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giovedì 21 settembre 2017

Nuovo diario buddhista, 1

Nell’estate del 2005 stavo diventando buddhista da appena un mese. Appena finito di esaminare i maturandi al Galfer di Torino, partii per un viaggetto da Leonardo a Venezia. Ci trovammo al bar Rosso in campo Santa Margherita, e il discorso sul buddhismo venne fuori subito. Scherzando dissi a Leo che volevo fare proseliti e convertire tutti gli amici. Non era così falso anche se lì per lì pensavo di essere ironico. Avevo inziato a diventare buddhista dopo un percorso abbastanza lungo, cominciato con la fine della mia storia con F. La strada verso il buddhismo doveva essere una sorta di destino perché non sono andato in cerca di nulla. Gli eventi sono avvenuti, dipendevano dal mio karma.

Nel settembre del 2003 F. ed io ci lasciammo dopo una storia violenta e abbastanza tragica. In termini di karma, entrambi ce lo siamo sporcato con le cattiverie che ci siamo fatti. F. odiava molto il mio marxismo e questo mi ha scosso le certezze, facendo sì che poco dopo esserci lasciati io comprendessi come la mia vera ispirazione politica fosse l’anarchismo e non il marxismo. Tutt’ora vorrei studiare seriamente i rapporti reali e possibili tra buddhismo e anarchismo (storicamente credo siano pochi).

Finché ero marxista non sarei potuto diventare buddhista perché «la religione è l’oppio dei popoli». Una volta diventato anarchico mi sono convinto a dirmi ateo, anche se qualcosa non mi convinceva nell’odio degli anarchici spagnoli contro il cattolicesimo: le famose fucilazioni delle statue di Cristo, e gli incendi delle chiese non mi parevano atti politici intelligenti... (D’altra parte va detto che Durruti non è responsabile dell’incendio della cattedrale di ...). Però non avevo ancora messo a fuoco la nonviolenza dunque non capivo che cosa non mi stesse bene dell’anarchismo. Divenni anarchico grazie ai libri di Chomsky. Fu un passo importante per liberarmi del mio dogmatismo razionalista;

Poi iniziai ad andare settimanalmente dal Dottor B., psicanalista freudiano torinese molto figo, perché dopo F. con le donne mi sentivo un disastro. La psicanalisi è praticamente opposta al buddhismo, perché questo predica l’assenza di un Io, quella te lo vuole rafforzare.

In prospettiva buddhista la contraddizione si supera facilmente, ma per la psicanalisi il complesso di credenze buddhiste deve necessariamente risultare una copertura di ragioni più psicomateriali e in ultima istanza legate alla libido.

Diciamo che se non ci riesci diversamente, con la sola pratica buddista, la psicanalisi può darti quella tranquillità nei confronti di te stesso che poi ti permetterà di trascenderti attraverso la pratica della presenza mentale e la meditazione sul non-sé. 

Quando ho iniziato a parlare del buddhismo al Dottor B. lui ha detto che gli sembrava che io non volessi impegnarmi in una sola cosa. Ha ragione: perché mai dovrei?

Nel luglio 2004, infine, sono iniziati i miei problemi di salute per le intolleranze alimentari sovrapposte: ho abbandonato l’alcol e sono diventato tendenzialmente vegetariano. Bizzarramente iniziai a stare male per l’alimentazione proprio mentre leggevo Gandhi e Capitini che legano dieta vegetariana e nonviolenza.

Al momento attuale ho scoperto che tutte le mie presunte intolleranze erano frutto della mia mente. Sto benissimo, me lo ha fatto capire un dietologo che mi ha anche ingiunto una dieta iperproteica per mettere su muscoli (sono astenico) e di correre tre volte alla settimana per allenarmi alla maratona. Questo sarà difficile ma l'allenamento l'ho iniziato.

mercoledì 20 settembre 2017

Diario della presenza mentale, 9

In La biada quotidiana, 2 (Spinoza e la presenza mentale), si era affacciata per l'ultima volta nelle mie note la Presenza Mentale (d'ora in poi PM).

Oggi è ritornata.

Penso che la PM sia una sorta di grazia. In ogni caso non è possibile darsela.
Oggi pomeriggio ha fatto la sua ricomparsa.
Sembra l'effetto remoto di una lunghissima, misteriosa, catena causale.
In certe situazioni "mi torna in mente" la (possibilità della) PM: allora provo a praticarla e dopo pochi secondi percepisco me stesso in un altro modo, mi rilasso, mi pare di ricordarmi che non ci sia nulla di cui preoccuparsi.
La sensazione dura però pochi secondi, poi scompare. A quel punto sento che dovrei fare un grande sforzo per ricominciare*.

Credo che, questa volta, la PM mi sia tornata per via delle mie letture di Emanuele Severino: l'idea che tutto sia eterno non mi risulta più così assurda come un tempo. Del resto, quando anni fa mi dedicai al buddhismo zen, riuscivo a pensare l'essere-vuoto del tutto. (Sono idee complementari? Sono la stessa idea?)


*Nel Diario della presenza mentale, 8, dicevo infatti: "una volta che l'idea della presenza mentale è presente, bisogna usare la volontà per praticarla. La mia volontà deve anzi lottare duramente contro l'inerzia della mente per riuscire a concentrarsi nella propria autopresenza.
So che la mia coscienza può cambiare di qualità attraverso la presenza mentale, anche se non l'ho mai sperimentata per tempi lunghi. Ormai penso di dovermelo imporre volontariamente."

