E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)

domenica 19 settembre 2010

Gavagai, ovvero l'accettazione radicale del parlante esotico

[Nota pubblicata su Facebook mercoledì 3 febbraio 2010 alle ore 14.58]

Antropolinguista: Come si chiama quello? [indicando un coniglio che passa coniglieggiando]

Indigeno Kwyn: *Cosa intendi?* [riunendo le dita all’insù nel gesto tipico del “cosa intendi?”]

Antr.: Aha, ho capito è un *Cosa intendi?*!

Kwyn: *Ma di che parli, di quel coniglio?*

Antr.: Non posso capire quello che dici perché non dispongo ancora di un manuale per la traduzione radicale, ma interpretando l'ostensione del tuo significato-stimolo ho capito che nella tua lingua indigena quel coniglio si chiama *Cosa intendi?*

Kwyn: *Io non intendo proprio un bel nulla, sei tu che hai parlato per primo. In ogni caso quello è un coniglio, te l'ho già detto, non ne hai mai visto uno a casa tua?*

Antr.: Immagino che ora tu mi stia spiegando le proprietà che lo schema concettuale della tua tribù attribuisce ai *Cosa intendi?*…

Kwyn: *“Cosa intendi?” te l’ho chiesto io, lasciatelo dire: mi sembri proprio un pezzo di scimunito*

Antr.: Benissimo caro indigeno, ora procediamo ad associare nuove stringhe fonetiche ad altri significati-stimolo, e un po’ alla volta io ti capirò e mi farò capire. E tutto iniziando dal *Cosa intendi?*!!!

Kwyn: *Ancora? Mi hai proprio rotto col tuo “Cosa intendi?… Cosa intendi?” Se lo dici ancora una volta ti conficco quest’accetta in quella zucca vuota che ti ritrovi…*

Antr.: Ecco, l’hai detto ancora! *Cosa intendi?* E per ben due volte… Forse c’erano due conigli… Però è strano, non ho visto passare nessun coniglio adesso… Ehi, cosa stai facendo, posa quell’accetta, ti ho detto posa… Argh! No!!! Gavagai!

sabato 18 settembre 2010

Due poesie per me di Alfonso Maria Petrosino

1.
@cotto

Ehi dico a te, Edoardo Acotto, euh! tss!
non so se sai chi siamo noi (chi?).
Tu sei lo sguattero di Guattari
e Guattari varrà mezzo Deleuze,

il quale, è lui a dirlo, ha “beaucoup bu”
e non si riferisce all’acqua fresca.
È meglio la filosofia tedesca
della francese e valgono di più

le caute verità di Gadamer
di quelle di uno che scatarra e incanta
come una viola che accompagni un fado.

Per quanto invece, ahimé, riguarda me
ok, mi piace mettermi a 90,
ma tu filosofeggi al quinto grado.


2.

Al diavolo i filosofi: Platone
ha dato e detto tutto già, perfino
contraddicendosi. Qualcuno pone
una domanda a Socrate e "Sì, sì... no"

di solito risponde quel cialtrone
portando i giovani nel suo casino.
Neanche i moderni sono O.K.: Bacone
mi piace solo se c'è un egg vicino.

e di Descartes e altri rescogitanti
io francamente me ne frego e fotto,
nanetti sotto ai piedi dei giganti.

Il solo e l'unico che non mi ha rotto
e che potrei trattare con i guanti
è lo stanchissimo Edoardo Acotto

Alfonso Maria Petrosino

Pensare la gastronomia (Vogue13)

Pubblicato su Vogue.it

Nicola Perullo, professore associato di estetica all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, apre con eleganza un nuovo percorso filosofico in un campo tradizionalmente escluso dalla filosofia accademica: la gastronomia.

Il tuo ultimo libro, Filosofia della gastronomia laica, è molto bello perché analizza da un punto di vista originale problemi filosofici tipicamente contemporanei, che tu, convincentemente, mostri essere meritevoli di un’ approfondita considerazione. Puoi spiegarci in breve che cos’è la “gastronomia laica”?

Grazie. Filosofia della gastronomia laica – che ha per sottotitolo il gusto come esperienza - nasce da una doppia irritazione: da una parte, contro i pregiudizi che ancora in gran parte i filosofi hanno verso il gusto del cibo. Avere una expertise in questo campo viene considerato al massimo un hobby da praticare con misura, nulla di più, perché cucinare non è né una scienza né un’arte (secondo gerarchie antiche e ancora oggi molto diffuse), allo stesso modo in cui gustare non è un’esperienza conoscitiva né estetica. Io cerco di argomentare contro questa idea, sia teoreticamente sia eticamente, cioè militando: sono un gastronomo, da vent’anni frequento anche il mondo dei foodies, conosco cuochi e vini, ho collaborato molto anche a prodotti di valutazione gastronomica, come guide e repertori. Dall’altra parte, però, e con il medesimo gesto, la mia irritazione è rivolta a un certo atteggiamento che è emerso con forza negli ultimi anni: quello dei gastromaniaci, di coloro cioè che, costituitisi in comunità di eletti, ritengono la gastronomia quasi un sapere specialistico ed esoterico. Sono quelli che girano con macchina fotografica e telecamera e riprendono tutto quello che mangiano, analizzandolo e prendendo appunti. Ecco, credo che questo atteggiamento sia sbagliato in modo speculare a quello dei filosofi contro il gastronomico: per motivi teoretici (il cibo ha, tra le sue peculiarità, quella di essere un oggetto d’uso quotidiano, necessario alla vita, e dunque strutturalmente legato a una dimensione anche volgare: uso questa espressione nel suo senso più profondo), e per motivi etici. I gastronomi ossessivi-compulsivi di cui oggi pullula l’universo on-line – basta fare una ricerca dei blog tematici per verificarlo – sono persone che finiscono per assumere un atteggiamento insopportabile e pedante, autistico e autocompiaciuto, che sopperisce carenze di altro tipo sublimandole nel gusto per il cibo.
L’espressione gastronomia laica indica una terza possibilità, che chiamo anche “saggezza gustativa”: massima attenzione e rispetto per il gusto, per il piacere e il sapere che possiamo trarne, ma anche massima apertura alla sua molteplicità di manifestazioni, senza dogmi di sorta.

