthetic sphere of existence would surely agree, but according to Kierkegaard: "As a result of knowing and being everything possible, one is in contradiction with oneself" (68). When he is speaking from the point of view of the next higher sphere of existence, Kierkegaard tells us that the self requires not "variableness and brilliancy" but "firmness, balance, and steadiness" (Either/Or Vol. II (16,17).
We would therefore expect the aesthetic sphere to reveal that it was ultimately unlivable, and, indeed, Kierkegaard held that if one threw oneself into the aesthetic sphere with total commitment it was bound to break down under the sheer glut of information and possibilities. Without some way of telling the relevant from the irrelevant and the significance from the insignificant everything becomes equally interesting and equally boring. Writing from the perspective of someone experiencing the melancholy that signals the breakdown of the aesthetic sphere he laments: "My reflection on life altogether lacks meaning. I take it some evil spirit has put a pair of spectacles on my nose, one glass of which magnifies to an enormous degree, while the other reduces to the same degree" (Either/Or, 46).
This inability to distinguish the trivial from the important eventually stops being thrilling and leads to the very boredom the aesthete and net surfer dedicate their lives to avoiding. Thus, Kierkegaard concludes: "every aesthetic view of life is despair, and everyone who lives aesthetically is in despair whether he knows it or not. But when one knows it a higher form of existence is an imperative requirement" (Either/Or, Vol. II, 197).
III. The Ethical Sphere: Making Concrete Commitments
That higher form of existence Kierkegaard calls the ethical sphere. In it one has a stable identity and one is committed to involved action. Information is not denigrated but is sought and used for serious purposes. As long as information gathering is not an end in itself, whatever reliable information there is on the Web can be a valuable resource. It can serve serious commitments. Such commitments require that people have life plans and take up serious tasks. They then have goals that determine what needs to be done and what information is relevant for doing it. Can the Net support this life of committed action?
If the Internet could reveal and support the making and maintaining of commitments for action, it would support, not undermine, the ethical commitments Kierkegaard maintains human beings need. Happily, we are now entering a second stage of information technology where it is becoming clear how the ethical sphere can be implemented by using computers to keep track of commitments in order to further the coordination of action. When people communicate, they do not simply pass information back and forth; they get things done. In their activity they depend on speech acts such as requesting and promising to make commitments. Moreover, not only do such speech acts as requests and promises enable them to operate successfully within a shared world; other speech acts such as offers and declarations open up new worlds --domains of discourse and action such as industries, governments, professions and so forth. So far as the Internet develops means of communication that enable people to keep track of their commitments and to see how their speech acts open new domains of action, the Internet supports the ethical sphere.
But Kierkegaard would probably hold that, when the use of the Internet for the coordination of commitments is successfully instantiated in a communications system, the very ease of making commitments would further the inevitable breakdown of the ethical sphere. Each commitment we make has an enormous number of consequences, and we are solicited to take active responsibility for all the consequences that we recognize. So the more sensitive we are to commitments, the more conflicting solicitations we will encounter. And the more we decide a conflict by making one or another commitment, the more our commitments will proliferate into conflicts again. Thus the more developed a system for keeping track of commitments is, the more possible commitments it will keep track of, and its very ability to keep track of all commitments, which should have supported action, will lead instead to paralysis or arbitrary choice.
To avoid arbitrary choice, one might, like Judge William, Kierkegaard’s pseudonymous author of the description of the ethical sphere in Either/Or, turn to one’s talents and one’s job description to limit one’s commitments. Judge William says that his range of possible relevant actions are constrained by his abilities and social roles as judge and husband. But Judge William admits, indeed he is proud of the fact, that as an autonomous agent he is free to give whatever meaning he chooses to his talents and his roles so his freedom is not constrained by his given station and its duties.
But, Kierkegaard argues, if everything is up for choice, including the standards on the basis of which one chooses, there is no reason for choosing one set of standards rather than another. Moreoever, choosing the guidelines for ones life never makes any serious difference, since one can always choose to rescind one’s previous choice. The ethical net-enthusiast will presumably answer that all the learner has to do is to choose a perspective --something that matters-- and care about the outcome. But Kierkegaard would respond that the very ease of making choices on the Internet would ultimately lead to the inevitable breakdown of serious choice and so of the ethical sphere. Commitments that are freely chosen can and should be revised from minute to minute as new information comes along. But where there is no risk and every commitment can be revoked without consequences, choice becomes arbitrary and meaningless.
The ethical person responds to this breakdown by trying to choose which commitments are the most important ones. This choice is based on a more fundamental choice of what is worthy and not worthy, what good and what evil. As Judge William puts it:
The good is for the fact that I will it, and apart from my willing, it has no existence. This is the expression for freedom. ... By this the distinctive notes of good and evil are by no means belittled or disparaged as merely subjective distinctions. On the contrary, the absolute validity of these distinctions is affirmed" (Either/Or, Vol. II, 228).
The ethical thus breaks down because the power to make commitments undermines itself. Any commitment I make does not get a grip on me because I am always free to revoke it. Or else it must be constantly reconfirmed by a new commitment to take the previous one seriously. As Kierkegaard puts it:
If the despairing self is active, ... it is constantly relating to itself only experimentally, no matter what it undertakes, however great, however amazing and with whatever perseverance. It recognizes no power over itself; therefore in the final instance it lacks seriousness.... The self can, at any moment, start quite arbitrarily all over again and, however far an idea is pursued in practice, the entire action is contained within an hypothesis (Sickness unto Death, 100).
Thus the choice of qualitative distinctions that was supposed to support action thwarts it, and one ends up in what Kierkegaard calls the despair of the ethical. Kierkegaard concludes that one can not stop the proliferating of information and commitments by deciding what is worth doing; one can only do that by having an individual identity that opens up an individual world.
IV. The Public Sphere vrs. the Religious Sphere: Making One Unconditional Commitment
The view of commitments as open to being revoked does not seem to hold for those commitments that are most important to us. These special commitments are experienced as grabbing my whole being. When I respond to such a summons with what Kierkegaard calls infinite passion, i.e. when I make an unconditional commitment, this commitment determines what will be the significant issue for me for the rest of my life. In Kierkegaard’s terms, it gives me the eternal in time. Political and religious movements can grab us in this way as can love relationships and, for certain people, such vocations as the law or music.