Oltre i limiti del pensiero, di Graham Priest

1. I limiti del pensiero

La finitudine è un fatto fondamentale dell'esistenza umana. Che si tratti di una fonte di dolore o di sollievo, è indubbio che ci siano limiti a ciò che le persone vogliono  fare, siano essi limiti della resistenza umana, delle risorse, o della vita stessa. Quali siano questi limiti, talvolta possiamo solo ipotizzarlo; ma che ci siano, lo sappiamo. Ad esempio, possiamo solo indovinare quale sia il tempo limite per correre un chilometro; ma sappiamo che c'è un limite, imposto dalla velocità della luce, se non da molte cose più terrene.La finitudine è un fatto fondamentale dell'esistenza umana. Che si tratti di una fonte di dolore o di sollievo, è indubbio che ci siano limiti a ciò che le persone vogliono  fare, siano essi limiti della resistenza umana, delle risorse, o della vita stessa. Quali siano questi limiti, talvolta possiamo solo ipotizzarlo; ma che ci siano, lo sappiamo. Ad esempio, possiamo solo indovinare quale sia il tempo limite per correre un chilometro; ma sappiamo che c'è un limite, imposto dalla velocità della luce, se non da molte cose più terrene.
Questo libro parla di un certo genere di limite; non i limiti degli sforzi fisici come correre un chilometro, ma i limiti della mente. Li chiamerò limiti del pensiero, anche se "il pensiero", qui, deve essere compreso nel senso oggettivo, fregeano, in quanto riguarda il contenuto dei nostri stati intenzionali, non la nostra coscienza soggettiva. Si potrebbero anche descrivere come limiti concettuali, in quanto riguardano i limiti dei nostri concetti. Comunque li si chiami, alla fine del libro avrò dato una precisa caratterizzazione strutturale dei limiti in questione, nella forma dello Schema di Inclusione. Per ora, alcuni esempi basteranno a indicare ciò che ho in mente: il limite di ciò che può essere espresso; il limite di ciò che può essere descritto o concepito; la linea di ciò che può essere conosciuto; il limite di iterazione di qualche operazione o simili, l'infinito nel suo senso matematico.

sabato 16 settembre 2017

Lacan ha rotto i coglioni (da Fools, Frauds and Firebrands di Roger Scruton)

Lacan è stato descritto da Raymond Tallis come "lo strizzacervelli venuto dall'inferno", parole che caratterizzano in modo adeguato la pratica di uno psicoanalista che poteva vedere dieci clienti in un'ora, a volte assistito dal suo barbiere, sarto o pedicurista e la cui idea di cura era quella di insegnare ai pazienti a parlare, pensare e sentire nello stesso linguaggio paranoico del proprio medico. Ma forse non dovremmo essere troppo duri con Lacan da questo punto di vista. Le persone diventano famose come psicoanalisti non per i loro successi terapeutici (forse non ce ne sono), ma per le loro idee. E la fama di un'idea nasce dalla sua influenza, non dalla sua verità. Lo stesso valeva per Freud, Jung e Adler; così è stato per Klein, Binswanger, Lacan e molti altri.
L'inconscio, ha scritto Lacan, è strutturato come un linguaggio. Ed egli ha cominciato a interpretare questo linguaggio prendendo a prestito termini della linguistica saussuriana, insieme all'idea dell'Altro, come l'aveva trovata in Kojève. Ha anche disseminato i suoi scritti e le sue lezioni di gergo matematico, tratto da teorie che non si curava capire, ma cui si riferiva aleatoriamente come "matemi",  per analogia con i fonemi e i morfemi in cui i linguisti dividono le parti funzionali linguaggio. (Con una mossa simile, Lévi-Strauss più o meno nello stesso tempo introdusse il 'mitema' e Derrida il 'filosofema', un uso che era stato anticipato da Schelling).
C'è, suggerisce Lacan, un grande Altro (A maiuscola per "Autre"), che è la sfida presentata al sé dal non-sé. Questo grande Altro insegue il mondo percepito con il pensiero di un potere dominante e di controllo - un potere che allo stesso tempo cerchiamo e fuggiamo. C'è anche il piccolo altro (a minuscola per "autre") che non è veramente distinto dal sé, ma è la cosa vista nello specchio durante quella fase di sviluppo che Lacan chiama lo "stadio dello specchio ", quando il bambino apparentemente si è riconosciuto nello specchio e dice 'ah-ha!'. Questo è il punto di riconoscimento, quando l'infante incontra prima l'oggetto = 'a', che in qualche modo -
 che ritengo impossibile decifrare - indica sia il desiderio che la sua assenza. (Si noti, però - anche se Lacan caratteristicamente non lo fa - che i bambini ciechi diventano abili nella pratica di distinguere sé dagli altri alla stessa età dei bambini vedenti).