Le categorie che usi nel tuo libro a proposito del cibo (conoscenza, piacere, indifferenza), potrebbero essere riferite anche al modo di abbigliarsi?

Credo di sì. Anzi, credo che queste categorie possano riferirsi a tutte le modalità in cui possiamo esperire qualcosa. A me piace molto l’idea che noi siamo sempre dentro a contesti, a esperienze, rispetto alle quali siamo sia attivi che passivi, abbiamo margini di scelta e orientamento ma anche “paletti” dati da come le cose si danno a noi in quel determinato contesto. Ci si può vestire solo per il piacere  che ci dà un certo modello un certo tessuto, ma anche per il piacere di essere visti e apprezzati (e questo accade anche nel gusto del cibo, anche se forse a proporzioni invertite: l’immagine ovviamente è più immediata e forte nel caso dell’abbigliamento). Ci si può vestire in un certo modo perché si conoscono le caratteristiche, la storia, le qualità del prodotto, e perché con questo si vuole dare un certo messaggio (e questo vale anche per il cibo). E ci si può vestire come capita, senza alcuna cognizione e senza godere del modo in cui ci si abbiglia, tanto per coprirsi: vale anche per il cibo, quando il gusto lascia spazio alla sola necessità nutritiva. Anche per l’abbigliamento, credo che la modalità “saggia” possa costituire un atteggiamento interessante: tutte tre le categorie possono andare bene in determinati contesti e in esperienze opportune.

Nel tuo libro a un certo punto dici che nell'immaginario massmediologico la moda è trattata meglio del gusto: secondo te perché?

Il design come ambito degno di essere annoverato nella cultura è stato sdoganato già da molto tempo. Gillo Dorfles, in Italia, comprese già negli anni ’50 quanto la sartoria e la moda fossero attività estetiche. Credo che la questione riguardi il fatto che la capacità di fare sia in questo caso connessa a un manufatto che, innanzitutto, si apprezza con la vista, laddove il cibo, per quanto godibile agli occhi, deve poi essere gustato; e la gerarchia del sensibile (vista e udito superiori a gusto e olfatto) gioca qui un ruolo. Inoltre, questo manufatto visibile, il prodotto di un designer o uno stilista, è qualcosa che perdura nel tempo: anche se il mio cappotto si consuma, il modello del mio cappotto resterà come opera dello stilista. Nel caso del cibo, le cose vanno diversamente: il manufatto si consuma. E quel che resta, la ricetta che l’ha creato, non è sufficiente: l’ingegnosità non è nella ricetta ma nella sua esecuzione, che viene verificata solo al momento del consumo. Si aprono qui ulteriori questioni molto serie, che riguardano la gerarchia  dei saperi e dei mestieri: tipicamente, il lavoro intellettuale sta più in alto di quello manuale. Oggi, alcuni cuochi come Adrià possono essere da alcuni considerati “artisti” (Adrià è stato l’unico cuoco mai invitato a Documenta a Kassel nel 2007) nella misura in cui per l’appunto vengono identificati come designer, master of concept, e non come cucinieri/manipolatori/artigiani. È un tema che io affronto criticamente, non mi convince questa suddivisione gerarchica, ma di fatto è quella che ha un po’ sdoganato la cucina nel campo della cultura “alta” in questi ultimi anni. Invece, se guardiamo alla cucina tradizionale, si trova una grande presenza sui massmedia ma ancora molto spesso con uno sguardo poco attento e a volte un po’ troppo folcloristico.


http://www.meltemieditore.it/Scheda_libro.asp?Codice=Y092

venerdì 17 settembre 2010

Moda e pornografia.



NON PUBBLICATO su Vogue.it


SECONDA VERSIONE

Lo spettacolo della pornomoda.

Nella letteratura saggistica contemporanea la pornografia è stata spesso associata alla moda e all’arte.

Secondo certi scrittori l’algida postura fisica delle modelle, resa stereotipica da fotografi celebrati come Helmut Newton, è paragonabile all’indifferenza senza vergogna delle attrici pornografiche, sui cui si è soffermato anche il grande scrittore americano David Foster Wallace in Considera l’aragosta.
Il filosofo italiano Giorgio Agamben ha notato che, nell’epoca del capitalismo dello spettacolo, l’immagine del corpo umano è divenuta pura merce: l’indifferenza esibita dai pornodivi e dalle mannequins è una paradossale resistenza al farsi oggetto della persona umana.
Anche nello sguardo della persona più sottomessa e divenuta simile a un puro oggetto di consumo sessuale e spettacolare, brilla la luce irriducibile dell’umanità? Certo, purché si ricordi che l’essere umano è innanzitutto l’individuo e non la specie, l’insieme o l’essenza.
Nonostante lo schermo fitto di immagini, l’umanità individuale traspare per un istante nel pianto improvviso della pornodiva durante un’intervista sulla sua vita o nella momentanea défaillance della modella superbamente incedente.
In entrambi i casi, l’indifferenza manifesta che sembrava segnalare l’esistenza di un irreale mondo di perfezione al di là del mondo mercificato si squarcia per un istante e mostra la realtà e il suo semplice orrore.