These unconditional commitments are different from the normal sorts of commitments. They determine what counts as worthwhile by determining who we are. Strong identities based on unconditional commitments, then, stop the proliferation of everyday commitments by determining what ultimately matters and why. They also define the world in which our everyday commitments are made and even what sorts of new domains are worth opening up. They thus block nihilism by establishing qualitative distinctions between what is important and trivial, relevant and irrelevant, serious and playful in one’s life.
But, of course, such a commitment is risky. One’s cause may fail. One’s lover may leave. The curiosity of the present age, the hyperflexibility of the aesthetic sphere, and the unbounded freedom of the ethical sphere are all ways of avoiding risk, but it turns out, Kierkegaard claims, that for that very reason they level all qualitative distinctions and end in the despair of meaninglessness. Only an unconditioned commitment and the strong identity it produces gives an individual a world with that individual’s unique qualitative distinctions.
This leads to the perplexing question: What role can the Internet play in encouraging and supporting unconditional commitments? A first suggestion might be that the movement from stage to stage will be facilitated by the Web just as flight simulators help one learn to fly. One would be solicited to thrown oneself into net surfing and find that boring; then into making and keeping commitments until they proliferated absurdly; and so finally be driven to let oneself be drawn into a risky identity as the only way of out despair. Indeed, at any stage from looking for all sorts of interesting Web sites as one surfs the Net, to striking up a conversation in a chat room, to making commitments that open up new domains, one might just get hooked by one of the ways of life opened up and find oneself drawn into a world-defining lifetime commitment. No doubt this might happen--people do meet in chat rooms and fall in love--but it is highly unlikely.
Kierkegaard would surely argue that, while the Internet, like the Press, allows unconditional commitments, far from encouraging them, it tends to turn all of life into a risk free game. So, although it does not prohibit such commitments, in the end, it inhibits them. Like a simulator the Net manages to capture everything but the risk. Our imaginations can be drawn in, as they are in playing games and watching movies, and no doubt game simulations sharpen our responses for non-game situations, but so far as games work by capturing our imaginations, they will fail to give us serious commitments. Imagined commitments hold us only when our imaginations are captivated by the simulations before our ears and eyes. And that is what computer games and the Net offer us. The temptation is to live in a world of stimulating images and simulated commitment and thus to lead a simulated life. As Kierkegaard says of the present age, "It transforms the real task into an unreal trick and reality into a play." (38) And he adds that "[when] life’s existential tasks have lost the interest of reality; illusion cannot build a sanctuary for the divine growth of inwardness which ripens to decisions." (78)
The test as to whether one had acquired an unconditional commitment would come if one had the incentive and courage to transfer what one had learned to the real world. Then one would confront what Kierkegaard calls "the danger and the harsh judgment of existence". And precisely the attraction of the Net like that of the Press in Kierkegaard’s time, would inhibit that final plunge. Indeed, anyone using the Net who was led to risk his or her real identity in the real world would have to act against the grain of what attracted him or her to the Net in the first place. Thus Kierkegaard is right, the Press and the Internet are the ultimate enemy of the unconditional commitment which is the basis of Christianity, and only this highest religious sphere of existence can save us from the leveling launched by the Enlightenment and perfected in the Press and the Public Sphere.
© Copyright 2004, Regents of the University of California
Abstract
To understand why Kierkegaard would have hated the Internet we need to understand what he meant by the Public and why he was so opposed to the Press. The focus of his concern was what Habermas calls the public sphere which, in the middle of the 18th century, thanks to the recent democratization and expansion of the press, had become a serious problem for many intellectuals. But while thinkers like Mill and Tocqueville thought the problem was "the tyranny of the masses", Kierkegaard thought that the Public Sphere, as implemented in the Press, promoted risk-free anonymity and idle curiosity that undermined responsibility and commitment. This, in turn, leveled all qualitative distinctions and led to nihilism, he held.
Kierkegaard might well have denounced the Internet for the same reasons. I will spell out Kierkegaard’s likely objections by considering how the Net promotes Kierkegaard’s two nihilistic spheres of existence, the aesthetic and the ethical, while repelling the religious sphere. In the aesthetic sphere, the aesthete avoids commitments and lives in the categories of the interesting and the boring and wants to see as many interesting sights (sites) as possible. People in the ethical sphere could use the Internet to make and keep track of commitments but would be brought to the despair of possibility by the ease of making and unmaking commitments on the Net. Only in the religious sphere is nihilism overcome by making a risky, unconditional commitment. The Internet, however, which offers a risk-free simulated world, would tend to undermine rather than support any such ultimate concern.
I. How the Press and the Public Undermine Responsibility and Commitment
In his essay, The Present Age, Kierkegaard, who was always concerned with nihilism, warns that his age is characterized by a disinterested reflection and curiosity that levels all differences of status and value. He blames this leveling on what he calls the Public. He says that "In order that everything should be reduced to the same level, it is first of all necessary to produce a phantom, its spirit a monstrous abstraction...and that phantom is the Public."(59) But the real villain behind the Public Kierkegaard claims is the Press. He feared that "Europe will come to a standstill at the Press and remain at a standstill as a reminder that the human race has invented something which will eventually overpowered it." (Journals, Vol. 2, 483.) and he adds "Even if my life had no other significance, I am satisfied with having discovered the absolutely demoralizing existence of the daily press." (JP 2163)
But why blame leveling on the Public rather than on democracy, technology, consumerism, or loss of respect for the tradition, to name a few candidates? And why this monomaniac demonizing of the Press? Commentators have noted the problem. For example, Hakon Strangerup remarks that "the Danish daily press was on an extremely modest scale in [Kierkegaard’s] lifetime." and asks: "How, then, is SK’s preoccupation with these trifling papers to be explained?" He answers that Kierkegaard’s strident opposition to the Press had political, psychological and sociological motivations.