(traduzione in fieri, continua...)

martedì 5 settembre 2017

Pensare le migrazioni: la Conclusione Ripugnante di Derek Parfit (mia traduzione di The Repugnant Conclusion, Stanford Encyclopedia of Philosophy)

Nella formulazione originale di Derek Parfit, la conclusione ripugnante è espressa così: "Per qualsiasi popolazione di almeno dieci milioni di persone, tutte con una qualità di vita molto alta, deve essere immaginabile una popolazione molto più grande la cui esistenza, a parità di tutte le altre condizioni, sarebbe migliore anche se i suoi membri avessero vite che a malapena varrebbe la pena di vivere "(Parfit 1984). La conclusione ripugnante mette in evidenza un problema in un'area dell'etica che è diventata nota come etica della popolazione. Gli ultimi tre decenni sono stati testimoni di un crescente interesse filosofico su questioni come "è possibile rendere il mondo un luogo migliore creando ulteriori persone felici?" E "C'è un obbligo morale di avere figli?". Il problema principale è stato quello di trovare un'adeguata teoria sul valore morale degli stati in cui possono variare il numero di persone, la qualità della loro vita (o il loro benessere ...) e le loro identità. Dal momento che, si può argomentare, qualsiasi teoria morale ragionevole deve prendere in considerazione questi aspetti di possibili stati di cose per determinare lo status normativo delle azioni, lo studio dell'etica della popolazione è di importanza generale per la teoria morale. Come indica il nome, Parfit ritrova inaccettabile la Conclusione Ripugnante e molti filosofi sono d'accordo. Tuttavia, è stato sorprendentemente difficile trovare una teoria che eviti la conclusione ripugnante senza implicare altre conclusioni altrettanto controintuitive. Pertanto, la questione su come la Conclusione Riepugnante debba essere affrontata e, più in generale, ciò che essa dimostra circa la natura dell'etica ha trasformato la conclusione in una delle sfide cardinali dell'etica moderna.

(...continua...)


https://plato.stanford.edu/entries/repugnant-conclusion/

mercoledì 26 luglio 2017

Non sapevo di non sapere (Roman nouveau, 32)


Arrivai all’ospedale di Torino verso le sette di sera. Prima di entrare da papà chiesi di poter parlare col medico, il quale mi disse che la situazione era gravissima: le condizioni generali erano molto peggiorate nelle ultime quarantotto ore. Appresi così della cirrosi epatica. Cirrosi epatica? Già, disse il medico: lei non sapeva che suo padre ha la cirrosi epatica?
La domanda mi lasciò oltremodo spiazzato. Ci fu un certo viavai al mio interno, i diversi strati della mia psiche svolsero un rapido dialogo cercando di darsi la colpa l'un l'altro dato che risultavo non sapere ciò che avrebbe dovuto essermi del tutto evidente. A pensarci bene sembra davvero impossibile: lui è tuo padre, tu sei suo figlio, anche se non vivi con lui dovresti avere un'idea del suo stato di salute. In effetti da tempo ero preoccupato, sapevo bene che beveva troppo, ma a Parigi non passavo certo il mio tempo a preoccuparmi per lui, essenzialmente perché era del tutto inutile.
Talvolta litigavamo di brutto, quando tentava di confidarmi le sue preoccupazioni per la sua salute. Mi diceva: “devo fare molto attenzione perché ho il diabete alto”, si punzecchiava il dito e si misurava la glicemia con l’apparecchietto. Poi però beveva lo stesso. Non voleva mai andare dal dottore, allora mi infuriavo come un pazzo e insistevo a dirgli di farsi visitare, perché certo non potevo saperlo, io, come mai gli tremavano le gambe. Era grasso e gli tremavano le gambe.
Un giorno, quando abitavo da lui prima di andare a Parigi, nell'anno in cui scrivevo la tesi di laurea a casa sua a Cherasco, mi prese una tale angoscia e gli urlai che doveva lasciarmi in pace e farsi visitare da un medico, che per quanto ne sapevo io lui poteva anche essere in procinto di morire, ma per piacere la smettesse di angosciarmi e andasse dal medico del cazzo che proprio non capivo perché non volesse andarci.
In seguito credo di averlo capito il perché: l’angoscia e la paura di morire lo paralizzavano in un comportamento suicida. L’ho imparato leggendo L’io e l’es di Freud. E a pensarci bene, un'angoscia simile doveva avere costretto anche me a rimuovere l'evidenza della malattia di mio padre. In effetti la domanda del medico avrebbe piuttosto dovuto essere formulata in questa maniera: lei non sapeva di sapere che suo padre ha la cirrosi epatica?*
Negli ultimi tempi c'era stata un'interruzione della comunicazione tra me e papà. Quando mi arrabbiai a morte e gli urlai contro, lui si offese e col suo tipico fare infantile disse che allora non mi avrebbe mai più disturbato. E se avesse aggiunto “in vita mia” avrebbe obiettivamente mantenuto la parola.
Un mese prima della sua morte mi aveva confessato di traballare sulle gambe. Una volta era caduto per terra in salotto, al buio, sul tappeto, sbattendo la testa contro lo spigolo di un tavolino. Neppure con questo racconto riuscì a spaventarmi abbastanza: cioè non mi preoccupò tanto da indurmi a tentare ogni sforzo per farlo curare. In ogni caso la faccenda era si può già dire tutta regolata: il suo fegato ingrossato sporgeva di 5 centimetri almeno.
Immagino papà rialzarsi dolorante dopo quella caduta, e chiedersi come sia potuto succedere: poi si asciuga il sangue dalla testa ferita e si dice di essere finito, sa che la morte si sta avvicinando. Lo immagino andare in cucina a cercare dentro al frigo per bere ancora un bicchiere di vino bianco, a consolazione della sua vita schifosa, vita per giunta finita.
A Natale l’avevo visto tutto imbacuccato con un berrettone, come se fosse ammalato. Mi veniva incontro per salutarmi, non vide un basso muretto che ci separava, inciampò e quasi cadde. Lo insultai, sgomento per tanta debole maldestrezza.
Ritornando alla domanda dell'odioso medico che mi chiedeva se non sapevo che mio padre avesse la cirrosi: non lo sapevo no, porcoddio, che mio padre aveva la cirrosi, signor medico di stocazzo, o mi sarei comportato un po’ diversamente, questo lo afferri o no, brutto stronzo detentore del biopotere che mi giudichi dall'alto?