PRIMA VERSIONE
Il capitalismo spettacolare riesce realmente a ridurre le persone a oggetti?

Nella letteratura filosofica contemporanea la pornografia è stata spesso associata alla moda, per esempio dal filosofo italiano Giorgio Agamben e dal critico letterario Marco Belpoliti.
L’algida postura fisica delle modelle, resa stereotipica da fotografi come Helmut Newton, sembra paragonabile all’indifferenza senza vergogna delle attrici pornografiche, sui cui si è soffermato anche il grande scrittore suicida David Foster Wallace.
Entra in questa consorteria dell’indecenza esibita anche l’arte contemporanea, attraverso l’esibizione sistematica e massiccia di corpi nudi femminili che ha reso famosa un’artista come Vanessa Beecroft, con le sue performance di protagoniste senza veli.
Agamben nota che nell’epoca del capitalismo dello spettacolo, l’immagine del corpo umano è divenuta pura merce e che l’indifferenza esibita da pornodivi e mannequins è una paradossale resistenza al farsi oggetto della persona umana. Lo stesso Agamben ha sostenuto in uno dei suoi libri più famosi che l’essenza dell’umano è il nucleo inumano che si cela nella sua intimità.
Dunque, anche nello sguardo della persona più sottomessa e divenuta simile a un puro oggetto di consumo sessuale e spettacolare, brilla la luce irriducibile dell’umanità?

giovedì 16 settembre 2010

Formalizzare la rilevanza musicale (abstract per AISC)

Il presente studio ha come obiettivo la formulazione e la formalizzazione del concetto di Rilevanza Musicale, a partire dalla Relevance Theory di Sperber e Wilson (1986/1995). Pur concepita nell’ambito del computazionalismo, tale teoria non ha ancora trovato applicazioni computazionali e non è mai stata applicata alla cognizione musicale. Il concetto di Rilevanza Musicale permetterebbe di spiegare in parte il comportamento musicale degli ascoltatori e le scelte dei compositori e un’efficiente implementazione potrebbe fornire un ausilio alla composizione. Inoltre, indagare la plau-sibilità di un dispositivo computazionale per il calcolo della Rilevanza Musicale può contribuire alla formulazione di una teoria cognitiva dell’ideazione musicale e del pensiero creativo in generale. In questo studio proponiamo di ibridare la Relevance Theory con la Generative Theory of Tonal Music di Fred Lerdhal e Ray Jackendoff (1983), al fine di formulare un algoritmo per il calcolo della Rilevanza Musicale, approssimando così un modello di simulazione del ragionamento musicale.

martedì 14 settembre 2010

Lo spettacolo edulcorato del male (Vogue8)

Pubblicato su Vogue.it

L'iconica Lady Gaga appare in una mise letteralmente schifosa: un non-vestito di carne. Stefani Joanne Angelina Germanotta si conferma come la geniale sovrana del Brutto spettacolare


Dopo le foto di Terry Richardson apparse su Vogue Japan che la ritraevano nuda e ricoperta di carne, Lady Gaga si è presentata agli MTV Video Music Awards con un vestito di (finta) carne.
Questo abito sembra dover suscitare nel guardante una reazione alla Woody Allen: "ehi, questa è carne, e dovrebbe stare dentro!". Una copertura che esibisce un simulacro dell'invisibile interno corporeo è un paradosso in forma di vestito: apparentemente la funzione dell'abito si capovolge, ciò che è dentro si vede fuori. Le cose però non sono così semplici.
In un suo vecchio video, Robbie Williams faceva uno striptease finendo per togliersi pelle, muscoli e gli organi interni: qui la violenza era diretta contro l'immagine di se stesso. Nella recente finzione di Lady Gaga, invece, la carne è altrui: la vittima non è l'indossatrice, ma sono altri (Uomini? Animali?).
In secondo luogo: le legittime proteste della People for the Ethical Treatment of Animals ("Francamente non riesco a capire cosa ci sia di bello o ammiccante in queste fotografie", ha detto la presidentessa) colgono inconsciamente il punto essenziale: l'abito di carne suscita disgusto perché è brutto.
[E poco valgono le dichiarazioni/giustificazioni - per quanto vaghe - rilasciate il giorno seguente a un talk show ("L'ho indossato per dare un messaggio: dobbiamo credere nei nostri principi e se non difendiamo i nostri diritti diventeremo come pezzi di carne"). Il disgusto rimane.]
Nulla a che vedere con l'anarchia estetica dei punk o di un Marilyn Manson, di casa nel mostruoso: qui si parla di un semplice brutto. Nell'ambito dell'industria spettacolare, Lady Gaga ha fatto di se stessa l'icona della bruttezza glamour, forma aggiornata ed edulcorata del Male.
Se il Male ha ormai perso il suo fascino romantico, parassitato dallo Spettacolo in tutte le sue forme - horror, splatter, pornografia sadomaso, pulp - il brutto spettacolare (quindi fasullo) attendeva il suo esploratore come un terreno vergine.
Ora la bandiera di Lady Gaga svetta trionfante sul cranio del Brutto.

domenica 12 settembre 2010

Rispostina a Francesco Piccolo sugli intellettuali e il Nuovo

[Questa nota è molto vecchia: non sapevo chi fosse Francesco Piccolo. Ora so chi è, perché sto leggendo il suo La separazione del maschio e ne parlo a questo link]