First, the Press was the mouthpiece for liberalism and this "filled the deeply conservative SK with horror." But this is not convincing for, in The Present Age at least, Kierkegaard does not attack the Press for being liberal or for any political stand. I will argue in a minute that Kierkegaard would have hated the newspapers and TV talk shows on the right just as much as those on the left. Then there was, of course, the Corsair affair. Strangerup tell us that "From then on the tone of SK’s polemic with the Press changes from irony to hatred of the Press as such." But what is this "as such"? Does SK hold that the essential function of the Press is to attack outstanding individuals like himself? The Corsair affair certainly hurt Kierkegaard but I think the evidence is clear that he thinks this is only one possible unfortunate side effect of what is essentially dangerous about the Press as such. Indeed, Kierkegaard quite sensibly holds that such degrading gossip is only a "minor affair". Finally, Strangerup tells us that Kierkegaard had "contempt for [journalist’s] low social status" but I think it will soon be clear that he would have hated the snobbish and self righteous William Buckley as much as the lower class felon, Gordon Liddy. None of Strangeup’s three reasons, nor all of them combined, explains why Kierkegaard says in his journals that "Actually it is the Press, more specifically the daily newspaper...which make[s] Christianity impossible." Clearly, besides his political, psychological and sociological reservations concerning the daily press, Kierkegaard saw the Press as a unique Cultural/Religious threat.
It is no accident that, writing in 1846, Kierkegaard choose to attack the Public and the Press. To understand why he did so, we have to begin a century earlier. In The Structural Transformation of the Public Sphere Jürgen Habermas locates the beginning of what he calls the Public Sphere in the middle of the 18th century. He explains that at that time the Press and coffee houses became the locus of a new form of political discussion. This new sphere of discourse is radically different from the ancient polis or republic; the modern public sphere understands itself as being outside political power. This extra-political status is not just defined negatively, as a lack of political power, but seen positively. Just because public opinion is not an exercise of political power, it is protected from any partisan spirit. Enlightenment intellectuals saw the Public Sphere as a space in which the rational, disinterested reflection that should guide government and human life could be institutionalized and refined. Such disengaged discussion came to be seen as an essential feature of a free society. As the Press extended the Public debate to a wider and wider readership of ordinary citizens, Burke exalted that, "in a free country, every man thinks he has a concern in all public matters."
Over the next century, thanks to the expansion of the daily press, the Public Sphere became increasingly democratized until this democratization had a surprising result which, according to Habermas, "altered [the] social preconditions of ‘public opinion’ around the middle of the [19th] century." "[As] the Public was expanded ... by the proliferation of the Press...the reign of public opinion appeared as the reign of the many and mediocre." Many people including J. S. Mill and Alexis de Tocqueville feared "the tyranny of public opinion" and Mill felt called upon to protect "nonconformists from the grip of the Public itself." According to Habermas, Tocqueville pointed out that "education and powerful citizens were supposed to form an elite public whose critical debate determined public opinion."
But leveling to the lowest common denominator was not primarily what Kierkegaard feared. The Present Age is not primarily concerned with "the merging of the individual with the group", nor with the conformism of the masses which Kierkegaard called "the crowd", nor with what Alastair Hannay calls "the eliminating of grades of authority within and between groups." Although Kierkegaard is concerned with all these phenomena. According to Kierkegaard, these phenomena are not dangerous in themselves since they can and do occur in a positive, passionate revolutionary age such as the age of the French revolution. If an elitist disgust with the crowd were the basis of Kierkegaard’s attack on the Public and the Press, his polemic would ironically itself be a case of conforming to the intellectual worries of his time.
In fact, however, The Present Age shows just how original Kierkegaard was. He saw that "the public is a concept that could not have occurred in antiquity, because the people en masse... took part in any situation which arose, and were responsible for the actions of the individual." (60). And, while Tocqueville and Mill claimed that the masses needed better philosophical leadership and education and, while Habermas agrees with them that what happen around 1850 with the democratization of the Public Sphere by the daily press is an unfortunate decline into conformism from which the Public Sphere must be saved, Kierkegaard sees the Public Sphere as a new and dangerous cultural phenomenon in which the leveling produced by the Press brings out something that was deeply wrong from the start with Enlightenment idea of detached reflection. Thus, while Habermas is concerned to recapture the moral and political virtues of the Public Sphere, Kierkegaard brilliantly sees that there is no way to salvage the Public Sphere since, unlike concrete groups and crowds, it was from the start the source of nihilistic leveling.
This leveling was produced in several ways. First, the new massive distribution of desituated information was making every sort of information immediately available to anyone, thereby producing a desituated, detached spectator. The new power of the Press to disseminate information to everyone in a nation led its readers to transcend their local, personal involvement and overcome their reticence about what did not directly concern them. As Burke had noted with joy, the Press encouraged everyone to develop an opinion about everything. This was seen by Habermas as a triumph of democratization but Kierkegaard saw that the Public Sphere was destined to become a realm of idle talk in which spectators merely pass the word along.
This demoralization reaches its lowest form in the yellow journalism of scandal sheets like The Corsair. Since the members of the Public being outside political power take no stand, the Public Sphere, though the Press, removes all seriousness from human action so that, at the limit, the Press becomes a voyeuristic form of irresponsible amusement that enjoys the undermining of "outstanding individuals".
If we imagine the Press growing weaker and weaker because no events or ideas catch hold of the age, the more easily will the process of leveling become a harmful pleasure. More and more individuals, owing to their bloodless indolence, will aspire to be nothing at all---in order to become the Public: that abstract whole formed in the must ludicrous way, by all participants becoming a third-party (an onlooker)....This gallery is on the look-out for distraction and soon abandons itself to the idea that everything that any one does is done in other to give it (the Public) something to gossip about." (64, 65)
But this demoralizing effect was not Kierkegaard’s main concern. For Kierkegaard the deeper danger is just what Habermas applauds about the public sphere produced by the coffee houses and cosmopolitan press, viz., as Kierkegaard puts it, "a public ...destroys everything that is relative, concrete and particular in life." (62) The public sphere thus promotes ubiquitous commentators who deliberately detach themselves from the local practices out of which specific issues grow and in terms of which these issues must be resolved though some sort of committed action. What seems a virtue to detached Enlightenment reason, therefore, looks like a disastrous drawback to Kierkegaard. The public sphere is a world in which everyone has an opinion on and comments on all public matters without needing any first-hand experience and without having or wanting any responsibility. Even the most conscientious commentators don’t have to have firsthand experience or take a concrete stand. Rather, they justify their views by citing principles, and, as Kierkegaard notes with disapproval, their "ability, virtuosity and good sense consists in trying to reach a judgment and a decision without ever going so far as action." (33) Moreover, since the conclusions such abstract reasoning reaches are not grounded in the local practices, its solutions are equally abstract. Such proposals would presumably not enlist the commitment of the people involved and therefore not work even if acted upon. Kierkegaard concludes that " what...the speakers at a meeting understand perfectly presented to them as a thought or an observation, they cannot understand at all in the form of action." (39)
More basically still, that the Public Sphere lies outside of political power meant, for Kierkegaard, that one could hold an opinion on anything without having to act on it. This opens up the possibility of endless reflection. If there is no possibility of decision and action, one can look at all things from all sides and always find some new perspective from which to put everything into question again. Kierkegaard saw, when everything is up for endless critical commentary, action finally becomes impossible. "[A]t any moment reflection is capable of explaining everything quite differently and allowing one some way of escape...." (42) He is therefore clear that "reflection by transforming the capacity for action into a means of escape from action, is both corrupt and dangerous...."(68) Therefore the motto Kierkegaard suggested for the Press was: "Here men are demoralized in the shortest possible time on the largest possible scale, at the cheapest possible price." (Journals, Vol. 2, 489) This demoralization clearly transcends liberal politics, yellow journalism, and the uncouth manners of reporters.