*Per Lacan il “non saper di sapere” è una definizione dell'inconscio freudiano. Oltre al socratico “sapere di non sapere”, Zizek trova spesso dei casi di figura ai quali si applica il “sapere di sapere” e il “non sapere di non sapere”, come Rumsfeld a proposito della guerra in Iraq: “Nel febbraio 2002, Rumsfeld – al tempo segretario USA della difesa – si lanciò in un piccolo esperimento di filosofia amatoriale dedicato ai rapporti tra il noto e l’ignoto. «Ci sono conoscenze note [known knowns]: ossia, ci sono cose che sappiamo di sapere. Ci sono ignoranze note [known unknowns], vale a dire: cose che adesso sappiamo di non sapere. Ma ci sono anche ignoranze ignote [unknown unknowns]: ci sono cose che non sappiamo di non sapere». Il fine di questo esercizio era giustificare l’imminente attacco USA all’Iraq: ci sono cose che sappiamo di sapere (per esempio, che Saddam Hussein è il presidente dell’Iraq); cose che sappiamo di non sapere (quante armi di distruzione di massa possiede Saddam); ma ci sono anche cose che non sappiamo di non sapere; per esempio: e se Saddam possedesse qualche arma segreta ulteriore che neppure immaginiamo? Ma quello che Rumsfeld dimenticò di aggiungere era la quarta possibilità della casistica, una possibilità fondamentale: le “conoscenze ignote” [unknown knowns], ovvero le cose che non sappiamo di sapere – il che è precisamente l’inconscio freudiano, la “conoscenza che non conosce se stessa”, per dirla con lo psicoanalista francese Jacques Lacan (1901- 81), la cui opera è un riferimento fondamentale di questo libro.5 Per Lacan, l’inconscio non è uno spazio istintuale pre-logico (irrazionale) bensì una conoscenza articolata simbolicamente ignorata dal soggetto. Se Rumsfeld pensava che il pericolo principale nel conflitto con l’Iraq fosse l’”ignoranza ignota”, cioè le minacce di Saddam delle quali neppure sospettavamo, la giusta risposta da parte nostra avrebbe dovuto essere la seguente: che il pericolo principale erano, al contrario, le “conoscenze ignote”, le credenze rimosse e le presupposizioni a cui aderiamo senza neanche esserne consapevoli. Queste “conoscenze ignote” furono in effetti la causa principale dei problemi che gli USA incontrarono in Iraq, e l’omissione di Rumsfeld dimostra che non era un filosofo vero. Le “conoscenze ignote” sono poi il soggetto privilegiato della filosofia: formano l’orizzonte trascendentale, o frame (cornice), della nostra esperienza della realtà.” (S. Zizek, Evento, mia traduzione).

giovedì 20 luglio 2017

Zio Leone (Roman nouveau, 31)



Arrivato a Porta Susa c’era ad aspettarmi lo zio Leone, il fratello di mio padre. Avevo cinque zii paterni, ma i più famigliari erano quelli che mi accolsero al mio arrivo a Torino: la zia Pierina e lo zio Leone.
Credo di ricordare le prime volte che sentii il nome dello zio, da piccolo: zio-leone era un nome impressionante, ti aspettavi qualcosa di leonino, ma invece trovi un signore logorroico con la barba bianca alla Balbo. Non sta la rosa nel suo nome.
Dall'età della ragione in poi avevo sempre considerato lo zio Leone un deficiente. Frequentare per più di un’ora lo zio mi metteva agitazione, perché parlava senza sosta delle proprie opinioni, senza curarsi degli ascoltatori. Non era certo cattivo, anzi gli volevo bene. Era un insopportabile scapolo egocentrico, forse inconsapevolmente omosessuale, un personaggio di un film di Verdone.
Al mio arrivo a Torino, questo zio mi saluta e mi fa salire sulla sua macchina per condurmi dagli altri zii, poiché era ancora presto per le visite in ospedale. Ero tranquillo, quasi sprezzante del fastidio di dover essere venuto a Torino da Parigi. Lo zio Leone era indecifrabile come sempre, con la sua barba fascista.
Pensavo che fosse tutto un equivoco: dopo la guarigione di papà mi sarei sfogato con lui raccontandogli come avessero esagerato questi zii tanto affettuosi e premurosi ma senilmente rimbambiti.