(commento a un articolo sul Domenicale di oggi, 12 settembre)

A mio parere, la percezione dell’intellettuale come reazionario è fondata dall’atteggiamento che la maggior parte degli intellettuali “umanisti” ha nei confronti della mente, considerata come una tabula rasa soggetta alle varie impressioni dell’ambiente sociale, dunque a cultura educazione repressione ecc. La concezione della mente come tabula rasa, criticata dalla psicologia evoluzionistica (con gli eccessi di Steven Pinker) ha portato gli intellettuali ad autoconvincersi che con l’aumentare degli stimoli sociali la mente si saturi di spazzatura. Così non si capisce che gli stimoli che provengono dal mercato sociale rispondono anche (se non soltanto) alle esigenze della reale natura della mente, pur mercificate dalle dinamiche del capitalismo: i bisogni dei consumatori non si inducono partendo da zero ma si sfruttano selezionando quelli più profittevoli.
La paura dell’“invasione della mente” inizia forse con la nascita dell’antropologia culturale (scoprire popoli con usanze diverse alimentò il falso mito di una variabilità infinita delle possibilità antropologiche) e continua al giorno d’oggi con l’adozione della vulgata postmoderna, che separa la mente dalla materia e rende puramente culturale le sorti del pensiero sociale. Il marxismo e il cutluralismo di sinistra, ovviamente, sono tra le filosofie contemporanee più responsabili di avere propagato il modello della mente tabula rasa (si veda sull’argomento il libretto di Singer: Per una sinistra darwiniana).
Finché gli intellettuali di sinistra continueranno a trovare buoni argomenti nelle critiche heideggeriane alla tecnica, o nell’errata idea orwelliana che il pensiero dipenda totalmente dal linguaggio (propria anche dell’anti-berlusconismo più impotente), l’intellettuale umanista verrà sempre considerato un tecnofobo e un alleato della conservazione. E a ragione!

[cfr. Interpretanti e Trasformatori, 1. Intellettuali che vogliono educare il pubblico]

mercoledì 8 settembre 2010

La vita elegante secondo Balzac (Vogue7)

Pubblicato su Vogue.it

In un trattatello incompiuto scritto nel 1830, Honoré de Balzac ha immortalato con sublime cattiveria il gusto e l’ideologia comportamentale e vestimentaria della Restaurazione.

Alcuni degli aforismi che compongono La vita elegante sembrano ancora attualissimi, mentre altri grondano un’ideologia conservatrice ottocentesca che ha almeno il merito di essere chiaramente esplicitata.
Per Balzac, per esempio, la divisione della società in classi è naturale, cristiana e ovvia: “Simili alle macchine a vapore, gli uomini irreggimentati al lavoro si presentano tutti sotto la stessa forma e non hanno nulla di individuale … Per tutti questi infelici la vita si riduce a un po’ di pane nella madia e l’eleganza a una cassa di stracci”.
Nonostante il suo feroce classismo, per Balzac la ricchezza è condizione necessaria ma non sufficiente dell’eleganza: “un uomo diventa ricco; nasce elegante”.

Ecco alcuni pensieri e precetti balzachiani:

• L’abbigliamento è l’espressione della società
• La trascuratezza nel vestire è un suicidio morale
• Il bruto si copre, il ricco e lo sciocco si adornano, l’elegante si veste
• L’abbigliamento è, al tempo stesso, una scienza, un’arte, un’abitudine, un sentimento
• L’eleganza non consiste tanto nel vestito quanto nel modo di portarlo
• Il vestire non deve essere un lusso
• Tutto ciò che mira all’effetto è di cattivo gusto, come tutto ciò che è chiassoso
• Andar più in là della moda vuol dire cadere nella caricatura

Pensieri ragionevoli! Ma ricordiamo che “per essere fashionable, bisogna godere il riposo senz’essere passato per il lavoro; cioè aver vinto una quaterna, o esser figlio di milionario, principe, sinecurista o quattrinaio”.

( “Trattato della vita elegante”, Bompiani, 1982)

lunedì 6 settembre 2010

Tre mail al Manifesto su Raimo

3.

Caro Manifesto,
sono lieto di constatare che le mie due mail di protesta contro Questione di performance, di Christian Raimo, hanno sortito un effetto positivo. L’articolo di Raimo che pubblicate oggi in prima pagina è un bell’articolo condivisibile, tranquillo, ben scritto, accettabilmente ironico, e persino propositivo (l’idea delle biblioteche in ogni quartiere, che Raimo cita dal libro di Antonella Agnoli, non sarà sua ma è buona).

Vi ringrazio molto, quindi, per aver finalmente convinto Raimo a lasciar perdere le “provocazioni”, specialmente quelle filosofiche, che non gli vengono col buco.

Coi migliori saluti

Edoardo Acotto

PS: Solo non capisco una cosa: visto che mi avete dato ascolto, almeno una mia mail potevate pubblicarla, no?

RISPOSTA DELLA REDAZIONE: Non abbiamo certamente "convinto" Raimo a scrivere una cosa invece di un'altra. Siamo lieti che il secondo articolo le sia piaciuto. Quanto alla pubblicazione dei commenti, vale la risposta data al suo commento precedente.




2.

