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sabato 20 maggio 2017

L'Erasmus mancato (Roman nouveau 4)

L'Erasmus mancato (forse nota n.1)

Uno dei primi libri importanti di Derrida si intitola La voce e il fenomeno: è un confronto con la fenomenologia husserliana, questa filosofia che si voleva assolutamente rigorosa e che invece Derrida mostra essere vincolata a presupposti criticabilissimi, che assoluti proprio non sono. Nella sua tesi di dottorato, anche Theodor Wiesengrund Adorno  aveva argomentato, da hegeliano, contro l'assoluta e astratta purezza della fenomenologia della coscienza intenzionale. Ma Derrida non pare avere mai preso troppo sul serio Adorno. Il che è quantomeno singolare, data l’importanza del pensiero adorniano per la filosofia critica della seconda metà del XX secolo. Anche in filosofia dobbiamo dire de gustibus? Una parziale spiegazione di questa omissione potrebbe essere la seguente: il discorso di Derrida procede da presupposti heideggeriani ed è vero che Heidegger era certamente il peggior avversario di Adorno, secondo Adorno.
In La voce e il fenomeno, Derrida sostiene che Husserl – al culmine della tradizione metafisica occidentale che Heidegger riuscirà successivamente a s-fondare (i filosofi dicono così, senza alcun senso del ridicolo) aprendone l'oltrepassamento e insomma la via di fuga – consideri la scrittura come un mero supplemento segnico della viva sorgente del logos, ossia l'anima, psiche o coscienza, ripetendo così, Husserl, la posizione della metafisica occidentale eminentemente rappresentata dai casi emblematici di Platone, Rousseau e Lévi-Strauss.
Secondo Derrida la voce viene considerata, per pregiudizio metafisico, l'origine di cui la scrittura è copia. Questo sembrerebbe un punto di vista condivisibile ma per Derrida cela una trappola trascendentale: da dove viene la voce? Che cos'è quello spirito che anche San Paolo contrapponeva alla lettera e che sembra più reale perché presente nel presente?

La musica in quanto suono si svolge nel presente, è simultaneità fonica. E dunque la posizione derridiana mi pareva suscitare molti problemi per la filosofia della musica, la quale musica, in quanto preistoricamente apparentata alla e originata dalla voce umana, poteva ben dirsi avere una primazia rispetto alla sua trascrizione codificata e dunque alla scrittura musicale.

Al mio terzo anno di filosofia a Pavia avevo scoperto che la facoltà di musicologia di Cremona elargiva a studenti pavesi, di filosofia o di altre discipline nemmeno troppo musicologiche, borse Erasmus per studiare a Parigi. Io avevo quel progetto di tesi sulla voce e la musica e decisi pertanto di candidarmi per una borsa che mi avrebbe permesso di andare a studiare con Derrida. E la facoltà di musicologia di Cremona non ebbe problemi ad attribuirmi la borsa di studio.
Ero al settimo cielo: sapevo perfettamente che se fossi andato a Parigi già durante i miei studi universitari il mio destino sarebbe cambiato moltissimo. Voglio dire: è comunque cambiato col mio andare a Parigi dopo la tesi, ma sarebbe cambiato molto di più e in meglio (non posso fare a meno di pensarlo) se vi fossi andato ancora nel pieno della mia innocenza universitaria. A differenza del mio voler andare a Parigi dopo la laurea, il sogno di andare a studiare a Parigi con Derrida per la mia tesi di laurea non era affatto vuoto.
Ma dopo un po' di tempo mi telefonarono da Cremona: la mia borsa di studio non esisteva più, perché gli eurocrati di Bruxelles si erano accorti che venivano elargite borse Erasmus senza i dovuti controlli, e quindi Cremona era stata improvvisamente radiata dal programma europeo. Dopo anni che tanti ne avevano approfittato. Soprattutto, proprio nell'anno in cui ne volevo approfittare io, per altro con fondate ragioni e intenti cristallini ben diversi da quelli dei lazzaroni andati a Parigi a divertirsi.
Non avendo a chi confidare il mio dispiacere, perché agli amici e compagni di collegio, al di là di un dispiacere formale, il mio danno non sembrava, anzi eliminava un’ingiustificabile botta di culo, mi ubriacai a pranzo alla mensa del Collegio Ghislieri, con quel vino schifoso che ci mettevano a disposizione a ogni pasto, confidando forse che non ne potessimo abusare dato il suo grado di velenosità oppure comminando implicitamente una pena agli studenti capaci di bere tale vinaccio. 
Poi salii nella mia camera, che quell'anno dava sulla piazza antistante il Collegio, infilai nel mangiacassette la Bachiana brasileira n.8 di Heitor Villa-Lobos e lo posizionai sul davanzale in direzione della piazza, diffondendo al massimo volume quella musica composta e selvaggia, coi suoi romantici violoncelli e il soprano dolcemente struggente. Terminato il brano bipartito, spensi tutto e mi misi a dormire, sognando che un giorno sarei andato a Parigi. 
Forse sognai anche che vi sarei morto.