The real problem is that the Press speaks for the Public but no one stands behind the views the Public holds. Thus Kierkegaard wrote in his Journal: "...here ... are the two most dreadful calamities which really are the principle powers of impersonality--the Press and anonymity" (Journals and Papers Vol. 2, 480). As Kierkegaard puts it even more clearly in The Present Age: "A public is neither a nation, nor a generation, nor a community, nor a society, nor these particular men, for all these are only what they are through the concrete; no single person who belong to the Public makes a real commitment."(63)(My italics.) As we shall see, this is the sense in which the Public and the Press make Christianity impossible.
In The Present Age Kierkegaard succinctly sums up his view of the relation of the Press, the Public Sphere, and the leveling going on in his time. The desituated and anonymous press and the lack of passion or commitment in our reflective age combine to produce the Public, the agent of the nihilistic leveling characteristic of his time and ours.
The Press is an abstraction (since a newspaper is not a concrete part of a nation and only in an abstract sense an individual) which in conjunction with the passionless and reflective character of the age produces that abstract phantom: a public which in its turn is really the leveling power.(64)
Kierkegaard would surely have seen in the Internet, with its web sites full of anonymous information from all over the world and its interest groups which anyone in the world can join and where one can discuss any topic endlessly without consequences, the hi-tech synthesis of the worst features of the newspaper and the coffee house. On their web page anyone can put any alleged information into circulation. Kierkegaard could have been speaking of the Internet when he said of the Press, "It is frightful that someone who is no one ... can set any error into circulation with no thought of responsibility and with the aid of this dreadful disproportioned means of communication" (Journals and Papers, Vol. 2, p 481.) And in interest groups anyone can have an opinion on anything. In both cases, all are only too eager to respond to the equally deracinated opinions of other anonymous amateurs who post their views from nowhere. Such commentators do not take a stand on the issues they speak about. Indeed, the very ubiquity of the Net generally makes any such local stand seem irrelevant.
What is striking about such interest groups is that no experience or skill is required to enter the conversation. Indeed, a serious danger of the Public Sphere, as illustrated on the Internet, is that it undermines expertise. Learning a skill requires interpreting the situation as being of a sort that requires a certain action, taking that action, and learning from the results. As Kierkegaard understood, there is no way to gain wisdom but by making risky commitments and thereby experiencing both failure and success. Studies of skill acquisition have shown that, unless the outcome matters and unless the person developing the skill is willing to accept the pain that comes from failure and the elation that comes with success, the learner will be stuck at the level of competence and never achieve mastery. Since expertise can only be acquired through involved engagement with actual situations, what is lost in disengaged discussion is precisely the conditions for acquiring practical wisdom. Thus the heroes of the Public Sphere who appear on serious radio and TV programs, such as the United States's MacNeil/Lehrer News Hour, have a view on every issue, and can justify their view by appeal abstract principles, but they do not have to act on the principles they defend and therefore lack the passionate perspective that alone can lead to risk of serious error and also to the gradual acquisition of wisdom.
Kierkegaard even saw that the ultimate activity the Internet would encourage would be speculation on how big it is, how much bigger it will get, and what, if anything, all this means for our culture. This sort of discussion is, of course, in danger of becoming part of the very cloud of anonymous speculation Kierkegaard abhorred. Ever sensitive to his own position as a speaker, Kierkegaard concluded his analysis of the dangers of the present age and his dark predictions of what was ahead for Europe with the ironic remark that: "In our times, when so little is done, an extraordinary number of prophecies, apocalypses, glances at and studies of the future appear, and there is nothing to do but to join in and be one with the rest" (85).
The only alternative Kierkegaard saw to this paralyzing reflection was to plunge into some kind of activity -- any activity -- as long as one threw oneself into it with passionate involvement. In The Present Age he exhorts his contemporaries to make such a leap:
There is no more action or decision in our day than there is perilous delight in swimming in shallow waters. But just as a grown-up, struggling delightedly in the waves, calls to those younger than himself: ‘Come on, jump in quickly’–the decision in existence ... calls out.... Come on, leap cheerfully, even if it means a lighthearted leap, so long as it is decisive. If you are capable of being a man, then danger and the harsh judgment of existence on your thoughtlessness will help you become one.(36-37).
II. The Aesthetic Sphere: The Enjoyment of Endless Possibilities
Such a light hearted leap into the deeper water is typified by the net-surfer for whom information gathering has become a way of life. Such a surfer is curious about everything and ready to spend every free moment visiting the latest hot spots on the Web. He or she enjoys the sheer range of possibilities. Something interesting is only a click away. Commitment to a life of curiosity where information is a boundless source of enjoyment puts one in the reflective version of what Kierkegaard calls the aesthetic sphere of existence -- his anticipation of postmodernity. For such a person just visiting as many sites as possible and keeping up on the cool ones is an end in itself. The only meaningful distinction is between those sites that are interesting and those that are boring. Life consists in fighting off boredom by being a spectator at everything interesting in the universe and in communicating with everyone else so inclined. Such a life produces a self that has no defining content or continuity but is open to all possibilities and to constantly taking on new roles.