Partenza (Roman nouveau, 30)


Di quel sabato mattina ricordo la visita al Beaubourg, la passeggiata nel Marais e un pranzo in un ristorantino libanese, durante il quale bevevo birra, per calmarmi. In effetti in quel ristorantino libanese bevevo birra perché a Parigi io ero solito bere parecchia birra.
Ricordo la tensione crescente fra me e mia madre: lei non voleva lasciarmi partire, consigliava di aspettare, di vedere se fosse davvero il caso. Se fosse davvero il caso! Voleva forse che arrivassi troppo tardi al capezzale di mio padre? Se fossi arrivato troppo tardi per vedere mio padre non l’avrei mai mai perdonata.
Il giorno prima della morte di mio padre viaggiai in TGV da Parigi a Torino, in prima classe trovata d’urgenza, perché la zia aveva detto al telefono che papà si aggravava. Riattaccato il ricevitore piansi abbondantemente, seduto sulla sponda del mio letto parigino poggiato su mattoni (l’avevo trovato così al mio arrivo).
Poiché ignoravo la causa della malattia di mio padre mi lasciai tranquillizzare da un amico medico. La zia Pierina aveva detto che papà aveva una polmonite da miceti. Appresi allora che i miceti sono dei microfunghi. Non avevo mai sentito parlare di miceti che provocano polmoniti, ma mi abituai presto all’idea che esistono. Però l'amico medico mi aveva detto di stare tranquillo, perché le polmoniti curate per tempo non sono praticamente mai mortali, miceti o non miceti.
Durante il viaggio in treno ho letto The last tycoon, l’ultimo libro di Fitzgerald, comprato d'occasione nel mio viaggio in UK. Poco prima di partire per la mia vacanza avevo visto in un cinema di Parigi il film di Kazan.
La protagonista femminile di The last tycoon di Elia Kazan è una figura poco definita, oggetto d'amore del protagonista maschile: appare e scompare, entra ed esce dalla psiche di Monroe Stahr – un Robert de Niro giovane e bello, nella parte del produttore cinematografico d’assalto (tycoon). Tale fort/da frantuma il cuore dell'eroe. Kathleen Moore vuole infatti una vita tranquilla, ma Stahr non saprebbe tranquillizzare la vita di nessuno, soprattutto non la propria: fattosi da sé, venuto dal nulla, come gli ricorda un amico attore (Tony Curtis), non può sottrarsi alla spinta univoca e ormai distruttiva che prima lo rendeva squalo tra gli squali. Era un uomo d’affari forse disgustoso, i suoi affari erano il cinema: passione che rende innocenti spremendo denaro dai sogni delle persone.
Sthar amava un tempo una donna poi deceduta: Kathleen ne è un'apparente reincarnazione. Per un istante lei pare decidere di restare con lui, se solo Sthar confessasse il suo amore, la sua singolarità affettiva: «sì?», domanda lei che ha percepito un'intenzione comunicativa di lui nell’incontro che sarà l’ultimo.
«Niente», risponde lui deludendo tutti. Subito dopo, Stahr fa il balzo decisivo e trova le parole après coup: scrive una lettera in cui immette il suo fortissimo ti-amo: lei acconsente telefonicamente, per un istante, al suo tardivo desiderio. Lui: «Dimmi sì, subito!», lei: «Sì». Ma l’esitazione di Stahr ha ormai prodotto una sincope non più appiattibile sul punto di unione dei disgiuntissimi amori. Sempre più veloce, con ritmo ulteriormente differenziante, lei gli dice addio per telegramma: si sposa con un altro uomo a noi ignoto, proprio come deciso fin dall’inizio. Adesso, Stahr si ubriaca nel mezzo di un incontro importante, picchia il sindacalista delegato alle trattative (Jack Nicholson), rovina l’affare e se stesso, viene allontanato dalla casa di produzione di cui era poco prima il potentissimo genio ispiratore. Crede ancora di essere essenziale ma forse si è sempre ingannato e la sua volontà non era che la pura maschera di un ritmo sotterraneo da lui non comandato.
Noi siamo agitati in molti modi dalle cause esterne, come onde del mare, agitate da venti contrari, fluttuiamo, ignari della nostra riuscita e del nostro fato.
È Stahr a essere ora decentrato, psichicamente solo, anche se la figlia del padrone della casa cinematografica lo ama fin dall’inizio. Ma non gli è mai stata così distante come nel momento in cui si avvicina all’uomo, annichilito, per confortarlo. Ora Stahr, divenuto tragicamente veggente può fantasticare su un’ispirazione improvvisa del passato: il nichelino è per il cinema, era la formula magica da lui creata per stregare un autore non in sintonia coi gusti del pubblico, un’improvvisazione che sembra una profezia del suo disastro. Il Terzo Uomo, lo Sposo di Kathleen, si vede di spalle, mentre nella prima occorrenza non si era ancora materializzato nella sua vittoriosa terzità, non rappresentava ancora la minaccia invisibile.
Alla fine Monroe scompare nel buio di un capannone cinematografico, dicendo – all’Amata, a noi pubblico – Non voglio perderti.
Cinema e amore svaniscono nello stesso sito.