Caro Manifesto,
ieri avete pubblicato alcune righe di una lettrice che si dice entusiasta delle "provocazioni" di Raimo. Qualche giorno fa io vi avevo spedito una serie di critiche indignate per la grave insipienza di “Questione di performance”, ma non mi risulta che abbiate pubblicato neanche un rigo. Se non volete sembrare un po’ autoelogiativi, perché non pubblicare accanto alla mail entusiasta almeno una mail di critica?
Fermo restando che da voi non mi aspetterei inutili "provocazioni" (ma a quali soggetti, poi?) bensì intelligenti analisi e proposte politiche. Come quelle cui mi avete abituato nel corso degli anni.
Coi migliori saluti

Edoardo Acotto


RISPOSTA DELLA REDAZIONE: Il suo commento è stato regolarmente pubblicato il giorno stesso. Se non volete sembrare un po' prevenuti, perché non guardare prima di protestare?



1.

Cari amici e soprattutto compagni del Manifesto,
mi dispiace dovervi dire che l’articolo di Christian Raimo in prima pagina l’altro ieri (http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2010/mese/08/articolo/3286/), Questione di performance, a meno che si tratti di uno scherzo saccente di cui non colgo il senso, fa gran torto all’intelligenza del vostro giornale e dei suoi lettori.
Non basta certo essere scrittori per saper formulare pensieri sensati su qualsiasi argomento, specie volendo attingere alla filosofia (specie conoscendola in modo approssimativo e superficiale come sembra essere il caso di Raimo).
Le stupidaggini snocciolate nell’articolo sono numerose e gridano vendetta: le elenco in ordine sparso.

1) Citando Wittgenstein (che non ha mai sostenuto che non possiamo uscire dai limiti del nostro linguaggio) e Austin (non “cinquant’anni dopo Wittgenstein” ma trenta: la sua teoria è formulata negli anni ’50 mentre il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein è pubblicato nel 1921), Raimo prova a farci una lezioncina scarsa scarsa sugli atti linguistici ma fraintende completamente il “performativo” e lo stravolge in un concetto posticcio e assurdo quale quello di “performativo vuoto”. Se il lettore non conosce l’argomento non ne capirà nulla, mentre se lo conosce si metterà a ridere. L’atteggiamento di un comunicatore serio non dovrebbe essere quello di sforzarsi di mettere il lettore in grado di capire o, nell’impossibilità di farlo, lasciar perdere?
2) Raimo ci spiega la sua finissima strategia per rovesciare l’impero berlusconiano: non dobbiamo prendere in considerazione il contenuto di quello che dice Berlusconi perché quello non farebbe mai vere dichiarazioni ("il senso di ciò che dice sta sempre nell'effetto che queste frasi producono": formula generica che si adatta benissimo all'intero linguaggio). Ora, è chiaro che Raimo non sa di che parla: un atto linguistico performativo ha ovviamente un contenuto semantico che lo distingue da altri performativi (provate a registrare vostro figlio all’anagrafe come Piersilvio per poi pretendere che il suo vero nome sia Agostino…) mentre un “performativo vuoto” è un mostro concettuale che esiste soltanto nella testa di Raimo. Il punto è che ai berlusconiani PIACE IL CONTENUTO di ciò che Berlusconi dice, nella maggior parte dei casi ben sapendo che si tratta di affermazioni false. Berlusconi gioca con il becero immaginario fascistoide di chi lo vota sapendo che toglierà tasse ai ricchi, non combatterà l’evasione fiscale, aiuterà la mafia, spezzerà le reni al lavoro dipendente e operaio, ecc. Il problema sono i berlusconiani, non il linguaggio che Berlusconi usa per farli ridere.
3) Raimo dice che il danno fatto da Berlusconi dipende dal suo linguaggio che avrebbe addirittura mutato radicalmente lo scenario della comunicazione. C’è qui – nella migliore delle ipotesi – una visione superficiale e intellettualistica del linguaggio come se non fosse incarnato negli individui che compongono una società. Raimo direbbe forse che il regime mussoliniano durò vent’anni grazie alla retorica di Mussolini anziché per il consenso datogli dagli italiani, da spiegarsi in sede storiografica? Il punto è che molti italiani votano Berlusconi perché sono berlusconiani, ossia fascisti, e il linguaggio non ne può nulla, limitandosi a rispecchiare la disgustosa rozzezza di questi fascisti, siano essi borghesi o proletari, del nuovo millennio. Di nuovo, il problema sono i berlusconiani, non il loro linguaggio.
4) Raimo dice che dobbiamo delegittimare Berlusconi lanciando spiritose sentenze come: “Berlusconi puzza, non sa l’inglese” ecc. E’ un consiglio talmente stupido da far venire il dubbio di una presa in giro. Spero di vedere presto Raimo affrontare Berlusconi in piazza urlandogli le sue frasi strategiche. (Nota personale: nel 2001, subito dopo Genova, fui aggredito dagli scagnozzi marettimani di Gasparri quando osai disturbare una pubblica festa in suo onore, irrompendo con una maglietta che recava la scritta “Gasparri noglobal”. Una simpatica cazzata situazionista che non farei più e che mi guardo bene dal proporre come modello di azione politica per sconfiggere il berlusconismo).
5) Raimo dice che Berlusconi non ha un progetto, quindi non possiamo attardarci a combatterlo. Se quello che Berlusconi ha fatto in questi 15 anni non è la distruzione della Repubblica e di ogni servizio pubblico, allora vorrei che Raimo mi spiegasse che diavolo ha fatto e sta facendo Berlusconi da 15 anni: il gioco dei performativi?
6) Infine, Raimo dice che Berlusconi “non è nemmeno una cattiva persona, ma soltanto un vecchio rompiballe”. Quando non si sa più chiamare col suo nome il fascismo berlusconiano, allora il fascismo ha davvero vinto.