But we have still to explain what makes this use of the Web attractive. Why is there a thrill in being able to find out about everything no matter how trivial? What motivates a passionate commitment to curiosity? Kiekegaard thought that in the last analysis people were addicted to the Press, and we can now add the Web, because the anonymous spectator takes no risks. The person in the aesthetic sphere keeps open all possibilities and has no fixed identity that could be threatened by disappointment, humiliation or loss.
Surfing the Web is ideally suited to such a life. On the Internet commitments are at best virtual commitments. Sherry Turkle has described how the Net is changing the background practices that determine what kinds of selves we can be. In Life on the Screen, she details "the ability of the Internet to change popular understandings of identity." On the Internet, "we are encouraged to think of ourselves as fluid, emergent, decentralized, multiplicious, flexible, and ever in process," she tells us. Thus "the Internet has become a significant social laboratory for experimenting with the constructions and reconstructions of self that characterize postmodern life." Chat rooms lend themselves to the possibility of playing at being many selves, none of whom is recognized as who one truly is, and this possibility is not just theoretical but actually introduces new social practices. Turkle tells us that:
The rethinking of human ... identity is not taking place just among philosophers but "on the ground," through a philosophy in everyday life that is in some measure both proved and carried by the computer presence.
She realizes that the Net encourages what she calls "experimentation" because what one does on the Net has no consequences. She therefore thinks that the Net not only gives people access to all sorts of information; it frees people to develop new and exciting selves.
The person in the aesthetic sphere of existence would surely agree, but according to Kierkegaard: "As a result of knowing and being everything possible, one is in contradiction with oneself" (68). When he is speaking from the point of view of the next higher sphere of existence, Kierkegaard tells us that the self requires not "variableness and brilliancy" but "firmness, balance, and steadiness" (Either/Or Vol. II (16,17).
We would therefore expect the aesthetic sphere to reveal that it was ultimately unlivable, and, indeed, Kierkegaard held that if one threw oneself into the aesthetic sphere with total commitment it was bound to break down under the sheer glut of information and possibilities. Without some way of telling the relevant from the irrelevant and the significance from the insignificant everything becomes equally interesting and equally boring. Writing from the perspective of someone experiencing the melancholy that signals the breakdown of the aesthetic sphere he laments: "My reflection on life altogether lacks meaning. I take it some evil spirit has put a pair of spectacles on my nose, one glass of which magnifies to an enormous degree, while the other reduces to the same degree" (Either/Or, 46).
This inability to distinguish the trivial from the important eventually stops being thrilling and leads to the very boredom the aesthete and net surfer dedicate their lives to avoiding. Thus, Kierkegaard concludes: "every aesthetic view of life is despair, and everyone who lives aesthetically is in despair whether he knows it or not. But when one knows it a higher form of existence is an imperative requirement" (Either/Or, Vol. II, 197).
III. The Ethical Sphere: Making Concrete Commitments
That higher form of existence Kierkegaard calls the ethical sphere. In it one has a stable identity and one is committed to involved action. Information is not denigrated but is sought and used for serious purposes. As long as information gathering is not an end in itself, whatever reliable information there is on the Web can be a valuable resource. It can serve serious commitments. Such commitments require that people have life plans and take up serious tasks. They then have goals that determine what needs to be done and what information is relevant for doing it. Can the Net support this life of committed action?
If the Internet could reveal and support the making and maintaining of commitments for action, it would support, not undermine, the ethical commitments Kierkegaard maintains human beings need. Happily, we are now entering a second stage of information technology where it is becoming clear how the ethical sphere can be implemented by using computers to keep track of commitments in order to further the coordination of action. When people communicate, they do not simply pass information back and forth; they get things done. In their activity they depend on speech acts such as requesting and promising to make commitments. Moreover, not only do such speech acts as requests and promises enable them to operate successfully within a shared world; other speech acts such as offers and declarations open up new worlds --domains of discourse and action such as industries, governments, professions and so forth. So far as the Internet develops means of communication that enable people to keep track of their commitments and to see how their speech acts open new domains of action, the Internet supports the ethical sphere.
But Kierkegaard would probably hold that, when the use of the Internet for the coordination of commitments is successfully instantiated in a communications system, the very ease of making commitments would further the inevitable breakdown of the ethical sphere. Each commitment we make has an enormous number of consequences, and we are solicited to take active responsibility for all the consequences that we recognize. So the more sensitive we are to commitments, the more conflicting solicitations we will encounter. And the more we decide a conflict by making one or another commitment, the more our commitments will proliferate into conflicts again. Thus the more developed a system for keeping track of commitments is, the more possible commitments it will keep track of, and its very ability to keep track of all commitments, which should have supported action, will lead instead to paralysis or arbitrary choice.
To avoid arbitrary choice, one might, like Judge William, Kierkegaard’s pseudonymous author of the description of the ethical sphere in Either/Or, turn to one’s talents and one’s job description to limit one’s commitments. Judge William says that his range of possible relevant actions are constrained by his abilities and social roles as judge and husband. But Judge William admits, indeed he is proud of the fact, that as an autonomous agent he is free to give whatever meaning he chooses to his talents and his roles so his freedom is not constrained by his given station and its duties.
But, Kierkegaard argues, if everything is up for choice, including the standards on the basis of which one chooses, there is no reason for choosing one set of standards rather than another. Moreoever, choosing the guidelines for ones life never makes any serious difference, since one can always choose to rescind one’s previous choice. The ethical net-enthusiast will presumably answer that all the learner has to do is to choose a perspective --something that matters-- and care about the outcome. But Kierkegaard would respond that the very ease of making choices on the Internet would ultimately lead to the inevitable breakdown of serious choice and so of the ethical sphere. Commitments that are freely chosen can and should be revised from minute to minute as new information comes along. But where there is no risk and every commitment can be revoked without consequences, choice becomes arbitrary and meaningless.
The ethical person responds to this breakdown by trying to choose which commitments are the most important ones. This choice is based on a more fundamental choice of what is worthy and not worthy, what good and what evil. As Judge William puts it:
The good is for the fact that I will it, and apart from my willing, it has no existence. This is the expression for freedom. ... By this the distinctive notes of good and evil are by no means belittled or disparaged as merely subjective distinctions. On the contrary, the absolute validity of these distinctions is affirmed" (Either/Or, Vol. II, 228).