Il libro di Fitzgerald non l'ho mai finito, anche perché faticavo a leggerlo in inglese.

mercoledì 19 luglio 2017

Nauman è bravo ma va visto in certe condizioni (Roman nouveau, 29)


Al mattino di sabato, io e mia madre andammo a vedere la mostra di Bruce Nauman al centro Pompidou, altrimenti detto Beaubourg. Partire per Torino non potevo ancora partire. O se potevo, non sapevo di doverlo fare. Oppure sentivo di volerlo (poter) non fare. In ogni caso non partii. Gli accordi con la zia Pierina prevedevano una telefonata nel pomeriggio, per sapere se vi fossero miglioramenti o se io dovessi scendere a Torino con estrema fretta.
Ehi, ma chi è questo manichino anaffettivo al tuo fianco? Temo che si tratti di tua madre. Che cosa si agitava nella sua mente? Nella mia c’era un surreale campo di battaglia. Andare a una mostra di Bruce Nauman mentre tuo padre inizia a morire non è una cosa da ricordare con piacere.
Tuttavia Bruce Nauman è molto bravo. Ricordo soprattutto la scultura al neon dell’impiccato che ha un’erezione mentre viene strangolato dalla corda che lo uccide. Ricordo filastrocche come: eat and drink drink and piss eat and piss piss and die e simili.
Avevano che fare con la morte, quelle opere d'arte, e c’era nelle creazioni di Bruce Naumann qualcosa di vagamente confortante per il mio animo già trafitto. Quelle opere d’arte esprimevano qualcosa che mi teneva compagnia. Una cosa che ho imparato è che il pensiero della morte è anche autoconsolatorio. 
Mia madre comunque era molto meno simpatica di Nauman. La notizia della gravità del male del suo ex marito l’aveva lasciata incredula e taciturna, in ogni caso apparentemente incosciente di quale breve spazio di tempo siano due o tre giorni. Posso ammettere che lei non provasse più alcun affetto positivo per mio padre, poiché si erano separati da vent'anni: ma l’idea che morisse, con tutto ciò che questo ha poi effettivamente comportato, non avrebbe dovuto farle orrore? Nulla che somigliasse a tale sentimento fondamentale traspariva dal suo aspetto.
La rivedo ancora, abituato al suo eterno viso: un velo opaco le offusca lo sguardo incapace di futuro.

lunedì 17 luglio 2017

Maman à Paris (Roman nouveau, 28)


Il 20 febbraio 1998, mia madre arrivò a Parigi. Andai a prenderla alla Gare de Lyon e prima ancora che salissimo sul métro che ci avrebbe portati al 54 di rue de Lancry, dove abitavo con Yves, mi aveva già detto che papà era in ospedale da tre settimane. Per "una crisi di fegato”. Quando ci incamminammo ero quasi contento di sentire che papà era in ospedale: credevo che lo avrebbero salvato, e che finalmente avrebbe iniziato a curarsi.
Non è il caso di infierire contro mia madre, sull’assurdità del suo finto essere tranquilla, anche se aveva visto mio padre giallo d'ittero ricoverato per tre settimane. Neppure voglio colpevolizzarla perché non mi aveva detto nulla, lasciandomi partire tranquillo per l’Inghilterra per passare le mie stupide vacanze di fine semestre. Tuttavia… Ne riparlerò.
Salimmo sul métro che doveva condurci alla fermata Jacques Bonsergent, dove abitavo accanto a Place de la République, in una viuzza che portava dritto dritto al famoso Hotel du Nord degli amanti del film. Il mio souvenir riguarda una frase della mamma: «Però, ieri, è insorta una complicazione». Quale complicazione? Era partita prima di avere notizie, nel pomeriggio avrei dunque dovuto telefonare alla sorella di mio padre per saperne di più. Ma perché era venuta a Parigi nonostante il ricovero di papà? La sua spiegazione fu la seguente: avrebbe perso i soldi del biglietto da lungo tempo prenotato.
Io tendo a sostituire questa giustificazione assurda con il suo desiderio inconscio di informarmi di persona del ricovero di papà.
Arrivammo a casa, dove ci aspettava Yves: le presentazioni tra lui e la mamma furono coerentemente poco festose. Mi precipitai al telefono per chiamare a Torino la vecchia zia. Parlava con un tono mogioe anestetizzato: disse che papà era grave. Lo disse come se fosse la cosa più ovvia e risaputa del mondo, ma a me sembrava del tutto irreale. Avevo l'impressione paranoica che mi avessero volutamente tenuto all'oscuro delle condizioni di mio padre.
La zia disse che i medici avevano parlato di due o tre giorni. Che tipo di giorni, mi domandai? Il mio io si stava rapidamente sdoppiando in un personaggio e uno spettatore di un film con me stesso per protagonista.
Capii d’un colpo, ma con leggero ritardo, che si parlava per la prima volta – e nella mia unica esistenza – si parlava per l’eternità futura dei probabili ultimi due o tre giorni che avrebbero separato mio padre dalla sua morte.

domenica 16 luglio 2017

Fluctuat mergiturus (Roman nouveau, 27)

Che senso ha per noi la vita di una persona che amiamo? È una domanda assurda, e spesso ce la poniamo troppo tardi, quando questa persona non c’è più, o quando non ci ricordiamo quasi di lei, della sua concretezza fisica e vivente, prima banalmente quotidiana. Viviamo il flusso degli eventi e ci barcameniamo tra le cose che compongono la nostra normalità, andiamo a lavorare, usciamo con gli amici, ci innamoriamo, cuciniamo la pappa per il bambino, suoniamo il pianoforte, leggiamo un libro, sosteniamo un esame all'università e poi zacchete, quando meno ce lo aspettiamo succede qualcosa. Qualcosa di terribile che ci fa cambiare prospettiva sul mondo e sulla vita. Qualcosa che ci lascia senza fiato, distrutti, schiacciati, sporchi, esausti, dimentichi di tutto quello che prima era l’orizzonte della nostra speranza.
La morte giunge nelle nostre vite ed è sempre un uragano contro il quale nessun allarme vale. Siamo fuscelli nell’oceano, strappati da un albero di cui non ricordiamo nulla. Fluttuiamo ignari in una vastità terribile.