Concludo invitandovi a non abbassare la guardia: è da tempo che la stupidità e l’ignoranza stanno distruggendo la Sinistra. Uno scivolone può andare (siamo ad agosto, lo so), ma se anche voi iniziate a dare spazio all’italica onnivora cialtroneria, siamo davvero fottuti.

Edoardo Acotto

domenica 5 settembre 2010

Se “Io è un altro”, chi è il mio sosia? (Vogue4)

Pubblicato su Vogue.it

Con la sua frase paradossale, Arthur Rimbaud non pensava certo a quello speciale alter-ego che, dopo Plauto, chiamiamo sosia. Eppure, nella società delle immagini, i sosia manifestano la non-coincidenza dell’io con se stesso.


Il sosia è un io vuoto, privo dell’essenza che costituisce l’individuo di cui il sosia è icona parassitaria. Ma in un mondo come il nostro in cui l’essenza non conta nulla e l’apparenza fenomenica è tutto, la falsità dell’imitatore rispetto alla verità dell’imitato assume forse un significato inedito.
Manifestando l’indefinita riproducibilità dell’immagine corporea e rendendola autonoma dal suo legittimo proprietario, il sosia ci ricorda che nessun individuo è realmente unico.
L’odierna società totalitaria dello Spettacolo ha creato le condizioni per l’esistenza di grottesche moltitudini di sosia. La schiera gerarchica aspira a imitare il gerarca: le truppe militari somigliano al Capo come i fan tendono a somigliare alla propria celebrity, rockstar o uomo politico. La moda dei sosia delle celebrità rende manifesta la virtuale scambiabilità delle persone mercificate nella loro immagine. L’individuo non ha più sostanza. Ego = Alter.
Perciò il sosia più inquietante è quello della persona amata (si vedano Solaris di Tarkovsky e The last Tycoon di Kazan). Il sosia della persona amata, mettendone in scena l’impossibile ritorno, mostra che l’amore è sempre stato impossibile.
Percepisco facilmente l’infinito strazio dei fan di Michael Jackson al vederne i poveri sosia.

Il normale ritorno all'anormalità (Vogue6)

PUbblicato su Vogue.it

L’inquietudine insita nel rientro dalle vacanze è un indice emotivo dell’alienazione della nostra esistenza lavorativa?

Secondo il situazionista Guy Debord, il tempo in cui noi occidentali capitalisti viviamo è irrimediabilmente mercificato: in esso la dimensione qualitativa della vita è stata soppressa dall’alienazione del lavoro. Questo tempo è pseudo-ciclico perché “il vissuto quotidiano … ritrova del tutto naturalmente il vecchio ritmo ciclico che rego¬lava la sopravvivenza delle società pre-industriali.” Per Debord “il tempo pseudo-ciclico poggia sulle tracce naturali del tempo ci¬clico, e contemporaneamente ne compone nuove combina¬zioni omologhe: il giorno e la notte, il lavoro e il riposo settimanale, il ritorno dei periodi di vacanze.” (La società dello spettacolo)
Se il nostro lavoro è alienato, tuttavia le vacanze interrompono l’anormale (alienata) vita lavorativa in un modo oggi percepito come normale, al punto da sembrare del tutto irrinunciabile. Senza un’interruzione anche piccola, ma tale da costituire un segmento temporale definito e memorabile, che senso avrebbe sopportare l’opprimente linearità del lavoro annuale? La continuità del lavoro sovrapposta alla ciclicità stagionale sembrerebbe una condanna simile all’eterno ritorno di Nietzsche.
Le vacanze non sono certo una caratteristica naturale dell’essere umano (si pensi a un crudo resoconto dell’ininterrotto lavoro contadino come La Malora, di Fenoglio) ma un’invenzione capitalista (altra cosa l’otium dell’antichità o la villeggiatura della nobiltà ancien régime).
Così, se tornare al nostro lavoro non ci entusiasma, possiamo almeno pensare che al di fuori del capitalismo la natura non fa vacanze.

mercoledì 4 agosto 2010

La moda è un’epidemia (Vogue5)

Pubblicato su Vogue.it

La moda sembra sfuggire a un concetto definitivo capace di coglierne tutte le sfaccettature, nonostante filosofi, semiologi e scrittori abbiano provato a definirla. Le forme della moda si trasmettono come un contagio: ecco un’ipotesi per spiegarne la logica.

L’ “epidemiologia delle rappresentazioni” di Dan Sperber, antropologo francese allievo di Lévi-Strauss, può forse fornire una chiave di lettura per spiegare in modo semplice ed elegante i mutamenti della moda.
Secondo Sperber, tutte le rappresentazioni mentali individuali e collettive - idee e forme sociali - si comunicano e trasformano seguendo un principio di ottimalità: la mente umana preferisce rivolgersi a ciò che esibisce il rapporto migliore tra sforzo necessario per l’elaborazione ed effetto provocato. In altre parole, preferiamo le cose più rilevanti, quelle che nel contesto delle nostre idee richiedono il minimo sforzo di comprensione e il massimo effetto informativo o estetico.
Se questo è vero, l’arbitrio della moda può sembrare un po’ meno casuale di quanto spesso non si creda. Anche una moda quanto mai eccentrica seguirà il principio di rilevanza: le sue forme vestimentarie tenderanno a essere le migliori in termini di difficoltà di comprensione a partire da un insieme di dati contestuali (la moda precedente, il gruppo sociale ecc.) ed effetto estetico perseguito.
Dato un certo contesto, dunque, a parità di effetto estetico è più rilevante l’abito più semplice da comprendere; viceversa, a parità di comprensibilità è più rilevante l’abito che produce l’effetto cognitivo più notevole.
Volete dunque essere stilisti di gran voga? Ottimizzate la rilevanza dei vostri abiti!