The ethical thus breaks down because the power to make commitments undermines itself. Any commitment I make does not get a grip on me because I am always free to revoke it. Or else it must be constantly reconfirmed by a new commitment to take the previous one seriously. As Kierkegaard puts it:
If the despairing self is active, ... it is constantly relating to itself only experimentally, no matter what it undertakes, however great, however amazing and with whatever perseverance. It recognizes no power over itself; therefore in the final instance it lacks seriousness.... The self can, at any moment, start quite arbitrarily all over again and, however far an idea is pursued in practice, the entire action is contained within an hypothesis (Sickness unto Death, 100).
Thus the choice of qualitative distinctions that was supposed to support action thwarts it, and one ends up in what Kierkegaard calls the despair of the ethical. Kierkegaard concludes that one can not stop the proliferating of information and commitments by deciding what is worth doing; one can only do that by having an individual identity that opens up an individual world.
IV. The Public Sphere vrs. the Religious Sphere: Making One Unconditional Commitment
The view of commitments as open to being revoked does not seem to hold for those commitments that are most important to us. These special commitments are experienced as grabbing my whole being. When I respond to such a summons with what Kierkegaard calls infinite passion, i.e. when I make an unconditional commitment, this commitment determines what will be the significant issue for me for the rest of my life. In Kierkegaard’s terms, it gives me the eternal in time. Political and religious movements can grab us in this way as can love relationships and, for certain people, such vocations as the law or music.
These unconditional commitments are different from the normal sorts of commitments. They determine what counts as worthwhile by determining who we are. Strong identities based on unconditional commitments, then, stop the proliferation of everyday commitments by determining what ultimately matters and why. They also define the world in which our everyday commitments are made and even what sorts of new domains are worth opening up. They thus block nihilism by establishing qualitative distinctions between what is important and trivial, relevant and irrelevant, serious and playful in one’s life.
But, of course, such a commitment is risky. One’s cause may fail. One’s lover may leave. The curiosity of the present age, the hyperflexibility of the aesthetic sphere, and the unbounded freedom of the ethical sphere are all ways of avoiding risk, but it turns out, Kierkegaard claims, that for that very reason they level all qualitative distinctions and end in the despair of meaninglessness. Only an unconditioned commitment and the strong identity it produces gives an individual a world with that individual’s unique qualitative distinctions.
This leads to the perplexing question: What role can the Internet play in encouraging and supporting unconditional commitments? A first suggestion might be that the movement from stage to stage will be facilitated by the Web just as flight simulators help one learn to fly. One would be solicited to thrown oneself into net surfing and find that boring; then into making and keeping commitments until they proliferated absurdly; and so finally be driven to let oneself be drawn into a risky identity as the only way of out despair. Indeed, at any stage from looking for all sorts of interesting Web sites as one surfs the Net, to striking up a conversation in a chat room, to making commitments that open up new domains, one might just get hooked by one of the ways of life opened up and find oneself drawn into a world-defining lifetime commitment. No doubt this might happen--people do meet in chat rooms and fall in love--but it is highly unlikely.
Kierkegaard would surely argue that, while the Internet, like the Press, allows unconditional commitments, far from encouraging them, it tends to turn all of life into a risk free game. So, although it does not prohibit such commitments, in the end, it inhibits them. Like a simulator the Net manages to capture everything but the risk. Our imaginations can be drawn in, as they are in playing games and watching movies, and no doubt game simulations sharpen our responses for non-game situations, but so far as games work by capturing our imaginations, they will fail to give us serious commitments. Imagined commitments hold us only when our imaginations are captivated by the simulations before our ears and eyes. And that is what computer games and the Net offer us. The temptation is to live in a world of stimulating images and simulated commitment and thus to lead a simulated life. As Kierkegaard says of the present age, "It transforms the real task into an unreal trick and reality into a play." (38) And he adds that "[when] life’s existential tasks have lost the interest of reality; illusion cannot build a sanctuary for the divine growth of inwardness which ripens to decisions." (78)
The test as to whether one had acquired an unconditional commitment would come if one had the incentive and courage to transfer what one had learned to the real world. Then one would confront what Kierkegaard calls "the danger and the harsh judgment of existence". And precisely the attraction of the Net like that of the Press in Kierkegaard’s time, would inhibit that final plunge. Indeed, anyone using the Net who was led to risk his or her real identity in the real world would have to act against the grain of what attracted him or her to the Net in the first place. Thus Kierkegaard is right, the Press and the Internet are the ultimate enemy of the unconditional commitment which is the basis of Christianity, and only this highest religious sphere of existence can save us from the leveling launched by the Enlightenment and perfected in the Press and the Public Sphere.
© Copyright 2004, Regents of the University of California
Cognizione sociale, social network e partecipazione politica. Traccia per un vecchio discorso. (2009)
Partecipazione e identità.
Le teorie psicologiche dell’identità sociale (si potrebbe dire “identità tout court” se si accetta che “il soggetto è ‘originariamente sociale’, è cioé sin dalla nascita inserito in una rete di rapporti con gli altri, parte della sua identità sarà determinata dall’appartenenza a gruppi”, Catellani, p.153) hanno messo in luce che l’identità sociale è definita da quella parte dell’immagine che un individuo si fa di se stesso, che deriva dalla consapevolezza di appartenere a un gruppo (o gruppi) sociale, unita al valore e al significato emozionale associati a tale appartenenza.
Si riteneva che fosse importante la “distintività positiva” del gruppo di appartenenza, ma sviluppi più recenti della teoria hanno messo in luce che l’appartenenza a un gruppo domina persino sulla positività dell’immagine del gruppo stesso. In altre parole, gli individui sembrano preferire appartenere a un gruppo eventualmente non connotato positivamente piuttosto che a un gruppo valutato come positivo ma non abbastanza identificabile (p.154).
Tralasciando gli ovvi commenti che si potrebbero fare su questo punto riguardo alla specificità dei tanti gruppi sociali connotati negativamente caratteristici del nostro paese (penso subito ai giovani concittadini di Roberto Saviano che lo accusano di avere infamato la loro città...) mi pare che questa ipotesi sia da prendere seriamente in considerazione per tentare una spiegazione del perché la sinistra abbia perso e stia tuttora perdendo consensi. Lungi dal voler ipostatizzare le identità, che sappiamo tutti, noi postmoderni e post-postmoderni, essere molteplici, frammentarie, aperte, creative, dinamiche e spesso ambigue, tuttavia è chiaro che per molti italiani è diventato oscuro che cosa significhi praticare la propria appartenenza alla Sinistra perché la Sinistra non ha più un’identità positiva chiara e distinta.