1997-98 (Roman nouveau, 26)

Nei mesi in cui ero arrivato a Parigi accaddero i seguenti fatti rilevanti per la storia mondiale.
In agosto in Algeria il terrorismo islamico fece decine di vittime. Gli attacchi degli islamisti continuarono nei messi successivi facendo altre centinaia di vittime.
Il 31 agosto a Parigi, Lady Diana Spencer rimase vittima di un incidente automobilistico sotto il Pont de l'Alma assieme al suo compagno Dodi Al-Fayed. Me lo ricordo bene perché stavo cercando la casa insieme a Yves ed ero suo ospite a casa dei suoi nonni, a Place d’Italie: al mattino accesi la televisione e udii la notizia. I funerali ebbero luogo il 6 settembre, e furono seguiti da più di 2 miliardi di persone in tutto il mondo.
Il 5 settembre morì madre Teresa di Calcutta, quella nazista.
Il 9 ottobre Dario Fo venne insignito del Premio Nobel per la letteratura: a me stava parecchio sul cazzo perchè era un vecchio bavoso che telefonava a casa della sorellina della mia fidanzata di Milano (la figlia di universitari che odiava i professori universitari).
A ottobre entrarono in vigore gli accordi di Schengen anche per l’Italia: sembrava una figata.
A dicembre fu redatto il protocollo di Kyōto, che prevedeva la riduzione dei gas serra del 5,2% rispetto al 1990 entro il 2012.
Nello stesso dicembre a Hong Kong un'epidemia potenzialmente mortale per l’uomo causò lo sterminio di oltre un milione di polli.
Il 13 gennaio Alfredo Ormando si diede fuoco in Piazza San Pietro per protestare contro l'atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti degli omosessuali. Morì dieci giorni dopo.
Il 21 gennaio papa Giovanni Paolo II visitò Cuba.
Il 3 febbraio un aereo militare statunitense partito dalla base di Aviano, tranciò il cavo della funivia del Cermis provocando la morte di 20 persone.

Il 20 febbraio 1998, mia madre arrivò a Parigi.

giovedì 13 luglio 2017

Viaggio in UK (Roman nouveau, 25)

La mia ex fidanzata del Collegio in quel periodo abitava a Oxford. Lei e il suo odioso fidanzato erano due brillanti ricercatori di fisica in formazione cosmopolita nel vasto mondo dell'accademia planetaria. Sarebbero poi diventati dei cosiddetti cervelli in fuga. Poiché con Irene ero rimasto in ottimi rapporti dopo che ci eravamo lasciati, stando io a Parigi e dunque così vicino al Regno Unito avevo da tempo deciso di fare un viaggetto tra Oxford e Londra. A Oxford sarei stato ospite di Irene e Andrea, mentre a Londra avrei preso per un paio di giorni un letto in un ostello della gioventù.
Ero stato a Londra soltanto una volta con mio padre, a otto anni, e non vi ero mai tornato in età adulta. Mio padre aveva comprato un'auto nuova e così aveva più o meno vinto un viaggio per assistere a una gara di formula 3 nel circuito di Brands Hatch. Gli era sembrata una cosa abbastanza ganza da portarci me, e in effetti lo era. Oltre alla stupida gara di formula 3, avevamo visitato Londra, di cui però in età adulta ricordavo solo il museo delle cere di Madame Tissaut. Ricordavo anche che una sera la comitiva aveva assistito a uno spettacolo di cabaret: orecchiando una conversazione di mio padre con un compagno di viaggio compresi che si sarebbero viste donne nude. Questo mi mise molto a disagio perché ero un piccolo cattolico integralista, e il peccato mi appariva inestricabilmente legato al sesso, di cui il corpo femminile era evidentemente l'immondo ricettacolo.
Non osando parlarne apertamente a mio padre, che non era cattolico come me (ero un cattolico autodidatta, isolato in famiglia) e forse vergognandomi anche soltanto di nominare la possibilità di vedere una donna nuda, rimasi nervosamente taciturno per tutta la sera, fino a quando, al momento in cui secondo me le donne nude rischiavano di irrompere sul palco, dissi a mio padre che mi volevo fare un giretto fuori dalla sala in cui eravamo. Mi sarebbe bastato non vedere, per salvarmi dal peccato. Mio padre però, dopo qualche minuto venne a cercarmi. C'erano delle scale mobili sulle quali giocavo a salire e scendere: dal basso vidi mio padre uscire dalla sala e per non farmi beccare e riportare nella sala dei peccatori mi abbassai sulla scala ascendente mentre lui discendeva. Arrivato in cima, quando lui si guardò intorno non vedendomi, assumendo un’espressione che iniziava a divenire preoccupata, al suo risalire io ridiscesi. Mi parve di percepire che la sua angoscia stava aumentando, quindi smisi il gioco e mi mostrai. Lui sbottò un po' arrabbiato dicendomi di non fare più simili stupidaggini. Non poteva capire il mio strano comportamento, era turbato. Alla fine, poi, di donne nude non se ne videro.
Organizzando il mio viaggio da adulto a Londra e Oxford contavo anche di scrostare quei vecchi ricordi e sensazioni. Avrei voluto parlarne a mio padre, che però non rispondeva mai al telefono nella settimana precedente la mia partenza.
In questo secondo viaggio a Londra vidi una città grigia con torreggianti grattacieli, immigrati che mi parevano molto meno integrati degli “arabes du coin” dai quali a Parigi scendevo a comprare la birra dopo la mezzanotte se mi veniva voglia di bere fino a tardi. Visitai la Tate Gallery e mi concentrai su Turner, perché a Deleuze Turner piaceva molto (ne parlava nell'AntiEdipo).
Nel complesso, mi sembrò che Londra fosse decisamente meno bella di Parigi.