mercoledì 7 luglio 2010

Gillo Dorfles nel 1969 osservava che gli italiani vestivano meglio di altri popoli. La situazione è cambiata... (Vogue3)


Pubblicato su Vogue.it


In un testo di quarant’anni fa, Dorfles faceva proprio il luogo comune secondo cui gli italiani vestivano meglio di altri popoli: “se ci guardiamo attorno, se osserviamo le folle delle nostre città e dei nostri villaggi e le paragoniamo a quelle di altri paesi a eguale e anche superiore sviluppo economico industriale, dobbiamo convenire che il popolo italiano è tra i “meglio vestiti” (p. 103).
Il critico azzardava poi una relazione tra il gusto per l’abbigliamento e l’incuria italiana negli aspetti importanti della vita: “purtroppo questo va a tutto detrimento di altri settori che sono vergognosamente trascurati; la cura della propria casa: il rispetto del paesaggio; lo sviluppo d’una coscienza civica” (p.104).
Come mi ha fatto notare una volta un giornalista francese esperto di Italia e italiani, oggi la situazione sembra opposta a quella descritta da Dorfles nel 1969: l’italiano medio si distingue per la bruttezza dei suoi vestiti (che a me sembrano tendere a un nero conformista e minaccioso).
Sarebbe però errato dedurne che gli italiani abbiano riversato tutta la loro attenzione sul rispetto del paesaggio o tantomeno sullo sviluppo di una coscienza civica: in logica, che A implichi B non implica affatto che la negazione di A implichi la negazione di B.

(Tratto da: Gillo Dorfles, Fattori estetici nell’abbigliamento maschile, in AA.VV. Psicologia del vestire, Bompiani, 1972)

martedì 29 giugno 2010

Taricone/Reinfaldt

La morte di Pietro Taricone mi ha fatto venire in mente un singolare personaggio che aveva colpito la mia fantasia molti anni or sono quando abitavo a Parigi. Ne avevo disegnato un ritrattino in un racconto intitolato Volare, qui rieditato.

Nel 1911, un sarto parigino di nome Reinfaldt pensò bene di lanciarsi giù dalla Tour Eiffel vestito di un mantellone da lui stesso confezionato, il quale avrebbe dovuto fargli quasi da ali e permettergli nella sua fantasia di volare come un aliante, planando sulla folla e sentendosi molto potente nel librarsi come aerea creatura.
(Spicca con evidenza come il mantellone sartoriale altro non fosse che un prototipo del moderno paracadute.)

Si spatasciò Reinfaldt al suolo davanti al pubblico curioso accorso per l'occasione, e “secondo l'autopsia, morì di infarto prima ancora di toccare terra” (dalla Guida Peugeot di Parigi).

Ipocrita volatore, mio simile, fratello!

mercoledì 23 giugno 2010

The National, Fake Empire (mia traduzione)



Stai fuori supertardi questa notte
A pigliar mele e a fare torte
Metti qualcosa nella nostra gazzosa
e bevitela con noi
siamo semidesti in un impero falso
siamo semidesti in un impero falso

In punta di piedi nella città che riluce
ciabattine diamantate ai piedi
Fa' pure il tuo gaio balletto sul ghiaccio
noi abbiamo un uccellino azzurro sulle spalle
siamo semidesti in un impero falso
siamo semidesti in un impero falso

Spegni la luce e di’ buonanotte
Basta coi pensieri per un po'
Cerca di non voler capire tutto insieme
è difficile seguirti mentre piombi giù dal cielo
siamo semidesti in un impero falso
siamo semidesti in un impero falso


Stay out super late tonight
picking apples, making pies
put a little something in our lemonade and take it with us
we’re half-awake in a fake empire
we’re half-awake in a fake empire

Tiptoe through our shiny city
with our diamond slippers on
do our gay ballet on ice
bluebirds on our shoulders
we’re half-awake in a fake empire
we’re half-awake in a fake empire

Turn the light out say goodnight
no thinking for a little while
lets not try to figure out everything at once
It’s hard to keep track of you falling through the sky
we’re half-awake in a fake empire
we’re half-awake in a fake empire

martedì 15 giugno 2010

Naturalizzazione o arte!

Direi che Popper è invecchiatiello, è chiaro che la pratica degli scienziati non corrisponde al suo ideale falsificazionista. Per fare un esempio concreto: nessuno chiede fondi per una ricerca che voglia falsificare qualcosa, ma tutti ne chiedono per progetti di ricerca che "dimostrino" qualcosa... Il che è ovvaimente assurdo ma va tenuto presente.

Con “scientifico” intendo alla Chomsky ciò che si basa su "evidenze sperimentali", e naturalmente so che qualsiasi filosofo può contestare il concetto di "evidenze sperimentali", ma lì penso appunto che lo scienziato cognitivo debba avere il coraggio di posizionarsi a cavallo di filosofia e scienza, surfando sulle onde delle difficoltà concettuali e ideologiche.
Riguardo all'evoluzionismo, per esempio, non è un obbligo per lo scienziato cognitivo, vedi Chomsky, Fodor, Piattelli e altri vegliardi. Io penso che sia la direzione sbagliata, ma riconosco che l'evoluzionismo rischia sempre di diventare un dogma (come già vedeva acutamente Wittgenstein in un Pensiero diverso).