La Sinistra italiana ha coltivato troppo la distintività differenziale, a scapito dell’identificazione positiva.
Come dice Lakoff, con tutta la semplificazione possibile a uno psicolinguista americano che si occupa di politica: non bisogna utilizzare i frames concettuali degli avversari ma bisogna proporre i propri.
Se questo è stato fatto è stato fatto poco e male.
Partecipazione e NTIC
In un articolo intitolato E-democracy e politiche per la partecipazione dei cittadini, la sociologa Anna Carola Freschi sostiene l’importanza delle cosiddette NTIC relativamente all’opportunità di relazione sociale fra soggetti prima isolati, minoritari e dispersi e alla costruzione di identità sociali nuove:
“La disintermediazione dei flussi di comunicazione e la loro pluralizzazione – legata a bassi costi e crescente agilità nell’uso attivo dei nuovi media - hanno rafforzato le opportunità di relazione sociale fra soggetti prima isolati, minoritari e dispersi, con scarse risorse per accedere alla sfera pubblica attraverso il sistema mass mediale, se non attraverso canali consolidati e logiche specifiche, con tutti i costi derivanti in termini di condizionamenti forti nella costruzione di identità sociali nuove, dotate di una sufficiente autonomia.”
Che cosa siano queste nuove identità sociali autonome costruibili anche (non solo!) grazie alle NTIC è naturalmente un punto problematico, del tutto subordinato al nostro concetto di identità, oggi spesso declinato secondo la modalità della postmodernità liquida.
Mi interessa di più l’idea che vi siano opportunità di relazione sociale fra soggetti prima isolati, minoritari e dispersi. Mi interessa, evidentemente, perché mi riguarda... Fin dal 2001, nei mesi che precedettero il tragico contro-G8 di Genova, il social-network (allora la chat con amici di Rifondazione nell’apposita stanza di Tiscali) mi ha presentato la possibilità di entrare in relazione con altre persone interessate alla politica.
Avvicinando i partiti politici non mi ero mai sentito valorizzato, anzi mi sentivo trattato con fastidio da chi – secondo me – avrebbe potuto giovarsi della mia disponibilità a lavorare, imparare, rendermi utile.
Come dice ancora Freschi, uno degli elementi della crisi della relazione tra partecipazione dei cittadini e istituzioni politiche (includendo anche i partiti), è
"una domanda crescente e nuova da parte dei cittadini di poter valorizzare il proprio patrimonio di esperienze e competenze; le comunità locali e professionali emergenti, le associazioni, i singoli cittadini esprimono sempre più la volontà di essere ascoltati e giocare un ruolo più attivo anche 'tra una elezione e l'altra'.
[...]
Una delle dimensioni analitiche più interessanti di questo fenomeno [crisi della partecipazione al voto e parallela crescita di forme di partecipazione alternative] è proprio legato al contributo specifico e al tempo stesso alla rivendicazione identitaria in termini di ‘saperi’- spesso con uno spiccato carattere esperienziale, contestuale, critico - che proviene da tali soggetti sociali emergenti."
Un aspetto positivo dei social network è il rinvio di un’immagine di sé socializzata: se non è ancora la valorizzazione del patrimonio di sapere di ogni singolo individuo, è qualcosa che procede in quella direzione (io vengo talvolta ascoltato quando su FB scrivo di libri, di cultura, di politica, e mi è capitato che una persona conosciuta in rete, intelligente ma impolitica, orientatasi verso la Lega per motivi imperscrutabili, mi dicesse che gli avevo fatto tornare voglia di informarsi e comprendere la politica).
I social network, e in particolare FB, sono un’esteriorizzazione della capacità di ragionare insieme agli altri.
Intendo dire che non si tratta soltanto di “luoghi” (ovviamente virtuali) dove poter esplicare le proprie capacità di ragionamento argomentazione e comunicazione, ma di dispositivi cognitivi allargati. Realizzano qualcosa di simile a ciò che i filosofi chiamano “mente estesa”.
La nascita della scrittura e della sfera della documentalità (si vedano i lavori di Maurizio Ferraris) ha rappresentato per la specie umana la possibilità di ricorrere a una “memoria esterna”: un ampliamento della capacità di memorizzazione di informazioni manipolabili anche non in tempo reale, quindi a più riprese, in maniera stratificata e permettendo il sorgere di una memoria culturale più astratta rispetto ai modi della trasmissione orale.
La nascita del web rappresenta qualcosa di simile, l’invenzione di una super-scrittura che superi i limiti spaziali come la scrittura superava quelli temporali dell’archiviazione di tracce: la possibilità di comunicare tutto a tutti sembra finalmente alla portata, e FB rende concreta questa possibilità per la cosiddetta moltitudine.
È chiaro che FB ha dei limiti strutturali, propri di un’impresa privata paradigmatica del turbocapitalismo da new-economy, tuttavia questi limiti sono sufficientemente larghi da permettere di usarlo come un efficace strumento di comunicazione politica, più e diversamente dagli altri popolari social network (Myspace, Youtube al quale però FB si appoggia molto per la fruizione e condivisione di documenti audiovisivi).
Alcuni analisti hanno adottato toni entusiastici nei confronti delle cosiddette “nuove tecnologie” (guardare sempre con sospetto all’aggettivo “nuove”):
"la rete permette di organizzarsi per agglomerati tematici e non solo territoriali e può rappresentare una forma di partecipazione succedanea rispetto ai vecchi modelli dell’impegno politico" (Giuseppe Di Caterino e Giuseppe A. Veltri, La necessaria evoluzione della militanza politica).
In assenza di studi che quantifichino questo fenomeno, tuttavia siamo nel campo delle intuizioni.
Terminerò dunque esponendo un paio di mie intuizioni personali.
All’opposizione tra partiti politici e associazionismo, netta e impermeabile come la presenta lo storico Paul Ginsborg in La democrazia che non c’è, affiancherei un’altra opposizione relativa ai modi comunicativi possibili in rete.