Irene e Andrea furono molto gentili, a Oxford, anche se lui era un po’ sgarbato con lei, evidentemente infastidito dalla mia presenza. Soltanto dopo molti anni ho capito quanto possa dare fastidio che la tua fidanzata ti imponga la presenza di un suo ex, manco dovesse per forza diventare tuo amico. Ma all’epoca non capivo niente di queste cose, e mi parve soltanto che lui fosse un po’ stronzo con lei.
Il che non mi dispiacque affatto.

Place des Vosges (Roman nouveau, 24)

Man mano che il mio fallimento diventava evidente, trovavo sempre più conforto nella bellezza di Parigi. Che tipo di bellezza ha una città? Si tratta di una bellezza che il genere umano conosce da millenni, il fascino delle città babilonesi o egizie doveva colpire dolorosamente gli uomini che vi erano esposti, come qualcosa di meraviglioso, sacro e inquietante, umano e divino. Posso solo provare a immaginare che cosa provasse un giorno lontano nei secoli un giovane contadino varcando per la prima volta in vita sua la porta di Ishtar.
Il grande Kant, nella Critica del Giudizio, dà diverse geniali definizioni di bellezza*, che personalmente ritengo estremamente valide ancora oggi che ho studiato molta più filosofia di quando ero a Parigi. Ma le definizioni kantiane non si applicano alla bellezza delle città, artefatti umani con la proprietà di apparire semi-naturali. Parigi mi appariva bella in modo violento, inutile e triste, come una donna che ti fa desiderarla e non si accorge di te, ma non puoi smettere di sperare che ti rivolga lo sguardo.
Affranto per la prospettiva di non poter legittimare la mia presenza a Parigi agli occhi della mia classe sociale, di mio padre, di me stesso, attraversavo le strade di Parigi riempiendomi gli occhi di immagini urbane, sempre più cosciente di condurre un’esistenza precaria, persona sbagliata nel luogo, ahimé, sbagliato, perché a me non destinato.
Attraversavo i ponti di Parigi guardando la Senna e le due rive, in prospettiva, mentre mi muovevo, immaginando una sequenza filmica in camera-car, innalzavo gli occhi ai pinnacoli di Notre-Dame, scendevo e risalivo nella metro, talvolta a caso, come in una deriva psicogeografica situazionista.
Uno dei miei luoghi preferiti era banalmente Place des Vosges. Giada, la bella ballerina torinese, vi affittava una stanza, nella casa di una vecchietta miliardaria e alcolizzata.
Tutte le volte che si trattava di riaccompagnare le ragazze a casa, io non mi tiravo indietro (tutti noi studenti italiani, ritenevamo che a Parigi fosse meglio che le ragazze non andassero in giro da sole la notte, e infatti seppi più tardi che un’amica di Yves era stata violentata una notte per strada, non lontano da Place des Vosges).
Una sera riaccompagnai Giada. Entrammo in quella meravigliosa piazzetta, ormai deserta, verso l’una di notte. Tutto taceva, sembrava di essere in una qualunque piazzetta sperduta, e invece è considerata la piazza più bella di Parigi. Anche Victor Hugo aveva una casa lì, al numero 6, ma questo l’ho scoperto più tardi. Quando riaccompagnavo Giada a casa, o quando andavo a trovare Caterina, che abitava subito oltre la piazza, io guardavo quei magnifici palazzi con le facciate rosse, i portici con gli archi a tutto tondo, i tetti di ardesia, gli abbaini misteriosi, da uno dei quali si affacciava la stanzetta di Giada, che a trovare quella stanzetta a poco prezzo aveva avuto un grandissimo culo.
Giada aveva un grandissimo culo in tutti i sensi, ma io ero un maschio non-alfa: riaccompagnavo e tornavo a casa mia a ubriacarmi di più. *1. Il Gusto è la facoltà di giudicare un oggetto o un modo rappresentativo mediante un compiacimento, o un dispiacimento, senza alcun interesse. L'oggetto di tale compiacimento si chiama bello; 2. bello è ciò che piace universalmente senza concetto; 3. bellezza è forma della conformità a scopi di un oggetto, in quanto essa viene percepita senza rappresentazione di uno scopo; 4. bello è ciò che viene riconosciuto senza concetto come oggetto di un compiacimento necessario.