Allora tutto ciò che non è sperimentalmente osservabile non è scientifico? No, perché c'è del metodo anche altrove. Il punto è: SE in un dominio nel quale SI PUO' SPERIMENTARE, non si sperimenta e ci si affida al qualitativo fenomenologico primapersonalistico, allora direi che lì si sta andando fuori dal seminato.
Il che, essendo io anarchico anche filosoficamente, non è un peccato da punire, ma semplicemente una scelta che non va occultata e che può avere risultati bellissimi.

La fenomenologia è ovviamente una disciplina grandissima che ci ha insegnato molto: il punto è che qualsiasi disciplina che escluda a priori la possibilità della sua naturalizzazione è una disciplina antiscientifica.

O naturalizzazione o arte!

venerdì 4 giugno 2010

Come Hrundi Bakshi al cesso

Vi ricordate Hrundi Bakshi (Peter Sellers) in quella memorabile scena di The party (Hollywood party), che è il mio film-feticcio? Hrundi va nel bagno della villa e inizia a fare un casino dopo l'altro: gli cade il quadro nel cesso e lo asciuga con la cartaigienica, ma il rotolo inizia a scorrere e non si ferma più e lui guarda in perfetta immobilità indiana il cumulo di carta che si sta formando... Poi mette tutta la carta nel cesso e tira l'acqua, lo sciacquone non si arresta e l'acqua inizia a tracimare dal cesso allagando tutto il bagno, dal quale alla fine Hrundi fuggirà per non essere scoperto dalla cameriera. (Esce dalla finestra, si arrampica sui tetti, scivola e cade epicamente nella piscina).

E da qualche parte Derrida dice di sentirsi talvolta come quei nevrotici ossessivi che si lavano le mani di continuo, solo che lui ha l'impressione di sporcarsele ancor di più, lavandosele.

Quando sto male, io mi sento come Hrundi Bakshi al cesso, tocche le cose e cadono per terra, non cooordino i movimenti, ogni gesto mi sembra difficile, ci sono attimi in cui la catastrofe mi sembra a portata di mano e attendo che il mondo mi crolli addosso tutto assieme.

La sindrome di Stendhal e la professoressa di fisica

Fino al penultimo anno di liceo ero molto bravo in matematica e fisica, ero intuitivo e lavoravo con facilità e soddisfazione. Sentivo che la mia mente mi portava da quella parte e avevo l’intenzione di iscrivermi al corso di laurea in fisica o matematica.
Poi arrivò una professoressa giovane e carina, di cui nemmeno ricordo il nome, e tutto cambiò. La prof era una ragazza alta, carina e molto affettuosa con me, e l’agio con cui ci spiegava fisica e matematica mi conquistò in tempi brevissimi.
Gradualmente la matematica e la fisica persero quella fredda esattezza che prima le contraddistingueva ai miei occhi: non più perfette porte e finestre sull’essere, ora erano incorniciate dalla femminile presenza di lei. Dietro alle equazioni c’era ora la mia speranza di risolverle bene, per lei, e la mia paura di sbagliarle e di apparire ai suoi occhi uno qualsiasi, come i miei compagni, magari volenteroso ma incapace.
Quasi non conservo memoria di nulla di tutto ciò, ma so che è successo davvero, anche se forse nessuno oltre a me potrebbe testimoniarlo.
[continua]

giovedì 3 giugno 2010

Il sesso delle cose (Vogue2)


Pubblicato su Vogue.it


Secondo Mario Perniola non possiamo più distinguere il corpo e gli abiti. La pelle è un tessuto e gli abiti sono una seconda pelle, indistinguibile dalla prima. Anche questo è ciò che Benjamin chiamava “sex-appeal dell’inorganico”. Nel caos postmoderno le cose non hanno più senso ma fanno sesso. “La lingua che mi pervade e mi copre, il sesso che mi penetra e mi indossa, la bocca che mi succhia e mi spoglia, tutto è metafora vestimentale. (…) Le pieghe del sesso femminile non sono diverse dagli affossamenti del tessuto del sedile, la pelle che scorre lungo l’asta del sesso maschile è affine alla fodera del bracciolo: le vesti di carne dei nostri corpi, liberate dal tempo e sospese in un incanto senza attesa, sono l’oggetto di un investimento sessuale infinito ed assoluto che potrebbe sembrare più consono a un sarto, a una modista, a un tappezziere impazziti che ad un filosofo”. Secondo Perniola il filosofo deve proclamare che il regno delle cose è “l’impero di una sessualità senza orgasmo”, neutra, sospesa e artificiale (Mario Perniola, Il sex appeal dell’inorganico, Einaudi, 1994).

Passioni tristi sciò

Non sopporto le risse: ora che di nuovo sono partiti insulti e minacce di querela non riuscirò nemmeno a leggere la nota di Paolo Melissi che immagino interessante.

Dopo lo scazzo con Gilda Policastro mi ero scusato con lei, in privato, dopo la morte di Sanguineti cui la sapevo molto legata, non certo per il "delirante gruppo" (GP) da me fondato ("Gilda Policastro's academic hearts club band") in seguito agli scazzi con lei, poi secretato (alcuni amici comuni sembravano impazziti dal dolore): era un'idea satirica carina e per nulla infamante, ma in tutta la vicenda mi pareva di essermi lasciato prendere troppo dalle passioni tristi.
Che mi schifano.
E di tutte le passioni tristi mi schifano soprattutto quelle provocatemi dai dissidi innescati a proposito di letteratura.
Come ha detto giustamente Lello Voce (anche con lui, che minacciava "ceffoni" a chi aveva deriso GP, ci siamo chiariti, perché non c'era motivo per insultarsi per nulla): in fondo è solo letteratura del cazzo, no?