1) comunicazione “verticale”, dall’alto in basso, “moderata”, ego-centrata; è quella tipica del blog, utilizzata molto bene da Grillo e Di Pietro, e praticamente sconosciuta ai politici del PD e della sinistra, con l’eccezione significativa di Nichi Vendola.
Di Caterino e Veltri sostengono che i blog sono “intesi come nuove forme di militanza, luoghi di discussione e confronto attraverso tutti i benefici che la rete offre: da un platea potenzialmente enorme a forme di integrazione e group thinking (grazie a network e blog aggregators), sino all’utilizzo dell’enorme database di sapere che internet costituisce.”
Questa forse può essere la forma di comunicazione elettronica migliore per la forma-partito, perché veicola tacitamente l’elemento gerarchico e organizzativo necessario a un partito, anche leggero e postmoderno, o vicino alla forma-movimento come le liste di Grillo.
2) comunicazione “orizzontale”, tipica di FB, diffusione “rizomatica” dell’informazione, priva di censure oltre a quelle dettate dalla legge (americana: molto pruriginosa in fatto di sessualità ma del tutto tollerante nei confronti dell’espressione di simpatie nazifasciste, verso la mafia, o di aggressione verbale ai danni di mioranze etniche come i rom e i sinti). Ciascun utente è un individuo, atomo, nodo, e costruisce intorno a sé il proprio mondo-ambiente - Umwelt – virtuale. Qui c’è più libertà di associarsi agli “amici” coi quali si va d’accordo, quindi il rischio è di parlare soltanto a chi la pensa come noi, l’elusione del confronto e della dialettica.
Questa forma di comunicazione elettronica però può essere quella migliore per affrontare il problema identitario di cui dicevo all’inizio. La comunicazione “orizzontale” tipica di un social network come FB non rischia la vuota omogeneità, il conformismo, proprio perché ogni individuo-utente è il centro del proprio gruppo virtuale e nulla lo trattiene mai dall’esprimere il proprio pensiero, anche solo per dettagliare minime differenze o punti di vista personali che in un blog sarebbero insensati e fuori posto.
La comunicazione orizzontale propria dei social network à la FB sembrerebbe più adatta al mondo delle associazioni, che si nutrono (o dovrebbero) di molteplici proposte non filtrate da gerarchie organizzative.
Come tutte le opposizioni concettuali, anche questa che ho delineato, tra e-communication verticale e orizzontale è forse destinata a decostruirsi, e del resto ci può essere interazione tra le due forme comunicative, tuttavia almeno nell’immediato corrisponde probabilmente a una dualità di pubblico e utenza.
Esempio: ho l’impressione, tutta da verificare, che i “grillini” comunichino meno con FB, ma piuttosto a partire dall’informazione “lasciata fluire verso il basso” dal blog di Grillo. Se un utente del blog di Grillo apporta informazione non si tratta di informazione teorica ma pratica (denuncia di questo o quel caso locale pertinente ai temi che stanno a cuore dei grillini).
Su FB invece c’è una maggior circolazione dell’informazione da un utente all’altro, secondo dinamiche cognitive e statistiche (a parità di difficoltà di fruizione, ciò che è più rilevante si diffonde maggiormente, cfr. Teoria della Pertinenza).
Questi due modi comunicativi corrispondono implicitamente a due modi diversi di intendere la partecipazione, la comunicazione e in fin dei conti il potere: da una parte il modello gerarchico-arborescente del blog, la partecipazione strutturata dall’alto (simile alla tradizionale militanza partitica); dall’altra parte il modello rizomatico, interconnesso, proprio di FB et similia, dove la comunicazione è democratica, libertaria e direi quasi anarchica o con parola di Aldo Capitini: omnicratica.
Post Scriptum: da questa bozza ho poi ricavato una presentazione aggiornata, per un workshop alla facoltà di Informatica di Torino, durante la protesta contro la riforma Gelmini. Qui il link al powerpoint.
Post Scriptum: da questa bozza ho poi ricavato una presentazione aggiornata, per un workshop alla facoltà di Informatica di Torino, durante la protesta contro la riforma Gelmini. Qui il link al powerpoint.
mercoledì 22 settembre 2010
Facebook/Documentalità: discutendo col Labont (FB&filosofia)
[pubblicata da Edoardo Acotto il giorno giovedì 21 gennaio 2010 alle ore 23.43]
Il bello di FB è che, pur essendo de jure un archivio di tracce potenzialmente infinito, in realtà somiglia più a un block notes magico che disperde tracce in un'anonima inutilità, annullandole de facto.
Se FB funzionasse come un archivio nessuno lo userebbe con la leggerezza con cui lo si usa.
L'archivio non è un divertissement...
Questa è la specificità di FB rispetto agli altri social network: FB, al contrario dei Blog o di Myspace, promette una potenza di micro-archiviazione che però non mantiene, e che non può mantenere semplicemente perché le sue dimensioni non sono quelle della cognizione umana bensì quelle dell'archivio virtuale in-sé.
Su FB l'archivio diventa per-altri più che per sé, ma non sembra diventare mai un archivio in-sé-per-sé...
Per esempio, per dare una qualche forma di presenza a questi pensieri, ora devo salvare il tutto in una NOTA, che affido a FB come un messaggio nella bottiglia.
Qualcuno prima o poi forse la leggerà, ma sarà sempre troppo tardi (o troppo presto...)
Il bello di FB è che, pur essendo de jure un archivio di tracce potenzialmente infinito, in realtà somiglia più a un block notes magico che disperde tracce in un'anonima inutilità, annullandole de facto.
Se FB funzionasse come un archivio nessuno lo userebbe con la leggerezza con cui lo si usa.
L'archivio non è un divertissement...
Questa è la specificità di FB rispetto agli altri social network: FB, al contrario dei Blog o di Myspace, promette una potenza di micro-archiviazione che però non mantiene, e che non può mantenere semplicemente perché le sue dimensioni non sono quelle della cognizione umana bensì quelle dell'archivio virtuale in-sé.
Su FB l'archivio diventa per-altri più che per sé, ma non sembra diventare mai un archivio in-sé-per-sé...
Per esempio, per dare una qualche forma di presenza a questi pensieri, ora devo salvare il tutto in una NOTA, che affido a FB come un messaggio nella bottiglia.
Qualcuno prima o poi forse la leggerà, ma sarà sempre troppo tardi (o troppo presto...)
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